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Stefania
Nardini Morte
alla fine del mondo. E’
una di quelle storie che soltanto chi é giornalista « dentro » ha la
capacità di esplorare fino in fondo. Leila Guerriero infatti è una
giornalista. Una giornalista argentina, che un giorno sente parlare di un
luogo alla fine del mondo dove la gente si uccide. Ci va Leila.Va a Las
Heras, in provincia di Santa Cruz, luogo sperduto della Patagonia dove ti
fa compagnia solo il vento. Ci va. Parla con la gente, sfida le
diffidenze, mette in azione tutta la sua sensibilità e la verità è
davanti a lei : a Las Heras ci si suicida. E lo si fa in un giorno
qualsiasi, senza avvertimenti, inserendo quell’appuntamento con la morte
nel programma di una quotidianità trascinata dal tempo .A Las Heras ci si
ammazza. E nessun giornale dice una parola. A Las Heras si procrea
facilmente, come fosse il passo che “deve” precedere un matrimonio o
un ‘unione. E poi stop! Una corda al collo. |
Un grande sogno: bar, bordelli, gente di passaggio, un vertiginoso aumento della popolazione. Una Eldorado che perde rapidamente pezzi negli anni novanta con la riduzione del personale, il subappalto dei lavori, la disoccupazione. Se ne vanno tutti da Las Heras. A restarci sono quelli che c’erano inizialmente. Ma non hanno nulla. Solo il vento. Solo vite bruciate da violenze. Donne che fuggono da maltrattamenti o condannate a stare chiuse in casa. E tanta morte nello spazio di pochi mesi.<Nell’ottobre del 1999 – racconta la Guerriero – i morti erano nove, il comune promosse la linea di aiuto al suicida. A novembre alcune donne cattoliche crearono un gruppo di aiuto…. Di tutto cio’ quasi niente è ancora in piedi>.“Suicidi in capo al mondo”, questo il titolo del libro in cui Leila Guerriero ha raccontato questa storia (ed. Marcos Y Marcos). Un libro che è un manifesto al diritto all’informazione e al come è giusto che l’informazione sia uno strumento umano di denuncia. Ma i suicidi a Las Heras sono continuati. Nel 2005 si uccidono nello spazio di due mesi quattro persone mentre i disoccupati continuano le loro occupazioni nelle sedi delle compagnie petrolifere. Il libro si chiude col suicidio di Pedro Parada, un uomo di settantadue anni. E adesso? <Oggi il paese guarda verso il futuro con speranze, convinto che con lavoro e sacrificio il nostro suolo ha ancora molto da poter dare>. E’ scritto cosi’ nel sito ufficiale del comune di Las Heras in questo ottobre 2007. E se “di un suicida non si ha pietà”, come cantava De André, alla “fine del mondo” non contano neanche i numeri. Come dire che è la fine di tutto .
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booksblog.it Qualche giorno fa si è parlato su Booksblog di un’antologia di racconti dedicati ai suicidi (falliti, in questo caso). L’argomento del suicidio non è sicuramente nuovo in letteratura, ma può dare vita a innumerevoli variazioni sul tema.
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Qui
Touring
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Maurizio
Stefanini Il Foglio Quotidiano settembre 2007 A Las Heras, centro petrolifero nella Patagonia argentina, il 31 dicembre 1999 “Juan Gutiérrez, ventisette anni, celibe, senza figli, buon calciatore” nel mezzo della kermesse per il nuovo millennio “capì che non voleva continuare a vivere. Alle sei del mattino, con la testa che gli girava per il troppo bere, umido per la pioggerellina dell’alba di quella che sarebbe stata una giornata radiosa, bussò alla porta della madre”. “Chiese da mangiare, e mangiò”. Poi “fuori di sé, uscì di nuovo”. Quando la madre corse a cercarlo, “penzolava come un frutto maturo da un cavo della luce, nel bel mezzo della strada. Erano le sette e un quarto del mattino”. Las Heras fa festa lo stesso. In altri dodici si sono suicidati, a partire al marzo del 1997, e la gente ci ha fatto il callo, pur confezionando fosche leggende su sette sataniche o maledizioni dei “troppo indios sepolti nella zona”. Ma sui giornali della capitale quella strage non fa notizia: fin quando Leila Guerriero, cronista tignosa, non decide di indagarci sopra. “Il vento alzava nuvolini di polvere, sferzava le facciate delle case basse e tutte le finestre erano chiuse”, il giorno del suo arrivo. Parla col fratello della prima suicida, fotografo della rivista |
locale.
Le mostra raccapriccianti immagini di delitti e tragedie. Poi la zia del
secondo suicida, un orfano che si toglieva dal collo la croce perché i
compagni lo prendevano in giro. E col padre del ragazzo da cui la terza
suicida aveva avuto un figlio, e che come impresario di pompe funebri è l’unico ad aver tenuto la lista dei morti. La quarta era la fidanzata del fratello della terza; il quinto un 85enne; il sesto un impiegato. Poi ancora il bagnino della piscina comunale; il figlio dell’ultima donna che il bagnino aveva salvato; un 21enne arrabbiato; un funzionario travolto da uno scandalo;un allenatore di calcio. La madre di Juan Gutiérrez si è intanto convertita ai Testimoni di Geova, nella speranza che dopo il Giudizio universale Geova le restituirà il figlio. Leila parla pure con Cecilia, a sua volta diventata Testimone di Geova dopo essere stata “meretrice”, come lei spiega con un linguaggio biblico; e con l’insegnante gay Pedro; e con la tenutaria di bordello Naty; e col dj Ricciolo. Storie di solitudine, di miseria, di discriminazione, di lontananza, di un luogo dove “il tempo è un fiume di pietra e ciò che conta è drammaticamente altrove”. Il reportage diventa un bestseller in Sudamerica. Ma la ragione vera dell’epidemia dei suicidi in capo al mondo, non salta fuori. Anzi, dopo il ritorno di Leila a Buenos Aires, le e-mail di Ricciolo parlano di nuovi suicidi. Numero tredici, quattordici, quindici.
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National
Geographic agosto 2007 AMARA PATAGONIA Tra il 1997 e il 1999, un’ondata di
suicidi ha sconvolto Las Heras, minuscolo villaggio della Patagonia
argentina. |
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Gabriela
Lotto Corriere della Sera agosto 2007 Quell' angolo di Patagonia dove nei giovani si spegne anche la voglia di vivere Las Heras, nel profondo sud della Patagonia. Un posto sperduto ai confini del mondo. In quel paesino, il 23 agosto 1999, il giovane Ricardo Barrios entrò in casa e disse alla madre che, se non avesse lasciato il patrigno, si sarebbe ammazzato. «E allora fallo», fu la laconica risposta di lei. Un caso di indifferenza familiare, sia pure estrema, o una vera e propria istigazione al suicidio? Neppure Leila Guerriero, l' autrice di questo singolare libro in cui si racconta un caso di suicidi a catena commessi in un lembo estremo del mondo, sembra dare una risposta definitiva. Eppure è proprio questo incredibile fenomeno di contagio che colpisce gli adolescenti, ciò che prende alla gola e spiega il successo di Suicidi in capo al mondo, pubblicato a Buenos Aires due anni fa e subito entrato tra i best seller. La Guerriero, giornalista del quotidiano La Nacion, scoprì per caso, su internet, l’esistenza di Las Heras e l’inquietante caso dei suicidi. Di lì nacque l’inchiesta. Arrivata sul posto in un giorno d’autunno, si trovò in un paese fantasma, battuto |
dal
vento, e ne percepì tutta la desolazione, simile a un contagio capace di
insinuarsi nelle case e aprirsi una via nelle menti e nei cuori dei
giovani. Una ventina di suicidi che sullo sfondo avevano una pastorizia
soverchiata dalla scoperta del petrolio. La febbre per l’oro nero porta
a Las Heras avventurieri e bordelli, al posto di contadini e dei loro
campi, whisky accanto al mate, il tipico infuso locale. E poi ragazze
madri di quindici anni, gay in fuga dalla polizia, disoccupati cronici,
lotte politiche tra peronisti e oppositori, inutili associazioni di
volontari desiderosi di dare una mano ai disperati già sull’orlo del
suicidio. Alcuni finiscono con l’abbarbicarsi a una speranza folle: dopo
l’inevitabile apocalisse, Dio riporterà in vita i suicidi, sicché un
giorno ritorneranno a mangiare e dormire nei loro letti… Ombre da film
dell’orrore, con voci persecutorie su sette che inducono al suicidio,
maledizioni di indios sepolti, liste di predestinati… Al termine del
libro, l’autrice lamenta lo scandalo più grande: il silenzio
dell’Argentina “civile”. La notizia dei suicidi da “depressione
collettiva” – come li definisce uno psichiatra – non arriverà mai
alla cronaca nazionale. Quando i suicidi riprenderanno, la giornalista sarà ormai tornata a Buenos Aires. Ma nulla saprà l’opinione pubblica, almeno fino all’uscita del libro. O fino a quando tutti leggeranno di un caso giapponese: il suicidio di nove persone a cento chilometri da Tokyo. Ma su Las Heras, lontana eppure tanto più vicina, neppure una riga.
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Sabine
Bertagna Future Magazine luglio 2007 Si parte da una cartina geografica per capire che siamo veramente in capo al mondo, a Las Heras, profondo Sud dell’Argentina e si prosegue con stralci dei fatti di cronaca, che ricalcano con ritmo inquietante la stessa logica di sangue. In quel piccolo paese toccato da un fortunato periodo petrolifero e ricaduto poi |
successivamente
nella crisi della disoccupazione si sono registrati in pochi anni ventidue
suicidi di giovani. Apparentemente non c’è una causa comune che lega
queste vite spezzate, anche se sono sparite tutte allo stesso modo, in
religiosa simbiosi. L’indagine, piena di polvere e di dubbi, lascia spazio alla voce della gente e racconta, come in un romanzo, i sogni non realizzati e le paure sussurrate al vento, nella speranza che qualcuno le ascoltasse. |
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Gian
Paolo Serino Rolling Stone agosto 2007 31 dicembre 1999, Las Heras, Santa Crus: manca un soffio al duemila e Juan Gutiérrez, 27 anni, celibe, senza figli, decide di suicidarsi. La sua è una scelta inspiegabile: in apparenza non c’è niente che giustifichi il gesto estremo. Quello che è inquietante è che Gutiérrez è il dodicesimo cittadino di Las Heras, alcuni dicono il ventesimo, a togliersi la vita in pochi mesi. In questa manciata di terra, in quella
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Patagonia argentina lontana dalle mappe turistiche, Eldorado del petrolio negli anni 80, ci sono troppe circostanze poco chiare. Leila Guerriero, giornalista d’inchiesta, decide di partire da Buenos Aires per Las Heras e di raccontare i misteri che avvolgono questa piccola cittadina. Con la tensione di un thriller e il respiro incalzante di un reportage “a sangue freddo”, Leila Guerriero ci conduce ai confini del “Grande Vuoto”, là dove “il tempo è un fiume di pietra e ciò che conta è altrove”, consegnandoci pagine d’inquietudine che rimangono anche a libro chiuso e che ricordano da vicino le atmosfere raccontate dal miglior Truman Capote. |
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Laura
Pariani Oro nero a Las Heras Storia di un piccolo paese della Patagonia trasformato dalla scoperta del petrolio. Boom economico prima, disoccupati e suicidi poi. Esistenze vuote e su tutto un velo di polvere. La provincia patagonica
di Santa Cruz, governata dal 1991 al 2003 da Nestor Kirchner, poi divenuto
presidente dell’Argentina, è universalmente famosa per le bellezze del
ghiacciaio Perito Moreno. Ma non è della Santa Cruz decantata dai turisti
stranieri che parla l’intenso reportage di Leila Guerriero (Suicidi
in capo al mondo, Marcos y Marcos). Siamo infatti a Las Heras, la zona
dei pozzi petroliferi: desolatamente piatta e arida. Cespugli spinosi come
unica vegetazione . Quando il primo insediamento sorse, all’inizio del
Novecento, le pecore erano la sola risorsa: animali col vello pesante,
adatti a sopravvivere a un territorio inospitale dove un vento
impressionante scartavetra ogni cosa a cento chilometri l’ora e la terra
si sgretola a venti gradi sottozero.
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Il
paradiso economico si sgonfiò in un attimo: l’occupazione calò
bruscamente, molti furono costretti a far di nuovo le valigie, parecchie
case restarono vuote; inoltre aumentarono in maniera impressionante gli
incidenti sul lavoro e cominciò una serie di scioperi durissimi, a volte
sanguinosi. Questa è la situazione descritta da Leila Guerriero nel suo
viaggio del 2002, compiuto nella volontà di indagare sull’alto numero
di giovani di Las Heras che negli ultimi anni si è tolta la vita. Per esempio, Liliana, vent’anni, sposata: si è sparata un colpo di revolver alla tempia, prima di cena. Monica, diciott’anni, studentessa: è andata a comprarsi una scatola di cioccolatini, si è buttata sul letto ad ascoltare musica e si è sparata col fucile da caccia del padre. Luis, diciott’anni, preparava l’esame di ammissione a Medicina: si è impiccato con il fil di ferro nel capannone del nonno. Carolina, diciannove anni, nubile con un figlio: stava preparandosi a una festa serale, si è strangolata con una cintura legata al letto a castello del suo bambino. Elizabeth, vent’anni, fidanzata: preparava la cena, si è impiccata nel vano della porta. Juan, ventisette anni, celibe, buon calciatore: si è impiccato a un palo della luce… E’ tremenda la via crucis di questa Patagonia vuota e sconosciuta ai turisti, che la Guerriero racconta con voce sensibile e al tempo stesso asciutta. I numeri parlano da soli: Las Heras ha attualmente 8400 abitanti, quasi la metà sotto i diciott’anni.. dei maggiorenni, la metà lavora nell’industria petrolifera, gli altri sono disoccupati. Rimanere incinte a quindici anni, senza prospettive di matrimonio, e diventare nonne a quaranta è la regola per le donne. Un unico istituto scolastico superiore: privato, con materie che riguardano esclusivamente l’industria petrolifera; se si vuole studiare altro bisogna andarsene. Niente cinema, niente edicole, niente internet (perlomeno fino al 2004), una linea telefonica che più volte al giorno si interrompe a causa del vento. Una vita vuota: si sta tappati in casa, visto che non esiste una piazza, né punti di ritrovo comuni. E, su tutto, un velo grigio di polvere. Se sei giovane e non sei forte, non resisti. Da qui un tasso spaventosamente alto di alcolismo e di suicidi tra i ragazzi. Certo la gente fa fatica ad accettare che i propri figli fuggano in questo modo dalla vita che gli adulti hanno scelto per sé, quando negli anni Settanta immigrarono spinti dal miraggio della ricchezza facile. Preferiscono dare la colpa dei suicidi agli antichi cimiteri indios della zona o all’influenza di sette sataniche. Ché per una piccola comunità è sempre più facile buttare la colpa a elementi esterni, piuttosto che riflettere sul senso di questa provvisorietà che si respira in questa Patagonia priva di radici, segnata dalla sindrome della valigia sempre pronta dietro la porta. Perché Las Heras è il Sud del mondo. Un Sud da cui tutto è lontano. Un Sud dove la brutalità naturale del paesaggio e la solitudine storica hanno determinato una situazione asfittica di perdita della vitalità. E la giovane generazione, a cui sono state date in eredità solo apatia e mancanza di senso, ha trovato l’unica via d’uscita nella morte volontaria. |
| Benedetta
Marietti D lib luglio 2007 Patagonia da morire Come mai ha deciso di parlare di suicidi? Sono sempre stata una cacciatrice
solitaria di storie, soprattutto quelle che spingono il lettore a porsi
delle domande. Las Heras mi ha interessato perché è un luogo che
riassume la storia dell’Argentina degli ultimi vent’anni: crescita
senza pianificazione, privatizzazione, disoccupazione, isolamento, oblio,
indifferenza. La negazione del luogo comune diffusa tra gli abitanti di
Buenos Aires, che considerano le cittadine di provincia luoghi tranquilli
dove tutti sono buoni e felici. Las Heras non è tranquilla né felice. |
Lei
la descrive infatti come un luogo molto difficile, a volte troppo
difficile per vivere...
I suicidi fra giovani avvengono anche altrove, ma a Las Heras, al brutto clima e all’isolamento si aggiunge il sentimento che tutto questo sia naturale: la gente che vive lì pensa che disoccupazione, blackout, suicidi siano cose “normali”, che avvengono dappertutto. Non vogliono chiedersi perché proprio lì succede ciò che succede. Sembra una trappola mortale. Gli abitanti di Las Heras immaginano che Buenos Aires sia una città pericolosissima dove si gira con caschi da guerra e giubbotti antiproiettile perché hanno notizie della capitale solo dalla televisione. Ma più pericoloso dell’isolamento geografico è l’immutabilità del passato. La gente di Las Heras sarà sempre quello che è stata: la puttana, il pazzo, l’ubriacone rimarranno sempre gli stessi, non potranno cambiare. Il paese non offre una seconda possibilità. Che cosa si potrebbe fare per cambiare questo stato di cose? Dovrebbe cambiare tutto: l’Argentina
non dovrebbe essere un enorme territorio deserto con una capitale
superpopolata che si interessa solo a se stessa. In una parola, avremmo
bisogno di un miracolo. |
| Valeria
Parrella Grazia luglio 2007 Dalla Patagonia, una Spoon River
argentina |