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L'Espresso marzo 2008 |
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Umberto Eco L'Espresso marzo 2008 Un ghiottone di parole...
Camporesi ha studiato costumi e comportamenti connessi col corpo, il cibo, il sangue, le feci, il sesso. Ha scoperto o rivalutato testi ignorati perché si occupavano di cose
'basse'. |
meravigliose che erano il caffè e il cioccolato, come lavorassero i minatori, i tessitori, i barbieri, i chirurghi, i medici e i guaritori, quale fosse l'immagine del povero, del diseredato, del mascalzone, del ladro, dell'assassino, del disperato, ci ha parlato del modo in cui i corpi venivano amati, squartati, nutriti, anatomizzati, divorati, rifiutati, umiliati, e si è soffermato su fibre, intestini, bocche, bubboni, vomiti e prelibatezze. Tutto insieme? Sì, perché Camporesi, che si occupasse di delizie culinarie o di putredini da lazzaretto, era eminentemente un buongustaio di parole, che lo affascinavano sia che parlassero della crema che delle feci. E valga come assaggio questo stralcio, non si sa se ghiotto o schifato, di elogio e condanna del formaggio. "Per parecchi secoli e da parte di molti si ritenne che la malignità intrinseca del formaggio, la sua 'nequizia', venisse preavvertita e segnalata dal suo odore, per non pochi nauseabondo e stomachevole, indice sicuro di materia 'morticina', di residuo in decomposizione, materia sfatta e deleteria, sostanza putredinosa nociva alla salute e terribile corruttore degli umori. scrematura della parte escrementizia del latte, delle scorie nocive, coagulo della parte infima, melmosa e terrestre del bianco liquido, copula. delle peggiori sostanze, al contrario del burro che ne è la parte migliore, eletta, pura. 'Res foeda, graveolens, immunda, putridaque', il formaggio niente altro è che. cibo da lasciare agli uomini di vanga e ai poveracci. indegno di persone per bene, di cittadini onorati: pasto, in una parola, di straccioni e villani, soliti a mangiare brutti cibi... I mangiatori di formaggio appaiono a Pietro Lotichio simili a degenerati amatori e sordidi degustatori delle sostanze putrefatte. Cibandosene si metteva in moto un meccanismo incontrollabile di moltiplicazione di quei vermi che, anche normalmente, 'in viscerium latibulis pullulant'. Questa era l'orribile verità: il formaggio generava negli oscuri meandri dei visceri, nelle latebre del budellame umano, incrementandone la preesistente putredine, piccoli, schifosi mostri... Se dalla putredine si formavano spontaneamente, casualmente lumache e chiocciole; se dal letame bovino scaturivano scarafaggi, bruchi, vespe, fuchi; se dalla rugiada uscivano farfalle, formiche, locuste, cicale, come poteva non accadere - si chiedeva il medico tedesco - che negli intestini dell'uomo, viscidi di pituita, di residui di decomposizione, non si verificasse lo stesso processo che dava vita incontrollata e sorprendente (al di fuori della copula e dell'inseminazione dell'uovo) a miriadi di orridi animalcula? Perché non ritenere che anche nel basso ventre, letamaio dell'uomo, non fermentasse la stessa immondizia, la stessa brulicante equivoca fauna dei 'piccoli animali', degli 'animaluzzi', piaga crudele dell'uomo?".
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Giovanni Tesio Camporesi, un sapere con tanto sugo A poco più di dieci anni dalla morte, avvenuta a Bologna nell'agosto del '97, due le iniziative per ricordare Piero Camporesi, uno dei maestri indocili del nostro Novecento, conosciuto forse più all'estero che in Italia, dove tuttavia ha avuto (e ha) i suoi solidi estimatori. Il numero 26 della rivista Riga, edita da marcos y marcos, gli è interamente dedicato da Marco Belpoliti che raccoglie contributi di studiosi di ieri e di oggi e un'antologia di pagine scelte, da Maria Corti a Umberto Eco, da Alfredo Giuliani a Franco Cardini a Giorgio Manganelli, cui si deve la magnifica definizione di Camporesi come «empio narratore» (ne parleranno a Milano martedì 4 marzo, h. 18,30, lo stesso Belpoliti con Eco e Scabia alla Libreria Feltrinelli)... Quasi contemporaneamente, a Forlì (dove Camporesi era nato il 15 febbraio del '26), un Convegno organizzato da Elide Casali, che comincia il 5 marzo ai Musei di San Domenico (h. 16) con la mostra bibliografica «L'odore dei libri», a cura di Andrea Cristiani e Paolo Tinti. Per proseguire il 6 e il 7 con interventi di studiosi italiani e stranieri, da Marino Biondi a Etsuko Nakayama (in Giappone Camporesi è sempre stato considerato un'autorità indiscussa). Studioso inclassificabile, già allievo a Bologna di un professore torinese come Carlo Calcaterra - a sua volta allevato alla scuola positivistica del metodo storico - negli anni sessanta e nei primi anni settanta Camporesi si dedica a studi filologici e letterari (specialmente Alfieri, Breme, Borsieri). |
Ma poi incontra sulla sua via La scienza in cucina dell'Artusi da cui si dirama una seconda stagione piena di ibridazioni, contaminazioni, miscele, alto e basso, piazza e palazzo, generi e voci, scomunicati e sghembi, letterati e vagabondi, umili e dotti, cittadini e villani, storia, antropologia, etnologia, scienza, bibliofilia, precisione e avventura, erudizione e versatilità, cultura materiale e tensione creativa. E a lievitare il tutto una decisiva sapienza di scrittura. Nei titoli maggiori che vanno dal Libro dei vagabondi (1973) a Bertoldo e Bertoldino (1978), dal Paese della fame (1978) alla Carne impassibile (1983), dal Sugo della vita (1984) alle pagine dei «saggi in miniatura» raccolti nel Governo del corpo (1995), l'espressione non accademica di un metodo capace di anticipare i tempi e di connettere alla versatilità documentaria una forte vibrazione emotiva, che incarna una solidalezione di eccezionale modernità. Contro ogni reclusione settoriale, Camporesi - accademico di nessuna accademia - rimescola discipline, spariglia classificazioni e tabelle, parte dal passato per fare incursioni nel presente. Dai documenti e dai libri non estrae soltanto i molti dati, ma emozioni e invenzioni. Dietro le sue pagine che disegnano mondi corporali (la fame, il cibo, i sensi, il sangue, la carne) c'è un sapere antico che risulta così prossimo al nostro. Sorprendentemente fraterno e moderno. | |
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Francesco
Erbani LETTERATURA E CUCINA CAMPORESI, CRITICO CONTROCORRENTE
<< Chi è
Piero Camporesi?>>, domandava a se stesso e ai lettori Giorgio
Manganelli. Che poi si correggeva: <<Che cos’è Piero Camporesi?>>
Era il 1983 e sul professore bolognese - anzi forlivese - docente di
Letteratura italiana al Dams, bibliofilo e studioso del Seicento, ancora
si addensava una nebulosa di bizzaria. Mal si conciliava, nell’opinione
di molti, la sua competenza filologica e di storico della letteratura con
le accurate indagini che aveva condotto sulla cultura popolare in Emilia
Romagna o con quello strano libro intitolato
Il paese della fame (uscito dal Mulino nel 1978) in cui analizzava
alcuni miti folklorici – il carnevale e la cuccagna, per esempio- nelle
loro manifestazioni culinarie, muovendosi fra gli spettri della fame e le
prelibatezze della cucina, mischiando teatro di piazza e poesia cortese, e
mettendo in scena giganti e uomini-gallina, ciarlatani e mendicanti.
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stesso,
<<ho sentito i limiti fortissimi di una preparazione e di una
dimensione letteraria. E ho probabilmente cercato di salvarmi con
un’operazione di rischio personale>>. Camporesi è un antropologo,
ma un antropologo libresco, nel senso che le testimonianze le cerca solo
nei testi. Secondo Umberto Eco, Camporesi <<è un signore che entra
in una stanza dove c’è un tappeto, dai disegni e dai colori bellissmi,
che tutti hanno sempre considerato come un’opera d‘arte; lui lo prende
per un lembo, lo rivolta e ci mostra che sotto quel tappeto brulicavano
vermi, scarafaggi, larve, tutta una vita ignota e sotterranea>>. Le ricerche di Camporesi si infittiscono e si precisano. Il suo nome si impone, compare sui giornali, anche se – ricorda Belpoliti – alle diffidenze dei letterati, si aggiungono quelle degli storici dell’alimentazione e dei redattori delle Annales. Negli anni Ottanta escono Il pane selvaggio (Il Mulino), un lungo saggio nella Storia d’Italia Einaudi intitolato Cultura popolare e cultura d’élite fra Medioevo ed età moderna, poi La carne impassibile (Il Saggiatore), Il sugo della vita. Simbolismo e magia del sangue (Edizioni di Comunità). Sul Corriere dela Sera scrive elzeviri in cui bastona certi tabù alimentari, come la dieta mediterranea, in nome di una cucina che elabora prodotti del territorio. Intravede i pericoli dell’alimentazione in serie, che dissangua i sapori e le tecniche. Secondo Belpoliti, Camporesi è un intellettuale che, come Pier Paolo Pasolini, si situa nel punto di cesura fra il mondo contadino e quello industriale, ma a differenza del poeta di Casarsa, non rimpiange il passato, bensì si propone, sulla scorta di Walter Benjamin, di completare i percorsi non completati nel passato stesso. Dalla matassa delle culture e dei saperi popolari infiniti sono i fili che si srotolano. Il pane, per esempio, il pane selvaggio che nelle campagne povere era il pane mitico dei denutriti, che si condiva di suggestioni ipnotiche, fino ai così detti “pani truccati”, di cui Camporesi trova tracce in molte ricette, pani dal potere leggermente allucinatorio, come quello mescolato coi semi di papavero e conosciuto dalla medicina galenica. La letteratura medica è un altro dei fili di cui Camporesi segue il tracciato, imbattendosi, per esempio, nelle ricette contro l’insonnia. E poi il sangue. <<La storia è sangue>>, disse una volta, <<e anche la letteratura gronda sangue>>. E, ancora, la corruzione del corpo. Camporesi collezione le prescrizioni di un medico contemporaneo di Dante, il quale esalta la flebotomia come rimedio generale, inducendo vecchi e giovani <<a quel gioco universale, a quel grande spettacolo che era lo svenamento di massa, un grande spettacolo che rientrava nel concetto di purgatio universalis>>. Il suo obiettivo è quello di esplorare cunicoli marginali nella storia dei secoli fra il Medioevo e l’età moderna, nei quali, a dispetto della visibilità, è però scorso un fluido tanto sotterraneo quanto produttivo. <<Io vorrei far emergere il momento in cui la medicina si libera dalla condanna ecclesiastica del corpo, la lunga battaglia che la medicina conduce per la propria autonomia, per sottrarsi alla giurisdizione del sacerdote>>. E il risultato d questo processo, i cui segnali si avvertono già nel Cinquecento, aggiunge Camporesi, è quello di veder distinta la malattia, problema del corpo, dal male, problema dell’anima. Sotto la superficie attestata nei documenti, sostiene Camporesi, esiste uno strato di altri documenti, che non sfuggono allo sguardo insinuante del filologo. Nascono così, negli anni successivi, Le officine dei sensi, La casa dell’eternità, I balsami di Venere, Il brodo indiano, Le belle contrade. Nascita del paesaggio italiano, Le vie del latte, fino a Camminare il mondo. Vita e avventura di Leonardo Fioravanti, medico del Cinquecento (tutti editi da Garzanti). Camporesi non esclude di provare una qualche forma di nostalgia per l’intensità, ad esempio, di certi modelli corporali propri dei secoli che studia. Ma avverte: <<Quanto a me, ho largamente dimostrato che il passato era peggiore del presente, e che era addirittura terrificante>>. Eppure, in quel peggio c’era qualcosa che doveva sopravvivere, <<forse il gusto dell’avventura, della via che andava guadagnata e praticata, della vita non protetta, del gioco personale>>. La nostalgia prende qui le forme di una “critica dell’abbondanza”, che Camporesi adatta ai costumi alimentari praticati oggi nella parte ricca del mondo. <<Quel che è certo>>, concludeva, <<è che la povertà crea, l’abbondanza appiattisce>>. |
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