HEINRICH BÖLL
Termine di un viaggio di servizio


Recensioni 

 

Alias “Il Manifesto” 
settembre 2007

LibriNuovi
settembre 2007
sepanet.it
aprile 2007
La Repubblica
febbraio 2007
Giulio Artusi
LibriNuovi
settembre 2007

Germania Federale, anni Cinquanta.
Al termine di un viaggio di servizio una jeep dell'Armata federale (Bundeswehr) viene allegramente data alle fiamme.
Autori del sabotaggio un giovane militare e suo padre, un falegname. Uomini apprezzati e stimati nella piccola comunità dove vivono.
Oscuri i motivi del gesto e inevitabile il processo.
Senonché un processo per un fatto apparentemente tanto banale può rischiare di assumere contorni politici, tanto è vero che i potenti locali e gli immancabili politici si adoperano perché la stampa non gli dia più spazio di quello che si dedica a un evento marginale avvenuto in provincia.
Questo il quadro che si presenta al lettore, chiamato a ricostruire, attraverso le testimonianze e la descrizione dei piccoli fatti di una cittadina renana, i motivi dell'atto vandalico.
Gruhl padre, eccellente falegname, vedovo di poche parole e uomo profondamente allergico alla retorica non rivendica nulla e non proclama. Si limita a descrivere il suo gesto senza alcuna sovrainterpretazione, mostrando soltanto una sorniona soddisfazione che ha il dono di far saltare la mosca al naso al pubblico ministero. Il processo si allunga, l'esame dei testimoni della difesa e dell'accusa viene condotto con un impegno degno di ben altri reati.

L'aula del tribunale della piccola città diviene così il palcoscenico sul quale sfilano le piccole miserie e i grandi momenti della storia del XX secolo, una rappresentazione della quale Böll è attentissimo e graffiante regista.
L'autore affida al falegname Gruhl, anarchico nichilista suo malgrado (oggi diremmo black bloc), il compito di dimostrare l'intrinseca e connaturata stupidità delle strutture politiche, la loro cecità e incapacità di applicare all'individuo reale un corpus di leggi basate su principi astratti. Un compito che il personaggio di Böll, con il suo pacato e stralunato gusto per l'assurdo e l'incongruo, riesce perfettamente a condurre a termine.

Pubblicato nel 1966, cinque anni prima di Foto di gruppo con signora, Termine di un viaggio di servizio è un romanzo che le recenti vicende politiche italiane rende di impressionante attualità. Lo scontro fatale tra un abile e stimato artigiano e una macchina statale cieca e idiota sembra riproporre altri scontri e altre polemiche più che mai vive nell'Italia di questi anni. Ma Herr Gruhl non è un teorico del separatismo fiscale o un evasore incallito ma soltanto un uomo con la sua storia e i suoi ricordi che pretende che il moloch statale riconosca la sua unicità ed eccezionalità, al pari di quella di tanti suoi simili.
Una rivendicazione alla quale è difficile opporre motivi sensati e che forse, almeno in parte, rappresenta una delle radici del sentimento antipolitico che agita il Nord italiano.
Giuseppe Dolei
Alias “Il Manifesto” 
settembre 2007

LA SUA CONCRETEZZA ANCORA COSÌ NECESSARIA

La ristampa di Termine di un viaggio di servizio (Marcos y Marcos, pp. 251, euro 15,00 ), il romanzo di Heinrich Böll apparso nel 1966 e tradotto in italiano da Marianello Marianelli e Marlis Ingenmey (Bompiani 1972), ci riporta al clima degli anni del miracolo economico tedesco, e alla polemica che infuriò e divise gli animi intorno al valore dello scrittore renano. Era da considerarsi un autore ancora attuale, come il conferimento del premio Nobel (1972) sembrerà confermare, oppure un sopravvissuto della «letteratura delle macerie», nella quale aveva fatto il suo esordio: Il treno era in orario (1949), Viandante se giungi a Spa (1950), Dov’eri, Adamo? (1951), Casa senza custode (1954)?
Marianelli, insieme con la Ingenmey qui valente traduttore di Termine di un viaggio di servizio, non ha mai fatto mistero delle sue simpatie per questo «tedesco insonne», di cui non a caso ha magistralmente tradotto alcune delle opere più significative, come Diario d'Irlanda (Mondadori 1961), Biliardo alle nove e mezzo (Mondadori 1962) e Racconti umoristici e satirici (Bompiani 1964). Ma non c'è più. Marianelli non ha solo rivendicato a Böll la sua funzione di indefesso moralista, il profilo di «eretico cristiano», che non ha mai risparmiato alla religione il compito di sporcare la sua genesi celeste fra triboli di un'umanità umiliata e offesa. Egli ha pure difeso il suo Böll nel lato più debole, in quello strumento linguistico che tanto irritava i tedeschi, insofferenti di una prosa sorpassata e quasi lagnosa. Per Marianelli invece tale linguaggio, «un volgare assai poco illustre, una lingua prostituita»ha la sua ragion d'essere nella musa popolare di Heinrich Böll, nella sua cocciuta esplorazione del moderno «pandemonio germanico», nella faccia nascosta della storia tedesca ufficiale, che viene cercata fra «le tradotte, le retrovie, gli ospedali, le case senza custodi, gli arrivisti e i nazisti di sempre, tutti padri illusi e figli delusi del miracolo economico» (così in La Nazione del 4.10.1979). E questa musa, secondo il critico Marianelli, possiede anzi la sua più alta virtù nel rifiuto di vezzeggiare col nichilismo e di trasferire le colpe della Germania sul conto del «disinganno universale».
E oggi? Qual’è il rapporto del lettore con i libri del moralista di Colonia, già morto da più di vent'anni? Si direbbe che il tempo abbia acuito il contrasto qui delineato, e che Böll continui a suscitare reazioni emotivamente antitetiche. Certo, la prosa vorticosa di Grass, quella calligrafica di Handke o i costrutti sinfonici della migliore Corista Wolf hanno evidenziato ancora più fortemente lo stile cantilenante di Böll, il suo sapore regionale che quasi non riesce a staccarsi dal Reno e dal Duomo di Colonia. Ma per converso la fuga generalizzata dall'ingrata realtà di fine secolo e del nuovo millennio, la tentazione di arrendersi ai più fertili territori del nichilismo o di ubbidire al richiamo profondo del misticismo hanno reso veramente salutare la lezione del realista Böll: meglio essere l'autore della piccola gente, come spesso gli è stato rimproverato, che volgere altrove lo sguardo e intraprendere il cammino che porta alla nostra interiorità, giustificando la nostra latitanza «col disinganno universale».
Böll non latita mai, anche a costo di scrivere un romanzo mediocre come Assedio preventivo (1979)pur di non chiudere gli occhi sul fenomeno del nascente terrorismo. Dev'essere stata la nostalgia per la concretezza bölliana a spingere la casa editrice Marcos y Marcos a ristampare Termine di un viaggio di servizio, che non è proprio tra i romanzi più riusciti di Heinrich Böll. Come ebbe a notare Luigi Golino (Paese Sera del 28.7.1972), la materia del romanzo si presta meglio alle 

dimensioni di un racconto lungo. Lo scrittore la diluisce invece in 250 pagine, uscendo continuamente dal tracciato narrativo per intesservi un fitto pettegolezzo provinciale atto a restituirci la fisionomia della piccola borghesia renana. È fuori di dubbio che sono molte le pagine felici che illuminano la personalità di giudici, avvocati, albergatori, parroci e di tutta la schiera dei testimoni e spettatori del processo-evento. Ma è altrettanto indubbio che l’ironia bonaria o cattiva dello scrittore lo conduce spesso fuori strada, a inseguire conversazioni o illazioni, a investigare i piccoli difetti di personaggi minori, a tutto scapito dell’azione principale. E tuttavia credo  che il romanzo eserciti ancora una forte attrazione per la consonanza che c’è tra il tema trattato e la situazione politica dei nostri giorni. Nei quali il volto della politica è diventato sempre più ambiguo, indecifrabile per la gente comune, ma oscuro anche ai cosiddetti esperti. Ne deriva che in politicis l’illazione prende il posto dell’analisi, e anche le istituzioni perdono la loro trasparenza.
Il dilemma centrale su cui ruota il processo intentato ai due artigiani Gruhl (padre e figlio) è il seguente: l’azione di cui essi sono rei confessi deve considerarsi un atto di protesta antimilitarista o frutto di un’invenzione del loro estro artistico, e dunque essere derubricata a «happening»? Al fine del servizio militare il giovane Gruhl viene incaricato dai superiori di portare a spasso una jeep in modo che il suo contachilometri raggiunga quota 5000, cifra necessaria perché i mezzi militari superino la prevista ispezione. Gruhl però, dopo aver fatto visita al padre, insieme con lui dà fuoco all’automezzo. Non solo. Grazie a ingegnosi procedimenti, i due riescono anche a ottenere un musicale scoppiettio e, come confermano gli entusiasti testimoni, recitano litanie davanti alla fiamma. Georg Gruhl protesta in tal modo contro «il nulla assoluto, il perenne girare a vuoto della vita militare» (p. 182). Naturalmente, il tentativo di spacciare per opera d’arte l’incendio di una jeep non gli riuscirebbe, se il suo umano desiderio di salvezza non fosse sostenuto in alto loco: per motivi che restano oscuri, altrove è stato deciso di non dare pubblicità al processo, di minimizzare ogni cosa e di evitare l’intervento della stampa.
Attraverso questo attualissimo stratagemma (l’intervento oculato del potere che neutralizza in primis l’azione della stampa) Böll si diverte a smascherare tutta la gamma degli espedienti cui fa ricorso chi comanda. Non gli interessa la determinazione precisa di chi detiene il comando. L’essenziale è mettere a nudo la metodologia del potere, l’inganno con col quale esso crea il clima di equivoci necessari a gestire il rapporto con i governanti. Qui Böll smaschera le malefatte e si diverte a farlo. Se la giustizia piange, l’ingiustizia non ride. Nemmeno i potenti e i prepotenti hanno vita facile. Anch’essi sono soggetti a patemi d’animo e sono costretti, con vivo plauso del cristiano Böll, a scadere nel ridicolo. Per sostenere che bruciare un automezzo militare costituisce solo un reato di «danneggiamento e disturbo della quiete pubblica»la giustizia ufficiale deve arrampicarsi sugli specchi. Un tenente spiega al giudice che al momento della bravata Gruhl «era de facto un militare, de jure un civile» (p.201). Per un errore di conteggio infatti gli era stata computata una licenza ordinaria di 4 giorni, mentre il militare aveva già maturato il diritto al congedo. Non manca nemmeno la divertente testimonianza del prof. Büren, storico d’arte. Costui, dopo aver appreso dall’imputato in che modo fosse riuscito ad ottenere gli effetti musicali che si accompagnavano all’incendio della jeep, non esita a definire quell’accadimento «un’opera d’arte di alto livello, non pentadimensionale ma a cinque muse, pentamusale (architettura, scultura, letteratura, musica e danza)» (pp. 213-14).
La giustizia, del dagli occhi bendati, si sdoppia così lungo tutto il romanzo in un anelito insopprimibile che muove i giusti a invocarla anche quando viene ignorata, e nella parodia che ne fanno i potenti che l’assoggettano ai loro fini di parte.
Sergio Palumbo
sepanet.it

aprile 2007

Birglar è un paesino della Renania dove la vita ha i ritmi lenti e monotoni della provincia, con i suoi personaggi anonimi o grotteschi e le loro storie di quotidiana banalità. Il processo che qui si celebra pare anch'esso di sconcertante banalità: un giovane, durante il periodo di leva, al termine di un viaggio di servizio ha dato fuoco all'automezzo militare con l'ausilio del proprio padre. Non ci sarebbe motivo di stupore se il gesto avesse avuto una motivazione plausibile, di lucro o di altro intento criminale. Ma i due, peraltro rei serenamente confessi, sono noti a tutti per onestà e trasparenza morale, come attestano tutti i compaesani chiamati a testimoniare. Tra questi pittoreschi personaggi, magistralmente resi con i loro tic e le loro piccole manie, c'è il vecchio parroco al quale non sfugge la "ratio" ultima dell'accaduto, che egli espone con la calda condivisione di un uomo di chiesa superiore ad ogni bigottismo conformista. Ma questa e altre simili testimonianze non sono gradite in alto loco, dove invece si vuole minimizzare il caso e chiuderlo al più presto possibile, senza infierire sui colpevoli. Perché? Perché indagare sul gesto 

 

dei due - compiuto non a caso cantando e brindando, per cui uno strano perito parlerà dell'incendio effettuato come opera d'arte pentamusale, poiché coinvolgerebbe architettura, scultura, letteratura, musica e danza - significa esplicitarne il senso liberatorio e simbolico nei confronti dell'assurda insensatezza della vita militare, che isterilisce ogni idealità e stimolo creativo e infine annichilisce la personalità. Così due geniali mobilieri (tali sono padre e figlio), già costretti ad avvilire la propria creatività per colpa di un'esosa e spietata fiscalità, sperimentano nell'Esercito la più grave mortificazione della propria professionalità e dignità. Basti pensare che i "viaggi di servizio", cui il giovane è costretto, servono solo a raggiungere il chilometraggio prescritto perché il mezzo si presenti in regola all'ispezione di rito, con insensato dispendio di energie e pubblico denaro. Inutile dire che il processo si concluderà tranquillamente, con una condanna poco più che simbolica, purché non si faccia chiasso. La forte carica polemica implicita nella vicenda contrasta con l'ostentata bonomia, talora perfino frivola, del tono narrativo e da ciò scaturisce la tagliente ironia del romanzo, che bolla implacabilmente ogni fanatismo e formalismo istituzionale, che spengono ogni libera espressione dell'umano.

Vanna Vannuccini
La Repubblica
febbraio 2007

Il falò e la memoria della guerra

Un giorno in pretura, nella cittadina renana di Birglar. Un caso curioso, che potrebbe perfino apparire un atto di sabotaggio, su cui avrebbe competenza il tribunale militare. Ma il rinato esercito tedesco ha un passato da far dimenticare, troppi scheletri nell’armadio. Meglio minimizzare. Evitare ogni pubblicità, tener lontani i giornalisti, togliere all’accaduto ogni sospetto di ribellione contro l’autorità, se non addirittura di sprezzo per la Bundeswehr. Tanto più che i due imputati, padre e figlio, non hanno certo l’aria dei sabotatori. Johann e Georg Gruhl di Huskirchen sono esperti falegnami. Ma da un po’ di tempo gli affari andavano male, per questo Johann aveva cominciato a non registrare più alcune entrate; la faccenda era subito saltata agli occhi della Finanza con relative ingenti multe; e così aveva accumulato un grosso debito nei confronti del fisco, che minacciava pignoramenti. A quel punto non ci sarebbe stata altra via che andare a lavorare nell’industria, ma Gruhl si era rifiutato di farlo, proclamando che intendeva restare un uomo libero. La situazione era ulteriormente peggiorata quando il figlio era stato richiamato per il servizio militare.
Ormai la leva è quasi finita e come ultimo compito prima del congedo Georg ha l’ordine di guidare a caso una jeep della Bundeswehr fino a raggiungere il chilometraggio necessario per il Tuv, l’ispezione obbligatoria. Invece di girare a caso Georg torna a casa. Padre e figlio prendono la jeep, perforano il serbatoio della benzina per evitare un’esplosione e le danno fuoco, in aperta campagna, a distanza
di sicurezza dai paesi più vicini. Restano allegri a contemplare il falò (un happening, dirà Johann in tribunale, secondo la parola di moda emergente) salmodiando le 

litanie dei santi e accompagnandosi con il battito ritmato delle pipe come fanno i bavaresi con i boccali di birra per l’Oktoberfest.
Tutto il paese è corso a vedere il falò e tutti sfilano come testimoni nell’aula del tribunale. È la provincia tedesca degli anni Sessanta che non si è ancora liberata di quegli eccessi di autoritarismo e di conformismo che hanno accompagnato la storia tedesca più a lungo di quella di altri popoli europei. Nella pace livellatrice della classe media, che non aveva fatto i conti con la storia e si era messa subito di lena a costruire il “miracolo economico”, Böll non si è mai trovato a suo agio. È stato lui, socialdemocratico, europeo, cosmopolita, premio Nobel nel  1972, a insegnare alla generazione nata nel dopoguerra la ribellione contro l’autorità e il pacifismo. Soprattutto Böll non era mai riuscito ad accettare che Adenauer avesse potuto ricostituire l’esercito tedesco solo tre anni dopo l’Ora Zero – quella in cui tutto avrebbe dovuto cambiare – passando sopra la memoria di una guerra che aveva distrutto l’Europa e fatto venti milioni di morti. Nie wieder Krieg, mai più una guerra, lo slogan di quella generazione, significò anche mai più un soldato tedesco.
Il giorno in pretura viene raccontato dall’autore in questo Termine di un viaggio di servizio con malizioso understatement. Come la riunione un po’ turbolenta di una famiglia renana, sulla quale aleggia comunque un certo disagio, come quell’interrogativo che non ha trovato risposta sul gesto dei due imputati: non erano ubriachi, non sono pazzi, perché l’hanno fatto? «Nella sala dell’udienza si avvertiva tra gli spettatori l’atmosfera che precede le recite in un teatro di dilettanti, dove sia annunciata un’opera di repertorio classico; una certa benevola tensione, l’euforia di chi sa che l’impresa non ha rischi, tutti conoscono la vicenda, si sanno le parti e gli attori, non si aspettano sorprese, eppure sono tutti un po’ tesi; se lo spettacolo va male, non è poi una gran perdita, al più sarà andato sprecato un po’ di quel simpatico e sacro fuoco per l’arte; e se va bene, tanto meglio».

Scheda del libro

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