| RICHARD
BRAUTIGAN La casa dei libri |
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leggi pareri
dei lettori
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Emanuele Trevi La figura disegnata da
Brautigan con La casa dei libri colpisce e affascina per la sua
libertà e sventatezza. |
Con la sua mente di poeta, scriveva in prosa, e raccontava storie,
consapevole che, tra l'infinito numero di romanzi-professori, sempre
vogliosi di spiegarti il mondo e i suoi segreti, c'era spazio per
qualche romanzo-allievo, più ignorante dei suoi stessi lettori. Come
gli inventori dei koan buddisti, sapeva benissimo da che parte sta
l'illuminazione: mai dalla parte di ciò che viene detto, ma da quella
di chi lo ascolta, simultaneamente attraversando e lasciandosi
attraversare.
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Susanna Nirenstein La Repubblica Quello di Brautigan è uno stile scarno, simile a quello minimale, o forse, come dicono, al surrealismo e al postmoderno di Pynchon. Daniele Brolli dice che ogni tentativo di iscriverlo in una definizione è destinato a fallire, che il suo stile è trasversale, perché vagò tra i generi letterari così come vagò nella vita, tra "donne piene di sogni irrealizzabili, perdigiorno alcolizzati, artisti falliti intrappolati nell'universo domestico della west coast americana".
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Marco Denti BooksHighway maggio 2010 Richard Brautigan è stato il prototipo e in un certo esempio l'esempio lampante della cultura libertaria degli anni Sessanta, la stessa dei Grateful Dead, di San Francisco. Con Jack Kerouac ad illuminare e ad ispirare, tra follia e poesia. Richard Brautigan, però, aveva una visione tutta sua dei sogni, delle speranze, delle utopie di quegli anni: stralunato, caotico, irriverente, surreale ha attraversato la narrativa e la letteratura come una meteora, con uno spirito incendiario e iconoclasta. Basti pensare all'idea di noir sviluppata in Sognando Babilonia, un romanzo tanto divertente quanto amaro con un protagonista, C. Card che sembra essere l'alter ego di Richard Brautigan e un rappresentate di primissima qualità della particolare razza di quegli inguaribili sognatori. Tutti dediti, in modo e in misure differenti, alla lettura come strumento per affrontare la vita: se C. Card si lascia travolgere dalle parole ("Mentre leggevo il romanzo paragrafo dopo paragrafo, pagina dopo pagina, traducevo nella mente le parole in immagini, da guardare e mandare avanti veloce come un sogno"), il protagonista de La casa dei libri trasforma una biblioteca in un luogo della mente, un approdo sicuro, un posto per tutti. Le sue regole riguardano la vita, più che l'orario di lavoro: "Qui ci deve essere sempre qualcuno. È lo spirito di questa biblioteca. Ci dev'essere qualcuno ventiquattro ore su ventiquattro a ricevere i libri e dar loro il benvenuto.
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È il principio fondamentale di questa biblioteca. Non si può chiudere. Deve restare aperta". A maggior ragione se a bussare è una splendida ragazza, Vida, che sul piatto tiene Beatles, Rolling Stones, Byrds e Johnny Cash. "Nella vita non c'è spazio per tenere tutto" diceva uno dei 102 racconti zen e un libro lo si può sempre parcheggiare su uno scaffale, ma ad un corpo mozzafiato, un corpo che tutte le donne vorrebbero (e magari anche gli uomini) è difficile trovargli un angolo. E' il problema di Vida, diventa un caso per La casa dei libri, con la consueta punta di amarezza nascosta sotto la vena irriverente e caustica di Richard Brautigan. Se La casa dei libri è forse il suo romanzo più intimo e personale, Pesca alla trota in America resta il suo capolavoro, quello in cui, come ha scritto Riccardo Duranti, "tentare vie nuove e impreviste, nella vita come nella scrittura, crearsi una realtà alternativa a dispetto delle difficoltà in cui si si dibatte" diventò un imperativo, un modo di vivere. Funzionò per tutti i suoi personaggi, non per Richard Brautigan, che un giorno dell'autunno 1984 si fece prestare una pistola (come C. Card in Sognando Babilonia) e si sparò. Il mondo è un posto troppo piccolo per i sognatori. |
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Massimo
Vitali Con “La casa dei
libri” di Richard Brautigan, per fortuna non si corre questo rischio.
La casa dei libri di Richard Brautigan non è un capolavoro, è solo un
libro straordinario. Diffondetelo. E questo non lo dico io, lo dice la
quarta di copertina dell’edizione Marcos y Marcos
, ma è proprio quello che penso anche io.
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naso fuori da quello strampalato deposito da tre anni, fino a quando non busserà alla sua porta Vida, una donna bellissima che ha portato il suo libro – un testo contro il proprio corpo – che invece è talmente bello che prima si trasferisce nella biblioteca insieme al bibliotecario, poi si innamora di lui, e infine vanno insieme in Messico a fare ciò che il titolo Marcos y Marcos non dice, e il titolo Rizzoli sì, ma in fondo va bene lo stesso, primo perché se non era per Marcos y Marcos questo libro sarebbe rimasto sepolto tra la polvere della memoria collettiva in cui era stato abbandonato, secondo perché ormai l’abbiamo capito tutti cosa succede in Messico a un certo punto della storia. Quello che non capiremmo mai fino in fondo è che Richard Brautigan negli anni sessanta frequentava Allen Ginsberg, Jack Kerouac e Lawrence Ferlinghetti; era amato dai Beatles e osannato dal popolo della Beat Generation ma non era uno scrittore hippy e nemmeno uno con i fiori nei capelli: Richard Brautigan era soltanto un uomo che per sensibilità e vocazione era capitato per caso dentro la moda di un momento e ce n’era uscito soltanto vent’anni dopo, in un crescendo di depressione e alcolismo, quando a quarantanove anni si sparò con un fucile nella sua casa di Bolinas Mesa, California, lasciando al mondo un esempio di leggerezza e profondità di scrittura, di semplicità e poesia, finora – per chi scrive – ancora insuperato. Questo romanzo racconta una storia d’amore spontanea, gentile e senza tempo, come dovrebbero essere tutte le storie d’amore se non fosse che a volte succede veramente e a volte succedono solo dentro a libri come questo, che quando li leggi dopo non escono più. Dato che ne ho tanti tutti sparsi per il mondo, io avrei voluto che Richard Brautigan fosse stato almeno un mio cugino di Budrio.
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