AA.VV.
Saul Steinberg


Recensioni

 

Repubblica
maggio 2005
Alias
luglio 2005
Diario della settimana
luglio 2005
Giuseppe Montesano
Diario della settimana
luglio 2005

Da anni esce in Italia Riga, una collana curata da Marco Belpoliti ed Elio Grazioli per la casa editrice Marcos y Marcos, ed è uno dei rarissimi eventi culturali veri in una cultura asfittica e provinciale.
Come si presenta Riga? Come un volume di circa 400 pagine, dall’aria raffinatamente demodé, costruito intorno a un autore con interviste, testi, saggi, testimonianze, disegni, fotografie, partiture: e gli autori si chiamano, per fare solo qualche nome, Cage o Gombrowicz, Nabokov o Duchamp, Arbasino o Picabia, Levi o Brancusi. Si tratta di una vera e propria mappa delle zone di confine tra letteratura, arte e musica attraverso autori doviziosamente inclassificabili, sfuggenti, "doppi": forse i soli fecondi. E l’ultimo numero di Riga è dedicato a un emblema perfetto di questa zona franca, perché per Saul Steinberg le definizioni classiche fanno bancarotta, e bisogna rassegnarsi all’imprecisione.
Un disegnatore? Un artista? Un narratore per le immagini? Un filosofo della linea? Un semiologo dell’illusionismo? Alla fine delle quattrocento pagine di questo Saul Steinberg, la sola idea che resiste è quella che Steinberg sia un poeta. Del poeta ha la capacità analogica e associativa fulminea, sintetica; del poeta ha la stupefatta occhiata gettata sulle cose più statiche a farle diventare mobili, nuove; del poeta ha la resistenza accanita al luogo comune insieme a una profonda passione per esso, per ciò che nell’apparentemente ovvio c’è di vero: e del poeta, ma di quel poeta oggettivo che sono tutti i veri romanzieri e i veri artisti, ha la capacità di quasi scomparire nell’anonimato nel momento stesso in cui è al vertice della propria personalità.
Ma sentiamo lui, in un minuscolo montaggio fatto un po’ surrealisticamente, quasi a caso: "Oggi, il peggiore nemico dell’arte è l’Arte, l’arte che si autorichiama diventa arte che si autoincensa… non non sono affatto dotato per

risolvere enigmi. Il mio unico talento consiste al contrario nell’inventare enigmi… Durante la guerra io mi trovai nella condizione perfetta per diventare invisibile. L’uniforme mi toglieva ogni individualità, io potevo vedere, osservare ogni cosa… La cosa migliore per osservare è quella di essere camuffato: sono una mano che disegna e basta… Diffido dell’abilità. Quello che mi affascina è scoprire vie nuove per dire, con il disegno, cose che prima erano esprimibili solo in parole… Siamo in piena decadenza, come dire? Piena di vitalità. Non vanno dimenticate le virtù della decadenza".
Intorno a Steinberg, alle sue dichiarazioni, ai suoi disegni, alle sue fotografie letteralmente in maschera, si dispongono i saggi di Riga, come reti. Da quelli dei poeti, Ashbery o Simic, a quelli "storici" di Rosemberg o Gombrich; dalle immedesimazioni critiche di Calvino e Barthes, ai ricordi di Bellow e Manea.; dai disegni di Pericoli all’introduzione di Dossena per la Scoperta dell’America. Ma ci sono anche dei saggi scritti per l’occasione, quasi uno Steinberg oggi, per noi: e fra i molti interessanti, la vertiginosa ed esilarante filologia di Bartezzaghi che legge in Steinberg "il linguaggio mescolato e regressivo del pidgin come sorte della modernità"; la comunione letta da Belpoliti tra le maschere di Steinberg e le indagini di Goffman, entrambi palombari immersi nel "retroscena" che sta dietro l’homo americanus ormai diventato mondiale; l’analisi di Ricuperati su Steinberg scrittore, montaggio benjaminiano che chiede al lettore di dimenticare il commento per "godersi le frasi in italiano-Steinberg, come versi di un poema in prosa moderno e consapevole".
In breve, il Riga dedicato a Steinberg è una festa per gli steinbergeriani consapevoli e un invito agli altri a diventarlo al più presto: lui, l’espatriato metafisico del segno, l’uomo delle marche di confine sconfinante, il quieto dinamitardo del senso comune, strizza l’occhio ammiccante e, ben mascherato, è pronto a rispondere a tutti i dubbi: ma naturalmente, e per fortuna, con altri dubbi, invenzioni, enigmi.
Stefano Chiodi
Alias
luglio 2005

È una della più famose (e più imitate) copertine della quintessenziale rivista americana "New Yorker". View of the World from 9th Avenue, pubblicata nel numero del 29 marzo 1976, ci presenta la geografia del mondo vista dalla particolare prospettiva di un abitante di Manhattan: oltre i grattacieli e l’Hudson River si stende solo una terra piatta e uniforme; più lontano l’Oceano Pacifico e all’orizzonte tre nomi favolosi: Cina, Giappone, Russia. L’impareggiabile mescolanza di humor e arguzia, il segno fintamente ingenuo ed elegante, l’uso della scrittura come elemento costitutivo dell’immagine, valgono come firma forse ancora più del nome che leggiamo in un angolo: Steinberg.
È tutta sua, in effetti, la capacità di condensarein una superficie limitatae con una sostanziale economia di mezzi una goegrafia mentale (quella condiscendente e un po’ presuntuosa dei newyorkesi, nella fattispecie) e un’ironica presa di distanza che riunisce lo sguardo del flâneur e la curiosità dell’antropologo, il rigore del moralista e la lucidità del sociologo. Se i surrealisti avevano rimodellato i continenti sulle tracce del primitivo e del meraviglioso, il mondo di Steinberg sembra custodire in ogni suo punto la possibilità di una inattesa trasfigurazione.
Questa miscela di candore e di finezza, di levità sorridente e di sottile disincanto, è stata in effetti per molti decenni la cifra inconfondibile dell’opera di uno degli illustratori più noti e prolifici del Novecento. Da Bucarest, dove era nato nel 1914, Saul Steinberg si era trasferito in Italia nel 1933 per studiare architettura al Politecnico di Milano., esordendo come disegnatore sulle pagine del "Bertoldo". Costretto dalle leggi razziali a emigrare, si stabilì nel ’41 negli Stati Uniti, dove iniziò subito a collaborare al "New Yorker", di cui sarà dopo la guerra il corrispondente al processo di Norimberga e quindi il principale illustratore, sino alla morte avvenuta nel 1999. Alla sua opera e alla sua figura dedica ora un numero monografico, a cura di Marco Belpoliti e Gianluigi Ricuperati, la rivista Riga n. 24 (Marcos y Marcos, pp. 423, 18 euro), che propone in molti casi per la prima volta in italiano una scelta di interviste di saggi significativi (tra cui vannosegnalati almeno quelli di Michel Butor, Italo Calvino, Eugène Ionesco, Roland Barthes, Ernst H. Gombrich e Saul Bellow); preziosi inediti –come le fotografie di Ugo Mulas del graffito, insensatamente distrutto in anni recenti, che Steinberg eseguì nel 1961 nell’atrio della Palazzina Mayer a Milano -, e una serie di studi realizzati appositamente per l’occasione. Un corpus critico, probabilmente il più vasto oggi disponibilità che permette di rileggere tutto il percorso di Steinberg, restituendogli la statura di protagonista della cultura visiva del secondo Novecento.
Lo stile di Steinberg si è nutrito dell’arte moderna (da Klee a Picasso a Calder, ad esempio) e di quella antica, sistilemi presi in prestito dalla moda, dalla pubblicità, dal fumetto (alimentando per converso l’opera di altri artisti: in primis quella di Andy Warhol), di componenti ‘basse’ e ‘alte’, e le sue immagini sono diventate strumenti per esplorare la società

contemporanea, i linguaggi,lo spazio, le città, i modi di vita e, ovviamente, l’arte stessa.
Ma la "virtù proliferante" della linea di Steinberg (qui sottilmente analizzata, nel suo saggio, da Giuseppe Di Napoli) sta anche nel fuoriuscire dal visivo per giocare una partita su più fronti, dove il gioco di parole – proprio come Marcel Duchamp – acquista una consistenza iconica e l’icona una risonanza simbolica, ed entrambi agiscono all’interno di un processo di investigazione filosofica. Molto più che un gioco semiotico, proprio in questo continuo scivolare e intercambiarsi di piani sta insomma la natura concettuale del segno di Steinberg, vale a dire ciò che trae la sua opera fuori dal contesto dell’illustrazione e la pone all’interno di una dinamica propriamente artistica.
In un disegno del 1948 scorgiamo un personaggio (probabilmente un autoritratto) disegnare un’ampia spirale: questa, allargandosi verso il basso, si trasforma in un piede, poi in un altro, poi nel profilo del corpo, sino a raggiungere la mano che tiene la penna che traccia la linea. Il disegnatore colto nell’atto di generare se stesso insieme al suo tratto è l’emblema perfetto di un processo creativo che agisce simultaneamente ‘dentro’ e ‘fuori’. Steinberg, come ha scritto il critico Harold Rosenberg, appartiene in effetti a quella generazionedi artisti che negli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale introdussero un nuovo oggetto di studio nel campo dell’arte: il mistero dell’identità individuale, "l’Io terribile e incessante" di cui parlava Barnett Newman.Ma se l’arte di Steinberg va concepita come un’autobiografia, il suo protagonista, l’Io, resta un punto di domanda "metafisico e nascosto", un’entità sfuggente: troppo disincantato per cedere al culto espressionista delle pulsioni, troppo curioso per rifugiarsi nella pura astrazione, l’Io di Steinberg assomiglia più a una maschera che a un ritratto, un Signor Nessuno alle prese con l’avventura della vita, un "ex bambino", come si è autodefinito tante volte, stupito e commosso dai fatti più semplici, e al tempo stesso come sopraffatto dalla imprevedibilità del mondo. Insomma un "Io fatto di tutto", come aveva detto Henri Michaux, in equilibrio tra molteplici identità, un Io della folla parente stretto di Plume, il personaggio di cui l’autore francese ha narrato le tragicomiche peripezie.Al fondo, come afferma Marco Belpoliti, Steinberg è essenzialmente uno scrittore che scrive e racconta con la linea, con il tratto di penna, e l’oggetto centrale della sua ricerca è proprio il modo con cui gli abitanti del mondo contemporaneo reagiscono al radicale spaesamento della società di massa, si inventano, o sono reinventati; egli è il narratore "dell’immensa superficie dell’Io", la liscia estensione che come il foglio di carta bandisce per sempre ogni profondità e su cui è possibile seguire le metamorfosi e i reciproci adattamenti dell’individuo e del suo habitat – la città. I ruoli, i travestimenti, le fissazioni e i tic sono analizzati da Steinberg con la medesima acutezza con cui il sociologo Erving Goffman si era dedicato allo studio della vita quotidiana, ai codici e ai comportamenti collettivi e individuali. Per entrambi la conclusione è insieme lucida e pessimista: non c’è via di scampo, non c’è liberazione né alternativa possibile all’indossare la propria maschera, a mettere in scena il dramma del dissidio tra Io e Sé.
G. Ricuperati
La Repubblica

maggio 2005

Nella fotografia che accompagna queste righe sono racchiusi un mistero, un misfatto e uno strappo alla regola. Cominciamo dallo strappo alla regola – l’autore del murale ritratto nell’immagine di Ugo Mulas è Saul Steinberg, il disegnatore ebreo-rumeno-americano che Riga celebra con un volume di cinquecento pagine, il primo libro dedicato alla sua opera di qua o di là dell’Oceano Atlantico. Steinberg è stato uno dei grandissimi dell’arte del XX Secolo, e non passa anno che la germinazione della sua eredità multiforme non si arrischia di nuovi strati, nuove consapevolezze, nuove acquisizioni. Basta provare a definire i diversi paesaggi di una carriera che ha attraversato buona parte del Novecento, per rendersene conto. Steinberg che fa vignette per il New Yorker. Steinberg che fa copertine per il New Yorker, Steinberg che usa quelle copertine per segnare le tappe di un’esplorazione dei limiti del segno, dei confini della rappresentazione, del genere pensiero per mezzo delle due istituzioni grafiche più intrinsecamente fondative: la linea continua e lo spazio bianco. Steinberg che legge e scrive e disegnando legge e scrive insieme. Steinberg chiosatore concettuale di pressoché qualsiasi ‘grande tema’ dell’arte novecentesca.
Nel 1961 Steinberg torna a Milano per qualche settimana, a riempire delle sue linee e dei suoi spazi bianchi l’androne della palazzina Mayer, inviato dalla famiglia proprietaria dello stabile di via Bigli 5. È stata una delle pochissime eccezioni alla regola che si era dato, per caso e volontà, fin dall’inizio della sua avventura – non rispettare i vincoli canonici del ‘sistema dell’arte’, dell’ordalia dei critici, delle mostre e dei galleristi

 

alla vendita degli originali (si è quasi sempre rifiutato di derogare al principio che fa di lui fin da subito uno dei pochi pesi massimi davvero consapevoli della riproducibilità tecnica: ‘io mi limito a vendere i diritti di produzione’), e alla realizzazione di opere ‘su commissione’ e ‘in loco’.Ma in questo caso la committenza e il luogo rivestivano un significato preciso e toccante dal momento che Milano era stato l’intermezzo tra la sventurata Romania e la promettente America, e lì aveva frequentato negli anni ’30 il Politecnico e la facoltà di letteratura, e lì aveva imparato quell’italiano così poetico con cui scriveva lettere ad Aldo Buzzi, e di lì era dovuto fuggire per via delle leggi razziali. Ugo Mulas si era precipitato presso l’antico portone meneghino e aveva scattato le istantanee di Steinberg al lavoro, con le pareti già piene di tutti gli stilemi tipici della sua età dell’oro: tratti infantili e pseudocubisti che interpretano segni e frammenti mitologici, con qualche graffio neanderthaliano e qualche citazione del Don Chisciotte.
Per anni il portone di via Bigli è rimasto aperto al pubblico. Poi, come ha raccontato Tullio Pericoli, che da ragazzo lo visitava ogni volta che poteva, il portone si è chiuso, la palazzina ha cambiato proprietà, il murale di Steinberg è stato semplicemente distrutto. Come sia successo, non è tuttora dato saperlo. Questo è il misfatto, questo è il mistero. Ecco che fine può fare un genio assoluto quando è refrattario nella pratica alle regole del sistema dell’arte affida il massimo della sperimentazione alla riproducibilità: nel mondo reale, appena fuori dall’algebra finanziaria che regge il mercato e i musei, resiste di più una copertina del New Yorker che un qualsiasi pezzo di intonaco pagato, firmato, e fotografato.

Scheda del libro

Home page