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HEINRICH BÖLL Recensioni
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| Alias “Il Manifesto” settembre 2007 |
LibriNuovi settembre 2007 |
sepanet.it aprile 2007 |
La
Repubblica febbraio 2007 |
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Giulio
Artusi LibriNuovi settembre 2007 Germania Federale, anni Cinquanta. |
L'aula
del tribunale della piccola città diviene così il palcoscenico sul quale
sfilano le piccole miserie e i grandi momenti della storia del XX secolo,
una rappresentazione della quale Böll è attentissimo e graffiante
regista. L'autore affida al falegname Gruhl, anarchico nichilista suo malgrado (oggi diremmo black bloc), il compito di dimostrare l'intrinseca e connaturata stupidità delle strutture politiche, la loro cecità e incapacità di applicare all'individuo reale un corpus di leggi basate su principi astratti. Un compito che il personaggio di Böll, con il suo pacato e stralunato gusto per l'assurdo e l'incongruo, riesce perfettamente a condurre a termine. Pubblicato nel 1966, cinque anni prima di Foto di gruppo con signora, Termine di un viaggio di servizio è un romanzo che le recenti vicende politiche italiane rende di impressionante attualità. Lo scontro fatale tra un abile e stimato artigiano e una macchina statale cieca e idiota sembra riproporre altri scontri e altre polemiche più che mai vive nell'Italia di questi anni. Ma Herr Gruhl non è un teorico del separatismo fiscale o un evasore incallito ma soltanto un uomo con la sua storia e i suoi ricordi che pretende che il moloch statale riconosca la sua unicità ed eccezionalità, al pari di quella di tanti suoi simili. Una rivendicazione alla quale è difficile opporre motivi sensati e che forse, almeno in parte, rappresenta una delle radici del sentimento antipolitico che agita il Nord italiano. |
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Giuseppe
Dolei Alias “Il Manifesto” settembre 2007 LA SUA CONCRETEZZA ANCORA COSÌ NECESSARIA La ristampa di Termine
di un viaggio di servizio
(Marcos y Marcos, pp. 251, euro 15,00 ), il romanzo di Heinrich Böll
apparso nel 1966 e tradotto in italiano da Marianello Marianelli e Marlis
Ingenmey (Bompiani 1972), ci riporta al clima degli anni del miracolo
economico tedesco, e alla polemica che infuriò e divise gli animi intorno
al valore dello scrittore renano. Era da considerarsi un autore ancora
attuale, come il conferimento del premio Nobel (1972) sembrerà
confermare, oppure un sopravvissuto della «letteratura delle macerie»,
nella quale aveva fatto il suo esordio: Il
treno era in orario (1949), Viandante
se giungi a Spa (1950), Dov’eri,
Adamo? (1951), Casa senza
custode (1954)? |
dimensioni
di un racconto lungo. Lo scrittore la diluisce invece in 250 pagine,
uscendo continuamente dal tracciato narrativo per intesservi un fitto
pettegolezzo provinciale atto a restituirci la fisionomia della piccola
borghesia renana. È fuori di dubbio che sono molte le pagine felici che
illuminano la personalità di giudici, avvocati, albergatori, parroci e di
tutta la schiera dei testimoni e spettatori del processo-evento. Ma è
altrettanto indubbio che l’ironia bonaria o cattiva dello scrittore lo
conduce spesso fuori strada, a inseguire conversazioni o illazioni, a
investigare i piccoli difetti di personaggi minori, a tutto scapito
dell’azione principale. E tuttavia credo
che il romanzo eserciti ancora una forte attrazione per la
consonanza che c’è tra il tema trattato e la situazione politica dei
nostri giorni. Nei quali il volto della politica è diventato sempre più
ambiguo, indecifrabile per la gente comune, ma oscuro anche ai cosiddetti
esperti. Ne deriva che in politicis l’illazione
prende il posto dell’analisi, e anche le istituzioni perdono la loro
trasparenza. Il dilemma centrale su cui ruota il processo intentato ai due artigiani Gruhl (padre e figlio) è il seguente: l’azione di cui essi sono rei confessi deve considerarsi un atto di protesta antimilitarista o frutto di un’invenzione del loro estro artistico, e dunque essere derubricata a «happening»? Al fine del servizio militare il giovane Gruhl viene incaricato dai superiori di portare a spasso una jeep in modo che il suo contachilometri raggiunga quota 5000, cifra necessaria perché i mezzi militari superino la prevista ispezione. Gruhl però, dopo aver fatto visita al padre, insieme con lui dà fuoco all’automezzo. Non solo. Grazie a ingegnosi procedimenti, i due riescono anche a ottenere un musicale scoppiettio e, come confermano gli entusiasti testimoni, recitano litanie davanti alla fiamma. Georg Gruhl protesta in tal modo contro «il nulla assoluto, il perenne girare a vuoto della vita militare» (p. 182). Naturalmente, il tentativo di spacciare per opera d’arte l’incendio di una jeep non gli riuscirebbe, se il suo umano desiderio di salvezza non fosse sostenuto in alto loco: per motivi che restano oscuri, altrove è stato deciso di non dare pubblicità al processo, di minimizzare ogni cosa e di evitare l’intervento della stampa. Attraverso questo attualissimo stratagemma (l’intervento oculato del potere che neutralizza in primis l’azione della stampa) Böll si diverte a smascherare tutta la gamma degli espedienti cui fa ricorso chi comanda. Non gli interessa la determinazione precisa di chi detiene il comando. L’essenziale è mettere a nudo la metodologia del potere, l’inganno con col quale esso crea il clima di equivoci necessari a gestire il rapporto con i governanti. Qui Böll smaschera le malefatte e si diverte a farlo. Se la giustizia piange, l’ingiustizia non ride. Nemmeno i potenti e i prepotenti hanno vita facile. Anch’essi sono soggetti a patemi d’animo e sono costretti, con vivo plauso del cristiano Böll, a scadere nel ridicolo. Per sostenere che bruciare un automezzo militare costituisce solo un reato di «danneggiamento e disturbo della quiete pubblica»la giustizia ufficiale deve arrampicarsi sugli specchi. Un tenente spiega al giudice che al momento della bravata Gruhl «era de facto un militare, de jure un civile» (p.201). Per un errore di conteggio infatti gli era stata computata una licenza ordinaria di 4 giorni, mentre il militare aveva già maturato il diritto al congedo. Non manca nemmeno la divertente testimonianza del prof. Büren, storico d’arte. Costui, dopo aver appreso dall’imputato in che modo fosse riuscito ad ottenere gli effetti musicali che si accompagnavano all’incendio della jeep, non esita a definire quell’accadimento «un’opera d’arte di alto livello, non pentadimensionale ma a cinque muse, pentamusale (architettura, scultura, letteratura, musica e danza)» (pp. 213-14). La giustizia, del dagli occhi bendati, si sdoppia così lungo tutto il romanzo in un anelito insopprimibile che muove i giusti a invocarla anche quando viene ignorata, e nella parodia che ne fanno i potenti che l’assoggettano ai loro fini di parte. |
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Sergio
Palumbo sepanet.it aprile 2007 Birglar è un paesino della Renania dove la vita ha i ritmi lenti e monotoni della provincia, con i suoi personaggi anonimi o grotteschi e le loro storie di quotidiana banalità. Il processo che qui si celebra pare anch'esso di sconcertante banalità: un giovane, durante il periodo di leva, al termine di un viaggio di servizio ha dato fuoco all'automezzo militare con l'ausilio del proprio padre. Non ci sarebbe motivo di stupore se il gesto avesse avuto una motivazione plausibile, di lucro o di altro intento criminale. Ma i due, peraltro rei serenamente confessi, sono noti a tutti per onestà e trasparenza morale, come attestano tutti i compaesani chiamati a testimoniare. Tra questi pittoreschi personaggi, magistralmente resi con i loro tic e le loro piccole manie, c'è il vecchio parroco al quale non sfugge la "ratio" ultima dell'accaduto, che egli espone con la calda condivisione di un uomo di chiesa superiore ad ogni bigottismo conformista. Ma questa e altre simili testimonianze non sono gradite in alto loco, dove invece si vuole minimizzare il caso e chiuderlo al più presto possibile, senza infierire sui colpevoli. Perché? Perché indagare sul gesto
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dei
due - compiuto non a caso cantando e brindando, per cui uno strano perito
parlerà dell'incendio effettuato come opera d'arte pentamusale, poiché
coinvolgerebbe architettura, scultura, letteratura, musica e danza -
significa esplicitarne il senso liberatorio e simbolico nei confronti
dell'assurda insensatezza della vita militare, che isterilisce ogni
idealità e stimolo creativo e infine annichilisce la personalità. Così
due geniali mobilieri (tali sono padre e figlio), già costretti ad
avvilire la propria creatività per colpa di un'esosa e spietata fiscalità,
sperimentano nell'Esercito la più grave mortificazione della propria
professionalità e dignità. Basti pensare che i "viaggi di
servizio", cui il giovane è costretto, servono solo a raggiungere il
chilometraggio prescritto perché il mezzo si presenti in regola
all'ispezione di rito, con insensato dispendio di energie e pubblico
denaro. Inutile dire che il processo si concluderà tranquillamente, con
una condanna poco più che simbolica, purché non si faccia chiasso. La
forte carica polemica implicita nella vicenda contrasta con l'ostentata
bonomia, talora perfino frivola, del tono narrativo e da ciò scaturisce
la tagliente ironia del romanzo, che bolla implacabilmente ogni fanatismo
e formalismo istituzionale, che spengono ogni libera espressione
dell'umano. |
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Vanna
Vannuccini Il falò e la memoria della guerra Un giorno in pretura,
nella cittadina renana di Birglar. Un caso curioso, che potrebbe perfino
apparire un atto di sabotaggio, su cui avrebbe competenza il tribunale
militare. Ma il rinato esercito tedesco ha un passato da far dimenticare,
troppi scheletri nell’armadio. Meglio minimizzare. Evitare ogni
pubblicità, tener lontani i giornalisti, togliere all’accaduto ogni
sospetto di ribellione contro l’autorità, se non addirittura di sprezzo
per la Bundeswehr. Tanto più che i due imputati, padre e figlio, non
hanno certo l’aria dei sabotatori. Johann e Georg Gruhl di Huskirchen
sono esperti falegnami. Ma da un po’ di tempo gli affari andavano male,
per questo Johann aveva cominciato a non registrare più alcune entrate;
la faccenda era subito saltata agli occhi della Finanza con relative
ingenti multe; e così aveva accumulato un grosso debito nei confronti del
fisco, che minacciava pignoramenti. A quel punto non ci sarebbe stata
altra via che andare a lavorare nell’industria, ma Gruhl si era
rifiutato di farlo, proclamando che intendeva restare un uomo libero. La
situazione era ulteriormente peggiorata quando il figlio era stato
richiamato per il servizio militare. |
litanie
dei santi e accompagnandosi con il battito ritmato delle pipe come fanno i
bavaresi con i boccali di birra per l’Oktoberfest. Tutto il paese è corso a vedere il falò e tutti sfilano come testimoni nell’aula del tribunale. È la provincia tedesca degli anni Sessanta che non si è ancora liberata di quegli eccessi di autoritarismo e di conformismo che hanno accompagnato la storia tedesca più a lungo di quella di altri popoli europei. Nella pace livellatrice della classe media, che non aveva fatto i conti con la storia e si era messa subito di lena a costruire il “miracolo economico”, Böll non si è mai trovato a suo agio. È stato lui, socialdemocratico, europeo, cosmopolita, premio Nobel nel 1972, a insegnare alla generazione nata nel dopoguerra la ribellione contro l’autorità e il pacifismo. Soprattutto Böll non era mai riuscito ad accettare che Adenauer avesse potuto ricostituire l’esercito tedesco solo tre anni dopo l’Ora Zero – quella in cui tutto avrebbe dovuto cambiare – passando sopra la memoria di una guerra che aveva distrutto l’Europa e fatto venti milioni di morti. Nie wieder Krieg, mai più una guerra, lo slogan di quella generazione, significò anche mai più un soldato tedesco. Il giorno in pretura viene raccontato dall’autore in questo Termine di un viaggio di servizio con malizioso understatement. Come la riunione un po’ turbolenta di una famiglia renana, sulla quale aleggia comunque un certo disagio, come quell’interrogativo che non ha trovato risposta sul gesto dei due imputati: non erano ubriachi, non sono pazzi, perché l’hanno fatto? «Nella sala dell’udienza si avvertiva tra gli spettatori l’atmosfera che precede le recite in un teatro di dilettanti, dove sia annunciata un’opera di repertorio classico; una certa benevola tensione, l’euforia di chi sa che l’impresa non ha rischi, tutti conoscono la vicenda, si sanno le parti e gli attori, non si aspettano sorprese, eppure sono tutti un po’ tesi; se lo spettacolo va male, non è poi una gran perdita, al più sarà andato sprecato un po’ di quel simpatico e sacro fuoco per l’arte; e se va bene, tanto meglio». |