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BUFFONI Zamel |
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Fabio
Donalisio Viene definito romanzo, quest'ultimo lavoro di Franco Buffoni. A me sembra più una riflessione, insieme dettagliata e proattiva, sullo stato dell'arte della cultura omosessuale, una storia delle conquiste e dei diritti civili acquisiti e non, e soprattutto della percezione (esistenziale sociale e lessicale) che l'omosessualità ha, o dovrebbe avere di sé stessa. Due gay, Aldo ed Edo, si conoscono in Tunisia. Aldo è un cinquantenne romano che si è trasferito in Africa per poter essere "frocio" in santa pace, con una larga scelta di amanti vigorosi e silenziosi. Ha un sentimento autorepressivo dell'omosessualità. Si sente donna. Vuole agire molto e salvare le apparenze. Edo è trentenne, milanese. È un attivista dei diritti civili e sta scrivendo un libro sulle conquiste della comunità gay. Aldo viene assassinato dal suo amante per un disguido linguistico. Durante un litigio lo chiama "zamel", volgarmente maschio passivo.
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Edo ricostruisce il fitto scambio di mail prima della tragedia. Questo spunto di trama minimale ma significativo è il pretesto per ripercorrere e mettere a confronto concezioni diverse e opposte dell'ontologia (anzi, della/e parola/e) gay, ricapitolare quanto acquisito, fare luce su quanto c'è ancora da fare o su quanto, in Italia soprattutto, si è perso. La prosa di Buffoni, sobria e chiara fa emergere limpidamente i problemi e le contraddizioni, e spinge a un uso della razionalità sempre più raro. Vengono fuori in modo lampante le costruzioni, anzi le gabbie culturali, che ancora si incastrano attorno a uno dei core business della vita: il sesso e la sua ineludibile forza identitaria. Come nelle migliori occasioni, il lettore è coinvolto nel giudizio. costretto a partecipare. E magari a guardarsi allo specchio una volta di più. Un plauso all'azzeccata (e rara) impaginazione a bandiera. |
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Giuseppe Pannella Retroguardia ottobre 2011 Zamel è un insulto. Vuol dire omosessuale solo passivo (per usare una terminologia neutra e gentile al riguardo ma i termini in italiano sarebbero altri). Aldo, un gay maturo e trasferito da tempo in Tunisia, usa questo termine per interpellare Nabil, un giovane che frequenta ormai da tempo e con il quale ha avuto nutriti rapporti sessuali. Per tutta risposta, il giovane lo uccide e infierisce sul suo corpo, lasciandolo senza vita nella vasca da bagno della casa, poi simula una rapina e fugge. Catturato dopo poco tempo, sarà condannato a vent’anni di carcere per omicidio conseguente a un furto e non per aver ucciso perché è stato provocato. Il tunisino preferisce così perché aver commesso un furto non è disonorevole come aver compiuto atti contro natura con un uomo. Edo, più giovane e disinibito omosessuale militante “liberato”, abita nella casa di Aldo durante il processo a Nabil, ne scrutina i libri, ne commenta i gusti letterari. Il morto, infatti, appartiene a un’altra generazione di omosessuali – quelli che amano definirsi al femminile e rifiutano l’idea di rapporti con loro altri simili piuttosto che con “uomini veri”. Edo, invece, è convinto che la nascita e il consolidamento di una comunità gay potrà condurre all’emancipazione legale, se non sociale, dei suoi appartenenti e che per arrivarci bisognerà passare attraverso una battaglia per i diritti civili fino alla sua affermazione. Considera l’Italia un paese ancora clerico-fascista da questo punto di vista e guarda con interesse e speranza ai matrimoni tra gay in Spagna, in Olanda, nell’Occidente protestante peraltro ormai scristianizzato. Ritiene superata la visione dei vecchi gay che ostentano movenze e mentalità femminili e auspica la creazione di rapporti tra pari all’interno della preferenza sessuale per lo stesso sesso. Vorrebbe maggiore consapevolezza riguardo al proprio destino da parte di chi fino ad ora si è nascosto e vergognato dei propri gusti non conformizzati a quelli degli individui “normali” e soprattutto auspicherebbe che l’omosessualità fosse considerata come una dimensione della vita nella quale poter realizzarsi ed evitare di sfuggirsi. «Ciò che dovrebbe essere sempre ricordato è che si nasce persone e cittadini, con uguali diritti e doveri. I dati dell’ OMS sono ragionevoli e confortanti. Ogni cento nuovi nati nel mondo, ottanta nascono con predeterminazione istintiva e naturale per essere eterosessuali, dieci per essere bisessuali, dieci per essere omosessuali. Punto. Tutto il resto è ‘cultura’» (pp. 125-126). Forse messo così è un po’ troppo semplice. Buffoni ripercorre il cammino (e il destino) degli omoerotici dall’epoca della repressione brutale e insensata (quella in cui sui corpi arsi dei sodomiti venivano gettati fasci di finocchio perché l’odore della carne bruciata non risaltasse troppo evidente) a quella dell’analisi medicale in cui dall’omosessualità come vizio e corruzione della carne si passa all’idea della pulsione verso il proprio stesso sesso come malattia da curare (con l’elettrochoc o il coma insulinico) o come mancanza fondamentale all’interno del proprio Sé (da ridefinire nel corso di una terapia analitica). Il percorso del movimento di liberazione omosessuale, tuttavia, è corso, in certa misura, parallelo ai tentativi di ingabbiarlo all’interno delle dinamiche del potere giudiziario e sanitario fino all’evoluzione di teorie che lo vedevano come espressione non di vizio o di corruzione disgustosa o efferata quanto come sintomo dell’esistenza di un “terzo sesso” (o uranismo) ad opera di Karl Heinrich Ulrichs che, nel suo opuscolo Inclusa, lo qualificò con la definizione latina anima muliebris corpore virili inclusa, “un’anima femminile imprigionata in un corpo maschile”. A questa ricostruzione della situazione esistenziale dell’omosessuale si contrapposero fin da subito altri teorici come Karl-Maria Kertbeny che ne coniarono un altro concetto e un’altra definizione, quella di omosessualità. Essa, all’inizio, ebbe meno successo di quella di Ulrichs ma poi finì utilmente per prevalere. Il discrimine, tuttavia, tra concezione repressiva e dimensione medico-psicoterapeutica dell’inclinazione omoerotica è identificabile, secondo Michel Foucault, nel 1870. Nel serrato dibattito tra Aldo ed Edo, infatti, il punto in questione è l’emergere di movimenti di rivendicazione dell’omosessualità che ne indicano una possibile evoluzione in senso comunitario, di stile alternativo di vita: |
«[Edo] Usare il termine omosessuale per definire persone o eventi antecedenti il 1870 è un’astrazione. E’ ovvio che non sono esistiti – in termini moderni – un Socrate gay o un Michelangelo gay. [Aldo] Perché indichi proprio l’anno della presa di Roma? [Edo] E’ la data scelta da Foucault per indicare il momento in cui – nella cultura occidentale – la sodomia smette di essere un’aberrazione temporanea (il sodomita era considerato tale solo durante l’atto) e nasce l’omosessualità (genere maschile, specie omosessuale). Il termine Homosexualität fu coniato nel 1869, e non da un medico, ma da un letterato, Karl Maria Benkert o Kertbeny – era ungherese, ma scriveva in tedesco – il quale, con lo spirito del militante, si ribella inutilmente contro l’estensione a tutti gli stati tedeschi della legislazione repressiva prussiana contro la sodomia» (p. 117). Il passaggio dalla condizione di sodomita (legata a una preferenza che si esprime in un’attività sessuale ma che non coinvolge tutta la personalità di chi la effettua tant’è vero che la maggioranza dei praticanti risulta poi sposata e spesso con figli legittimi) a quella di omosessuale è un punto di non ritorno. Con Kertbeny e poi con Marcus Hirschfeld gli omoerotici diventano persone a tutto tondo, con una personalità organizzata e un mondo culturale condiviso. Sarà tuttavia negli anni Settanta del Novecento che prenderà piede e si diffonderà la necessità di accedere a diritti civili riconosciuti prima come strumento di auto-difesa dei gay e poi come movimento organizzato influente soprattutto in ambito sociale e politico (il caso del consigliere comunale di Los Angeles Harvey Bernard Milk poi assassinato dall’ex-collega Dan White insieme al sindaco George Moscone rimane esemplare). A prescindere, però, dall’ambito direttamente politico della questione, Buffoni si sofferma sull’ambito più specificamente culturale e letterario della questione e ripercorre le vite di poeti omosessuali refoulés come il grande Walt Whitman o omofobi come Eugenio Montale o nascosti perfino a se stessi come Carlo Emilio Gadda e Aldo Palazzeschi che preferirono distruggere tutte le possibili testimonianze sulle loro preferenze omosessuali celandole in maniera ossessiva. Il modello di riferimento di questo saggio che cerca di presentarsi sotto la forma di romanzo per evitare un’eccessiva seriosità riguardo l’argomento trattato è quello della carrellata storiografica mescolata a momenti di riflessione teorica e di esemplificazione esistenziale. Discutendo insieme, il giovane attivista entusiasta e il maturo gay già assai disincantato e solo desideroso di cogliere il proprio piacere con i giovani e muscolosi tunisini di cui ha fatto la conoscenza, arrivano a conclusioni spesso diverse ma sicuramente concordano sulla loro natura di soggetti marginalizzati dai vari e più diversi establisment culturali e sociali che hanno affrontato nel corso della loro esistenza matura. Aldo, alla fine del percorso storico-teorico compiuto insieme a Edo, arriva alla conclusione che l’amico non ha tutti i torti anche se gli risultano ancora, tutto sommato, difficili da accettare. L’idea che il suo amante Nabil sia anche lui omosessuale lo lascia perplesso e demotivato a far continuare il loro rapporto. Vorrebbe metterlo alle strette chiedendogli se è davvero zamel o no. Questa richiesta far scatenare il dramma e l’omicidio per lavare con il sangue l’onore offeso. Tutto questo perché Aldo non ha capito quello che a Edo è ormai ben chiaro (e il suo omicidio simbolico sanziona anche la morte del vecchio modello di omosessuale “femminilizzato” e atteggiantesi a checca un po’ sfinita): «Ti ricordo una felice sintesi di Giovanni Dall’Orto: “Omosessuali non si nasce né si diventa. Omosessuali si è”. E’ la risposta lucida, pragmatica, fenomenologica da replicarsi alle posizioni essenzialistiche e idealistiche. Perché nel momento in cui ci si chiede se si “nasce” o si “diventa” omosessuali (o mancini) si sottintende che ci sia una “causa”: come per le patologie, per le malattie. Se si “è”, si smette di cercare “cause” e ci si limita – al più – alla descrizione dei fenomeni» (p. 40). Romanzo-saggio nella tradizione migliore del genere, il libro di Buffoni ha il coraggio di affrontare problemi e temi che in Italia sono ancora questioni di frontiera. |
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Alessandro
Rizzo culturagay.it ottobre 2009 Franco Buffoni scrive Zamel, romanzo "saggio" sulla storia di un omocidio avvenuta realmente e ambientata in Tunisia. Un'occasione tragica induce a riflettere e analizzare la situazione attuale in Italia del movimento lgbt, gli stadi vario di autocoscienza e le modalità di vita del proprio orientamento sessuale. Da Pier Pour Hom, libreria molto fornita nel cuore di Milano, lo abbiamo intervistato in occasione di una sua presentazione, molto partecipata, del suo libro. L'intervista è stata occasione per moderare l'incontro. La domanda che lega le vicende della narrazione è la seguente: cosa vuol dire essere Zamel e cosa vuol dire essere gay? Esordisci come poeta nel 1978 con Paragone presentato da Giovanni Raboni Franco Buffoni (Gallarate 1948), vive a Roma. Esordisce come poeta nel 1978 su Paragone presentato da Giovanni Raboni. Quale è la poetica che incide nel messaggio che fino a oggi sei andato a rappresentare attraverso questa forma letteraria? Il messaggio che esprimo tramite la poesia è sottile. Ultimo libro in questo ambito è stato edito da Donzelli, "Noi e loro". E' un'opera non diversa da Zamel. Ho scritto questo ultimo nel periodo in cui abitavo nel Maghreb. Nella poesia tutto è più acuminato. Occorre maggiore sforzo nell'entrare nel linguaggio poetico. Un libro come Zamel è più generalista. Le tematiche rappresentate sono quelle riguardanti il coming out nei primi anni 90. Ho scritto anche "Suora carmelitana e 8 racconti". Anche della poesia ho fatto un veicolo. Focault attraverso le sue opere ha voluto insegnare ed esprimere messaggi anche agli eterosessuali. Occorre nel messaggio passare dall'idealismo essenzialistico, ossia domandarsi che cos'è l'omosessualità, al fenomeno logico descrittivo, ossia descrivere com'è l'omosessualità. L'eclettismo nei generi e nell'arte letteraria è la parte precipua del tuo impegno culturale di scrittore. Da sempre scrivi opere di prosa e saggi. Da ultimo ricordiamo nell'ambito narrativo Zamel, uscito l'anno scorso. Da una parte si evidenzia il "notre nello scrivere", una semplicità espressiva e una sobrietà. Dall'altra si evince, come descrive Valerio Magrelli, la complessità del testo, anche dal punto di vista contenutistico. Quale è l'idea del romanzo? La mia produzione vede opere di poesia, di saggistica, di narrativa e di teatro. La poesia e la saggistica copronon, però, la gran parte di essa. Ho scritto tre libri di narrativa negli ultimi tre anni. "Più luce padre", "Reperto 74", che sono dei racconti, e ora Zamel. Ma Zamel è un romanzo? Nasce come saggistica, breve storia della cultura queer nell'occidente. Il soggetto verte su un fatto accaduto nel febbraio 2006. Il saggio è diviso in 10 capitoli. Pensavo a una struttura di questo calibro prima che avvenisse il delitto, che ha visto come vittima il mio vicino di casa nel mio soggiorno nel Maghreb. Nell'opera lui riveste il ruolo di un architetto, seppure fosse nella realtà un dirigente della General Motors. A questo punto la cornice tipica di una struttura narrativa della tradizione italiana era nata. Il materiale raccolto è stato da me inserito nella cornice sotto forma di dialogo. Possiamo definire Zamel un romanzo a forte contenuto saggistico, oppure un saggio narrativo. L'editore l'ha promosso come un romanzo. Esiste un delitto e opera un flash back. Dedalus ha posto Zamel nella classifica di romanzo di qualità, insieme al libro di Walter Siti sullo Yemen. Il tutto è stato posto nella sezione "Altre scritture". Ricordiamo anche "Più luce, padre" dove si affrontano tematiche quali la guerra, la religione e l'omosessualità, definendosi "epistolario filosofico". E' giusta questa definizione? Più luce padre" è del 2005 ed esce "Guerra" con Mondadori come controcanto in prosa. Stessa cosa con "Noi e loro" a riguardo di Zamel. Le terminologie di Zinelli su Più luce padre descrivono l'opera come un "making off di Guerra", così come Zamel può definirsi un "making off di Noi e Loro. Con il testo a fronte: un saggio sul tradurre e sull'essere tradotti testimonia la pluralità e la completezza della tua formazione letteraria. Così come Perché era nato Lord. Studi sul romanticismo inglese riguardo all'analisi della letteratura e degli stili. Che cosa significa oggi scrivere un saggio di letteratura? Cosa significa oggi fare letteratura? Insegno letteratura comparata, in particolare e precisamente Teoria e storia della traduzione. "Testo a fronte" edito da Markos riguarda la teoria letteraria concernente la traduzione, disciplina studiata in ambito accademico. E' un libro che raccoglie articoli scritti sul tema, ossia la traduzione di opere poetiche, dove occorre riflettere sul tradurre e sugli autori. Fare letteratura per me significa maggiormente impegno civile. E' un impegno apprezzato. Chiaramente ho visto diverse e tante porte chiuse dopo essermi impegnato. Ma ho visto anche aprirsi molte finestre nel mondo giovanile. Ho un mio sito, dove poter inviare e scrivere messaggi, ricevendone molti, così come tanti post di ringraziamenti. Cerco di congiungere l'impegno civile con le capacità letterarie. La finalità estetica in letteratura è elemento fondamentale. Zamel è letteratura in quanto lo stile non è sciatto. L'opera è certamente fruibile come opera di letteratura. Esiste una componente di arte estetica. La sostanza riguarda un messaggio civile, di impegno civile, unica cosa di cui mi interesso quando scrivo. Lavoro sul mio blog, su Nazione indiana, spazio letterario dove ho carta bianca come redattore di tematiche lgbt, dove esprimo il mio amore per l'ateismo. Registro complessivamente per la mia attività 11000 contatti, il mio sito vede 150 contatti al giorno per un totale in media di 3500 al mese. |
Fortemente attuale per la lettura delle prospettive del movimento lgbt, così come per la storia dello stesso, risulta Zamel. Il confronto tra chi vive l'omosessualità della fase uno, ossia il godere il lato sessuale senza impegnarsi per i diritti civili, e chi vive l'omosessualità della fase due, ossia autoaffermarsi omosessuali e propendere per l'emancipazione. In che fase si trova oggi il Movimento e quali dovrebbero essere le sue prospettive? Stando in Italia mantengo contatti con la Gran Bretagna, dove possiamo, utilizzando un termine ripreso in Zamel, dirci essere alla fase 3 dell'introiettamento dell'omosessualità nella società. Forte analogia tra quello che attualmente in Italia vediamo verificarsi e la vita che si presentava a Londra negli anni 70. Oggi in Italia ci sono persone di mezza età che escono nel coming out, da definirsi come periodo di passaggio. In ottica europea in Italia ci troviamo in una fase che è decisamente alle spalle di quella francese, ma davanti a quella polacca o russa, dove reprimono i manifestanti durante le manifestazioni dei pride. Legislativamente non possiamo che definirci in una pessima fase. Ho una lettura completa della storia del movimento e delle sue fasi. Frequento nei primi anni 70 l'amico Mario Mieli, suicidatosi nel 1983. Tutt'ora frequento a Roma il circolo Mario Mieli, dove ho sempre trovato molta gentilezza e disponibilità. In Noi e loro scrivi nella nota conclusiva "Decisi di contrapporli INSIEME alla "funzionalità" del maschio occidentale eterosessuale. Funzionalità a un sistema che - negando in lui l'extracomunitario e l'omosessuale - giunge a negare in lui l'essere umano". Diventa caratterizzante un elemento di conflittualità interna al mondo iperliberista, così come viene messo in scena in alcune opere teatrali del Teatro dell'Oppresso. Esiste questa consapevolezza nella comunità gay oggi? Quali possono essere le forme di "contrapposizione" verso un'emancipazione sociale e civile di "anelli deboli" di questa società eterosessista? Come si manifesta il maschilismo oggi e quale nesso esiste tra quest'ultimo e il potere nelle sue varie forme? Siamo in un periodo dove vediamo i colpi di coda del maschilismo. Sono, queste, manifestazioni più nocive, più feroci. E' presente un premier, Berlusconi, da definire come "puttaniere" e parla di donne e gay in modo offensivo. E', questa, un'anomalia rispetto a figure come quelle di presidenti francesi, premier inglesi o capi gi governo tedeschi. Berlusconi culturalmente è sotto la media del maschio italiano. Penso che in questo panorama avremo ancora un eteropatriarcato derivato anche da modelli immigratori, come insegna il caso di Pordenone. Abbiamo come fenomeno un certo eterosessismo importato. Questo modello non converge col machismo leghista, è diverso. Infine troviamo un ministro delle Pari Opportunità, Mara Carfagna, che provvede a togliere sul sito ufficiale del ministero la sezione, impostata dal Governo Prodi, dedicata a tematiche lgbt. La situazione governativa è decisamente punitiva. Vedremo comunque dei cambiamenti: un necessario adeguamento, per esempio, del legislatore con le richieste e le direttive europee in materia di diritti e di estensione delle opportunità. Quali sono i prossimi lavori a cui stai lavorando? In che filone letterario si inseriscono? Sto lavorando a "Roma", che sarà editato da Guanda e uscirà a novembre. Abbiamo un excursus completo sulla poesia dagli anni 30 con Penna, per arrivare a Pasolini. Nel prossimo anno e mezzo concluderò un nuovo romanzo sugli anni 70 e il tema della maturazione sessuale e del coming out. Che cosa suggerisci a chi oggi milita attivamente nel movimento? Un ritorno alla cultura e della conoscenza dei testi e delle opere di tematica aiuterebbe la comunità a crescere nella propria affermazione? Si in assoluto. Molti giovani leggendo Zamel hanno imparato tante cose riguardanti la cultura lgbt. E' importante leggere libri, lavorare sulla rete e nella rete. E' fondamentale apprendere notizie, scaricare molti dati, documenti. Ho cercato attraverso il libro di dare e impartire delle coordinate, abbiamo nutrite bibliografie alla fine dell'opera. Tutto questo è stato fatto di proposito in quanto i titoli ci sono e devono essere conosciuti, considerati. Sono lì per essere letti. Esiste questo dato di fondo, ossia se tu nasci gay nasci solo, almeno nei primi decenni della tua vita. Se nasci ebreo, per esempio, nasci comunque consapevole della tua identità, in quanto esiste un contesto che ti protegge, una storia, un percorso. Tu gay questo contesto difficilmente riesci a trovarlo immediatamente. Occorre pertanto riflettere e pensare. Il problema è quello di essere gay e vivere in un reale difficile e ostico. |
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Sandra Bardotti Franco
Buffoni: la rete, un enorme setaccio in
movimento |
Lo sviluppo delle tecnologie digitali sta aprendo nuovi orizzonti nella concezione, costruzione e diffusione dei testi. Come si evolverà la poesia in questo scenario? Distinguerei nettamente tra evoluzione del genere letterario in sé, e evoluzione dei modi e mezzi di diffusione e fruizione del genere stesso. Per il secondo ambito sono curiosissimo, cerco di tenere il passo con le nuove tecnologie, sono un fanatico degli e-book. E noto che, tendenzialmente, grazie agli e-book, o a causa degli e-book, si sono squilibrate due entità che in precedenza parevano ben salde: a seconda delle circostanze, o vacilla l’importanza, la presenza, la funzione dell’editore; oppure è quella dell’autore che pare impallidire. È un fenomeno molto interessante, che cerco di seguire e di interpretare con le forze e le energie che mi restano. Mentre per il genere letterario poesia - in sé - come liricamente è venuto configurandosi nel 900 - è molto più arduo fare previsioni: per esempio, mi dicono che la mia poesia sta sempre più diventando “poesia civile”: ne prendo atto. (E sono curioso di vedere quanto questo aspetto emergerà dall’Oscar in uscita in giugno: Poesie 1975-2010). Seguo con interesse le ricerche dei dialettali. Mi incuriosisce ogni forma sperimentazione… Ma ho sempre come l’impressione che la vera partita si giochi su un altro terreno, che sfugge ai più. Il terreno della poetica, per esempio. Qual è il suo rapporto con la tradizione poetica novecentesca? È mutato nel corso degli anni? Quali sono i poeti che sono stati fondamentali per la sua educazione? Se devo elencare i grandi momenti, devo anzitutto citare i Romantici inglesi - che ho tradotto in modo abbastanza organico - aggiungendo però subito anche i Simbolisti francesi (ne appaiono diversi nel mio nuovo Quaderno di traduzioni, che si intitola Una Piccola Tabaccheria e uscirà nel 2012 da Donzelli). Poi ci sono i contemporanei: Seamus Heaney, per esempio. Fui tra i suoi primi traduttori europei già dalla fine degli anni Settanta. Ma dovrei menzionare anche molti altri poeti, che appaiono in Songs of Spring, il quaderno di traduzioni che pubblicai nel ‘99 da Marcos y Marcos e che vinse il premio Mondello. Nel nuovo quaderno di traduzioni ho incluso i poeti che ho tradotto in questi ultimi dieci anni, e molti sono contemporanei, viventi. Però, se devo fare una scala di priorità, la riflessione teorica sul tradurre è stata per me più importante della pratica in senso stretto. La pratica non so... Sarebbe come chiedermi, quando ho imparato a scrivere poesia: non lo so, sinceramente non lo so. Credo che abbia avuto molta importanza come sono andato a scuola. Risalirei addirittura alle scuole elementari, quando s’imparavano a memoria le poesie; se eri fortunato e avevi dei buoni insegnanti, a dieci anni avevi già introiettato tutte le gabbie metriche italiane. E a quattordici leggevi correntemente i poeti latini. Dopo si trattava di usare bene gli strumenti assorbiti. Quindi per me forse ebbero più importanza Carducci a dodici anni e Lucrezio a quindici, di Keats o Mallarmé in età più adulta. In terza media, ricordo perfettamente, avevo tredici anni, ascoltavo Chopin e recitavo per mio gusto Sogno d’estate. Questo mi portava a qualche esclusione nell’ambito delle frequentazioni e dei giochi, ma certamente ha nutrito la mia estetica. Quelli che veramente contano sono i primi due decenni della vita: dal punto di vista della sorgività della lingua poetica, della naturalezza. Il resto è esistenza, il resto sei tu con le tue esperienze. Io continuo a essere un anceschiano, un uomo di poetica. Col mio antico background, che è fatto di ritmi, di metriche accentuative e quantitative, di poeti latini e inglesi, tedeschi e francesi. Sono nato in una casa con tre pianoforti (è la casa descritta nella prima sezione del Profilo della Rosa, che si intitola Nella casa riaperta). Non erano ricchi i miei, però, mia nonna suonava il piano e aveva il suo pianoforte, mio padre suonava il piano e aveva il suo pianoforte: il padre è quello di Più luce, padre, quindi lo potete immaginare, però suonava il pianoforte… mia madre e mia sorella pure suonavano il pianoforte. Io ero l’unico che non lo suonava, però li ascoltavo. E questo ti forma, anche nell’odio, non solo nell’amore. Insomma, ti forma il gusto; è una questione di ritmi, di flussi… Poi, oltre a questi ritmi, a questi flussi, devi avere qualcosa da dire, e lì ci pensa Il X Quaderno di poesia italiana contemporanea è dedicato ai poeti giovani. Sono 7, ognuno introdotto da un poeta di generazioni precedenti. Va letta come una presa di distanza dai critici letterari “puri”? O è una volontà di creare un collegamento e un dialogo tra autori di differenti generazioni? I Quaderni di poesia italiana contemporanea sono tutti dedicati ai giovani: la serie iniziò vent’anni fa e dunque i giovani di allora sono oggi quasi cinquantenni. Il fatto che a stendere le introduzioni critiche siano principalmente dei poeti dipende anzitutto dalle scelte dei giovani poeti inclusi, che evidentemente si sentono maggiormente in dialogo con dei poeti più grandi piuttosto che con dei critici puri. E poi di critici puri non è che ce ne siano molti in circolazione. E alcuni di questi nella serie dei Quaderni appaiono. Qual è il panorama poetico italiano attuale? Quali sono le principali tendenze della poesia italiana contemporanea? Volendo proporre uno schema relativo alle maggiori scuole o linee di tendenza della giovane poesia italiana contemporanea - con tutte le cautele che una simile riflessione comporta - potrei empiricamente indicare sei ambiti di ricerca: Post-Neoavanguardia; Neo-orfici e/o Neo-ermetici; Poesia civile; Manierismi; Eredi di linea lombarda; Poesia dialettale. Per i primi il proposito mi sembra resti - più o meno direttamente - quello della denuncia dei condizionamenti ideologici della parola, con la conseguente scelta di usarla in termini soltanto trasgressivi. Per i secondi individuerei il fondamentale obiettivo estetico in una poesia caratterizzata dalla allusività, dal gusto dell'analogia, sovente molto sintetica. I più volonterosi tra costoro studiano le esperienze di Niebo e Scarto Minimo. Per la poesia civile, ai modelli novecenteschi pasoliniani e fortiniani, vedo oggi guardare molti giovani poeti, per esempio tra gli appartenenti al movimento “Calpestare l’oblio”. Mentre sarei propenso a definire manieristica la scrittura di molti giovani autori che direttamente o indirettamente hanno assunto Magrelli a maestro. Ma sotto la voce “manierismi”, per altri aspetti, configurerei anche gli adepti della metrica chiusa, le ammiratrici di Lamarque, e qualche erede di scuola romana che guarda con nostalgia alle esperienze di Braci e Prato pagano. Per i “nepoti” di Linea lombarda, intesa ovviamente non in senso geografico, ma come categoria dello spirito, credo continui a valere la definizione di "poesia in re". E non sottovaluterei il fascino del lacustre, del quietamente disperato, del realistico-elegiaco, di anceschiana definizione: "Fu tutta una faccenda di piogge, di laghi e di discorsi in un gran parco verdissimo". Infine la fioritura dei neodialettali: le ragioni sono numerose e vanno da quelle di ordine specificamente linguistico (molti "dialetti" - come il sardo o il friulano - sono vere e proprie lingue) a quelle di tipo politico-sociale, con la rivalutazione dei localismi. E proprio perché i dialetti - come strumento di comunicazione orale privilegiato - vanno sempre più affievolendosi, pare che i poeti desiderino lasciarne traccia scritta, a futura memoria. La ragione profonda credo sia da ascriversi anche alla necessità da parte dei poeti di avere a disposizione uno strumento linguistico duttile, fortemente accentato, ricco di possibilità di elisioni e troncamenti, nonché di termini brevi (monosillabici e bisillabici), di espressioni idiomatiche brucianti. Proprio ciò che la lingua italiana difficilmente può offrire se non ai dialettofoni toscani, umbri e marchigiani, che - soli - possono ancora permettersi di usare il monosillabo "son" per il verbo essere alla prima persona singolare o alla terza plurale, e di ricorrere a una preposizione articolata quale "coi" o a una congiunzione quale "od", che ormai l'italiano standard anche poetico ha completamente rigettato, divenendo - in definitiva - una lingua sempre più ingombrante e polisillabica. |
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Alfredo
Ronci La palma del migliore editore di
‘questioni gaye’ potrebbe andare a Marco Zapparoli della Marcos y
Marcos (stia attento però, in un paese come questo, si fa presto a essere
etichettato). La pubblicazione delle opere di Pedro Lemebel già è indice
di un preciso impegno: questo Zamel, operina civilissima
di Franco Buffoni, è un ulteriore piccolo mattone nell’edificazione di
una cultura tout-cout, lontana anni luce dall’atmosfera tetra e
reazionaria (l’autore del libro la definirebbe eteropatriarcale) di
questo nostro indigesto paese. |
Come ad esempio a pagina 40: Ti
ricordo una felice sintesi di Giovanni Dall’Orto. “Omosessuali non
si nasce né si diventa. Omosessuali si è. E’ la risposta lucida,
pragmatica, fenomenologica da replicarsi alle posizioni essenzialistiche
ed idealistiche. Perché nel momento in cui ci si chiede se si
‘nasce’ o si ‘diventa’ omosessuali (o mancini) si sottintende
che ci sia una ‘causa’: come per le patologie, per le malattie.
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Roberto
Russo La casa editrice marcos y marcos ha da poco pubblicato Zamel di Franco Buffoni. Si tratta di un romanzo che trae spunto da un omocidio, ambientato in Tunisia e basato molto sui dialoghi. Anche se zamel - frocio, appunto - sono sia la vittima che il carnefice. La bandella della copertina dice: “Un romanzo senza finzioni sul potere di uccidere delle parole”. Ed è senza dubbio vero. Ma ho trovato particolarmente interessante la sintesi della “nostra” storia che Franco Buffoni opera nel libro. Attraverso i dialoghi dei due personaggi principali del libro si dipana dinanzi ai nostri occhi la storia del movimento gay italiano con le figure storiche di cui abbiamo sentito parlare molte volte. Si parla anche dei vari movimenti e dei termini, come si diceva sopra. Tra gli altri termini c’è queer che ci riguarda vicino (ma non è un libro di storia, sia chiaro). Dice Edo, uno dei due protagonisti: Queer, in inglese, come sai bene, era ed è il termine più spregiativo per indicare l’omosessuale. Ma, soprattutto negli Stati Uniti, orami viene usato per indicare il bisogno da parte del soggetto di radicalizzare la propria diversità gay, di renderla costantemente “contro”, dura e pura. Queer – rispetto a gay e homosexual – è un termine più radicale; indica la diversità in tutte le sue forme, ben al di là del sistema binario sesso/genere. Un po’ come i neri che per sfida tornano ad autodefinirsi nigger. Quindi queer vale come frocio oggi in Italia. Quando ci si autodefinisce froci con orgoglio, come sfida, ci si appropria del linguaggio di chi ci insulta per rovesciarne il senso (pp. 56-57). Nel raccomandare la lettura di questo libro a tutt* e, in particolar modo, a quanti conoscono poco la storia del movimento gay, vi invito a leggere l’intervista che Franco Buffoni ha rilasciato a noi di Queerblog.Nel leggere Zamel si percepisce,
in un certo senso, l’urgenza di raccontare la storia del movimento gay
per ritrovarsi. Cosa ti ha spinto a scrivere questo romanzo?
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In Zamel racconti la storia di
Aldo ed Edo. Aldo che è un omosessuale alla vecchia maniera a cui piace
fare sesso, preferibilmente con uomini sposati, e senza chiedere diritti
o altro; Edo, invece, è un attivista gay che cerca di dare consigli ad
Aldo. E quando Aldo inizia ad innamorarsi succede l’irreparabile (non
sveliamo nulla, del romanzo…) È un’amara constatazione della realtà,
una sfiducia per come sta andando la nostra società, o…? Prima di Zamel hai pubblicato
delle poesie che affrontano il tema del diverso (Noi e loro): tra poesia
e narrativa cosa speri che il lettore colga delle tue opere? In Zamel si associa il coming
out all’essere di sinistra, mentre l’essere velati corrisponderebbe
più ai simpatizzanti di destra. Proprio in questi giorni è uscito un
libro di Enrico Oliari il cui titolo è: “Omosessuali? Compagni che
sbagliano. Omosessualità e comunismo: ciò che non bisogna sapere”.
Secondo te gay di destra e di sinistra in cosa differiscono? Lo inviterei a leggere i classici, se non li conosce: Ronald Fairbank, Oscar Wilde, André Gide, Marcel Proust, Gore Vidal…
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Saverio
Aversa “Perché è vero, tutto comincia con un
insulto…” L’insulto è il primo strumento di conoscenza, il più
aggressivo e dirompente che la società rivolge al differente, al
diverso, alla lesbica, al gay, alla transessuale, al travestito. Sei
bambino e ascolti l’insulto, ma non è indirizzato a te, non ancora.
Quando sarà formulato per te speri di potertene liberare ma sai già, sei
consapevole che non sarà possibile. Ma c’è anche di peggio
dell’insulto, del dileggio, degli sguardi morbosi e di disapprovazione.
Cosa? La storiellina, la barzelletta ascoltata in famiglia da bambine e
bambini, la battuta ilare fatta per spacconeria, per sostenere una virilità
che non è messa in discussione. Tutto questo è utile però, è
addirittura funzionale alla costruzione di un’identità da non scoprire
subito, da celare a chi non è pronto ad accoglierla, da negare a volte
anche a se stessi. Questo è sicuramente capitato ad Aldo, ma qualche anno
dopo anche a Edo. Aldo ed Edo sono i protagonisti di “Zamel” di Franco
Buffoni edito da marcos y marcos (pp 233, euro 12). E’ un romanzo ma
anche un saggio storico e letterario sull’omosessualità, soprattutto su
quella maschile, e sulle vicende del movimento lgbt internazionale che
compie 40 anni il 28 giugno, la data della rivolta di Stonewall nella New
York del 1969. Non mancano riferimenti precisi al movimento italiano nato
tre anni dopo.
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Edo ha trent’anni, sta scrivendo un libro che assomiglia molto a “Zamel” di Buffoni. Edo è gay mentre Aldo è soltanto omosessuale. Edo e Aldo si incontrano a Tunisi, su una terrazza panoramica: il primo è in vacanza, il secondo si è trasferito lasciando definitivamente l’Italia. Aldo è convinto di aver trovato il paradiso nella città nordafricana, un luogo popolato da giovani uomini ben disposti a soddisfare le sue esigenze sessuali. «A me l’unica cosa che importa è che i maschi continuino a fare i maschi senza porsi molti problemi. Perché i maschi che non si pongono problemi sono quelli che scopano anche con me». Questa è la sua posizione, altro che rivendicazioni, altro che diritti uguali per tutti, altro che Pride e coming out. Su una copia del libro “Omocidi” di Andrea Pini, inchiesta sugli omosessuali adulti uccisi in Italia negli ultimi venti anni, con un penna rossa così commenta Aldo: «E qualcuno si chiede ancora perché io abbia deciso di trasferirmi a Tunisi». Nabil è l’ultima conquista del cinquantenne italiano che lo ha agganciato offrendogli un caffè nella sua accogliente villetta. Ha solo ventidue anni Nabil, è forte, è muscoloso, è virile ma anche capace di momenti di tenerezza, di romanticismo inaspettato. Forse Aldo si sta innamorando, forse anche Nabil si sta innamorando. Edo suggerisce cautela all’amico maturo, lo spinge ad accettarsi come uomo che ama un uomo che lo ama in quanto tale. Ci sono tutti i presupposti per una bella storia d’amore duratura, finalmente. Ma questo fa crollare tutto un mondo, fa ipotizzare un legame affettivo, un legame tra due omosessuali che demolisce le certezze del più adulto e sconcerta il più giovane. Nabil è “Zamel” quindi, è frocio, ecco l’insulto temuto, riservato agli occidentali che si fanno possedere dai giovani e virili maghrebini, affascinanti e ben dotati, sensuali canaglie che soddisfano i loro desideri con l’alibi della sopraffazione, della prostituzione obbligata. «Zamel, zamel, zamel» accusa Aldo e Nabil impazzisce, reagisce con violenza, lo uccide. Edo riflette con dolore sulla morte dell’amico: «Come sempre le parole vanno dette ad alta voce, più volte, riferite a se stessi, come è stato per frocio in Italia, o queer negli Stati Uniti o camp in Inghilterra, finché diventano ragione di orgoglio. Ecco che cosa avverrà di zamel tra qualche decennio in Maghreb. Ne sono più che certo».
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Maury
Dattilo Spesso
ho bisogno di far sedimentare i pensieri, il deposito che lasciano lo
faccio maturare come l’aceto quando si separa dalla ‘madre’, grumosa
e scura. Spesso la lettura di un libro non è che un anticipo,
un’introduzione al ‘tra le righe’ che per me è il libro vero. |
Il particolare minuto del quotidiano di
due ‘vittime’ contemporanee in una ‘scena’ ancora più ampia.
Attraverso il buco della serratura delle lettere ho visto andare, venire e
ritornare le emozioni più nascoste e inconfessabili di queste
vittime/carnefici. Carnefici perché - come ognuno di noi - schiacciano e
uccidono ciò che amano. Vittime, perché ogni carnefice è vittima di se
stesso alla fine. |
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Francesco
Gnerre Poeta
tra i più apprezzati degli ultimi anni (sue raccolte di versi sono
apparse da Guanda e da Mondadori), traduttore e saggista, fondatore e
direttore del semestrale di teoria e pratica della traduzione letteraria
“Testo a fronte”, Franco Buffoni ha cominciato recentemente a
sperimentare un nuovo genere letterario che mette insieme elementi
saggistici e narrativa in un originale confronto dialettico che richiama
il dialogo galileiano o le Operette morali di Giacomo Leopardi. |
i discorsi o le lettere di Edo sono dei piccoli saggi militanti sulla realtà italiana degli anni Cinquanta e Sessanta, sull’evoluzione del costume degli ultimi decenni, sulla nascita e sullo sviluppo del movimento gay, su alcuni momenti culturali particolarmente significativi con excursus nella letteratura sia italiana (Gadda, Montale, Pavese, Pasolini) sia anglo-americana e francese (Proust, Wilde, Forster , Whitman) fino all’analisi teorica dell’identità omosessuale e alla consapevolezza della necessità di liberarsi dall’omofobia interiorizzata, di lottare per una reale eguaglianza e di confrontarsi con una nuova concezione di sessualità. Il libro, che si muove su registri stilistici diversi, ha il suo punto di forza nella rappresentazione del potere delle parole: “L’insulto è il primo e più dirompente mezzo di conoscenza che il mondo presenta all’omosessuale. Ancora peggio dell’insulto, è la barzelletta ascoltata da bambini in famiglia, la battuta del fratello maggiore, del cugino o persino del padre. Sono queste parole che per prime creano la nostra identità”. Anche zamel è un insulto per i ragazzi arabi e il giovane Nabil, che sa dentro di sé di essere zamel, cioè frocio, si sente in diritto di difendere il suo onore fino all’omicidio. E’ per questo che le parole, scrive Buffoni, vanno dette ad alta voce, più volte, e riferite a se stessi, come è stato per frocio in Italia, o queer negli Stati Uniti o camp in Inghilterra, finché divengono ragioni d’orgoglio. La stessa sorte avrà, secondo Buffoni, la parola zamel, forse tra qualche decennio, in Maghreb: “Ne sono più che certo. Gli abramitici saranno sconfitti. Anche qui. Ma tanti dovranno soffrire”. E forse morire. Non è un caso infatti che tra i libri della biblioteca dell’amico ucciso, Edo, in uno dei cortocircuiti tra fiction e analisi politico-culturale che caratterizzano il libro, si soffermi sul libro Omocidi di Andrea Pini, “tra gli ultimi comprati da Aldo”, e sull’”agghiacciante elenco dei centoundici casi di omicidio-omocidio attentamente analizzati e riportati in sintesi al termine del volume, con professione, età della vittima, stato di ritrovamento del cadavere”. Tragico presagio del proprio destino: “alcuni sono stati contrassegnati da Aldo con un asterisco a forma di cippo”.
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Che
cosa c’è di male ad essere omosessuali? Niente, o forse tanto, o anche
quel tanto che basta per far sì che un omosessuale ne uccida un altro. Ma
la mano che arma l’omosessuale/assassino proviene da lontano, e si
espande, orizzontale – direbbero i sociologi – su tutta la società,
quasi da far sembrare l’omicidio un rito di passaggio, o un atto dovuto,
giustificato da quella parte di collettività che vive e prospera anche
nell’odio e nel rancore di tipo razziale verso chi ha gusti sessuali
quantificabili con la minoranza. Il Vaticano è sicuramente in prima linea
nell’alimentare questa intolleranza, quasi furore, verso chi è nato, e
pertanto vive, omosessuale, e spesso il Governo italiano, popolato di
fascisti e prono ai voleri del papato, discrimina chi è omosessuale e non
vuole garantire quei diritti che nel resto dell’Europa sono fatto
comune, gestiti dai governi ma fatto acquisito e serenamente accettato da
tutti i cittadini.
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evidente
quanto l’Italia, in questa tematica, sia enormemente retrograda, grazie
al Vaticano, al Governo e a tutta la programmazione televisiva che propone
un modello “macho-velinocentrico”: “Il 28 giugno 1982 il comune di
Bologna affidava in autogestione al circolo di cultura omosessuale 28
giugno (la data di Stonewall) il Cassero di Porta Saragozza.
L’esperienza organizzativa gay più ampia, radicata e significativa che
l’Italia abbia prodotto. Dal Cassero si propagò Arcigay nazionale. Come
ha ricordato Beppe Ramina nel 2007 in occasione del venticinquesimo della
fondazione: ‘Curia, Vaticano e le destre negano il valore delle nostre
relazioni e delle nostre stesse esistenze, ma verso chi vorrebbe farci
chinare la testa e farci tornare nel silenzio e nella vergogna il
confronto è aperto. Siamo stufi di essere insultati dalle gerarchie
ecclesiastiche e di essere presi in giro da istituzioni e partiti che non
si assumono le responsabilità che derivano dall’operare in uno stato
laico’”. |
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Daniele
Cenci Saggio romanzato e dialogo epistolare,
“Zamel” (in arabo “frocio”) è il ‘making of’ di “Noi e
loro”, la recente raccolta poetica dell’autore. Racconta un
‘omocidio’ ricostruendo i modelli culturali della vittima - Aldo -
‘criptochecca’ esiliatasi nel ‘paradiso’ tunisino, e del suo
assassino, un ragazzo del posto che spaccia sesso. Due microcosmi
antropologici hanno finito per scontrarsi: la ‘naturale’ bisessualità
dei sottoproletari nativi, inchiodata al tabù della parola e dei ruoli
(fare senza nominare, essere solo ‘attivo’), e il masochistico senso
di colpa introiettato dall’occidentale ‘ricco’ ed anziano. |
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Antonio Turolo |
Teo
Lorini Partendo dal pretesto
narrativo (per la verità abbastanza esile) di un 'omocidio',
l'assassinio di un omosessuale di mezz'età da parte del suo giovane
partner tunisino, Franco Buffoni dà vita a un interessantissimo
romanzo-conversazione in cui si intrecciano un dotto riepilogo di temi e
questioni sull'omosessualità nella storia della cultura e un dibattito
tra due diversi modi di vivere il proprio orientamento sessuale.
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