LAVANYA SANKARAN
Il tappeto rosso


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Ribelle dentro e tradizionale fuori. Come le sue donne, fasciate nelle bellissime sari di seta colorata, ma veloci, moderne ed efficienti figlie del nuovo tempo accelerato dell’India. Ribelle e tradizionale l’India di oggi, la più grande democrazia del mondo, laica, plurale, multietnica, multiconfessionale. Un grande paese unito che è riuscito a fare della propria diversità la propria ricchezza, e al quale il mondo intero guarda affascinato, interessato, persino preoccupato. Un paese che vuole vivere democraticamente il diritto di eleggere i propri rappresentanti politici, di praticare il proprio credo, di migliorare la condizione femminile, di affrontare i gravi problemi sociali che ancora l’affliggono, di raccogliere la sfida del progresso senza soccombervi. Grandi contraddizioni e grandi differenze convivono tuttora; nel paese dei ricchi più ricchi del pianeta (molti potenti uomini d’affari hanno preso il posto dei marajà che tanto impressionavano Marco Polo) ci sono poveri che devono farsi bastare mezzo dollaro al giorno. E bisogna misurarsi continuamente con un passato splendido e misero insieme e vivere in un presente high tech e globalizzato che, tuttavia, reca ancora le stimmate che avevano sconvolto Pasolini quarant’anni fa. L’India, per l’Occidente, è stato sempre un luogo mitico: da quando Quinto Curzio Rufo, I secolo d. C., parlò delle affascinanti bellezze orientali, a Marco Polo, da Cristoforo Colombo (che partì alla ricerca di quelle ricchezze, salvo poi finire in America) a Kipling (forse il maggior “responsabile” dell’idea dell’India che hanno gli europei), da Mircea Eliade ad Herman Hesse e ai Beatles che nel 1961 ci vanno a meditare, inaugurando così una “moda” occidentale, da Salgari che abitava a Torino e non era mai stato in India a Guido Gozzano che in India ci andò, malato, e scrisse “Verso la cuna del mondo”, sino a Pier Paolo Pasolini e Alberto Moravia che negli anni Sessanta vi si recano in veste di inviati speciali (viaggio dopo il quale scrivono “L’odore dell’India” e “Un’idea dell’India”). L’India di oggi è sempre più disposta a misurarsi con le altre culture perché non dimentica le parole di Gandhi “Voglio che i venti di tutte le culture soffino sulla mia casa, ma non voglio essere spazzato via”. Perciò gli indiani sono così vivaci nei dibattiti, pronti anche a scontrarsi, perché in ogni caso uno scontro di idee è molto meglio di uno scontro di civiltà. Dunque, oggi l’India si racconta sempre di più, ma “letteratura indiana”, un’espressione che coincide con un canone letterario ormai acquisito, è per molti versi simile, secondo Anita Nair, al vaso di Pandora. Meglio non toccarlo. Come affrontare l’argomento? Elencando gli autori che hanno contribuito a formarlo (non dimentichiamo che si tratta di una letteratura millenaria, indoeuropea) o citando solo quelli degni di nota? Distinguendo quelli di lingua hindi da quelli di lingua inglese? E che dire degli autori indiani che vivono all’estero, scrivono in inglese e contribuiscono ad arricchire questo corpus letterario così variegato, come i mille odori dell’India, alcuni dolci e fragranti, altri speziati e pungenti? Se si pensa però, come suggerisce ancora la Nair, a quanto la vita sarebbe banale per i mortali se Pandora non avesse liberato i mali tra noi, allora ascoltiamole, leggiamole le nuove voci dell’India, assaporiamo sino in fondo l’ “odore” di questo grande paese che soffre sì di problemi sociali molto gravi rispetto a quelli dell’Europa, ma che, ricorda il giovane Nirpal Singh Dhaliwal (autore di Turismo, pubblicato in Italia da Guanda), non ha avuto né due guerre mondiali, né Auschwitz, e settanta anni dopo l’Indipendenza riesce a vivere con grazia e gentilezza partecipando alla sua democrazia pluralista. Per non smarrirsi in un paese che conta un miliardo di abitanti e con più di venti lingue ufficiali, giova sicuramente incontrarli gli autori e le autrici indiane, come è avvenuto lo scorso gennaio a Torino con il convegno promosso dal Premio Grinzane Cavour dal titolo emblematico “L’ “odore” dell’India”. Dal contatto con questi signori e signore dal portamento elegante, che riescono a conciliare sari, scarpe sportive globalizzate e PC portatile, pronti a rispettare con grazia a tavola un’alimentazione rigorosamente vegetariana o a gustare il buon vino italiano, pacati ma allegri, è derivato un senso confortante di conoscenza, una sorta di familiarità in nome e sotto l’egida della letteratura, che per fortuna non conosce colori e conflitti. Abbiamo incontrato M. J. Akbar, Sunil Deepak, Nirpal Singh Dhaliwal, Sudhir Kakar, Bhagwan Dass Morwal, Gayathri Mhurty, Anita Nair, Uday Prakash, Lavanya Sankaran, Vikas Swarup, Tarun J. Tejpal, Shashi Tharoor, Altaf Tyrewala: parlano di un’India senza principi né principesse, di un’India reale, la stessa che popola la grande industria cinematografica di Bollywood. “Uno scrittore vive di conflitto” dice Lavanya Sankaran, “perché senza conflitto non c’è una storia da raccontare. E’ l’India di oggi, che pullula di storie nell’interessante scontro tra valori vecchi e nuovi, nel caos e nella confusione. Nelle diverse aspettative che mondi in collisione e forze opposte scatenano nelle persone e nelle loro decisioni finali. E naturalmente nei risultati delle loro azioni e decisioni: opportunità, momenti assurdi, dolore, più libertà, più conflitto”. La parola chiave dell’India di oggi, dice Sunil Deepak, medico e consulente dell’OMS che vive a Bologna dal 1988, è “pragmatismo”, un nuovo pragmatismo che domina tutte le vecchie ideologie e che, nonostante le differenze sociali, accomuna ricchi e poveri. Tutti, o quasi tutti, vivono la liberalizzazione dei media e perciò in un paese dove ancora esistono i matrimoni combinati e si crede nella verginità, quando si tratta di diritti e di difendere la loro cultura le donne si coalizzano immediatamente; lo stesso paese in cui il museo memoriale di Mahatma Gandhi a Delhi ha deciso di aprire una caffetteria e un negozio dove si vendono T-shirt e tazzine con la sua faccia. Sì, si uccide ancora in India per motivi religiosi, ma forse sono già passati i tempi in cui un Salman Rushdie (icona degli scrittori indiani) riceveva minacce di vita per i suoi versetti satanici. Oggi un sikh come è il trentenne Nirpal Dhaliwal, cresciuto a Londra, scrive un libro sul turismo sessuale intitolato appunto Turismo e ne parla pubblicamente. Quando Dhaliwal è tornato in India, da “turista”, è rimasto sbalordito dal progresso del suo paese, anche se dopo un po’ di settimane si è reso conto che c’era ancora abbastanza della vecchia India per rimanerne turbato. La vecchia India, erede del mondo coloniale, narrata da una rappresentanza di donne come Anita Desai, Arundhati Roy, Ashapurna Debi, Mahasweta Devi, Buddhadeb Guha, Nayantara Sahgal, parlava di sé, di lotte politiche e di endemiche povertà, di un sistema di caste ancora presente, di antichi e spesso violenti rituali ancora resistenti nell’India dell’India, usando di frequente una forma narrativa che molto doveva al racconto orale, alle mille storie che affondano le radici nelle grandi epiche del Mahabharata e del Ramayana. E ne parlava in lingua inglese, lingua simbolo di dominazione, ma anche veicolo di comunicazione, già dalla metà del secolo scorso. Oggi gli scrittori giovani, i figli di Amitav Gosh, Vikram Seth e Pankaj Mishra, vogliono raccontare la loro India, l’India del Kerala, l’India di Bangalore, l’India delle città di oggi, delle vite e delle aspirazioni della classe media, del quotidiano, un paese meraviglioso e affascinante, ma esotico solo per chi lo guarda da lontano. Ventidue lingue, l’inglese per capirsi con tutti, con l’Occidente, e il bengali (la lingua di Rambindranath Tagore, poeta amato da Pound e Yeats, premio Nobel 1913), l’hindi, il kannada, le tre lingue-guida del paese, per raccontare disagi e insidie, sogni e oppressioni, emancipazione e mancanza di libertà, con una prosa smagliante e tagliente, fantasiosa e trasognata, magica e sofferta, ironica e caustica, ma sempre scrupolosa per la precisione con cui si colgono cose e fatti, per raccontare l’indianità e le sue mille sfumature. Lavanya Sankaran, nata a Bangalore nell’India del sud, dove attualmente abita dopo aver studiato economia negli Stati Uniti, è autrice di Il tappeto rosso (pp. 219, euro 14, trad. Gioia Guerzoni, Marcos Y Marcos) racconti di un’India moderna il cui centro di gravità è Bangalore. Come nel romanzo che sta scrivendo, il primo della Sankaran, che abbiamo intervistato.

Quando ha cominciato a scrivere e quando ha capito di voler scrivere come scrive?

Ho scritto sin da quando ero bambina, così come ho letto sin da quando ero bambina. Ho trascorso poi alcuni anni in America e quando sono ritornata a Bangalore, dove sono rimasta definitivamente, ho scoperto la mia vera “voce”, il mio stile, ho capito quali erano le cose di cui volevo scrivere.

E cosa voleva scrivere?

Da lettrice vorace, ho letto, tra gli altri, i vari libri scritti in inglese sull’India. Molti di essi sono stati scritti da indiani che hanno lasciato il paese, vivono lontano e hanno scritto dell’India ciò che essi si sono lasciati dietro; un’India ricordata, ibernata nel 

 

tempo, conservata come un fossile nell’ambra della memoria. Raccontano un’India di povertà e di disparità, senza speranza, una società in stasi, ma anche un luogo di esotismi e misticismi, di magie e mitologie che irrompono nella vita di ogni giorno. Alcuni di questi libri sono veramente belli e mi hanno mostrato un nuovo modo di guardare al mio paese. Ma c’era un enorme gap tra il mio essere lettrice e il mio vivere la vita dell’India moderna, delle città di oggi, delle aspirazioni e della quotidianità della middle class. E quel che volevo fermare nella mia scrittura, non era la magia dell’esotico ma la magia del quotidiano. Se sei di lì e vivi lì, l’India non è esotica. Torino è esotica, un hot-dog americano è esotico, ma l’India è semplicemente casa.

Una “casa” non proprio semplice…

Sì, è vero, l’India non è un posto facile da capire, specialmente se è, da una parte così antica, e dall’altra così piena di cambiamenti. E così anche nella letteratura i temi più antichi di “casa” nostra convivono con quelli più attuali figli della globalizzazione e dello stile di vita occidentale. Ad esempio, tra le storie che amiamo ce n’è una dell’antica epica sanscrita del Ramayana, quella del principe Rama, un eroe che per onorare la promessa fatta al padre non esita a sacrificarsi. Ecco, l’India, ha una speciale affezione per questi temi che celebrano il sacrificio personale per il bene comune, i valori quasi donchisciotteschi della rinuncia per il bene dell’altro. Li celebra anche Bollywood, e li ha osservati pure una donna che è venuta nel nostro paese da Torino e che poteva vincere le elezioni del Partito del Congresso. Ma come poteva Sonia Gandhi, un’europea, diventare primo ministro in un paese che ha conquistato la sua indipendenza dopo anni di dominio britannico? Quando Sonia si è candidata, il paese era in grande disagio, ma lei ha stupito tutti e come Rama ha rinunciato; un’italiana che ha fatto un gesto degno della tradizione indiana. Dall’altro lato, nelle nostre storie c’è anche un tipo come Ramu (niente a che fare con l’eroe Rama), il protagonista di una delle storie di Il tappeto rosso, che è un uomo moderno, in ansia per la sua carriera, e che desidera scegliersi la moglie che vuole, anziché affidarsi alla Grandiosa Macchina da Matrimoni Indiana. Anche lui è un indiano come il principe Rama, eppure simile a tanti uomini del nostro tempo, ai quali non interessa sacrificare se stessi sull’altare dell’interesse familiare. 

Dunque i matrimoni combinati diminuiscono?

No, tutt’altro, perché oggi capita sempre più spesso che madri e figli insieme decidano per un matrimonio combinato, che soddisfi le esigenze di tutti. Ramu, infatti, il personaggio del primo racconto di Il tappeto rosso, alla fine crede che tutto sommato sia meglio affidarsi alla mamma per mettere su casa.

Però i dubbi di fronte alle scelte da fare sono gli stessi di tutti.

Direi di sì. Trascorrere più tempo a casa a curare la famiglia o affermarsi nel successo professionale? Sacrificarsi completamente per i figli o pensare a se stessi? E ancora, se hai del denaro, continuare a vivere semplicemente, come gli antichi valori suggeriscono o darsi ad uno stile di vita consumistico? Se sei una donna, poi, le scelte diventano anche più severe, perché sei figlia, moglie, madre e vuoi essere anche una donna indipendente e moderna. E’ questo uno dei problemi che vive l’India attualmente, il passaggio dal vecchio al nuovo. Questo passaggio non è rettilineo, ma gli Indiani hanno una rara e singolare abilità, quella di coabitare secoli diversi e il proprio tempo disinvoltamente, senza provare imbarazzo o fastidio: pregano in un tempio millenario, vestono un abito del dodicesimo secolo, mentre progettano programmi di software e vanno al bar a bere un drink. E le nonne badano ai nipotini mentre le loro figlie o nuore lavorano in ufficio. 

Noi in Italia conosciamo e apprezziamo molto Arundhati Roy, paladina del no-global. Tra voi giovani scrittrici c’è ancora la tensione della Roy? 

Non posso parlare certamente al posto suo. L’India è un paese che cambia velocemente, ci sono i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Questo è il grande problema della nostra democrazia. Ma proprio perché l’India è così vasta i punti di vista sono tanti così come tanti sono i modi di esprimersi.

Come persone di cultura fate qualcosa per denunciare la povertà e le situazioni di disagio e di degrado?

E’ un aspetto a cui sto lavorando; oltre a scrivere mi occupo di un progetto di alfabetizzazione per adulti. E con mio marito mi occupo anche di un progetto per combattere l’analfabetismo dei bambini. In realtà ogni cittadino si dovrebbe occupare dell’impegno sociale, tutti dovrebbero occuparsi dello sviluppo condiviso. C’è un detto indù che dice che se hai la possibilità di guadagnare devi guadagnare per pensare alle persone che sono accanto a te e che lavorano per te. Ma se guadagni abbastanza devi prenderti cura anche di chi ha meno di te, di chi vive in condizioni sociali e culturali degradate. 

Lei lavora per gli altri?

Ho deciso appunto di sviluppare questo programma di alfabetizzazione con amici che non sono scrittori ma che svolgono altri lavori. Ci prendiamo cura di insegnare a parlare e a scrivere in kannada, una delle lingue ufficiali dell’India; per quanto riguarda l’inglese, invece si insegna prima a parlare poi a scrivere. Inoltre, mi occupo dell’inserimento di dieci bambini per volta in una scuola.

Ma l’istruzione non è obbligatoria?

Sì, lo è, per legge, siamo in democrazia. In teoria il governo dovrebbe assicurarla, nella pratica non succede per l’insufficienza politica o per scarsi fondi. Quello che si può fare è agire singolarmente. 

La sua India è veramente un paese moderno? 

Penso che l’aspetto forte dell’India sia vivere la modernità e mantenere le tradizioni. Anche se riguardo alle tradizioni, credo che gli aspetti principali di alcune di esse, per esempio la struttura della famiglia e le forza delle tradizioni spirituali, siano meravigliosi e quindi da mantenere, mentre altre sarebbe bene lasciarle andare. Anche questo è uno dei problemi che si pone l’India moderna.

La condizione femminile ha fatto grandi progressi in India, tuttavia la donna è ancora discriminata.

L’emancipazione femminile c’è e si vede anche per strada, molte cose sono cambiate e stanno cambiando, ma sicuramente il cambiamento non è facile. La donna si trova a lottare contro il sistema e il sistema è ancora patriarcale. Per molte donne è più facile stare zitte che denunciare. 

Quindi le leggi non vengono applicate?

Le leggi esistono e la discriminazione è fuori legge, esistono agenzie governative, esistono leggi contro l’uso degli acidi, contro i riti più arcaici, ma il problema è che le donne non parlano. 

E lei è una donna ubbidiente ai canoni tradizionali o ribelle?

Ribelle dentro e tradizionale fuori, con buone maniere. Ed è un comportamento civile, non ipocrita. Penso che l’India sia così, ribelle dentro e tradizionale fuori. 
Marilia Piccone
Il sottoscritto

febbraio 2008

Si permetta il gioco di parole- entra su un tappeto rosso nel mondo della letteratura, la scrittrice indiana Lavanya Sankaran, con la sua prima opera narrativa, “Il tappeto rosso”. Storie di Bangalore, dice il sottotitolo, perché il libro non è un romanzo, ma una raccolta di otto storie. Sono storie, non racconti, quelle che compongono “Il tappeto rosso”, come brevi filmati con la cinepresa che riprende la vita di questo o di quello, e poi unisce gli spezzoni a formare il quadro di una città, Bangalore, nel sud dell’India. E Lavanya Sankaran riesce ad aggirare l’ostacolo che rende i racconti- o le storie brevi- un genere non molto amato dai lettori, perché i protagonisti delle vicende cambiano, ma alcuni di loro si riaffacciano in altre scene, fanno capolino o passano veloci sullo sfondo di altre storie, con un ruolo che non è più di primo piano ma che contribuisce a dare pienezza al suo carattere. A farci pensare, ‘oh, eccolo di nuovo, questo lo conosciamo già, vediamo come si comporta adesso.’ Ed è come un sottile filo d’Arianna che ci guida, ci stuzzica, ci incuriosisce.

“Questa è l’India…un paese che divide, un miscuglio esasperante di antichi valori e cultura pop moderna, di profonda saggezza e ignoranza totale”- è la riflessione di Priya, la ragazza che torna in India per scoprire le sue origini. E’ americana, Priya, perché è nata e cresciuta a Chicago? O è indiana perché i suoi genitori sono indiani? Ci sono delle sigle per indicare quelli come Priya o suo padre e sua madre. Questi ultimi sono FOB, fresh off the boat, appena sbarcati in America, stranieri anche se sono passati trent’anni dal loro arrivo. Priya, invece, è una ABCD, American Born Confused Desi, una dei tanti indiani disorientati nati in America. Che ritornano in India per capire se stessi, a quale luogo appartengano. E tutto è talmente cambiato dal tempo in cui la generazione precedente viveva lì e sentiva di non avere altra scelta che andarsene. Ecco, la parola “scelta”, insieme a “modernità”, è la chiave per comprendere la svolta dell’India. Tutto quello che un tempo era impensabile poter fare, le mete che era impossibile raggiungere- carriera, innovazione, successo, libertà personale- adesso è lì, a portata di mano. O di mente, senza dover compiere scelte. Si può avere questo e quello, la tradizione e la modernità. Il sari e i jeans attillati. Il risciò che per fortuna riesce a portare a tempo la donna che sta per partorire in ospedale e l’auto sportiva. E se, nella scuola elitaria frequentata da Tara, il modello era quello inglese e sembrava che le studentesse studiassero per parlare con accento perfetto e inchinarsi con grazia davanti alla regina d’Inghilterra, ora si guarda all’America e la cultura non è più quella dei classici inglesi- o, almeno, non solo quella, perché è accostata dalla conoscenza necessaria di informatica e nuove tecnologie. Le donne sono quelle che, nella nuova India piena di contrasti, portano alla luce i cambiamenti maggiori. Guardate dagli uomini con lieve perplessità, uno sguardo incerto tra l’ammirazione e il rimpianto per l’immagine femminile della tradizione, con gli occhi bassi, i capelli lucidi di olio e il corpo nascosto nei drappeggi della seta. Come l’autista Rangappa, che stenderebbe un tappeto rosso sotto i piedi della signora che venera e di cui è a servizio, ma che si preoccupa quando la vede assumere atteggiamenti troppo modernamente sfacciati o indossare abiti troppo provocanti. D’altra parte Tara stessa, che avevamo visto studentessa irriverente e ribelle che stupiva le amiche con i discorsi sul sesso nella storia “Due quattro sei otto”, ritorna con un PhD americano in “Cip-cip gnam-gnam”, ventisettenne decisa a fare della carriera la sua priorità, per poi guardare incantata il suo riflesso nello specchio: si è provata il rosso sari nuziale della madre, la Tara di oggi è uguale alla nonna di settant’anni fa.

Sapeva il lettore che Bangalore ospita il primo Istituto del Fumetto esistito in India, che vanta pure il primo rivenditore online in India, il primo oxygen bar e il più grande negozio di vini e formaggi? Lo scoprirà mentre segue le tracce dei personaggi della Sankaran in questa città che ha il complesso di essere lontana dai centri famosi come Bombay e Delhi e che finisce per essere la vera protagonista del libro. Abbiamo parlato con Lavanya Sankaran del suo libro e della nuova India.

Tutti sanno che i racconti, o le short stories, sono il genere più difficile, difficile da scrivere e difficile da essere apprezzato dai lettori. Ha scelto una maniera splendida per restare a metà strada tra il romanzo e il racconto, facendo riapparire alcuni personaggi. Perché ha scelto di non scrivere un romanzo e di collegare le storie in questo modo? 

Perché scrivendo racconti volevo catturare il paesaggio, il mondo intorno a me. I racconti mi permettevano di guardare il mondo da angoli diversi. Ci sono otto storie nel libro e sono otto diversi approcci. Sono collegati tra di loro perché in questo modo riuscivo a dare la sensazione che quello che raccontavo stesse accadendo nello stesso tempo: volevo che il libro catturasse un certo luogo in un certo tempo.

Nel libro Bangalore è rappresentata spesso in contrasto con Bombay e con Delhi: ogni città è diversa dalle altre, ma in quale maniera Bangalore è differente da Bombay e Delhi?

Sono città molto diverse. Prendendo come metro di paragone delle città americane, direi che Bombay è come New York con un poco di Hollywood; Delhi è come Washington e Bangalore è come San Francisco. Bangalore è nello stesso tempo una città di successo- perché sta lasciando un segno nel mondo per le tecnologie dell’informazione e le altre industrie che stanno fiorendo- e una città rilassata, dove la vita è più semplice: non si costruisce così in grande come a Bombay, la gente non si compra auto così potenti, anche se ne ha i mezzi. Se c’è una parola per definire la vita a Bangalore, è ‘semplicità’.

Indiani che vanno via e non tornano, Indiani che vanno via e tornano per restare in India: ci sono entrambi i gruppi nel suo libro. Lei appartiene al secondo dei due: è una questione di appartenere a generazioni diverse? Una questione- come dice Lei in una delle storie- di possibilità di “scelta”, perché oggi c’è anche in India la possibilità di un brillante futuro?

Sì, penso di sì. Adesso se scegli di vivere altrove e restare lontano dall’India è perché preferisci proprio vivere in un altro posto. Ma se hai una buona istruzione, adesso puoi scegliere di vivere in India.

Le è stato difficile riadattarsi alla vita in India, tornando dall’America?

Un poco: erano gli anni ‘90, allora nessuno ritornava in India. In America gli amici mi chiedevano se fossi pazza, ma io avevo sempre pensato che sarei tornata. Mi era piaciuta la vita negli Stati Uniti, gli anni all’università sono stati straordinari, ma avvertivo forte la spinta di tornare a casa. E sì, sapevo di correre un rischio nel tornare, ma mi ero anche ripromessa che, se non funzionava, sarei tornata in America. Sono ancora in India: vuol dire che ha funzionato.

E come ha trovato la città, quando è tornata a Bangalore?

Bangalore è sempre stata una città tranquilla; sono stata via per sei anni: sono partita che ero poco più che una bambina e sono tornata che ero un’adulta. L’ho lasciata che era una città affascinante ma senza un futuro, l’ho ritrovata che stava già cambiando. Ed è stato tutto così rapido; all’improvviso c’era molta gente che tornava dopo aver studiato all’estero, c’era una grande offerta di lavori di qualità internazionali.Ha fatto studi di Economia: che cosa l’ha portata a diventare una scrittrice?

Sì, ho studiato Economia e Scienze Politiche, ma la realtà è che ho sempre scritto. Sono stata una lettrice vorace e ho scritto fin da quando ho memoria. Era una scrittura privata, per me stessa; questo è il primo libro che viene pubblicato.

Sono cambiati in maniera uguale, gli uomini e le donne in India? Perché nel suo libro sembra che siano le donne quelle che hanno fatto un cambiamento maggiore.

Le circostanze stesse della vita femminile hanno fatto sì che il cambiamento sia maggiore. In realtà è successo che c’è stata una vera e propria esplosione delle opportunità di lavoro: tutti quelli che hanno un’istruzione trovano lavoro. Una volta non era raro che un laureato facesse il cameriere, ma adesso c’è un’enorme richiesta di laureati, uomini e donne, senza distinzione. Certo, per le donne si tratta di combinare le nuove opportunità con la tradizione: una donna indiana non trascurerebbe mai la famiglia.

Tradizione e modernità, è sempre difficile mantenere un equilibrio tra di loro. Vede il pericolo che vada smarrito tutto quello che è affascinante della tradizione indiana sotto l’influenza americana che si diffonde ovunque?

Gli indiani sono ossessionati dalla spiritualità. E stranamente, con il migliorare delle condizioni economiche, anche le classi medie e medio-alte ritornano alle radici spirituali che sono l’essenza della tradizione indiana. La spiritualità è il cuore dell’India: non è pura religione ma una ricerca del senso di chi tu sia. La spiritualità della nostra tradizione è un viaggio spirituale- e no, non temo che vada persa.
Nel libro non troviamo quasi riferimento al sistema di caste: è scomparso ovunque?

No, non è scomparso ovunque, ma nel contesto moderno è meno importante. Ritorna ad essere di qualche rilievo per i matrimoni: ci si sposa nella propria comunità, anche se sta diventando sempre più comune sposarsi tra caste diverse e diverse religioni.

A proposito di religione: è fonte di contrasti in India?

In India il 70% delle persone sono di religione indù, il 20% sono musulmani e l’8 o il 9% sono cristiani. Sono 5000 anni che la religione indù viene praticata in India, il cristianesimo c’è da 2000 anni e l’Islam da 1400: hanno avuto molto tempo per integrarsi. A Bangalore si trova di tutto: indù, cristiani, musulmani, atei…C’è posto per tutti, anche per i non religiosi. E no, non c’è niente di paragonabile al Pakistan, dove i dissidi religiosi vengono molto politicizzati.

E la lingua? A volte, leggendo scrittori indiani, ci dimentichiamo che l’India non è un paese di lingua inglese. In una delle storie, quella dell’autista, si dice che i servitori storpiano la pronuncia di “Madam”, dicendo “May-dum”. Che lingua parlano i personaggi del libro? Che lingua si insegna nelle scuole?

In India ci sono 22 lingue ufficiali e 500 lingue in tutto, incluso i dialetti. L’inglese è la lingua del commercio, la lingua delle persone istruite che la parlano anche nei rapporti personali. La maggior parte degli indiani conosce tre lingue e spesso le usa mischiandole, mentre parla. Anche la pubblicità mescola le lingue: si può vedere in strada la pubblicità in un misto di inglese, kannada – che è la lingua che si parla a Bangalore- e hindi. Le scuole governative insegnano la lingua che si parla localmente come prima lingua e l’inglese come seconda, mentre le scuole private insegnano l’inglese come prima lingua. E i miei personaggi parlano in inglese, o mischiando l’inglese con il kannada.

Ci può dire qualcosa sul nuovo libro che sta scrivendo? Almeno se è un romanzo, quando è ambientato e dove?

Non vorrei dire nulla. Dirò solo che sì, è un romanzo, ambientato a Bangalore nei tempi moderni.

Alessandra Beltrame
Confidenze
febbraio 2008

Lavanya Sankaran è una giovane donna alta di statura con lunghi capelli neri. Potrebbe essere una bellezza mediterranea se non ci fosse quel pizzico di esotismo nei suoi occhi scurissimi e nell’incarnato dorato. Viene da Bangalore, una città del sud dell’India passata da due a sette milioni di abitanti per il travolgente sviluppo delle industrie di computer e informatica. Da nazione povera e quasi disperata, oggi l’India sta diventando una potenza a cui tutti guardano con ammirazione. Anche da qui nasce lo straordinario successo degli scrittori indiani, grandi narratori nel solco della tradizione letteraria del loro Paese, capaci di raccontare questa realtà mutevole con freschezza e fantasia in storie avvincenti, appassionate e piene di sentimento. Quelli di cui ti parliamo in queste pagine li abbiamo incontrati a Torino al convegno La nuova India promosso dal Premio Grinzane. Lavanya è autrice di Il tappeto rosso (Marcos y Marcos, 14 euro), diventato un best-seller, una raccolta di racconti che si leggono d’un fiato, in cui le donne sono come lei: colte e moderne ma anche fedeli alle tradizioni, vestite di un sari lungo fino ai piedi oppure in jeans.

Lavanya, oggi indossi i pantaloni, ma ieri avevi il sari.
E stasera a cena lo rindosserò. É un abito favoloso: è femminile e autoritario al tempo stesso. Ci puoi giocare: può diventare la tua corazza o essere strumento di seduzione.

É ancora vero che il 95% dei matrimoni in India è combinato dalle famiglie?
No, credo che la percentuale sia più alta, il 97-98. Come capita anche a certi miei personaggi, i giovani di oggi hanno scoperto che forse è più comodo così. Anche se i metodi sono cambiati: adesso si ricorre a internet e le madri decidono assieme ai figli quali pretendenti scegliere.

Hai scelto così tuo marito?
No, eravamo compagni di classe e, dopo rivedendolo, è scattata la scintilla. Quel giorno, sono ritornata a casa e mia madre mi ha detto: «Che ti è successo? Sei raggiante». Me lo si leggeva negli occhi. Sono stata fortunata, è un marito meraviglioso.

La tua famiglia aveva scelto qualcun altro?
No, ho una madre molto moderna, infatti per me è stata un modello: lei aveva già rotto il soffitto di cristallo negli Anni 70, raggiungendo posizioni impensabili per una donna indiana. Ha studiato in una delle migliori università americane.

Nel tuo Paese 200 milioni di persone vivono con meno di un euro al giorno: ti consideri una donna fortunata?
Molto fortunata, ecco perché ho sentito il dovere di raccontare il mondo che mi circonda qual è veramente, con le sue contraddizioni, ingiustizie, disuguaglianze.

 

Sopravvivono anche le caste, benché vietate dalla legge: cosa ne pensi?
É difficile sradicare una tradizione così profonda. Ma la democrazia sta facendo molto: i dalit, gli intoccabili, hanno un partito e guidano i municipi di paesi e città. Lo studio e le nuove possibilità di guadagno offerte dallo sviluppo economico stanno scompaginando le vecchie classi sociali.

Un detto italiano sostiene che se in India ti dicono che una cosa è vera, sappi che lo è anche il contrario: è proprio così?
Sì, basti pensare alla condizione della donna. Da noi comandano veramente: Sonia Gandhi, il presidente dell’India Pratibha Patil e molti ministri. Eppure la cronaca parla anche di ragazze uccise perché si innamorano di un giovane di un’altra casta. Quanto alle discriminazioni sul lavoro e alla parità, invece, credo che il problema riguardi tutto il mondo, non solo l’India.Lavanya è un nome originale, da dove viene?
Dal sanscrito: significa bella.

Cosa rappresenta la figura di Gandhi per te?
É la mia icona: per i suoi ideali e per come li ha applicati alla sua vita. Faccio meditazione vipassana per cercare di avvicinarmi alla sua saggezza, ma la strada è lunga.

E per l’India di oggi?
Nonostante il consumismo dilagante, gli indiani non hanno dimenticato la lezione di Gandhi: lavorano duro e coltivano la speranza di un mondo migliore.

Tu cosa fai per migliorare il mondo?
Da noi si dice che, se guadagni più di quello di cui hai bisogno, devi allargare la cerchia delle persone di cui ti occupi. Ho molti amici che fanno beneficenza. Con mio marito, finanzio gli studi di dieci bambini fino all’università. Inoltre, con un gruppo di cittadini di Bangalore, abbiamo creato dei parchi giochi negli asili e infrastrutture per portare l’acqua dove non arrivava.

Quasi tutti gli indiani sono vegetariani, e tu?
Sono cresciuta vegetariana, i miei genitori lo sono in maniera molto stretta: per gli indù, tutti gli esseri viventi hanno un’anima. Io ora mangio un po’ di carne, ma non di manzo: la mucca è un animale sacro.

Qual è il piatto che ti fa sentire a casa?
Riso e dal, lenticchie, oppure riso con lo yogurt: li potrei mangiare ogni giorno.

 

Simona Maggiorelli
Left

gennaio 2008

Bangalore, cuore del cambiamento.
La città del Sud del Paese è attraversata da una grande trasformazione. Sankaran ne racconta la modernità e le trasformazioni.

Nell’India del Sud, Bangalore è il nuovo cuore pulsante del cambiamento. Una città in rapido transito tra passato e presente, baluardo dell’alta tecnologia ma anche città su cui a lungo si è stagliata l’ombra ancestrale delle caste. Con straordinaria freschezza narrativa, aiutata da una lingua fortemente icastica e aperta all’humour, la giovane scrittrice Lavanya Sankaran racconta la città dove ha scelto di tornare a vivere, attraverso una serie di racconti Il tappeto rosso (Marcos y Marcos). Una collana di storie che si uniscono a cerchio, formando un’unica grande narrazione, attraverso il ritorno di alcuni personaggi chiave. Un libro d’esordio scritto rosicchiando angoli di libertà al lavoro di consulente finanziario a Wall Street iniziato dopo una laurea in Economia negli USA. «Di fatto - ci racconta - è accaduto tutto senza una decisione presa a tavolino di cambiare mestiere. Semplicemente non ho mai smesso di fare quello che facevo fin da bambina, schizzando storie e abbozzando personaggi su pezzetti di carta, qua e là». Una passione per la scrittura ma anche 

 

per la lettura («sono una lettrice vorace e promiscua. Assolutamente libro-dipendente», dice di sé ridendo) che dopo il successo internazionale di Tappeto rosso,  l’ha già portata a maturare un secondo libro. «Quando ho cominciato a scrivere full time - racconta Sankaran, a Torino per il Grinzane Cavour e un convegno letterario sull’India - quello che più mi seduceva era provare a raccontare quello che vedevo a Bangalore: i personaggi, il senso di quel luogo, l’energia di una città indiana in crescita vorticosa, aspetti che mi sono sempre mancati nei romanzi ambientati in India che mi è capitato di leggere. In gran parte si trattava di racconti di un’India di grande povertà, poesia e misticismo, scritti da autori che hanno lasciato il Paese da molti anni. Ignoravano tutti i cambiamenti che io sperimento tutti i giorni. Tentare di catturare questa potente trasformazione è stato da quel momento, per me, una specie di febbre». Al centro di questo grande cambiamento, anche un’interessante tendenza sociale che va prendendo campo: «Non solo gli indiani emigrati ora tornano - dice Sankaran-. Ma anche altri stranieri sono attratti dalle opportunità che si stanno creando nel Paese. E questo rende le città indiane sempre più colte e cosmopolite. Parliamo di città affamate, caotiche, ma anche con una particolarissima coesistenza di elementi di una cultura millenaria e moderni: delle vere e proprie fucine creative come oggi poche altre città al mondo lo sono».
Gian Paolo Serino
La Repubblica 

gennaio 2008

Lavanya Sankaran - scrittrice contesa dagli agenti letterari di mezzo mondo - racconta la nuova India, stracciona e miliardaria.

Sari e minigonne, templi indù e grattacieli di vetro, spiritualità discussa via pod cast e matrimoni organizzati su Internet: è questa la nuova India, sospesa tra tradizione e supertecnologia, tra ricchezza ostentata e miseria assoluta, protagonista degli otto racconti riuniti ne Il Tappeto Rosso, di Lavanya Sankaran  (ed. Marcos y Marcos ). Come recita il sottotitolo sono " Storie di Bangalore", la città più hi-tech dell'Asia tanto da essere chiamata la Silicon Valley indiana. Un luogo che per la scrittrice indiana rappresenta al meglio un Paese che è al centro dell'attenzione internazionale non solo per la forte ascesa economica ma anche nel cinema, nell'arte e nella letteratura. Lavanya Sankaran ne parlerà  a Milano in un doppio incontro con i lettori: domani alle 17:30 alla libreria Nuovo Trittico - via San Vittore 3 - e Martedì alle 18 allo Spazio Oberdan - viale Vittorio Veneto 2 - in una conferenza sulla "Middle Class indiana tra consumismo e qualunquismo" nell'ambito della mostra " L'arte contemporanea indiana: fra continuità e trasformazione".

Nata nel 1968 a Bangalore, dove oggi è tornata ad abitare  dopo aver lavorato negli Stati Uniti come consulente finanziaria di una banca d'affari, la Sankaran è tra i casi editoriali dell'anno: cinque agenti letterari americani se la sono contesa quando ha inviato i suoi primi due racconti ( ha vinto Lane Zachary, che annovera fra i suoi clienti la famiglia Kennedy), mentre nove fra i maggiori editori statunitensi si sono sfidati all'asta quando ha consegnato la sua raccolta ( se l'è aggiudicata Random House, con un'offerta a sei cifre) Oggi Il Tappeto Rosso è in corso di pubblicazione in quindici Paesi. Il segreto del suo successo sta nella piacevolezza della scrittura e 

nella finezza del racconto ma anche nell'aver saputo fotografare come l'India stia affrontando questo cambiamento epocale. Non senza difficoltà perchè " Se da una parte i valori tradizionali mettono al primo posto la comunità e la famiglia a discapito dell'individuo, lo stile di vita moderno va nella direzione opposta. Questo - ammette - crea tensione nei rapporti tradizionali, anche anche se ad essere veramente onesti il progresso e il cambiamento economico offrono nuove occasioni di relazione per gli indiani e nuove ragioni  per apprezzare il proprio Paese. Rapporti, senso comunitario e nuovi interessi nascono sul posto di lavoro: anche questo è progresso sociale". Quando le accenniamo se questo progresso abbia favorito l'emancipazione femminile, sorride dicendoci che " l'India per tradizione ha stabilito da sempre un codice morale di comportamento per gli uomini e per le donne, ma ha anche offerto la possibilità di essere estremamente emancipati e liberi. Regole e libertà convivono benissimo, perchè l'India ti permette di essere conservatore o emancipato a seconda dei tuoi desideri, che tu sia donna o uomo. Il vero problema - riflette, anticipandoci il tema dell'incontro all'Oberdan, è che " la middle class indiana rischia di dimenticare che esiste un substrato molto povero cha fa da sfondo ai suoi successi e che l'India non risplenderà mai davvero finchè non riusciremo a soddisfare anche i bisogni di queste persone".

E mentre ci racconta di come Bangalore sia " Una strana città in cui convivono straccioni e miliardari, ma dove si prendono le cose con filosofia" le facciamo notare che, a sessant'anni dall'Indipendenza, nel suo libro non si parla mai di Europa: gli Stati Uniti sembrano aver sostituito la Gran Bretagna come modello di riferimento. Con un sorriso ci mette a tappeto ( non rosso): "Oggi in India si respira un'aria molto diversa rispetto all'Europa. Se un giovane indiano ha la possibilità di lavorare 70 ore la settimana, si rimbocca le maniche e lo fa, anche se guadagna solo 200 Euro al mese." I precari, tra un Om e un Call Center, sono avvisati.

Valeria Brignani
Rolling Stone

gennaio 2007

Priyamvada vive negli Stati Uniti, i suoi genitori sono ricchi e integrati. Se non fosse per il colore della loro pelle, giureresti che sono americani. Priyamvada cerca le sue radici a Bangalore. Le trova in un dodicenne che accetta di diventare Bramino in 

 

cambio di un lettore cd. Ramu dopo una giovinezza all’insegna della promiscuità, si affida alla madre per cercare una buona moglie vergine. Il signor D’Costa sbircia dalla sua finestra i vicini, una giovane coppia di professionisti. Loro sono moderni. Come moderna è la signora Choudhary: Raju è il suo autista e non tollera che la sera lei si faccia accompagnare nei bar a bere con le amiche. Otto racconti indiani.

 

Cristiana Ceci
Yoga Journal
gennaio 2007

Figlie della nuova India  

L’India è a un bivio e loro stanno nel mezzo a scrutare attente gli orizzonti, a osservare con sensibilità tutta femminile dove può condurre ciascuna strada. Sono le tante scrittrici del Subcontinente che si stanno imponendo  sulla scena letteraria internazionale, per l’acutezza con cui danno voce a un fermento che le riguarda in prima persona: si chiedono dove stia andando il loro Paese stretto fra il desiderio di emergere nella modernità e quello di mantenere la grandezza culturale e spirituale del passato, che non può e non deve essere sacrificata. Danno personali interpretazioni di questo momento cruciale sfoderando una prosa brillante; e oggi sono loro il cuore pulsante della letteratura indiana, alla pari con i grandi colleghi maschi come Salman Rushdie, Vikram Seth, V.S. Naipaul. La nuova generazione di scrittrici indiane traduce in sapiente narrativa il groviglio emotivo di un’intera nazione, raccogliendo le istanze dei più giovani. Jeans o sari? Una puja al tempio o un cocktail party? Matrimonio combinato o amore libero? Sono questi i dilemmi delle ragazze della new generation che le nuove scrittrici trasformano in letteratura elaborando contrasti stridenti in sintesi originali. Il nodo per tutte queste scrittrici  è la fascinazione nei confronti dell’antica tradizione, anche mistica e religiosa, unita all’esigenza di riscoprirla in chiave contemporanea, in un percorso non privo di insidie e disagi soprattutto per chi è cresciuto ed è stato educato fra Inghilterra e Stati Uniti.

 

Ritorno alle origini per Lavanya Sankaran  

Esemplari sono i protagonisti dei racconti de “Il tappeto rosso - Storie di Bangalore” della talentuosa Lavanya Sankaran. Nella raccolta troviamo la giovane Priya, indiana nata e residente negli USA, che va per la prima volta in India e ascolta, fra il rapito e lo scettico, le parole sagge di un vecchio zio. O lo yuppie appena reimpatriato che vive sulla propria pelle le contraddizioni del sistema familiare e sociale. Il gap generazionale e culturale è il motivo che ritorna di continuo nel libro, descritto con gentile ironia e capacità di introspezione. Intervistata da Yoga Journal, la Sankaran spiega il processo in atto: «Gli indiani sono perfettamente capaci di muoversi fra i diversi aspetti della vita: di lavorare in un ufficio del XXI secolo e di indossare un abito che risale a centinaia di anni addietro, il sari, e partecipare a cerimonie religiose millenarie. Certo, la pressione del lavoro come lo intendiamo oggi e l’emergere del materialismo di stampo occidentale stanno rendendo più difficile l’aggancio alla tradizione spirituale. Ma ora più che mai è importante riuscirci e noi scrittori contribuiamo innanzitutto con la nostra arte: perché ogni vera espressione artistica è anche un viaggio spirituale. Gli scrittori indiani moderni esplorano tali temi in modo esplicito, e anche questa non è una novità: la possiamo rintracciare già nella grande epica indiana, nel “Mahabharata”. Scriviamo di trasformazioni sociali, di vie per riconciliare percorsi personali e storia di un’intera comunità, parliamo di politica e di spiritualità. L’India è la nostra musa».

 

Qui Touring
luglio-agosto 2006

Ramu cerca moglie, e sua madre si fa in quattro per trovargliela. Purtroppo. Raju fa l’autista per quella giovane ricca, così moderna. Ma un giorno… Il signor D’Costa osserva la sua via, e come tutto sia cambiato da quando era giovane. L’autrice socchiude le finestre su Bangalore, sbircia e prende appunti con garbo e ironia femminili. Toni e colori sono leggeri, delicati, nella scia della miglior narrativa indiana.

«Durante gli anni in America, avevano tenuto a bada la loro travolgente nostalgia di casa; reprimendola, comprimendola, legandola in mille modi…»

 

National Geographic
agosto 2006

Modernissima India

Donne mananger alle prese con la concorrenza dei colleghi maschi. Buoni padri di famiglia che sognano un futuro migliore per le figlie ma sono spaventati dalle conquiste femminili… ancora un libro di racconti per un’altra realtà in tumultuosa trasformazione: l’India. Lavanya Sankaran ha studiato e lavorato in Occidente prima di tornare a Bangalore, la città più moderna del Subcontinente: l’unico luogo dove, sostiene, “tutto coesiste, dal misticismo primordiale alle tecnologie d’avanguardia”.

 

Silvia Sereni
Confidenze
giugno 2006

Storie dall’India  

Vuoi fare un meraviglioso viaggio in quel mondo per noi ancora esotico e misterioso che è l’India senza muovere un passo da casa? E vuoi farlo gettando anche uno sguardo tra le mura domestiche, per capire come vivono gli uomini e le donne di quel grande Paese? […]

 

Dal sari alla minigonna  

La capacità di descrivere vividamente un mondo è una delle doti principali anche di un bellissimo libro di racconti, Il tappeto rosso di Lavanya Sankaran . Qui per esempio troviamo una ragazza, Priya, figlia di un emigrato indiano negli Stati Uniti che è andata in India per conoscere la patria dei genitori, e pensa perplessa al confronto tra ciò che ha assorbito in America e quello che sta vedendo nella casa dei parenti, a Bangalore: «E questa è l’India, un Paese che divide, un miscuglio esasperante di antichi valori e cultura pop moderna, di profonda saggezza e ignoranza totale». Tutte le storie di questo libro sono infatti ambientate a Bangalore, una delle città indiane di oggi in cui convivono i più stridenti contrasti, data la presenza di avanzatissime industrie informatiche accanto a forme di vita quasi medievali. Come narra un altro dei racconti, di cui è protagonista un pensionato, ingenuamente curioso della vita dei suoi giovani e modaioli vicini di casa. […]

 

Urban
maggio 2006

Bangalore e le altre

Gli editori americani se la sono contesa all’asta, qui da noi ha vinto Marcos y Marcos, che il 7 maggio la presenta al Salone di Torino per darla in pasto ai lettori italiani. Parliamo di Lavanya Sankaran, l’autrice di queste otto deliziose storie indiane, nata a Bangalore, nel sud del paese, ma cresciuta in America dove è diventata consulente di una banca d’affari. Cosa, quest’ultima, che si ritrova in Mysore Coffee, la storia di 

 

Sita, eccellente analista finanziaria con il difetto della timidezza, che all’ennesimo scavalcamento subito dai colleghi torna sulla terrazza dalla quale si è suicidato suo padre. Ma non si butta e medita la vendetta. C’è poi Bombay qui, in cui Ramu si trova di fronte all’indianissimo dilemma del matrimonio combinato con Riccona-Chiappe-di-Cane o con Cuoca-Vergine, ma lui preferisce la snob Ashwini, di Bombay, che però… E non vogliamo dirvi di più, neanche degli altri sei racconti, tutti in bilico tra l’India di ieri, delle tradizioni, del sari, e quella di oggi, emancipata in jeans e t-shirt, stile Monsoon Wedding, che si leggono d’un fiato.

 

Cosmopolitan
maggio 2006

Dopo aver studiato negli Usa, Lavanya è tornata in India. Con questi racconti ci porta alla scoperta del suo controverso Paese, dove convivono modernità e tradizione. Esotico.

 

Anna
giugno 2006

Un paese dove baby sitter degne di Erode, ma molto più astute, convivono con madri che fanno da magnaccia coniugali per procurarsi una fornitura a vita di conversazioni… L’India vive in questi racconti.

 

Marco Montori
puralanadivetro

maggio 2006

Lei, Lavanya Sankaran non è così conosciuta in Italia e forse la sua notorietà è tutta guadagnata da due cose. La prima dal fatto che la sua raccolta di Racconti ha avuto talmente tanto successo negli Stati Uniti che gli editori hanno fatto a gara per pubblicare il suo lavoro, secondo che il suo primo trampolino di lancio in Italia è stata la Fiera del Libro. Ed in una presentazione che purtroppo ha avuto inizialmente tutti gli occhi per la sua presentatrice (quella Daria Bignardi de “Le invasioni barbariche” di La7). È venuta in Italia a presentare “Il tappeto rosso” 
In una discussione ben congegnata l’autrice ha avuto l’occasione di scattare una fotografia di un’India, suo paese natale, in grande cambiamento con racconti che mettono assieme una sapienza e cultura millenaria come il Sari che indossava alla manifestazione, una fervente tecnologia in crescita, alcol, droghe e l’arrivo in India di quella aberrazione alla quale siamo sempre più abituati in questo avanzato occidente. Perché questi racconti sono questo, specchi di persone che vivono una vita a metà strada tra le loro tradizioni e un futuro che vedono con invidia nell’occidente.
Le parole di Lavanya, che ha dichiarato alzarsi tutte le mattine alle 4 del mattino per lavorare al suo ultimo romanzo, sono quelle di una ragazza che ha deciso di lasciare l’India, e per l’esattezza Bangalore, a 19 anni per l’America nella quale è poi divenuta consulente finanziaria in una banca. E ad un certo punti, dalla grandezza di questo paese che dava grandi possibilità, ha deciso che era il momento di tornare perché semplicemente era. La sua avventura letteraria non è una scoperta dell’ultimo momento ma ha sempre scritto da quando era piccola, anche quando era in america e quando aspettava la sua bambina. Prima forse la scrittura era una reazione a quello che si leggeva fino a che è divenuta, parole sue, la capacità di sintetizzare quello che sentiva dentro.
Hanno definito il suo stile molto occidentale in cui, con estrema freschezza, ha messo assieme passato e presente del suo paese. L’autrice indiana ha ammesso che le sue letture non hanno influenzato il suo stile, forse queste letture hanno solo allargato la sua percezione dell’ambiente grazie a nomi di molti non di lingua inglese come il nostro Umberto Eco, Marquez, Jane Austin. Nelle sue pagine disegna solo quello che vede nella Bangalore che vive tutti i giorni in cui una donna in Sari, un vestito di oltre 5mila anni, può lavorare al computer tutto il giorno, uscire per un aperitivo senza che nessuno le dica qualche cosa, e alla fine chiudere con la partecipazione ad una cerimonia solenne al tempio. “Insomma 5mila anni in un giorno”, parole sue.

Alla domanda:”Pensi che ci sia una grande differenza tra paesi come l’India e l’Italia?” la sua risposta è stata un pacato no. Come afferma, per settori come quello dell’Information Technology la differenza è poca, si fanno più o meno le stesse cose anche se fuori dall’ambiente lavorativo c’è un India che ha a che fare con la propria cultura e la propria storia millenaria. C’è una grande discussione sul “cambiamento” in cui sono coscienti che si deve andare avanti, dove forse è più facile per coloro che tengono conto di questa tradizione meno di quelli che sono più osservanti. Cercando di capire quale fosse la posizione della scrittrice sul cambiamento indiano, la presentazione è volta nel personale: “Lavanya, 38 anni, un figlio, sposata. Il tuo è stato un matrimonio combinato? Che ne pensi in merito?”. E la sua risposta è stata un deciso no, nessun matrimonio combinato, ha spostato un suo compagno di università. L’India di oggi è fatta di una misura pari di coloro che si sposano senza accordi prematrimoniali e di coloro che lo fanno ancora. C’è stato un periodo in cui ci fu una grande battaglia contro i matrimoni promessi, ma adesso viene fatto sia l’uno che l’altro.
Alla domanda legata alle classi sociali di ricchi e poveri l’autrice è riuscita a stupirci sia nel libro che nello stato di fatto dell’India di oggi. Infatti le classi sociali ci sono, lo stato non ha ancora fatto grandi passi avanti per normalizzare il tutto e dare le stesse possibilità a tutti ma questa voglia di normalizzazione è emersa dalla gente stessa con la beneficenza. La cosa bella è che sempre più spesso chi si è arricchito fa una “dichiarazione di stile di vita” tramite la quale decide di continuare a vivere in piccoli appartamenti, guidare utilitarie e i propri averi vengono devoluti ad dare una cultura e possibilità ad una persona disagiata. Non è molto ma hanno deciso di cominciare in questa maniera e di provarci. Non poteva mancare il paragone con il bel paese, in cui abbiamo preteso di sapere che idea hanno gli indiani dell’Italia e come solito si è toccato il capitolo delle donne e il fatto che non si capisce perché facciamo tutte queste storie a lavorare 35 ore quando in India ci sono ragazzi disposti a vivere in appartamenti sfitti senza acqua e gas per 200 € guadagnati in un call centre.
Insomma, con “Il tappeto rosso” e con tutta probabilità i lavori futuri, Lavanya vuole raccontarci da testimone questo strabiliante paese in profondo cambiamento dove, forse un giorno, la differenza tra ricchi e poveri sarà debellata e gli indiani di domani faranno un po’ come noi europei e manifesteranno per lavorare solo 25 ore la settimana!

Valentina David intervista Lavanya Sankaran
IFGonline
maggio 2006

 La gavetta degli aspiranti scrittori prevede solitamente decine di rifiuti da parte delle case editrici. Non è andata così a Lavanya Sankaran, trentottenne di Bangalore con una laurea negli Stati Uniti e un passato da collaboratrice del Wall Street Journal: le è bastato inviare due racconti ad alcuni agenti letterari per scatenare una guerra tra gli editori americani. Oggi la sua opera prima è sugli scaffali delle librerie di mezzo mondo. In Italia ‘Il tappeto rosso – Storie di Bangalore’ è stato pubblicato da Marcos y Marcos e presentato dall’autrice alla Fiera del Libro di Torino. “Questo successo va oltre tutte le mie aspettative”, spiega la Sankaran. La scrittrice ha gli abiti tradizionali e il portamento di una memsahib indiana, ma l’accento e i modi spigliati rivelano inequivocabilmente i suoi trascorsi negli Stati Uniti. Un po’ come i suoi personaggi, sospesi tra modernità e tradizione in una società in vorticoso cambiamento.

È raro che un debutto nel mondo della letteratura susciti simili attenzioni. Tutto questo le ha messo pressione?
No, niente affatto. Quando scrivo è come se entrassi in un tempio: lascio il resto del mondo alle mie spalle e mi dimentico di tutto, persino di mio figlio e di mio marito.

Le ‘Storie di Bangalore’ raccontano il processo di modernizzazione che sta trasformando il suo Paese. Gli indiani come vivono questo momento?
In India la modernizzazione viene vissuta come un’occasione imperdibile. La nostra nazione ha radici antichissime, ma viene da secoli di povertà e arretratezza. Oggi sentiamo che il nostro momento è finalmente arrivato.

 

 

I suoi racconti hanno il pregio di far comprendere ai lettori occidentali una realtà lontana. Per i suoi connazionali l’elemento esotico viene meno: come è stato accolto il libro in India?

Con mia grande soddisfazione i lettori indiani si sono riconosciuti nei miei racconti. Il mio obiettivo era proprio quello di fotografare l’India di oggi, in modo che i miei connazionali potessero identificarsi nei personaggi.

Nel suo libro non si parla mai di Europa: gli Stati Uniti sembrano aver sostituito la Gran Bretagna come modello di riferimento. È il tramonto definitivo della visione eurocentrica?
Penso proprio di sì. Oggi in India si respira un’aria molto diversa rispetto all’Europa. Se un giovane indiano ha la possibilità di lavorare 70 ore alla settimana, si rimbocca le maniche e lo fa, anche se guadagna solo 200 euro al mese. Per noi le richieste dei giovani casseur francesi sono incomprensibili. Gli americani sono presi a modello proprio perché vengono considerati dei grandi lavoratori.

Quando ha iniziato a scrivere? Quali sono i suoi riferimenti letterari?
Ho iniziato a scrivere da bambina. Le mie letture avevano una grande influenza su ciò che scrivevo, ma poi c’è stato un punto di svolta, oltre il quale sono riuscita a trovare uno stile personale. Sono una lettrice onnivora: ho iniziato con Jane Austen e le sorelle Brontë, poi all’università sono passata ai sudamericani e a Umberto Eco. Mi piace moltissimo l’epica classica, soprattutto Virgilio. Per rilassarmi, leggo romanzi thriller.

Pensa che continuerà a scrivere racconti, o vuole tentare la strada del romanzo?
A dire il vero ho già iniziato a lavorare ad un romanzo, e per il momento sono molto soddisfatta dei risultati. 

 

Lorella Maggioni
VERA Magazine
 
maggio 2006

 

L’India tra futuro e tradizione

Siamo nell’India dei nostri giorni. Un’India nuova, per molti aspetti ancora sconosciuta alla gran parte del mondo. L’India di Bangalore, dove gli estremi convivono, si incrociano, si scontrano.

 

È qui che Lavanya Sankaran (nella foto sopra) ha ambientato le otto storie raccolte in questo libro. Otto personaggi in bilico tra futuro e tradizione, tra nuove ricchezze e vecchie povertà. Ciascuno appeso al filo dell’esistenza, con le sue scelte, le casualità, le svolte, i drammi che si sciolgono in un attimo e che hanno però, il potere di cambiare una vita. Come succede a Raju, il protagonista del racconto che dà il titolo al libro, da poco assunto come autista al servizio di una giovane signora, gentile ma troppo spregiudicata e lontana dal suo mondo. Una sera fanno tardi e accade qualcosa. La signora, di colpo, si interessa a lui. E le loro vite non saranno più le stesse.
Irene Bignardi
Almanacco dei libri -  La Repubblica

maggio 2006

Piccole storie in sari e minigonna

Il sottotitolo dice tutto – anche se non annuncia la piacevolezza della scrittura e la finezza del racconto. "Storie di Bangalore", la città indiana che è diventata un nuovo mito di modernità, la città di tutti i contrasti, la capitale della Silicon Valley indiana, la "carota" sociologica più ricca e stratificata che si possa trovare, il crocevia di tutti i contrasti tra modernità e tradizione, passato e presente, caste e razze, religioni e condizioni sociali.
Lavanya Sankaran, che questi contrasti li incarna benissimo (è una bella e opulenta signora indiana che dopo tanti anni passati come analista economica negli Stati Uniti è tornata nella sua città a scrivere e a vivere una bella vita di famiglia) nel Tappeto rosso mette in scena otto storie che raccontano questo mondo di contrasti tra generazioni e stili di vita: tra mercatini e shopping 

 

mall, templi e palazzi di vetri e acciaio, sari e minigonne, povertà assoluta e ricchezza smodata. La sua scrittura – un esempio di quell’"inglese postcoloniale" che sta conquistando il mondo letterario, è gentile e fresca, sottile e ironica (ed è molto piaciuta, tanto da aver scatenato un’asta per la conquista dei diritti di questo libro, si dice, a botte di compensi a sei cifre).
Ecco dunque, attraverso gli occhi quasi innamorati del suo autista, la signora colpevole di essere troppo moderna – eppur così gentile. Ecco il ragazzo "moderno" che la madre vuole irretire nelle panie di un matrimonio combinato come da tradizione. Ecco la figlia di un suicida per onore che si sente tentata dallo stesso destino, travolta dalla gara al successo della nuova India. Ecco la ragazzina pestifera e la sua tata che non è meno, nascostamente, pestifera e furba. Sono storie che spesso finiscono in calare, senza guizzi e colpi di scena, ritagliate dalla complessità della vita di Bangalore con molta finezza e con la capacità di indagine della doppia anima di quella che è una città di contrasti. Più fini che fascinose, più minute che grandi: piccole storie su una grande società in fermento.
Antonella Fiori
La Repubblica delle donne
aprile 2006

Sono sempre di più le signore scrittrici, da Jhumpa Lahiri a Bulbul Sharma, che arrivano dall’India e ti regalano sprazzi di mondi magici, sfolgoranti e incommensurabili ai nostri.
In questo caso è diverso: nel Tappeto rosso, Storie di Bangalore di Lavanya Sankaran  appaiono computer, donne che prendono l’iniziativa, colpi bassi tirati dai colleghi di lavoro. E qualcosa sembra non tornare più.

  Proprio il "qualcosa che non torna" fa la differenza in queste storie scritte con grande scioltezza e ritmo, su personaggi colti come in bilico su un precipizio. Come la giovane analista finanziaria di "Mysore Coffee", alle prese con un piccolo fallimento sul lavoro che le darà il senso della dipendenza della sua autostima dai risultati ottenuti in azienda.
Eccellente tecnologia e povertà, burocrazia e confusione. Come conciliarli? Sankaran, che è nata a Bangalore ma ha studiato economia negli Stati Uniti, non tenta neppure di rispondere ma pone le giuste domande.

Scheda del libro

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