|
Cosa rappresenta il jazz per i
giovani? Sarebbe una domanda ben sciocca se si considerasse la gioventù
come un tutt'uno e non come un insieme di individui diversi. Ma le
divergenze d'opinione che si riscontrano fra i giovani, permettono di
distinguere i loro comportamenti di fronte a questa musica invece di
assimilarli semplicemente, senza neppure domandarsi se sono tutti
d'accordo...
Per molti il jazz è soltanto musica ballabile, come un qualsiasi valzer
di Strauss. Poco importa che si tratti di jazz buono o cattivo, di Duke
Ellington o di Jo Privat: musica ballabile, pretesto per un flirt o per
sciogliere i muscoli in movimenti puramente coreografici.
Il jazz può anche essere un modo di assaporare la bella vita di cui il
cinema propone immagine e cerimoniale: champagne, whisky and soda,
scollature, pellicce, venti bei musicisti che ritmano il ritornello e
l'eroina che mormora le parole incollata al suo innamorato.
C'è anche l'atteggiamento un po' scontato di chi urla di gioia
ascoltando un assolo di batteria, qualunque sia. Per alcuni può essere
una forma di snobismo. Le belle menti trovano elegante, in certe epoche,
interessarsi di jazz e i giovani li seguono, come li seguirebbero in
qualsiasi altra cosa.
Il jazz può anche servire come provocazione, "per far arrabbiare i
genitori". Anticonformismo violenza... trovo quasi strano che i
surrealisti abbiano tralasciato questo strumento di scandalo.Infine ci
sono quelli che si lasciano toccare, senza riserve, da sensazioni o
pensieri, indistintamente... attraverso un ricordo, un'associazione
d'idee; poi cercano di approfondire, di sapere, di conoscere. E non si
fermano. Si rivolgono a quest'arte che è il jazz con l'entusiasmo della
scoperta, magari sbagliando, per estrarre, a poco a poco, la vera
sostanza.
Sono proprio questi che resteranno fedeli al jazz e seguiranno la sua
evoluzione, mentre per gli altri non si sarà trattato che di un momento
della loro vita, una follia di gioventù, del tempo in cui erano "zazous"
[nome dato in
Francia ai giovani appassionati di jazz, durante la seconda guerra
mondiale].
In verità, amici miei, la letteratura sul jazz dovrebbe limitarsi alla
pura pubblicità, poiché tutti i commenti, venendo a posteriori, (come
ogni commento che si rispetti) fanno del jazz un mostro che non è mai
stato. E tentare di dimostrare brano per brano l'evoluzione avvenuta
nello spirito di un musicista, dopo il risultato finale, è sterile, a
differenza dell'analisi scientifica dei fenomeni naturali; poiché, in
fin dei conti, la scienza vi permetterà di agire sulla materia, mentre
il critico non potrà mai, sebbene conosca tutte le risposte, fare
qualcosa: un bell'assolo per esempio; o prevedere in anticipo che il tal
giorno alla tal ora, un tale farà un assolo formidabile poiché così
fa pensare tutta la sua vita fino a quel momento.
Il fatto è, si dirà, che la critica musicale, ancora agli esordi, non
ha raggiunto il grado di perfezione delle riflessioni di Einstein sulla
fisica, che gli permisero di dire anni prima, nel 1912, che sarebbe
stato facile verificare le sue affermazioni alla successiva eclissi
solare (e fu così, infatti, nel 1919). Bene, sono d'accordo. Ma
prendiamo un altro tipo di critica più consolidata, quella della
pittura. Tutto va esattamente nello stesso modo e, in fin dei conti, non
restano che i quadri nei musei assieme a un mucchio di noiose
scartoffie.
Spiegare, spiegare! "lo non capisco" dice lo spettatore
davanti alla pittura astratta; ma il fatto è che non c'è niente da
capire: bisogna guardare. Cosa fanno di meglio quelli che capiscono?
Poco. Succede che a loro la visione dei colori susciti un riflesso
grafico mentre le parole scorrono, scorrono sulla carta. Ma perché
questo riflesso? Perché proprio questo? Perché quello? E perché,
perché sì o perché no? Falso problema! Certamente sono sinceri quelli
che, presi dall'entusiasmo, vogliono rendere partecipi anche altri. E
qualche volta ce la fanno; ma cosa hanno guadagnato? Non la comprensione
del quadro o del disco, ma solo l'adesione alla loro opinione. È così
che, senza volerlo, molti giovani si sono lasciati prendere dalla
"guerra degli aggettivi" come la definisce giustamente Hodeir.
È un'illusione che si può far risalire a tempi lontani, come
testimonia la storia del re che credeva di andare in giro con la veste
più fine del mondo finché un bimbetto disse candidamente: "Ma il
re è tutto nudo!" È una vecchia storia.
Cosa cerchiamo, in fin dei conti? Non posso parlare che per me, ma io so
bene quello che cerco: momenti magici come quelli che portano il nome di
Ellington, Parker, Gillespie, Louis, Ella, Peterson e altri.
|
Come fare, per averne di più?
Aumentare la domanda? Anche. Gli organizzatori dei concerti hanno delle
idee ben arretrate su questo.Ma la domanda, che poi sarebbero gli
appassionati, ha mezzi ben limitati.
Qualunque sia la domanda, se
nessuno ci guadagna, che possibilità ci sono? Allora? Bisogna
avvicinare al jazz chi può spendere? Ma come? Con le venti facce che
compaiono ogni anno?A questo punto, naturalmente, arriva la critica e
dice: facciamo appello all'intelligenza e alla comprensione degli uomini
di punta della finanza. E andiamo, precipitiamoci sulla macchina per
scrivere. Il guaio è che il fior fiore della plutocrazia non legge
altro che la "Cote Desfosses".
E finalmente ci si accorge che è confondendo le carte e tacendo
dell'oscurantismo che si attira l'attenzione. A cosa serve dire
banalmente: Durand è un buon musicista, è ben accompagnato, interpreta
con gusto un tema bello e semplice e il risultato è piacevole? A
niente, cari miei. È fuori discussione. Bisogna risalire alle origini,
quando il jazz era agli albori nella giungla birmana, ai tempi in cui
Buddy Bolden sputava i polmoni nella bocca disumana del suo ottone e,
nello stesso tempo, strappava il cuore a quelli dell'Assistenza e
oltrepassava il lago Pontchartrein...
Realmente, in tutta sincerità non c'è, io penso, che un'alternativa:
cos'è il jazz, o il pubblico lo sa o non lo sa. La critica non è in
grado di farglielo sapere meglio. Lo informerà solo su ciò che Machin
pensa che sia. Potrà attirare l'attenzione, certo! E questo non è
altro che pubblicità. È una forma più occulta di pubblicità,
proposta con un interesse spesso sincero da un appassionato più
eloquente degli altri, che intravede quanto può guadagnarci con il fine
recondito di schiarirsi le idee sull'argomento.
È triste, davanti a tante belle frasi, dirlo così brutalmente, ma
l'utilità della critica mi sembra identica a quella del bollettino
meteorologico; ecco come vanno le cose. All'inizio ci sono gli elementi
attivi — i cicloni e gli anticicloni, che corrispondono ai musicisti.
Qualcosa li determina (ancora un percorso difficile per la critica: chi
spinge Dupont a suonare?) L'essenziale è che suonino. Si creano un
pubblico — un primo gruppo di seguaci (che può anche includere un
critico). Questo pubblico gioca il ruolo del talent-scout hollywoodiano
(possiamo definirla critica?) ruolo analogo a quello dell'osservatore di
una stazione meteorologica. Questo pubblico segnala: c'è Dupont che fa
qualcosa. Lo si fa sapere (questo continua a chiamarsi pubblicità).
Subentra la fase statistica: si misura in che grado il successo di
Dupont superi quello di Durand. Prima su scala locale, poi in confronto
al successo di Duval più lontani. Si tenta di tracciare le curve
isobare. Si ipotizza che in un certo lasso di tempo, a determinate
condizioni, Dupont diventerà questo o quello; impazzerà sulle coste
bretoni o si disperderà al largo. Tutto questo può servire
all'appassionato, e può persino suscitare interesse in chi non si è
mai occupato di jazz, ma si preoccupa per la sua casa sulla costa.
Quando finalmente Dupont arriva, tutto si riduce a questo: o ti piace o
non ti piace.
Cosa fa il critico, davvero? Perché non restare nell'ombra? Dopo tutto,
quel che conta è il trafiletto di Paris-Presse, che segnala che il tal
giorno, alla tal ora, presumibilmente il ciclone Dupont passerà su
Carpentras. Che spazio può dare Paris-Presse ai calcoli laboriosi che
hanno permesso di prevedere Dupont in anticipo? Il lettore se ne
infischia. Tutt'al più possono interessare alla critica che li ha
elaborati. La differenza? Non c'è; salvo che chi non oserebbe
presentarsi come esperto meteorologo non esita a definirsi critico di
jazz o di qualcos'altro. Non si rende conto di fare semplicemente da
tramite di notizie o valutazioni (il ciclone e la sua intensità). Vuole
spiegare a tutti i costi perché questo ciclone è fatto così. Si
accanisce. Rovelli interiori messi a nudo. Non si rende conto che le
spiegazioni valgono zero: pura illusione. Non si salvano nemmeno i
critici più geniali.
La prova è che già da un'ora io sto tentando, come uno stupido, di
spiegarvi che cosa è la critica e perché non si possa dire che serva a
qualcosa. La mia lucidità mi ha gratificato e mi ha fatto passare il
tempo. Chiunque è libero di immaginare una critica talmente seria da
consentirvi un giorno di prevedere, ascoltando cento dischi di Machin,
che assolo eseguirà su Lover come back to me, nota per nota.
Fortunatamente per tutti, questo momento funesto non è vicino. Quanto
alla rassegna stampa, questa è maledettamente compromessa. Per fortuna
non succede niente durante il mese di agosto, salvo qualche storia di
fregate inglesi; meglio che mi occupi delle mie cose.
|