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BORIS VIAN Recensioni
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| la
Repubblica aprile 2005 |
ilGiornale.it settembre 2005 |
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| Gianni
Mura La Repubblica - L'Almanacco dei libri marzo 2005 Gira e rigira, anche
rileggendo La
schiuma dei giorni di Boris Vian a
tantissimi anni dalla prima volta, bisogna dare ragione a Queneau: è il
più straziante dei romanzi d'amore. Ma non è solo un romanzo d'amore.
Dentro ci si ritrovano tanti ingredienti del cocktail-Vian (irripetibile,
non c'è dubbio): i giochi di parole, il surrealismo, l'amore per il jazz
e la patafisica del suo carissimo Jarry, una forte irrisione della morale
corrente, un antimilitarismo coltivato negli anni della breve vita di Vian
(1920-1959) in cui la Francia era spesso in armi (seconda guerra mondiale,
Indocina, Algeria). |
solo dal profumo
di altri fiori. Sempre innamoratissimo, ma anche sempre più povero (i
fiori costano) e disperato, Colin accetta i lavori più pesanti e
impensabili. Cova canne di fucile, che si sviluppano solo col calore del
corpo umano. Ma viene licenziato perché il suo amore sforna canne che
terminano con una rosa d'acciaio. Fa il messaggero di cattive notizie con
un giorno d'anticipo, finché vede il suo indirizzo nel lavoro da sbrigare
e capisce che Chloé morirà il giorno dopo. Le ultime pagine, il funerale
da poveri che fa da contrappunto angoscioso al matrimonio da ricchi, con
gli stessi protagonisti, sono per me tra le più belle del libro, insieme
all'appartamento di Colin e Chloé che si restringe progressivamente e non
lascia passare il sole man mano che la morte di Chloé s'avvicina e la
calda pienezza dell'amore si consuma. E sarà anche per questo lirismo scoperto, per questo canto all'incanto totale dell'amore, che La schiuma dei giorni è così letto dai giovani. Pure, alla sua prima apparizione non andò oltre le 1.500 copie. Boris (sua madre Yvonne, melomane, l'aveva chiamato così pensando a Boris Godunov) fu un genio parzialmente compreso e un uomo affamato di vita, consapevole che una grave malattia di cuore non gli avrebbe lasciato il tempo di invecchiare. Alla luce di questi dati si potrebbe anche leggere La schiuma dei giorni in chiave autobiografica (il polmone come il cuore, l'appartamento che si restringe) e d'altra parte le chiavi di lettura sono tantissime in rapporto al tantissimo che Vian è stato. Trombettista, ingegnere, traduttore, giornalista (solo di scritti sul jazz, con l'anagramma di Bison ravi, Bisonte estasiato, 696 pagine), giallista-scandalo con lo pseudonimo di Vernon Sullivan, drammaturgo, attore, chansonnier (oltre 500 canzoni, la più famosa resta Le déserteur ), autore teatrale, poeta, direttore di casa discografica. Nelle foto ha l'aria di un signore serio che sta per mettersi a fare le boccacce. "Pauvre Boris" cantava Jean Ferrat, quanto successo postumo. La miglior chiave di lettura per La schiuma dei giorni è non averne, o buttarle via tutte. Basta leggerlo, e si resta felicemente feriti. |
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| Idolina
Landolfi ilGiornale.it settembre 2005 «Signor Presidente/ \/ non per farvi
adirare/ ma è bene che vi dica:/ La decisione è presa,/ io voglio
disertare./ \ Mendicherò la vita/ per le strade di Francia/ e dirò alla
gente:/ Rifiutate di obbedire/ Rifiutate di farla,/ non andate alla
guerra,/ rifiutate di partire»: sono le parole famose del Disertore, una
delle canzoni scritte da Boris Vian e da lui stesso cantate, o da altri
interpreti, come Serge Reggiani. Parole che gli valsero naturalmente,
all’epoca, fischi e denunce, urla di «In Russia! In Russia!» in alcuni
teatri - e pensare che di qui a qualche anno (siamo nel 1954) Vian sarebbe
diventato un autore, e un personaggio, di culto per la generazione
protestataria e non solo. |
L’ambiente è
un indefinito «altrove», e la fantasiosa moneta ivi corrente, il
doublezon (tradotto dobloncione), contribuisce a renderlo ancor più tale.
Vi troviamo l’animale-aiutante, il «topo grigio dai baffi neri» che è
l’angelo custode dei protagonisti; e una sorta di animismo vige
dall’inizio alla fine, gli oggetti non dissimulano la loro vita segreta,
i vetri rotti ricrescono, le nuvole seguono gli amanti e li avvolgono dei loro profumi; i raggi del sole, immensa piovra, frugano il mondo e se ne ritraggono in fretta, se sfiorati appena dall’ombra. Vi sono passaggi che prefigurano certe invenzioni dell’odierno film di fantascienza (del romanzo fantascientifico e del thriller americano Vian era patito, e traduttore), e creature bizzarre e attualissime come il «coniglio modificato» rigurgitante pillole nell’antro del «vecchio mercante», che ha tanto dell’alchimista quanto del clinico manipolatore di geni. E c’è il viaggio iniziatico, attraverso strade impervie e fangose, in un paesaggio allucinato, e il ritorno con una malattia mortale.A dire il vero non v’è pagina che non rimandi a qualcosa del nostro immaginario; dal melodramma in cui la protagonista, malata di petto, l’innamorato povero in canna non può salvare; agli scenari di cartone di certa filmografia d’autore americana (suggestione favorita anche dall’assoluta mancanza di psicologia dei personaggi, che sono tutti nelle loro azioni); dal delirio barocco dell’ultima fantascienza alla triste visione di un futuro in cui si è privati della libertà, controllati da un eterno, vigile Occhio. Così, leggendo in particolare questo libro, ci si rende conto che Vian è padre di tante cose: sono semi fruttuosi il suo anticonformismo, la violenta critica della società, intellettuale e capitalistica (lo sberleffo nei confronti del dio denaro, a cominciare dal nome che gli dà), il deciso atteggiamento antibellico: tra i tanti lavori tentati dal personaggio Colin, quello del «covatore» di canne di fucili, che crescono dalla terra grazie al calore del suo corpo; e cosa vi ricorda il fiore che spunta invece dalla canna, visto che il Colin-Vian non è all’altezza del compito?La schiuma dei giorni è un romanzo di luce: iridata nella macchina degli sposi Colin e Chloé, fluviale nella loro casa sui tetti, a poco a poco dilava e smuore seguendo l’aggravarsi della malattia di lei (una poetica ninfea le divora i polmoni: e anche la malattia vista come fiore malvagio rimanda a tanta letteratura), trasformando la loro stanza in un’anticamera della tomba. Chloé - e Vian - moriranno per mancanza di luce, le loro finestre a poco a poco si salderanno, e per sempre: «Il suo cuore batteva forte, come stretto in un guscio troppo duro». (Ossessionato dall’immagine del cuore, Vian scriverà di qui a poco L'arrache-cœur, Lo strappa-cuore, strumento che già qui compare). Chloé avrà un funerale dei poveri, con portatori sghignazzanti e una bara a prestito (Vian, tra un decennio, sarà calato nella fossa dagli amici, a Ville-d’Avray, perché in quel bel giorno di prima estate i becchini erano in sciopero): finale tragico, nella perfetta tradizione della storia di amore e morte. Ma quello che nell’opera ricorderemo è la luce, appunto, il mondo inondato dai suoi colori, i due soli che entrano dalle finestre di Colin-Vian; la sua furiosa ansia di vita, la passione per le donne (no, per l’amore), la musica e un buon bicchiere (Je bois è un’altra sua nota canzone, che ha fatto inalberare i buoni borghesi benpensanti). «I topi della cucina, cui piaceva molto ballare al ritmo dei colpi che i raggi di sole battevano sui rubinetti, correvano dietro alle bollicine formate dai raggi che si andavano a spegnere per terra, come spruzzi di mercurio giallo». |
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