Il colore della storia è soprattutto affidato al continuo, simbolico gioco di buio e di luci, di albori e di notti. Così come è altra metafora l'insistenza del ritratto etico che punta tutto sullo sguardo o sul dettaglio. Tra gli esempi: il caporale Pigafetta: "ragazzino dagli occhi azzurri in una divisa color cachi troppo grande". E, anche, la bella Teferi: gli occhi "chiari, d'un castano vicino al giallo" e "l'ovale perfetto e luminoso nel triangolo disegnato dalle trecce sottili". O, al contrario, l'orrido Sancho: "braccia lunghe che gli sparivano dentro le tasche"; occhi "stretti e di un verde acceso". Ma il collante del romanzo è affidato alla secchezza e alla spezzatura di uno stile senza trasalimenti. Impeccabile nel rendere il tono da cronaca esistenziale di un animo.

Giovanni Pacchiano, “Il sole 24ore”, 22 maggio 2001

 

È degno di figurare vicino a Flaiano, a Tempo di uccidere, il primo romanzo di Davide Longo. Una sicura discesa in Africa, l'Africa orientale italiana, fine anni Trenta, nessun cedimento alla retorica, al folklore, al seguito un baule dove intense sono le aure pavesiane e nitido lo stile di un certo Arpino, levigato, mai compiaciuto, abilissimo nel giocar di redini con la tensione (Il buio e il miele). Due scrittori — Pavese e Arpino — che a maggior ragione affiorano avanzando lungo Un mattino a Irgalem.

Bruno Quaranta, “La Stampa”, (“Tuttolibri”), 9 giugno 2001

 

Il trentenne Davide Longo ha scritto un libro scabro, essenziale, che ricorda da vicino le pagine di Fenoglio e Pavese, per via di una narrazione fatta di vuoti ed elisioni, e tuttavia perfettamente tornita e compiuta. Molto belle le descrizioni del paesaggio africano, vuoto e misterioso.
Alla pari del tenente di Flaiano, Pietro esprime un male di vivere, un senso di disagio, che in Tempo di uccidere prende la forma della paura e dello squilibrio mentale, mentre qui quella di un impulso improvviso e inatteso, un piccolo colpo di scena nella storia.
Il destino manovra la vita e Pietro si culla nell'illusione di esserne fuori, mentre è già stato giocato. Scritto con piglio sicuro, Un mattino a Irgalem è decisamente una storia del nostro tempo, un buon esempio di romanzo italiano di cui si erano smarrite le tracce.

Marco Belpoliti, “L'Espresso”, 28 giugno 2001

 

Esordisce così, alla grande, Davide Longo, trentenne piemontese, ora insegnante in un liceo. E questo suo primo libro ci sembra, per la tensione e per la tenuta narrativa, una delle scoperte più felici della giovane narrativa di oggi.

Fulvio Panzeri, "Famiglia Cristiana", 1 luglio 2001

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