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Un piccolo gioiello che riporta il
lettore alle fantasie di quando si è bambini
Dal Messaggero Veneto 15
luglio 2003
Ci dispiacerebbe che questo libro
passasse inosservato al grande pubblico, perché era da molto tempo che
non leggevamo un romanzo italiano così ricco di sensibile spontaneità.
Cristiano Cavina è un giovane scrittore che, pur di esprimere la propria
vocazione, si adatta a fare qualsiasi mestiere, dal portalettere al
pizzaiolo. Sarà per questo che da queste pagine straborda la vita, quella
vera autentica e toccante.
Recuperando il bambino che è stato, Cristiano ci racconta con le sue
parole, proprio quelle che a undici anni gli frullavano in testa, la
storia di Bastiano Casaccia detto Bla: un simpatico Gianburrasca dei
nostri giorni che da grande vuole fare il pirata, che fa ammattire l’arciprete
e la mamma, ma che ha un cuore grande così… è che poi la voglia di
fare grandi cose ha il soprevvento e Bla si caccia sempre nei guai.
E dov’è il suo angelo custode quando ne ha bisogno? E dov’è quel
padre mai visto né mai conosciuto? Guai a parlarne con mamma perché si
incupisce e da agnello diventa subito tigre.
Quello che conta comunque è vivere alla grande, come Robin Hood, come
Zorro, come Sandokan, difendere i deboli (far sorridere la piccola Sura
maltrattata da tutti), conquistare la propria bella (Milena Barzaglia la
perla del quartiere, con quegli occhi, con quella bocca…), fare grandi
cose indimenticabili che lascino il paese a bocca aperta (costruiamo un
sommergibile!), essere fedele alla banda (e che banda! Bomba, Donna,
Fattura… un grande equipaggio).
Andasse tutto dritto il nostro Bastiano sarebbe già un supereroe dei
cartoni… ma non sempre va tutto dritto, soprattutto se ti capita di
vivere nelle case popolari di Casola Valsenio, di fronte al Mago Mammola
con le braccia piene di lividi e buchi, nello stesso palazzo di Noemi la
matta, gomito a gomito con Mone che guai se lo guardi negli occhi…
Insomma a Casola ti può accadere di tutto, ci vuole un santo particolare
non solo per riuscire nella vita ma anche per sopravvivere.
Lasciatecelo dire: questo piccolo grande romanzo è un gioiello prezioso
che vi farà sghignazzare e riflettere.
In esso troverete la grinta di quando da bambini inforcavate la vostra
bici da cross, la Turboberta di Bastiano, e via… verso un mondo di sogni
e speranze.
Se crescere poi sarà dura, non importa: Noi siamo pirati e andiamo. Alla
grande!!!
Paola Antoniali
Cavina
e quel tesoro in fondo al lago
Da
Famiglia Cristiana 4 Maggio 2003
Il pizzaiolo di Casola
Valsenio con Alla grande è la sorpresa più bella della stagione
Casola Valsenio si trova
in Romagna, a due passi da Faenza. Lì è nato un nuovo scrittore, una
delle rivelazioni più sorprendenti della nuova narrativa italiana. Si
chiama Cristiano Cavina, classe 1974, di professione pizzaiolo. Dopo un
primo romanzo passato inosservato, esce ora con Alla grande
(Marcos
y Marcos, pp. 208, euro 13,00) che riprende temi e atmosfere di un
racconto che Cavina pubblicò nell’antologia natalizia edita da Marcos y
Marcos, affrontando così il rischio di stare al fianco dei grandi nomi
della letteratura mondiale. Una sfida confermata dal romanzo, che
affascina per la scrittura scabra, essenziale, iperrealista, lontana dalle
mode giovanilistiche e dagli abusi che di esse si sono fatti in questi
anni.
Cavina ci apre lo scenario delle periferie degradate dei piccoli centri e
delle cittadine di provincia e ci mostra le verità e le fatiche, le
illusioni e i sogni che si annidano nelle anonime schiere delle case
popolari, un po’ come faceva Testori negli anni Cinquanta, quando
mostrava la forte umanità della periferia milanese. Anche qui troviamo
vite grame, segnate dagli stenti. Con il suo sguardo a volte ironico e
divertito, altre volte sognante, Cavina sposta però l’atmosfera verso l’avventura,
in una rilettura tutta contemporanea di un classico come I ragazzi
della via Paal.
Protagonista è Bastiano Casaccia, detto anche Bla, che vive con la madre,
ha una grande nostalgia del padre che non ha mai conosciuto e sfreccia
veloce sulla sua bici. Con gli amici sogna di costruire un sommergibile
con i bidoni della spazzatura e con i copertoni di un vecchio trattore,
per andare in fondo al lago in cui pensa sia nascosto un sacco di monete d’oro.
C’è molto altro nel romanzo: i rapporti tra le bande dei ragazzi, il
tema del bullismo, l’attenzione verso chi è in difficoltà, ma vibra
soprattutto una fantasia che trasforma la voglia di un mondo migliore in
un singolare sguardo poetico.
Fulvio Panzeri
Un
tesoro fatto di spiccioli
Da D-La repubblica delle
donne
del 3 Maggio 2003
Tra gli esordienti prodige
della più recente narrativa italiana – in realtà un suo precedente
romanzo era già uscito dalla benemerita Transeuropa – si colloca il
ventinovenne Cristiano Cavina. Pizzaiolo, mestiere rivendicato con
determinazione, allievo della scuola Holden di Alessandro Baricco, Cavina
ha imparato a modo suo la lezione di tecniche di narrazione moderne e
accattivanti. In Alla grande toccai tasti del romanzo di formazione
catapultandoci direttamente in un’infanzia di provincia vista attraverso
le vicissitudini di Bastiano Casaccia.
Per la trama e i personaggi Cavina ha attinto direttamente dai suoi
ricordi. Siamo a Casola Valsenio, Romagna, casa sua. E dentro c’è un po’
della sua famiglia, la mamma, la nonna, le case popolari, lo zio Paolo, i
suoi amici, i compagni di classe. Cristiano è Bastiano, animo piratesco
che come il suo protagonista a undici anni voleva costruire un
sommergibile per recuperare un tesoro in fondo al lago: il tesoro è un
sacco dell’immondizia che contiene gli spiccioli raccolti da un
tossicodipendente, nel romanzo il Mago Mammola.
Tutto quello che è ricordo – dalla bicicletta Turboberta al padre
disoccupato mai conosciuto – Cavina lo trasfigura in una visione che ha
una sua concretezza cristallina. E che appare reale proprio perché non
esce mai da quel sogno sino al finale, davvero bello, tra le farfalle e
forse un blu dipinto di blu, trampolino di lancio verso la vita vera.
A.F.
Bastiano
è un Gianburrasca
Da L’espresso dell' 8 maggio 2003
Alla grande
di Cristiano Cavina è un libro scanzonato, leggero, divertente, che sta
su con nulla; una di quelle storie che, se sbagli anche di poco, colano a
picco in modo inesorabile. Invece lui, ventinovenne di Casola Valsenio, in
provincia di Ravenna, non sbaglia un colpo. T’incanta con il suo
periodare breve, rapido, conciso, ricco di metafore infantili,
perfettamente calato nella testa e nella voce del protagonista, Bastiano
Casaccia, una specie di Gianburrasca, ingenuo ed estremo, leggero e
terribile, artefice di piccoli e grandi guai, sempre proteso verso
avventure mirabolanti. Alla grande racconta una storia già letta
molte volte, da Collodi a Gianni Celati, la storia di un’infanzia
turbolenta, con tutto il piccolo olimpo dei parenti, il paese che fa da
sfondo, l’arciprete e il vigile urbano, il maresciallo dei carabinieri,
il professore di scuola media, i compagni di classe e la ragazzina amata.
E tuttavia il libro gira perfettamente, per via della voce del tono di Bla
– soprannome di Bastiano – che racconta di se stesso e di tutti gli
altri essendo intorno a sé un mondo sospeso tra fiaba e romanzo, un
universo fatto di pochissime e povere cose, prolungato, amplificato e
riempito dalla sua fantasia. È un libro che non sfigura a fianco di
storie illustri come Il sentiero dei nidi di ragno di Calvino o il
recente Io non ho paura di Ammaniti, due libri che, in un modo o in
un altro, possiedono la forza del racconto sorgivo, primigenio, magico.
Cavina semmai affronta una prova ancora più ardua, perché non ha la
grande storia sullo sfondo o il motivo del romanzo giallo a cui appendere
le sue vicende d’infanzia. Il suo libro si legge solo sul linguaggio,
sul ritmo della prosa, sulla capacità di spalancare davanti a noi un
mondo che di suo sarebbe provinciale e desolato; una piccola patria dell’anima,
di cui Bla è il Buddha, la divinità che lo anima e insieme lo chiude,
che lo riconduce addomesticato al suo io: legislatore unico della realtà.
Il finale pinocchiesco vede Bla rinchiuso in una casa per ragazzi
difficili, dopo che ha sparato in bocca e negli occhi a un altro ragazzo
del silicone rubato dal magazzino, con cui pensava di saldare i pezzi di
un immaginario sottomarino al fine di recuperare un fantomatico tesoro in
fondo a un laghetto. Fugge poi ritorna, trasformato, adulto, ma sempre
sospeso su quel bilico incantato tra malinconia e comicità, sempre carico
di quella fantasia con cui si ostina a metter mano al reale.
Marco Belpoliti
Tra
la Romagna e il West, il pizzaiolo che sforna libri
Dal «Corriere della
Sera» del 15/04/2003
In Romagna, a Casola Valsenio, due passi da Imola e Faenza,c'è uno
scrittore vero. Si chiama Cristiano Cavina, non ha ancora trent'anni e fa
il pizzaiolo alla pizzeria il Farro. Le pizze di Cristiano, quella con la
pancetta e il radicchio è la fine del mondo, metterebbero in crisi un
pizzaiolo napoletano. Ma le storie che Cristiano racconta (il suo primo
lavoro, Una strana stagione all'improvviso, è stato pubblicato da
Transeuropa) sono ancora meglio delle pizze. Dolorose e delicate. Ironiche
e sognanti. Cristiano Cavina ha un sacco di cose da dire, è autentico,
scrive con lo stesso amore con cui, fin da piccolo, fa le pizze. E finisce
per oscurare la pletora di scrittori i cui libri, alla fine; sono pizze e
basta. E questo non tanto e non solo perché, tempo due settimane, il suo
libro Alla Grande (Marcos y Marcos, 208 pagine, 13 euro) è
entrato nella classifica dei primi dieci della narrativa italiana. Ma
soprattutto perché Alla Grande è un racconto che a leggerlo
emoziona. Può far piangere e far sorridere. Dà da pensare. Innamora.
«Ho scoperto che volevo scrivere piuttosto tardi, a diciannove-vent'anni
dice Cristiano Cavina . A scuola non andavo tanto bene. Avevo una
sfilza di Insuff. e Quasi Suff. un po' in tutte le materie». Ma a
differenza di Paolo Conte, che quando l'Università di Macerata gli ha
dato la laurea honoris causa per i testi delle sue canzoni ha detto
«Così mi sono vendicato di tutte le insegnanti di italiano che ho avuto
nella mia vita», Cavina dice di essere stato salvato proprio dalla sua
prof di italiano, «la» Ranieri, dell'Istituto tecnico industriale per
periti elettronici di Faenza, dove poi si è diplomato. «è stata lei che
mi ha incoraggiato a tirar fuori tutto quello che avevo dentro.Con lei, i
miei temi di italiano sono stati un po' le mie prove generali».
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Alla grande racconta l'infanzia e l'adolescenza di Bastiano
Casaccia («perché questo è un libro autobiograficissimo, dove solo il
mio nome è
diverso da quello vero»), tra il borgo e la campagna di Casola Valsenio.
«Ragazzi della via Paal» che finiranno nei guai per inseguire il sogno
di costruire un sottomarino con i bidoni della spazzatura, i copertoni di
un vecchio trattore Somec-Carraro rosso fuoco e del silicone. Vorrebbero
recuperaredal fondale del lago un sacco di pattume che in realtà nasconde
monete d'oro. Per il gusto dell'avventura, ma anche e soprattutto per
mettere fine agli stenti e alla povertà delle loro famiglie, che
«coabitano» al rione case popolari.
«Il protagonista, Bastiano, un po' è come me: soffre perché non ha mai
conosciuto suo padre e perché vede sua madre sbattersi da una casa
all'altra, a lavare e stirare panni, con l'incubo delle bollette da
pagare.
Un po' è come avrei voluto essere: meno timido e un po' più audace, e
anche più gioioso». Parlando di sé, Cavina in realtà parla di tutti
quei ragazzi italiani che oggi hanno 30,40 ,50 anni e che dalla vita non
hanno mai avuto nulla gratis. Che come lui hanno fatto i chierichetti, i
garzoni e mille altri lavori occasionali, con molte più cose in comune
da Nord a Sud di quanto in genere non si creda: Giancarlo Antognoni e
Moreno Argentin, le Big Bubble e le Emme Esse, Devilman e Starski e Hutch,
Orzowai e Indiana Jones, il «libro del sapere» Conoscere Insieme,
i quaderni Maxipigna e le mountain bike, Topolino e Big Jim. E il trattore
Somec-Carraro rosso. Ma anche i libri.
«Tutti. Leggevo e leggo tutti quelli che mi capitano a tiro dice
Cristiano . Da poco ho scoperto Gadda, Bianciardi, Dumas, Tolstoj. Dio,
cosa mi ero perso».
Ma chi lo ha fatto «uomo» sono stati Stephen King, «un genio,
soprattutto in It per come parla dei bambini e dei loro sogni»;
Goffredo Parise, Osvaldo Soriano, John Fante e Kurt Vonnegut, «uno che ti
cambia il corso della vita». Ma il più grande di tutti, «quello che se
lo incontro gli dico: faccio tutto ciò che vuoi te», dice Cristiano, è
Eduardo Galeano. «Da lui ho imparato che scrivere è salvare le cose
della nostra vita, ringraziare gli altri, chiedere perdono per gli errori
commessi». Per comprarsi questi libri, Cristiano «accantonava» parte
della paga da pizzaiolo, senza dir nulla a nessuno. Ma anche gli altri
studi, quelli regolari, Cristiano ha dovuto pagarseli da solo. I cinque
anni delle scuole superiori e i due alla scuola di scrittura Holden di
Torino: tutte le settimane, cinque giorni a Torino e poi, col treno via
Bologna, due in pizzeria, a Casola. «Una vitaccia. Ma mi considero una
persona fortunata. Scrivo e sano le ferite che mi porto dentro». Alla
Holden se ne sono accorti subito che Cavina era la risposta vivente alla
domanda oziosa se scrittori si nasce o si diventa, e lo hanno preso in
squadra. Proprio nella squadra di calcio della Nazionale scrittori con
Mari, Baricco, Favetto, Lucarelli, Voltolini... Cavina gioca, manco a
dirlo, in un ruolo di fatica. Mediano. Alla
grande, però.
Carlo Vulpio
Sgommando sulla bicicletta e tirando sassi ai lampioni
Da «La
Stampa»del 19/4/2003
A suo modo, questo di
Cristiano Cavina, è un romanzo di formazione. Racconta la storia, non di
un burattino come Pinocchio che diventa ragazzo, ma dell'eroe di un
romanzo avventuroso (così sogna di essere il ragazzo protagonista) che
diventa uomo. Alla grande, come recita il titolo del libro, ripetendo l'intercalare spavaldo di Bastiano, detto Bla; attraverso
una serie di prove ben altrimenti dure di quelle che toccano a un
immaginario pirata o pistolero. Abita in un paese della «bassa»
romagnola, case popolari, alloggio miserabile. Con i due nonni malandati,
la madre trafelata a stirare panni per i vicini, tenere dietro al figlio
scavezzacollo. Non conosce suo padre, a ogni inchiesta si sente rispondere
che fa il mestiere di disoccupato o vagabondo. Apparentemente il ragazzo
non soffre, lo vediamo sfrecciare e sgommare sulla sua bicicletta come se dovesse raggiungere con ali di vento un paese diverso.
Vuole costruire,
insieme alla banda che capeggia, un sommergibile, calarsi in un torbido
laghetto dove giace un tesoro. Nel frattempo tira sassi ai lampioni e ai
vetri delle case in costruzione, combina malestri. Ma nella ricerca di una
realtà alternativa, deforma e trasfigura, in luce di bizzarro umorismo,
anche le persone che gli stanno attorno, l'arciprete, il professore, il
vigile urbano, i ragazzotti amici e rivali, tutti disegnati con grazia.
Leggiamo: «Un filo denso di candela
gli scese dal naso e ritornò dentro quando prese fiato, come la lingua di
un camaleonte quando ha acchiappato un insetto. Lo avevo visto a Quark».
La citazione di un documentario televisivo come «fonte» introduce un
elemento caratteristico del romanzo: la provincia e l'infanzia vengono cioè
filtrate continuamente dal cinema, dalla tv, dai fumetti, che non
risparmiano le espressioni di una cultura più antica.
Come capita davanti a un
quadro della Madonna che sale in cielo: «Era dal 1600 che si preparava a
decollare, con le braccia spalancate e lo sguardo perso, quasi
malinconico. Dopo quattrocento anni ancora non si era mossa di un
centimetro». Dove trapela tra l'altro un rapporto, confidenziale fino
all'irriverenza, con l'Aldilà, ispirato dall'insegnamento del catechismo
e dalle pratiche religiose. Il libro di Cavina prende vita da questa
baldanza, in cui si avverte appena una punta di acidula perplessità. Una
baldanza espressa anche nel linguaggio che, senza essere particolarmente
inventivo sul piano lessicale, è prodigo di immagini ravvicinate e tese,
dotato di una ellittica energia, nelle descrizioni e nei dialoghi (ma
sembra eccessiva, poco plausibile a tratti la saccenza argomentante del
ragazzo che discorre con il bonario arciprete). La «conversione» di Bla,
l'uscita dal suo mondo fantastico, nasce dall'incontro, imprevedibile in
un quartiere che appariva così solidale, con la cattiveria. Quando,
sottoposto alle crudeli angherie dei più grandi, Bastiano scopre anche in
sé, per reazione, la possibilità di fare il male. Ospitato in una casa
di accoglienza per minori, l'emulo di Sandokan si rassegna a lotte più
domestiche e riflessive. Si preoccupa della famiglia alla quale hanno
tagliato per morosità i fili della luce, si conforta con le lettere di
una compagna di scuola che sogna di sposare quando sarà cresciuto, impara
a esercitare la pazienza. Si affaccia appena un'altra storia, che
appartiene alla prosa meno avvincente della maturità e che non potrà
fare a meno di piegarsi, con qualche malinconia, sui giorni svagati e
immemori dell'età breve.
Lorenzo Mondo
Il libro del mese:
"Magico" e puro lo sguardo di Bastiano
Da «Letture» di aprile
2003
Il libro di questo mese è una sorta di scommessa su un giovane autore,
Cristiano Cavina, che già si era segnalato per originalità e intensità
con un breve racconto inserito nell'antologia Il
quarto re magio (Marcos y
Marcos, 2002, pagg. 304, euro 8,80). L'editore aveva coraggiosamente
deciso di affiancare il suo nome a quello di autori classici ben più
noti, come Maupassant, Clarcke, O. Henry, Pasolini, Tondelli, Bianciardi.
Ora Cavina si cimenta con la prova più impegnativa del romanzo,
mantenendo però immutati i protagonisti e l'ambientazione di quel
fortunato racconto.
L'io narrante è lo stesso Bastiano Casaccia, un ragazzino turbolento ma
simpatico. Il luogo dell'azione è Casola Valsenio, un paese della
Romagna, e in particolare l'ambiente degradato delle case popolari. In
realtà il paese è lo stesso in cui è nato, nel 1974, Cristiano Cavina e
non è difficile individuare nel protagonista l'alter ego dell'autore.
Questo spiega anche una caratteristica peculiare del romanzo: l'estrema
immediatezza e sincerità del racconto. Sembra davvero di condividere i
pensieri, le sensazioni di un ragazzino. Le persone stesse, le vicende,
gli oggetti appaiono trasfigurati, ridisegnati dalla sfrenata fantasia di
Bastiano. Tanto che a volte è necessario un certo impegno per adeguare la
banalità della nostra comprensione del mondo all'occhio "magico" con cui
il protagonista lo vede.
Un semplice bidone è per Bastiano un sommergibile con il quale potrà
recuperare un tesoro in fondo al lago, in realtà un sacchetto pieno di
spiccioli di cui si era sbarazzato il Mago Mammola (un tossicodipendente).
Questa almeno è la voce che corre tra i ragazzi. Bastiano subito
parte con le sue fantasticherie: una volta tornato a casa «le avrei fatte
piovere sulla tavola», dice, «indicandole, con il mento, senza dire una
parola, come i re. Una pioggia di monete alle case popolari! Mai vista,
roba così. Tutti si sarebbero accalcati sull'uscio di casa, per vederle,
anche la vedova Morini con i suoi occhi pesti e Giovannona, che era
azzoppata e sarebbe guarita apposta. Ecco cosa ci voleva. Un miracolo in
perfetto stile Casaccia».
Bastiano desidera veramente un miracolo, per far tornare il sorriso sul
volto silenzioso della mamma, costretta a mille lavoretti per pagare le bollette
e condurre una vita dignitosa. Il padre, infatti, non c'è più e Bastiano
riesce a fatica a farsi dire che mestiere faceva, per potersene vantare
con i compagni. Alla fine trova esaltante anche il mestiere di
disoccupato, che la mamma dopo molte insistenze rivela. Il resto della
famiglia è composto dal nonno, che passa le giornate al bar, e dalla
nonna, sempre seduta nella poltrona di casa. C'è anche zio Paolo,
che ogni tanto fa una capatina. Per Bastiano è un "mito", un modello,
benché sia solo un piccolo truffatore.
Alla realizzazione del sommergibile manca anche il silicone per tappare i
buchi. Bastiano lo va a rubare nel magazzino della palestra comunale. Solo
che, dopo aver quasi compiuto questa "missione da agente segreto", si
imbatte in Mone e nella banda dei suoi bulli. Mone prende in giro
lui e i suoi amici chiamandoli "mongoli"; soprattutto Bastiano non
sopporta le parole feroci contro una ragazzina handicappata sua amica e
spara in faccia a Mone tutto il tubo di silicone. Per Bastiano si apre
così la strada del riformatorio...
Un modo di raccontare semplice e immediato, la capacità di far balenare
davanti al lettore la visione fantastica del mondo che ha un ragazzino.
Oltre a queste doti già accennate, che rendono il romanzo di Cavina
spesso divertente e addirittura esilarante, c'è nel fondo una forte
componente morale, un senso di solidarietà e di compartecipazione con la
sorte dei poveri di oggi, con gli abitanti dei quartieri popolari e delle
periferie degradate della città. C'è anche una specie di triste
riflessione sul destino dei ragazzi di questi quartieri, che rischiano di
diventare bulli insensibili e amorali come Mone e i suoi amici.
Che cos'è invece che salva Bastiano? Certamente la purezza ingenua del
suo sguardo, che sa vedere sempre il bene e il bello; la sua fantasia, la
sua costante capacità inventiva, creativa, addirittura "letteraria". Ma c'è
anche qualcos'altro. Verso la fine del libro egli sente finalmente una
voce, da lungo attesa, che gli dice che può farcela «con tanta pazienza».
La voce viene da «una specie di pozza d'olio in fondo allo stomaco».
Aveva faticato a liberarsi della robaccia che le ostruiva il passaggio: il
«groviglio di aggeggi che avevo rotto... i milioni di cocci di vetri
rotti... le urla e i gemiti dei miliardi di patacche che avevo
confezionato in anni di carriera». La voce della coscienza, forse la voce
di quel Dio che Bastiano chiama familiarmente e di continuo «il mio
Signore» e che sembrava non rispondere mai alle sue domande.
Antonio Rizzolo. |