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"Si dissipa l'istante. Immobile, / vado e
vengo: sono una pausa". Si apre e si chiude con versi inediti di Octavio
Paz il nuovo volume monografico di Riga dedicato a Milan Kundera, a cura
di Massimo Rizzante. Arrivata al ventesimo volume in poco più di dieci anni di
vita, Riga (diretta da Marco Belpoliti e Elio Grazioli- più che una
rivista verrebbe voglia di definirla una straordinaria collana editoriale)
continua a distillare a ritmo semestrale le sue monografie su personaggi-chiave
del Novecento, scrittori e artisti (non tralasciando musica e teatro), su
avventure tematiche e progetti culturali, tracciando una cartografia preziosa
che incrocia più sguardi e vertici d'osservazione diversi. Secondo una
struttura originale, la cui fecondità è ormai ben collaudata, s'intrecciano
scritti inediti dell'autore dedicatario del volume, interviste, contributi
critici inediti o difficilmente reperibili, raccolti pazientemente tra vecchi
articoli dispersi della stampa internazionale, saggi scritti appositamente per Riga,
poesie e disegni in sintonia evocativa. I versi di Paz per Kundera parlano di
sguardi riflessi, di allusioni e insinuazioni. Diventano una possibile cifra
interpretativa per una rilettura dell'opera complessiva dello scrittore boemo,
strutturata - in omaggio alla sua passione per la musica - come una partitura.
Attraverso una polifonica e intensa carrellata, il volume tenta di ridisegnare
una figura ingombrante ed elusiva, sottraendola agli equivoci che di volta in
volta l'hanno accompagnata e alle surdeterminazioni generate dall'effetto
bestseller. Se per molti Kundera è soprattutto l'autore del fortunatissimo L'insostenibile
leggerezza dell'essere, ciò che più sta a cuore a Rizzante è restituire
la centralità delle sue riflessioni sui Tempi Moderni e sull'Europa, condotte
attraverso i numerosi romanzi (tra i più noti Lo scherzo, Il valzer degli
addii, Il libro del riso e dell'oblio, L'immortalità, L'identità) e
soprattutto nei due saggi L'arte del romanzo e I testamenti traditi
e nei seminari sul romanzo tenuti a Parigi per circa quindici anni.
Nato a Brno nel 1929, figlio di un illustre pianista, egli stesso musicista jazz
e docente di cinema all'Istituto Superiore di Cinematografia di Praga (tra i
suoi allievi Milos Forman e i protagonisti della nouvelle vague del
cinema ceco), nel 1975 si trasferisce in Francia. Come altri grandi del
Novecento (Beckett, Nabokov) vive la mutazione linguistica (passando dal ceco al
francese) e l'ossessione della traduzione e del fraintendimento: se negli anni
sessanta e settanta è soprattutto l'equivoco generato dalla ricezione politica
(che ne fa un simbolo della dissidenza e un campione della lotta al
totalitarismo), negli anni ottanta e novanta è l'etichetta riduttiva del
moralista-filosofo (che gli fa subire quello che rizzante chiama "l'assalto
delle scienze umane").
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Dopo l'ouverture dell'amico poeta, ecco l'autore che
enuncia i suoi temi-guida: il cielo stellato dell'Europa centrale" con la
pleiade kunderiana dei grandi romanzieri (Kafka, Musil, Broch, Gombrowicz), la
"Weltliteratur", "L'esilio liberatore",
"L'arciromanzo", "Il modernismo antimoderno". Ecco la
dichiarazione di molteplici amori: oltre alla sua costellazione elettiva, ci
sono Janacek e Kis, Skácel e Kosík Marquez e Arrabal, Fuentes Paz, e gli
artisti Breleur, Bacon, Fellini...
Sono capitoli e frammenti di un lungo manoscritto inedito che ogni tanto, nel
corso degli anni, fa capolino sui quotidiani (Le Monde, La Repubblica, La
Stampa). Una riflessione centripeta sui nodi sensibili della modernità
(identità, memoria, narrazione, tradizione, omologazione), condotta attraverso
la "saggezza dell'incertezza" di cui è portatore il romanzo e
attraverso la ricerca della sua essenza ludica: dall'"epopea allegra"
di Rabelais (passando per Cervantes, Sterne, Diderot) all'"umorismo
malinconico" di Gogol' alla "commedia disperata" di Ionesco. Il
terzo movimento raccoglie gli studi critici, organizzati cronologicamente e
scelti secondo il criterio della varietà e originalità, della minore adesione
ai luoghi comuni della critica Kunderiana, privilegiando gli scrittori sui
critici di professione. Contributi dell'ovest e dell'est, del nord e del sud,
europei e americani: da Louis Aragon a Sylvie Richter, da Salman Rushdie a Ian
McEwan, passando per Philip Roth e Carlos Fuentes, Eugène Ionesco e Yoshinari
Nishinaga, fino a Guy Scarpetta e Wuping Zhao. Nutrito anche il gruppo degli
italiani: Sciascia sul Kundera-Diderot Jaques e il suo padrone; Calvino,
Tabucchi e Celati con voci fuori dal coro sull'insostenibile leggerezza;
Citati che ritrova "il tocco delicato e sovrano" di Kundera
nell'eleganza estrema dell'identità; lo stesso Rizzante che conclude la
cavalcata con una lettura dell'ultimo romanzo pubblicato, L'ignoranza. Gli
studi sono punteggiati da riflessioni inedite dell'autore, brevi interviste,
scambi di lettere e flash di conversazioni con il curatore. Il finale musicale
è un omaggio di Kundera a Cervantes, capostipite della genealogia più amata,
quell'arte del romanzo che è anche il suo rovello. Lo suggellano i versi di Paz
e il Collage della moglie di lui Marie José, un enigmatico
volto-tavolozza-specchio adatto a interpretare le domande-risposta kunderiane:
"A che cosa tengo allora? A Dio? Alla patria? Al popolo? All'individuo? La
mia risposta è insieme ridicola e sincera: io non tengo a niente tranne che
alla denigrata eredità di Cervantes".
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