CHARLES WILLEFORD
Tiro mancino


Recensioni

 

la Repubblica
marzo 2005

 

Il Sole-24 Ore
febbraio 2005

 

iltempodileggere.com
aprile 2005

 

Pulp
maggio 2005

 

Maurizio Marsico
Pulp

maggio 2005

Viva Hoke, investigatore della Omicidi con dentiera, homesitter itinerante, ragazzo (si fa per dire) padre, neodivorziato, collega di una poliziotta cubana incinta (Ellita Sanchez) nonché coinquilino della stessa. In questa penultima puntata della saga willefordiana, Hoke schiatta per lo stress. Una mattina collassa sulla sdraio e torna a casa da papà. Non vuole più saperne, né di crimini né di casi irrisolti – preferisce piuttosto fare il portinaio in una proprietà di famiglia in canottiera e boxer da bagno. Peccato, però, che i delitti non dormano mai e i piani criminosi idem. Così, nell’inconsueta struttura di questo romanzo, convivono due racconti paralleli che convergono (solo) nel gran finale, quasi casualmente. Da una parte c’è la cronaca dell’esaurimento psicofisico del sergente Moseley (e relativa riabilitazione) seguita passo passo, mentre contemporaneamente 

 

scorre tutta un’altra storia che incrocia le vicende del Nostro (soltanto) nelle ultime pagine del libro.
Tiro Mancino
è un libro in cui, per la prima volta, l’amato Hoke è più figura di contorno che vero protagonista (perché a dire il vero, anche nel finale funge da comprimario), scalzato dal piedistallo narrativo da tal Stanley Sinkiewicz, l’arzillo pensionato che, accusato erroneamente di pedofilia, diventa "rapinatore per caso" dopo aver incontrato al gabbio il luciferino Troy Louden che lo traghetta nel lato oscuro della vita. Thriller senza thrills (che se fosse un film ci vorrebbero due schermi, e che in un solo tomo sta un po’ stretto) Sidewipe, questo il titolo originale, sembra non decollare mai proprio a causa di questo artificio narrativo a tratti meccanico a tratti dispersivo. Ma per molti resta un capolavoro assoluto. Personalmente crediamo, invece, che l’apice dell’arte di Willeford sia espressa al meglio proprio nel precedente Tempi d’oro per i morti, perfetto da ogni punto di vista: ritmo, scenari, dialoghi, soggetto.
Comunque lamentarsi non è bello: è pur sempre quanto di meglio si trovi oggi in circolazione.
Pasquale Bottone
iltempodileggere.com
aprile 2005

 

"Tiro mancino"  è considerato il capolavoro di Willeford, il romanzo in cui le avventure dell'anticonvenzionale quanto efficace sergente della Omicidi di Miami, Hugh Moseley, raggiungono i loro momenti, sia per quello che riguarda lo stile narrativo che l'intreccio stesso delle storie, più compiuti e di felice ispirazione. Per il dinamico sergente 

Moseley non sarà facile avere a che fare con un  criminale scaltro come Troy Louden, lo scontro tra i due sarà molto impegnativo per entrambi, e a tutto a vantaggio del ritmo e della suspance. Tutto parte da un qui pro quo molto imbarazzante per un pensionato della Florida che viene notato a contatto con una ragazzina di dieci anni piuttosti disinibita ; ma l'anziano uomo era ben lungi dal volere insidiare la bambina, è solo l'apparenza della situazione a lasciar  credere chissà cosa. Non sarà facile, comunque,  convincere la moglie della sua innocenza e capiterà di non potere  fare a meno di avere a che fare con il potente Troy. Lettura di grande piacevolezza.
Leonetta Bentivoglio
L'Almanacco dei libri
La Repubblica
marzo 2005

Perdutamente cinico e immune da romanticismi chandleriani, il detective Hoke Moseley si muove con ombroso disincanto negli scenari dell'America anni '80.
Gli sfondi delle sue storie sono dipartimenti di polizia unti e fumosi, centri commerciali attraversati da casalinghe di consumismo ripugnante, residence affollati di immigrati ispanici con grappoli di figli, spiagge sporche di lattine e battute dai venti dell'oceano.
Nella sua Miami umida e selvaggia si parla solo di cibo e di sesso, e ogni uomo, a dover scegliere tra la macchina e la moglie, non esisterebbe a mollare la seconda.
In questo clima pare del tutto naturale che la figlia adolescente di Hoke, gravemente anoressica, vada a vomitare nei cespugli dopo ogni pasto.
Così come appare normale che Stanley, pensionato dai trascorsi immacolati, che ha

dato la propria vita alla Ford, ovvero al "volto indifferente del capitalismo", e non farebbe mai male a una mosca, venga accusato di pedofilia perché una bambina di otto anni, abituata a farsi pagare dai vecchietti, gli ficca la lingua in bocca e si sfila le mutande mentre lui fa la siesta in veranda. Stanley si ritrova in galera con Troy, superbo concentrato di violenza deliberata e magnetica, che lo coinvolge in una rapina goffa e sanguinosa, conclusa da un massacro trionfalmente pulp.
Sono loro, il detective in crisi di mezza età Hoke, il criminale psicopatico Troy, e il povero vecchio Stanley, a cui nessuno, prima di Troy, aveva mai voluto bene, gli eroi di Tiro mancino , noir travolgente e desolante dell'americano Charles Willeford, scrittore dalla vita sbandata e balorda (morto nell'88) e autore di culto di Tarantino, che considera la sua saga in quattro libri su Hoke Moseley
( Tiro mancino è il terzo) come un vertice nel genere "crime fiction".
In effetti la sua prosa è geniale nel disegno puntualissimo dei personaggi e nel gioco vivido e appiccicoso delle atmosfere.
E il suo linguaggio sboccato e immaginifico ha la cupezza ritmica e avvolgente di un blues.
Laura Grimaldi
Il Sole-24 Ore
febbraio 2005

La fortuna di conoscere un criminale


Terminata la lettura di "Tiro mancino" di Charles Willeford ci si chiede se un romanzo sbagliato può risultare alla fine un romanzo straordinario e si ha la sensazione di poter rispondere di sì. Dopo aver atteso con impazienza, per molte pagine, che la storia dia un qualche segno di dinamismo o che l’autore fornisca almeno un’indicazione del tipo di trama che intende svolgere, il lettore si lascia intrappolare nella rete di una narrazione ipnotica, dilatata, che gradualmente lo fa sentire interno ai fatti, personaggio fra i personaggi, e scopre che appunto questo il libro di Willeford vuole essere, una galleria di personaggi scrutati con attenzione quasi maniacale. In altri termini, il racconto non solo di ciò che l’uomo è, ma anche di quello che può diventare, malgrado se stesso, se mosso da qualcosa di sufficientemente forte. È u n po’ la scuola di Georges Simenon: "Non occorre trovare una storia, ma semplicemente degli uomini, degli esseri umani, nella loro cornice, nel loro ambiente, la spinta che li mette in moto.... E il personaggio di romanzo andrà fino al limite di se stesso. Il ruolo del romanziere è di metterlo in condizioni tali che vi sia costretto".
È quello che scopre a proprie spese il vecchio Stanley, ultrasettantenne che si gode la meritata pensione seduto su una sedia a dondolo sotto il portico di casa, in Florida, quando una bambina di otto anni gli salta in braccio e lo bacia sulla bocca per poi togliersi le mutandine e chiedere, a pagamento dell’intera operazione, cinque centesimi, la stessa cifra che le danno i vecchini giù al parco per vedere le sue cosette intime. Nel giro di un paio d’ore Stanley si trova sbattuto nella stessa cella di Troy, un giovane rapinatore che gli "strizzacervelli"

 hanno dichiarato psicopatico con tendenze criminali. Troy si prende cura di lui, e a suo modo gli dimostra una certa considerazione.
Quando esce, scagionato dal padre della bambina, Stanley scopre che la moglie l’ha piantato in tronco e si trova in una casa deserta, sperduto nella solitudine, e il giorno in cui Troy, anche lui libero, arriva a proporgli di seguirlo a Miami, accetta senza pensarci sopra due volte. Troy ha raccattato come complici della rapina che ha nella testa – e che arriverà, dirompente- anche una ex spogliarellista dalla faccia sfigurata da un innamorato geloso e un pittore "non rappresentativo" totalmente incapace di dipingere.
Di questa piccola corte dei miracoli Willeford ci racconta tutto, dai vestiti che indossano a ciò che mangiano, dai tic che li contraddistinguono alle virtù, sia pure scarse, che posseggono. E ce lo racconta con quella che le scuole di scrittura definiscono "doppia trama": i capitoli pari riservati alla raccogliticcia banda capeggiata da Troy e i capitoli dispari a Hoke Moseley, poliziotto quarantacinquenne in crisi d’identità che vorrebbe lasciare la polizia per ritirarsi su un’isola.Charles Willeford ha conosciuto i favori della critica solo dopo aver scritto sedici romanzi, tre collezioni di poesie e due saggi autobiografici. Nato nel 1919 e rimasto orfano a otto anni, passa l’adolescenza tra l’orfanotrofio e l’abitazione della nonna. Sedicenne, scappa di casa per andare ad arruolarsi, e si toglierà la divisa solo quando sarà avanti con gli anni, per prendere una laurea in letteratura americana che gli aprirà la strada dell’insegnamento, al quale si dedicherà fino al 1998, anno della sua morte.È innegabile che nei suoi libri Willeford esprima un’angst profonda, se non addirittura una sorta di nichilismo, come hanno scritto alcuni critici, ma è altrettanto vero che è capace di un’ironia a tratti bonaria anche quando ci mette di fronte alla follia umana.
Certo che ama descrivere gli psicopatici e che lo fa con grande maestria, perché deve averne incontrati parecchi, se dopo aver passato la maggior parte della vita nell'esercito ha detto: "Una buona metà degli uomini che si incontrano sotto le armi sono psicopatici. Esistono molti punti in comune fra la popolazione carcerarie e quella militare. È così che ho conosciuto tanti uomini come Troy".

Tiro mancino

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