STANISLAW LEM
Cyberiade


Recensioni

 

Ruggero Bianchi
Tuttolibri - La Stampa
Tommaso Pincio
Il Manifesto
INTERNET BOOKSHOP
aprile 2003

Dispenser (radio 2)
maggio 2003

 

Ruggero Bianchi
Tuttolibri - La Stampa
 giugno 2003


IL remake americano di Solaris, diretto da Soderbergh a trent'anni di distanza dalla versione ermetica e visionaria propostane nel 1972 da Tarkovskij, ha riportato di attualità anche nelle librerie italiane non soltanto il capolavoro di Stanislaw Lem ma anche altre opere tra le più significative di quello che ai tempi era considerato il massimo autore della SF d'«oltrecortina», recuperato oggi finalmente come narratore di valore assoluto. Non a caso lo stesso Solaris (pubblicato nel lontano 1973 dalla Nord) esce oggi negli Omnibus Mondadori (trad. Eva Bolzoni, pp. 226, e 14,60); pressoché in simultanea con L'invincibile (storia di un incrociatore spaziale che scompare di colpo nei pressi di un misterioso pianeta spento), che dagli Oscar fantascienza trasmigra negli Oscar varia (trad. Renato Prinzhofer, pp. 190, e 7,80). La novità più interessante, per quanto riguarda la fortuna italiana del grande narratore polacco, è tuttavial'uscita di Cyberiade, ovvero Viaggio comico, binario e libidinatorio nell'universo di due fantageni, splendidamente e quasi miracolisticamente tradotto da Riccardo Valla per quel piccolo grande editore che è Marcos y Marcos, imperniato sulle surreali avventure galattiche di due grotteschi e geniali costruttori, Trurl e Klapaucius, la cui inventiva non conosce confini, si tratti di progettare un mondo in miniatura per un re spodestato, una belva incatturabile per un capriccioso sovrano cacciatore, un trasferitore di coscienza per un monarca che vuol solo giocare a nascondino, una macchina del sapere universale per un anacoretico pirata laureato, un femmefataletrone per concupire un principe perdutamente innamorato di una fanciulla irraggiungibile, un drago virtuale o un bardo cibernetico di tal bravura da surclassare i 

 

classici più venerati e i più audaci poeti sperimentali. A sorprendere ed avvincere chi legge è in primo luogo la scrittura raffinata e coltissima, oscillante tra l'apologo e la fiaba adulta, sacrastica e stocastica, straripante di parodie del linguaggio scientifico (soprattutto matematico e fisico), di puns vertiginosi e di spettacolari nonsense verbali e concettuali, tali non soltanto da far invidia alle fantasmagoriche divagazioni di uno Schekley o ai limericks arditi di cui Asimov si vantava, ma da competere con Edward Lear e con lo stesso Lewis Carroll, delle cui Alici questa Cyberiade costituisce a buon diritto una versione riveduta e corretta, una fantasiosa variante in chiave di fantascientifica epistemologia. Certe pagine del volume di Lem sembrano addirittura costruite sul modello del Jabberwocky di Alice attraverso lo specchio; altre, imperniate su una singolare prosa polifonica a rime interne, paiono orecchiare il Carroll di Phantasmagoria. Il tutto, in un contesto di filosofeggianti invenzioni che si

direbbero mirate a una rilettura paradossale, un po' cartesiana e un po'einsteiniana, di Tolkien; su uno sfondo etico/epico secondo il quale, in un continuum spaziotemporale dove tutto è esistito e esisterà, può esistere e coesiste ed è dunque al tempo stesso reale e virtuale, gli dei possono essere creati dagli uomini e i robot e i cyborg essere gli artefici di quei singolari «visipallidi» che sono gli umani. In questo radicale e incontenibile rivoluzionamento di ogni carta, Lem esprime al meglio la propria visione del mondo: una visione che da un lato si confronta con pacato pessimismo laico con quel «mondo interno dell'uomo che secondo Ballard è il vero campo della SF, senza peraltro trascurarne le allarmanti tensioni e propensioni sociopolitiche; mentre non disdegna dall'altro di tuffarsi in abissi altrettanto insondabili, quelli della parola e del linguaggio e dunque della creazione verbale e della comunicazione e del loro ambiguo potenziale, libertario o liberticida.

Tommaso Pincio
Il Manifesto
maggio 2003 

Non ha avuto bisogno di recarsi al cinema, Stanislaw Lem, per non riconoscersi nel film che Steven Soderbergh ha tratto dal suo romanzo, peraltro remake del precedente e indiscutibilmente più riuscito adattamento di Andrej Tarkovskij. Gli è bastato leggere qualche recensione in cui il film veniva descritto nei termini di una love story ambientata negli spazi siderali per dissociarsi: "Se l'argomento di Solaris (Mondadori "Omnibus", traduzione di Eva Bolzoni, pp. 226, euro 14,60) fosse davvero stato quello dell'amore di un uomo per una donna – e che si tratti di Terra o di spazio non ha alcuna importanza – non lo avrei di certo intitolato Solaris".
Ma a onor del vero la vicenda in sé non è priva di un suo risvolto romantico. Anzi, si potrebbe perfino dire che sono proprio le conseguenze dei risvolti romantici a dare un senso narrativo all'argomento del libro, altrimenti costretto a rivelarsi qualcosa di troppo noioso se non illeggibile.
Con questo romanzo scritto quarant'anni fa, Lem pretese infatti di fare terra bruciata della convenzione fantascientifica per cui gli alieni hanno sempre qualcosa di umanoide, non tanto nelle apparenze fisiche quanto nelle finalità ovvero nel fatto che le loro azioni, per quanto strane, tendono comunque a uno scopo, tipo colonizzare la Terra o distruggere l'Universo.
Secondo Lem qualcosa che sia davvero alieno dovrebbe infatti comportarsi perseguendo fini per noi incomprensibili, perché "dove non c'è gente, lì non ci sono motivazioni accessibili per l'essere umano". Portando questa considerazione alle estreme conseguenze, l'autore si è immaginato non un pianeta di alieni, bensì un pianeta alieno tout court, per l'esattezza un immenso oceano dotato di una imperscrutabile forma di coscienza. Questa brillante idea presenta un ostacolo tutt'altro che secondario: come è possibile scrivere un romanzo autenticamente alieno ovvero un racconto che, in linea di principio, escluda qualsiasi straccio di logica narrativa umanamente sensata?
Qui entra in gioco il risvolto romantico. Avendo probabilmente perso ogni speranza di trovare una soluzione alienamente accettabile, Lem si è visto costretto a optare per qualcosa di fin troppo umano. Ecco dunque che, per ragioni destinate a rimanere ignote, forse un esperimento, forse addirittura un regalo, l'oceano di Solaris visita le menti degli umani mentre questi dormono, affinché possa fargli trovare, al risveglio, la materializzazione perfetta di una persona appartenente al loro passato. Ecco dunque che Kris Kelvin, protagonista e io narrante del romanzo si ritrova con una copia della donna che un tempo amava e del cui suicidio si sente responsabile. Se a questo si aggiunge che anche la copia finirà col togliersi la vita "non volendo essere uno strumento" dell'oceano, Stanislaw Lem ha un bel dire che non intendeva scrivere una storia d'amore; tant'è che egli stesso ammette come il romanzo si chiuda "in modo tragico e romantico". Ancor più significativa, poi, è un'altra ammissione dell'autore, quella di "avere avuto qualche difficoltà con il finale".
La verità è che il nucleo di Solaris ruota intorno a una considerazione astratta e speculativa: non ci sono incontri ravvicinati di alcun tipo che tengano con un vero alieno; qualsiasi "contatto" è impossibile. Tutto il resto, tutto ciò che non rientra in questa astrazione, suona inevitabilmente come un corpo estraneo, un'intrusione indebita nel magma perfetto della pura speculazione. Ingabbiato nel sogno impossibile di dare forma narrativa al più ipotetico dei trattati epistemologici concepibili, Lem ha scritto un 

romanzo schizofrenico, diviso tra la costrizione imprescindibile di raccontare qualcosa e l'ambizione teoretica di mostrare vanità e falsità della letteratura fantascientifica convenzionale.
Ha ragione Bruce Sterling quando, in un'acuta introduzione pubblicata ne L'invincibile (Mondadori "Oscar Varia", traduzione di Renato Prinzhofer, pp. 190, euro 7,80), commenta che Lem dimostra poco interesse nella fiction di per sé" e che è diventato uno scrittore di fantascienza solo perché vede in questo genere "una forma documentata di esperimento del pensiero, una rivelazione cognitiva".
Non per nulla la passione dello scrittore polacco per la letteratura è nata dai testi medici del padre; non per nulla i suoi scritti giovanili non erano propriamente storie ma "un'elaborata serie di immaginari documenti contraffatti: certificati, passaporti, diplomi... dimostrazioni in codice e crittogrammi"; un'inclinazione che si è poi perfezionata anche nella maturità attraverso bizzarre raccolte quali Magnitudini immaginarie, collezione dì introduzioni a libri mai scritti, ma di cui si trovano chiari segnali anche in Solaris e, nella fattispecie, in quei capitoli in cui l'autore non fa che elencare ipotesi, testi e nomi di studiosi inesistenti.
Viene quasi da sé che la forma in cui Lem raggiunge i risultati più felici è quella del racconto o meglio la raccolta di una serie di testi brevi riconducibili a un denominatore comune. È il caso di Cyberiade. Viaggio comico, binario, libidinatorio nell'universo di due fantageni (Marcos y Marcos, traduzione di Riccardo Valla, pp. 317, euro 15), dove si dà conto dell'operato, non sempre perfetto, di una coppia di robot costruttori di robot. Anche qui a farla da padrona è la vocazione per il paradosso logico, perché nella loro egotistica e quasi onnipotente autosufficienza i robot riescono a costruire macchine che funzionano in modo inaspettato, vale a dire non meccanico.
Lem è uno scrittore che ritiene proficua una seria disamina della Teoria generale dei draghi, perché una conclusione come "tutti sanno che i draghi non esistono" può bastare al laico o al profano, "ma non è sufficiente per una mente scientifica". È, in buona sostanza, uno scrittore di pure idee e, in quanto tale, non poteva che uscire disorientato dall'incontro con l'opera di Philip K. Dick, nonostante la grande sufficienza con cui guardava alla fantascienza americana. La celebre definizione con cui Lem riconobbe in Dick una figura a parte – "un visionario tra i ciarlatani" – rimane però controversa.
Il fatto che il rapporto tra i due sia naufragato malamente, al di là delle paranoie di Dick che scambiò lo scrittore di Leopoli per una spia comunista, dovrebbe indurre a qualche riflessione, perché se è vero che una fantascienza pura è essenzialmente letteratura di idee, è altrettanto vero che le idee di Dick scaturiscono spesso da difficoltà di adattamento affatto pratiche e banali come pagare una bolletta. L'autentico visionario è quindi proprio Lem, che ha sempre preteso fare filosofia della scienza raccontando. Dal canto suo, Dick era invece totalmente alle prese con il problema molto più narrativo del tempo, un problema che è il perno del suo capolavoro, Ubik (ora riproposto in una nuova traduzione da Fanucci), e di romanzi quali Martian time-slip e Time out of joint. In altri termini, ciò su cui si dovrebbe riflettere è l'opinione, ormai corriva, che fa di Dick il maestro della realtà che non è mai reale. Perché, sotto questo aspetto, il mondo di Lem è di gran lunga più dickiano, e quanto poco sia narrativo il suo mondo è sotto gli occhi di tutti. Il che, come scrive Sterling, lascia irrisolta una questione centrale: "Cos'è dunque la fantascienza? cosa ci sta a fare?"

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aprile 2003

Non solo gli amanti della fantascienza, ma tutti i lettori che apprezzano storie nuove e sorprendenti, saranno piacevolmente colpiti da questa antologia di racconti che racchiude in sé i migliori ingredienti della narrativa di un vero maestro del genere, il cui romanzo più famoso ha ispirato il film capolavoro di Andrej Tarkovskij, Solaris, e il recente remake di Steven Soderbergh. Il motivo ispiratore del libro è semplice: l’autore immagina di seguire, le imprese tragicomiche di due fantomatici inventori, Trurl e Klapaucius, in grado di creare le macchine più strane, dalle capacità più incredibili e con gli effetti più disparati (la macchina capace di creare tutto quello che comincia per N; una macchina pensante ad otto piani che si rivela stupida e per di più permalosa e vendicativa; la macchina che esaudisce ogni desiderio"…). Il risultato è un’epopea, ambientata in tempi indefiniti e in luoghi imprecisati dell’universo, fatta di sfide antiche come il mondo, che hanno insieme il sapore della fiaba e del futuro più lontano; una lettura piacevolissima e stimolante che può semplicemente essere vissuta come puro divertimento, ma in cui il lettore più sofisticato 

 

può scorgere anche chiare suggestioni filosofiche, morali e scientifiche. Lo scrittore polacco Stanislaw Lem riesce a coniugare l’arguzia dell’affabulatore, la competenza dello scienziato e il tono epico del grande narratore. Non è infatti difficile individuare tra le righe termini di fisica, chimica, matematica e percepire, sullo sfondo delle fantasiose e suggestive trovate narrative, motivi di profonda riflessione sui grandi dubbi e i perché della vita. Che dire dunque del racconto intitolato i I draghi della probabilità, in cui il ragionamento sull’inesistenza dei draghi immaginari è interamente basato sulle teorie della meccanica quantistica? Che pensare del congegno in grado di mandare a spasso la coscienza, che fa il giro di svariati corpi prima di tornare a casa? Come non sognare che possa esistere veramente la temibile Trappola di Gargantius, forse la migliore invenzione dei due fantageni, descritta nell’omonimo racconto: un effetto che agisce sulla coscienza degli eserciti in guerra sviluppando una mentalità totalmente civile dalle dimensioni cosmiche, "un oceano di buona volontà reciproca, di tolleranza, benevolenza e ragione" che li porta "ad allontanarsi, mano nella mano, sul campo di una battaglia mai avvenuta"?
Dispenser (radio 2) 
maggio 2003

Tanto tempo fa il famoso scrittore di fantascienza Philip K. Dick andò completamente a male. Si convinse che qualcuno stesse complottando contro di lui. Essendo tossicomane, era paranoico, la cosa è normale. Chiamò l’FBI, la CIA o qualche altro ufficio governativo più o meno temibile e puntò il dito contro un suo collega che secondo lui stava cercando di fargli la pelle in ogni maniera. Questo collega era STANISLAW LEM. STANISLAW LEM è un esempio di fantascienza spiazzante per la mia generazione e non solo. La fantascienza attuale, contemporanea, è strettamente legata ai progressi scientifici e in genere esiste una scena di fantascienza nei paesi che sono tecnologicamente all’avanguardia. Oggi c’è fantascienza soprattutto negli Stati Uniti e vagamente in altri paesi occidentali come la Gran Bretagna, la Francia. Ma non è escluso che in un tempo non troppo rapido nasca una scena letteraria hi-tech con sede a Shangai, 

vista la posizione che pare la Cina assumerà nei prossimi decenni come leader economico planetario. Un tempo c’era la fantascienza del blocco sovietico e Lem era un esponente di questa linea. D’altronde i primi a mandare un razzo in orbita sono stati loro. L’opera più famosa di Stanislaw Lem è senza dubbio Solaris da cui ai tempi della contrapposizione binaria dei blocchi Tarkowsky trasse un film immortale del quale quest’anno è uscito un remake hollywoodiano. Questa sera leggiamo un brano di un suo libro del 1965, del periodo caldo subito dopo la crisi dei missili a Cuba e il tentativo di invasione della Baia dei Porci, se vogliamo restare a quei riferimenti. Il titolo è CYBERIADE e il libro racconta di due inventori TRURL e KLAPAUCIUS che si sfidano in un mondo al limite della psichedelia o dell’assurdità più assoluta, a inventare cose incredibili. Estintori di possibilità, bardi elettronici, servospettri, spaventacotteri, cose talmente incredibili che non ci sono le parole per descriverle. E anche semplici macchine pensanti come questa. Un breve estratto da CYBERIADE di STANISLAW LEM.

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