John Kennedy Toole
Una banda di idioti


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Marzo 2004

Impreziosito dalla prefazione di Stefano Benni, giunge all’ottava edizione Una banda di idioti di John Kennedy Toole. Un successo che dura nel tempo grazie al culto sotterraneo che segue questo intenso e stravagante romanzo , una sorta di vera e propria bibbia per questi disperati che pur cogliendo la comicità dell’esistenza, non riescono a evitare il dramma. È questo l’unico cardine autobiografico che lega John Kennedy Toole a Ignatius J. Reilly, il protagonista di Una banda di idioti: una vita breve e tormentata (morì suicida nel 1962, a soli 32 anni) scandita dai ritmi umidi della Louisiana e dai suoi due romanzi (bisogna ricordare anche Una Bibbia al neon: pubblicato tempo fa da Frassinelli, meriterebbe adesso lo stesso e giusto trattamento riservato alla Banda).
Amarissima ironia della sorte, John Kennedy Toole vinse persino un premio Pulitzer, postumo e tardivo, nel 1981, una decina d’anni dopo che la madre, con l’aiuto di Walker Percy ,riuscì a far pubblicare Una banda di idioti. Proprio Walker Percy spiega quale sia il livello di identificazione tra autore, romanzo e protagonista, quando nell’introduzione originale scrive che 

 

"il capolavoro di John Kennedy Toole è 
Ignatius J. Reilly, intellettuale, ideologo, fannullone, parassita, ghiottone, che dovrebbe disgustare il lettore con i suoi giganteschi gonfiori, il disprezzo tonante e la sua battaglia personale contro tutti".Ignatius J. Reilly è il peggior incubo della Banda di idioti, è l’insulto vivente al perbenismo e ai luoghi comuni, è uno slogan sovrappeso contro la mediocrità e il tran tran, è un coacervo di deliri e idiosincrasie che ce lo rendono, da sempre, immediatamente simpatico, perché, prima o poi, magari in un singolo, piccolo momento chiunque vorrebbe essere come lui. Per niente politically correct, parla un linguaggio tutto suo, si fida solo dei suoi (strambi) simili e tanto più è rifiutato ed emarginato, più è eccentrico e pericoloso.Poco importa che le sue concezioni del sesso, del lavoro, della politica e, in ultima analisi, della vita, abbiano fondamenta risibili (o non le abbiano del tutto): Ignatius J. Reilly è istinto e libertà allo stato primordiale e New Orleans è un territorio di caccia perfetto per le sue visioni a voce alta.
Un classico della narrativa degli outsider, quei personaggi quasi invisibili che hanno un rapporto diretto con il mondo dei sogni, e di cui si percepisce la mancanza solo quando non ci sono più.
Stefano Ambrosetti
Il mucchio selvaggio

Gennaio 1999

Dopo la lettura di Una banda di idioti non ci stupiamo più di tanto della storia che ha portato alla pubblicazione di questo libro:una pervicace vecchietta che riesce a imporre la lettura di pagine unte e disordinate di un voluminoso manoscritto – opera del figlio precocemente scomparso – ad un professore di letteratura. Pur con il rischio di un eccessivo schematismo non si può non paragonare questi soggetti ai protagonisti della farsesca e scintillante opera: l’immenso (non solo fisicamente) Ignatius J. Reilly e la sua dolce e isterica mammina. Ma il mondo descritto da John Kennedy Toole è un'invenzione incessante e originalissima: il capobanda è, ovviamente, il già citato Ignatius, enorme ed eterno fanciullone yankee, goloso, pigrissimo, inguaribilmente onanista, fisicamente rivoltante e con un immenso (ed ingiustificato) senso di autostima e supponenza che gli impedisce di relazionarsi in modo equilibrato con il resto del mondo. Pressato, invece, da un’esistenza solitaria, sprezzante e misogina e (come direbbe lui stesso) "altamente contemplativa della mancanza di geometria e teologia" della società americana. Insomma, un soggetto paranoico ed ossessivo con una visione della vita del tutto esclusiva, tracotante, sdegnosa e grottesca da cui si sprigiona una comicità irresistibile e beffarda, a cui si 
accompagna un lieve senso di malinconia. 
Un banale incidente d’auto e la conseguente richiesta di danni costringerà Ignatius ad uscire dalle quattro mura della sua fumettisticamente povera e minuscola casetta (nella quale convive con la mamma pensionata) per cercare un lavoro; questo il pretesto narrativo per condurci attraverso un’originale New Orleans e per farci incontrare gli estrosi personaggi ed i luoghi che la popolano. Dalla svampita signorina Trixie, collega del protagonista, alle manifatture Levy; dal "Gran Mogol della ristorazione" (in verità un modesto venditore di hot dog), al "negro" con il complesso della schiavitù, sino all’anarchica ed agguerrita Mirna Minkoff, perenne attentatrice delle virtù di Ignatius. La dimensione del lavoro conduce Ignatius attraverso percorsi mai esplorati: uomo affrancato dalla sua (ex) esistenza solitaria non conosce ostacolo né freno alle smanie di grandezza; ormai imbattibile e irrefrenabilmente entusiasta è alla ricerca di un rimedio per riordinare il mondo.
Ma la sfavillante galleria di soggetti, così come il diario e le insuperabili lettere del protagonista, non potrebbero apprezzarsi fino in fondo senza il senso di ironia, di comicità surreale e grottesca che pervade l’intera opera: un romanzo nella sua accezione più vera, dove la farsa si incrocia e, a volte, si sovrappone con la disgrazia: la realtà quotidiana osservata attraverso le lenti colorate e deformanti della fantasia e della originalità di un grande autore purtroppo ai più ignoto.
Francesco Dragosei
Il diario della settimana
Luglio 1998

Nella pur giovane letteratura americana si trova tutto un prezioso arcipelago di opere che, pur di valore, costituiscono come delle rotte segrete rispetto alle celebri isole dei Melville, dei James, dei Faulkner. Pesca alla trota in America di Brautigan, Time and Again di Finney (il creatore di Ultracorpi), Paura e disgusto a Las Vegas di Thompson. Una banda di idioti (in originale: A Confederacy of Dunces) è una di queste preziose isole minori meritevoli di un viaggio. John Kennedy Toole scrisse questo primo, unico romanzo negli anni Sessanta, per poi suicidarsi nel ’69, a trentadue anni. Dopo la morte la madre si sarebbe dedicata anima e corpo a cercare di trasformare il doloroso "ammasso di fogli unti" lasciatogli in un libro pubblicato: riuscendovi solo dopo anni di grandissimi sforzi. Padrone indiscusso dell’"isola" appartata lasciata alla letteratura da Toole è l’esorbitante Ignatius J. Reilly: trentenne disoccupato perpetuo, "petroliera rivestita di lana e di gigantesche mutante", con al posto un orologio con ritratto di Topolino e in testa un berretto da cacciatore dagli enormi paraorecchi verdi che non si toglie neppure quando va al cinema. Inoltre: Pantagruel divoratore di orribile junk food e altre schifezze, di dolciumi e bibite dolciastre, di dozzine di hot dog. Infine (se non bastasse): impegnato a masturbarsi "con l’abilità e il fervore dell’artista", a difendersi dalle flatulenze prodotte dai gas ingeriti, a "scrivere una lunga accusa contro il secolo". Attorno a siffatto protagonista, Toole piazza un manicomio di umani, quali una madre giudicatrice-killer e che aspira a spedire l’unico figlio in un ospedale psichiatrico, un poliziotto ridicolo che rimane chiuso nei cessi come l’ispettore Clouseau, il proprietario di una fabbrica di pantaloni (la Levy) che gestisce l’azienda in modo demenziale, 
un aiuto-contabile di ottant’anni che non si toglie la visiera verde neanche al funerale del fratello.Bene. Il caravanserraglio comincia. Ignatius trova un lavoro alla Levy, le cui procedure snellisce disinvoltamente gettando nel cestino interi schedari: O falsificando la firma di Levy su insultanti lettere ai clienti (esempio: "Egregio Signor Mongoloide..."). E riscuotendo la fiducia dell’incapace capo ufficio. Poi però esagera, organizzando una rivolta tra gli operai. Ma, licenziato, trova un lavoro da venditore di hot-dog (che raramente finiranno nello stomaco dei clienti). Eccetera. Il romanzo scivola piacevole tra incastri surreali, colpi di scena, incontri e reincontri che sempre di più ricordano le parossistiche "porte a sorpresa" del teatro di Feydeau. Naturalmente Toole non è Feydeau, né possiede l’economia e la rapidità del maestro francese. Fatale, dunque, che ogni tanto ci sia qualcosa di superfluo (vedi, specialmente, quella sorta di opera nell’opera che è il "diario di un ragazzo lavoratore"). In compenso, tra una risata e l’altra, riesce a parlare di non pochi problemi della società americana. Quali la paranoia comunista, lo sfruttamento dei neri, l’inebetimento consumistico, l’analfabetismo politico degli americani, il beota ottimismo emersoniano, l’omosessualità dell’esercito (se finalmente i militari riconoscessero la propria omosessualità – è la sua brillante teoria – non ci sarebbero più guerre, dal momento che "tutto verrebbe risolto nei cessi delle Nazioni Unite"). E, forse, è proprio qui la chiave della lunga penombra letteraria toccata a un romanzo che – coi suoi difetti – è sicuramente un grande primo romanzo.
Il titolo è una citazione dell’odiatore di uomini Jonathan Swift ("Quando nel mondo appare un vero genio, lo si riconosce dal fatto che tutti gli idioti fanno banda contro di lui"). Più che un riferimento alla divertente megalomania del protagonista, un presagio autoepitaffio scritto da Toole sul suo destino di scrittore.
Mariarosa Mancuso
Sette
Luglio 1998

Il romanzo preferito dall’eroe del Titanic torna in libreria. L’autore si uccise nel 1969 a trentadue anni perché nessun editore americano voleva pubblicarlo. Poi vinse il Pulitzer e diventò uno scrittore di culto. Ecco la sua storia.
Walker Percy, scrittore e insegnante di scrittura creativa, si trovò un giorno sulla scrivania un plico di fogli unti e quasi illeggibili. Glieli aveva portati, dopo un lungo assedio telefonico, la signora Thelma Toole, mamma di un giovane scrittore morto suicida. Era il 1976, e fu amore alla prima lettura. Più difficile convincere gli editori: prima che il romanzo di John Kennedy Toole fosse finalmente pubblicato passarono altri quattro anni. Nell’81, arrivò il premio Pulitzer. Intanto, era cominciato il passaparola dei lettori, che fecero subito di A Confederacy of Dunces un libro di culto. Tra gli appassionati, c’era Anthony Burgess, che lo aveva collocato nella sua personale hit parade, e c’è ora Leonardo DiCaprio.
Proprio in questi giorni, con il titolo Una banda di idioti, il romanzo torna nelle librerie italiane, edito da Marcos y Marcos (la bella traduzione è di Luciana Bianciardi). Torna, perché era già stato pubblicato da Rizzoli – con un titolo leggermente diverso: Una congrega di fissati – nel 1982. Ottima notizia per quei lettori che si passavano di mano in mano le ultime copie consunte e squinternate della vecchia edizione. "Ho divorato le 350 pagine del libro in un solo giorno", racconta Emanuele Lomazzi, libraio di Milano. "Ero alla Capraia, nell’89. Un amico, che a sua volta lo aveva avuto in prestito da un amico, me ne parlò così bene che era impossibile resistere". Vietato lasciarlo in giro: chi legge il romanzo non lo scorda più. E quindi il libro scritto negli anni Sessanta da John Kennedy Toole (nato nel 1937, si uccise con il gas di scarico dell’automobile a 32 anni, dopo aver collezionato rifiuti da tutte le case editrici americane) era ormai diventato un tormentone per i librai. Grazie anche a una segnalazione fatta da Enzo Iacchetti, che ne parlò in una intervista televisiva come del suo romanzo preferito. "Lo avevo letto per caso, prendendolo da uno scaffale", conferma il comico. "Mi piacque subito per la sua vena di follia, per la capacità di raccontare quel che di assurdo c’è nella società americana".
Del libro di culto, Una banda di idioti ha tutte le caratteristiche. A cominciare dal protagonista Ignatius Reilly, grasso come Oliver Hardy e combattente contro i mulini a vento come Don Chisciotte. Veste pantaloni informi, una camicia di flanella a scacchi e ha in testa un glorioso berretto di lana con paraorecchie e visiera. Vive a New Orleans con la sua mamma e non ha un 
lavoro fisso. In compenso, coltiva il suo punto di 
vista sul mondo, costruito a forza di pregiudizi e idiosincrasie. Come guida, ha scelto il filosofo medievale Boezio, da cui ricava massime e precetti. Per il resto, è in lotta perenne con tutti: odia i lavori che trova, la gente che incontra, i pittori della domenica, il cinema, la pubblicità, il cattivo gusto, il sesso, la psicoanalisi. Tutto, ai suoi occhi, manca di "teologia e geometria". E lui si incarica di mettere in ordine.Goffo e completamente ignaro delle conseguenze che le sue brillanti pensate finiscono per provocare, Ignatius è il distributore del sogno americano. Il suo capolavoro: combattere il militarismo infiltrando soldati gay nell’esercito. Ovvero, con parole sue, "Salvare il Mondo attraverso la Degenerazione". Occupati a organizzare feste e gare di eleganza, i neomilitari lasceranno perdere la guerra per dedicarsi alle orge.Solo contro le assurdità dell’esistenza, il nostro eroe è una via di mezzo tra il giovane Holden di Salinger e il Ferdydurke di Gombrowicz. Ma non si limita a riflettere. Passa subito all’azione. Con una lettera riesce a mandare in rovina un’azienda. Non disdegna neppure le piccole imprese a conduzione familiare: venditore di hot dog, litiga furiosamente con i clienti. Gli altri personaggi, dal negro Jones – Ignatius, bisogna dirlo, è la scorrettezza politica fatta persona – alla femminista Myrna Minkoff, che cerca di convincerlo a fare del sesso mentre lui proprio non ne vuole sapere, sono altrettanto memorabili.
John Kennedy Toole appartiene alla razza mai abbastanza celebrata dei romanzieri che non si risparmiano. Nel dubbio, preferisce abbondare. Meglio una storia di più che una di meno: al lettore non va dato un attimo di tregua. Se sentite qualcuno ridere mentre sta leggendo non ci sono dubbi: tra le mani, ha Una banda di idioti. A proposito, il titolo è preso da Swift: "Quando al mondo appare un vero genio, lo si riconosce dal fatto che tutti gli idioti fanno banda contro di lui". "Idiota" in inglese è "dunce" e anche dietro a questa parola c’è un episodio divertente. "Dunce" viene dal nome del grande filosofo medievale Duns Scoto: sottile e implacabile nei suoi ragionamenti, ebbe però il triste destino di lasciare in eredità alla lingua inglese un nuovo modo di dire "sciocco".
Ora il passaparola continua via Internet. Amazone, la più grande libreria on line, ospita sessanta giudizi entusiastici sul libro. "Tenetelo sul comodino, e se siete un po’ giù, leggetene qualche pagina. È molto meglio del Prozac", scrive un lettore. "Ma perché nessuno ha cercato di farne un film?", si chiede un altro, e suggerisce anche l’attore giusto per la parte: John Goodman, che abbiamo appena visto in The Big Lebowski dei fratelli Coen. Giusto, naturalmente, dopo John Belushi, che sarebbe stato un Ignatius perfetto.

Paolo Mauri
La Repubblica

giugno 1998

Se non mi ricordo male nell’edizione Rizzoli di qualche anno fa si chiamava Una congrega di fissati questo straordinario romanzo di John Kennedy Toole che adesso ritorna presso Marcos y Marcos con il titolo Una banda di idioti. L’autore si suicidò a poco più di trent’anni nel 1969 senza riuscire a pubblicare il suo libro. Fu la madre a non arrendersi, come racconta Walker Percy nella prefazione. "Una signora che non conoscevo cominciò a tempestarmi di telefonate… Voleva che leggessi il romanzo, piuttosto voluminoso, che suo figlio aveva scritto all’inizio degli anni Sessanta. Quando le domandai perché avrei dovuto leggerlo, mi rispose: perché è un grande romanzo".
La signora Thelma D. Toole non aveva torto: Una banda di idioti ruota intorno alla figura di un anti-eroe, Ignatius J. Reilly: un individuo disgustoso e insieme pieno di fascino, un cavaliere dell’apocalisse cascato nel bel mezzo

 

della civiltà dei consumi e consumatore egli stesso in modo abnorme di cibi. L’intera modernità è il bersaglio di Ignatius: un ragazzone coccolato dalla madre (autobiografia?) capace di stare a giornate nella vasca da bagno, un filosofo dedito alle prassi più stravaganti. Walker Percy conclude: Ignatius è una sorta di Tommaso d’Aquino ridotto in malora e trasportato a New Orleans. La valvola pilorica gli si chiude tutte le volte che riscontra nel mondo una "mancanza di teologia e geometria". Nel tempo mi è capitato di incontrare molti fan di Kennedy Toole e tutti lamentavano la fortuna episodica che il romanzo aveva avuto da noi. Ora ho scoperto da un rotocalco che un estimatore della Banda è addirittura Leonardo Di Caprio, l’interprete un po’ fumettoso del fortunatissimo Titanic. È proprio vero che, a cominciare dagli attori, non bisogna mai fermarsi alle apparenze. Chissà che cosa avrebbe pensato il sorprendente Ignatius di questa passione davvero insolita per un principe azzurro professionista. Attrazione dei contrari?
Ruggero Bianchi
Tuttolibri
settembre 1998

Il caso di Una banda di idioti di John Kennedy Toole ricorda sorprendentemente, per molti versi, quello di Il giovane Holden di J.D. Salinger. Opere, entrambe, di autori (quasi) esordienti e comunque alla loro prima esperienza nel campo della narrativa lunga. E scritte, entrambe, da artisti irrequieti e verosimilmente nevrotici, non disposti a campare sulla sinecura del loro primo successo. Conosciamo tutti, di Salinger, la scelta di centellinare i propri scritti e di difendere la sua scelta esistenziale, una sorte di coleridgiana morte-in-vita. Ma pochi sanno della fine di Toole, nato nel 1937 e suicidatosi nel 1969, a soli trentadue anni, lasciando alla madre il compito di trasformare in bestseller e in classico moderno un libro che forse non pensava di poter mai pubblicare e che, negli Stati Uniti, uscì grazie soltanto al parere autorevole (sebbene segretamente perplesso) del celebre critico Walter Percy, che firma anche l’introduzione all’edizione italiana.

Ma le analogie non si fermano qui. Sia Il govane Holden che Una banda di idioti pongono, fin dal titolo, grossi problemi alla bravura dei traduttori. Il primo alludendo, con la dizione originale di The Catcher in the Rye, alle figure del baseball e alle coltivazioni del mais; il secondo chiamando in causa, sotto la formula di A Confederacy of Duncies, la realtà di un Sud "confederato" nella guerra civile e l’indimenticato poema di Alexander Pope, The Dunciad (1728), un capolavoro satirico inglese del primo Settecento che nessuno oggi legge come nessuno oggi legge il Parini e, probabilmente, per le stesse ragioni. Come se non bastasse, ai due romanzi è toccata di fatto la medesima sorte in Italia. The Catcher in the Rye di Salinger, uscito nel 1952 nel nostro Paese con il titolo Vita da uomo (Casini editore, traduzione di Jacopo Darca), divenne un bestseller grazie alla nuova edizione di Einaudi del 1961 (trad. di A. Motti). A Confederacy of Duncies passò inosservato dal pubblico una quindicina d’anni fa, sebbene Luciana Bianciardi vincesse, per la sua traduzione oggi ripubblicata in altra cornice, il Premio Monselice 1983.

 

Claudia Bonadonna
Pulp
Settembre 1998

L’oscura fama letteraria, le alterne vicende editoriali, la vita breve, spasmodicamente disperata sotto la scorza di tranquillità borghese: cosa ha impedito a John Kennedy Toole di ascendere all’empireo degli scrittori maledetti, tormentati in vita e consacrati in morte? Probabilmente l’aspetto sano, di pasciuto e manierato ragazzo bianco del Sud, così poco conforme all’icona emaciata dell’artista tenebroso: i capelli corti, neri e lucidi di brillantina, l’espressione pacifica, a onta delle afflizioni interiori, maschera di mimetica consonanza al credo ottimista di inizio Sixties. Non ci ha lasciato testi di delirio esistenziale, Kennedy Toole. Ma un’esilarante farsa sul popolo di New Orleans e sui propositi profetici di un grasso e flatulente profeta-barbone. Perfino la sua nemesi storica non passa attraverso il culto di seguaci clandestini, ma dice grazie all’opera di una madre in guanti bianchi e cappellino che cerca con successo un editore per il genio che è convinta di aver allevato e che lo promuove post mortem al "Johnny Carson Show".
Tutto innegabilmente perfetto per il creatore della saga tragicomica di Ignatius J. Reilly.
A Confederacy of Dunces (Una banda di idioti nella recente traduzione di Marcos y Marcos, che tenta il rilancio italiano dopo il veloce tentativo operato da Rizzoli a metà degli anni ’80) prende il nome dalla nota massima di Swift secondo cui "quando nel mondo appare un vero genio, lo si riconosce dal fatto che tutti gli idioti fanno banda contro di lui". Il genio in questione è Ignatius J. Reilly, cappellaccio calato in testa, baffi unticci e ciccia fieramente tenuta a bada dalla flanella consunta di una gloriosa camicia a scacchi. Genio o idiota, dissacrante come Holden Caufield, ignaro come Forrest Gump, iroso e tenero nella sua supponente balordaggine, Ignatius attraversa indenne i quotidiani disastri che inopinatamente provoca nel tentativo di portare "teologia e geometria" nel caotico mondo di New Orleans. Scarabocchia appunti su un grande saggio di storia comparata che denunci agli uomini colti il corso degenerativo dell’America contemporanea; incrocia un’umanità varia, alta e bassa, colorata e chiassosa; e fugge infine alla volta di New York con l'amata-odiata ragazza di sempre, la battagliera e temibile Myrna Minkoff, mentre una banda di infermieri si appresta a tradurlo in un ospedale psichiatrico. La messinscena è grandiosa, un crescendo di situazioni e personaggi che si intersecano ad arte secondo i cicli boeziani di cattiva e buona sorte che Ignatius è solito citare a mo’ di rito apotropaico. Walker Percy, che di Toole sarà il primo estimatore extra familiare e primo editore, parlerà di "farsa tonante", di costruzione comica nel senso falstaffiano del termine. Di sospensione carnascialesca – diciamo noi – della logica comune. In questa vaudeville New Orleans si rispecchia tutta, città sincretica, mediterranea, con i suoi vicoli, i suoi vizi, le sue piccinerie piccolo borghesi, la tristezza crepuscolare e il gusto della risata da Mardi Gras.
Il bimbo John Kennedy arriva nelle esistenze di John Toole, un modesto commerciante di auto che un infarto cancellerà presto dalla scena, e della volitiva Thelma, un’insegnante di dizione ormai prossima ai quaranta, come inaspettata richiesta di riscatto dalla mediocrità delle loro vite di provincia. È il 1937. "Ken" cresce nella convinzione di essere un genio. I test scolastici sul QI gli danno ragione e il nostro percorre scuole inferiori e superiori con notevole celerità e malcelato distacco nei confronti dei suoi ‘normali’ compagni.
Dall’ambiente adulto che lo circonda e lo vezzeggia a casa, allontanandolo dai territori più disinvolti dell’adolescente comunità scolastica, lo salva l’innato umorismo, presto messo a frutto nella redazione del "Tulane Hullabaloo", il giornale scolastico per cui cura una rubrica satirica e una regolare striscia di fumetti. Ma il piccolo Ken è schivo e non ama essere popolare, per lui non c’è nessuna attività sociale, ma solo lunghe ore passate in solitudine a studiare da scrittore. Il suo primo romanzo lo firma a sedici anni. Il vivido e sentimentale The Neon Bible (non cercatene l’edizione italiana, quella precoce di Frassinelli è già nel limbo dei fuori catalogo) è una felice prova di stile che ritrae la vita di un adolescente del dopoguerra, David, recluso nella sua povertà e nel suo scetticismo, e i suoi sogni di gloria attraverso l’oltraggiosa zia Mae, il cui passato di attrice ha emancipato dalla bigotteria del villaggio. Un programmatico desiderio di fuga? Il tentativo comunque finisce rabbiosamente dimenticato in qualche cassetto 

nascosto, dopo aver partecipato e perso un concorso letterario. Il passo successivo è la Columbia University e la laurea in letteratura inglese: il futuro scrittore decide di foraggiarsi con l’insegnamento. Nel frattempo non disdegna alcuni lavori prettamente giovanili (con i quali anche Ignatius si troverà disastrosamente a fare i conti), venditore ambulante di hot dog, per esempio, e temporaneo fattorino presso un’industria di abbigliamento. L’università rappresenta a tutti gli effetti la prima avventura extra familiare del poco più che adolescente Toole, e gli apre le porte a nuove esperienze sentimentali. Ruth Lafranz è una sua vecchia compagna di scuola che ritrova in quell’ambiente finalmente estraneo, con lei condividerà gli studi e i suoi due anni di specializzazione a New York. 
 La bellicosa Myrna Minkoff le somiglia terribilmente. Ruth è la parentesi liberal di un cerimonioso romantico sudista che alla fine cede all’abitudine e torna alla sicurezza della carriera universitaria. Alla Southwestern Lousiana University Toole spenderà un anno intero trovando un bizzarro mentore nel collega anziano Bobby Byrne, il cui amore per la flanella e per i "berretti verdi da cacciatore con enormi paraorecchie" la dice lunga sulle origini di Ignatius. Ruth non lo seguirà, sceglierà New York e un altro amore. Il giovane e affranto Toole si consola, come tradizione vuole, arruolandosi in Marina. Ma alle eroiche gesta militari, oppone due anni – "miserrimi" a suo dire – di retroguardia, condannato a insegnare inglese alle reclute di lingua spagnola nella base di Puerto Rico. Il tempo gli è comunque utile per mettere mano alla magniloquente epopea della Confederacy, che conclude con ghiotta rapidità partendo poi alla ricerca di un editore. La ricerca che si rivela vana e si protrae infruttuosa anche dopo l’ennesimo ritorno a casa, alla normalità dell’impiego dottorale, questa volta al St. Mary’s Dominican College, a pochi isolati dall’onnipresente e ansiosa madre. Il rifiuto finale della Simon & Schuster, dopo una serie di interminabili rinvii e revisioni, getta Toole nella disperazione. La sua brillante carriera d’autore è stata stroncata sul nascere e il genio abituato ai successi accademici preferisce archiviare definitivamente l’impresa piuttosto che incorrere in altre cocenti e umilianti delusioni: The Confederacy of Dunces è destinato insieme alla precedente prova giovanile a prendere polvere in qualche remoto angolo della sua camera. Toole diventa sempre più inquieto, si sente sotto assedio, sospetta visionari complotti ai suoi danni. È il gennaio del 1969 quando abbandona improvvisamente il suo impiego. 
Parte, guida convulsamente senza meta. Nell’ultima lettera spedita ai genitori scrive di stare andando in visita da comuni amici nella vicina Lafayette. Lo ritrovano due mesi più tardi nei pressi di Biloxi, poco oltre i confini del Mississippi. È chiuso nella sua vecchia auto, soffocato dai gas di scarico che ha convogliato nell’abitacolo con un consunto tubo di gomma. Ha appena compiuto trentadue anni. Del contenuto del biglietto lasciato ai posteri al momento della morte non sapremo nulla: la madre, nume tutelare del buon nome di famiglia, provvede subitamente a distruggerlo. Poi si vota alla costruzione del mito.
Nel 1976 Thelma Toole è già una gentile ma irremovibile vecchietta quando approda alla cattedra di Walker Percy, filosofo, scrittore, nonché insegnante presso l’università di Loyola, con il suo mucchietto di fogli manoscritti e unticci che, ancora una volta, troppo ricordano gli appunti di Ignatius. È invece la copia autografa della Confederacy, che finisce per incantare il dubbioso Percy e convincerlo alla pubblicazione.Il successo dell’impresa rende giustizia postuma al suo autore: i lettori lo amano e continuano ad amarlo (è tutt’oggi nella lista dei long sellers americani), l’accademia lo onora del Pulitzer (nel 1981), gli altri scrittori lo omaggiano di bizzarri tributi (ultimo in ordine di tempo Managing Ignatius di Jerry Strahan, curioso romanzo di vita di un venditore ambulante di salsicciotti nel quartiere francese di New Orleans). Brilla di luce riflessa anche The Neon Bible, malgrado la pubblicazione tardiva – nel 1987 – a conclusione dell’asperrima battaglia legale tra il veto testamentario di mamma Toole, preoccupata di corrompere la gloria filiale con una misconosciuta opera giovanile, e la volontà di diffusione degli eredi. Brilla persino sul grande schermo, grazie all’omonima riduzione cinematografica di Terence Davies e al volto autorevole di Gena Rowlands nei panni di zia Mae.
"Oh Fortuna, io sono legato alla tua ruota – pregava Ignatius. Non schiacciarmi tra i tuoi raggi, ma elevami in alto, o divina!". Dopotutto la dea bendata ha esaudito il suo devoto.
Marco Montanaro
www.lettera.com

05 marzo 2009

Un ciccione dall'etica e sapienza medievali a contatto con il secolo più improbabile della storia, in una città imbellettata dal neon e dai rosari: la farsa-commedia di J. K. Toole è esplosiva.


Una banda di idioti: New Orleans Vaudeville

Ecco qui Ignatius J. Reilly [...] che, in camicia da notte di flanella, lancia invettive contro l'era moderna dalla sua stanzetta di Constantinople Street a New Orleans, riempiendo dozzine di quadernetti fra gigantesche flatulenze ed eruttazioni. [...] Ignatius intraprende una serie di lavori che lo porteranno a vivere avventure pazzesche fino al più completo disastro; eppure, proprio come in Don Chisciotte, ognuna di esse ha una sua logica, anche se astrusa. (Dalla nota introduttiva di Walker Percy)


In fondo i libri, nel migliore o peggiore dei casi, sono come le paludi: cominci a sprofondarci lentamente, ma solo a un certo punto gridi aiuto ("ehi, questo libro è davvero speciale!" oppure "ehi, perché diavolo ho cominciato a leggerlo?"). E' andata così con Il giovane Holden, a cui ho trovato un senso solo dopo pag. 50, e che per fortuna non ho mollato prima. Così, dopo Salinger, finisco col dare sempre un po' di tempo a ogni libro, fin quando non sento che l'universo che si è venuto a creare pagina dopo pagina non mi ha finalmente circondato e preso in ostaggio. Insomma, ogni storia richiede dei tempi per circuirti, corteggiarti, ma ti sta già alle costole da un po', e il momento in cui ti senti calato di colpo in un altro mondo non è propriamente un momento: è un lavoro paziente frutto di molte pagine.

Comunque, a proposito di Una banda di idioti di J. K. Toole il discorso è esattamente da un'altra parte. A pag. 3 sei già a New Orleans nelle vite dei personaggi di questa farsa/vaudeville su un secolo idiota come il '900. E' tutto merito del ritmo e della narrazione invisibile dell'autore americano: ogni personaggio ha il suo leitmotiv, ogni scena o dialogo ha un sapore specifico e gli incontri/scontri tra personaggi e situazioni sono il nocciolo fondamentale della questione.

Chissà se si tratta di un romanzo geniale: spesso per essere geniali bisogna esser morti. E Toole si suicidò prima ancora che il suo manoscritto arrivasse sulla scrivania di un editore pronto a stamparlo grazie all'ostinazione di sua madre. Di certo il personaggio di Ignatius Reilly, ciccione pedante, pesante, dal sapere enciclopedico con la fissa per la teologia e la geometria medievali (che - come dargli torto - mancano all'appello nel secolo breve) è indimenticabile. Coi suoi baffi, il cappello verde da cacciatore che attira guai (segno che la Ruota della Fortuna di boeziana memoria gira male) e quella sua valvola pilorica che, occludendosi, gli impedisce di ruttare e scoreggiare, paralizzandolo, Ignatius pasticcia nella New Orleans degli anni '60. 

 

 

Città poco americana (le precise - e mai eccessive - descrizioni di Toole ne fanno un posto piuttosto mediterraneo, pieno di riferimenti religiosi e vecchiette che spettegolano sull'uscio di casa), in qualche modo paragonabile alla stessa valvola pilorica di Ignatius: perennemente impantanata, luogo di dannati e personaggi incapaci di trovare una qualsiasi collocazione razionale. Dalla mamma di Ignatius, Irene Reilly, con cui il protagonista divide casa e disavventure - proprio per pagare un danno provocato da lei, il nostro comincia a lavorare, combinandone di tutti i colori e mettendo in moto la farsa - fino alla spogliarellista Darlene che vorrebbe mettere su un numero col suo pappagallo nel locale della 'nazista' Lana Lee, passando per il negro e fumoso Jones, in cerca di un lavoro e di un sabotaggio; fino al tragicomico sbirro Angelo Mancuso e alla Levy, famiglia produttrice di pantaloni divisa tra il distacco del padre e il finto filantropismo della signora, disposta a parlare solo a patto di "lasciar fuori da questa discussione il mio lettino massaggiatore".
Senza dimenticare l'amore più scombussolato che si sia mai visto: il ciccione Ignatius ha una corrispondenza con la sua vecchia fiamma Myrna Minkoff, attivista per i diritti civili a New York. Lui, cattolico fondamentalista (odia il papa e la chiesa moderna, oltre che - ovvio - il sesso) vuol solo far crepare d'invidia lei, convinta invece che solo la liberazione sessuale possa migliorare le vite degli uomini. Ma i due, lo giuro, si amano. Altrimenti non si spiegherebbero i moti di rivolta organizzati da Ignatius: la Crociata per i Diritti dei Mori nella fabbrica dei Levy (con tanto di croce piantata in ufficio) e la rivolta dei travestiti del quartiere francese (mentre lavora come venditore di hot dog).
E' un romanzo corale, questo, in cui spicca soprattutto New Orleans, e forse l'incapacità di prendersi sul serio dei posti del sud in genere; ma è un azzardo. Di sicuro mi permetto di dissentire dallo Stefano Benni della prefazione che vede in Ignatius un genio, di quelli che portano gli altri a far banda contro di sé (citazione di Swift riportata nel risvolto di copertina): Ignatius è soprattutto paranoico, manipolatore, bugiardo, un pasticcione tenero, a suo modo, schiavo del rapporto con la madre e orfano di un cane a cui non si voleva dare la giusta sepoltura. Ma pur sempre un personaggio improbabile e farsesco, che - per quanto il finale... - viene risucchiato dal vaudeville messo in scena con gran ritmo da John Kennedy Toole.
Per la precisione, sul ritmo: si ferma un po' a metà, rallenta, infine riparte e, quando finisce, ti mancano un po', quelle dannate paludi.

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