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AA.VV. Recensioni
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| Repubblica maggio 2005 |
Alias luglio 2005 |
Diario della settimana luglio 2005 |
| Giuseppe
Montesano Diario della settimana luglio 2005 Da anni esce in Italia Riga, una
collana curata da Marco Belpoliti ed Elio Grazioli per la casa
editrice Marcos y Marcos, ed è uno dei rarissimi eventi culturali veri in
una cultura asfittica e provinciale. |
risolvere enigmi.
Il mio unico talento consiste al contrario nell’inventare enigmi…
Durante la guerra io mi trovai nella condizione perfetta per diventare
invisibile. L’uniforme mi toglieva ogni individualità, io potevo
vedere, osservare ogni cosa… La cosa migliore per osservare è quella di
essere camuffato: sono una mano che disegna e basta… Diffido dell’abilità.
Quello che mi affascina è scoprire vie nuove per dire, con il disegno,
cose che prima erano esprimibili solo in parole… Siamo in piena
decadenza, come dire? Piena di vitalità. Non vanno dimenticate le virtù
della decadenza". Intorno a Steinberg, alle sue dichiarazioni, ai suoi disegni, alle sue fotografie letteralmente in maschera, si dispongono i saggi di Riga, come reti. Da quelli dei poeti, Ashbery o Simic, a quelli "storici" di Rosemberg o Gombrich; dalle immedesimazioni critiche di Calvino e Barthes, ai ricordi di Bellow e Manea.; dai disegni di Pericoli all’introduzione di Dossena per la Scoperta dell’America. Ma ci sono anche dei saggi scritti per l’occasione, quasi uno Steinberg oggi, per noi: e fra i molti interessanti, la vertiginosa ed esilarante filologia di Bartezzaghi che legge in Steinberg "il linguaggio mescolato e regressivo del pidgin come sorte della modernità"; la comunione letta da Belpoliti tra le maschere di Steinberg e le indagini di Goffman, entrambi palombari immersi nel "retroscena" che sta dietro l’homo americanus ormai diventato mondiale; l’analisi di Ricuperati su Steinberg scrittore, montaggio benjaminiano che chiede al lettore di dimenticare il commento per "godersi le frasi in italiano-Steinberg, come versi di un poema in prosa moderno e consapevole". In breve, il Riga dedicato a Steinberg è una festa per gli steinbergeriani consapevoli e un invito agli altri a diventarlo al più presto: lui, l’espatriato metafisico del segno, l’uomo delle marche di confine sconfinante, il quieto dinamitardo del senso comune, strizza l’occhio ammiccante e, ben mascherato, è pronto a rispondere a tutti i dubbi: ma naturalmente, e per fortuna, con altri dubbi, invenzioni, enigmi. |
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| Stefano
Chiodi Alias luglio 2005 È una della più famose (e più imitate)
copertine della quintessenziale rivista americana "New Yorker". View
of the World from 9th Avenue, pubblicata nel numero del 29 marzo 1976,
ci presenta la geografia del mondo vista dalla particolare prospettiva di
un abitante di Manhattan: oltre i grattacieli e l’Hudson River si stende
solo una terra piatta e uniforme; più lontano l’Oceano Pacifico e all’orizzonte
tre nomi favolosi: Cina, Giappone, Russia. L’impareggiabile mescolanza
di humor e arguzia, il segno fintamente ingenuo ed elegante, l’uso
della scrittura come elemento costitutivo dell’immagine, valgono come
firma forse ancora più del nome che leggiamo in un angolo: Steinberg. |
contemporanea, i
linguaggi,lo spazio, le città, i modi di vita e, ovviamente, l’arte
stessa. Ma la "virtù proliferante" della linea di Steinberg (qui sottilmente analizzata, nel suo saggio, da Giuseppe Di Napoli) sta anche nel fuoriuscire dal visivo per giocare una partita su più fronti, dove il gioco di parole – proprio come Marcel Duchamp – acquista una consistenza iconica e l’icona una risonanza simbolica, ed entrambi agiscono all’interno di un processo di investigazione filosofica. Molto più che un gioco semiotico, proprio in questo continuo scivolare e intercambiarsi di piani sta insomma la natura concettuale del segno di Steinberg, vale a dire ciò che trae la sua opera fuori dal contesto dell’illustrazione e la pone all’interno di una dinamica propriamente artistica. In un disegno del 1948 scorgiamo un personaggio (probabilmente un autoritratto) disegnare un’ampia spirale: questa, allargandosi verso il basso, si trasforma in un piede, poi in un altro, poi nel profilo del corpo, sino a raggiungere la mano che tiene la penna che traccia la linea. Il disegnatore colto nell’atto di generare se stesso insieme al suo tratto è l’emblema perfetto di un processo creativo che agisce simultaneamente ‘dentro’ e ‘fuori’. Steinberg, come ha scritto il critico Harold Rosenberg, appartiene in effetti a quella generazionedi artisti che negli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale introdussero un nuovo oggetto di studio nel campo dell’arte: il mistero dell’identità individuale, "l’Io terribile e incessante" di cui parlava Barnett Newman.Ma se l’arte di Steinberg va concepita come un’autobiografia, il suo protagonista, l’Io, resta un punto di domanda "metafisico e nascosto", un’entità sfuggente: troppo disincantato per cedere al culto espressionista delle pulsioni, troppo curioso per rifugiarsi nella pura astrazione, l’Io di Steinberg assomiglia più a una maschera che a un ritratto, un Signor Nessuno alle prese con l’avventura della vita, un "ex bambino", come si è autodefinito tante volte, stupito e commosso dai fatti più semplici, e al tempo stesso come sopraffatto dalla imprevedibilità del mondo. Insomma un "Io fatto di tutto", come aveva detto Henri Michaux, in equilibrio tra molteplici identità, un Io della folla parente stretto di Plume, il personaggio di cui l’autore francese ha narrato le tragicomiche peripezie.Al fondo, come afferma Marco Belpoliti, Steinberg è essenzialmente uno scrittore che scrive e racconta con la linea, con il tratto di penna, e l’oggetto centrale della sua ricerca è proprio il modo con cui gli abitanti del mondo contemporaneo reagiscono al radicale spaesamento della società di massa, si inventano, o sono reinventati; egli è il narratore "dell’immensa superficie dell’Io", la liscia estensione che come il foglio di carta bandisce per sempre ogni profondità e su cui è possibile seguire le metamorfosi e i reciproci adattamenti dell’individuo e del suo habitat – la città. I ruoli, i travestimenti, le fissazioni e i tic sono analizzati da Steinberg con la medesima acutezza con cui il sociologo Erving Goffman si era dedicato allo studio della vita quotidiana, ai codici e ai comportamenti collettivi e individuali. Per entrambi la conclusione è insieme lucida e pessimista: non c’è via di scampo, non c’è liberazione né alternativa possibile all’indossare la propria maschera, a mettere in scena il dramma del dissidio tra Io e Sé. |
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| G.
Ricuperati La Repubblica maggio 2005 Nella fotografia che accompagna queste
righe sono racchiusi un mistero, un misfatto e uno strappo alla regola.
Cominciamo dallo strappo alla regola – l’autore del murale ritratto
nell’immagine di Ugo Mulas è Saul Steinberg, il disegnatore
ebreo-rumeno-americano che Riga celebra con un volume di
cinquecento pagine, il primo libro dedicato alla sua opera di qua o di là
dell’Oceano Atlantico. Steinberg è stato uno dei grandissimi dell’arte
del XX Secolo, e non passa anno che la germinazione della sua eredità
multiforme non si arrischia di nuovi strati, nuove consapevolezze, nuove
acquisizioni. Basta provare a definire i diversi paesaggi di una carriera
che ha attraversato buona parte del Novecento, per rendersene conto.
Steinberg che fa vignette per il New Yorker. Steinberg che fa
copertine per il New Yorker, Steinberg che usa quelle copertine per
segnare le tappe di un’esplorazione dei limiti del segno, dei confini
della rappresentazione, del genere pensiero per mezzo delle due
istituzioni grafiche più intrinsecamente fondative: la linea continua e
lo spazio bianco. Steinberg che legge e scrive e disegnando legge e scrive
insieme. Steinberg chiosatore concettuale di pressoché qualsiasi ‘grande
tema’ dell’arte novecentesca.
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alla vendita
degli originali (si è quasi sempre rifiutato di derogare al principio che
fa di lui fin da subito uno dei pochi pesi massimi davvero consapevoli
della riproducibilità tecnica: ‘io mi limito a vendere i diritti di
produzione’), e alla realizzazione di opere ‘su commissione’ e ‘in
loco’.Ma in questo caso la committenza e il luogo rivestivano un
significato preciso e toccante dal momento che Milano era stato l’intermezzo
tra la sventurata Romania e la promettente America, e lì aveva
frequentato negli anni ’30 il Politecnico e la facoltà di letteratura,
e lì aveva imparato quell’italiano così poetico con cui scriveva
lettere ad Aldo Buzzi, e di lì era dovuto fuggire per via delle leggi
razziali. Ugo Mulas si era precipitato presso l’antico portone meneghino
e aveva scattato le istantanee di Steinberg al lavoro, con le pareti già
piene di tutti gli stilemi tipici della sua età dell’oro: tratti
infantili e pseudocubisti che interpretano segni e frammenti mitologici,
con qualche graffio neanderthaliano e qualche citazione del Don Chisciotte. Per anni il portone di via Bigli è rimasto aperto al pubblico. Poi, come ha raccontato Tullio Pericoli, che da ragazzo lo visitava ogni volta che poteva, il portone si è chiuso, la palazzina ha cambiato proprietà, il murale di Steinberg è stato semplicemente distrutto. Come sia successo, non è tuttora dato saperlo. Questo è il misfatto, questo è il mistero. Ecco che fine può fare un genio assoluto quando è refrattario nella pratica alle regole del sistema dell’arte affida il massimo della sperimentazione alla riproducibilità: nel mondo reale, appena fuori dall’algebra finanziaria che regge il mercato e i musei, resiste di più una copertina del New Yorker che un qualsiasi pezzo di intonaco pagato, firmato, e fotografato. |
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