Cristiano Cavina

ALLA GRANDE

Recensioni

Cavina e quel tesoro in fondo al lago

Da Famiglia Cristiana
del 4 Maggio 2003

 di Fulvio Panzeri

 

Un tesoro fatto di spiccioli

Da D-La repubblica delle donne
del 3 Maggio 2003

 

Bastiano è un Gianburrasca

Da L’espresso 
dell' 8 maggio 2003

di Marco Belpoliti

Tra la Romagna e il West, il pizzaiolo che sforna libri

Dal «Corriere della Sera» 
del 15/04/2003

di Carlo Vulpio

Sgommando sulla bicicletta e tirando sassi ai lampioni

Da «La Stampa»
del 19/4/2003

di Lorenzo Mondo

"Magico" e puro lo sguardo di Bastiano

Da «Letture» 
di aprile 2003

di Antonio Rizzolo.

 

Un piccolo gioiello che riporta il lettore alle fantasie di quando si è bambini

Dal Messaggero Veneto 15 luglio 2003

 

Ci dispiacerebbe che questo libro passasse inosservato al grande pubblico, perché era da molto tempo che non leggevamo un romanzo italiano così ricco di sensibile spontaneità.
Cristiano Cavina è un giovane scrittore che, pur di esprimere la propria vocazione, si adatta a fare qualsiasi mestiere, dal portalettere al pizzaiolo. Sarà per questo che da queste pagine straborda la vita, quella vera autentica e toccante.
Recuperando il bambino che è stato, Cristiano ci racconta con le sue parole, proprio quelle che a undici anni gli frullavano in testa, la storia di Bastiano Casaccia detto Bla: un simpatico Gianburrasca dei nostri giorni che da grande vuole fare il pirata, che fa ammattire l’arciprete e la mamma, ma che ha un cuore grande così… è che poi la voglia di fare grandi cose ha il soprevvento e Bla si caccia sempre nei guai.
E dov’è il suo angelo custode quando ne ha bisogno? E dov’è quel padre mai visto né mai conosciuto? Guai a parlarne con mamma perché si incupisce e da agnello diventa subito tigre.
Quello che conta comunque è vivere alla grande, come Robin Hood, come Zorro, come Sandokan, difendere i deboli (far sorridere la piccola Sura maltrattata da tutti), conquistare la propria bella (Milena Barzaglia la perla del quartiere, con quegli occhi, con quella bocca…), fare grandi cose indimenticabili che lascino il paese a bocca aperta (costruiamo un sommergibile!), essere fedele alla banda (e che banda! Bomba, Donna, Fattura… un grande equipaggio).
Andasse tutto dritto il nostro Bastiano sarebbe già un supereroe dei cartoni… ma non sempre va tutto dritto, soprattutto se ti capita di vivere nelle case popolari di Casola Valsenio, di fronte al Mago Mammola con le braccia piene di lividi e buchi, nello stesso palazzo di Noemi la matta, gomito a gomito con Mone che guai se lo guardi negli occhi…
Insomma a Casola ti può accadere di tutto, ci vuole un santo particolare non solo per riuscire nella vita ma anche per sopravvivere.
Lasciatecelo dire: questo piccolo grande romanzo è un gioiello prezioso che vi farà sghignazzare e riflettere.
In esso troverete la grinta di quando da bambini inforcavate la vostra bici da cross, la Turboberta di Bastiano, e via… verso un mondo di sogni e speranze.
Se crescere poi sarà dura, non importa: Noi siamo pirati e andiamo. Alla grande!!!

Paola Antoniali

 

Cavina e quel tesoro in fondo al lago

Da Famiglia Cristiana 4 Maggio 2003

Il pizzaiolo di Casola Valsenio con Alla grande è la sorpresa più bella della stagione

Casola Valsenio si trova in Romagna, a due passi da Faenza. Lì è nato un nuovo scrittore, una delle rivelazioni più sorprendenti della nuova narrativa italiana. Si chiama Cristiano Cavina, classe 1974, di professione pizzaiolo. Dopo un primo romanzo passato inosservato, esce ora con Alla grande (Marcos y Marcos, pp. 208, euro 13,00) che riprende temi e atmosfere di un racconto che Cavina pubblicò nell’antologia natalizia edita da Marcos y Marcos, affrontando così il rischio di stare al fianco dei grandi nomi della letteratura mondiale. Una sfida confermata dal romanzo, che affascina per la scrittura scabra, essenziale, iperrealista, lontana dalle mode giovanilistiche e dagli abusi che di esse si sono fatti in questi anni.
Cavina ci apre lo scenario delle periferie degradate dei piccoli centri e delle cittadine di provincia e ci mostra le verità e le fatiche, le illusioni e i sogni che si annidano nelle anonime schiere delle case popolari, un po’ come faceva Testori negli anni Cinquanta, quando mostrava la forte umanità della periferia milanese. Anche qui troviamo vite grame, segnate dagli stenti. Con il suo sguardo a volte ironico e divertito, altre volte sognante, Cavina sposta però l’atmosfera verso l’avventura, in una rilettura tutta contemporanea di un classico come I ragazzi della via Paal.
Protagonista è Bastiano Casaccia, detto anche Bla, che vive con la madre, ha una grande nostalgia del padre che non ha mai conosciuto e sfreccia veloce sulla sua bici. Con gli amici sogna di costruire un sommergibile con i bidoni della spazzatura e con i copertoni di un vecchio trattore, per andare in fondo al lago in cui pensa sia nascosto un sacco di monete d’oro.
C’è molto altro nel romanzo: i rapporti tra le bande dei ragazzi, il tema del bullismo, l’attenzione verso chi è in difficoltà, ma vibra soprattutto una fantasia che trasforma la voglia di un mondo migliore in un singolare sguardo poetico.

 Fulvio Panzeri

 

Un tesoro fatto di spiccioli

Da D-La repubblica delle donne
del 3 Maggio 2003

Tra gli esordienti prodige della più recente narrativa italiana – in realtà un suo precedente romanzo era già uscito dalla benemerita Transeuropa – si colloca il ventinovenne Cristiano Cavina. Pizzaiolo, mestiere rivendicato con determinazione, allievo della scuola Holden di Alessandro Baricco, Cavina ha imparato a modo suo la lezione di tecniche di narrazione moderne e accattivanti. In Alla grande toccai tasti del romanzo di formazione catapultandoci direttamente in un’infanzia di provincia vista attraverso le vicissitudini di Bastiano Casaccia.
Per la trama e i personaggi Cavina ha attinto direttamente dai suoi ricordi. Siamo a Casola Valsenio, Romagna, casa sua. E dentro c’è un po’ della sua famiglia, la mamma, la nonna, le case popolari, lo zio Paolo, i suoi amici, i compagni di classe. Cristiano è Bastiano, animo piratesco che come il suo protagonista a undici anni voleva costruire un sommergibile per recuperare un tesoro in fondo al lago: il tesoro è un sacco dell’immondizia che contiene gli spiccioli raccolti da un tossicodipendente, nel romanzo il Mago Mammola.
Tutto quello che è ricordo – dalla bicicletta Turboberta al padre disoccupato mai conosciuto – Cavina lo trasfigura in una visione che ha una sua concretezza cristallina. E che appare reale proprio perché non esce mai da quel sogno sino al finale, davvero bello, tra le farfalle e forse un blu dipinto di blu, trampolino di lancio verso la vita vera.

A.F.

 

Bastiano è un Gianburrasca

Da L’espresso dell' 8 maggio 2003

Alla grande di Cristiano Cavina è un libro scanzonato, leggero, divertente, che sta su con nulla; una di quelle storie che, se sbagli anche di poco, colano a picco in modo inesorabile. Invece lui, ventinovenne di Casola Valsenio, in provincia di Ravenna, non sbaglia un colpo. T’incanta con il suo periodare breve, rapido, conciso, ricco di metafore infantili, perfettamente calato nella testa e nella voce del protagonista, Bastiano Casaccia, una specie di Gianburrasca, ingenuo ed estremo, leggero e terribile, artefice di piccoli e grandi guai, sempre proteso verso avventure mirabolanti. Alla grande racconta una storia già letta molte volte, da Collodi a Gianni Celati, la storia di un’infanzia turbolenta, con tutto il piccolo olimpo dei parenti, il paese che fa da sfondo, l’arciprete e il vigile urbano, il maresciallo dei carabinieri, il professore di scuola media, i compagni di classe e la ragazzina amata. E tuttavia il libro gira perfettamente, per via della voce del tono di Bla – soprannome di Bastiano – che racconta di se stesso e di tutti gli altri essendo intorno a sé un mondo sospeso tra fiaba e romanzo, un universo fatto di pochissime e povere cose, prolungato, amplificato e riempito dalla sua fantasia. È un libro che non sfigura a fianco di storie illustri come Il sentiero dei nidi di ragno di Calvino o il recente Io non ho paura di Ammaniti, due libri che, in un modo o in un altro, possiedono la forza del racconto sorgivo, primigenio, magico. Cavina semmai affronta una prova ancora più ardua, perché non ha la grande storia sullo sfondo o il motivo del romanzo giallo a cui appendere le sue vicende d’infanzia. Il suo libro si legge solo sul linguaggio, sul ritmo della prosa, sulla capacità di spalancare davanti a noi un mondo che di suo sarebbe provinciale e desolato; una piccola patria dell’anima, di cui Bla è il Buddha, la divinità che lo anima e insieme lo chiude, che lo riconduce addomesticato al suo io: legislatore unico della realtà. Il finale pinocchiesco vede Bla rinchiuso in una casa per ragazzi difficili, dopo che ha sparato in bocca e negli occhi a un altro ragazzo del silicone rubato dal magazzino, con cui pensava di saldare i pezzi di un immaginario sottomarino al fine di recuperare un fantomatico tesoro in fondo a un laghetto. Fugge poi ritorna, trasformato, adulto, ma sempre sospeso su quel bilico incantato tra malinconia e comicità, sempre carico di quella fantasia con cui si ostina a metter mano al reale.

Marco Belpoliti

 

Tra la Romagna e il West, il pizzaiolo che sforna libri

Dal «Corriere della Sera» del 15/04/2003

In Romagna, a Casola Valsenio, due passi da Imola e Faenza,c'è uno scrittore vero. Si chiama Cristiano Cavina, non ha ancora trent'anni e fa il pizzaiolo alla pizzeria il Farro. Le pizze di Cristiano, quella con la
pancetta e il radicchio è la fine del mondo, metterebbero in crisi un pizzaiolo napoletano. Ma le storie che Cristiano racconta (il suo primo lavoro, Una strana stagione all'improvviso, è stato pubblicato da Transeuropa) sono ancora meglio delle pizze. Dolorose e delicate. Ironiche e sognanti. Cristiano Cavina ha un sacco di cose da dire, è autentico, scrive con lo stesso amore con cui, fin da piccolo, fa le pizze. E finisce per oscurare la pletora di scrittori i cui libri, alla fine; sono pizze e basta. E questo non tanto e non solo perché, tempo due settimane, il suo libro Alla Grande (Marcos y Marcos, 208 pagine, 13 euro) è entrato nella classifica dei primi dieci della narrativa italiana. Ma soprattutto perché Alla Grande è un racconto che a leggerlo emoziona. Può far piangere e far sorridere. Dà da pensare. Innamora.
«Ho scoperto che volevo scrivere piuttosto tardi, a diciannove-vent'anni ­ dice Cristiano Cavina ­. A scuola non andavo tanto bene. Avevo una sfilza di Insuff. e Quasi Suff. un po' in tutte le materie». Ma a differenza di Paolo Conte, che quando l'Università di Macerata gli ha dato la laurea honoris causa per i testi delle sue canzoni ha detto «Così mi sono vendicato di tutte le insegnanti di italiano che ho avuto nella mia vita», Cavina dice di essere stato salvato proprio dalla sua prof di italiano, «la» Ranieri, dell'Istituto tecnico industriale per periti elettronici di Faenza, dove poi si è diplomato. «è stata lei che mi ha incoraggiato a tirar fuori tutto quello che avevo dentro.Con lei, i miei temi di italiano sono stati un po' le mie prove generali».

Alla grande racconta l'infanzia e l'adolescenza di Bastiano Casaccia («perché questo è un libro autobiograficissimo, dove solo il mio nome è diverso da quello vero»), tra il borgo e la campagna di Casola Valsenio. «Ragazzi della via Paal» che finiranno nei guai per inseguire il sogno di costruire un sottomarino con i bidoni della spazzatura, i copertoni di un vecchio trattore Somec-Carraro rosso fuoco e del silicone. Vorrebbero recuperaredal fondale del lago un sacco di pattume che in realtà nasconde monete d'oro. Per il gusto dell'avventura, ma anche e soprattutto per mettere fine agli stenti e alla povertà delle loro famiglie, che «coabitano» al rione case popolari.
«Il protagonista, Bastiano, un po' è come me: soffre perché non ha mai
conosciuto suo padre e perché vede sua madre sbattersi da una casa all'altra, a lavare e stirare panni, con l'incubo delle bollette da pagare.
Un po' è come avrei voluto essere: meno timido e un po' più audace, e anche più gioioso». Parlando di sé, Cavina in realtà parla di tutti quei ragazzi italiani che oggi hanno 30,40 ,50 anni e che dalla vita non hanno mai avuto nulla gratis. Che come lui hanno fatto i chierichetti, i garzoni e mille altri lavori occasionali, con molte più cose in comune ­ da Nord a Sud ­ di quanto in genere non si creda: Giancarlo Antognoni e Moreno Argentin, le Big Bubble e le Emme Esse, Devilman e Starski e Hutch, Orzowai e Indiana Jones, il «libro del sapere» Conoscere Insieme, i quaderni Maxipigna e le mountain bike, Topolino e Big Jim. E il trattore Somec-Carraro rosso. Ma anche i libri. «Tutti. Leggevo e leggo tutti quelli che mi capitano a tiro ­ dice Cristiano ­. Da poco ho scoperto Gadda, Bianciardi, Dumas, Tolstoj. Dio, cosa mi ero perso».
Ma chi lo ha fatto «uomo» sono stati Stephen King, «un genio, soprattutto in It per come parla dei bambini e dei loro sogni»; Goffredo Parise, Osvaldo Soriano, John Fante e Kurt Vonnegut, «uno che ti cambia il corso della vita». Ma il più grande di tutti, «quello che se lo incontro gli dico: faccio tutto ciò che vuoi te», dice Cristiano, è Eduardo Galeano. «Da lui ho imparato che scrivere è salvare le cose della nostra vita, ringraziare gli altri, chiedere perdono per gli errori commessi». Per comprarsi questi libri, Cristiano «accantonava» parte della paga da pizzaiolo, senza dir nulla a nessuno. Ma anche gli altri studi, quelli regolari, Cristiano ha dovuto pagarseli da solo. I cinque anni delle scuole superiori e i due alla scuola di scrittura Holden di Torino: tutte le settimane, cinque giorni a Torino e poi, col treno via Bologna, due in pizzeria, a Casola. «Una vitaccia. Ma mi considero una persona fortunata. Scrivo e sano le ferite che mi porto dentro». Alla Holden se ne sono accorti subito che Cavina era la risposta vivente alla domanda oziosa se scrittori si nasce o si diventa, e lo hanno preso in squadra. Proprio nella squadra di calcio della Nazionale scrittori con Mari, Baricco, Favetto, Lucarelli, Voltolini... Cavina gioca, manco a dirlo, in un ruolo di fatica. Mediano. Alla grande, però.

 Carlo Vulpio

 

Sgommando sulla bicicletta e tirando sassi ai lampioni

Da «La Stampa»del 19/4/2003

A suo modo, questo di Cristiano Cavina, è un romanzo di formazione. Racconta la storia, non di un burattino come Pinocchio che diventa ragazzo, ma dell'eroe di un romanzo avventuroso (così sogna di essere il ragazzo protagonista) che diventa uomo. Alla grande, come recita il titolo del libro, ripetendo l'intercalare spavaldo di Bastiano, detto Bla; attraverso una serie di prove ben altrimenti dure di quelle che toccano a un immaginario pirata o pistolero. Abita in un paese della «bassa» romagnola, case popolari, alloggio miserabile. Con i due nonni malandati, la madre trafelata a stirare panni per i vicini, tenere dietro al figlio scavezzacollo. Non conosce suo padre, a ogni inchiesta si sente rispondere che fa il mestiere di disoccupato o vagabondo. Apparentemente il ragazzo non soffre, lo vediamo sfrecciare e sgommare sulla sua bicicletta come se dovesse raggiungere con ali di vento un paese diverso. 
Vuole costruire, insieme alla banda che capeggia, un sommergibile, calarsi in un torbido laghetto dove giace un tesoro. Nel frattempo tira sassi ai lampioni e ai vetri delle case in costruzione, combina malestri. Ma nella ricerca di una realtà alternativa, deforma e trasfigura, in luce di bizzarro umorismo, anche le persone che gli stanno attorno, l'arciprete, il professore, il vigile urbano, i ragazzotti amici e rivali, tutti disegnati con grazia.
Leggiamo: «Un filo denso di candela gli scese dal naso e ritornò dentro quando prese fiato, come la lingua di un camaleonte quando ha acchiappato un insetto. Lo avevo visto a Quark». La citazione di un documentario televisivo come «fonte» introduce un elemento caratteristico del romanzo: la provincia e l'infanzia vengono cioè filtrate continuamente dal cinema, dalla tv, dai fumetti, che non risparmiano le espressioni di una cultura più antica. 
Come capita davanti a un quadro della Madonna che sale in cielo: «Era dal 1600 che si preparava a decollare, con le braccia spalancate e lo sguardo perso, quasi malinconico. Dopo quattrocento anni ancora non si era mossa di un centimetro». Dove trapela tra l'altro un rapporto, confidenziale fino all'irriverenza, con l'Aldilà, ispirato dall'insegnamento del catechismo e dalle pratiche religiose. Il libro di Cavina prende vita da questa baldanza, in cui si avverte appena una punta di acidula perplessità. Una baldanza espressa anche nel linguaggio che, senza essere particolarmente inventivo sul piano lessicale, è prodigo di immagini ravvicinate e tese, dotato di una ellittica energia, nelle descrizioni e nei dialoghi (ma sembra eccessiva, poco plausibile a tratti la saccenza argomentante del ragazzo che discorre con il bonario arciprete). La «conversione» di Bla, l'uscita dal suo mondo fantastico, nasce dall'incontro, imprevedibile in un quartiere che appariva così solidale, con la cattiveria. Quando, sottoposto alle crudeli angherie dei più grandi, Bastiano scopre anche in sé, per reazione, la possibilità di fare il male. Ospitato in una casa di accoglienza per minori, l'emulo di Sandokan si rassegna a lotte più domestiche e riflessive. Si preoccupa della famiglia alla quale hanno tagliato per morosità i fili della luce, si conforta con le lettere di una compagna di scuola che sogna di sposare quando sarà cresciuto, impara a esercitare la pazienza. Si affaccia appena un'altra storia, che appartiene alla prosa meno avvincente della maturità e che non potrà fare a meno di piegarsi, con qualche malinconia, sui giorni svagati e immemori dell'età breve.

Lorenzo Mondo

          

 Il libro del mese:
"Magico" e puro lo sguardo di Bastiano

Da «Letture» di aprile 2003

Il libro di questo mese è una sorta di scommessa su un giovane autore, Cristiano Cavina, che già si era segnalato per originalità e intensità con un breve racconto inserito nell'antologia Il quarto re magio (Marcos y
Marcos, 2002, pagg. 304, euro 8,80). L'editore aveva coraggiosamente deciso di affiancare il suo nome a quello di autori classici ben più noti, come Maupassant, Clarcke, O. Henry, Pasolini, Tondelli, Bianciardi.
Ora Cavina si cimenta con la prova più impegnativa del romanzo, mantenendo però immutati i protagonisti e l'ambientazione di quel fortunato racconto.
L'io narrante è lo stesso Bastiano Casaccia, un ragazzino turbolento ma simpatico. Il luogo dell'azione è Casola Valsenio, un paese della Romagna, e in particolare l'ambiente degradato delle case popolari. In realtà il paese è lo stesso in cui è nato, nel 1974, Cristiano Cavina e non è difficile individuare nel protagonista l'alter ego dell'autore. Questo spiega anche una caratteristica peculiare del romanzo: l'estrema immediatezza e sincerità del racconto. Sembra davvero di condividere i pensieri, le sensazioni di un ragazzino. Le persone stesse, le vicende, gli oggetti appaiono trasfigurati, ridisegnati dalla sfrenata fantasia di Bastiano. Tanto che a volte è necessario un certo impegno per adeguare la banalità della nostra comprensione del mondo all'occhio "magico" con cui il protagonista lo vede.
Un semplice bidone è per Bastiano un sommergibile con il quale potrà recuperare un tesoro in fondo al lago, in realtà un sacchetto pieno di spiccioli di cui si era sbarazzato il Mago Mammola (un tossicodipendente).
Questa almeno è la voce che corre tra i ragazzi. Bastiano  subito parte con le sue fantasticherie: una volta tornato a casa «le avrei fatte piovere sulla tavola», dice, «indicandole, con il mento, senza dire una parola, come i re. Una pioggia di monete alle case popolari! Mai vista,  roba così. Tutti si sarebbero accalcati sull'uscio di casa, per vederle, anche la vedova Morini con i suoi occhi pesti e Giovannona, che era azzoppata e sarebbe guarita apposta. Ecco cosa ci voleva. Un miracolo in perfetto stile Casaccia».
Bastiano desidera veramente un miracolo, per far tornare il sorriso sul volto silenzioso della mamma, costretta a mille lavoretti per pagare le bollette e condurre una vita dignitosa. Il padre, infatti, non c'è più e Bastiano riesce a fatica a farsi dire che mestiere faceva, per potersene vantare con i compagni. Alla fine trova esaltante anche il mestiere di disoccupato, che la mamma dopo molte insistenze rivela. Il resto della famiglia è composto dal nonno, che passa le giornate al bar, e dalla nonna, sempre seduta nella poltrona di casa. C'è anche  zio Paolo, che ogni tanto fa una capatina. Per Bastiano è un "mito", un modello, benché sia solo un piccolo truffatore.
Alla realizzazione del sommergibile manca anche il silicone per tappare i buchi. Bastiano lo va a rubare nel magazzino della palestra comunale. Solo che, dopo aver quasi compiuto questa "missione da agente segreto", si imbatte in Mone e nella banda dei suoi bulli.  Mone prende in giro lui e i suoi amici chiamandoli "mongoli"; soprattutto Bastiano non sopporta le parole feroci contro una ragazzina handicappata sua amica e spara in faccia a Mone tutto il tubo di silicone. Per Bastiano si apre  così la strada del riformatorio...
Un modo di raccontare semplice e immediato, la capacità di far balenare davanti al lettore la visione fantastica del mondo che ha un ragazzino. Oltre a queste doti già accennate, che rendono il romanzo di Cavina spesso divertente e addirittura esilarante, c'è nel fondo una forte componente morale, un senso di solidarietà e di compartecipazione con la sorte dei poveri di oggi, con gli abitanti dei quartieri popolari e delle periferie degradate della città. C'è anche una specie di triste riflessione sul destino dei ragazzi di questi quartieri, che rischiano di diventare bulli insensibili e amorali come Mone e i suoi amici.
Che cos'è invece che salva Bastiano? Certamente la purezza ingenua del suo sguardo, che sa vedere sempre il bene e il bello; la sua fantasia, la sua costante capacità inventiva, creativa, addirittura "letteraria". Ma c'è anche qualcos'altro. Verso la fine del libro egli sente finalmente una voce, da lungo attesa, che gli dice che può farcela «con tanta pazienza». La voce viene da «una specie di pozza d'olio in fondo allo stomaco». Aveva faticato a liberarsi della robaccia che le ostruiva il passaggio: il «groviglio di aggeggi che avevo rotto... i milioni di cocci di vetri rotti... le urla e i gemiti dei miliardi di patacche che avevo confezionato in anni di carriera». La voce della coscienza, forse la voce di quel Dio che Bastiano chiama familiarmente e di continuo «il mio Signore» e che sembrava non rispondere mai alle sue domande.   

Antonio Rizzolo.

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