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Fresno andava fiera dei
propri vigili del fuoco. Il quartier generale si trovava in Van Ness
Avenue, a quattro isolati da casa Saroyan, in San Benito. L’autopompa
più bella, più grande, più scintillante e più rossa si chiamava
America-La France. Durante la parata della Festa dell’uva i vigili del
fuoco la esponevano orgogliosi, con molte altre autopompe e gran parte
degli uomini del corpo, perché era tradizione che in quel giorno di
festa non si appiccassero incendi.
I vigili del fuoco non perdevano occasione per mettersi in mostra.
Organizzavano frequenti esercitazioni generali: l’intero corpo si
precipitava da tutte e tre le stazioni fino al luogo prescelto. Una
volta arrivati, i pompieri si mettevano al lavoro come se davvero stesse
andando a fuoco qualcosa, e centinaia di persone assistevano allo
spettacolo.
Quando l’incendio scoppiava in una zona della città priva di idranti
o canne dell’acqua, i vigili del fuoco pompavano acqua dai canali d’irrigazione,
ma con scarso successo perché la pressione non era mai sufficiente.
Erano incendi che si esaurivano da soli. Spesso bruciava la casa di un
contadino, ogni tanto un magazzino, un conservificio, un deposito di
campagna, una scuola o una chiesa.
Un incendio era il miglior svago che la città potesse offrire. Se il
luogo che andava a fuoco non apparteneva a un americano si apriva subito
un’inchiesta: era emozionante scoprire che qualcuno aveva dato fuoco
alla propria casa. I pettegolezzi erano sempre i soliti — c’era di
mezzo l’assicurazione, era stato il proprietario ad appiccare l’incendio.
Non c’era nessun dubbio, mai. Gli americani, sentendosi al di sopra di
ogni sospetto, non lesinavano sugli incendi dolosi. Certo fornivano agli
stranieri un bel po’ di divertimento gratuito. Da parte loro gli
stranieri erano terrorizzati dall’atteggiamento generale nei confronti
loro e degli incendi, e tenevano sotto stretto controllo case e uffici
per paura di essere coinvolti in uno scandalo. Nonostante tutte le
precauzioni a volte erano proprio i loro fabbricati ad andare a fuoco. E
una volta scoppiato l’incendio il proprietario sapeva che sarebbe
stato al centro di forti sospetti. La cattiva fama l’avrebbe
accompagnato per tutta la vita, non avrebbe mai più ottenuto un’assicurazione
sugli incendi. Alla fine molti stranieri cominciarono a dar fuoco
davvero alle loro proprietà ancora assicurate, visto che voci e
sospetti sarebbero nati comunque. Quasi nessuno veniva processato per
incendio doloso, ma ogni straniero che aveva subìto un incendio era
automaticamente sospettato, e le prove di dolo venivano ricercate con
attenzione.
Un incendio era più eccitante se avveniva a Chinatown. Polizia e vigili
del fuoco non riuscivano quasi mai a trovare un colpevole, perché i
cinesi capivano poco e quasi non parlavano inglese. E in una casa seppur
piccola vivevano sempre in tanti, a volte anche in trenta. Non si sapeva
chi interrogare tra la folla accorsa a vedere bruciare una casa. Oltre a
quelli che vi abitavano c’erano centinaia di vicini, uno di fianco all’altro,
silenziosi e composti, a guardare la casa andare in fumo tra fiamme
magnifiche e sentire il calore delicato e purificatore del fuoco. Ogni
tanto un cinese mingherlino veniva scelto fra la folla e spinto via per
essere interrogato, ma non ne veniva fuori mai niente. L’uomo si
limitava a dichiarare in cinese di aver paura persino ad accendere un
fiammifero, da quando si era trasferito a Chinatown.
Io assistevo a tutti gli incendi possibili, e molti li ho visti a
Chinatown. I testimoni mi interessavano almeno quanto l’incendio
stesso: quasi sempre intuivo dai loro sguardi che avrebbero avuto
parecchio da raccontare se solo fossero stati in grado di parlare
inglese, o se ne avessero visto l’utilità. Erano esperti in incendi e
petardi. Davanti a un incendio non si turbavano e non piangevano
mai. |
Anche i bambini,
accanto ai genitori, conservavano un dignitoso sangue freddo mentre
ammiravano lo spettacolo e la drammatica azione di polizia e pompieri.
Alla fine era impossibile sapere se l’incendio si era sviluppato da
solo o se era stato incoraggiato. L’incendio in sé era comunque
bello, e gli appassionati erano sempre grati al caso o all’abilità
che l’avevano provocato. Gli incendi migliori erano quelli notturni,
perché solo al buio le fiamme si stagliano con chiarezza e si
apprezzano fino in fondo. Le sirene e le campane delle autopompe erano
talmente forti da svegliare chi fosse già a letto; se l’incendio
sembrava ragionevolmente vicino molti si alzavano, si vestivano in
fretta e si univano ai passanti diretti verso lo spettacolo.
Nel mio quartiere viveva un armeno di nome Aspadour che non scendeva mai
in strada se non vestito di tutto punto, perché lavorava da Gottschalks,
nel reparto abbigliamento maschile, e voleva dare il buon esempio.
Indossava tutto quello che poteva: gemelli, fermacravatta, orologio e
catena sul panciotto, e altri accessori vari, complicati e lunghi da
sistemare.
Una notte di novembre mi svegliai e sentii il trambusto dei pompieri
nelle strade vicine. Mio fratello si stava vestendo e mio zio Aram, che
studiava legge alla South California University ed era di passaggio in
città, era già pronto. La sua Apperson rossa era parcheggiata davanti
a casa. Lo zio aspettava sotto il portico fissando il cielo illuminato
dall’incendio, apparentemente nelle vicinanze del parco giochi
California. Mia madre e le mie sorelle, che non sarebbero venute,
osservavano la scena a piedi nudi dal portico sul retro, ammiravano
vastità e luminosità dell’incendio.
Mio zio portò me e mio fratello dove ardeva il deposito di un americano
che aveva appena avuto una stagione disastrosa. Si trovava al di fuori
della zona servita dall’acqua e nelle vicinanze non c’erano canali d’irrigazione,
così si dovette lasciare estinguere il fuoco. Non erano ancora le due
del mattino. Quando arrivammo sul posto c’erano solo i pompieri e una
mezza dozzina di automobili, ma in una decina di minuti arrivarono un
centinaio di persone in auto e altre centinaia in bicicletta, in moto e
a piedi. Arrivò anche un venditore di popcorn assiro col suo carrello a
motore e gli affari gli andarono piuttosto bene. L’incendio era
magnifico, la notte perfetta, limpida e fredda, e nessuno poteva far
nulla per contrastare il fuoco. Infuriò per un’ora, poi cominciò ad
affievolirsi e verso le quattro del mattino, quando si era praticamente
spento, mio zio decise di riportarci a casa. Arrivati alla porta vedemmo
l’elegante armeno che lavorava da Gottschalks uscire in quel momento
per dirigersi verso l’incendio. Ormai a guidarlo non rimaneva che un
debole riverbero del cielo. Aspettammo che arrivasse all’altezza di
casa nostra. L’uomo si era lavato e sbarbato, indossava abiti puliti.
Aveva un aspetto impeccabile.
«Aram» chiese «dov’è l’incendio?»
Mio zio tirò fuori dalla tasca un fiammifero e l’accese strofinandolo
sulla suola della scarpa. Poi gli porse il fiammifero acceso e disse:
«Eccolo l’incendio, per te che devi sempre metterti in ghingheri. Ora
vai a casa, svestiti e torna a letto».
Anni dopo, a proposito di quell’uomo, commentò: «Non so proprio che
razza d’armeno potesse essere. Mi chiedo persino se fosse davvero
armeno».
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