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Emanuele Trevi (Alias,
la Talpa libri)
La figura disegnata da
Brautigan con La casa dei libri colpisce e affascina per la sua
libertà e sventatezza.
Chiaramente, il motore del racconto sta nel rapporto fra i suoi due
poli: la biblioteca che raccoglie la letteratura respinta, da un lato, e
il viaggio a Tijuana per abortire, dall'altro. Ma nulla, nel libro,
rende esplicite le ragioni e la necessità narrativa di questo
rapporto: che vive, semmai, di una tensione poetica tanto più efficace
quanto più aliena da ogni spiegazione. Ed è proprio un modo di lettura
poetico quello che Brautigan esige (in questo libro come in tutta la sua
opera, compreso quell'incredibile «noir dadaista» che è
Sognando Babilonia) dai suoi lettori.
Radicato nel «clima felice» dei tardi anni Sessanta Brautigan è
stato un vero maestro di quella letteratura che crea identificazione e
contagio emotivo proprio perché non cristallizza mai il suo senso, ha
rinunciato a una qualunque visione del mondo, tratta l'esperienza
vissuta non come una pietra di paragone ma come un campo di possibilità.
Con la sua mente di poeta, scriveva in prosa, e raccontava storie,
consapevole che, tra l'infinito numero di romanzi-professori, sempre
vogliosi di spiegarti il mondo e i suoi segreti, c'era spazio per
qualche romanzo-allievo, più ignorante dei suoi stessi lettori. Come
gli inventori dei koan buddisti, sapeva benissimo da che parte sta
l'illuminazione: mai dalla parte di ciò che viene detto, ma da quella
di chi lo ascolta, simultaneamente attraversando e lasciandosi
attraversare. |
Una volta tanto, è
solo la lettura, con le sue emozioni mobili e
imprevedibili, diverse per ogni lettore, a garantire che la storia
esiste, che era necessario raccontarla.
E quando il narratore dichiara che vorrebbe erigere una statua al Santo
degli Aborti, noi sentiamo che è vero, che una statua del genere ce la
portiamo dentro, chissà perché, in tanti - ed è forse l'ultima icona
possibile di qualcosa a cui votarsi.
Susanna Nirenstein (La
Repubblica)
Quello di Brautigan è uno stile scarno, simile a quello minimale, o
forse, come dicono, al surrealismo e al postmoderno di Pynchon.
Daniele Brolli dice che ogni tentativo di iscriverlo in una definizione
è destinato a fallire, che il suo stile è trasversale, perché vagò
tra i generi letterari così come vagò nella vita, tra "donne
piene di sogni irrealizzabili, perdigiorno alcolizzati, artisti falliti
intrappolati nell'universo domestico della west coast americana".
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