RICHARD BRAUTIGAN

La casa dei libri

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Emanuele Trevi, Alias - La Talpa libri
Susanna Nirenstein, La Repubblica

Marco Denti, BooksHighway

pareri dei lettori
Massimo Vitali, mensolerie.wordpress.com, marzo 2010


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Emanuele Trevi 
Alias, la Talpa libri

La figura disegnata da Brautigan con La casa dei libri colpisce e affascina per la  sua libertà e sventatezza.
Chiaramente, il motore del racconto sta nel rapporto fra i suoi due poli: la biblioteca che raccoglie la letteratura respinta, da un lato, e il viaggio a Tijuana per abortire, dall'altro. Ma nulla, nel libro, rende esplicite le ragioni e la necessità narrativa  di questo rapporto: che vive, semmai, di una tensione poetica tanto più efficace quanto più aliena da ogni spiegazione. Ed è proprio un modo di lettura poetico quello che Brautigan esige (in questo libro come in tutta la sua opera, compreso quell'incredibile  «noir dadaista» che è Sognando Babilonia) dai suoi lettori.
Radicato nel «clima felice»  dei tardi anni Sessanta Brautigan è stato un vero maestro di quella letteratura che crea identificazione e contagio emotivo proprio perché non cristallizza mai il suo senso, ha rinunciato a una qualunque visione del mondo, tratta l'esperienza vissuta non come una pietra di paragone ma come un campo di possibilità.

 

Con la sua mente di poeta, scriveva in prosa, e raccontava storie, consapevole che, tra l'infinito numero di romanzi-professori, sempre vogliosi di spiegarti il mondo e i suoi segreti, c'era spazio per qualche romanzo-allievo, più ignorante dei suoi stessi lettori. Come gli inventori dei koan buddisti, sapeva benissimo da che parte sta l'illuminazione: mai dalla parte di ciò che viene detto, ma da quella di chi lo ascolta, simultaneamente attraversando e lasciandosi attraversare.
Una volta tanto, è solo la lettura, con le sue emozioni mobili e
imprevedibili, diverse per ogni lettore, a garantire che la storia esiste, che era necessario raccontarla.
E quando il narratore dichiara che vorrebbe erigere una statua al Santo degli Aborti, noi sentiamo che è vero, che una statua del genere ce la portiamo dentro, chissà perché, in tanti - ed è forse l'ultima icona possibile di qualcosa a cui votarsi.


 

Susanna Nirenstein 
La Repubblica

Quello di Brautigan è uno stile scarno, simile a quello minimale, o forse, come dicono, al surrealismo e al postmoderno di Pynchon.
Daniele Brolli dice che ogni tentativo di iscriverlo in una definizione è destinato a fallire, che il suo stile è trasversale, perché vagò tra i generi letterari così come vagò nella vita, tra "donne piene di sogni irrealizzabili, perdigiorno alcolizzati, artisti falliti intrappolati nell'universo domestico della west coast americana".

 

 

Marco Denti
BooksHighway
maggio 2010

Richard Brautigan è stato il prototipo e in un certo esempio l'esempio lampante della cultura libertaria degli anni Sessanta, la stessa dei Grateful Dead, di San Francisco. Con Jack Kerouac ad illuminare e ad ispirare, tra follia e poesia. Richard Brautigan, però, aveva una visione tutta sua dei sogni, delle speranze, delle utopie di quegli anni: stralunato, caotico, irriverente, surreale ha attraversato la narrativa e la letteratura come una meteora, con uno spirito incendiario e iconoclasta. Basti pensare all'idea di noir sviluppata in Sognando Babilonia, un romanzo tanto divertente quanto amaro con un protagonista, C. Card che sembra essere l'alter ego di Richard Brautigan e un rappresentate di primissima qualità della particolare razza di quegli inguaribili sognatori. Tutti dediti, in modo e in misure differenti, alla lettura come strumento per affrontare la vita: se C. Card si lascia travolgere dalle parole ("Mentre leggevo il romanzo paragrafo dopo paragrafo, pagina dopo pagina, traducevo nella mente le parole in immagini, da guardare e mandare avanti veloce come un sogno"), il protagonista de La casa dei libri trasforma una biblioteca in un luogo della mente, un approdo sicuro, un posto per tutti. Le sue regole riguardano la vita, più che l'orario di lavoro: "Qui ci deve essere sempre qualcuno. È lo spirito di questa biblioteca. Ci dev'essere qualcuno ventiquattro ore su ventiquattro a ricevere i libri e dar loro il benvenuto.

 

 

 





È il principio fondamentale di questa biblioteca. Non si può chiudere. Deve restare aperta". A maggior ragione se a bussare è una splendida ragazza, Vida, che sul piatto tiene Beatles, Rolling Stones, Byrds e Johnny Cash. "Nella vita non c'è spazio per tenere tutto" diceva uno dei 102 racconti zen e un libro lo si può sempre parcheggiare su uno scaffale, ma ad un corpo mozzafiato, un corpo che tutte le donne vorrebbero (e magari anche gli uomini) è difficile trovargli un angolo. E' il problema di Vida, diventa un caso per La casa dei libri, con la consueta punta di amarezza nascosta sotto la vena irriverente e caustica di Richard Brautigan. Se La casa dei libri è forse il suo romanzo più intimo e personale, Pesca alla trota in America resta il suo capolavoro, quello in cui, come ha scritto Riccardo Duranti, "tentare vie nuove e impreviste, nella vita come nella scrittura, crearsi una realtà alternativa a dispetto delle difficoltà in cui si si dibatte" diventò un imperativo, un modo di vivere. Funzionò per tutti i suoi personaggi, non per Richard Brautigan, che un giorno dell'autunno 1984 si fece prestare una pistola (come C. Card in Sognando Babilonia) e si sparò. Il mondo è un posto troppo piccolo per i sognatori.

Massimo Vitali
mensolerie.wordpress.com

marzo 2010


La prima regola quando si sceglie un libro che non si conosce è diffidare dalla quarta di copertina, specialmente se la quarta di copertina definisce il romanzo dell’autore come “il suo capolavoro.”
A volerci proprio credere, ciò che verrebbe da pensare è che quel libro sia il capolavoro dell’autore, mica il capolavoro in generale.
Ovvero: uno in vita sua può avere scritto solo delle enormi indecenze, talmente enormi che in confronto alle precedenti quel libro è un capolavoro. Così tornerebbero i conti. Così si potrebbe credere alla quarta di copertina. Però perché nessuno le chiarisce mai queste cose qui?
“Lo sapevate,” scriveva Daniel Handler nella prefazione del suo libro Avverbi, “che spesso sono gli autori stessi a scrivere le sinossi che compaiono sulle copertine dei libri? Magari ve ne ricorderete la prossima volta che leggerete frasi del tipo: un romanzo sensazionale che si divora tutto d’un fiato. Un romanzo che ci mostra un narratore universalmente acclamato all’apice delle sue straordinarie capacità. Un capolavoro.

Con “La casa dei libri” di Richard Brautigan, per fortuna non si corre questo rischio. La casa dei libri di Richard Brautigan non è un capolavoro, è solo un libro straordinario. Diffondetelo. E questo non lo dico io, lo dice la quarta di copertina dell’edizione Marcos y Marcos , ma è proprio quello che penso anche io.
Nella prima edizione Rizzoli del 1976 invece, la quarta di copertina è occupata da una sinossi del libro lunga quasi quanto il romanzo, e il libro non si intitola “La casa dei libri” ma “L’aborto, una storia romantica”. Titolo originale: “The abortion: an historical romance 1966”.
Ed è proprio di aborto che tratta questo romanzo, ma solo arrivati a un certo punto. Prima viene raccontata la storia del protagonista, un bibliotecario, insieme al contesto in cui vive e lavora, una biblioteca alla periferia di San Francisco dove non sono i lettori a ritirare i libri ma sono gli autori stessi a portarli, a qualunque ora del giorno e della notte, libri che non pubblicherà mai nessun editore e meno ancora leggerà qualche lettore, così che il protagonista non mette il 

 





naso fuori da quello strampalato deposito da tre anni, fino a quando non busserà alla sua porta Vida, una donna bellissima che ha portato il suo libro – un testo contro il proprio corpo – che invece è talmente bello che prima si trasferisce nella biblioteca insieme al bibliotecario, poi si innamora di lui, e infine vanno insieme in Messico a fare ciò che il titolo Marcos y Marcos non dice, e il titolo Rizzoli sì, ma in fondo va bene lo stesso, primo perché se non era per Marcos y Marcos questo libro sarebbe rimasto sepolto tra la polvere della memoria collettiva in cui era stato abbandonato, secondo perché ormai l’abbiamo capito tutti cosa succede in Messico a un certo punto della storia.
Quello che non capiremmo mai fino in fondo è che Richard Brautigan negli anni sessanta frequentava Allen Ginsberg, Jack Kerouac e Lawrence Ferlinghetti; era amato dai Beatles e osannato dal popolo della Beat Generation ma non era uno scrittore hippy e nemmeno uno con i fiori nei capelli: Richard Brautigan era soltanto un uomo che per sensibilità e vocazione era capitato per caso dentro la moda di un momento e ce n’era uscito soltanto vent’anni dopo, in un crescendo di depressione e alcolismo, quando a quarantanove anni si sparò con un fucile nella sua casa di Bolinas Mesa, California, lasciando al mondo un esempio di leggerezza e profondità di scrittura, di semplicità e poesia, finora – per chi scrive – ancora insuperato.
Questo romanzo racconta una storia d’amore spontanea, gentile e senza tempo, come dovrebbero essere tutte le storie d’amore se non fosse che a volte succede veramente e a volte succedono solo dentro a libri come questo, che quando li leggi dopo non escono più.
Dato che ne ho tanti tutti sparsi per il mondo, io avrei voluto che Richard Brautigan fosse stato almeno un mio cugino di Budrio.