RING LARDNER
Tagliando i capelli


Recensioni

 

Il Messaggero
ottobre 2006
La Repubblica
ottobre 2006

Alias - il manifesto
novembre 2006

Panorama
gennaio 2007
la voce d'Italia.it
febbraio 2007
Alessandra Schwitter
la voce d'Italia.it
febbraio 2007

Quando le parole di uno scrittore tagliano più delle forbici di un barbiere

Una lingua che ricalca la parlata comune

Sarà stata forse una deformazione professionale quella di Ring Lardner, telecronista statunitense morto precocemente nel 1933, che coi suoi 10 racconti scelti e tradotti magistralmente da Daniele Benati ci propone una vitrea descrizione del primo novecento Americano. L’attualità offerta dal libro, esportabile fuori dai confini americani, in qualsiasi luogo e in qualsiasi epoca, è spaventosa.
Senza fronzoli, senza costruzioni inutili, senza inciampare nella caricatura; una raccolta di racconti che con fredda disillusione e con grande coraggio fa una fotografia della banalità estenuante dell´uomo. Ma non di uomini qualsiasi, non dei soliti soggetti. Niente borghesi, niente morti di fame, solo poveri, poveri dentro, poveri di idee, poveri di opinioni, poveri di vita: il ceto medio, pericolosamente medio, quello che popola il nostro 

mondo. Si potrebbe quasi sorridere leggendo delle vicende e dei discorsi del contabile, del giocatore di baseball, del parrucchiere, dell’infermiera, se non si venisse travolti da un’insondabile desolazione, dal “freddo dentro”. Perché questi personaggi sono quelli che incontriamo tutti i giorni, quelli assuefatti, quelli cinici, quelli che devono dimostrare agli altri ma soprattutto a se stessi di essere allettanti, di capire quello che non riescono a capire.
Siamo noi. Siamo quello che permettiamo viva. E allora tutti i dialoghi, i monologhi, sono quelli delle shampiste travestite da persone “bene” che si dilettano tra pettegolezzi o che credono di acquisire importanza parlando di verità eterne e massimi sistemi con la delicatezza di uno zoppo. Sono quelli che si sentono nelle macellerie di paese e nei centri commerciali di lusso delle grandi metropoli. Sono nulla, sono la nostra storia.
Una fotografia dicevo. Una fotografia dell’America di inizio secolo, ma moderna, a colori. Di una calma talmente forte da diventare violenza. La violenza del disincanto, la violenza della verità e della menzogna. Una fotografia che lascia l’amarezza delle cose pulite, delle cose fatte in modo perfetto. Quelle che non lasciano spazio alla speranza, ma solo alla rassegnazione sorridente, unica salvezza.
Vince per la sua trasparenza Lardner. E vince bene.
Roberto Barbolini
Panorama
gennaio 2007

La lingua combatte sul ring di Lardner

«Allora, li pettiniamo bagnati o asciutti?» America, anni Venti o giù di lì. C’è il barbiere che parla a vanvera mentre taglia i capelli; c’è il giocatore di baseball fuori di melone e l’infermiera 

che cambia fidanzati mentre i pazienti crepano. Ci sono la viaggiatrice insopportabile e il gasista con la fissa della poesia. Ma c’è, soprattutto, la lingua di Ring Lardner, il «Ringlish»: quel parlato inconfondibile che piaceva a Francis Scott Fitzgerald e ha fatto scuola, trasformando un giornalista sportivo «born in the Usa» in un piccolo ma venerato maestro di stile. Da scoprire in questi racconti che Daniele Benati ha tradotto divinamente, prestando loro la sua inconfondibile cadenza «tra Reggio Emilia e il West».

 

Stefano Bartezzaghi
Il Venerdì di Repubblica
novembre 2006

L’autore cult che fa ridere col ceto medio

Quello di Ring Lardner (1885-!933) è un culto semiclandestino per italiani che leggono bene l’inglese e hanno una passione 

raffinata per l’umorismo. Questo giornalista sportivo (baseball, soprattutto) scriveva brevi racconti che fanno ridere molto, con vicende di persone comuni e di sportivi segnate da varie forme di stupidità. Non furono molto apprezzati nelle prime traduzioni: più facile ridere dei nobili inglesi di Wodehouse che di personaggi di ceto pericolosamente medio. Daniele Benati si è cimentato in una difficile traduzione e se l’è cavata benissimo: il club degli ammiratori di Ring Lardner è destinato ad allargarsi.

 

Enzo Di Mauro
Alias - il manifesto
novembre 2006

 

Gli acidi racconti di Ring Lardner
Un calmo contropelo all’America profonda

Nei racconti dell’americano Ring Lardner – o, almeno, in quei dieci che Daniele Benati ha scelto, tradotto e accompagnato con una nutriente, ammirata postfazione per l’editore Marcos y Marcos (Tagliando i capelli, pp. 215, € 14,50) – non esistono già più le mezze stagioni della vita, in pratica o si è giovani, ancora nutriti del miele della scoperta ed eventualmente dalle meraviglie dell’infingardaggine, o si è vecchi, attaccati con rassegnata e stupefatta voluttà al liquore acre dell’ottusità, del riflesso ritardato, dell’atto mancato. Per Lardner, in pratica, è come se l’età di mezzo cominciasse poco oltre i vent’anni. Dopo i trenta si è oramai irrimediabilmente vecchi e stanchi di un’esperienza che (così pare) non sarà servita a nulla. D’altra parte, lo stesso Lardner – nato a Niles, nel Michigan, nel 1885, e morto, ammaccato dall’abuso alcolico, nel 1933 – non sentì mai di essere un giovane talento. Non ne ebbe, diciamo, il tempo, e neppure, se vogliamo, la protervia e l’ardire, ancorché la sua sapienza tenda ad apparirci oggi (assediati come siamo, noi sì, da folte schiere di giovani scrittori, poeti e critici, tutti ovviamente di talento, che trascinano la loro imberbe età fin quasi ai cinquant’anni) simile a quella di un rabbino centenario o di un maestro zen. Perché i racconti di Lardner sembrano costruiti sul nulla di cui sono fatti i discorsi da treno e da sala di attesa, i diari e le lettere degli uomini non esemplari, le chiacchiere da salotto piccolo-borghese di provincia o da tinello, da occhiate rivolte al vicino seduto sullo sgabello a ridosso del bancone di un bar male illuminato di uno sperduto paese degli Stati Uniti, di penosi tentativi di approccio in una hall d’albergo per commessi viaggiatori.
Ogni scrittore satirico deve possedere uno sguardo lungo da rapace e artigli ben limati. A Lardner pare non sfugga niente e nessuno. Egli sa che non vi sono slanci, desideri, bisogni, azioni, gesti, parole e, soprattutto, ambizioni e vanità i cui vessilli non si specchino (almeno in parte) nello stagno torbido della propria miseria. Ogni lettera e ogni discorso rivolti a qualcuno – ci dice Lardner – non sono che autoritratti, tentativi di autobiografia, ammissioni di colpa davanti a un giudice invisibile, confessioni (per quanto possibile camuffate) di una qualche lordura morale e psichica, lacrime o ghigni per se stessi. Molti dei protagonisti di questi racconti a orologeria, benché toccati pur sempre da uno sbrego di infantilismo o storditi dal birignao della messa in scena, sono in fondo giacobini e moralisti (di fatto o di desiderio) che finiscono per giustiziare se stessi, carnefici del proprio zelo, avendo costoro molto da farsi perdonare. Oppure si tratta di matti non privi di metodo, furenti o leggiadri, premurosi e precisi, comunque ciechi verso il mondo che sostengono di capire, rispettare e servire. Il teatro di Lardner è calmo solo in apparenza. In realtà, i suoi personaggi abitano uno spazio ad aria compressa, sempre sul punto di esplodere. Si tratta di una calma tutta ideologica, ovvero stilistica, di clima, d’andatura.
È la cadenza l’arma vincente di Lardner, la sua vitrea (deformante e, dunque, ingannevole) trasparenza il segreto della sua leggenda di scrittore-meteora che ha saputo colpire al

 cuore l’America più profonda, forse proprio grazie alla velocità d’esecuzione, all’urgenza che gli acuminava lo sguardo, alla prosa servile destinata a giornali e riviste, tra cui «Examiner», «Chicago Tribune» (su queste due testate apparvero i suoi primi articoli dedicati al baseball, la grande passione della sua vita insieme al musical e al teatro), «Saturday Evening Post», «Morning Telegraph» e «New Yorker». Ecco sfilare in bell’ordine, nel volume, un contabile dell’azienda del gas la cui vanità di poeta viene messa alla berlina da un inganno congegnato a meraviglia («Il menestrello di Maysville»), una infermiera chiacchierona e pettegola che finge una moralità che non possiede e massacra di parole i pazienti fino a ucciderli («Zona di silenzio»), un barbiere che tesse le lodi di un burlone finito male («Tagliando i capelli», cioè il tempo necessario per narrare la storia), un fratello e una sorella che si rivedono dopo molti anni con i rispettivi coniugi e non sanno cosa raccontarsi e si separano forse per non più ritrovarsi («Riunione di famiglia»), un giocatore di baseball impigliato in un metodo folle che gli preclude ogni risultato concreto («Compagno di stanza»), l’incontro casuale tra un uomo e due amiche su un treno a lunga percorrenza («Dialoghi di viaggio»), un marito e una moglie perseguitati dai vicini che li vogliono accudire e proteggere in ogni atto della vita quotidiana («Il signor e la signora ci-pensiamo-noi»), un assicuratore diretto in Florida per una vacanza che incontra lo stesso sventurato compagno di viaggio anche al ritorno e al quale non lascia il tempo di pronunciare che pochissime parole («Cura del sole»), una teenager dell’inizio del secolo scorso sentimentale e crudele («Mi manca il respiro»), uno sfarfallante narratore che cerca di ricostruire gli eventi relativi al fallimento di un fidanzamento («I fatti»). Insieme compongono un martirologio della classe media americana, cinica e ipocrita, antenata di quella attuale che ha affollato i seggi per mandare la famiglia Bush alla Casa Bianca.
Il veleno color inchiostro di Lardner non lasciò indifferenti alcuni tra i suoi migliori contemporanei. Libri come How to Write Short Stories, del 1924, The Love Nest and Other Stories, del 1926, o Round Up, del 1929, senza dimenticare quelli, apparsi nel 1916, dedicati al tema del baseball (You know Me Al), attirarono l’appassionata ammirazione dell’amico Scott Fitzgerald, di Dorothy Parker, di Virginia Woolf, di Sherwood Anderson, di Mencken, di Edmund Wilson. Il nostro Vittorini, sbagliando, aggiunse all’elenco i nomi di Saroyan, Steinbeck, Cain e Caldwell. Ma si pigli anche e soprattutto Il giovane Holden: «Il mio scrittore preferito è mio fratello D.B., e al secondo posto viene Ring Lardner». E forse non c’è epigrafe più bella delle parole – ricordate da Benati nella postfazione – con cui un giornale annunciò ai lettori il ritorno alla collaborazione dello scrittore ormai al tramonto della vita: «Siamo lieti di annunciare che Ring Lardner, il grande scrittore che non si è mai dato alla letteratura colta, ha accettato di scrivere per il ‘Morning Telegraph’ a partire da martedì prossimo. Il suo compito sarebbe quello di scrivere intorno alla notizia del giorno, ma molto probabilmente scriverà di tutto. Può darsi addirittura che scriva di niente. E noi possiamo immaginare solo una cosa che sia più interessante di Ring Lardner che scrive di tutto: Ring Lardner che scrive di niente». Ma quello di Lardner, si diceva, è un nulla armato e irriducibile. È difficile dire cosa l’America gli debba veramente. Certo alcuni tra gli americani più rilevanti hanno creduto che quel paese sconfinato e superbo gli dovesse almeno uno tra i più puntigliosi, spietati atti di smascheramento. 
Paolo Mauri
La Repubblica

ottobre 2006

Lardner e il suo barbiere

Ora che Marcos y Marcos ha appena pubblicato una raccolta di racconti (Tagliando i capelli tradotti da Daniele Benati) c’è da chiedersi perché la fortuna italiana di Ring Lardner sia stata così avara. Longanesi, negli anni Cinquanta, propose in una sua celebre collana (“Il meglio di Ring Lardner”) e lo ristampò trent’anni dopo. Una gustosa silloge minore ha proposto Tranchida nel ’93 Chi ha fatto le carte, non c’è molto altro.
Giornalista e soprattutto giornalista sportivo addetto al baseball, Lardner (1885-1933) ha il dono di saper ricreare sulla pagina la chiacchiera della gente: chi comincia a leggere non ha dubbi, siamo lì anche noi per le strade, nelle botteghe, a tavola o in cucina con le famigliole… È l’America del primo Novecento e in particolare degli anni Venti, quella del jazz, a venir fuori dalle 

 

dell’umorista ha tutta la cattiveria e la leggerezza. Spesso sue pagine: fresca, vivace e petulante. Lardner è un umorista e l’intero racconto è occupato dall’affabulazione del parlante di turno: il barbiere che tormenta il cliente raccontandogli le gesta di altri clienti che facevano tanto ridere tutti, l’infermiera che tormenta il malato con le storie delle sue uscite serali o lo rallegra dicendogli che i suoi precedenti pazienti sono tutti morti. Un grottesco ben calibrato, mai però surreale. È l’esatto contrario degli idilli americani disegnati da Norman Rockwell, scrive Benati in una sua nota, definendo così al meglio la grammatura stilistica di queste pagine.
A Salinger (stando al suo biografo) Ring Lardner non piace, ma l’elenco di quelli a cui piaceva o piace (Scott Fitzgerald, Sherwood Anderson, Dorothy Parker, Edmund Wilson, Virginia Woolf, Philip Roth…) è abbastanza lungo e confortante. In qualche modo (e questo lo trovo perfetto per lui) Lardner restò
sempre una grande promessa. Non scrisse romanzi, morì quasi giovane. Sembra un suo racconto.

Roberto Bertinetti
Il Messaggero

ottobre 2006

E Fitzgerald disse: bravo

Adorava lo sport, lo affascinavano le eccentricità dell’America di provincia. Erano temi ignorati dagli scrittori statunitensi all’inizio del Novecento, scelti da Ring Lardner per riempire racconti capaci di conquistare il plauso di raffinati critici (Mencken e Wilson) e le lodi di illustri colleghi (Fitzgerald, Hemingway, Virginia Woolf). Lui, comunque, per tutta la sua breve esistenza – morì per un attacco cardiaco nel 1933, neppure cinquantenne – non smise mai di considerarsi soltanto un giornalista che si dilettava di letteratura. E in questa “attività secondaria”, come la definiva, raggiunse risultati eccellenti, ben testimoniati da Tagliando i capelli, una raccolta delle sue storie più rappresentative che Marcos y Marcos propone nell’ottima traduzione di Daniele Benati (215 pagine, 14,50 euro) e di cui anticipiamo un brano. Alla narrativa Lardner arrivò dopo una lunga gavetta di cronista sportivo che lo portò a viaggiare al seguito delle squadre di baseball, la disciplina che più amava, o

delle stelle del pugilato e del golf, e gli permise di raggiungere la fama con una rubrica che usciva in contemporanea su centocinquanta testate.Sin dal primo libro, apparso nel 1916, ottenne un immediato successo, guadagnandosi la stima e l’amicizia di Fitzgerald che lo segnalò al suo editore e gli aprì le porte della sua villa di Long Island. A incantare il pubblico era la straordinaria capacità di Lardner di riprodurre il ritmo, sempre comicamente sgangherato, della lingua gergale dei suoi personaggi. Sotto questo profilo è un abilissimo monologhista mimetico che mette al centro della scena un giocatore di baseball, un tronfio produttore di Hollywood, un modesto barbiere, un’infermiera un po’ logorroica o un giovane impiegato di New York e li lascia parlare. Nei suoi testi non c’è una riga di commento, l’aspetto comico o tragico delle situazioni proposte emerge in maniera spontanea attraverso autoritratti di perfida perfezione, nitide incisioni che non scivolano mai nella caricatura. Negli Stati Uniti continuano a leggerlo e lo ritengono uno dei migliori talenti della letteratura del secolo scorso, mentre in Italia è ancora poco noto. Il libro in uscita colma dunque una lacuna, offrendo una sintesi del piccolo mondo di un autore il cui nome figura a pieno titolo nel ristretto elenco dei classici americani.

Scheda del libro

Home page