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Piero Camporesi


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marzo 2008

 

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L'Espresso
marzo 2008

Un ghiottone di parole...

Camporesi ha studiato costumi e comportamenti connessi col corpo, il cibo, il sangue, le feci, il sesso. Ha scoperto o rivalutato testi ignorati perché si occupavano di cose 'basse'.
Dieci anni fa moriva Piero Camporesi, che proprio nei giorni scorsi è stato ricordato in due occasioni. Una a Milano, per l'uscita di un numero a lui dedicato della collana 'Riga', curato da Marco Belpoliti, l'altra a Forlì, in un convegno di ben tre giorni dedicato alla sua opera e alle sue molte traduzioni in varie lingue. Una Bustina non basta a riportare tutti i titoli delle sue opere, uno più affascinante dell'altro, e andateveli a cercare su Internet.
Camporesi nel corso di una quindicina di volumi ha studiato costumi e comportamenti connessi col corpo, il cibo, il sangue, le feci, il sesso, come farebbe uno storico della vita materiale. Ma gli unici documenti su cui ha sempre lavorato, erano testi che appartengono alla storia della letteratura. Salvo che egli ha scoperto o rivalutato testi che le storie della letteratura hanno per lo più ignorato, perché si occupavano di cose 'basse' come la cucina, la medicina, o l'agricoltura. Camporesi ha passato invece la vita a rileggerli come testimonianze di un modo di vivere, per lo più ignoto e sotterraneo.
Così ci ha raccontato come nei secoli passati il mondo fosse abitato da vagabondi, saltimbanchi, guaritori, ladri, assassini, pazzi illuminati da Dio, falsi lebbrosi e lebbrosi veri, ha ritrovato i sogni millenari di un paese di Cuccagna, nati in popolazioni oppresse dalla fame, ha riscoperto i riti del carnevale, dei Sabba stregoneschi, delle allucinazioni diaboliche, ha riportato alla luce pagine da cui si comprende come nel passato si avesse una idea diversa del proprio corpo, dell'odore di un formaggio, del sapore del latte, ha riletto i passaggi dei predicatori religiosi che parlavano dell'Inferno e dei suoi patimenti (il che significava riscoprire una visione del corpo come luogo e occasione di dolore, supplizio, sofferenze interminabili).
Ha guardato come gli uomini mangiavano, cuocevano, come schioccavano la lingua deglutendo, come si eccitavano sessualmente attraverso unguenti ed elisir, come nel Diciottesimo secolo fossero state accolte quelle bevande esotiche e (allora)

 meravigliose che erano il caffè e il cioccolato, come lavorassero i minatori, i tessitori, i barbieri, i chirurghi, i medici e i guaritori, quale fosse l'immagine del povero, del diseredato, del mascalzone, del ladro, dell'assassino, del disperato, ci ha parlato del modo in cui i corpi venivano amati, squartati, nutriti, anatomizzati, divorati, rifiutati, umiliati, e si è soffermato su fibre, intestini, bocche, bubboni, vomiti e prelibatezze.
Tutto insieme? Sì, perché Camporesi, che si occupasse di delizie culinarie o di putredini da lazzaretto, era eminentemente un buongustaio di parole, che lo affascinavano sia che parlassero della crema che delle feci. E valga come assaggio questo stralcio, non si sa se ghiotto o schifato, di elogio e condanna del formaggio.
"Per parecchi secoli e da parte di molti si ritenne che la malignità intrinseca del formaggio, la sua 'nequizia', venisse preavvertita e segnalata dal suo odore, per non pochi nauseabondo e stomachevole, indice sicuro di materia 'morticina', di residuo in decomposizione, materia sfatta e deleteria, sostanza putredinosa nociva alla salute e terribile corruttore degli umori. scrematura della parte escrementizia del latte, delle scorie nocive, coagulo della parte infima, melmosa e terrestre del bianco liquido, copula. delle peggiori sostanze, al contrario del burro che ne è la parte migliore, eletta, pura. 'Res foeda, graveolens, immunda, putridaque', il formaggio niente altro è che. cibo da lasciare agli uomini di vanga e ai poveracci. indegno di persone per bene, di cittadini onorati: pasto, in una parola, di straccioni e villani, soliti a mangiare brutti cibi...
I mangiatori di formaggio appaiono a Pietro Lotichio simili a degenerati amatori e sordidi degustatori delle sostanze putrefatte. Cibandosene si metteva in moto un meccanismo incontrollabile di moltiplicazione di quei vermi che, anche normalmente, 'in viscerium latibulis pullulant'. Questa era l'orribile verità: il formaggio generava negli oscuri meandri dei visceri, nelle latebre del budellame umano, incrementandone la preesistente putredine, piccoli, schifosi mostri... Se dalla putredine si formavano spontaneamente, casualmente lumache e chiocciole; se dal letame bovino scaturivano scarafaggi, bruchi, vespe, fuchi; se dalla rugiada uscivano farfalle, formiche, locuste, cicale, come poteva non accadere - si chiedeva il medico tedesco - che negli intestini dell'uomo, viscidi di pituita, di residui di decomposizione, non si verificasse lo stesso processo che dava vita incontrollata e sorprendente (al di fuori della copula e dell'inseminazione dell'uovo) a miriadi di orridi animalcula? Perché non ritenere che anche nel basso ventre, letamaio dell'uomo, non fermentasse la stessa immondizia, la stessa brulicante equivoca fauna dei 'piccoli animali', degli 'animaluzzi', piaga crudele dell'uomo?".

 

Giovanni Tesio
La stampa – Tuttolibri

1-03-08

Camporesi, un sapere con tanto sugo

A poco più di dieci anni dalla morte, avvenuta a Bologna nell'agosto del '97, due le iniziative per ricordare Piero Camporesi, uno dei maestri indocili del nostro Novecento, conosciuto forse più all'estero che in Italia, dove tuttavia ha avuto (e ha) i suoi solidi estimatori. Il numero 26 della rivista Riga, edita da marcos y marcos, gli è interamente dedicato da Marco Belpoliti che raccoglie contributi di studiosi di ieri e di oggi e un'antologia di pagine scelte, da Maria Corti a Umberto Eco, da Alfredo Giuliani a Franco Cardini a Giorgio Manganelli, cui si deve la magnifica definizione di Camporesi come «empio narratore» (ne parleranno a Milano martedì 4 marzo, h. 18,30, lo stesso Belpoliti con Eco e Scabia alla Libreria Feltrinelli)... Quasi contemporaneamente, a Forlì (dove Camporesi era nato il 15 febbraio del '26), un Convegno organizzato da Elide Casali, che comincia il 5 marzo ai Musei di San Domenico (h. 16) con la mostra bibliografica «L'odore dei libri», a cura di Andrea Cristiani e Paolo Tinti. Per proseguire il 6 e il 7 con interventi di studiosi italiani e stranieri, da Marino Biondi a Etsuko Nakayama (in Giappone Camporesi è sempre stato considerato un'autorità indiscussa). Studioso inclassificabile, già allievo a Bologna di un professore torinese come Carlo Calcaterra - a sua volta allevato alla scuola positivistica del metodo storico - negli anni sessanta e nei primi anni settanta Camporesi si dedica a studi filologici e letterari (specialmente Alfieri, Breme, Borsieri). 

Ma poi incontra sulla sua via La scienza in cucina dell'Artusi da cui si dirama una seconda stagione piena di ibridazioni, contaminazioni, miscele, alto e basso, piazza e palazzo, generi e voci, scomunicati e sghembi, letterati e vagabondi, umili e dotti, cittadini e villani, storia, antropologia, etnologia, scienza, bibliofilia, precisione e avventura, erudizione e versatilità, cultura materiale e tensione creativa. E a lievitare il tutto una decisiva sapienza di scrittura. Nei titoli maggiori che vanno dal Libro dei vagabondi (1973) a Bertoldo e Bertoldino (1978), dal Paese della fame (1978) alla Carne impassibile (1983), dal Sugo della vita (1984) alle pagine dei «saggi in miniatura» raccolti nel Governo del corpo (1995), l'espressione non accademica di un metodo capace di anticipare i tempi e di connettere alla versatilità documentaria una forte vibrazione emotiva, che incarna una solidalezione di eccezionale modernità. Contro ogni reclusione settoriale, Camporesi - accademico di nessuna accademia - rimescola discipline, spariglia classificazioni e tabelle, parte dal passato per fare incursioni nel presente. Dai documenti e dai libri non estrae soltanto i molti dati, ma emozioni e invenzioni. Dietro le sue pagine che disegnano mondi corporali (la fame, il cibo, i sensi, il sangue, la carne) c'è un sapere antico che risulta così prossimo al nostro. Sorprendentemente fraterno e moderno.

Francesco Erbani
la repubblica
marzo 2008

LETTERATURA E CUCINA

CAMPORESI, CRITICO CONTROCORRENTE


Dieci anni fa moriva l’autore di “pane selvaggio” uno dei grandi eccentrici della scena intellettuale. Lo ricorda uno speciale della collana “Riga”.

Dagli studi sul Barocco e su Alfieri era passato a quelli sui saperi popolari, sulle culture material, sul carnevale e la cuccagnasui miti legati al cibo e al corpo.

<< Chi è Piero Camporesi?>>, domandava a se stesso e ai lettori Giorgio Manganelli. Che poi si correggeva: <<Che cos’è Piero Camporesi?>> Era il 1983 e sul professore bolognese - anzi forlivese - docente di Letteratura italiana al Dams, bibliofilo e studioso del Seicento, ancora si addensava una nebulosa di bizzaria. Mal si conciliava, nell’opinione di molti, la sua competenza filologica e di storico della letteratura con le accurate indagini che aveva condotto sulla cultura popolare in Emilia Romagna o con quello strano libro intitolato Il paese della fame (uscito dal Mulino nel 1978) in cui analizzava alcuni miti folklorici – il carnevale e la cuccagna, per esempio- nelle loro manifestazioni culinarie, muovendosi fra gli spettri della fame e le prelibatezze della cucina, mischiando teatro di piazza e poesia cortese, e mettendo in scena giganti e uomini-gallina, ciarlatani e mendicanti.
La categoria dell’eccentrico ha accompagnato l’intera carriera di Camporesi, morto nell’agosto di dieci anni fa (era nato nel 1926). A Camporesi, maestro senza scuola, è dedicato il nuovo numero di Riga, la  collana edita da MarcosYMarcos, curato da Marco Belpoliti ( il fasscicolo viene presentato martedì 4 alla Libreria Feltrinelli di piazza Piemonte a Milano da Umberto Eco, Giuliano Scabia, Oliviero Ponte Di Pino e lo stesso Belpoliti). Il volume raccoglie testi di Camporesi e una serie di studi su di lui. Dopo quello compiuto qualche anno fa da Elide Casali, è questo il primo tentativo di chiarire la personalità di un intellettuale fuori dagli schemi disciplinari e che amava inoltrarsi verso la frontiera degli studi umanistici, <<un lettore  malizioso di testi seicenteschi e anche, direi, scrittore di testi di quel secolo>>, ipotizzava Manganelli. <<Era un irregolare rispetto al mondo accademico>>, racconta Belpoliti, <<aveva studiato prima medicina, poi si era iscritto a Lettere e si era laureato con Carlo Calcaterra, lo stesso professore di Pier Paolo Pasolini, discutendo una tesi su Petrarca. Per molto tempo ha insegnato nelle scuole di avviamento professionale e solo intorno ai quarant’anni è approdato all’Università>>.
I suoi lavori filologici  (l’edizione delle Lettere di Ludovico di Breme e di alcune opere di Vittorio Alfieri) sono apprezzatissimi. Ma è nel 1970 la prima escursione in altri territori: la cura de La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene di Pellegrino Artusi – anche lui critico letterario – che Daniele Ponchiroli e Giulio Bolati gli affidarono per conto dell’Einaudi, colpiti dalla sapienza culinaria del professore bolognese e dai risvolti antropologico-culturali che Camporesi rintraccia nel manuale sul quale si erano formate generazioni di donne. È allora che Manganelli lo scopre. Rimanendo poi folgorato dal volume che segue poco dopo, Il libro dei vagabondi (ancora Einaudi), che raccoglie storie di furfanti e di stravaganti dalla fine del Medioevo all’età barocca. <<Fu un libro>>, racconta Belpoliti, <<che accrebbe la fama di Camporesi filologo controcorrente, capace di scoprire un intero universo cancellato dalla storia ufficiale, espunto dai libri dei ‘vincitori’>>.
La letteratura, sottolinea Belpoliti, appare ai suoi occhi un deposito di saperi, di modi di essere. Critica letteraria e antropologia in Camporesi intrecciano le loro trame. Al fondo dei testi che studia, egli rintraccia le culture materiali, il fare, il mettere in pratica, fino a raffinare gli strumenti filologici trasformandoli in punteruoli che scavano nelle credenze, nei riti. A un certo punto, racconterà egli

                                                                                                    

stesso, <<ho sentito i limiti fortissimi di una preparazione e di una dimensione letteraria. E ho probabilmente cercato di salvarmi con un’operazione di rischio personale>>. Camporesi è un antropologo, ma un antropologo libresco, nel senso che le testimonianze le cerca solo nei testi. Secondo Umberto Eco, Camporesi <<è un signore che entra in una stanza dove c’è un tappeto, dai disegni e dai colori bellissmi, che tutti hanno sempre considerato come un’opera d‘arte; lui lo prende per un lembo, lo rivolta e ci mostra che sotto quel tappeto brulicavano vermi, scarafaggi, larve, tutta una vita ignota e sotterranea>>.
Le ricerche di Camporesi si infittiscono e si precisano. Il suo nome si impone, compare sui giornali, anche se – ricorda Belpoliti – alle diffidenze dei letterati, si aggiungono quelle degli storici dell’alimentazione e dei redattori delle Annales. Negli anni Ottanta escono Il pane selvaggio (Il Mulino), un lungo saggio nella Storia d’Italia Einaudi intitolato Cultura popolare e cultura d’élite fra Medioevo ed età moderna, poi La carne impassibile (Il Saggiatore), Il sugo della vita. Simbolismo e magia del sangue (Edizioni di Comunità). Sul Corriere dela Sera scrive elzeviri in cui bastona certi tabù alimentari, come la dieta mediterranea, in nome di una cucina che elabora prodotti del territorio.
Intravede i pericoli dell’alimentazione in serie, che dissangua i sapori e le tecniche. Secondo Belpoliti, Camporesi è un intellettuale che, come Pier Paolo Pasolini, si situa nel punto di cesura fra il mondo contadino e quello industriale, ma a differenza del poeta di Casarsa, non rimpiange il passato, bensì si propone, sulla scorta di Walter Benjamin, di completare i percorsi non completati nel passato stesso.
Dalla matassa delle culture e dei saperi popolari infiniti sono i fili che si srotolano. Il pane, per esempio, il pane selvaggio che nelle campagne povere era il pane mitico dei denutriti, che si condiva di suggestioni ipnotiche, fino ai così detti “pani truccati”, di cui Camporesi trova tracce in molte ricette, pani dal potere leggermente allucinatorio, come quello mescolato coi semi di papavero e conosciuto dalla medicina galenica. La letteratura medica è un altro dei fili di cui Camporesi segue il tracciato, imbattendosi, per esempio, nelle ricette contro l’insonnia. E poi il sangue. <<La storia è sangue>>, disse una volta, <<e anche la letteratura gronda sangue>>. E, ancora, la corruzione del corpo. Camporesi collezione le prescrizioni di un medico contemporaneo di Dante, il quale esalta la flebotomia come rimedio generale, inducendo vecchi e giovani <<a quel gioco universale, a quel grande spettacolo che era lo svenamento di massa, un grande spettacolo che rientrava nel concetto di purgatio universalis>>.
Il suo obiettivo è quello di esplorare cunicoli marginali nella storia dei secoli fra il Medioevo e l’età moderna, nei quali, a dispetto della visibilità, è però scorso un fluido tanto sotterraneo quanto produttivo. <<Io vorrei far emergere il momento in cui la medicina si libera dalla condanna ecclesiastica del corpo, la lunga battaglia che la medicina conduce per la propria autonomia, per sottrarsi alla giurisdizione del sacerdote>>. E il risultato d questo processo, i cui segnali si avvertono già nel Cinquecento, aggiunge Camporesi, è quello di veder distinta la malattia, problema del corpo, dal male, problema dell’anima.
Sotto la superficie attestata nei documenti, sostiene Camporesi, esiste uno strato di altri documenti, che non sfuggono allo sguardo insinuante del filologo. Nascono così, negli anni successivi, Le officine dei sensi, La casa dell’eternità, I balsami di Venere, Il brodo indiano, Le belle contrade. Nascita del paesaggio italiano, Le vie del latte, fino a Camminare il mondo. Vita e avventura di Leonardo Fioravanti, medico del Cinquecento (tutti editi da Garzanti).
Camporesi non esclude di provare una qualche forma di nostalgia per l’intensità, ad esempio, di certi modelli corporali propri dei secoli che studia. Ma avverte: <<Quanto a me, ho largamente dimostrato che il passato era peggiore del presente, e che era addirittura terrificante>>. Eppure, in quel peggio c’era qualcosa che doveva sopravvivere, <<forse il gusto dell’avventura, della via che andava guadagnata e praticata, della vita non protetta, del gioco personale>>. La nostalgia prende qui le forme di una “critica dell’abbondanza”, che Camporesi adatta ai costumi alimentari praticati oggi nella parte ricca del mondo. <<Quel che è certo>>, concludeva, <<è che la povertà crea, l’abbondanza appiattisce>>.

Scheda del libro

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