CRISTIANO CAVINA
Un'ultima stagione da esordienti


Recensioni

 

Cosmopolitan
ottobre 2007
ibs
maggio 2007
Rumore
maggio 2007
blog
maggio 2007
Stilos
marzo 2007
L'Espresso
febbraio 2007
Venerdì di Repubblica
gennaio 2007
Famiglia cristiana
dicembre 2006

Marie Claire
dicembre 2006

WUZ.it
dicembre 2006
Max
dicembre 2006
Grazia
novembre 2006
Corriere della sera
novembre 2006
La Gazzetta dello Sport
novembre 2006
SportWeek
novembre 2006
puralanadivetro.com
novembre 2006
La Repubblica delle donne
novembre 2006

 

Gabriella Grassi
Cosmopolitan
ottobre 2007

Esistono uomini che si sentono meglio di noi. Ma ci sono anche maschi convinti che dalle donne ci sia tutto da imparare. Lo scrittore Cristiano Cavina è uno di loro
I protagonisti dei libri di Cristiano Cavina hanno tutti qualcosa di lui. Soprattutto una: vivono in una famiglia interamente al femminile e non hanno padre. Perché così è andata allo scrittore romagnolo: è cresciuto con la mamma, la nonna e la zia (e un nonno, ma ininfluente). E anziché diventare, per reazione, un trionfo di misoginia, si è convinto che noi siamo il sesso forte, Da cui i maschi hanno da imparare.

Dovremmo copiarvi di più
«La prima cosa, la più importante, che le donne della mia famiglia mi hanno insegnato, è che gli uomini sono dei “pacchi”. Mio nonno non ne ha mai azzeccata una: i suoi difetti erano sempre messi in evidenza e, con i suoi, anche i miei», racconta Cristiano. «Osservando le battaglie tra mia madre e mia nonna, poi, ho imparato che voi siete capaci di fare male in maniera sopraffina, come dei killer. Sapete sempre qual è il punto in cui piantare la spada. Noi invece, quando litighiamo, colpiamo a casaccio». Be’, non è un’immagine molto femminile… «Ma il bello delle donne è che coniugano durezza e innocenza. Sanno essere salde come la rocca di Gibilterra e morbidissime. Forti e imbranate. E io, per certi versi, ho preso da loro: per alcune cose sono tosto, per altre Forrest Gump», continua Cavina.
Ci sono altri aspetti che hai preso “a prestito”? «Ho un lato femminile: la delicatezza di dire o non dire, fare o non fare certe cose, Però a volte sbaglio come gli altri. Perché noi uomini abbiamo tutti questa tendenza a fari i “birri” (i maschi 

della pecora), cioè i testoni. Vedo certi miei coetanei: le fidanzate magari una sera vogliono andare a ballare e loro, invece, giocano al videopoker, bevono vino, leggono la gazzetta… Ma che gli costa accompagnarle? E anche a me: che mi costa, 
a volte, chiudere il libro e parlare un po’ con la mia ragazza? Non so proprio come facciate ad avere così tanta pazienza! Davvero: noi siamo inadeguati su tutti i fronti. Secondo me voi siete pure più intelligenti. Raccontarvi balle è dura, perché ci beccate subito. E poi sapete sempre come comportarvi. Una sera nella pizzeria di mio zio, dove ancora lavoro, quando non sono in giro per presentare i miei libri, c’erano due tavolate di dodicenni. Una era di maschi: facevano un casino pazzesco. Le ragazzine invece si divertivano senza disturbare, come se sapessero già come va il mondo», conclude.

Un esempio chiamato papà
A questo punto, una domanda provocatoria viene spontanea: in nostro scrittore non sarà un po’ mammone? «Mia madre era molto giovane quando restò in cinta per sbaglio. La sua famiglia cercò di farla abortire, lei rifiutò. Capito perché non posso non amarla alla follia?», risponde Cristiano.
«Detto questo:io sono mammone solo filosoficamente. Nella vita, so darmi da fare. Anche perché le donne della mia famiglia sono state un esempio di indipendenza. Non avere un padre non mi è mai mancato. Anzi, quando ero piccolo ero quasi contento, perché nessuno poteva dirmi: “Se non ti comporti bene, lo dico al babbo!”. Però, ora che la mia compagna aspetta un bambino, mi rendo conto che non ho la più pallida idea di cosa voglia dire la parola “papà”. Io e mio figlio partiremo alla pari: saremo entrambi esordienti, senza precedenti esperienze. Certo questo vale per tutti quelli che diventano padri per la prima volta: ma la maggior parte, almeno, ha un esempio.
Comunque sono felice. Solo mi spiace per Anna, la mia ragazza. Tra poco si ritroverà a dover inseguire un altro bambino: come se non ci fossi già io a farla disperare…!»

 

Alen Loreti
Ibs

maggio 2007

Leggetelo a voce alta, il terzo romanzo di Cristiano Cavina. E non meravigliatevi se una volta terminato, vi capiterà di agitarlo come un rabdomante alla ricerca dei luoghi e delle atmosfere descritte dal narratore di Casola. «Un’ultima stagione da esordienti» è un omaggio al calcio e alla tradizione orale di queste terre: «Io sono solo il microfono attraverso il quale certe voci e certe storie si salvano e non sprofondano. Questo libro è un atto d’amore verso le persone alle quali ho voluto e voglio molto bene» spiega Cavina. Un incontro dedicato alla definizione di quella passione calcistica che segna la vita, le delusioni e i sogni di un piccolo paese della Romagna coinvolto nelle avventure calcistiche della squadra locale. Un anno di campionato provinciale vissuto da una truppa di tredicenni che s’intreccia con 

 

l’ultimo anno scolastico, prima di salutare l’infanzia. Tutto comincia da un campetto di ghiaia, nel cuore degli anni ’80 tra l’heavy metal degli Iron Maiden e la pioggia di Chernobyl, dove il pallone è il punto di partenza di una narrazione divertente e spesso commovente. Le storie di questi ragazzini – segnate da conflitti familiari, lotte scolastiche, allenamenti sofferti e trasferte da scongiurare – si mescolano con il tifo scalmanato, le chiacchiere da bar, le prediche dei frati, le espulsioni degli arbitri e la scaramanzia del Mister nell’ultima decisiva partita. Una trama ritmata da capitoli brevi e visioni felliniane, dove la comicità di scoprire che lo «strascins sia roba da ricchi» si fonde alla dolcezza poetica: «a Casola il cielo era un fazzoletto blu appoggiato alla cima delle colline». Un finale eroico in cui il destino dei protagonisti trascende i quattro gatti in copertina. Finita la lettura riponetelo nello scaffale tra Gargantua e Pantagruele di François Rabelais e la Guerra dei bottoni di Louis Pergaud. Già, perché ora l’esordiente Cavina merita la maglia di titolare.

Michele Trotta
blog
maggio 2007

Cristiano Cavina e la rivincita dei tinelli

Ci sono giorni che vorrei non avere mai pensato di  diventare scrittore. Qualche mese fa, leggendo un articolo del critico letterario del Corriere Della Sera, Aldo D’Orrico, ho provato questa sensazione. L’articolo era molto compiaciuto su alcune tendenze della narrativa italiana, una in particolare chiamata Pipernismo. Il significato di questo termine è facile: tutti quegli scrittori che parlano di motoscafi, impotenza sessuale (che fa molto cool) e famiglie ricche e sfasciate. D’Orrico proseguiva sempre più esaltato (era proprio sul punto di materializzare un esercito di Pariolini pronti a dar fuoco alla Roma Pasoliniana) e (parafrasandolo) diceva: basta ai romanzi sfigati degli operai con le cucine che puzzano di sugo, ora fateci vedere un po’ di lusso. Mica possiamo sempre leggere di Tommasso Puzzilli, vogliamo anche noi i nostri “grandi Gatsby”. 

Da quel giorno odio D’orrico e le sue farneticazioni, e di riflesso non sopporto più nemmeno Piperno (per quanto il suo romanzo d’esordio mi era sembrato un buon libro). Quelli come D’Orrico dovrebbero passare un pomeriggio con gente coraggiosa come Cristiano Cavina, dovrebbero capire che quelli come Cristiano il “puzzo di sugo” non lo sentono solo nei tinelli degli appartamenti popolari, ma se lo ritrovano attaccato addosso anche al lavoro (infatti fa il pizzaiolo con lo zio quando non è in giro per letture e presentazioni). 

 

Quelli come Cristiano sono usciti direttamente dai dischi di Johnny Cash e di Hank Williams; magari non sanno da quante righe è composta una vera cravatta Regimental, ma sanno benissimo quanti goal ha segnato Pietro Maiellaro nella stagione 1989\90. Quelli come lui  non sanno nulla dei motoscafi e dei villaggi vacanze all inclusive, ma sanno cosa significa dover mettere i soldi da parte per pagarsi un corso di scrittura creativa in un ambiente esclusivo frequentato da ragazzi competitivi che hanno, come ci ha detto lo stesso Cavina ieri, solo l’ambizione di scrivere un super thriller da un milione di copie.

 Cristiano Cavina è uno scrittore onesto. Uno che, entrato nelle nostre aule,  non si è vergognato di dire che non ha mai conosciuto suo padre e non si vergogna di sferzare il mito che vuole lo scrittore rinchiuso in una torre d’avorio a bere martini e scegliere un revolver abbastanza glamour per farsi saltare il cervello.

Per Cristiano provo un’empatia immediata: è stato un calciatore di periferia (come me), vive in un paese minuscolo e sonnacchioso (come me) ed ha lasciato la sua regione per frequentare una scuola di scrittura creativa (hey, proprio come me). Racconta storie minime con protagonisti veri ed anche sfigati. Nei suoi libri non troveremo mai giochi linguistici alla Barthelme, oppure sperimentalismi criptici, no, troveremo storie. Cristiano ci trasmette il piacere di leggere per veder crescere il protagonista, allo stesso modo in cui crescono i personaggi di Stephen King in “Stagioni Diverse”. I libri di Cristiano piacciono perché raccontano un’Italia vera che, probabilmente, non morirà mai e che sarà ancora famosa quando il Pipernismo non sarà più popolare. Cristiano è figlio di una letteratura tenacemente proletaria che si esalta nei campetti di periferia, come succedeva a Pasolini. Una letteratura che ha scelto di non entrare nei salotti buoni e di restare per sempre nei tinelli. Nonostante la puzza di sugo.

 

Stefano Izzo
Rumore

maggio 2007


Alzi la mano chi non ha mai giocato a calcio sul campetto tutta terra e buche di un oratorio, o sull’asfalto sbriciolato di un parcheggio, con la porta fatta di maglioni appoggiati a terra e il fallo laterale che non esiste. C’è davvero, in Italia, qualcuno che non abbia mai scavalcato una recinzione per recuperare il pallone dopo un tiro svirgolato? Che non si sia mai sbucciato le ginocchia volando a terra dopo un contrasto con l’avversario? Be’, se esiste davvero qualcuno così, forse è meglio che non legga l’ultimo romanzo di Cristiano Cavina, trentatrè anni, tra i nomi migliori della nuova narrativa. Perché Un’ultima stagione da esordienti racconta proprio questo: l’epica quotidiana del calcio giocato a perdifiato sui campetti polverosi di provincia, dove saper usare i gomiti conta più di avere i piedi buoni e il Dio del 

 

Calcio non si vergogna di dispensare la propria magia, trasformando cross sbagliati in micidiali assist. La storia, siamo a metà degli anni Ottanta, è quella di una squadra di ragazzini di terza media, l’AC Casola, che ogni pronostico vorrebbe fuori dalla lotta per la vittoria finale, non foss’altro che per la divisa che indossano: casacca blu sbiadita da infiniti lavaggi, numeri che si scuciono dopo pochi minuti, calzini spaiati e guanti da giardinaggio alle mani del portiere che non può permettersi quelli buoni. Eppure, con la grinta e la fame di chi è pronto a farsi scoppiare il cuore pur di difendere la propria porta, quei ragazzini raggiungono il secondo posto in classifica e arrivano a giocarsi il tutto per tutto all’ultima di campionato. Proprio contro gli odiati rivali del Borgo Ghibellino, roccaforte infernale presidiata da undici mastini con gli occhi iniettati di sangue e i polpacci grandi come tronchi di betulla. Una sfida che significa chiudere con o senza gloria un’intera stagione della loro vita,  prima che inizino a spuntare i primi peli scuri sopra le labbra e le magliette attillate delle compagne rapiscano per sempre i loro sguardi.

 

Angelo Orlando Meloni
Stilos

marzo 2007

 Il dio del calcio non abita più qui

Tra gli scrittori nati negli anni Settanta Cristiano Cavina è uno di quelli più fortunati. Mettendo d’accordo un po’ tutti, ha venduto parecchio e ricevuto recensioni lusinghiere. Marco Belpoliti, per esempio, lo definiva uno scrittore sorgivo, e non è stato certo l’unico a spendere buone parole per il nostro. Un successo su tutta la linea, quello di Cavina. Roba da (prima) gonfiare il petto e (poi) dirsi: «E ora?»
Già, e ora? Dopo i colpi a sensazione di Alla grande e Nel paese di Tolintesàc, Cristiano Cavina con sublime sprezzo del pericolo si è cimentato con una storia di calcio e ne è venuto fuori con Un’ultima stagione da esordienti, il suo terzo romanzo (al quale si aggiunge un racconto lungo dal titolo molto simile, pubblicato anni fa da Transeuropa). Un libro gagliardo e comico nel quale ha mescolato una duplice operazione nostalgia sulla fine dell’infanzia e degli anni Ottanta (con il loro armamentario regolamentare di miti pop e pioggia radioattiva) ad alcuni elementi tipici del calcio poetico: i campetti spelacchiati di periferia; le rivalità di paese; i commenti da bar; i tifosi esaltati e deliranti.
Argomenti difficili da maneggiare, perché visti e rivisti, però allo stesso modo, se trattati con la giusta dose di umorismo e tenerezza, in grado di sviluppare una miscela ad alto potere di coinvolgimento.
Diavolo di un Cavina. Il suo stile è semplice, sintonizzato sui registri del parlato, affabulatore ma non troppo. Eppure… Lo scrittore confessa di non essere troppo forte con ortografia e grammatica. Ma andando al di là della modestia che fa 

 

personaggio, un personaggio tutto simpatia, di quella che dovrebbe essere contagiosa, da un lato abbocchiamo all’amo e ci facciamo trasportare dalla sua penna fluente ma non invasiva. Dall’altro pensiamo che il libro non sia frutto di una genialità istintuale, ma che sia stato limato, alla ricerca continua dell’effetto, della battuta, della sintesi. Frutto di un mestiere che va consolidandosi tra alti e bassi, a prezzo di fatica e letture. Ma stiamo parlando di un autore che dopo le prime pubblicazioni decise di frequentare una scuola di scrittura. Caso più unico che raro di un artista che torna a studiare laddove in molti penserebbero già di meritare il Nobel.
Un’ultima stagione da esordienti
non è solo la canzone sgangherata, tra Jannacci e Stefano Benni, del calcio minore, dei campetti dove i bambini si scorticano le ginocchia inseguendo il gesto alla Rummenigge e nei quali ogni tanto appare il Dio del calcio. Un Dio per così dire “in disuso” e nel quale dalle parti del professionismo hanno smesso di credere. Non è solo una divertita e commossa rivisitazione del passato di un gruppo di amici che, è inevitabile, riverbera sul passato di un’intera generazione. Un’ultima stagione da esordienti è il romanzo con il quale Cristiano Cavina chiude il cerchio che aveva tracciato con Alla grande, con un altro ragazzo che vive in un mondo fantastico e parla una lingua tutta sua, non diversamente –quindi- dai patiti della pedata atletica. Attenzione, però, le cose adesso sono cambiate. Gli ultrà hanno provveduto a farci capire una volta e per sempre come il Dio della pelota ci abbia abbandonati. E che forse non tornerà mai più su di un campetto spelacchiato per far scendere la sua grazia sulle scarpine di un bambino. Abbiamo voglia a credere nel calcio di una volta, confondendolo con la nostalgia per i nostri undici anni. Ormai siamo diventati adulti, il calcio non è più motore di (belle) storie, la stagione da esordienti è finita. Ma attenderemo comunque la prossima opera di Cristiano Cavina per essere felicemente smentiti.

Brunella Schisa
Venerdì di Repubblica

gennaio 2007

Cristiano Cavina, al terzo romanzo, spiega perché anche questo è ambientato nel Ravennate. E ha per protagonisti dei ragazzini

Fa il pizzaiolo da quando aveva quindici anni, lo scrittore dal 2002 è tra le voci più interessanti del momento. Il microuniverso in cui nasce l’epica di Cristiano Cavina, 32 anni, è il suo paesello Casola Valsenio, in provincia di Ravenna. Un’ultima stagione da esordienti, il suo terzo romanzo, racconta di una squadra di calcio di tredicenni, che in una provincia angusta e polverosa compie un miracolo sportivo.

Tre romanzi ambientati a Casola Valsenio: non è troppo?
«
Prima o poi lascerò il mio paese, ma non so se continuerò a scrivere. Ho ancora due o tre storie che voglio raccontare e chi

 

sa se dopo saprò proseguire. Io racconto ciò che ho vissuto e vedo, sono un narratore, non uno scrittore che costruisce trame e intrecci».

Per questo la sua scrittura è fatta di periodi brevi, come un racconto orale?
«Sono cresciuto in un bar di paese. Da noi c’è la tradizione di raccontare quello che ti succede a voce e questo diventa mitologia. E poi…»

E poi?
«Non sono sicuro di me quando supero le tre righe. Zoppico in grammatica e ortografia, ho fatto studi mediocri».

I suoi personaggi sono sempre preadolescenti: perché?
«Quando avrò ottant’anni forse potrò parlare dei miei trenta. Ma con i ragazzini ho finito. Ora mi sposto sugli adolescenti».

 

Marco Belpoliti
L’Espresso
febbraio 2007

Profumo di Romagna

C’era una volta la provincia, il suo baricentro stava in un campetto di calcio, dentro un oratorio, vicino a una scuola, nel retro di una Casa del popolo. Ci correvano tutti i pomeriggi a perdifiato cinque, dieci, dodici ragazzini divisi in due compagini: sgambettavano dietro al pallone su campi polverosi e ghiaiosi, tutte buche e con rari ciuffi d’erba. Un territorio noto al cinema e alla letteratura, terreno di incontri e scontri. Questa provincia ha ora trovato il proprio aedo che sa raccontare la piccola epica quotidiana del campo di calcio e dei campionati per ragazzi. Cristiano Cavina pubblica il terzo episodio della sua biografia d’infanzia e prima adolescenza in un piccolo paese della Romagna. Un’ultima stagione da esordienti narra una storia vista attraverso lo sguardo incantato e retrospettivo di un 

 

ragazzo ormai cresciuto. Libro autobiografico, con guida finale a nomi e soprannomi, Un’ultima stagione è pervaso da una sottile malinconia, un tono affabulatorio che a tratti ricorda quello del Barone rampante di Calvino. Ma mentre lo sguardo dello scrittore ligure era intriso di politica e utopia, di miti resistenziali, seppur traditi, quello di Cavina è solo nostalgico, privo di speranze collettive, ricondotto al solo punto di vista del narratore: un ragazzo che ha vissuto su quei campi di calcio la sua ultima epopea prima del balzo nell’età adulta. Non è un caso che la voce narrante chiuda la storia auspicando di poter diventare vecchio, saltando l’età adulta, più spinosa e insensata rispetto alle due età estreme dell’esistenza. C’era una volta la provincia – siamo negli anni Ottanta – e ora non c’è più, cancellata dalla ricchezza del decennio successivo, dal neocapitalismo rampante del Nord-est. Al posto delle figure provinciali, divertenti, patetiche e comiche di Cavina, narratore carico di pathos naїf, ci sono ora solo i mostri della vecchia e nuova cronaca nera.
Grazia Casagrande
WUZ.it
dicembre 2006

Un’ultima stagione, quella della terza media, per avere il pallone al centro delle proprie passioni (anche se qualche cedimento si avverte, soprattutto nei confronti delle ragazze), per vivere il gruppo di amici come momento fondamentale nella propria esistenza, considerare l’allenatore della squadra più autorevole di genitori, professori e preti, e un buon tiro in porta più carico di gloria di un “ottimo” conquistato all’esame di terza media.

Un’ultima stagione per passare un numero di ore spropositato allo spelacchiato campetto del paese, per sognarsi di notte le partite e fuggire ad allenarsi affrontando l’ira dei genitori, per rinunciare ad ogni altra distrazione concentrando tutte le energie e risorse sulle magiche ore della gara e per portare alto l’onore del paese natale superando eroicamente le squadre di quelli vicini.

Un’ultima stagione ingenua della vita, con l’entusiasmo irrefrenabile e la volontà di andare sempre oltre i propri limiti per non deludere il gruppo; con la capacità di dimenticare ogni problema, ogni guaio quando tra i piedi si ha una palla e si riesce per un miracolo, un prodigio, a fare il tiro giusto.  

 

Non importa se poi si dovrà zoppicare per un anno o rinunciare a un successo scolastico; una certezza c'è in tutti i ragazzi della squadra: ne valeva la pena!Cavina, in questo suo terzo romanzo, dimostra una maturità e una sicurezza di scrittura dovuta alle sue naturali doti e alla consapevolezza di un pubblico di lettori amico a cui può confidare molto di sé.
L’allegria, una nota caratteriale dell’autore che, chi lo abbia conosciuto anche solo una volta, non dimentica, si alimenta nella scrittura di elementi di nostalgia e di affetto per una realtà di paese tanto frequentata e amata.
I bambini, come i vecchi, rappresentano la dimensione umana in cui la spontaneità prevale e che Cristiano sa meglio raccontare. Anche in questo libro, in cui tutti i lettori di sesso maschile potranno riconoscere tante emozioni da loro vissute, ciò che colpisce è la sincerità comunicativa. E poi anche la delicatezza con cui, ad esempio, racconta la scoperta del sesso e dell’universo femminile, così attraente e misterioso, per dodicenni che, vent’anni fa, erano molto lontani da quello che la cronaca oggi ci propone. 
Questo libro delicato e pieno di tenerezza per un sé bambino ancora molto vivo, è un ottimo compagno per il lettore che cerchi in un testo una buona scrittura e la rappresentazione di un mondo che, sparito per lo più nelle grandi città, forse continua a resistere e a dare i suoi migliori frutti (Cavina è proprio uno di questi) nella provincia italiana.

Fulvio Panzeri
Famiglia cristiana
dicembre 2006

 

Cavina, quando il calcio era il gioco della vita

Un gruppo di ragazzi di terza media, nell’ormai mitico borgo di Casola Valsenio, cresce attorno al pallone e al Mister. Il nuovo romanzo del miglior giovane narratore in circolazione.

 

Cristiano Cavina, classe 1974, arriva al terzo romanzo, Un’ultima stagione da esordienti, e si conferma come il miglior giovane narratore oggi in circolazione in Italia, proprio in virtù della sua voce, quasi un sentire naturale. Questo nuovo lavoro, ambientato nell’estate del 1985, ha la forza epica e spensierata di una canzone culto degli anni Sessanta, Azzurro, scritta da Paolo Conte per Celentano.
Qui ci sono i campetti ghiaiosi su cui si allena un gruppo di ragazzini di terza media «a cui cominciavano a spuntare i primi peli scuri sopra le labbra». Sono gli stessi campetti su cui ha corso Cavina, una passione per il calcio che gli fa illuminare gli occhi e che trasfigura con leggerezza queste pagine che 

 

registrano, pur se ambientate nell’ormai mitico borgo di Casola Valsenio, sull’Appennino tra la Romagna e la Toscana, una realtà comune dell’aggregazione giovanile, quella delle squadre con il Mister e gli allenamenti, i discorsi tra i ragazzi, lo sport come amicizia e come valore.
È la realtà di un calcio ancora autentico, non spettacolarizzato, quello che ci racconta Cavina. Quando George Balducci, «tuttofare della società e compagno di maraffa del Mister», tira fuori il furgoncino dell’AC Casola dal garage comunale e lo parcheggia davanti alla sede vuol dire che sta cominciando un nuovo campionato. Il libro segue i nostri ragazzi in giro per le partite in trasferta con le varie squadre, e più il campionato avanza, più la scuola pretende tempo e impegno, con gli insegnanti che non capiscono i compiti non eseguiti a causa dell’allenamento. La scuola tenta di allontanarli dal calcio, senza riuscirci: «Era il calcio che si rifiutava di allontanarsi da noi».
Allora l’avventura continua, anche se i ragazzi non sopportavano di giocare nella Bassa, abituati a un mondo che «visto da noi, era fatto di boschi, vigneti in pendenza e qualche ettaro di azzurro sopra la testa», e una finale epica a Borgo Ghibellino, «piantato alla fine del mondo» e che «combatteva qualsiasi corpo estraneo cercasse di penetrare nel suo perimetro».
Cavina racconta con leggerezza, ironia e passione, divertito e incantato dalla sua terra, trasformando la memoria in purezza di racconto che giunge a spiegare come «un pallone possa trasformare i più deboli nella Rocca di Gibilterra».
 

Ermanno Paccagnini
Corriere della sera
novembre 2006

Non c’è due senza tre, si suol dire. L’importante è che quel «tre» si sviluppi con naturalezza, senza sforzo e tarocchi creativi.
Che è quanto invece trovo in «Un’ultima stagione da esordienti» di Cristiano Cavina, dopo il sorprendente esordio di «Alla grande», confermato da «Nel paese di Tolintesàc»; ove a colpirti da subito è certa legnosità inventiva ed espressiva, in contrasto col precedente raccontare fluido, proprio d’una memoria che s’impregnava dei personaggi che si portava dentro e che (come nonna Cristina di Tolintesàc) agivano da controcanto, quasi in una storia formativa del modo stesso d’un raccontare che, pescando nel passato, s’intrideva di sentimenti come il dolore, il sorriso, la scoperta e la malinconia. Che è poi ciò che manca quasi del tutto in «Un’ultima stagione da esordienti», al cui centro sta un’annata di campionato di calcio (tema purtroppo sempre più stancamente di moda).

Un campionato di esordienti, stagione 1985/86, che vede protagonista l' A.C. Casola: 18 giocatori (caratterizzati in gran parte da nomignoli del tipo Il Ragno della Storta, Fattura, Donna Nuda) per sole 16 maglie, più il Mister, il presidente Rockefeller e qualche incallito tifoso. Un campionato giocato sugli infami campetti dell’Appennino, nel quale s’affaccia come cattivo di turno il Borgo Ghibellino, vera «succursale dell’inferno fatta apposta per massacrarti», e da affrontarsi col coraggio sparato nelle orecchie dalla musica a tutto volume di AC/DC e Iron Maiden.

 

Ci si muove così tra convocazioni, allenamenti, amichevoli, partite più o meno facili, tecniche, contorni vari, sino alle due ultime partite: allorché il Casola è dapprima terzo a tre punti dalla prima, il famigerato Borgo Ghibellino, e poi a due soli punti, con l’ultima partita da giocare in casa dello stesso Borgo. Un esito segnato se non intervenisse il Dio del Calcio a ribaltare risultato iniziale della partita e classifica finale. Classifica finale del campionato, beninteso; non l’esito di «Un’ultima stagione da esordienti», che resta uno sfilacciato romanzo procedente piuttosto per singole scene. Per di più un «procedere statico», con capitoli gestiti spesso come singoli racconti; ove se talora uno funziona («Le amichevoli»), eccone subito dopo un altro («Scuola Media Statale A. Oriani») tirato a fare libro, con conseguente generale senso di ripetitività. Sicché a salvarsi sono singole scene o momentanei sprazzi (il permesso strappato alla madre da Piter Cammello; Donna Nuda al contrasto a occhi chiusi; il capitolo a singhiozzo su Matteo Danesi), oltre ai tesi capitoli finali. Anche perché il campo di calcio è gestito da Cavina quale palcoscenico d’un teatrino su cui ad agire sono macchiette più che veri personaggi; che funzionano come tali semmai nel ritratto (l’arbitro Costa), specie se memori dei precedenti romanzi (il tifoso novantenne Enzo Bubani).
Tanto più che manca l’aiuto della scrittura, incapace di far decollare da certa piattezza referenziale un tono che vuol essere giocoso, sorridente, persino goliardico. Ma che, in certi «gridolini di ammirazione che piovevano dalle tribune, come acqua fresca spruzzata da un innaffiatoio, a noi che occupavamo le officine delle retrovie riempivano il cuore», ti combina un brutto fallo da area di rigore.
Carlo Annese
La Gazzetta dello sport
novembre 2006

Cavina, ridere di calcio come con Benni

Casola Valsenio esiste davvero, tra le colline del Ravennate. E sono reali i personaggi di cui Cristiano Cavina lo popola in un bel romanzo, pieno di leggerezza: un gruppo di tredicenni che giocano l’ultima stagione da esordienti, nel calcio e nella vita, e la bizzarra corte di tifosi e accompagnatori. Un campionato di svolta, in cui ogni avvenimento assume dimensioni mitologiche: dalla caccia grossa dell’allenatore che porta in panchina la testa imbalsamata di un cinghiale, alla finale epica col Borgo Ghibellino, a due passi dall’inferno. «È il periodo della terza media, in cui le ragazze non ti filano, ti lavi poco e fai le esperienze più importanti in una squadra che s’incastra alla perfezione», spiega Cavina.
Trentaduenne, tra i nomi migliori della nuova narrativa, Cavina ha giocato in quella squadra, col soprannome di «Oh, te», come lo chiama l’allenatore («in Romagna c’è una tradizione di nomignoli: solo il prete usa il vero nome, il giorno del battesimo»). Dopo il successo dei primi romanzi ambientati a Casola e in un borgo immaginario simile all’originale (Alla grande e Nel paese di Tolintesàc), è il trequartista della Nazionale Scrittori, con spirito alla Gattuso. «Fa ridere che il “polmone” sia io – dice –: ho l’asma e fumo quaranta sigarette al giorno».
Sembra uno dei paradossi che condiscono un libro che ricorda il miglior Benni della Compagnia dei celestini, con una scrittura divertente, la cui forza sta nel puro racconto. Di un calcio con la «c» minuscola, giocato tra le auto, coi vigili che portano via il pallone. Ma anche di una provincia che luoghi e personaggi rendono poetica. «A Casola il cielo era un fazzoletto blu appoggiato alla cima delle colline – scrive Cavina –. Eravamo l’ultima speranza di un bellissimo luogo morente. Casola, sola di fronte alla fine del mondo. Noi eravamo la Rocca di Gibilterra». È tutto vero.

Marta Cervino
Marie Claire
dicembre 2006

 

C’è odore di erba tagliata, di merende rubate, di caffè. Ci sono libri chiusi in fretta, borsoni sportivi portati a tracolla «come i paracadutisti», e gambe che non ne vogliono sapere di star ferme. Furgoncini per le trasferte e i vecchi del paese tra cui il professor Querzola (latinista in pensione più o meno dalla caduta dell’Impero Romano), e Bubani Enzo («novantenne sopravvissuto alla Campagna d’Africa che affronta le partite come una nuova invasione») che fanno un tifo che nemmeno a San Siro. Mister maestri di vita, battute di caccia al cinghiale, toccate miracolose, compagne di classe così belle da rimanere «impigliati nei loro sorrisi» e il Dio del calcio che appare nei campetti dei campionati provinciali, «l’unico posto in cui non si vergogna di farsi vivo». La squadra dell’AC Casola (formazione: il Ragno della Storta, l’autore Oh Te, Piter Cammello, La Bomba, Donna Nuda, il Grande Poggio, Fattura, Rigo…), con la sua maglietta blu stinta dai troppi lavaggi, nel 1985, in quell’ultima stagione da esordienti si gioca infanzia, sogni e voglia di futuro. E impara le regole, quelle che serviranno nella vita vera. Che, alla fine, non è nient’altro che una lunga e meravigliosa partita.

Fabrizio Salvio
SportWeek - La Gazzetta Sportiva
novembre 2006

Erano altri tempi, o forse soltanto altri luoghi. 1985, Casola Valsenio, provincia di Ravenna, tremila abitanti aggrappati all’Appennino. Un gruppo di tredicenni, compagni di scuola e di squadra, divide il tempo fra partite di calcio e avide sbirciate alle signorine svestite su Postal Market. Sono bambini impegnati nella delicata fase di passaggio al mondo degli uomini: dietro ai banchi studiano (poco) per l’esame di terza media, in campo lottano per il titolo della categoria Esordienti, che lasceranno dall’anno successivo per limiti d’età. Proprio Un’ultima stagione da esordienti si intitola il libro (autobiografico) di Cristiano Cavina, ex pizzaiolo con le stimmate dello scrittore. È un racconto, esilarante e tenerissimo, di allenamenti rubati ai libri, campi in terra, ginocchia sbucciate, trasferte con genitori al seguito e amicizie consegnate all’eternità. Un racconto di emozioni e di paura: quella di crescere, esorcizzata dal pallone. «Gli davamo la caccia, come predatori. Nell’ecosistema dei campionati giovanili, eravamo in cima alla catena alimentare». Altri tempi, altri luoghi: ma ci siamo passati tutti. 

 

Lara Crinò
D La Repubblica delle donne

novembre 2006

Un maschio e una femmina, due ragazzini colti mentre camminano sul crinale che separa l’infanzia dall’adolescenza. In un paesaggio italiano che è metà periferia metà campagna, che si perde tra fermate d’autobus, cortili e polverosi campetti di calcio. In un tempo sospeso che è il passato prossimo di chi oggi ha trent’anni, e gli pare che la giovinezza sia ancora lì accanto. La ragazzina undicenne Nicòl, protagonista di Il primo che sorride di Martino Ferro e il tredicenne Cristiano, voce narrante di Un’ultima stagione da esordienti di Cristiano Cavina, sono al centro di romanzi brevi che condividono dolcezza autentica e rifiutano l’epica di una giovinezza violenta e disperata. Nati entrambi nel ’74, i due autori scrivono di ciò che sanno, con sicurezza. Per Cavina, anzi, raccontare di “riferimenti a fatti, luoghi e persone” che vivono nella sua memoria è una scelta di poetica. Così torna al luogo in cui è cresciuto, Casola Valsenio, per narrare di Cristiano impegnato con gli amici in un campionato di calcio che a quell’età è la vita intera. Meno concreta, meno ancorata alla polvere, al sudore, ma altrettanto vera è la storia di Ferro, ambientata in una Firenze spoglia, semplice come una bicicletta abbandonata sul ciglio della strada. Nicòl vive con la sorella maggiore in una roulotte nel cortile di casa, mentre mamma si divide tra il lavoro in una sala scommesse e la passione per il palcoscenico, ignorando beatamente i tumulti interiori delle figlie. E se anche la famiglia è distratta, la sopravvivenza precaria, i mezzi di sostentamento non sempre legali, a Nicòl non importa di nulla. Se non scoprire, com’è giusto, qual è il sapore del primo bacio.

 

Massimo Rota
Max
dicembre 2006

 

«Le donne comprensive sanno cos’è il fuorigioco»

Leggendo Un’ultima stagione da esordienti viene alla mente Stephen King e il suo Stand by Me

«Sono molto lusingato, King è uno scrittore di cui sono impregnato e che leggo sempre con grande piacere. Adoro quel periodo della vita, un po’ malinconico, con le ragazze che non ti filano. Ti senti inadeguato e attendi con impazienza che le cose cambino, hai davanti un futuro incerto, pieno di interrogativi, un momento di passaggio fondamentale verso l’età adulta. A pensarci dopo ti sembra un mondo perfetto, un’Atlantide affondata che rimpiangi, ma allora quanto soffrivi…»

 

 

Il calcio è uno dei protagonisti del romanzo.

«Per noi, a quei tempi, il calcio era tutto. Avevamo solo quello, si giocava dalla mattina alla sera. Per me questo è il vero pallone, giocato ovunque e comunque. Io ho fatto tutta la trafila dai pulcini agli esordienti e in quegli anni ho imparato che cos’è una squadra, ho imparato che devi fidarti ciecamente dei compagni, soprattutto quando sbagliano. Nel romanzo ci sono dei ragazzi che stanno per frequentare la terza media, sanno che la vita li disperderà, ma sanno anche che il loro vero rifugio è il campo, lì si sentono bene, non hanno paura».
Trovo splendida la scena del ragazzo che insegue il pallone per colpirlo di testa, ma si infrange contro un’ombra riflessa sul muro.
«Nei nostri piccoli paesi il calcio era quello. Spazi improvvisati e male illuminati. Un pero trasformato in palo contro cui ti schiantavi, partite tirate all’infinito per cercare di prevalere. Per questo ho scritto un’invettiva contro il fair play che trovo la cosa più assurda e falsa del calcio moderno».

 

Piero Macchioni
Grazia
novembre 2006

«Parlo di calcio, quello vero, alla faccia del fair play»

Dov’era la sera del 9 luglio, quando l’Italia ha vinto i Mondiali di calcio?

«Stavo lavorando in pizzeria, davanti al forno, e mi sentivo un po’ di febbre. A un certo punto sono svenuto».

Il libro che ha scritto parla della sua adolescenza. Le sarà venuto facile scriverlo.

«No, anzi, ci ho dovuto lavorare. Non sono un mostro in 

 

 

grammatica e in ortografia. Faccio errori e ripetizioni perché la prima stesura la scrivo in fretta, fumando moltissimo».

Qual è stata la prima cosa che hai scritto?

«Un bruttissimo giallo. Dopo 200 pagine non sapevo ancora chi sarebbe stato il colpevole. A pagina 300 ho rinunciato e ho fatto morire tutti in un’esplosione».

E come è arrivato a una casa editrice vera?

«Io ho continuato a scrivere e qualcuno ha mandato il pacco con i miei racconti a un paio di editori. Quelli di Marcos y Marcos mi hanno chiamato e ne hanno pubblicato uno in un’antologia: ero l’unico autore ancora in vita».

 

Marco Montori
puralanadivetro.com
novembre 2006

Cristiano Cavina: “Scrivo della mia Romagna perché ci abito, ci sono dentro fino ai capelli!”

Autore di "Un'ultima stagione da esordienti" (Marcos y Marcos) in cui siamo entrati assieme a lui nel campo sportivo del paese a calciare la palla con gli amici di scuola, quelli che chiamiamo con quei soprannomi strani, ha dichiarato che scrive solo delle cose che sa e ha scritto questa volta di quella ultima stagione della vita prima di cominciare a diventare grandi. Questo è Cristiano Cavina, autore di un romanzo e di un suo pezzo di passato e testimone di un mondo che sta venendo meno ma che guarda ad un futuro multiculurale con speranza.
Diplomato all'Itis e borsista della scuola Golden di Torino, il suo primo libro è stato un giallo in cui a pagina 200 non aveva ancora capito chi potesse essere colpevole e a pagina 300 ha fatto morire tutti in un'esplosione, si è distinto per libri genuini, in cui la storia è bella perché quelle persone che stanno camminando per quelle strade sono veri come quelli che vedresti scendendo per una passeggiata.
Anche se impegnatissimo per l'uscita del libro ci ha concesso un'intervista molto divertente - insomma tralasciamo quella piccola questione sulla Romagna e l'Emilia N.d.R. - in cui per lui questo Giardino Segreto è quella valle attorno a paese di Casola Valsenio in cui, tra l'odore della campagna c'è quello che ormai lo distingue, quello della verità.

Fin dalle prime pagine del libro si sente odore di Romagna, un po' genuina ed un po' gustosa, odore di romagnoli che parlano il dialetto e che dicono "Dio scalzo". La domanda più semplice della serie: che cosa hai voluto evocare? I ricordi della tua giovinezza?

Forse, semplicemente perchè mi limito a scrivere di quello che so, perchè l'ho visto o l'ho vissuto, o perchè me l'hanno raccontato. E visto che da sempre abito in Romagna, probabilmente ci sono dentro fino ai capelli e questo è palese nei libri che scrivo.

La storia ha tutti i presupposti per essere vera. Se è così, confessa, ti chiamavano solo "oh te"? Perché?

In realtà i miei amici mi chiamano 'Cava', adesso, mentre da piccolo mi chiamavano 'Ninnia'. Però mio nonno, con cui ho abitato per trent'anni, non mi ha mai chiamato per nome. In generale, dalle nostre parti, gli anziani non usano né i nomi né i soprannomi, ma un semplice 'oh'.
Immagino che solo a una certa età si guadagni il diritto di un nome e un cognome...

E chi sono in verità Donna Nuda, Povero Patrizio e soprattutto Fattura? Da dove nascono questi nomi?

Nel libro ho lasciato ai componenti della squadra il vero nome o il soprannome dei miei amici, ovviamente dopo avergli chiesto il permesso...
Solo due personaggi sono inventati, uno è il Povero Patrizio e l'altro è Matteo Danasi, il centrocampista silenzioso.
Esistono nel senso che rappresentano un tipo di amico che tutti hanno avuto, ma nella realtà non avevano quei nomi li.
Donna Nuda e Fattura sono miei amici, così come Piter Cammello e il Ragno della Storta.
E' difficile dire da dove vengono i soprannomi.
Hanno origini arcane.
E poi dalle nostre parti la tradizione del soprannome è così radicata che a un certo punto diventa un nome proprio, più di quello che c'è scritto nella carta d'identità.
Donna Nuda credo che venga dall'impasto fra il suo vero cognome, Donini, e il fatto che già da piccolo era un grande fruitore di materiali semi pornografici...

Mettendo assieme sia il libro che l'autore vorrei sapere che significato ha per te la vita, voglio dire, nel libro dici che quando eravate piccoli avevate un idea di surrogato di vita perché c'erano molte cose ancora da imparare, adesso che "oh te" è diventato grande che idea ha della vita?

Da piccolo cercano di farti credere che la vita che vivi non è ancora quella vera, che la faccenda seria incomincia quando sei più grande; intanto però quella vita di serie B che gli adulti credono ti spetti,ti investe in pieno, e una mezza idea su cosa sia riesci a fartela, anche se non paghi ancora le bollette e non hai mai subito la sfuriata di una donna arrabbiata.
Giocando a calcio fin da piccolo, capisci che la vita è qualcosa con dodici tacchetti per scarpa, e se non sei svelto a passare palla al compagno smarcato, ti fai secca la caviglia.
Quanto a l'Oh Te cresciuto, non ne ha la più pallida idea di cosa sia.
Era più pratico da ragazzino che adesso...

Rivedi ancora quei ragazzi? C'è qualcosa che avresti voluto dire o chiedere a loro e che alla fine non hai mai fatto? - anche più di una frase.

Li vedo quasi tutti i giorni, almeno quelli che abitano ancora in paese, e gli altri li vedo per le feste, quando tornano con le famiglie a salutare i parenti.
E grazie a Dio, sanno quanto gli ho voluto e gli voglio bene.
Abbiamo condiviso un'infanzia incredibile, bella e passionale, anche nei momenti difficili.
è come essere stati in guerra insieme, ed esserne usciti vivi, magari anche vincitori.
è un genere di cosa che non se ne va' mai.

Mentre leggevo il libro ed osservato il tuo modo di raccontare mi è venuto in mente per un momento Stefano Benni e la sua maniera frizzante di dire le cose. Quali sono gli autori che hanno forgiato la tua maniera di scrivere? Come diceva Raymond Carver, sei uno di quegli autori che non ha influenze ma che gli altri lo hanno aiutato a trovare la propria maniera di scrivere, che per caso assomiglia a quella di un altro?

Boh.
A me piace molto il Benni di Bar Sport, e probabilmente qualcosa di suo l'ho fatto mio.
Senza contare John Fante, Goffredo Parise, Natalia Ginzburg e Osvaldo Soriano e Stephen King e i milioni di libri che ho letto.
Anche nella narrativa, vale la regola del Rock'n'roll: nessuno inventa niente, gli accordi sono quelli, ma trasforma la materia a modo suo, modificando qualcosa che altri hanno a loro tempo modificato.
O almeno credo...

Andando a vedere i lavori precedenti la componente Romagna è molto presente, si ha l'impressione di vedere una versione molto romantica e a volte surreale tra Guareschi e Fellini. Quale Romagna hai voluto ritrarre? Quella che pian piano sta venendo meno?

Mah, non so se sta venendo meno.
La mia parte di Romagna, i paesi aggrappati agli Appennini, sono sostanzialmente uguali a quello che erano una volta.

Ci sono le macchine al posto dei carri, i trattori al posto dei buoi e le bici hanno ceduto il posto ai motorini, ma la gente ha ancora una voglia matta di raccontare e raccontarsi delle patacche, e di reinventare la vita che ha vissuto.

Questo libro è un omaggio a quelle persone con le quali sei cresciuto e che parlavano solo in dialetto?

Se lo prendono come un omaggio, sarò felicissimo.
Forse il mio libro precedente, nel paese di Tolintesàc, era un omaggio nel vero senso della parola, a tutto quel mondo e alle persone che lo popolavano.
Ma forse ogni mio libro è un omaggio.
Magari perchè salva una piccola storia che altrimenti sarebbe andata perduta.

Cosa vorresti che rimanesse nel lettore dopo aver letto l'ultima pagina?

Il piacere di aver passato un po' di tempo in compagnia di una storia.
Come se si fosse seduto al bar, e per una serata si è dimenticato di tutti i casini che lo aspettano quando torna a casa.

Qualcuno potrebbe dire che stai documentando quello che rimane di una Romagna che sta venendo meno davanti all'avanzata della migrazione da altri luoghi. Vorremmo sapere come ti poni nei confronti di chi migra verso l'Italia? E di quegli autori che stanno portando novità culturali nella nostra società? Sta venendo meno l'italianità?

Io non sono capace di rispondere a queste domande.
Ho fatto l'Itis, sono un perito elettrotecnico e non mi viene bene la parte del pensatore.
La mia Romagna è uno stato mentale, e non credo che possa venire a meno.
E poi la maggior parte dei miei libri si vendono nel resto d'Italia, e non i Romagna, quindi immagino che parlino di qualcosa che stuzzica una parte del cuore di tutte le persone.
Io non mi pongo di fronte alle persone a seconda di cosa fanno, se migrano o no, e se portano il cappello con il pon pon in cima o indossano il velo.
Io cerco di andare d'accordo con tutti e basta.
Quanto all'italianità, boh, è una faccenda a corrente alternata.
A volte sei stufo marcio di questa repubblica e dei suoi abitanti, che vorresti sprofondasse una buona volta nel suo mare, come diceva Pasolini, e subito dopo vinci all'ultimo minuto la semifinale dei mondiali contro la Germania e t'illumini d'immenso e vorresti tatuarti la bandiera tricolore in fronte...

Che pensi di un mondo totalmente multi-etnico?

Non penso niente.
Lo aspetto.
E poi, per me è di un'etnia diversa un abitante di Brisighella, che sta a quindici chilometri da casa mia...

…ed adesso il momento è giunto. Dal globale a locale, da emiliano a romagnolo, perché ce l'avete tanto con gli emiliani? Confessa, devo avere una risposta per quel tale di Forlì che ho visto in un locale a Torino che, alla frase del cameriere "voi emiliani siete molto simpatici" si è preso su ed è uscito.

....ed è andata bene che non l'ha menato...
Scherzo.
Anch'io correggo chi mi da dell'emiliano, anche se in realtà nessuno di loro mi ha mai fatto niente.
E' che sono di un'etnia diversa, come dicevamo poco sopra.
Fanno i cappelletti troppo grandi e li chiamano tortelli o ravioli, e il vino nero frizzante, roba che non sta ne in cielo ne in terra.
Pronunciano in maniera strana il NOSTRO dialetto e storpiano alcune parole.
Per  il resto sono buoni diavoli, dicono poche parolacce, sono  operosi, decisi:sembrano quasi lombardi...

Indossando di nuovo il tricolore... Sul sito dell'editore è scritto che sei uno scrittore che vuole scrivere di quello che sa e che forse sei solo un narratore. Facendo una domanda trasversale sul tuo lavoro mi viene quindi da chiedere: che cosa sai e che cosa vorresti che venisse fuori dal tuo lavoro? Nel tuo futuro ci saranno altri romanzi con questo carattere verista?

Immagino di sì.
è il mio modo di raccontare storie.
Non posso cambiarlo, così come non posso cambiarmi il colore degli occhi.

Allargandoci, quali sono i progetti per il futuro? La nostra segretissima rete di informatori dice che c'è un film, per quale libro? C'è anche un regista ed una data? Se non c'è un nome chi potrebbe essere un bravo regista di questa storia e, forse di tutte le altre in generale?

Bravi registi ci sono di sicuro, ma io non smanio dalla voglia che qualcuno faccia un film dai miei libri. Volevano fare qualcosa su 'alla grande', ma fortunatamente tutto si è arenato...

Qual è la tua ricetta per scrivere? Che fai di particolare quando scrivi? E che cosa consiglieresti a coloro che vorrebbero cimentarsi?

Se ci fosse una ricetta sarebbe tutto più facile...
Non sono tipo da consigli.
Per quel che mi riguarda, si migliora scrivendo tanto,sopratutto schifezze, e leggendo moltissimo.
Tutto si può migliorare o imparare, tranne la voglia e la costanza di sedersi a pigiare i tasti, anche quando nessuno ti pubblica.
Anzi, sopratutto quando nessuno ti pubblica.
Io scrivo innanzitutto perchè piace a me, e non perchè me lo chiedono o voglio dimostrare qualcosa.


Quando finirà anche la stagione dell'autore, che persona vorresti essere? Che cosa avrai voluto coltivare nel tuo giardino segreto? Che cosa ti piacerebbe raccontare ai tuoi figli? Le stesse cose che "oh, te" vorrebbe raccontare ai suoi?

Sfortunatamente, la persona che scrive i libri non è lo stesso Cristiano Cavina di tutti i giorni.
Quello che non scrive è, e sarà, per sempre, ahimé, disordinato, brontolone, insopportabile, permaloso come ogni romagnolo che si rispetti, e patacca a non finire.
Fortunatamente il Cristiano Cavina che pubblica è quasi un essere decente, educato, a modo, schietto e onesto. Spero solo che i miei figli, guardandomi, capiscano che sono la stessa
persona, anche se dentro ne ho due.
Per metà buono e per metà da buttare.
Come tutti, del resto.
E che è giusto che funzioni così.
Nonostante le cose cattive, c'è qualcosa di buono dentro chiunque
...e dopo la predicozza, andate in pace...

 

Scheda del libro

Home page