Cristiano Cavina

Nel paese di Tolintesàc

Recensioni

 

“Come molti miei coetanei, ero uno degli ultimi cresciuti in mezzo a gente che parlava in dialetto, e quello era il genere di parola che assomiglia a una miccia, una cosa da niente che riesce a innescare una bomba.
Una mina inesplosa fatta brillare dalla mano di un bambino dispettoso.
Tolintesàc.
L’avevo sentita ovunque, pronunciata da ogni tipo di persona.”

 

Non è un caso che questo secondo romanzo di  Cavina sia  diventato, a poco tempo dalla sua uscita, già un caso letterario ( è alla seconda edizione e lo scrittore romagnolo lo presenterà in tutta Europa). Colpisce la freschezza di una  scrittura  garbata e vivace, le capacità narrative   di un autore ultratrentenne alle prese con una sorta di spontanea, colorata autobiografia che diviene romanzo moderno. Protagonista un ragazzo figlio degli anni  70 e di un amore rapsodico e imprevisto sbocciato e finito in un campo di grano troppo assolato per non divenire invitante alcova, che cresce in un paese di provincia della sanguigna Romagna grazie ai racconti di una nonna chiacchierona, e sempre preda di mille ricordi quanto dispensatrice di continui aneddoti e personali esperienze di vita, e alle tenere attenzioni di una madre postina attiva quanto sognatrice nei  suoi,  eternamente bucolici, stati d'animo. Intorno a queste due figure centrali ruotano tutta una serie di personaggi di famiglia, estrosi e in ogni caso  innamorati della vita  che Cavina descrive con affettuoso gusto dei particolari e divertita nostalgia. Tutto a Purocielo è frizzante e sa di genuino, le parole ascoltate, i sorrisi accennati, le risate fragorose, le dolci malinconie fanno parte della formazione di un giovane che ha la fortuna di venir su in una famiglia dove il calore umano, tra mille problemi, episodi e difficoltà, non viene mai a mancare. Così come uno zio che ama gli eccessi e, come in un sortilegio, appare e ricompare all'attenzione di tutti come testimone dell'imprevedibile corso di una sana vita italiana di provincia che non rinuncia alla sua memoria e alla sua autenticità un po' guascona, sempre un po'  romanticamente sopra  le righe.

Pasquale Bottone
iltempodileggere.splinder.com
febbraio 2006


Tolintesàc, ovvero: 'Mettilo nel sacco'.
L'espressione viene da Fellini ed è
diventata il titolo-insegna dell'ultimo romanzo di Cristiano Cavina, 'Nel paesedi Tolintesàc'.

 Vi si racconta la storia di una sgangherata famiglia romagnola e del suo paese. La voce narrante è quella di un ragazzino, non ancora nato all'epoca dei fatti, nipote della protagonista, Nonna Cristina, attorno a cui ruota il libro, raccontatore onnisciente, ma anche scorciato, che procede per accelerazioni continue.
La famiglia, come in ogni storia che si rispetti, è insieme
compatta ed esplosa: costituisce un nucleo a sé, ed è anche un'entità in perenne disfacimento, con sfighe, colpi di scena, ossessioni, ripetizioni, slanci. Oltre che dal regista romagnolo, Cavina discende anche da Giovannino Guareschi - c'è dentro un po' di Don Camillo e Peppone - e da Salman Rushdie, da 'I figli della mezzanotte'.
Le fonti del libro sono tante, tuttavia la scrittura di Cavina,
il suo stile abbreviato, il ritmo sincopato, eppure ben arrotondato, lo rendono uno scrittore originale. 

L'umorismo e l'ironia gli evitano il rischio di strapaese, poiché l'orizzonte entro cui avvengono le storie, Purocielo, è assai ristretto: un buco di serratura da cui guardare con fantasia e curiosità il mondo intero.
Cristina è una nonna coi fiocchi, capace di rendere incerta la
sua discendenza, quanto basta per assicurare alle storie il loro svolgimento, con una torma di zii, parenti, amici, tutte figurine ben delineate, a tratti bozzettistiche, a tratti più incise. La principale qualità di Cavina, come nel romanzo precedente, 'Alla grande', è il tocco leggero, l'economia dei mezzi e la capacità di far riempire dai lettori gli spazi lasciati vuoti.
Un libro che piace e diverte: il 'sacco', di cui si parla nel
titolo è anche quella parte del corpo dove, come il Cipputi di Altan, non vorremmo mai prenderlo. Ma, come racconta con brio Cavina, non sempre va così.

 

Marco Belpoliti
L'espresso
gennaio 2006


Il paese di Tolintesàc è un invenzione di Federico Fellini e viene preso in prestito da un giovane narratore romagnolo, Cristiano Cavina, per il suo secondo romanzo, dopo l’ottimo esordio, nel 2003, con Alla grande. Nel mondo del regista e in particolare in quello evocato in Amarcord, Cavina ritrova la possibilità di rendere epiche le gesta di persone normali che conducono, nella loro straordinaria umanità, un’esistenza altrettanto normale. Del resto lui quell’aria l’ha respirata da sempre, essendo nato, nel 1974, in provincia di Ravenna.
Dopo averci raccontato con voce secca e ingenua al contempo, sempre meravigliata, il mondo della periferia e delle case popolari, in questo Nel paese di Tolintesàc (Marcos y Marcos, pp. 272, 14,00 euro) ci racconta l’importanza del legame con il passato, quello dei nonni e di chi l’ha preceduto, certo che il suo compito è quello di essere pronto a completare la sua parte "in una missione difficile". Il romanzo diventa anche la storia di un rapporto straordinario con la nonna, quello del bambino protagonista che nasce senza padre, voluto dalla madre contro tutto e tutti. Mentre 
lei consegna la posta nelle cascine, il bimbo resta con la nonna che parla e gli racconta la straordinarietà delle sue storie e del suo passato.
È un mondo di una mitologia particolare e contemporanea a rivivere in queste pagine dove, come in Amarcord, il racconto prende voce dalla poesia delle emozioni più semplici e indimenticate. La storia e la quotidianità, la guerra e le gite in collina con la Lambretta, le elezioni, gli anni Cinquanta e Sessanta tornano in un’ottica particolare, quella dello stupore. È questa la cifra stilistica di Cavina, che attraverso le figure della nonna e di un nipote ci invita a trovare la strada per giungere a un paese unico, popolato di una realtà fatta di esseri epici e sgangherati.

 

Fulvio Panzeri
Famiglia Cristiana
gennaio 2006


L'altra Italia di Tolintesàc

Se "gli altri" ti sembrano addirittura "statue di porcellana" che vivono in un mondo fantastico, semplicemente perché "in quel mondo non c'erano cambiali in protesto che ti curvavano le spalle", mentre tu, persino "nel giorno del primo ricevimento dei genitori della mia vita", a scuola, vedi tua mamma "perfettamente sola", significa che hai molto sofferto e molto hai da raccontare. Significa che soltanto tu e quelli come te possono raccontare certe cose nel modo giusto, senza cioè scivolare nel melodramma o sfinire il lettore a colpi di virtuosismi palabratici o annacquare l'autenticità di storie che sembrano inventate oppure fornire occasione al primo laureato che passa di definire "sfigato" il protagonista dei tuoi racconti.
L'attore principale del nuovo romanzo di Cristiano Cavina, Nel paese di Tolintesàc, è un ragazzo romagnolo, l'alter ego dell'autore, a cui nonna Cristina rivela la Storia: e cioè l'intreccio delle proprie vicende, di quelle della sua famiglia e di quelle del Paese, anche se vissute in un borgo sotto l'Appennino tosco-emiliano.
Nel paese di Tolintesàc
è la storia di questo ragazzo che non doveva nascere perché, ignoto il padre, la famiglia materna fa una colletta per consentire alla giovane donna incinta di abortire, ma è anche la storia di un ragazzo che, una volta nato tra l'odore delle castagne bollite, sembra una spugna, una carta assorbente che si impregna fino all'ultima goccia di tutte le cose che osserva e che ascolta, tanto ha sete di vivere e di capire chi è lui e chi sono quelli che lo hanno cresciuto e come gira questo mondo, in cui, dice la nonna, "tutti perdono qualcosa, ma tu sei stato molto precoce: non eri ancora nato che avevi già perso tuo padre". Dopo Alla grande, Cristiano Cavina ha sfornato un'altra prova d'autore, che non si discosta 

molto dalla prima, per ambientazione nitida, forza espressiva e profonda sensibilità. Come quello, anche questo romanzo è "autobiograficissimo" e, come capita ai grandi, John Fante per fare un esempio abusato, oltre a emozionare può valere come e più di un libro di storia o di un'analisi politologica.
La guerra in Abissinia, per esempio. Tutti i maschi del paese non ci vogliono andare, non solo perché il prete gli ha insegnato che uccidere è peccato o perché si lasciano mogli e figli a fare la fame, ma semplicemente perché in guerra si muore e quelli che ci vanno, e ci muoiono, sono sempre gli stessi. Ecco dunque che quando il "letterato" del paese, su incarico del prefetto, dice: "E se morirete in Africa, noi vi faremo una bella lapida sul tetto del Comune!", l'uditorio di sesso maschile, "alzando al cielo tutte le corna che le dita gli permetteva- no", urla: "Tolinte- sàc!". Cioè, per dirla garbatamente, mettilo nel sacco e portalo con te. E mica era soltanto l'anarchico Bianchi il Zoppo a dire "Tolintesàc". Lo diceva anche nonna Cristina, né anarchica né comunista, ma monarchica persino dopo il referendum del 1946, e che dei repubblicani, figuriamoci dei comunisti, aveva fiducia quanta don Camillo in Peppone.
C'è un'Italia popolare non ancora corrotta dalla pratica di massa del nichilismo nella vita pubblica e privata, nel paese di Tolintesàc. Un'Italia però ancora troppo povera, come la famiglia di nonna Cristina, e quindi non meritevole di alcun rimpianto. Ma in grado di non perdersi. Più capace di orientarsi. Di cercare la verità. E nonna Cristina, che sapeva come cercarla, prima di "avviarsi" rivela al nipote il suo segreto. "Quando senti la verità te ne accorgi subito, squilla come un carillon nuovo di zecca".
È un paese non ancora corrotto dal nichilismo di massa

Carlo Vulpio
Corriere della Sera
gennaio 2006


Teo Lorini intervista Cristiano Cavina 
su Pulp

31 anni, originario di Casola Valsenio in provincia di Ravenna, Cristiano Cavina ha frequentato come borsista la scuola Holden. Dopo un romanzo breve (Una stagione da esordienti) incluso nell’antologia Coda 2 di Transeuropa, è arrivato nel 2003, Alla grande, quello che lui considera "il vero debutto" e che è uscito per i tipi di Marcos y Marcos, lo stesso editore di questo Nel paese di Tolintelsàc.
Il nuovo romanzo di Cristiano Cavina è il racconto di un’intera famiglia, una cronaca orale che l’instancabile nonna Cristina trasmette, riepilogando, glissando, dilatando a dismisura episodi e circostanze, a un nipote nato senza papà. Giorno dopo giorno, nella poltrona da cui è sempre più faticoso alzarsi, la nonna dipana una storia dolcissima "di tenacia, di miseria, di dolore e 

amore". Ipnotizzato dall’incedere di quell’elegante "italiano da Promessi Sposi" e di un "dialetto italianizzato" brusco quanto efficace, il bambino impara così a conoscere e ad affezionarsi a una schiera di parenti e amici che la sua immaginazione trasfigura in personaggi eroicomici, come quel disastro ambulante e giramondo dello zio Varo, oppure il fratello del nonno, un Tarzan di centocinquanta centimetri. L’epos casalingo di nonna Cristina procede per scarti, brevi accelerazioni e ripensamenti che danno al romanzo una sincerità difficile da trovare e catturano l’attenzione del lettore, costringendolo a sincronizzarsi su un ritmo tutto nuovo, naturale e insieme inevitabile come il respiro. E quando quel respiro rallenta, anche noi capiamo che è perché la storia, come la sua narratrice, "si avviano", naturalmente, inevitabilmente, a una fine che non è più così difficile da accettare.

Continua... su Pulp di gennaio


Cavina è un autore che non ha nulla da invidiare ad Ammaniti, o a Piperno, tantomeno a un Baricco, anzi è uno scrittore che, a differenza di molti romanzieri italiani concentrati sulla forma, ha vere storie da raccontare, una passione sfrenata per le storie. Ma alle spalle di Cristiano Cavina non ci sono trasmissioni televisive o spinte politiche e pubblicitarie, alle spalle di Cavina c’è una dignitosissima casa editrice sempre a caccia di nuovi autori "alternativi", che lavora con la speranza che il passaparola dei lettori porti al successo, seppur di nicchia, i propri libri. Quello che possiamo fare è segnalare con entusiasmo "Nel paese di Tolintesac", un romanzo che ci ha strappato non poche risate e un enorme sospiro nostalgico. Con "Alla grande" il tuttofare Cavina (perché se non riesci a vivere con ciò che scrivi ti tocca fare il pizzaiolo o lavorare dove capita) ci aveva sconquassato di risate raccontandoci la sua infanzia da pirata –supereroe, a cavallo di una fiammante bici da cross. In questo nuovo romanzo facciamo un balzo indietro sulle tracce dei suoi nonni e arriviamo a Purocielo, un paesino dell’Emilia, un microcosmo di valori da rimpiangere, abitato da stupefacenti antieroi da osteria: zio Varo, zio Tarzan, nonno Gustì, zia Bella, Bianchi il Zoppo, il bell’Antùan, Fosca la sorella poveretta… e mamma Nicolina che un giorno, "campagnolando", concepisce un bambino non si sa con chi. La famiglia si raduna per trovare una soluzione rapida e  illegale al fattaccio, ma lei decide di mettere al mondo il suo bambino. Qualche anno dopo, il bambino, accucciato ai piedi di Nonna Cristina, apprende tutto ciò che la sua famiglia, il suo paese, il mondo irrimediabilmente passato, hanno da raccontargli. Nonna Cristina trasferisce al nipotino i suoi preziosi ricordi e, indirettamente, i valori di un mondo che la nostra società non ha saputo preservare dalla distruzione. Compito del narratore è tramandare le gesta buffe e drammatiche di questi normalissimi eroi, di consegnare alla memoria immortale la bistrattata storia del tempo in cui gli uomini non morivano ma "si avviavano" e le gite in lambretta per guardare il mare dall’alto di un colle ti riempivano il cuore per anni, il tempo, insomma, in cui non esistevano piccole cose, ne’ fuggevoli eventi, ma tutto aveva il suo giusto peso e a tutto era consentito il tempo per diventare autentica leggenda. La poesia con cui Cavina racconta Purocielo rende giustizia alla meravigliosa bellezza delle piccole cose in cui vivono i grandi valori.

 

Paola Antoniali
Messaggero Veneto

dicembre 2005


Se una delle caratteristiche delle nostre campagne è la narrazione orale, se la sera fino a non molti anni fa (e in tanti posti ancora oggi), anziani e giovani si ritrovavano d’inverno intorno al camino e l’estate seduti davanti alle case a raccontarsi storie un po’ vere e un po’ inventate, tramandando inconsapevolmente l’antica arte dell’affabulazione, se infine le famiglie patriarcali, realtà ancora presente nelle campagne italiane, tengono saldo il rapporto tra le generazioni proprio grazie al gusto del narrare, il secondo romanzo di Cristiano Cavina nasce di certo da questo contesto.
È infatti dal lungo racconto di nonna Cristina che il nostro protagonista conosce la storia italiana del Novecento così come l’hanno vissuta e interpretata i vari membri della sua famiglia e i tanti compaesani che in qualche modo entrano in relazione con i parenti che ha conosciuto o con quelli che se ne erano andati prima che lui nascesse. L’unico periodo che viene taciuto, perché non ci sono parole per dirlo è la guerra: “la guerra diventava un buco nero, un binario morto in una stazione fuori mano; uno spazio vuoto, un salto di riga nel bel mezzo di un libro”.
Poi la frenesia della ricostruzione del dopoguerra, con i palazzi che spuntavano dalle macerie in un attimo, le cooperative e le serate a veglia. E ancora la nascita della “zia Bella” e di quel maschiaccio di sua madre, gli anni Cinquanta, i grandi cambiamenti del boom, fino al successo sociale: uno zio capocameriere al Grand Hotel di Rimini che dopo anni, non si sa il perché, ritroveremo “eroico” vigile, quindi venditore di biciclette, e poi proprietario di boutique per rivederlo infine eremita in una roulotte. Anche a Purocielo, il paese in
 questione, arrivano gli echi del Sessantotto e le elezioni di quell’anno che avevano infiammato gli animi con tanto di scommesse nei bar) vedono riconfermata la giunta comunista che aveva governato il paese dal ‘46. Ecco le pagine dedicate agli anni Settanta dove è collocata la nascita del protagonista. Tanti dei personaggi indimenticabili di cui nonna Cristina aveva narrato le imprese se ne erano andati per sempre, ma continuavano a popolare la fantasia del bambino che cresceva in quella strana famiglia, in un luogo che sarebbe sempre stato abitato da tutte le persone che i racconti della nonna avevano reso vive per sempre.La passionalità è una delle caratteristiche dell’animo romagnolo, in politica come in amore, facile all’ira e alla riconciliazione, portato alla trasgressione e al gioco, sempre un po’ anarchico, sempre irriverente, insomma profondamente e allegramente libero. Così le tante figure che vivono in questo paese, così felliniane nella loro stravagante umanità, diventano parte di una grande famiglia che condivide sangiovese, balli serali e amori rubati e che, anche quando “si avviano”, modo garbato e rassicurante per definire la morte, non scompaiono mai del tutto: magia della parola (di una in particolare, Tolintesàc) che sa rendere eterno l’irrequieto estro dello zio Varo, l’energica determinazione di nonna Cristina, lo stravagante comportamento sentimentale di nonno Gustì (ma quanta saggezza nel commentare la notizia della gravidanza della figlia con un semplice “E che sarà mai”!), le cure magiche e gli esorcismi caserecci dell’Eremita di Valdifusa, lo zio Tarzan eroico nei suoi centocinquanta centimetri di altezza…

Di Grazia Casagrande


 

Quella volta a Purocielo, in camporella

Tolintesàc è parola del dialetto romagnolo che vale come ruvido invito a prender su e portare a casa. Parola liberatoria, grido trionfante, formula magica ed evocativa in cui restano impigliate la vita e la memoria di un intero paese, se è vero che Cristiano Cavina, trentunenne scrittore di Casola Valsenio (in provincia di Ravenna) intitola Nel Paese di Tolintesàc il suo secondo romanzo appena pubblicato da Marcos y Marcos.
Il paese di Tolintesàc è lo stesso paese dell’autore, che già aveva fatto da scenario al romanzo d’esordio, Alla Grande, dando vita a qualche eroe stralunato che un po’ assomiglia al Tonino Guerra più felliniano, un po’ ad un Lello Baldini meno metafisico. Anche se poi il paese di Tolintesàc resta un paese senza anagrafe e senza carte, un paese della fantasia e dell’invenzione che si chiama Purocielo, luogo di un’epica minore che resta possibile coltivare sul filo di antiche fantasie e corporalità.
Nessun magismo d’accatto, se Dio vuole, nessuna scopiazzatura di atmosfere di importazione latino-americana, che finiscono quasi sempre per essere rifrittura di espressività forzate, ma invece un bel suono d’impasti indigeni, che – come è appena il caso di ricordare – non significa affatto provinciali. L’epigrafe da Benjamin che legge e commenta Leskov è già un modo per indicare altre vie che non si riducono al piede di casa.
A narrare è un io che evoca il se stesso bambino senza padre, concepito in camporella (o, come qui è poeticamente detto, campagnolando), da una madre portalettere specialmente vocata al gusto e alla passione della terra. Non a questa madre, tuttavia, quell’io-bambino deve la sua infanzia piena di storie, ma alla nonnna Cristina, che se ne prende cura, allevando in lui – Sharazade al contrario che per salvare la vita non deve raccontare storie ma ascoltarle – una predisposizione alla evocazione di mondi rustici, vero serbatoio di una narratività orale, sghemba e favolosa.

 

Non si può dire la ricchezza dei personaggi che il romanzo riesce ad imbarcare nel suo andamento spezzato: una linea non progressiva che scompone i tempi e si affida ad un ritmo attentamente sincopato. Da un bisnonno portalettere e da un bisnonno contadino due progenie di fratelli, di sorelle, di figli, di zii, di zie, di parenti o semplicemente tipi buffi, figure avventizie, personaggi di una prosapia allargata, in cui si distinguono alcuni protagonisti e comprimari: il bellissimo nonno Gustì, donnaiolo nomade e rapace; lo zio Tarzan, ex partigiano deluso e comunista suo malgrado; zio Varo, allevato all’esempio di troppi strampalati per non farsi a sua volta una vita di straordinaria follia; zia Bella e il "bell’Antuàn"; la vedova Dal Cin, Bianchi "il Zoppo", il ladro volante Peppino Saltalamacchia, il rovinante cappuccino fra Piè.
Ma ciò che più conta, in ogni vita il marchio e il segno di un destino. Una saga minima che parte (del tutto tangenzialmente) dalla prima guerra mondiale e tra fascismo, seconda guerra e secondo dopoguerra, arriva a lambire l’altra estremità del cosiddetto secolo breve. Anche se a vincere non è tanto la volontà di dare un senso ai fatti della storia che restano fondali, ma il gusto di raccontare – tra dialetto demotico e lingua eletta – il sentimento di un mondo distante, l’evocazione di una lontananza definitiva, impastata di fatti comuni, di parole corali, di precetti memorabili come quello ("Tutti perdono qualcosa") che rappresenta il filo rosso dell’intera vicenda.
Nonostante qualche ristagno e qualche ripetitività, pagine di "scintillante tintinnio" capace di alternare e di mescolare registri diversi. Una gita a Monte Mauro (per vedere il mare di lontano), un convivio smisurato, un certame elettorale, un orto delle meraviglie, un intero paese a tener legato il lettore "con un groviglio di catene". Proprio come in una delle sentenze di nonna Cristina: la verità di una favola che suona come gli squilli di un carillon (o magari gli strilli di un meraviglioso orologio a cucù).

 

Giovanni Tesio
Tuttolilbri, La Stampa
 novembre 2005


Non so voi, ma io quando devo scrivere di un libro che ho letto e che mi è piaciuto molto, faccio fatica. Mi sembra di essere in debito: la lettura mi ha dato tanto e devo quindi ricambiare con una recensione all'altezza. Allora desisto subito e quando qualcuno mi chiede un consiglio gli dico di leggere assolutamente quel libro. Però non è giusto e quando Claudia di Marcos y Marcos mi ha chiesto cosa pensavo del nuovo libro di Cristiano Cavina, mi sono sentita in colpa. L'avevo letto da più di un mese e non l'avevo ancora segnalato. Mi faccio coraggio e vi dico: leggetelo!
Nel paese di Tolintesàc è un romanzo corale e insieme solitario: c'è un io narrante, bambino nato grazie alla forte volontà della madre e allevato da una schiera di nonni, zii, vicini, come succedeva solo una volta, soprattutto in campagna. Una famiglia allargatissima che è la vera protagonista della storia. 
Ma al di là della trama che lascio a voi, quello che mi ha colpito è la musica pacata, lineare e misurata del racconto, la cura delle parole, che non stonano mai. La scrittura denota una grande maturità, come anche la costruzione della storia, ricca di personaggi e situazioni, dove però il lettore non si perde mai.
Cristiano Cavina è riuscito in un'impresa molto difficile: rendere letteratura quella che è probabilmente la sua storia, le storie con cui è cresciuto e che gli accadono intorno, la sua terra, le voci e i gesti dentro cui è vissuto. Ed è stato talmente bravo da rendere impossibile una recensione all'altezza.

mantova.com


Home page