Cristiano Cavina
Recensioni
“Come molti miei coetanei, ero uno degli ultimi cresciuti in mezzo a gente che parlava in dialetto, e quello era il genere di parola che assomiglia a una miccia, una cosa da niente che riesce a innescare una bomba.
| Non è un caso che questo secondo romanzo di Cavina sia diventato, a poco tempo dalla sua uscita, già un caso letterario ( è alla seconda edizione e lo scrittore romagnolo lo presenterà in tutta Europa). Colpisce la freschezza di una scrittura garbata e vivace, le capacità narrative di un autore ultratrentenne alle prese con una sorta di spontanea, colorata autobiografia che diviene romanzo moderno. Protagonista un ragazzo figlio degli anni 70 e di un amore rapsodico e imprevisto sbocciato e finito in un campo di grano troppo assolato per non divenire invitante alcova, che cresce in un paese di provincia della sanguigna Romagna grazie ai racconti di una nonna chiacchierona, e sempre preda di mille ricordi quanto dispensatrice di continui aneddoti e personali esperienze di vita, e alle tenere attenzioni di una madre postina attiva quanto sognatrice nei suoi, | eternamente
bucolici, stati d'animo. Intorno a queste due figure centrali ruotano
tutta una serie di personaggi di famiglia, estrosi e in ogni caso
innamorati della vita che Cavina descrive con affettuoso
gusto dei particolari e divertita nostalgia. Tutto a Purocielo è
frizzante e sa di genuino, le parole ascoltate, i sorrisi accennati,
le risate fragorose, le dolci malinconie fanno parte della formazione
di un giovane che ha la fortuna di venir su in una famiglia dove il
calore umano, tra mille problemi, episodi e difficoltà, non viene
mai a mancare. Così come uno zio che ama gli eccessi e, come in un
sortilegio, appare e ricompare all'attenzione di tutti come testimone
dell'imprevedibile corso di una sana vita italiana di provincia che
non rinuncia alla sua memoria e alla sua autenticità un po'
guascona, sempre un po' romanticamente sopra le righe.
Pasquale Bottone |
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Tolintesàc, ovvero:
'Mettilo nel sacco'. Vi si racconta la
storia di una sgangherata famiglia
romagnola e del suo paese. La voce
narrante è quella di un ragazzino,
non ancora nato all'epoca dei fatti,
nipote della protagonista, Nonna
Cristina, attorno a cui ruota il libro,
raccontatore onnisciente, ma anche scorciato, che procede
per accelerazioni continue. |
L'umorismo
e l'ironia gli evitano il rischio di
strapaese, poiché l'orizzonte entro
cui avvengono le storie, Purocielo, è assai ristretto:
un buco di serratura da cui guardare con fantasia e
curiosità il mondo intero. Cristina è una nonna coi fiocchi, capace di rendere incerta la sua discendenza, quanto basta per assicurare alle storie il loro svolgimento, con una torma di zii, parenti, amici, tutte figurine ben delineate, a tratti bozzettistiche, a tratti più incise. La principale qualità di Cavina, come nel romanzo precedente, 'Alla grande', è il tocco leggero, l'economia dei mezzi e la capacità di far riempire dai lettori gli spazi lasciati vuoti. Un libro che piace e diverte: il 'sacco', di cui si parla nel titolo è anche quella parte del corpo dove, come il Cipputi di Altan, non vorremmo mai prenderlo. Ma, come racconta con brio Cavina, non sempre va così.
Marco Belpoliti |
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| Il paese di
Tolintesàc è un invenzione di Federico Fellini e viene preso in prestito
da un giovane narratore romagnolo, Cristiano Cavina, per il suo secondo
romanzo, dopo l’ottimo esordio, nel 2003, con Alla grande. Nel
mondo del regista e in particolare in quello evocato in Amarcord,
Cavina ritrova la possibilità di rendere epiche le gesta di persone
normali che conducono, nella loro straordinaria umanità, un’esistenza
altrettanto normale. Del resto lui quell’aria l’ha respirata da
sempre, essendo nato, nel 1974, in provincia di Ravenna. Dopo averci raccontato con voce secca e ingenua al contempo, sempre meravigliata, il mondo della periferia e delle case popolari, in questo Nel paese di Tolintesàc (Marcos y Marcos, pp. 272, 14,00 euro) ci racconta l’importanza del legame con il passato, quello dei nonni e di chi l’ha preceduto, certo che il suo compito è quello di essere pronto a completare la sua parte "in una missione difficile". Il romanzo diventa anche la storia di un rapporto straordinario con la nonna, quello del bambino protagonista che nasce senza padre, voluto dalla madre contro tutto e tutti. Mentre |
lei consegna la
posta nelle cascine, il bimbo resta con la nonna che parla e gli racconta
la straordinarietà delle sue storie e del suo passato. È un mondo di una mitologia particolare e contemporanea a rivivere in queste pagine dove, come in Amarcord, il racconto prende voce dalla poesia delle emozioni più semplici e indimenticate. La storia e la quotidianità, la guerra e le gite in collina con la Lambretta, le elezioni, gli anni Cinquanta e Sessanta tornano in un’ottica particolare, quella dello stupore. È questa la cifra stilistica di Cavina, che attraverso le figure della nonna e di un nipote ci invita a trovare la strada per giungere a un paese unico, popolato di una realtà fatta di esseri epici e sgangherati.
Fulvio Panzeri |
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L'altra Italia di Tolintesàc Se "gli altri" ti sembrano
addirittura "statue di porcellana" che vivono in un mondo fantastico,
semplicemente perché "in quel mondo non c'erano cambiali in protesto che
ti curvavano le spalle", mentre tu, persino "nel giorno del primo
ricevimento dei genitori della mia vita", a scuola,
vedi tua mamma "perfettamente sola", significa che hai molto sofferto
e molto hai da raccontare. Significa che soltanto tu e quelli come te possono
raccontare certe cose nel modo giusto, senza cioè scivolare nel melodramma o
sfinire il lettore a colpi di virtuosismi palabratici o annacquare
l'autenticità di storie che sembrano inventate oppure fornire occasione al
primo laureato che passa di definire "sfigato" il protagonista dei
tuoi racconti. |
molto dalla
prima, per ambientazione nitida, forza espressiva e profonda sensibilità. Come
quello, anche questo romanzo è "autobiograficissimo" e, come capita
ai grandi, John Fante per fare un esempio abusato, oltre a emozionare può
valere come e più di un libro di storia o di un'analisi politologica. Carlo Vulpio |
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Teo Lorini intervista
Cristiano Cavina 31 anni, originario di Casola Valsenio
in provincia di Ravenna, Cristiano Cavina ha frequentato come borsista
la scuola Holden. Dopo un romanzo breve (Una stagione da esordienti)
incluso nell’antologia Coda 2 di Transeuropa, è arrivato nel
2003, Alla grande, quello che lui
considera "il vero debutto" e che è uscito per i tipi di
Marcos y Marcos, lo stesso editore di questo Nel
paese di Tolintelsàc. |
amore". Ipnotizzato dall’incedere
di quell’elegante "italiano da Promessi Sposi" e di
un "dialetto italianizzato" brusco quanto efficace, il bambino
impara così a conoscere e ad affezionarsi a una schiera di parenti e
amici che la sua immaginazione trasfigura in personaggi eroicomici, come
quel disastro ambulante e giramondo dello zio Varo, oppure il fratello
del nonno, un Tarzan di centocinquanta centimetri. L’epos casalingo di
nonna Cristina procede per scarti, brevi accelerazioni e ripensamenti
che danno al romanzo una sincerità difficile da trovare e catturano
l’attenzione del lettore, costringendolo
a sincronizzarsi su un ritmo tutto nuovo, naturale e insieme inevitabile
come il respiro. E quando quel respiro rallenta, anche noi capiamo che
è perché la storia, come la sua narratrice, "si avviano",
naturalmente, inevitabilmente, a una fine che non è più così
difficile da accettare.
Continua... su Pulp di gennaio |
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| Cavina è un autore che non ha nulla da invidiare ad Ammaniti, o a Piperno, tantomeno a un Baricco, anzi è uno scrittore che, a differenza di molti romanzieri italiani concentrati sulla forma, ha vere storie da raccontare, una passione sfrenata per le storie. Ma alle spalle di Cristiano Cavina non ci sono trasmissioni televisive o spinte politiche e pubblicitarie, alle spalle di Cavina c’è una dignitosissima casa editrice sempre a caccia di nuovi autori "alternativi", che lavora con la speranza che il passaparola dei lettori porti al successo, seppur di nicchia, i propri libri. Quello che possiamo fare è segnalare con entusiasmo "Nel paese di Tolintesac", un romanzo che ci ha strappato non poche risate e un enorme sospiro nostalgico. Con "Alla grande" il tuttofare Cavina (perché se non riesci a vivere con ciò che scrivi ti tocca fare il pizzaiolo o lavorare dove capita) ci aveva sconquassato di risate raccontandoci la sua infanzia da pirata –supereroe, a cavallo di una fiammante bici da cross. In questo nuovo romanzo facciamo un balzo indietro sulle tracce dei suoi nonni e arriviamo a Purocielo, un paesino dell’Emilia, un microcosmo di valori da rimpiangere, abitato da stupefacenti antieroi da osteria: zio Varo, zio Tarzan, nonno Gustì, zia Bella, Bianchi il Zoppo, il bell’Antùan, Fosca la sorella poveretta… e mamma Nicolina che un giorno, "campagnolando", concepisce un bambino non si sa con chi. La famiglia si raduna per trovare una soluzione rapida e |
illegale al fattaccio, ma lei decide di
mettere al mondo il suo bambino. Qualche anno dopo, il bambino,
accucciato ai piedi di Nonna Cristina, apprende tutto ciò che la sua
famiglia, il suo paese, il mondo irrimediabilmente passato, hanno da
raccontargli. Nonna Cristina trasferisce al nipotino i suoi preziosi
ricordi e, indirettamente, i valori di un mondo che la nostra società
non ha saputo preservare dalla distruzione. Compito del narratore è
tramandare le gesta buffe e drammatiche di questi normalissimi eroi, di
consegnare alla memoria immortale la bistrattata storia del tempo in cui
gli uomini non morivano ma "si avviavano" e le gite in
lambretta per guardare il mare dall’alto di un colle ti riempivano il
cuore per anni, il tempo, insomma, in cui non esistevano piccole cose,
ne’ fuggevoli eventi, ma tutto aveva il suo giusto peso e a tutto era
consentito il tempo per diventare autentica leggenda. La poesia con cui
Cavina racconta Purocielo rende giustizia alla meravigliosa bellezza
delle piccole cose in cui vivono i grandi valori.
Paola Antoniali |
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| Se una delle
caratteristiche delle nostre campagne è la narrazione orale, se la sera
fino a non molti anni fa (e in tanti posti ancora oggi), anziani e giovani
si ritrovavano d’inverno intorno al camino e l’estate seduti davanti
alle case a raccontarsi storie un po’ vere e un po’ inventate,
tramandando inconsapevolmente l’antica arte dell’affabulazione, se
infine le famiglie patriarcali, realtà ancora presente nelle campagne
italiane, tengono saldo il rapporto tra le generazioni proprio grazie al
gusto del narrare, il secondo romanzo di Cristiano Cavina nasce di certo
da questo contesto. È infatti dal lungo racconto di nonna Cristina che il nostro protagonista conosce la storia italiana del Novecento così come l’hanno vissuta e interpretata i vari membri della sua famiglia e i tanti compaesani che in qualche modo entrano in relazione con i parenti che ha conosciuto o con quelli che se ne erano andati prima che lui nascesse. L’unico periodo che viene taciuto, perché non ci sono parole per dirlo è la guerra: “la guerra diventava un buco nero, un binario morto in una stazione fuori mano; uno spazio vuoto, un salto di riga nel bel mezzo di un libro”. Poi la frenesia della ricostruzione del dopoguerra, con i palazzi che spuntavano dalle macerie in un attimo, le cooperative e le serate a veglia. E ancora la nascita della “zia Bella” e di quel maschiaccio di sua madre, gli anni Cinquanta, i grandi cambiamenti del boom, fino al successo sociale: uno zio capocameriere al Grand Hotel di Rimini che dopo anni, non si sa il perché, ritroveremo “eroico” vigile, quindi venditore di biciclette, e poi proprietario di boutique per rivederlo infine eremita in una roulotte. Anche a Purocielo, il paese in |
questione,
arrivano gli echi del Sessantotto e le elezioni di quell’anno che
avevano infiammato gli animi con tanto di scommesse nei bar) vedono
riconfermata la giunta comunista che aveva governato il paese dal ‘46.
Ecco le pagine dedicate agli anni Settanta dove è collocata la nascita
del protagonista. Tanti dei personaggi indimenticabili di cui nonna
Cristina aveva narrato le imprese se ne erano andati per sempre, ma
continuavano a popolare la fantasia del bambino che cresceva in quella
strana famiglia, in un luogo che sarebbe sempre stato abitato da tutte le
persone che i racconti della nonna avevano reso vive per sempre.La
passionalità è una delle caratteristiche dell’animo romagnolo, in
politica come in amore, facile all’ira e alla riconciliazione, portato
alla trasgressione e al gioco, sempre un po’ anarchico, sempre
irriverente, insomma profondamente e allegramente libero. Così le tante
figure che vivono in questo paese, così felliniane nella loro stravagante
umanità, diventano parte di una grande famiglia che condivide sangiovese,
balli serali e amori rubati e che, anche quando “si avviano”, modo
garbato e rassicurante per definire la morte, non scompaiono mai del
tutto: magia della parola (di una in particolare, Tolintesàc) che
sa rendere eterno l’irrequieto estro dello zio Varo, l’energica
determinazione di nonna Cristina, lo stravagante comportamento
sentimentale di nonno Gustì (ma quanta saggezza nel commentare la notizia
della gravidanza della figlia con un semplice “E che sarà mai”!), le
cure magiche e gli esorcismi caserecci dell’Eremita di Valdifusa, lo zio
Tarzan eroico nei suoi centocinquanta centimetri di altezza… Di Grazia Casagrande |
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Quella volta a Purocielo, in camporella Tolintesàc è parola del
dialetto romagnolo che vale come ruvido invito a prender su e portare a
casa. Parola liberatoria, grido trionfante, formula magica ed evocativa
in cui restano impigliate la vita e la memoria di un intero paese, se è
vero che Cristiano Cavina, trentunenne scrittore di Casola Valsenio (in
provincia di Ravenna) intitola Nel Paese di Tolintesàc il suo
secondo romanzo appena pubblicato da Marcos y Marcos. |
Non si può dire la
ricchezza dei personaggi che il romanzo riesce ad imbarcare nel suo
andamento spezzato: una linea non progressiva che scompone i tempi e si
affida ad un ritmo attentamente sincopato. Da un bisnonno portalettere e
da un bisnonno contadino due progenie di fratelli, di sorelle, di figli,
di zii, di zie, di parenti o semplicemente tipi buffi, figure
avventizie, personaggi di una prosapia allargata, in cui si distinguono
alcuni protagonisti e comprimari: il bellissimo nonno Gustì, donnaiolo
nomade e rapace; lo zio Tarzan, ex partigiano deluso e comunista suo
malgrado; zio Varo, allevato all’esempio di troppi strampalati per non
farsi a sua volta una vita di straordinaria follia; zia Bella e il
"bell’Antuàn"; la vedova Dal Cin, Bianchi "il
Zoppo", il ladro volante Peppino Saltalamacchia, il rovinante
cappuccino fra Piè.
Giovanni Tesio |
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Non so voi, ma io quando devo scrivere di
un libro che ho letto e che mi è piaciuto molto, faccio fatica. Mi
sembra di essere in debito: la lettura mi ha dato tanto e devo quindi
ricambiare con una recensione all'altezza. Allora desisto subito e
quando qualcuno mi chiede un consiglio gli dico di leggere assolutamente
quel libro. Però non è giusto e quando Claudia di Marcos y Marcos
mi ha chiesto cosa pensavo del nuovo libro di Cristiano Cavina,
mi sono sentita in colpa. L'avevo letto da più di un mese e non l'avevo
ancora segnalato. Mi faccio coraggio e vi dico: leggetelo! Nel paese di Tolintesàc è un romanzo corale e insieme solitario: c'è un io narrante, bambino nato grazie alla forte volontà della madre e allevato da una schiera di nonni, zii, vicini, come succedeva solo una volta, soprattutto in campagna. Una famiglia allargatissima che è la vera protagonista della storia. |
Ma al di là della trama che lascio a voi,
quello che mi ha colpito è la musica pacata, lineare e misurata del
racconto, la cura delle parole, che non stonano mai. La scrittura denota
una grande maturità, come anche la costruzione della storia, ricca di
personaggi e situazioni, dove però il lettore non si perde mai. Cristiano Cavina è riuscito in un'impresa molto difficile: rendere letteratura quella che è probabilmente la sua storia, le storie con cui è cresciuto e che gli accadono intorno, la sua terra, le voci e i gesti dentro cui è vissuto. Ed è stato talmente bravo da rendere impossibile una recensione all'altezza. mantova.com |