FRANCO BUFFONI

Zamel

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Antonio Celano,
L'immaginazione, dicembre 2009 pag.1
pag.2
Alessandro Rizzo
, culturagay.it, ottobre 2009, intervista
Teo Lorini,
ilprimoamore.com, ottobre 2009
Fabio Donalisio,
Blow Up, settembre 2009
Francesco Gnerre, Pride, luglio 2009
Daniele Cenci, AUT, giugno 2009
Saverio Aversa, notiziegay.com, giugno 2009
Roberto Russo,
queerblog.it, giugno 2009, intervista
La Recherche, maggio 2009
Alfredo Ronci,
Il Paradiso degli orchi, maggio 2009

pareri dei lettori
Maury Dattilo,
VITAFilm produzioni
Antonio Turolo, francobuffoni.it.

 

 

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Radio Alt, intervista

 

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Booksweb, intervista di Gianni Biondillo

Fabio Donalisio
Blow Up
settembre 2009

Viene definito romanzo, quest'ultimo lavoro di Franco Buffoni. A me sembra più una riflessione, insieme dettagliata e proattiva, sullo stato dell'arte della cultura omosessuale, una storia delle conquiste e dei diritti civili acquisiti e non, e soprattutto della percezione (esistenziale sociale e lessicale) che l'omosessualità ha, o dovrebbe avere di sé stessa. Due gay, Aldo ed Edo, si conoscono in Tunisia. Aldo è un cinquantenne romano che si è trasferito in Africa per poter essere "frocio" in santa pace, con una larga scelta di amanti vigorosi e silenziosi. Ha un sentimento autorepressivo dell'omosessualità. Si sente donna. Vuole agire molto e salvare le apparenze. Edo è trentenne, milanese. È un attivista dei diritti civili e sta scrivendo un libro sulle conquiste della comunità gay. Aldo viene assassinato dal suo amante per un disguido linguistico. Durante un litigio lo chiama "zamel", volgarmente maschio passivo.

 

 

 

Edo ricostruisce il fitto scambio di mail prima della tragedia. Questo spunto di trama minimale ma significativo è il pretesto per ripercorrere e mettere a confronto concezioni diverse e opposte dell'ontologia (anzi, della/e parola/e) gay, ricapitolare quanto acquisito, fare luce su quanto c'è ancora da fare o su quanto, in Italia soprattutto, si è perso. La prosa di Buffoni, sobria e chiara fa emergere limpidamente i problemi e le contraddizioni, e spinge a un uso della razionalità sempre più raro. Vengono fuori in modo lampante le costruzioni, anzi le gabbie culturali, che ancora si incastrano attorno a uno dei core business della vita: il sesso e la sua ineludibile forza identitaria. Come nelle migliori occasioni, il lettore è coinvolto nel giudizio. costretto a partecipare. E magari a guardarsi allo specchio una volta di più. Un plauso all'azzeccata (e rara) impaginazione a bandiera.

Alessandro Rizzo
culturagay.it
ottobre 2009

Franco Buffoni scrive Zamel, romanzo "saggio" sulla storia di un omocidio avvenuta realmente e ambientata in Tunisia. Un'occasione tragica induce a riflettere e analizzare la situazione attuale in Italia del movimento lgbt, gli stadi vario di autocoscienza e le modalità di vita del proprio orientamento sessuale. Da Pier Pour Hom, libreria molto fornita nel cuore di Milano, lo abbiamo intervistato in occasione di una sua presentazione, molto partecipata, del suo libro. L'intervista è stata occasione per moderare l'incontro. La domanda che lega le vicende della narrazione è la seguente: cosa vuol dire essere Zamel e cosa vuol dire essere gay?

Esordisci come poeta nel 1978 con Paragone presentato da Giovanni Raboni Franco Buffoni (Gallarate 1948), vive a Roma. Esordisce come poeta nel 1978 su Paragone presentato da Giovanni Raboni. Quale è la poetica che incide nel messaggio che fino a oggi sei andato a rappresentare attraverso questa forma letteraria?
Il messaggio che esprimo tramite la poesia è sottile. Ultimo libro in questo ambito è stato edito da Donzelli, "Noi e loro". E' un'opera non diversa da Zamel. Ho scritto questo ultimo nel periodo in cui abitavo nel Maghreb. Nella poesia tutto è più acuminato. Occorre maggiore sforzo nell'entrare nel linguaggio poetico. Un libro come Zamel è più generalista. Le tematiche rappresentate sono quelle riguardanti il coming out nei primi anni 90. Ho scritto anche "Suora carmelitana e 8 racconti". Anche della poesia ho fatto un veicolo. Focault attraverso le sue opere ha voluto insegnare ed esprimere messaggi anche agli eterosessuali. Occorre nel messaggio passare dall'idealismo essenzialistico, ossia domandarsi che cos'è l'omosessualità, al fenomeno logico descrittivo, ossia descrivere com'è l'omosessualità.

L'eclettismo nei generi e nell'arte letteraria è la parte precipua del tuo impegno culturale di scrittore. Da sempre scrivi opere di prosa e saggi. Da ultimo ricordiamo nell'ambito narrativo Zamel, uscito l'anno scorso. Da una parte si evidenzia il "notre nello scrivere", una semplicità espressiva e una sobrietà. Dall'altra si evince, come descrive Valerio Magrelli, la complessità del testo, anche dal punto di vista contenutistico. Quale è l'idea del romanzo?
La mia produzione vede opere di poesia, di saggistica, di narrativa e di teatro. La poesia e la saggistica copronon, però, la gran parte di essa. Ho scritto tre libri di narrativa negli ultimi tre anni. "Più luce padre", "Reperto 74", che sono dei racconti, e ora Zamel. Ma Zamel è un romanzo? Nasce come saggistica, breve storia della cultura queer nell'occidente. Il soggetto verte su un fatto accaduto nel febbraio 2006. Il saggio è diviso in 10 capitoli. Pensavo a una struttura di questo calibro prima che avvenisse il delitto, che ha visto come vittima il mio vicino di casa nel mio soggiorno nel Maghreb. Nell'opera lui riveste il ruolo di un architetto, seppure fosse nella realtà un dirigente della General Motors. A questo punto la cornice tipica di una struttura narrativa della tradizione italiana era nata. Il materiale raccolto è stato da me inserito nella cornice sotto forma di dialogo. Possiamo definire Zamel un romanzo a forte contenuto saggistico, oppure un saggio narrativo. L'editore l'ha promosso come un romanzo. Esiste un delitto e opera un flash back. Dedalus ha posto Zamel nella classifica di romanzo di qualità, insieme al libro di Walter Siti sullo Yemen. Il tutto è stato posto nella sezione "Altre scritture".

Ricordiamo anche "Più luce, padre" dove si affrontano tematiche quali la guerra, la religione e l'omosessualità, definendosi "epistolario filosofico". E' giusta questa definizione?
Più luce padre" è del 2005 ed esce "Guerra" con Mondadori come controcanto in prosa. Stessa cosa con "Noi e loro" a riguardo di Zamel. Le terminologie di Zinelli su Più luce padre descrivono l'opera come un "making off di Guerra", così come Zamel può definirsi un "making off di Noi e Loro.

Con il testo a fronte: un saggio sul tradurre e sull'essere tradotti testimonia la pluralità e la completezza della tua formazione letteraria. Così come Perché era nato Lord. Studi sul romanticismo inglese riguardo all'analisi della letteratura e degli stili. Che cosa significa oggi scrivere un saggio di letteratura? Cosa significa oggi fare letteratura?
Insegno letteratura comparata, in particolare e precisamente Teoria e storia della traduzione. "Testo a fronte" edito da Markos riguarda la teoria letteraria concernente la traduzione, disciplina studiata in ambito accademico. E' un libro che raccoglie articoli scritti sul tema, ossia la traduzione di opere poetiche, dove occorre riflettere sul tradurre e sugli autori.
Fare letteratura per me significa maggiormente impegno civile. E' un impegno apprezzato. Chiaramente ho visto diverse e tante porte chiuse dopo essermi impegnato. Ma ho visto anche aprirsi molte finestre nel mondo giovanile. Ho un mio sito, dove poter inviare e scrivere messaggi, ricevendone molti, così come tanti post di ringraziamenti. Cerco di congiungere l'impegno civile con le capacità letterarie. La finalità estetica in letteratura è elemento fondamentale. Zamel è letteratura in quanto lo stile non è sciatto. L'opera è certamente fruibile come opera di letteratura. Esiste una componente di arte estetica. La sostanza riguarda un messaggio civile, di impegno civile, unica cosa di cui mi interesso quando scrivo. Lavoro sul mio blog, su Nazione indiana, spazio letterario dove ho carta bianca come redattore di tematiche lgbt, dove esprimo il mio amore per l'ateismo. Registro complessivamente per la mia attività 11000 contatti, il mio sito vede 150 contatti al giorno per un totale in media di 3500 al mese.

 




Fortemente attuale per la lettura delle prospettive del movimento lgbt, così come per la storia dello stesso, risulta Zamel. Il confronto tra chi vive l'omosessualità della fase uno, ossia il godere il lato sessuale senza impegnarsi per i diritti civili, e chi vive l'omosessualità della fase due, ossia autoaffermarsi omosessuali e propendere per l'emancipazione. In che fase si trova oggi il Movimento e quali dovrebbero essere le sue prospettive?

Stando in Italia mantengo contatti con la Gran Bretagna, dove possiamo, utilizzando un termine ripreso in Zamel, dirci essere alla fase 3 dell'introiettamento dell'omosessualità nella società. Forte analogia tra quello che attualmente in Italia vediamo verificarsi e la vita che si presentava a Londra negli anni 70. Oggi in Italia ci sono persone di mezza età che escono nel coming out, da definirsi come periodo di passaggio. In ottica europea in Italia ci troviamo in una fase che è decisamente alle spalle di quella francese, ma davanti a quella polacca o russa, dove reprimono i manifestanti durante le manifestazioni dei pride. Legislativamente non possiamo che definirci in una pessima fase. Ho una lettura completa della storia del movimento e delle sue fasi. Frequento nei primi anni 70 l'amico Mario Mieli, suicidatosi nel 1983. Tutt'ora frequento a Roma il circolo Mario Mieli, dove ho sempre trovato molta gentilezza e disponibilità.

In Noi e loro scrivi nella nota conclusiva "Decisi di contrapporli INSIEME alla "funzionalità" del maschio occidentale eterosessuale. Funzionalità a un sistema che - negando in lui l'extracomunitario e l'omosessuale - giunge a negare in lui l'essere umano". Diventa caratterizzante un elemento di conflittualità interna al mondo iperliberista, così come viene messo in scena in alcune opere teatrali del Teatro dell'Oppresso. Esiste questa consapevolezza nella comunità gay oggi? Quali possono essere le forme di "contrapposizione" verso un'emancipazione sociale e civile di "anelli deboli" di questa società eterosessista? Come si manifesta il maschilismo oggi e quale nesso esiste tra quest'ultimo e il potere nelle sue varie forme?
Siamo in un periodo dove vediamo i colpi di coda del maschilismo. Sono, queste, manifestazioni più nocive, più feroci. E' presente un premier, Berlusconi, da definire come "puttaniere" e parla di donne e gay in modo offensivo. E', questa, un'anomalia rispetto a figure come quelle di presidenti francesi, premier inglesi o capi gi governo tedeschi. Berlusconi culturalmente è sotto la media del maschio italiano. Penso che in questo panorama avremo ancora un eteropatriarcato derivato anche da modelli immigratori, come insegna il caso di Pordenone. Abbiamo come fenomeno un certo eterosessismo importato. Questo modello non converge col machismo leghista, è diverso. Infine troviamo un ministro delle Pari Opportunità, Mara Carfagna, che provvede a togliere sul sito ufficiale del ministero la sezione, impostata dal Governo Prodi, dedicata a tematiche lgbt. La situazione governativa è decisamente punitiva. Vedremo comunque dei cambiamenti: un necessario adeguamento, per esempio, del legislatore con le richieste e le direttive europee in materia di diritti e di estensione delle opportunità.

Quali sono i prossimi lavori a cui stai lavorando? In che filone letterario si inseriscono?
Sto lavorando a "Roma", che sarà editato da Guanda e uscirà a novembre. Abbiamo un excursus completo sulla poesia dagli anni 30 con Penna, per arrivare a Pasolini. Nel prossimo anno e mezzo concluderò un nuovo romanzo sugli anni 70 e il tema della maturazione sessuale e del coming out.

Che cosa suggerisci a chi oggi milita attivamente nel movimento? Un ritorno alla cultura e della conoscenza dei testi e delle opere di tematica aiuterebbe la comunità a crescere nella propria affermazione?
Si in assoluto. Molti giovani leggendo Zamel hanno imparato tante cose riguardanti la cultura lgbt. E' importante leggere libri, lavorare sulla rete e nella rete. E' fondamentale apprendere notizie, scaricare molti dati, documenti. Ho cercato attraverso il libro di dare e impartire delle coordinate, abbiamo nutrite bibliografie alla fine dell'opera. Tutto questo è stato fatto di proposito in quanto i titoli ci sono e devono essere conosciuti, considerati. Sono lì per essere letti.
Esiste questo dato di fondo, ossia se tu nasci gay nasci solo, almeno nei primi decenni della tua vita. Se nasci ebreo, per esempio, nasci comunque consapevole della tua identità, in quanto esiste un contesto che ti protegge, una storia, un percorso. Tu gay questo contesto difficilmente riesci a trovarlo immediatamente. Occorre pertanto riflettere e pensare. Il problema è quello di essere gay e vivere in un reale difficile e ostico.

Alfredo Ronci
Il Paradiso degli orchi
maggio 2009

La palma del migliore editore di ‘questioni gaye’ potrebbe andare a Marco Zapparoli della Marcos y Marcos (stia attento però, in un paese come questo, si fa presto a essere etichettato). La pubblicazione delle opere di Pedro Lemebel già è indice di un preciso impegno: questo Zamel, operina civilissima di Franco Buffoni, è un ulteriore piccolo mattone nell’edificazione di una cultura tout-cout, lontana anni luce dall’atmosfera tetra e reazionaria (l’autore del libro la definirebbe eteropatriarcale) di questo nostro indigesto paese.
Zamel è termine arabo per indicare con spregio un 'frocio', ed è anche alla base del racconto che vede un italiano, non proprio giovane, trasferirsi in Tunisia (dove i maschi sono maschi perché scopano con le donne e scopano con gli uomini trattandole da donne) e perdere la vita dopo un amplesso perché massacrato dal giovane tunisino con cui aveva avviato una relazione.
In realtà il libro è altro: è un confronto serrato tra una vecchia idea dell’omosessualità (quella mascherata, quella ‘velata’, che crede di sopravvivere facendo parte di un sistema etero che invece penalizza qualsiasi sussulto diverso), e quella nuova, figlia dei gay pride e di una autocoscienza politica. Oggi che – nei paesi civili – l’omosessualità viene percepita come un riconoscimento e un destino assolutamente possibili (‘normali’) appare sempre più evidente la differenza tra omosessualità praticata (tipica delle società arcaiche e ‘mediterranee’: quella mitizzata da Pasolini e che piace tanto a te) e omosessualità come identità. (Pag. 134).
Ci piace del testo l’afflato persuasivo, soprattutto quando il tono della battaglia portata avanti con autorevolezza coglie punti essenziali di un discorso che barthesianamente potremmo anche definirlo amoroso. 



 

Come ad esempio a pagina 40: Ti ricordo una felice sintesi di Giovanni Dall’Orto. “Omosessuali non si nasce né si diventa. Omosessuali si è. E’ la risposta lucida, pragmatica, fenomenologica da replicarsi alle posizioni essenzialistiche ed idealistiche. Perché nel momento in cui ci si chiede se si ‘nasce’ o si ‘diventa’ omosessuali (o mancini) si sottintende che ci sia una ‘causa’: come per le patologie, per le malattie.
Oppure quando indica, a pagina 152, la Chiesa e il fondamentalismo in genere come nemici da combattere: Con costoro non si può discutere: costoro devono essere sconfitti politicamente. Come è avvenuto in Spagna e come purtroppo non sta avvenendo in Italia.
Tutto bene: tra l’altro Zamel è anche, esagerando un po’, un bel trattato criminal-sociologico. Nel senso: al di là dei rigurgiti razzisti e omofobi in genere, la disamina di un delitto che ha come vittima uno dei due personaggi del romanzo, spiega la lunga scia di sangue che ha segnato la cronaca nera di questo paese. L’omosessuale come vittima sacrificale di un sistema troppo spesso inteso come deterministicamente ‘binario’. E il falso etero come continuità comportamentale del ‘modello’ etero violento e prevaricatore.
Un’unica pecca del libro semmai mi va di sottolinerare: questa tentazione tutta ‘omo’ di sfrucugliare nella storia e nella letteratura del tempo per trovare una ragion d’essere al sacrosanto diritto di incazzarsi e pretendere ragione. A me personalmente che Montale fosse nello stesso tempo omofobo e omosessuale, che Gadda abbia bruciato tutti i suoi testi più compromettenti, che l’episodio dantesco di Brunetto Latini sia ambiguo e che Tolstoj fosse innamorato degli uomini, non mi cambia la sostanza. Anzi, detto fra noi, me ne impipo proprio. Tanto si sa, come direbbero gli abbiategrassesi… er minchione non se conosce quanno nasce, se conosce quanno cresce.

 

Roberto Russo 
queerblog.it
3 giugno 2009

La casa editrice marcos y marcos ha da poco pubblicato Zamel di Franco Buffoni. Si tratta di un romanzo che trae spunto da un omocidio, ambientato in Tunisia e basato molto sui dialoghi. Anche se zamel - frocio, appunto - sono sia la vittima che il carnefice. La bandella della copertina dice: “Un romanzo senza finzioni sul potere di uccidere delle parole”. Ed è senza dubbio vero. Ma ho trovato particolarmente interessante la sintesi della “nostra” storia che Franco Buffoni opera nel libro. Attraverso i dialoghi dei due personaggi principali del libro si dipana dinanzi ai nostri occhi la storia del movimento gay italiano con le figure storiche di cui abbiamo sentito parlare molte volte. Si parla anche dei vari movimenti e dei termini, come si diceva sopra. Tra gli altri termini c’è queer che ci riguarda vicino (ma non è un libro di storia, sia chiaro). Dice Edo, uno dei due protagonisti:

Queer, in inglese, come sai bene, era ed è il termine più spregiativo per indicare l’omosessuale. Ma, soprattutto negli Stati Uniti, orami viene usato per indicare il bisogno da parte del soggetto di radicalizzare la propria diversità gay, di renderla costantemente “contro”, dura e pura. Queer – rispetto a gay e homosexual – è un termine più radicale; indica la diversità in tutte le sue forme, ben al di là del sistema binario sesso/genere. Un po’ come i neri che per sfida tornano ad autodefinirsi nigger. Quindi queer vale come frocio oggi in Italia. Quando ci si autodefinisce froci con orgoglio, come sfida, ci si appropria del linguaggio di chi ci insulta per rovesciarne il senso (pp. 56-57).

Nel raccomandare la lettura di questo libro a tutt* e, in particolar modo, a quanti conoscono poco la storia del movimento gay, vi invito a leggere l’intervista che Franco Buffoni ha rilasciato a noi di Queerblog.

Nel leggere Zamel si percepisce, in un certo senso, l’urgenza di raccontare la storia del movimento gay per ritrovarsi. Cosa ti ha spinto a scrivere questo romanzo?
Zamel è nato come un libro di saggistica. Ho compiuto in tal senso una ricerca durata diversi anni sulla storia della cultura omosessuale nel mondo occidentale. Poi mi ha toccato da vicino quel delitto avvenuto in Tunisia… e il libro è diventato un romanzo, inglobando sintetizzati e dialogati (resi più frizzantini) i contenuti già pronti.

 



 

In Zamel racconti la storia di Aldo ed Edo. Aldo che è un omosessuale alla vecchia maniera a cui piace fare sesso, preferibilmente con uomini sposati, e senza chiedere diritti o altro; Edo, invece, è un attivista gay che cerca di dare consigli ad Aldo. E quando Aldo inizia ad innamorarsi succede l’irreparabile (non sveliamo nulla, del romanzo…) È un’amara constatazione della realtà, una sfiducia per come sta andando la nostra società, o…?
È una constatazione della realtà. In molti giovani omosessuali Aldo e Edo continuano a coesistere.

Prima di Zamel hai pubblicato delle poesie che affrontano il tema del diverso (Noi e loro): tra poesia e narrativa cosa speri che il lettore colga delle tue opere?
Un critico, Fabio Zinelli, ha definito Zamel il making of di Noi e loro (uscito l’anno scorso da Donzelli). Anche lì l’ambientazione era principalmente magrebina. Spero che anche nel romanzo Zamel il lettore colga la poesia di fondo.

In Zamel si associa il coming out all’essere di sinistra, mentre l’essere velati corrisponderebbe più ai simpatizzanti di destra. Proprio in questi giorni è uscito un libro di Enrico Oliari il cui titolo è: “Omosessuali? Compagni che sbagliano. Omosessualità e comunismo: ciò che non bisogna sapere”. Secondo te gay di destra e di sinistra in cosa differiscono?
Credo che oggi le differenze siano molto più sfumate. Io ero radicale da giovane (lottai per il divorzio nel 1974) e sono radicale oggi. La situazione italiana circa i diritti civili è vergognosa da ogni parte.

Alla fine di Zamel proponi una bibliografia di testi importanti per prendere coscienza del proprio essere gay e della storia del movimento gay: tra questi, quale un lettore di Queerblog deve assolutamente leggere?
Lo inviterei a leggere i classici, se non li conosce: Ronald Fairbank, Oscar Wilde, André Gide, Marcel Proust, Gore Vidal…

 

Saverio Aversa
notiziegay.com
28 giugno 2009

“Perché è vero, tutto comincia con un insulto…” L’insulto è il primo strumento di conoscenza, il più aggressivo e dirompente che  la società rivolge al differente, al diverso, alla lesbica, al gay, alla transessuale, al travestito. Sei bambino e ascolti l’insulto, ma non è indirizzato a te, non ancora. Quando sarà formulato per te speri di potertene liberare ma sai già, sei consapevole che non sarà possibile. Ma c’è anche di peggio dell’insulto, del dileggio, degli sguardi morbosi e di disapprovazione. Cosa? La storiellina, la barzelletta ascoltata in famiglia da bambine e bambini, la battuta ilare fatta per spacconeria, per sostenere una virilità che non è messa in discussione. Tutto questo è utile però, è addirittura funzionale alla costruzione di un’identità da non scoprire subito, da celare a chi non è pronto ad accoglierla, da negare a volte anche a se stessi. Questo è sicuramente capitato ad Aldo, ma qualche anno dopo anche a Edo. Aldo ed Edo sono i protagonisti di “Zamel” di Franco Buffoni edito da marcos y marcos (pp 233, euro 12). E’ un romanzo ma anche un saggio storico e letterario sull’omosessualità, soprattutto su quella maschile, e sulle vicende del movimento lgbt internazionale che compie 40 anni il 28 giugno, la data della rivolta di Stonewall nella New York del 1969. Non mancano riferimenti precisi al movimento italiano nato tre anni dopo.
Per sfuggire all’insulto, anche soltanto all’eco dell’insulto, si parte, si va lontano, si cerca la grande città, con le sue zone franche, con le cruising area, con i locali più o meno discreti, i bar, i nuovi amici. Le comunità che si sono formate nelle metropoli sono quelle che hanno dato vita ai primi gruppi che dall’impegno sociale sono poi passati a quello politico sempre più evidente. A Washington lesbiche e gay manifestavano davanti al Campidoglio vestiti in modo anonimo, evidenziando uno stile soft, non appariscente, rivendicando visibilità e diritti in modo sommesso, gentile, quasi cercando di non disturbare. Tutto il contrario di quello che succederà nel locale Stonewall al Greenwich Village dove a gay e lesbiche si aggiungerà la forza dirompente, dissacrante, decisiva delle transgender come Sylvia Rivera. Aldo ha più di 50 anni e non si è lasciato contaminare dall’attivismo, la sua visione dell’omosessualità è legata ad una concezione mediterranea, ad un rapporto antico e immutato tra passivo e attivo, tra invertito ed eterosessuale, tra donna mancata e maschio dominante. 

 



 

Edo ha trent’anni, sta scrivendo un libro che assomiglia molto a “Zamel” di Buffoni. Edo è gay mentre Aldo è soltanto omosessuale. Edo e Aldo si incontrano a Tunisi, su una terrazza panoramica: il primo è in vacanza, il secondo si è trasferito lasciando definitivamente l’Italia. Aldo è convinto di aver trovato il paradiso nella città nordafricana, un luogo popolato da giovani uomini ben disposti a soddisfare le sue esigenze sessuali. «A me l’unica cosa che importa è che i maschi continuino a fare i maschi senza porsi molti problemi. Perché i maschi che non si pongono problemi sono quelli che scopano anche con me». Questa è la sua posizione, altro che rivendicazioni, altro che diritti uguali per tutti, altro che Pride e coming out. Su una copia del  libro “Omocidi” di Andrea Pini, inchiesta sugli omosessuali adulti uccisi in Italia negli ultimi venti anni, con un penna rossa così commenta Aldo: «E qualcuno si chiede ancora perché io abbia deciso di trasferirmi a Tunisi». Nabil è l’ultima conquista del cinquantenne italiano che lo ha agganciato offrendogli un caffè nella sua accogliente villetta. Ha solo ventidue anni Nabil, è forte, è muscoloso, è virile ma anche capace di momenti di tenerezza, di romanticismo inaspettato. Forse Aldo si sta innamorando, forse anche Nabil si sta innamorando. Edo suggerisce cautela all’amico maturo, lo spinge ad accettarsi come uomo che ama un uomo che lo ama in quanto tale. Ci sono tutti i presupposti per una bella storia d’amore duratura, finalmente. Ma questo fa crollare tutto un mondo, fa ipotizzare un legame affettivo, un legame tra due omosessuali che demolisce le certezze del più adulto e sconcerta il più giovane. Nabil è “Zamel” quindi, è frocio, ecco l’insulto temuto, riservato agli occidentali che si fanno possedere dai giovani e virili maghrebini, affascinanti e ben dotati, sensuali canaglie che soddisfano i loro desideri con l’alibi della sopraffazione, della prostituzione obbligata. «Zamel, zamel, zamel» accusa Aldo e Nabil impazzisce, reagisce con violenza, lo uccide. Edo riflette con dolore sulla morte dell’amico: «Come sempre le parole vanno dette ad alta voce, più volte, riferite a se stessi, come è stato per frocio in Italia, o queer negli Stati Uniti o camp in Inghilterra, finché diventano ragione di orgoglio. Ecco che cosa avverrà di zamel tra qualche decennio in Maghreb. Ne sono più che certo». 

 

 

Maury Dattilo
VITAFilm produzioni
 

Spesso ho bisogno di far sedimentare i pensieri, il deposito che lasciano lo faccio maturare come l’aceto quando si separa dalla ‘madre’, grumosa e scura. Spesso la lettura di un libro non è che un anticipo, un’introduzione al ‘tra le righe’ che per me è il libro vero.
Ho avuto inizialmente un forte senso di repulsione verso la storia raccontata in Zamel, il processo, il dolore. Quel dividere, separare, quelle fasi, quelle riduzioni lessicali. Quella privacy violata e data in pasto alle belve. Più leggevo e più mi incavolavo ma non potevo smettere.
Ad un certo punto è arrivato un caro Edo diverso, un’ammissione d’amore, direi una resa dei conti semplice e chiara. Banale come ogni lettera d’amore. Proprio lì e non altrove mi sono sentito un ipocrita. Proprio lì e non altrove ho capito che quello che rifiutavo era quello che mi piaceva. In quel breve spazio c’è un mondo immenso, una storia bellissima e sfumata fino alla poesia. Mi sono sentito Aldo e Nabil e Aldo ed Edo. Così lontani, così vicini e familiari. Mi sono sentito finalmente bene.
Racconto le mie sensazioni: il mio aceto. Zamel mi è piaciuto perché ha lasciato tracce visibili dentro di me, mi ha risucchiato senza adescamento. Per questo l’ho apprezzato e, come tutte le storie sincere, mi ha lasciato con un amaro in bocca: che cosa succede quando si ha paura di amare ciò che si ha e si ama ciò che probabilmente non si avrà mai o mai più?

 
 
 

Il particolare minuto del quotidiano di due ‘vittime’ contemporanee in una ‘scena’ ancora più ampia. Attraverso il buco della serratura delle lettere ho visto andare, venire e ritornare le emozioni più nascoste e inconfessabili di queste vittime/carnefici. Carnefici perché - come ognuno di noi - schiacciano e uccidono ciò che amano. Vittime, perché ogni carnefice è vittima di se stesso alla fine.
Insomma Zamel, non è solo un documento da leggere, è una finestra nascosta che si affaccia sull’immenso panorama delle relazioni umane, sulla capacità di amare se stessi e gli altri, sul conflitto tra convenzioni sociali e libertà personale. Tutto filtrato da due grandi occhi diametralmente opposti: il nostro, quello umano, che vede anche quello che non vuole vedere, e quello ‘televisivo’ (quello dei curiosi pettegoli), che cerca di vedere quello che non vedrà mai poiché appartiene all’umano.
L’universo scottante di Zamel è popolato da una umanità sigillata, arrancante, qualche volta marginale, qualche volta centrale, spesso difettosa, e sempre ipnotizzata dal futuro. Il piano inclinato di Aldo e Nabil, dei loro tentativi vincenti e poi falliti, delle loro ambizioni ‘sbagliate’, tratteggia con precisione disarmante, e diabolicamente rassicurante, il paradigma della nostra vita.

Francesco Gnerre
Pride
luglio 2009

Poeta tra i più apprezzati degli ultimi anni (sue raccolte di versi sono apparse da Guanda e da Mondadori), traduttore e saggista, fondatore e direttore del semestrale di teoria e pratica della traduzione letteraria “Testo a fronte”, Franco Buffoni ha cominciato recentemente a sperimentare un nuovo genere letterario che mette insieme elementi saggistici e narrativa in un originale confronto dialettico che richiama il dialogo galileiano o le Operette morali di Giacomo Leopardi.
Esemplare di questa modalità di scrittura il suo Più luce, padre. Dialogo su Dio, la guerra e l’omosessualità (Sossella Editore 2007) dove l’autore, a partire dal difficile e conflittuale rapporto con suo padre, metteva in scena un serrato confronto sulla religione e sull’omosessualità per smontare le aberrazioni della nostra tradizione culturale cattolica e fascista.
Un procedimento analogo è alla base di questo Zamel, anche se il libro si presenta fondamentalmente come un romanzo. Qui c’è infatti un personaggio, Edo, che raggiunge Tunisi dove il suo amico Aldo è stato ucciso da un ragazzo arabo, c’è il processo durante il quale è stata divulgata la versione di comodo dell’omicidio durante un tentativo di rapina, perché c’è sempre un buon nome da preservare, e c’è la ricostruzione della vita di Aldo in Tunisia con momenti descrittivi, avventure con ragazzi arabi, flashback e scambi epistolari propri della narrativa.
Quello che però prevale è il confronto tra due modi di intendere l’omosessualità, rappresentato in forma dialogica e saggistica, uno, quello di Aldo, tutto basato sul mito del maschio sessualmente esuberante che va anche con i gay, ma che non accetta in nessun modo che venga messa in discussione la sua virilità, da andare a cercare ormai nei paesi dell’Africa settentrionale e nel Terzo Mondo, l’altra, quella più consapevolmente europea e militante di Edo.
Se le posizioni di Aldo trovano conforto nella cultura di quanti hanno idealizzato la realtà pre-Stonewall, che considerano “pagliacciate” i gay pride e vanno imperterriti a caccia del maschio mediterraneo, quello che ama le donne e che tratta il gay come una donna (“donna, dillo pure, quando mi scopano io mi sento troia e mi piace tanto”), 


 
 

i discorsi o le lettere di Edo sono dei piccoli saggi militanti sulla realtà italiana degli anni Cinquanta e Sessanta, sull’evoluzione del costume degli ultimi decenni, sulla nascita e sullo sviluppo del movimento gay, su alcuni momenti culturali particolarmente significativi con excursus nella letteratura sia italiana (Gadda, Montale, Pavese, Pasolini) sia anglo-americana e francese (Proust, Wilde, Forster , Whitman) fino all’analisi teorica dell’identità omosessuale e alla consapevolezza della necessità di liberarsi dall’omofobia interiorizzata, di lottare per una reale eguaglianza e di confrontarsi con una nuova concezione di sessualità. Il libro, che si muove su registri stilistici diversi, ha il suo punto di forza nella rappresentazione del potere delle parole: “L’insulto è il primo e più dirompente mezzo di conoscenza che il mondo presenta all’omosessuale. Ancora peggio dell’insulto, è la barzelletta ascoltata da bambini in famiglia, la battuta del fratello maggiore, del cugino o persino del padre. Sono queste parole che per prime creano la nostra identità”. Anche zamel è un insulto per i ragazzi arabi e il giovane Nabil, che sa dentro di sé di essere zamel, cioè frocio, si sente in diritto di difendere il suo onore fino all’omicidio. E’ per questo che le parole, scrive Buffoni, vanno dette ad alta voce, più volte, e riferite a se stessi, come è stato per frocio in Italia, o queer negli Stati Uniti o camp in Inghilterra, finché divengono ragioni d’orgoglio. La stessa sorte avrà, secondo Buffoni, la parola zamel, forse tra qualche decennio, in Maghreb: “Ne sono più che certo. Gli abramitici saranno sconfitti. Anche qui. Ma tanti dovranno soffrire”. E forse morire. Non è un caso infatti che tra i libri della biblioteca dell’amico ucciso, Edo, in uno dei cortocircuiti tra fiction e analisi politico-culturale che caratterizzano il libro, si soffermi sul libro Omocidi di Andrea Pini, “tra gli ultimi comprati da Aldo”, e sull’”agghiacciante elenco dei centoundici casi di omicidio-omocidio attentamente analizzati e riportati in sintesi al termine del volume, con professione, età della vittima, stato di ritrovamento del cadavere”. Tragico presagio del proprio destino: “alcuni sono stati contrassegnati da Aldo con un asterisco a forma di cippo”.

 

 
La Recherche
maggio 2009

Che cosa c’è di male ad essere omosessuali? Niente, o forse tanto, o anche quel tanto che basta per far sì che un omosessuale ne uccida un altro. Ma la mano che arma l’omosessuale/assassino proviene da lontano, e si espande, orizzontale – direbbero i sociologi – su tutta la società, quasi da far sembrare l’omicidio un rito di passaggio, o un atto dovuto, giustificato da quella parte di collettività che vive e prospera anche nell’odio e nel rancore di tipo razziale verso chi ha gusti sessuali quantificabili con la minoranza. Il Vaticano è sicuramente in prima linea nell’alimentare questa intolleranza, quasi furore, verso chi è nato, e pertanto vive, omosessuale, e spesso il Governo italiano, popolato di fascisti e prono ai voleri del papato, discrimina chi è omosessuale e non vuole garantire quei diritti che nel resto dell’Europa sono fatto comune, gestiti dai governi ma fatto acquisito e serenamente accettato da tutti i cittadini.
Nel bel libro di Buffoni, che trae spunto appunto da un omicidio di stampo omosessuale, troviamo tutti gli elementi per capire come l’omofobia sia radicata in molte persone e giunga a introiettarsi anche nel DNA di alcuni omosessuali, rendendoli paurosi e succubi, sino a diventare vittime silenziose di violenze ed assassinii. Quando invece una persona omosessuale prende piena coscienza di sé, e, vivendo liberamente la propria vita, decide di amare un'altra persona dello stesso sesso, non per un fatto meramente sessuale, ma per la forza affettiva e amorosa pura e semplice, così facendo si scosta dal cono d’ombra dell’omofobia e difficilmente sarà vittima di un altro caso di misterioso “omocidio” su cui la polizia non farà mai piena luce, etichettandolo semplicemente come “un altro omicidio nello squallido ambiente gay”.
La narrazione di “Zamel” è incentrata, principalmente, su uno scambio sia orale che epistolare tra due amici gay incontratisi in Tunisia, l’uno, Edo, felice della sua vita e studioso della cosiddetta cultura gay, fatta da autori di cui molti conoscono le opere ma ignorano la vita privata, che però spesso traspare dalle pagine dei loro libri, come il Gadda, Whitman (leggi il capitolo WHITMAN), Pavese o Montale; l’altro, Aldo, invece vive permeato della sotto-cultura da retrobottega che vuole i gay come finte donne che devono stare nascoste ed accontentare di soppiatto i maschi, cosa che funziona benissimo in Tunisia, dove la visione ancestrale della divisione dei sessi chiude un occhio sui rapporti tra uomini, a patto che il tunisino si comporti da maschio, usando il turista bianco, come succedaneo della donna. Così Aldo, omosessuale, ma pregno dell’omofobia respirata a pieni polmoni in Italia, in famiglia e in società, si sente realizzato in un ambiente dove l’omosessualità viene vissuta come tabù, non se ne parla, nessuno è omosessuale, ma è assai facile portarsi chiunque a letto, proprio perché è una cosa che ufficialmente non esiste. Edo cerca di spiegare all’amico quanto sarebbe più giusta una società in cui non vi fossero disparità di trattamento in base all’orientamento sessuale, egli illustra come l’omofobia si respiri, vi si sia immersi e quanto sia perniciosa per la sana crescita morale ed intellettuale degli individui, omosessuali e non.
Edo, nelle sue e-mail ad Aldo, racconta del passato, in cui essere omosessuali era una malattia, sino alle rivolte del movimento gay, da Stonewall in poi, e appare subito 

 


 
 

evidente quanto l’Italia, in questa tematica, sia enormemente retrograda, grazie al Vaticano, al Governo e a tutta la programmazione televisiva che propone un modello “macho-velinocentrico”: “Il 28 giugno 1982 il comune di Bologna affidava in autogestione al circolo di cultura omosessuale 28 giugno (la data di Stonewall) il Cassero di Porta Saragozza. L’esperienza organizzativa gay più ampia, radicata e significativa che l’Italia abbia prodotto. Dal Cassero si propagò Arcigay nazionale. Come ha ricordato Beppe Ramina nel 2007 in occasione del venticinquesimo della fondazione: ‘Curia, Vaticano e le destre negano il valore delle nostre relazioni e delle nostre stesse esistenze, ma verso chi vorrebbe farci chinare la testa e farci tornare nel silenzio e nella vergogna il confronto è aperto. Siamo stufi di essere insultati dalle gerarchie ecclesiastiche e di essere presi in giro da istituzioni e partiti che non si assumono le responsabilità che derivano dall’operare in uno stato laico’”.
Lo scambio di e-mail si interrompe bruscamente, Aldo ha osato dire al suo amante che non lo desidera più perché omosessuale usando il termine zamel, che significa colui che predilige la passività, mentre Aldo, ha lui stesso necessità di rapporti in cui il suo proprio ruolo sia esclusivamente passivo; il giovane tunisino dovrà lavare l’onta col sangue, millenni di storia e di cultura omofoba glielo insegnano, e così facendo, forse, si illude di distruggere lo specchio di sé stesso, che gli riflette quell’immagine che lui, maschio e tunisino non può e non deve avere.
Un libro, quindi, socialmente utile, ben orchestrato anche dal punto di vista della costruzione narrativa; è attraversato da un’ironia spesso graffiante nei confronti di un sistema sociale iniquo e diseguale nei diritti; a tratti divertente e addirittura spiritoso nelle parti dei dialoghi tra Aldo e Edo, anche se i temi trattati, sia relativamente alle vicende personali di Aldo, che a quelle del movimento gay di lotta per la affermazione dei propri diritti affettivi, lasciano ben poco spazio alla retorica o alla risata, specialmente quando si legge di vite lasciate sul campo a pagare pegno per essere quello che sono. Si sa che perbenismo, bigottismo e ogni sorta di qualunquismo possono essere carburante per roghi inestinguibili e dannosi per l’intero sistema sociale: “Interessanti le discussioni per l’intitolazione a Mario Mieli del circolo di cultura omosessuale romano nel 1983. Come ricorda Vanni Piccolo, l’alternativa era Salvatore Pappalardo, un operaio 36enne siciliano che lavorava a Torino. Il 23 aprile 1982 era stato assassinato a Monte Caprino - come tu ben sai, uno dei luoghi classici allora e oggi di battuage a Roma. Aveva lasciato la valigia a stazione Termini, qualche ora di svago e sarebbe poi ripartito per la Sicilia. Prevalse il nome di Mieli per la consapevolezza politica, l’impegno a tutto campo. Ma non vanno dimenticate le vittime, gli oppressi: i Salvatore Pappalardo sono migliaia”. La lettura di “Zamel” è snella, piacevole, la vicenda ha un finale, già annunciato nei capitoli iniziali, indesiderato, quasi assurdo, come può essere assurda la persecuzione – se non addirittura la morte – fondata sulla parola, una: zamel.

Daniele Cenci
AUT
giugno 2009

Saggio romanzato e dialogo epistolare, “Zamel” (in arabo “frocio”) è il ‘making of’ di “Noi e loro”, la recente raccolta poetica dell’autore. Racconta un ‘omocidio’ ricostruendo i modelli culturali della vittima - Aldo - ‘criptochecca’ esiliatasi nel ‘paradiso’ tunisino, e del suo assassino, un ragazzo del posto che spaccia sesso. Due microcosmi antropologici hanno finito per scontrarsi: la ‘naturale’ bisessualità dei sottoproletari nativi, inchiodata al tabù della parola e dei ruoli (fare senza nominare, essere solo ‘attivo’), e il masochistico senso di colpa introiettato dall’occidentale ‘ricco’ ed anziano.
All’inizio del libro Edo, un giovane intellettuale gay, esplora la biblioteca dell’amico morto e assiste al processo. Con l’aiuto della memoria e attraverso lettere e mail scambiate con Aldo, ricomporrà il puzzle di una vita che è pure una storia dei diversi stili omosessuali presenti nel mondo d’oggi: da una parte repressione/omofobia interiorizzata/clandestinità, dall’altra la rivendicazione alla luce del sole di una pari dignità.

Antonio Turolo
francobuffoni.it

1) Non è per falsa modestia, davvero, che mi sento un po' inadeguato a scrivere del libro di Franco B., che nei  suoi ultimi lavori sempre più stringe insieme costruzione letteraria e militanza politica omosessuale. Ma qui c'è  proprio una ricca quantità di dati che personalmente non conoscevo. (Forse un indice dei nomi avrebbe aiutato). Stesso discorso per l’informatissimo ed entusiasmante Perché non possiamo non dirci, di Tommaso Giartosio, pubblicato pochi anni fa da Feltrinelli, e che condivide con Zamel la scelta di una struttura formale dialogata. Costruzione letteraria, intanto. Il dialogo, che si immagina svolto direttamente, via lettera, o via mail, è quello tra un gay un po’ all’antica (un “osso duro”) Aldo, trasferitosi in Tunisia, e un suo amico, Edo, lampante controfigura dell’autore, che cerca di spostarlo verso convinzioni più moderne. La scelta di un genere letterario dialettico funge da antidoto al rischio della pesantezza didascalica di Edo, così come l’agile inserzione, spesso in fine di capitolo/lettera, di noterelle quali “Ci vediamo in spiaggia” o “Grazie della cena” costituisce un grazioso contrappunto al plot principale. Ma non deve ingannare l’eleganza dell’impianto: il nucleo del libro è serissimo, sia per l’esito tragico della vicenda: Aldo finirà ucciso per aver definito “zamel” (checca passiva, all’incirca) un giovane tunisino, sia per tutte le questioni sollevate di conseguenza: strazianti fra tutte le statistiche sugli adolescenti omosessuali suicidi (p.99). 
2) Vorrei ora entrare nel merito delle tesi sostenute da Edo/Franco. A costo di passare io stesso per “osso duro”, mi capiterà di sottolineare alcune divergenze con la sostanza del libro. Il limite fondamentale di Zamel consiste per me nell’aver del tutto trascurato la “cultura di massa” (televisiva, cinematografica, pubblicitaria) o come la si voglia chiamare. Soltanto a p.228 l’unica apertura in questo senso: anche un film hollywoodiano come Milk di Van Sant è capace di dare una scossa alla politica. 
3) Un ventenne di oggi potrebbe erroneamente pensare che l’odierna, relativa, libertà sessuale in Italia derivi  direttamente dai moti studenteschi degli anni Sessanta negli Stati Uniti, passati per il maggio francese, per poi arrivare fino a noi. Io penso siano state più influenti le canzoncine, banali o stupide quanto si vuole, di Raffaella Carrà. Analogamente per i diritti dei gay: un giovane può farsi l’idea di una specie di contagioso effetto-domino, partito dai riots di Stonewall e giunto fino al Nord Europa e alla Spagna. Mentre andrebbe studiato l’effetto degli omosessuali andati al Maurizio Costanzo Show, delle serie televisive straniere (tra cui una che a me piace veramente: Six feet under: che la conosca Franco B.?), o anche italiane, con protagonisti gay. 
4) La distinzione tra evoluzione dei costumi e certificazione delle leggi è ben presente a Franco B., che vi fa cenno due volte, sotto l’autorità della Arendt (p.127 e 164). Io penso, in aggiunta, che gli omosessuali italiani possano approfittare di una specie di forza d’inerzia, cioè che, a furia di vedere al cinema o alla televisione storie gay, la mentalità collettiva non possa che evolversi positivamente: e allora verranno anche le leggi, al pari degli altri stati europei, convinto come sono che la pessima maggioranza di destra attualmente al potere presti sì ascolto alle gerarchie vaticane, ma ancor più ai tanto sbandierati sondaggi d’opinione. 
5) Secondo me, insomma, un militante “completo” deve occuparsi dei fenomeni di massa, pena l’autoreferenzialità. Se dovessi indicare una personalità capace di muoversi con disinvoltura e competenza, tra cultura “alta” e “bassa” farei il nome di Natalia Aspesi, una giornalista versatile come pochi in Italia (politica, letteratura, cinema, moda), che combatte da sempre battaglie laiche e progressiste su Repubblica. 
Molto amica di gay e lesbiche, ma anche capace arginarne la petulanza,, quando questa vira verso l’autocommiserazione o la retorica. Capace anche – lo dico di sfuggita – di riconoscere al volontariato cattolico italiano (Don Ciotti e altri) il ruolo che gli spetta. 
6) Pasolini. Sono persuaso che fissare in un’etichetta la sua opera – ventimila pagine più i film –  impresa votata al fallimento. Tra i tanti esempi possibili, ricordo il duello giornalistico di qualche anno fa tra due critici di valore: P.V.Mengaldo (“Pasolini: le intuizioni di un mito noioso”, sul Corriere 19 – 10 – 1999) e Enzo Siciliano (“Il linciaggio di Pasolini”, su Repubblica , 24 – 10 – 1999 [entrambi gli articoli sono consultabili sul sito Internet dei rispettivi quotidiani]). Ora, a me sembra che da Zamel la sua figura esca un po’ troppo malconcia (soprattutto p.160), anche se si intuisce facilmente il perché. 
7) Chiudo brevemente il libro di Franco B., per aprire quello citato di Giartosio. A fronte di un’invidiabile messe di dati (raccolta per di più da un mio coetaneo!), due sole osservazioni. Mi sembra discutibile sostenere che le poesie di Penna abbiano introiettato il contesto omofobo dell’epoca (così, più o meno, a p.157). Chi legge il canzoniere di Penna troverà testi che direi militanti, se l’anacronismo non fosse così stridente: Felice chi è diverso, “Moralisti”, “Omosessualità”: (che termina: “Fu una cosa del tutto naturale”). Non credo che si possa chiedere di più ad un poeta, neanche oggi. Per il resto, Giartosio mi sembra consapevole del rischio di superinterpretare, cioè piegare ai propri fini, sulla base di esili elementi storici, autori remoti nel tempo, com’è il caso di Dante e Brunetto. 
8) Bibliografia. Il libro di Mario Mieli, (Elementi di critica omosessuale, Einaudi, 1977), il cui nome ricorre spesso, è a mio parere molto datato – di “ere geologiche”discorre lo stesso Franco B.(p.129) – anche in ciò che più lo contraddistingue: l’utopico traguardo di un “gaio comunismo”. Mentre il fermo ideale su cui l’autore di Zamel insiste negli ultimi anni, quello di un “affrancamento dal retaggio abramitico”(p.151) è ancorato in concreto a sentenze di istituzioni internazionali e pronunciamenti di organismi scientifici. Così come a me pare indubbio il persistente valore degli studi di Foucault, qui pure plurimenzionato. 
Ad ogni modo, a proposito di psico-nazisti, per dirla con Mieli, vorrei segnalare la raccoltina di saggi (Einaudi, 2000) "L’omosessualità nella psicoanalisi", a cura di F.Bassi e P.F.Galli. 
Spicca inoltre l’assenza, se non ho visto male, della famosa opera di J.Boswell: "Cristianesimo, tolleranza, omosessualità", Milano, Leonardo, 1989. Se Franco B. non ne condivide l’assunto, poteva delegare a Edo qualche riga di confutazione. 9) Conclusione. Si deve essere grati, devo essere grato, al libro di Franco B. (e a quello di Giartosio). Perché con il loro slancio civile appassionato spingono senz’altro a pensare ad un mondo più libero. E magari spingono pure ad agire verso quella direzione anche chi, per indole o per colpevole pigrizia, finora è rimasto soltanto a guardare. 

Teo Lorini
ilprimoamore.com
ottobre 2009

Partendo dal pretesto narrativo (per la verità abbastanza esile) di un 'omocidio', l'assassinio di un omosessuale di mezz'età da parte del suo giovane partner tunisino, Franco Buffoni dà vita a un interessantissimo romanzo-conversazione in cui si intrecciano un dotto riepilogo di temi e questioni sull'omosessualità nella storia della cultura e un dibattito tra due diversi modi di vivere il proprio orientamento sessuale.
Ad aprire il libro è Edo, un trentenne milanese che ha raggiunto la casa tunisina di Aldo per assistere al processo contro Nabil, giovane arabo con cui Aldo aveva intrecciato una relazione conclusasi nella ferocia di un pestaggio e di un omicidio brutale. Nabil è stato arrestato e ora attende, in carcere, la sentenza. Il catalizzatore della sua rabbia è stato l'appellativo con cui Aldo gli si è rivolto dopo aver fatto l'amore. Il suo maturo amante lo ha chiamato infatti zamel, termine arabo che equivale, per violenza denigratoria, al dispregiativo 'frocio' e che indica il passivo in una coppia omosessuale.
Nei giorni del processo, Edo rievoca, in un flashback che costituisce il romanzo vero e proprio, il suo incontro con Aldo e lo scontro tra due mentalità, due generazioni, due approcci all'omosessualità.

In maniera analoga a quanto descritto nel bel saggio di Vittorio Lingiardi, Citizen Gay, Edo è gay, parte cioè da un approccio moderno che non mette in discussione l'orientamento e non si accontenta dei margini entro cui praticare l'eros in forma più o meno clandestina. Edo parla invece di movimento, di collettività, del riconoscimento dei diritti.
Aldo all'opposto si definirebbe come Sergio, il personaggio interpretato da Ennio Fantastichini in Saturno contro di Ferzan Ozpetek: "Gay io? No, io sono frocio". E al: "Ma non è la stessa cosa?" che gli oppone perplessa un'anziana interlocutrice, spiega: "Sì, ma io sono all'antica".
Per Sergio/Fantastichini, come per Aldo, la massima conquista contemplata è la possibilità di vivere la propria dimensione erotica, restando però oppressi dall'egida di una colpa primigenia. Il cinquantenne Aldo ha interiorizzato il divieto, lo 'sgradimento' iniziato già entro il contesto familiare, quando l'adolescente scopre di non corrispondere alle attese e si persuade che tale scarto reca in sé lo stigma dell'errore, della mostruosità. Il giovane Edo lo spiega bene quando scrive ad Aldo: "a te dà fastidio essere identificato come omosessuale in connessione a una comunità di omosessuali che reclamano diritti. Discrezione vuoi, altro che sentirti membro di una comunità GLBT" e, poco più avanti e molto più brutalmente: "tu non vuoi diritti, vuoi cazzi".

La dimensione è quella, ancora mediterranea, legata al ruolo. L'attivo è sempre e comunque maschio e, se va con un omosessuale, la sua identità sessuale, la sua certezza sessuale, non è scalfita né messa in discussione. Ci può andare per prova, per dileggio, per "sfogo", per una mancia (come i militari di leva raccontati nel bellissimo romanzo di Gilberto Severini, Il praticante), ma il fatto di 'darlo' non pone questioni sulla sua virilità, anzi, agli occhi della comunità dei maschi, la conferma.
Dall'altra parte c'è il passivo, il 'frocio', il cinedo di catulliana memoria, l'arruso siciliano che è né più né meno che una "donna mancata". E che tale si sente, perché ha introiettato la carica di disprezzo che la società proietta su di lui sin dall'infanzia. Aldo e i suoi coetanei infatti non concepiscono un rapporto paritario, scoperto. Aldo rievoca in proposito la più classica delle storie: uno studente meridionale fuorisede, pervaso di gallismo mediterraneo e con la fidanzata al paesello. Una sera però il ragazzo, ridendo inter pocula, butta lì una frasetta timida, incerta: "E se mi innamorassi di te? Se ci mettessimo davvero assieme?". Per Aldo è la fine di ogni eccitazione, di ogni flair e la storia si conclude di lì a poco.
A questo punto il dottissimo Buffoni cita Quentin Crisp e fa dire a Edo che "per potere amare un altro gay, bisogna amarsi a sufficienza in quanto gay". Aldo invece è "cresciuto nell'omofobia, impregnato di omofobia", vede preclusa ogni altra possibilità se non quella di sentirsi 'donna' (e infatti lui e gli altri della sua 'generazione' vedono una grande conquista nel fatto di parlare di sé al femminile). "Tu non puoi tollerare" gli dice Edo " di pensare a un tuo potenziale partner come a un omosessuale. Perché un partner omosessuale, un partner che cerca pure lui 'l'uomo' -proprio perché cerca l'uomo- ti insulta come 'donna', anche se ti lascia nel tuo ruolo passivo".

In questo scarto si gioca gran parte della odierna quaestio omosessuale. Buffoni ne riepiloga cause e fenomenologia nel capitolo più efficace (e lucidamente doloroso) del libro, quello titolato L'insulto. "L'insulto è il primo e più dirompente mezzo di conoscenza che il mondo presenta all'omosessuale. Ancora peggio dell'insulto è la barzelletta ascoltata da bambini in famiglia, la battuta del fratello maggiore, del cugino o persino del padre. Sono queste parole che per prime creano la nostra identità. Pettegolezzi, allusioni, insinuazioni che anche persone care e parenti stretti, lasciano cadere. Contro altri, magari, ma che tu -omosessuale- percepisci immediatamente come rivolte contro te stesso. Mentre impari a parlare, mentre cresci [e quindi ancora prima d'aver raggiunto la minima possibilità di una qualsiasi manifestazione sessuale o genitale] ti entra in circolo anche la consapevolezza che esistono persone che devono essere insultate per certe loro caratteristiche fisiche, psicologiche, comportamentali. Se riconosci queste caratteristiche in te, devi negarle anche a te stesso, oppure occultarle. Crescere mentendo […], crescere nel terrore di essere scoperti".
Da lettore eterosessuale, penso che ci voglia una straordinaria malafede per riuscire a passare attraverso queste righe senza che la memoria ci presenti il conto dei nostri insulti, dei nostri atteggiamenti, tanto condivisi e radicati da manifestarsi addirittura a livello inconscio. Se il senso di colpa non ci travolge (come è accaduto al sottoscritto), si può apprezzare l'ironia tragica che condanna l'omofobo, il razzista in malafede, a travestirsi e mentire, pur di negare il dolore che ha causato con i mille piccoli segnali di disprezzo che ciascuno di noi dispensa senza neppure accorgersene.

 

 

Scheda del libro

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