BORIS VIAN
La schiuma dei giorni


Recensioni

 


La Repubblica
aprile 2005


ilGiornale.it
settembre 2005

Gianni Mura
La Repubblica - L'Almanacco dei libri
16 aprile 2005

La schiuma dei giorni, una straziante storia d'amore, in parte autobiografica
Le vite vissute da Boris Vian


Gira e rigira, anche rileggendo La schiuma dei giorni di Boris Vian a tantissimi anni dalla prima volta, bisogna dare ragione a Queneau: è il più straziante dei romanzi d'amore. Ma non è solo un romanzo d'amore. Dentro ci si ritrovano tanti ingredienti del cocktail-Vian (irripetibile, non c'è dubbio): i giochi di parole, il surrealismo, l'amore per il jazz e la patafisica del suo carissimo Jarry, una forte irrisione della morale corrente, un antimilitarismo coltivato negli anni della breve vita di Vian (1920-1959) in cui la Francia era spesso in armi (seconda guerra mondiale, Indocina, Algeria).
La storia è semplice. Colin (diminutivo di Nicolas, ma in francese significa anche merluzzo) è un giovane ricco, nullafacente, con tanto di cuoco coltissimo che cita Gouffé e prepara anticipazioni di cucina futura (la salsa alla crema di mango e ginepro cucita dentro involtini di tessuto di vitello). Nella casa ci sono topi parlanti, ma non bisogna formalizzarsi. Nella premessa al libro Vian dichiara: «La storia è interamente vera, perché io me la sono inventata da capo a piedi». Non lavora, Colin, ma ogni tanto inventa qualcosa, come il pianococktail. Ha un amico, Chick, che spende tutti i risparmi (e anche i prestiti di Colin) nell'acquisto di opere di Jean Sol Partre ("Il vomito", rilegato in pelle di puzzola, "Il tanfo", ma nel parossistico e devastante finale anche pipe, pantaloni del filosofo esistenzialista). Il buffo è che, nelle mille cose della sua breve vita, Vian ha avuto Jean Paul Sartre come direttore (a Temps modernes ). Colin s'innamora di Chloé, la sposa, ma nel viaggio di nozze verso il Midi Chloé comincia a tossire, s'ammala. Le sta crescendo una ninfea nel polmone destro. 

Quel fiore mortale può essere combattuto solo dal profumo di altri fiori. Sempre innamoratissimo, ma anche sempre più povero (i fiori costano) e disperato, Colin accetta i lavori più pesanti e impensabili. Cova canne di fucile, che si sviluppano solo col calore del corpo umano. Ma viene licenziato perché il suo amore sforna canne che terminano con una rosa d'acciaio. Fa il messaggero di cattive notizie con un giorno d'anticipo, finché vede il suo indirizzo nel lavoro da sbrigare e capisce che Chloé morirà il giorno dopo. Le ultime pagine, il funerale da poveri che fa da contrappunto angoscioso al matrimonio da ricchi, con gli stessi protagonisti, sono per me tra le più belle del libro, insieme all'appartamento di Colin e Chloé che si restringe progressivamente e non lascia passare il sole man mano che la morte di Chloé s'avvicina e la calda pienezza dell'amore si consuma.
E sarà anche per questo lirismo scoperto, per questo canto all'incanto totale dell'amore, che La schiuma dei giorni è così letto dai giovani. Pure, alla sua prima apparizione non andò oltre le 1.500 copie. Boris (sua madre Yvonne, melomane, l'aveva chiamato così pensando a Boris Godunov) fu un genio parzialmente compreso e un uomo affamato di vita, consapevole che una grave malattia di cuore non gli avrebbe lasciato il tempo di invecchiare. Alla luce di questi dati si potrebbe anche leggere La schiuma dei giorni in chiave autobiografica (il polmone come il cuore, l'appartamento che si restringe) e d'altra parte le chiavi di lettura sono tantissime in rapporto al tantissimo che Vian è stato. Trombettista, ingegnere, traduttore, giornalista (solo di scritti sul jazz, con l'anagramma di Bison ravi, Bisonte estasiato, 696 pagine), giallista-scandalo con lo pseudonimo di Vernon Sullivan, drammaturgo, attore, chansonnier (oltre 500 canzoni, la più famosa resta Le déserteur ), autore teatrale, poeta, direttore di casa discografica. Nelle foto ha l'aria di un signore serio che sta per mettersi a fare le boccacce. "Pauvre Boris" cantava Jean Ferrat, quanto successo postumo. La miglior chiave di lettura per La schiuma dei giorni è non averne, o buttarle via tutte. Basta leggerlo, e si resta felicemente feriti.
Idolina Landolfi
ilGiornale.it
settembre 2005

«Signor Presidente/ \/ non per farvi adirare/ ma è bene che vi dica:/ La decisione è presa,/ io voglio disertare./ \ Mendicherò la vita/ per le strade di Francia/ e dirò alla gente:/ Rifiutate di obbedire/ Rifiutate di farla,/ non andate alla guerra,/ rifiutate di partire»: sono le parole famose del Disertore, una delle canzoni scritte da Boris Vian e da lui stesso cantate, o da altri interpreti, come Serge Reggiani. Parole che gli valsero naturalmente, all’epoca, fischi e denunce, urla di «In Russia! In Russia!» in alcuni teatri - e pensare che di qui a qualche anno (siamo nel 1954) Vian sarebbe diventato un autore, e un personaggio, di culto per la generazione protestataria e non solo.
In lieve ma fondamentale anticipo su tutto, il geniale, versatilissimo autore francese; il che gli ha impedito di varcare, almeno da vivo, le soglie del successo, ovvero del giusto apprezzamento da parte dei più (i pochi, Queneau, Paulhan, lo stesso da lui bistrattato Sartre, il Jean-Sol Partre della Schiuma dei giorni, non avevano dubbi sul suo valore). Del resto anche la morte è giunta presto, nel 1959, prima dei quarant’anni: morte annunciata per il malato di cuore; che così ha vissuto con il piede fisso sull’acceleratore, come su quelle belle macchine che gli piacevano tanto.
Scrittore di romanzi e di teatro, autore di canzoni, cantante e attore, trombettista jazz e critico in testate le più varie, da Les Temps Modernes di Sartre a Jazz Hot (da lui ribattezzata Jazote), dove scrive pezzi audaci e trascinanti, fatti del suo amore per il jazz, che molto contribuì a far conoscere a Parigi (anima, tra l’altro, di caves come Le Tabou o il Club Saint-Germain, dove vennero a suonare suoi amici di nome Duke Ellington, Charlie Parker, Miles Davis), e del suo amore per la lingua, per le parole, che deforma, stiracchia, stravolge in un modo tutto suo - facendo la disperazione dei traduttori, i quali sovente non trovano di meglio che lardellare la pagina con una caterva di note esplicative.
L'écume des jours è proposto adesso in Italia da Marcos y Marcos (La schiuma dei giorni, traduzione di Gianni Turchetta, pagg. 268, euro 13,50). Nella Schiuma dei giorni compaiono, variamente trasfigurate e metaforizzate, le tematiche fondanti di questa natura di straordinario ribelle, eversore della propria e delle altrui coscienze; tanto che una delle definizioni del romanzo può essere a buon diritto quella data da Daniel Pennac nell’intervista che chiude l’edizione odierna: «un atipico diario personale». E un’altra, altrettanto corretta, quella di Queneau, che lo aveva definito «il più straziante dei romanzi d’amore contemporanei».
Il libro è molte cose, e ad ogni rilettura ne risulta con maggiore evidenza uno degli aspetti. È costruito come una favola; non necessariamente surrealista in senso moderno perché il surrealismo è componente prima delle favole di ogni tempo. E Vian, tutt’altro che parvenu della cultura, si serve di situazioni e personaggi antichi come l’universo ma ripresentati in modo vivissimo, smagliante, per dire ciò che vuole dire, per squadernare sotto il naso del lettore il libro dell’esistenza così come lui la intende. 

L’ambiente è un indefinito «altrove», e la fantasiosa moneta ivi corrente, il doublezon (tradotto dobloncione), contribuisce a renderlo ancor più tale. Vi troviamo l’animale-aiutante, il «topo grigio dai baffi neri» che è l’angelo custode dei protagonisti; e una sorta di animismo vige dall’inizio alla fine, gli oggetti non dissimulano la loro vita segreta, i vetri rotti ricrescono, le nuvole 
seguono gli amanti e li avvolgono dei loro profumi; i raggi del sole, immensa piovra, frugano il mondo e se ne ritraggono in fretta, se sfiorati appena dall’ombra. Vi sono passaggi che prefigurano certe invenzioni dell’odierno film di fantascienza (del romanzo fantascientifico e del thriller americano Vian era patito, e traduttore), e creature bizzarre e attualissime come il «coniglio modificato» rigurgitante pillole nell’antro del «vecchio mercante», che ha tanto dell’alchimista quanto del clinico manipolatore di geni. E c’è il viaggio iniziatico, attraverso strade impervie e fangose, in un paesaggio allucinato, e il ritorno con una malattia mortale.A dire il vero non v’è pagina che non rimandi a qualcosa del nostro immaginario; dal melodramma in cui la protagonista, malata di petto, l’innamorato povero in canna non può salvare; agli scenari di cartone di certa filmografia d’autore americana (suggestione favorita anche dall’assoluta mancanza di psicologia dei personaggi, che sono tutti nelle loro azioni); dal delirio barocco dell’ultima fantascienza alla triste visione di un futuro in cui si è privati della libertà, controllati da un eterno, vigile Occhio.
Così, leggendo in particolare questo libro, ci si rende conto che Vian è padre di tante cose: sono semi fruttuosi il suo anticonformismo, la violenta critica della società, intellettuale e capitalistica (lo sberleffo nei confronti del dio denaro, a cominciare dal nome che gli dà), il deciso atteggiamento antibellico: tra i tanti lavori tentati dal personaggio Colin, quello del «covatore» di canne di fucili, che crescono dalla terra grazie al calore del suo corpo; e cosa vi ricorda il fiore che spunta invece dalla canna, visto che il Colin-Vian non è all’altezza del compito?La schiuma dei giorni è un romanzo di luce: iridata nella macchina degli sposi Colin e Chloé, fluviale nella loro casa sui tetti, a poco a poco dilava e smuore seguendo l’aggravarsi della malattia di lei (una poetica ninfea le divora i polmoni: e anche la malattia vista come fiore malvagio rimanda a tanta letteratura), trasformando la loro stanza in un’anticamera della tomba. Chloé - e Vian - moriranno per mancanza di luce, le loro finestre a poco a poco si salderanno, e per sempre: «Il suo cuore batteva forte, come stretto in un guscio troppo duro». (Ossessionato dall’immagine del cuore, Vian scriverà di qui a poco L'arrache-cœur, Lo strappa-cuore, strumento che già qui compare). Chloé avrà un funerale dei poveri, con portatori sghignazzanti e una bara a prestito (Vian, tra un decennio, sarà calato nella fossa dagli amici, a Ville-d’Avray, perché in quel bel giorno di prima estate i becchini erano in sciopero): finale tragico, nella perfetta tradizione della storia di amore e morte. Ma quello che nell’opera ricorderemo è la luce, appunto, il mondo inondato dai suoi colori, i due soli che entrano dalle finestre di Colin-Vian; la sua furiosa ansia di vita, la passione per le donne (no, per l’amore), la musica e un buon bicchiere (Je bois è un’altra sua nota canzone, che ha fatto inalberare i buoni borghesi benpensanti). «I topi della cucina, cui piaceva molto ballare al ritmo dei colpi che i raggi di sole battevano sui rubinetti, correvano dietro alle bollicine formate dai raggi che si andavano a spegnere per terra, come spruzzi di mercurio giallo».

La schiuma dei giorni

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