FRIEDRICH DÜRRENMATT
Romolo il Grande


Recensioni

 

mangialibri.com
maggio 2006
Grazia
giugno 2006

 puralanadivetro.com
luglio 2006

sepanet.it
luglio 2006
Francesco Vozza
puralanadivetro.com
luglio 2006

Chi ci dice che dietro alla grandezza di chi ha fatto la storia ci sia veramente una figura di quell’alto spicco?
Immaginiamo una Roma del quinto secolo dopo Cristo allo sbando e con le casse dello stato completamente vuote, in cui il suo imperatore Romolo Augusto, stanco e disgustato della grandezza del passato pare che ci goda alla marcia al centro dell’impero da parte dei barbari. L’imperatore se ne sta alla larga da tutto quello che riguarda Roma e se ne sta in campagna a coltivare il proprio podere e allevare i suoi polli che hanno i nomi dei grandi personaggi del passato. Nemmeno l’intervento del futuro imperatore dell’impero romano d’oriente riesce a fargli capire che deve tornare alla ragione e che è giunto il momento di riprendere le redini di Roma.
Non riesce a fare nulla nemmeno un certo Cesare Rupf, grande fabbricatore di calzoni che, in cambio della figlia, è disposto a fare una fusione tra il regno e la sua superditta e a fare sloggiare tutti i barbari da Roma. Romolo nicchia ed alla fine rifiuta permettendo ai Germani di Odoacre di espugnare Roma. Ma nel momento del peggiore tracollo si mette d’accordo con il condottiero germano, altro pollicoltore stanco e rotto delle guerre esattamente come Romolo, e scatta il gran finale che farà da sorpresa a tutti. Questa è la storia farsesca di Friedrich Dürrenmatt dal titolo “Romolo il grande” appena uscito per Marcos y Marcos.
Con questa opera l’autore svizzero ci mettere davanti alla paradossalità del mondo confezionando terribili frecciate verso quello che è stata Roma, ma anche verso tutto quello che fa tirannia e guerra, mettendo assieme situazioni ben lontane  

dall’essere pura fantasia, anzi, molto attuali per i governi di tutti i tempi. Romolo non solo è Imperatore della Roma di quel tempoma si erge involontariamente a giudice ed anche boia di un impero marcio, sanguinario e già condannato. Non solo questo fare buffonesco vuole mostrarci una satira brillante e impietosa sul rapporto fra politica ed economia confezionata in un racconto incalzante e spesso divertente, ma vuole far pensare il lettore fino a strabiliarlo nel finale.
Nella biografia di questo autore c’è tanto teatro che entra nella sua via molto presto e che si sostituisce all’Università che non riesce a finire. Tra le sue opere ricordiamo “Il matrimonio del signor Mississippi” opera teatrale messa in scena nel 1952 e la pubblicazione del romanzo “Il giudice e il suo boia” che gli diedero un repentino successo nello scenario svizzero. Ma c’è ancora “La visita della vecchia signora” e “I fisici”, della metà degli anni Cinquanta, che lo resero celebre in tutto il mondo. Nelle sue opere sono sempre presenti scene che hanno una forte componente legata ai miti greci che ha letto dai libri del padre, pastore protestante, accostate a precise ed ordinate scene di vita quotidiana svizzera. Mediamente la sua produzione è stata di tipo poliziesco mettendo assieme trame perfette nei minimi dettagli anche se, con l’andare del tempo, questo autore si mette nei panni di chi vede e denuncia le contraddizioni di un mondo in cui l’uomo vive in una sorta di grottesco labirinto in cui Bene e Male si rincorrono e si sfidano come gatti e topi fisicamente, intellettualmente, moralmente.
Per quelli che pensano che storie di questo genere sono troppo campate in aria per essere prese ad esempio della realtà, immaginiamo qualcosa di vicino a noi e vicino alle guerre di oggi, in cui, un capo di stato è riuscito a convincere della giustezza di una guerra senza prove che potessero provare la veridicità delle sue affermazioni….
Sergio Palumbo
sepanet.it
luglio 2006

Un testo teatrale in quattro atti, una "commedia storica che non si attiene alla storia", "Romolo il Grande" di Friedrich Durrenmatt è spassoso e al tempo stesso profondo, divertente ma anche spietato, bizzarro e anche cinico. Protagonista ne è l'ultimo imperatore romano, Romolo Augusto, detto Romolo Augustolo. Durrenmatt è abilissimo a presentarcelo nei primi due atti come un inetto buffone, più interessato alle sue galline che alla tragedia della fine dell'impero romano, con i barbari alle porte di Roma e Odoacre pronto a diventare il primo re barbaro di Roma. La spensieratezza e la serenità di questo imperatore scellerato ed indolente, la cui unica preoccupazione è mangiare, dormire e svendere i busti degli imperatori ad un antiquario in cambio di pochi soldi. Oltre, ovviamente, ai suoi polli. Insensibile rispetto alla rovina dell'impero, del catastrofico stato delle casse imperiali, intralcia anche l'estremo tentativo di salvataggio 

dell'impero facendo sposare sua figlia Rea con l'industriale Cesare Rupf, che avrebbe sborsato il denaro necessario a mandar via Odoacre.
Ma quest'uomo che per vent'anni tutti hanno ritenuto un buffone, in realtà stava perseguendo un disegno molto più grande: Romolo Augusto si erge a giudice dell'impero romano e lo condanna a morte a causa della sua corruzione, del sangue inutilmente versato, sia per cause di guerra sia per mero divertimento. Romolo troverà man forte in Odoacre, che, seppur dipinto in modo diverso, è anche lui un appassionato di polli e teme che il nipote Teodorico lo ucciderà per diventare un despota sanguinario.
Il testo di Durrenmatt, scanzonato e buffonesco nei primi due atti, diventa un vero e proprio monito nell'ultimo atto: è un invito alla riflessione, una sferzante denuncia contro tutte le tirannie e contro tutte le perversioni ad esse legate, un testo contro la guerra ambientato nel quinto secolo dopo Cristo, ma che mai come in questi giorni torna di particolare, raccapricciante, attualità.

 

Valeria Parrella
Grazia
giugno 2006

Non sono le notizie a sconvolgere il mondo, sono i fatti: e quelli non possiamo cambiarli perché sono già accaduti quando le notizie arrivano. È per questo che Romolo Augusto, nelle idi di

marzo del 476 d.C. neppure vuole sentirsi dire che la calata dei Germani sta per mettere fine all'Impero Romano.
Piuttosto nella sua residenza estiva si dedica ad allevare polli che portano il nome degli imperatori. Una commedia storica che non si attiene alla storia, costruita con l'acutissima ironia dell'intramontabile Dürrenmatt.
David Frati
mangialibri.com
maggio 2006

476 d. C. Nella lussuosa villa campana dell'imperatore romano Romolo Augusto piomba un messaggero trafelato e sconvolto: è Spurio Tito Mamma, prefetto della cavalleria, che viene ad annunciare la disfatta delle legioni al comando del generale Oreste, sconfitte a Pavia dai germani, che ora sono alle porte di Roma. Ma Romolo Augusto più che a queste drammatiche notizie sembra interessato alle uova delle sue galline e alla dismissione del patrimonio residuo dell'Impero, precipitato nel baratro della bancarotta. Per esempio qualche talento d'oro si può ricavare dalla vendita di antichi busti dei suoi illustri

 

predecessori ad Apollione, antiquario senza scrupoli. Ma in questa atmosfera da sfascio piomba Cesare Rupf, ricco e influente commerciante di origine germanica specializzato nell'ultima novità nella moda dell'impero: i pantaloni. Rupf offre la pace con Odoacre, principe dei germani, in cambio della mano della figlia di Romolo Augusto, la tormentata aspirante attrice Rea... Friedrich Dürrenmatt, titano della letteratura mitteleuropea contemporanea famoso soprattutto per i suoi mistery esistenzial/filosofici, è qui alle prese con una pièce teatrale dai toni solo apparentemente leggeri, una satira storica frizzante e surreale ambientata al tramonto dell'Impero romano. La figura di Romolo Augusto e i suoi tempi sono il pretesto per sapide allusioni alla modernità e ai vizi dei potenti di ogni luogo ed epoca dal sapore vagamente brechtiano.

Scheda del libro

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