Luisa e Fulvio Ervas
Succulente


Recensioni

 

Zoe magazine
gennaio 2008
Mangialibri
dicembre 2007
Future Magazine
novembre 2007
L’espresso
novembre 2007
OK. La salute prima di tutto
novembre 2007
Astra
novembre 2007
Io donna
ottobre 2007
Libertà-per-gli-animali.gif (469810 byte)
Capitoloprimo.it
ottobre 2007

puralanadivetro.com
ottobre 2007

Tribuna di Treviso
ottobre 2007
Left
settembre 2007
D la Repubblica delle donne
settembre 2007
Marie Claire
settembre 2007

Zoe magazine
gennaio 2008

Dopo il successo di Commesse di Treviso, le storie parallele degli Ervas tornano in Succuente, un romanzo circolare disegnato tra le calli di Lisbona e le spiagge infinite del Portogallo, che avvolge a ritmo di fado e sorprende con un finale inaspettato.
Ai confini dell’Occidente europeo, dove l’oceano smonta la terra frammento dopo frammento, quattro persone cercano risposte alle loro perdite e trovano un nuovo modo di esistere.
Da leggere assolutamente.

 

Sabrina Maja
Future Magazine
novembre 2007

Lisboa, la città degli oceani, diventa teatro di misteri e congiunzioni magiche, sullo sfondo di un clima umido e appiccicoso, come le parole che si spingono impazienti ma precise in queste pagine singolari. Tutto inizia in una serra, zeppa di piante quasi fosse una foresta, dove due morti inaspettate sconvolgono ogni equilibrio, costringendo Britto Mendes, incaricato della salute delle piante, a nascondersi dalla polizia, che lo crede implicato. La sua non è una banale fuga da un grosso equivoco, ma dalla sua stessa esistenza e dalla lacerante mancanza di Amalia, amore-fantasma ormai lontano. Su una spiaggia in riva all’oceano una donna lotta, in una solitudine sospesa, per salvare i ricordi di un matrimonio e non solo. A Fatima si prega per i miracoli, quelli che danno inizio ad una nuova vita e quelli che mettono fine alle troppe sofferenze di una vita ingrata. Il senso di tutto si paleserà improvvisamente, in un’aurea più onirica che reale. Suggestivo.
David Frati
Mangialibri
dicembre 2007

Lisbona, Portogallo. Anzi: Lisboa, Portugal. Britto Mendes è il malinconico vicedirettore della Estufa Fria, uno splendido ma vetusto giardino botanico perennemente in ristrutturazione. A tormentare Mendes, oltre alla consueta aritmia cardiaca, da qualche giorno c'è anche un senso di colpa grosso come una casa, per aver mandato la riluttante signora Luzia a dare una rassettata alla parte alta del padiglione tropicale, proprio là dove la donna è scivolata, ha battuto la testa ed è morta. Una disgrazia terribile (sulla quale indaga il supponente e fastidioso ispettore Coelho) che Britto sente molto sua, lui che alle disgrazie ci è abituato: quindici anni prima ha perso il padre e poi è stato investito da un'auto e ha passato settimane in coma, durante le quali ha avuto la misteriosa visione di una sterminata foresta di eucalipti che lui attraversava a piedi, lentamente. Per non parlare del fatto che da un mese l'amata compagna Amalia l'ha lasciato ed è partita per chissà dove. Britto non lo sa, ma quel chissà dove è la laguna di Aveiro, una suggestiva località costiera dove si sta costruendo un parco naturale, lavoro nel quale Amalia si è gettata con entusiasmo. Ad Aveiro vivono anche Estrela e suo marito, il comandante Branco, un militare burbero eroe della rivoluzione portoghese e fanatico del pollo arrosto. Estrela sta attraversando un periodo di crisi personale: è scontenta della sua vita, non è più sicura dei suoi sentimenti e da 

 

quando ha visto come i volatili vengono uccisi, non ha più nemmeno voglia di cucinare il pollo al marito. Mentre Amalia ed Estrela scoprono un rapporto di amicizia destinato a donar loro emozioni e dolori, a Fatima, nel santuario frequentato ogni giorno da migliaia di pellegrini e trasformato in una sorta di industria della fede e della sofferenza, si vive un inedito dramma. La disperata signora Luzia infatti si rivolge al monco factotum del santuario, Humberto Baleira, che ha fama di uomo dei miracoli, con una richiesta terribile e mai sentita prima d'ora: far morire suo figlio Manuelito, malato senza possibilità di cura...
Noir? No. Romance? Non proprio. Favola religiosa? Nemmeno. Apologo fantastico? Uffa, il gioco di catalogare un romanzo come questo stanca ben presto il temerario che abbia voglia di giocarlo. Troppe le ibridazioni, le sfumature, le consapevoli - o incoscie - mancanze di certezze. Quello che è certo - forse l'unica cosa, a ben vedere - è che si tratta di plot raffinatissimo, dipinto un po' con l'acquerello un po' con chiaroscuri netti, senza soluzione di continuità. Una danza circolare che si avvolge su se stessa (le storie dei vari personaggi trovano mano a mano inattesi punti di contatto) che affronta temi di grande impegno (l'eutanasia, per esempio) con leggerezza, quasi inconsapevolezza apparente. Apprezzabile la scelta di mantenere la dizione originale portoghese di nomi e luoghi per tutelarne la musicalità e quindi il fascino. Le succulente del titolo sono le piante grasse, così definite in Botanica, organismi tenaci, umili e attaccati alle cose sane. Quelle vere. Quelle per le quali vale la pena lottare, vivere, morire. 
Valeria Palumbo
OK. La salute prima di tutto
novembre 2007

IL MEDICO CHE CURAVA LE PIANTE. E  NON SOLO

«Se hai qualche fastidio, un dolore, non si faccia scrupolo. Io capisco qualcosa di medicina. Per la verità curo le piante, ma ho liberato più di un conoscente da belle emicranie e dolori intestinali». Il protagonista di Succulente, Britto Mendes, dovrebbe occuparsi solo di vegetali in sofferenza. Invece, nel giallo scritto a quattro mani da Luisa e Fulvio Ervas, deve occuparsi di uomini, malati e strane morti. Lo sfondo è costituito da Lisbona e dalle spiagge del Portogallo. Una storia circolare, insolita. Con divertenti elementi di realismo magico, a cominciare dalle guarigioni miracolose operate da un moncherino.

Carla Benedetti
L’espresso

novembre 2007

FRA CACTUS E GAROFANI

Un giallo ambientato in un orto botanico di Lisbona (un’«arca per vegetali») e nel santuario di Fatima (altra arca, per le attese di miracolo degli uomini)? Oppure una trama corale e misteriosa di «molecole volatili» che vagano nell’aria, sulle dune delle spiagge portoghesi? Di certo il romanzo “Succulente” di Luisa e Fulvio Ervas ha uno strano fascino, che lo rende diverso da ogni altro. Forse è per l’intreccio delicato e sorprendente di vite, non solo umane, ma anche animali e vegetali (tra cui spiccano le piante grasse, le “succulente” del titolo). O forse è per l’atmosfera umida e visionaria della location: in prossimità dell’oceano, cioè in una 

zona di frontiera, geografica e mentale, ai confini tra natura e cultura, tra noto e ignoto, persino tra la vita e la morte. C’è poi l’irruzione dell’infinitamente grande (un frammento di meteorite) e dell’infinitamente piccolo (i pollini, le “vibrazioni vitali” delle piante) che rompe la dimensione convenzionale in cui siamo abituati a vedere le vicende degli uomini e la loro storia. Su questo scenario più vasto trovano posto anche i superstiti sogni di cambiamento e di giustizia che si condensarono nella rivoluzione dei garofani. Sui muri di Lisbona, per diversi anni, comparve una strana scritta: “Libertemos os animais”, liberiamo gli animali. In realtà, sostiene uno dei personaggi, era « un messaggio rivolto a tutti noi». Di Luisa Ervas avevo recensito sue anni fa il romanzo d’esordio “La lotteria”, che mi era parso un piccolo gioiello. Il nome di Fulvio, fratello di Luisa, non figurava, ma leggendo “Succulente” si capisce che ne era coautore. Un duo affiatato, che condivide timbri emotivi e memorie di racconti sentiti durante l’infanzia.
Raimonda Granato
Capitoloprimo.it
ottobre 2007

 

Si ha voglia di un libro così. O meglio, si vorrebbe una vita come quelle descritte in “Succulente”, l’ultimo libro di Luisa e Fulvio Ervas.
Si aprono finestre sulle esistenze ventose di una miriade di personaggi, persone qualsiasi a prima vista,  nella Lisbona contemporanea, avvolta però da un’atmosfera di magica stasi, come forse nessuna città moderna lo è.
Britto Mendes rappresenta la chiave di volta di tutto il romanzo, splendidamente intessuto tra ricordi, pensieri, desideri mai espressi ad alta voce, credenze. È un medico delle piante che lavora alle Estufas, le serre di Lisbona, e per il suo animo in continuo divenire ci vuole poco per passare dalla quiete e pacata vita delle piante grasse (le succulente, appunto) alla frenetica ricerca dell’assassino che ha compiuto vari delitti proprio all’interno delle serre. Britto ripercorrerà la vita degli altri impiegati e ogni volta ci pare di cogliere l’indizio che potrebbe far identificare il criminale, eppure ogni volta c’è qualcosa che sfugge… C’è la sua amata Amalia, 

che inspiegabilmente si dedica a riti magici per far tornare un amore perduto. C’è la signora Luzia, che si reca in pellegrinaggio a Fatima per chiedere a Humberto di intercedere presso la Senhora affinché liberi suo figlio Manuelito dal fardello del suo corpo malato. E c’è un angelo, forse, che Britto incontra a Cabo da Roca…
I frammenti di vita descritti in “Succulente” hanno, di volta in volta, come sfondo, le calli di Lisbona, le spiagge infinite, le azzurre distese dell’oceano, rischiarati dalla luce del sole o dalla luce dei ricordi e delle sensazioni provenienti dal passato.
La costruzione perfettamente circolare della storia ci permette, alla fine, di trovare le risposte alle domande che, durante la lettura, inevitabilmente sono comparse. E trovano una spiegazione i gesti dei protagonisti, i sospiri, le loro sofferenze, perfino i battiti irregolari dei loro cuori.
In un crescendo, che raggiunge il suo acme nel finale inaspettato, il romanzo dei fratelli Ervas è capace di trasmettere quel senso di pace che ci coglie quando sappiamo di aver sistemato tutte le cose, dopo aver a lungo penato per poter trovare tutti i tasselli mancanti. Non possiamo fare a meno, però, di essere colti da una lieve malinconia, quando, pur avendo sistemato tutto, ci rendiamo conto che mancherà sempre qualcosa ed è a quel qualcosa che dobbiamo dire “Boa viagem…”.
Giulia Borgese
IO donnna
ottobre 2007

Giallo in Portogallo
Gli autori sono «veneti, fratelli» al loro terzo romanzo. Il titolo ce lo spiegano solo nell’ultima pagina. “Succulente” è il nome corretto delle piante grasse. La vicenda ruota intorno alle “stufe”, cioè le serre del giardino botanico di Lisbona, dove il medico delle piante scopre un paio di cadaveri. E altri ne seguiranno. Il bello del libro, prima della storia, è il ritratto di un Portogallo magico, tra le spiagge dell’oceano, le folle dei penitenti di Fatima e una Lisbona che nasconde segreti inquietanti. A ritmo di fado

Gabriele Burrini
Astra
novembre 2007

Si ambienta nel Portogallo d’oggi, tra Lisbona e Fatima, questo romanzo che nasce dall’incrocio di tre storie: un direttore di un giardino botanico di fronte a due morti sospette, la giovane Estrela che ha perso l’amore, Humberto privo di un braccio ma alle prese con “l’arto fantasma”. Il destino li guiderà dal veggente Manuelito, che svelerà a tutti la trama invisibile degli eventi.

 

Puralanadivetro.com
ottobre 2007

Per poter raccontare una storia non serve soltanto capacità di linguaggio o dote di sintesi; è necessario possedere la fantasia ed essere in grado di slegare per un attimo la propria mente dai rigidi percorsi razionali imposti dal pensiero quotidiano.
I romanzi più belli, infatti, si compongono di storie intrecciate tra loro, apparentemente troppo confuse per essere comprese ad una prima lettura, ma che alla fine si congiungono e consentono allo spettatore di ricomporne gli intricati tasselli.
Questo è lo schema che viene rappresentato dal romanzo, uscito il 27 settembre scorso, “Succulente” di Luisa & Fulvio Ervas; all’interno di quest’opera racconti di persone differenti creano una catena, un moto circolare, che consente agli attori del romanzo di prendere consapevolezza dei propri mezzi, del significato del proprio viaggio, il tutto attraverso vie inaspettate. Il dolore dei personaggi si trasforma in nuova vita, la morte di qualcuno determina il risveglio dell’anima di chi vi si avvicina.

Tutto questo accade in Portogallo, partendo da Lisbona e facendovi ritorno in conclusione.
La struttura dell’opera è tanto singolare quanto comprensibile se ci si ferma a valutare la vita e le esperienze di chi l’ha scritta; infatti, i due narratori, fratello e sorella, hanno sviluppato questo singolare stile narrativo grazie al proprio cammino, alle vicende che li hanno interessati già da quando erano piccoli e dovevano, a volte, andare a mendicare il cibo per potersi sfamare. Tale tipologia di narrazione, inoltre, si è formata in loro grazie ai lunghi racconti della zia, indicata quale “un po’ strega” dagli stessi nipoti, che consentiva ai piccoli Ervas di evadere dalla realtà quotidiana attraverso la coinvolgente cronaca  relativa a mirabolanti e intense storie senza fine.
“Succulente”, perciò, è un romanzo complesso ma affascinante allo stesso tempo, che consente al lettore di viaggiare insieme agli stessi protagonisti della storia, dando la possibilità, per qualche istante, di perdersi in un mondo fatto di emozioni, sentimenti e storie di vita, palpabili e quasi “solide” pur nella loro evanescenza.
Giorgia Taffarelli
Tribuna di Treviso

ottobre 2007

IL GIALLO LUSITANO DI DUE FRATELLI TREVIGIANI

Le atmosfere del giallo traslocano con successo da Treviso al Portogallo. Esce in questi giorni in libreria Succulente (Marcos y Marcos) dei fratelli di Marca Luisa e Fulvio Ervas.
L’ex operaia di un maglificio rivelatasi al Premio Calvino e il professore di scienze naturali, autori del piccolo grande bestseller Commesse di Treviso, questa volta sono alle prese con una storia che passa dai sapori nostrani a quelli lusitani senza dimenticarne nessuno: dal bacalhau alla saudade, da Lisbona con le storiche calli dell’Alfama a Fatima con la sua religiosità miracolistica.
Gli Ervas giocano con un tempo narrativo circolare, lento e sognante, che nasce e muore proprio davanti alle succulente del titolo, ovvero le meravigliose piante grasse tanto amate dal vecchio direttore di un giardino botanico perché «sanno risolvere meravigliosamente questioni di adattamento». E lo sanno fare meglio – come si scoprirà durante la lettura – delle figure che popolano il racconto, ciascuna in cerca di un modo per sopravvivere a ciò che ha perduto.
È proprio la Natura, in questa terra ai confini dell’Occidente europeo che precipita verso l’oceano, l’altra grande protagonista dell’anomalo giallo degli Ervas: tra riserve naturali, giardini botanici, spiagge e acqua essa consuma e lenisce i drammi. Davanti a lei, immersi dentro di lei, si giocano anche i destini di tutte le 

 

figure che popolano Succulente. Fin dalle prime pagine del romanzo, con le misteriose morti nel giardino della Estufa.
La vicenda porta in scena personaggi apparentemente distanti tra loro, anche geograficamente. E lo fa con salti di luogo ma anche salti e giunture temporali: più evidenti nel caso del flashback sulla «Rivoluzione dei garofani», sorprendenti nell’indefinito finale del romanzo, che ovviamente non sveleremo.
Succulente si presenta come un giallo – i tasselli del puzzle mossi dalle abili mani di Luisa e Fulvio Ervas finiscono in qualche modo per combaciare – ma si rivela in realtà un antinoir pur se la trama porta alla luce il doppiofondo dei legami tra i personaggi: il direttore del giardino botanico; il suo vice Britto Mendes che è il protagonista; la donna amata che ha il nome dell’immortale cantante di fado (Amalia); l’ambiguo poliziotto che si chiama (casualmente?) come l’autore di bestseller in lingua portoghese (Coelho); Luzia, la madre di un misterioso malato, Manuelito, verso il quale tutti confluiscono e che magicamente aiuta a “guardare più in là”; Humberto il guaritore monco che intercede presso nostra Senhora per far ottenere grazie di ogni tipo; Estrela che disegna azulejos
In Succulente i viaggi da una città all’altra, i percorsi dentro la città e nella natura che compiono i personaggi (l’unico apparentemente immobile e muto è Manuelito), così come gli spostamenti della narrazione che alterna i luoghi geografici ad ogni capitolo, non sono solo una soluzione stilistica e un artificio per tenere avvinto il lettore. Sono anche una metafora, un’ulteriore chiave d’interpretazione di un romanzo che sotto il pretesto del giallo sembra volersi occupare dell’unico, misterioso tragitto che ci accomuna: quello tra la vita e la morte.
Lara Crinò
D la Repubblica delle donne
settembre 2007

TENACI COME LE PIANTE

Un Portogallo lucido del riverbero dell’oceano, lento come uno sguardo che si perde sul mare. Da Lisbona alle dune sabbiose di São Jacinto, i luoghi descritti da Luisa e Fulvio Ervas nel loro nuovo Succulente hanno la consistenza lattiginosa dei sogni, «posti visitati solo con l’immaginazione, come nei tempi in cui non si avevano soldi né tempo per viaggiare», ma sono al tempo stesso reali come certe isole salgariane. I personaggi, a partire da Britto Mendes, protagonista di questo singolare antinoir e vicedirettore del giardino delle Estufa, magnifico serraglio vegetale della lenta Lisbona, sono figure perse nel paesaggio eppure potenti: Estrela, dolce casalinga che dipinge azulejos, Amalia, incantatrice e guardiana d’una riserva naturale, Humberto, il factotum della chiesa di Fatima che guarisce i mali altrui, Luzia, in cerca d’una grazia che Nostra Signora non può concedere. I fratelli Ervas da Musile del Piave – lui professore di scienze naturali, lei ex operaia di una maglieria, scoperta dal premio Calvino con La lotteria – li suscitano con scrittura soave intorno alla morte d’un uomo. Ma, come spiega Luisa Ervas, senza

cercare la trama gialla. Piuttosto per raccontare come si sopravvive a un amore finito, al fardello d’un figlio che non può badare a sé, alla propria immagine di santo d’una rivoluzione, guardandosi dentro e scoprendosi forti.

In Succulente c’è un delitto. Ma la soluzione dell’intrigo è sfuggente. Come mai?
Come in Commesse di Treviso, l’altro romanzo che ho scritto con mio fratello Fulvio, tutto parte dalla morte di qualcuno. Perché è ciò che illumina un’esistenza e ciò che la circonda, l’ambiente sociale, le persone che conosceva, i luoghi che frequentava. Un buon modo per iniziare una storia, ma poi volevamo parlare d’altro: del dolore di ritrovarsi senza qualcosa che è importante e di reinventarsi una vita.

In tutto il libro ricorre l’immagine delle piante grasse che Britto Mendes cura personalmente nel giardino delle Estufa…
Le Succulente, che danno anche il titolo al libro, sono piante che crescono ovunque e non hanno bisogno di quasi nulla. Sono l’immagine stessa della capacità di arrampicarsi sulla vita, di mettere radici comunque. E anche nel nostro non-giallo ognuno va in cerca di una strategia per sopravvivere a ciò che ha perduto.

 

Orietta Possanza
Left

settembre 2007

SUCCULENTE, STORIE DAL NORDEST

L’Italia del Nordest torna a far parlare di sé e dopo La lotteria e Commesse di Treviso, ecco arrivare il libreria (dal 27 settembre), pubblicato da Marcos y Marcos, Succulente scritto ancora a due mani dai fratelli Ervas.
La “piccola cooperativa di scrittura” Luisa Carnielli e Fulvio Ervas, porta in scena la vicenda di donne e uomini alle prese con il distacco. Tra perdite d’amore e di vita, un malato incurabile che qualcuno vorrebbe aiutare a morire, indicherà la strada verso un nuovo modo di esistere. Tra piante grasse, particelle elementari, fuochi sulla spiaggia, il nuovo romanzo unisce in modo originale la passione d’amore e l’amore per la Terra con i suoi misteri e le sue certezze. Sempre con ironia, piacere del mistero e il giusto equilibrio fra fantasia e denuncia. Questa volta siamo in Portogallo fra le calli di Lisbona e le immense spiagge dell’oceano.

Fulvio, dopo le isole del Nord e Treviso, perché Lisbona?
Siamo dei migranti, almeno con la fantasia. Ci muoviamo su sfondi che ci emozionano: isole città d’acqua come Treviso e città sull’oceano. Non credo che scriveremo romanzi, detto con rispetto con Milano o New York sullo sfondo. Piuttosto un roccioso altopiano persiano. È un fatto di suggestioni personali la nostra modesta scala estetica. Lisbona, il Portogallo, ci hanno suscitato quel meraviglioso senso del limite che , a noi , serve per sentirci correttamente potenti, adeguatamente vivi, inseriti in un flusso di accadimenti. Ma, per certi aspetti, anche Treviso rappresentava una condizione di limite: l’equilibrio instabile tra ricchezza e civile convivenza; come l’Arcipelago Lansbergis, de La Lotteria, era un luogo limite tra avidità umana e la condanna dell’insensatezza da parte della natura.

In Commesse, il tema sociale macchiato di giallo è molto forte, qui c’è più spazio per gli affetti, un cambio di rotta?
C’è un cambiamento di scala. Commesse di Treviso gioca con la “diversità”, tutti i protagonisti sono dei “foresti”, in qualche modo estranei ai canoni comuni della città. Fa da sfondo alla Treviso delegante e bella la devastazione del territorio, di cui le discariche sono un aspetto. Succulente si centra su una scala all’apparenza più piccola, quasi intima. Ma sfiora il tema dell’eutanasia, parla della fede a Fatima. Qui i personaggi si muovono non per rispondere in prima istanza a questi interrogativi, ma cercano modi per risolvere aspetti della loro vita, proprio come le piante grasse, le succulente.  E in questa ricerca trascinano con sé anche altre, sconfinate, questioni. Se non trovi risposta anche alle tue istanze non cambi certo il mondo. Come dire: il paradiso è qui, qualsiasi sia la definizione che ne puoi dare.

Di solito si pensa la creatività come solitaria. Come conciliate idee, narrazione, stile?
Siamo degli artigiani che costruiscono mosaici con le parole. Nelle nostre storie entra il passante che, per strada, ci colpisce; un cognome dal suono gradevole; uno scienziato che ci ha fatto pensare; il titolo di un giornale; le persone che vorremmo incontrare. È un modo per riflettere il movimento della vita che ci circonda. Se pensassimo che scrivere possa essere solo lavoro individuale, allora sì che la cooperativa sarebbe nei guai.

Quanto conta il Nordest nella vostra narrazione?
Il Nordest è una strana creatura che suscita furiose curiosità e inconfessabili repulsioni. Non ancora adeguatamente narrata dai suoi scrittori. Forse è un luogo che può solo essere immaginato e descritto attraverso mascheramenti. Siamo colpiti dal logoramento del territorio dove siamo cresciuti. Forse è la nostalgia che ci trasporta fuori, alla ricerca di un Nordest di acque e alberi perduti.

Marta Cervino
Marie Claire
settembre 2007

Le Estufa, ovvero i giardini botanici di Lisbona, Fatima e São Giacinto. Due morti misteriose, due domande senza risposta, inquietudini che si rincorrono nelle calli. Il factotum del santuario di Nostra Signora dotato di bizzarri poteri terapeutici.

 

Piante succulente (ovvero piante impropriamente definite grasse, dotate di particolari tessuti “succulenti”, tramite i quali possono immagazzinare grandi quantità di acqua, secondo Wikipedia) che testimoniano speciali talenti di vivere. Al centro c’è Manuelito, creatura reietta, dimenticata, una specie di idiot savant che rimette in moto il tempo e snoda i destini. La cosa bella? È che questo romanzo (in uscita a fine settembre) ha il ritmo del fado. E un finale davvero sorprendente.

Scheda del libro

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