LEILA GUERRIERO
Suicidi in capo al mondo


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Future Magazine
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Stefania Nardini
Corriere dell'Umbria
ottobre 2007

Morte alla fine del mondo.
Catena di suicidi in Patagonia. Un libro-verità contro un muro di silenzi 

E’ una di quelle storie che soltanto chi é giornalista « dentro » ha la capacità di esplorare fino in fondo. Leila Guerriero infatti è una giornalista. Una giornalista argentina, che un giorno sente parlare di un luogo alla fine del mondo dove la gente si uccide. Ci va Leila.Va a Las Heras, in provincia di Santa Cruz, luogo sperduto della Patagonia dove ti fa compagnia solo il vento. Ci va. Parla con la gente, sfida le diffidenze, mette in azione tutta la sua sensibilità e la verità è davanti a lei : a Las Heras ci si suicida. E lo si fa in un giorno qualsiasi, senza avvertimenti, inserendo quell’appuntamento con la morte nel programma di una quotidianità trascinata dal tempo .A Las Heras ci si ammazza. E nessun giornale dice una parola. A Las Heras si procrea facilmente, come fosse il passo che “deve” precedere un matrimonio o un ‘unione. E poi stop! Una corda al collo.
E si uccidono soprattutto giovani. Tanti. In pochi mesi una ventina. Ma siamo solo nel 2002, anno in cui la giornalista va in questo paese di circa 8 mila abitanti in preda a una forma di depressione collettiva. Le storie raccolte dalla Guerriero decifrano quel mal sottile che viene grossolanamente interpretato come disegno di una setta con tanto di lista “nera”. Ma di nero, in tutta questa storia c’è il petrolio, che negli anni ’70 diventa una vera e propria febbre, ma anche terremoto sociale che sconvolge quella che era una piccola colonia.

Un grande sogno: bar, bordelli, gente di passaggio, un vertiginoso aumento della popolazione. Una Eldorado che perde rapidamente pezzi negli anni novanta con la riduzione del personale, il subappalto dei lavori, la disoccupazione. Se ne vanno tutti da Las Heras. A restarci sono quelli che c’erano inizialmente. Ma non hanno nulla. Solo il vento. Solo vite bruciate da violenze. Donne che fuggono da maltrattamenti o condannate a stare chiuse in casa. E tanta morte nello spazio di pochi mesi.<Nell’ottobre del 1999 – racconta la Guerriero – i morti erano nove, il comune promosse la linea di aiuto al suicida. A novembre alcune donne cattoliche crearono un gruppo di aiuto…. Di tutto cio’ quasi niente è ancora in piedi>.“Suicidi in capo al mondo”, questo il titolo del libro in cui Leila Guerriero ha raccontato questa storia (ed. Marcos Y Marcos). Un libro che è un manifesto al diritto all’informazione e al come è giusto che l’informazione sia uno strumento umano di denuncia. Ma i suicidi a Las Heras sono continuati. Nel 2005 si uccidono nello spazio di due mesi  quattro persone mentre i disoccupati continuano le loro occupazioni nelle sedi delle compagnie petrolifere.

Il libro si chiude col suicidio di  Pedro Parada, un uomo di settantadue anni.

E adesso?  <Oggi il paese guarda verso il futuro con speranze, convinto che con lavoro e sacrificio il nostro suolo ha ancora molto da poter dare>. E’ scritto cosi’ nel sito ufficiale del comune di Las Heras in questo ottobre 2007. E se “di un suicida non si ha pietà”, come cantava De André, alla “fine del mondo” non contano neanche i numeri. Come dire che è la fine di tutto .

 

 

booksblog.it
ottobre 2007

Qualche giorno fa si è parlato su Booksblog di un’antologia di  racconti dedicati ai suicidi (falliti, in questo caso). L’argomento  del suicidio non è sicuramente nuovo in letteratura, ma può dare vita  a innumerevoli variazioni sul tema.


Da Marcos y Marcos è uscito un romanzo della scrittrice argentina  Leila Guerriero, Suicidi in capo al mondo, in cui la scoperta di una  serie di giovani e giovanissimi che si sono tolti la vita nel giro di  pochi mesi nel paesino di Las Heras, nella Patagonia argentina, crea  il presupposto per una ricerca delle ragioni alla base di questi  gesti e per un’analisi sulla condizione sociale di quelle persone e 
della società argentina in generale, passata dalle grandi speranze di  un futuro migliore alla più cocente delle disillusioni.
Il taglio di ricerca quasi giornalistica dato al libro è sostenuto da  un ritmo di narrazione da thriller, in cui la molteplicità dei  personaggi coinvolti dà vita a una polifonia di voci e di caratteri  che, attraverso la penna della narratrice, restituisce al lettore la  vita dei giovani suicidi. Un testo coinvolgente e molto forte che dà  un quadro vivido e sentito della società argentina dei nostri giorni.

Qui Touring
ottobre 2007

Per chi viaggia la Patagonia è il sogno di Chatwin. Per chi ci vive è solo l’estrema periferia del Sudamerica. A Las Heras, paese di ottomila anime, in pochi mesi si sono tolti la vita dodici giovani. Perché? L’autrice va sul posto ad ascoltare le parole dei vivi e quelle dei morti, in cerca di risposte. Ne nasce questo reportage coinvolto e coinvolgente, che racconta il dramma di un piccolo angolo di mondo, così lontano, così vicino.

«Questo era il Sud. Il Sud dell’Argentina, ma anche del mondo. Il fondo, il confine, il posto da cui tutto è lontano e viceversa. Soprattutto viceversa.»

 

Maurizio Stefanini
Il Foglio Quotidiano
settembre 2007

A Las Heras, centro petrolifero nella Patagonia argentina, il 31 dicembre 1999 “Juan Gutiérrez, ventisette anni, celibe, senza figli, buon calciatore” nel mezzo della kermesse per il nuovo millennio “capì che non voleva continuare a vivere. Alle sei del mattino, con la testa che gli girava per il troppo bere, umido per la pioggerellina dell’alba di quella che sarebbe stata una giornata radiosa, bussò alla porta della madre”. “Chiese da mangiare, e mangiò”. Poi “fuori di sé, uscì di nuovo”. Quando la madre corse a cercarlo, “penzolava come un frutto maturo da un cavo della luce, nel bel mezzo della strada. Erano le sette e un quarto del mattino”. Las Heras fa festa lo stesso. In altri dodici si sono suicidati, a partire al marzo del 1997, e la gente ci ha fatto il callo, pur confezionando fosche leggende su sette sataniche o maledizioni dei “troppo indios sepolti nella zona”.
Ma sui giornali della capitale quella strage non fa notizia: fin quando Leila Guerriero, cronista tignosa, non decide di indagarci sopra. “Il vento alzava nuvolini di polvere, sferzava le facciate delle case basse e tutte le finestre erano chiuse”, il giorno del suo arrivo. Parla col fratello della prima suicida, fotografo della rivista 
locale. Le mostra raccapriccianti immagini di delitti e tragedie. Poi la zia del secondo suicida, un orfano che si toglieva dal collo la croce perché i compagni lo prendevano in giro. E col padre del ragazzo da cui la terza suicida aveva avuto un 
figlio, e che come impresario di pompe funebri è l’unico ad aver tenuto la lista dei morti. La quarta era la fidanzata del fratello della terza; il quinto un 85enne; il sesto un impiegato. Poi ancora il bagnino della piscina comunale; il figlio dell’ultima donna che il bagnino aveva salvato; un 21enne arrabbiato; un funzionario travolto da uno scandalo;un allenatore di calcio. La madre di Juan Gutiérrez si è intanto convertita ai Testimoni di Geova, nella speranza che dopo il Giudizio universale Geova le restituirà il figlio. Leila parla pure con Cecilia, a sua volta diventata Testimone di Geova dopo essere stata “meretrice”, come lei spiega con un linguaggio biblico; e con l’insegnante gay Pedro; e con la tenutaria di bordello Naty; e col dj Ricciolo. Storie di solitudine, di miseria, di discriminazione, di lontananza, di un luogo dove “il tempo è un fiume di pietra e ciò che conta è drammaticamente altrove”. Il reportage diventa un bestseller in Sudamerica. Ma la ragione vera dell’epidemia dei suicidi in capo al mondo, non salta fuori. Anzi, dopo il ritorno di Leila a Buenos Aires, le e-mail di Ricciolo parlano di nuovi suicidi. Numero tredici, quattordici, quindici.

 

National Geographic
agosto 2007

AMARA PATAGONIA

Tra il 1997 e il 1999, un’ondata di suicidi ha sconvolto Las Heras, minuscolo villaggio della Patagonia argentina.
Colpa della crisi economica? O magari del vento e del buoi australe? Reportage narrativo da un luogo spettrale.

Gabriela Lotto
Corriere della Sera

agosto 2007

Quell' angolo di Patagonia dove nei giovani si spegne anche la voglia di vivere

Las Heras, nel profondo sud della Patagonia. Un posto sperduto ai confini del mondo. In quel paesino, il 23 agosto 1999, il giovane Ricardo Barrios entrò in casa e disse alla madre che, se non avesse lasciato il patrigno, si sarebbe ammazzato. «E allora fallo», fu la laconica risposta di lei. Un caso di indifferenza familiare, sia pure estrema, o una vera e propria istigazione al suicidio? Neppure Leila Guerriero, l' autrice di questo singolare libro in cui si racconta un caso di suicidi a catena commessi in un lembo estremo del mondo, sembra dare una risposta definitiva. Eppure è proprio questo incredibile fenomeno di contagio che colpisce gli adolescenti, ciò che prende alla gola e spiega il successo di Suicidi in capo al mondo, pubblicato a Buenos Aires due anni fa e subito entrato tra i best seller. La Guerriero, giornalista del quotidiano La Nacion, scoprì per caso, su internet, l’esistenza di Las Heras e l’inquietante caso dei suicidi. Di lì nacque l’inchiesta. Arrivata sul posto in un giorno d’autunno, si trovò in un paese fantasma, battuto 

dal vento, e ne percepì tutta la desolazione, simile a un contagio capace di insinuarsi nelle case e aprirsi una via nelle menti e nei cuori dei giovani. Una ventina di suicidi che sullo sfondo avevano una pastorizia soverchiata dalla scoperta del petrolio. La febbre per l’oro nero porta a Las Heras avventurieri e bordelli, al posto di contadini e dei loro campi, whisky accanto al mate, il tipico infuso locale. E poi ragazze madri di quindici anni, gay in fuga dalla polizia, disoccupati cronici, lotte politiche tra peronisti e oppositori, inutili associazioni di volontari desiderosi di dare una mano ai disperati già sull’orlo del suicidio. Alcuni finiscono con l’abbarbicarsi a una speranza folle: dopo l’inevitabile apocalisse, Dio riporterà in vita i suicidi, sicché un giorno ritorneranno a mangiare e dormire nei loro letti… Ombre da film dell’orrore, con voci persecutorie su sette che inducono al suicidio, maledizioni di indios sepolti, liste di predestinati… Al termine del libro, l’autrice lamenta lo scandalo più grande: il silenzio dell’Argentina “civile”. La notizia dei suicidi da “depressione collettiva” – come li definisce uno psichiatra – non arriverà mai alla cronaca nazionale.
Quando i suicidi riprenderanno, la giornalista sarà ormai tornata a Buenos Aires. Ma nulla saprà l’opinione pubblica, almeno fino all’uscita del libro. O fino a quando tutti leggeranno di un caso giapponese: il suicidio di nove persone a cento chilometri da Tokyo. Ma su Las Heras, lontana eppure tanto più vicina, neppure una riga.

 

Sabine Bertagna
Future Magazine
luglio 2007

Si parte da una cartina geografica per capire che siamo veramente in capo al mondo, a Las Heras, profondo Sud dell’Argentina e si prosegue con stralci dei fatti di cronaca, che ricalcano con ritmo inquietante la stessa logica di sangue. In quel piccolo paese toccato da un fortunato periodo petrolifero e ricaduto poi 
successivamente nella crisi della disoccupazione si sono registrati in pochi anni ventidue suicidi di giovani. Apparentemente non c’è una causa comune che lega queste vite spezzate, anche se sono sparite tutte allo stesso modo, in religiosa simbiosi.
L’indagine, piena di polvere e di dubbi, lascia spazio alla voce della gente e racconta, come in un romanzo, i sogni non realizzati e le paure sussurrate al vento, nella speranza che qualcuno le ascoltasse.
Gian Paolo Serino
Rolling Stone

agosto 2007

31 dicembre 1999, Las Heras, Santa Crus: manca un soffio al duemila e Juan Gutiérrez, 27 anni, celibe, senza figli, decide di suicidarsi. La sua è una scelta inspiegabile: in apparenza non c’è niente che giustifichi il gesto estremo. Quello che è inquietante è che Gutiérrez è il dodicesimo cittadino di Las Heras, alcuni dicono il ventesimo, a togliersi la vita in pochi mesi. In questa manciata di terra, in quella 

 

Patagonia argentina lontana dalle mappe turistiche, Eldorado del petrolio negli anni 80, ci sono troppe circostanze poco chiare. Leila Guerriero, giornalista d’inchiesta, decide di partire da Buenos Aires per Las Heras e di raccontare i misteri che avvolgono questa piccola cittadina. Con la tensione di un thriller e il respiro incalzante di un reportage “a sangue freddo”, Leila Guerriero ci conduce ai confini del “Grande Vuoto”, là dove “il tempo è un fiume di pietra e ciò che conta è altrove”, consegnandoci pagine d’inquietudine che rimangono anche a libro chiuso e che ricordano da vicino le atmosfere raccontate dal miglior Truman Capote.

Laura Pariani
Il Sole 24 Ore

luglio 2007

Oro nero a Las Heras

Storia di un piccolo paese della Patagonia trasformato dalla scoperta del petrolio. Boom economico prima, disoccupati e suicidi poi. Esistenze vuote e su tutto un velo di polvere.

La provincia patagonica di Santa Cruz, governata dal 1991 al 2003 da Nestor Kirchner, poi divenuto presidente dell’Argentina, è universalmente famosa per le bellezze del ghiacciaio Perito Moreno. Ma non è della Santa Cruz decantata dai turisti stranieri che parla l’intenso reportage di Leila Guerriero (Suicidi in capo al mondo, Marcos y Marcos). Siamo infatti a Las Heras, la zona dei pozzi petroliferi: desolatamente piatta e arida. Cespugli spinosi come unica vegetazione . Quando il primo insediamento sorse, all’inizio del Novecento, le pecore erano la sola risorsa: animali col vello pesante, adatti a sopravvivere a un territorio inospitale dove un vento impressionante scartavetra ogni cosa a cento chilometri l’ora e la terra si sgretola a venti gradi sottozero.
La fortuna di Las Heras consisteva nel trovarsi lungo i binari della Ferrovia Patagonica che congiungeva lo scalo marittimo di Puerto Deseado con i lontani centri di produzione della lana. Finché, negli anni Sessanta, la scoperta del petrolio – uno dei più grandi giacimenti della Patagonia – e, negli anni Settanta, l’apertura dell’impresa statale YPF apportarono grandi cambiamenti: le vie di terra battuta vennero asfaltate e il centro si ingrandì a dispetto del territorio inospitale.
L’ottimismo del boom economico quasi fece passare inosservata, nel 1978, la chiusura della ferrovia che per tanti anni aveva servito gli interessi dei produttori di lana. Che importava? Da ogni parte del Paese giungevano immigrati: giovani, uomini soli a cercare fortuna. E, come prima conseguenza di questa situazione, arrivarono valanghe di prostitute: un po’ ovunque sorsero bordelli a buon mercato, chiamati eufemisticamente bar, wiskerie, cabaret. Ne sono sopravissuti tanti: ora coi muri scrostati e, alla porta, un lampioncino rosso che trema nel vento; come, per esempio, il “Vìa Libre”, al fianco del cimitero: ché “l’argentinità è fatta di tante cose, ma soprattutto di quella mania di mettere il sesso e la morte così vicini. Qui si scopa, qui si muore…”. E, seconda conseguenza, vista la nomea di città del peccato, arrivarono i predicatori: evangelici, mormoni, testimoni di Geova.
Gli anni Novanta si aprirono con l’eruzione del vulcano Hudson che ammantò di cenere l’intera zona. Triste presagio… Ché poco dopo la privatizzazione dell’YPF, comprata da Repson, segnò per Las Heras una brusca inversione di tendenza.  

 

Il paradiso economico si sgonfiò in un attimo: l’occupazione calò bruscamente, molti furono costretti a far di nuovo le valigie, parecchie case restarono vuote; inoltre aumentarono in maniera impressionante gli incidenti sul lavoro e cominciò una serie di scioperi durissimi, a volte sanguinosi. Questa è la situazione descritta da Leila Guerriero nel suo viaggio del 2002, compiuto nella volontà di indagare sull’alto numero di giovani di Las Heras che negli ultimi anni si è tolta la vita.
Per esempio, Liliana, vent’anni, sposata: si è sparata un colpo di revolver alla tempia, prima di cena. Monica, diciott’anni, studentessa: è andata a comprarsi una scatola di cioccolatini, si è buttata sul letto ad ascoltare musica e si è sparata col fucile da caccia del padre. Luis, diciott’anni, preparava l’esame di ammissione a Medicina: si è impiccato con il fil di ferro nel capannone del nonno. Carolina, diciannove anni, nubile con un figlio: stava preparandosi a una festa serale, si è strangolata con una cintura legata al letto a castello del suo bambino.
Elizabeth, vent’anni, fidanzata: preparava la cena, si è impiccata nel vano della porta. Juan, ventisette anni, celibe, buon calciatore: si è impiccato a un palo della luce… E’ tremenda la via crucis di questa Patagonia vuota e sconosciuta ai turisti, che la Guerriero racconta con voce sensibile e al tempo stesso asciutta.
I numeri parlano da soli: Las Heras ha attualmente 8400 abitanti, quasi la metà sotto i diciott’anni.. dei maggiorenni, la metà lavora nell’industria petrolifera, gli altri sono disoccupati. Rimanere incinte a quindici anni, senza prospettive di matrimonio, e diventare nonne a quaranta è la regola per le donne. Un unico istituto scolastico superiore: privato, con materie che riguardano esclusivamente l’industria petrolifera; se si vuole studiare altro bisogna andarsene. Niente cinema, niente edicole, niente internet (perlomeno fino al 2004), una linea telefonica che più volte al giorno si interrompe a causa del vento. Una vita vuota: si sta tappati in casa, visto che non esiste una piazza, né punti di ritrovo comuni. E, su tutto, un velo grigio di polvere. Se sei giovane e non sei forte, non resisti. Da qui un tasso spaventosamente alto di alcolismo e di suicidi tra i ragazzi.
Certo la gente fa fatica ad accettare che i propri figli fuggano in questo modo dalla vita che gli adulti hanno scelto per sé, quando negli anni Settanta immigrarono spinti dal miraggio della ricchezza facile. Preferiscono dare la colpa dei suicidi agli antichi cimiteri indios della zona o all’influenza di sette sataniche. Ché per una piccola comunità è sempre più facile buttare la colpa a elementi esterni, piuttosto che riflettere sul senso di questa provvisorietà che si respira in questa Patagonia priva di radici, segnata dalla sindrome della valigia sempre pronta dietro la porta. Perché Las Heras è il Sud del mondo. Un Sud da cui tutto è lontano. Un Sud dove la brutalità naturale del paesaggio e la solitudine storica hanno determinato una situazione asfittica di perdita della vitalità. E la giovane generazione, a cui sono state date in eredità solo apatia e mancanza di senso, ha trovato l’unica via d’uscita nella morte volontaria.
Benedetta Marietti
D lib
luglio 2007

Patagonia da morire

Nell’estremo sud della Patagonia, quasi alla fine del mondo, nella provincia di Santa Cruz, si trova un paese di nome Las Heras, lontano da tutto e fatto di “polvere, vento, alberi sradicati” e “niente intorno a te”. Lì, tra il marzo del ’97 e l’ultimo giorno del ’99, si sono suicidati dodici tra uomini e donne: undici di loro “avevano un’età media di 25 anni ed erano figli di famiglie modeste ma conosciute. Persone sole e addolorate, a pezzi, che vivevano in un deserto disumano, un luogo selvaggio dove per sopravvivere ci vuole più indifferenza che coraggio”, come spiega Leila Guerriero, giornalista argentina che ha raccolto le loro storie in un thriller-reportage.

Come mai ha deciso di parlare di suicidi?

Sono sempre stata una cacciatrice solitaria di storie, soprattutto quelle che spingono il lettore a porsi delle domande. Las Heras mi ha interessato perché è un luogo che riassume la storia dell’Argentina degli ultimi vent’anni: crescita senza pianificazione, privatizzazione, disoccupazione, isolamento, oblio, indifferenza. La negazione del luogo comune diffusa tra gli abitanti di Buenos Aires, che considerano le cittadine di provincia luoghi tranquilli dove tutti sono buoni e felici. Las Heras non è tranquilla né felice.

Lei la descrive infatti come un luogo molto difficile, a volte troppo difficile per vivere...

I suicidi fra giovani avvengono anche altrove, ma a Las Heras, al brutto clima e all’isolamento si aggiunge il sentimento che tutto questo sia naturale: la gente che vive lì pensa che disoccupazione, blackout, suicidi siano cose “normali”, che avvengono dappertutto. Non vogliono chiedersi perché proprio lì succede ciò che succede.

Sembra una trappola mortale.

Gli abitanti di Las Heras immaginano che Buenos Aires sia una città pericolosissima dove si gira con caschi da guerra e giubbotti antiproiettile perché hanno notizie della capitale solo dalla televisione. Ma più pericoloso dell’isolamento geografico è l’immutabilità del passato. La gente di Las Heras sarà sempre quello che è stata: la puttana, il pazzo, l’ubriacone rimarranno sempre gli stessi, non potranno cambiare. Il paese non offre una seconda possibilità.

Che cosa si potrebbe fare per cambiare questo stato di cose?

Dovrebbe cambiare tutto: l’Argentina non dovrebbe essere un enorme territorio deserto con una capitale superpopolata che si interessa solo a se stessa. In una parola, avremmo bisogno di un miracolo.

Valeria Parrella
Grazia
luglio 2007

Dalla Patagonia, una Spoon River argentina

La giornalista argentina Leila Guerriero ha trascorso un lungo periodo a Las Heras, un piccolo centro della provincia di Santa Cruz, famigerato per una serie di suicidi di giovani alla fine degli Anni 90. Durante l’indagine ha scoperto che alla radice di queste tragedie apparentemente individuali c’è un profondo legame con la trasformazione di un’identità collettiva che si sente “in capo al mondo”, lontana dall’attenzione dei media. Come in un’antologia di Spoon River in Patagonia le voci dei giovani suicidi condurranno il lettore nella vita quotidiana di una comunità lontana dalle grandi città.

Scheda del libro

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