CRISTIANO CAVINA

Scavare una buca

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Cristiano Cavina,
Fare le cose, racconto inedito
controlacrisi.org, ottobre 2011
Giuseppe Giglio, Il Riformista, luglio 2011

La Repubblica delle donne, gennaio 2011, p.1
p.2 p.3
Davide Musso, leparole.terre.it, marzo 2011,
intervista
Isabella Borghese, Liberazione, febbraio 2011

Eva Kent, martelive.it, febbraio 2011
Marco Casa,
Terre di Mezzo, gennaio 2011,
p.1 p.2  
Ermanno Paccagnini,
Il Corriere della Sera, gennaio 2011
Marco Belpoliti,
L'Espresso, gennaio 2011
Davide Musso,
Pulp Libri, gennaio 2011
Gianluca Veltri,
Il Mucchio Selvaggio, gennaio 2011, p.1  p.2 intervista
Silvia Bergero,
Grazia, dicembre 2010
Tiziano Modesti,
Il Secolo d'Italia, dicembre 2010
D La Repubblica
, dicembre 2010 intervista
Paolo Collo, Il Fatto Quotidiano, dicembre 2010
Marco Missiroli, Rolling Stone, dicembre 2010
Marta Cervino, Marie Claire, dicembre 2010
Stefania Freddi,
Sette Sere, dicembre 2010,
intervista
Matteo Chiavarone,
Flanerì, dicembre 2010,
Dario Pappalardo, La Repubblica, novembre 2010
C@fféLetterario, La Repubblica di Bologna, dicembre 2010
Alessandra Iadicicco, Famiglia Cristiana, novembre 2010
Bruno Quaranta, TuttoLibri La Stampa, novembre 2010
Roberto Carnero, Domenica Il Sole 24, novembre 2010

Valentina Colosimo, Vanity Fair, novembre 2010

Fulvio Panzeri, Avvenire, novembre 2010
Sergio Rotino, L'Informazione Il Domani, novembre 2010

Marco Brezza, La Voce di Romagna, novembre 2010
La Voce di Romagna, novembre 2010
Carlotta Vissani, wuz.it, novembre 2010
Giammarco Raponi, booksblog.it, novembre 2010
librinews.com, novembre 2010

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Fahrenheit, intervista 
Radio Marconi, intervista 

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Assaggi Letterari, Cristiano Cavina
alla libreria Modusvivendi di Palermo

 
Nel paese di Cristiano Cavina, 
intervista di Marta Perego, Ti racconto un libro, Iris tv



TG5, La Lettura
, intervista 

Viva la Radio, intervista

Sat200, La compagnia del libro, intervista

Bruno Quaranta
TuttoLibri La Stampa
novembre 2010 

Nella cava di gesso c’è un filosofo

Coltivare, non sbriciolare. Nella cava come nella vita. L’operaio di Cristiano Cavina che non è andato «oltre i tre anni di scuola professionale», che non ha «il patentino per la filosofia», è un moralista non tracotante, naïf, involontario, una goccia che scava inesorabilmente e giocosamente la nostrana, contemporanea scorza, corazza, apatia.
Scavare una buca è una sorta di favola manuale, artigianale, ad accenderla è una sapienza istintiva, quella che orienta il punteruolo pneumatico come quella che nutre la scrittura di Cristiano Cavina, toscanamente cronachistica (ancorché l’autore sia radicato nell’Appennino faentino, a Casola Valsenio), ossia essenziale, ossia brillantemente nuda.
Seguendo i randagi eroi che «coperti di polvere di gesso» scintillano «come qualsiasi altra cosa nel raggio si due chilometri», ci si scopre calati in un’atmosfera fumettistica, come scenario di un paesaggio preistorico («la parte selvatica della montagna» che domina «tutto l’orizzonte possibile»), eco, perché no?, di Johnny Hart, dell’antichissimo mondo di B.C.
«Sulla tabula rasa della preistoria la nostra “roba” – osservavano Fruttero e Lucentini lettori della striscia (così noi lettori di Cavina, «scendendo con la torcia elettrica in una mano e lascatola con la dinamite nell’altra») – la nostra “roba”, per noi troppo ovvia, ormai, o troppo aggrovigliata, viene di colpo a ritrovare spicco, consistenza, individualità, nel bene o nel male».
«La nostra “roba”»: ciò che siamo, ciò che non riusciamo a essere, le tavole in frammenti, i frammenti che cercano di ricomporsi… Cristiano Cavina, scavando una buca, ricorda che una sola urgenza giustifica il lavoro e l’esistenza oltre il lavoro: «Ci piace fare le cose come devono essere fatte». 







Così sfiorando l’Eden («non fosse stato per la polvere, avresti detto di lavorare in paradiso») perché – come mediterà Primo Levi, una verità che la letteratura di tanto in tanto rivernicia, da ultimo, da penultimo, l’Alessandro Defilippi di Manca sempre una piccola cosa - «l’amare il proprio lavoro costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra».
Sono felici e serissimo come bambini gli aristocratici di Cristiano Cavina in miniera. Il Necci, «il più vecchio di tutti», lo zio Jair («un indaffarato Mastro Geppetto») & C. che una mattina – accolti in cantiere dalle nuove divise – riassaporano, se mai l’avessero smarrita, l’infantile gioia natalizia. I veicoli grandi tre volte un carrarmato docili come il «vecchio camioncino giocattolo senza una ruota» che inorgoglisce un figlio del maieutico io narrante. tom tom per chiamare in superficie come le ricetrasmittenti di plastica.
Ma la favola di Cavina è vera, dunque non affogato nell’idillio. Accade che la polvere di gesso insegua e segni come «la scia di una sventurata cometa». Su tutti Edmeo e Cavalletta, che «sono entrati in cava con quattro braccia e ne sono usciti con uno: il sinistro di Cavalletta»; Edmeo – le braccia «rimaste attaccate al volante» - che tesaurizzerà la disgrazia salvando la ditta e indignando il donchisciottesco , «candido» suo autore; Edmeo che, coronato il sogno piccolo borghese di una villa in collina, patirà la nemesi o chissà quale sortilegio: la morte, nella nuova cava, del figlio, «la sponda ribaltabile lo aveva colpito in fondo alla nuca, dove finiva l’elmetto…».
I misteri, le ombre, i deragliamenti, fuori e dentro la galleria. «Gli strati della pietra – scolpisce Cavina – si leggono alla stessa maniera di un libro, solo che sono scritti in tutt’altra lingua. È un alfabeto che pochi sanno alla perfezione». Bisogna sudare come la pietra, per conquistarlo. Imparando a non mettere, mai, una pietra sopra.
Marco Belpoliti
L'Espresso

gennaio 2011

I romanzi dedicati ai lavori tradizionali sono diventati rari, figuriamoci quelli sul lavoro in miniera; in realtà, il luogo dove è ambientato “Scavare una buca”, Marcos y Marcos, pp. 205, euro 14,50), ultimo romanzo di Cristiano Cavina, non è esattamente una miniera, bensì una cava di gesso con tunnel e gallerie. La voce narrante, padre di tre figli con moglie bracciante, è lì in galleria da una vita; c'è entrato ventenne e ancora di ricopre tutto di polvere bianca. Come in tutti i libri di Cavina, di professione pizzaiolo, anche in questo la trama è sottile e leggera, quasi inesistente; eppure si segue il racconto in attesa dello svelamento finale, che poi c'è, per quanto annunciato. Il libro sta su grazie alla prosa dell'autore che si snoda come un serpente che avvolge il lettore. C'è nel tono del narratore una forma di disillusione allegra, un passo grave e a un tempo leggero. Forse è proprio la materia del romanzo, il modo con cui Cavina la presenta, attraverso questa sorta di suo alter-ego, a rendere tutto così sapienziale e insieme malinconico. 




A tratti “Scavare una buca” può ricordare il Primo Levi della “Chiave a stella”,  per l'attenzione al lavoro, alla sua dignità, tuttavia c'è sempre un che di provinciale, in senso positivo, di forte e anche di molto italiano – romagnolo si dovrebbe dire – che rende unico il modo di raccontare di questo narratore giunto alla sua quinta prova con passo sicuro. Il lavoro manuale oggi è qualcosa di svilito; Cavina ne sa invece recuperare la piccola epica quotidiana intorno a quella che è una comunità di persone, gli operai della miniera-cava di gesso, materiale con cui si fabbricano le pareti interne delle case.
Anche qui, come nella realtà di ogni giorno, c'è un incidente, anzi un doppio incidente, intorno a cui ruota la storia che ha l'andamento di una tragedia greca. Anzi, romagnola.
Giuseppe Giglio
Il Riformista
luglio 2011

Tra polvere e gesso, la favola di Cavina nel segno di Verga

Rosso Malpelo – il malnato, quasi ferino ragazzo di miniera verghiano – aveva la polvere della sciara, della rossa rena del vulcano, nelle orecchie. Quella lava brulla e malinconica, dove anche la civetta (pensava Rosso) si disperava, nell’impossibilità di andare a trovare i morti della cava, rimasti nelle tante gallerie scavate, prigionieri della rena e della polvere, in un mondo immutabile e senza speranze. Ma succede – in quel meraviglioso sistema di coincidenze, ritorni, rispondenze che è la letteratura – che la polvere nutra altre narrazioni, altre storie, che animi qualche preziosa filigrana esistenziale. Come nel caso di Scavare una buca, l’ultima fatica di Cristiano Cavina (Marcos y Marcos, 2010, € 14,50).
Una storia ambientata ai nostri giorni, dove il protagonista, che è lo stesso io narrante (con tre figli da crescere, insieme alla moglie bracciante, che raccoglie pesche insieme ai rumeni), ha anch’egli la polvere nelle orecchie: quella del gesso della cava in cui da vent’anni lavora, alla guida di un gigantesco camion. Tra uomini impolverati: che perforano, frantumano, raccolgono cristalli di gesso; che vanno sbriciolando una montagna, al tempo stesso ricavandone un anfiteatro a gradoni che sembra «scavato su misura per far sedere gli dei». Diventa subito personaggio, quella cava. Un essere vivo. La sua pelle si muove, mentre la polvere sembra inseguire tutti – veterani e nuovi addetti di cava - «come la scia di una sventurata cometa». E l’arrestarsi di un rullo trasportatore ha un suono strascicato, che somiglia al lamento di una bestia. È pericoloso violare le viscere della terra: qualcuno riesce anche ad andare in pensione, in quella cava; qualcun altro invece vi entra con due braccia per uscirne con uno, o addirittura senza. E a furia di scavare, si può anche arrivare all’inferno.




Ma questa nuova storia di Cavina non è tanto una cartolina da una miniera dei nostri giorni (seppure non manchi una piccola epica del lavoro manuale, che ripropone quella sana etica di tanta provincia italiana), ma qualcosa di più ampio respiro. È una favola che disegna per linee essenziali luoghi e personaggi reali e simbolici al tempo stesso, attraverso un’incisiva narrazione in prima persona, che non indulge alla freschezza del registro del parlato: per scoprire una porzione di esistenza, per dirla con Kundera. Per mostrare che nella corsa della vita le scorciatoie non servono. E che anzi possono avere conseguenze pesantissime, estreme. Come quando uno dei veterani della cava (un padre che non ha mai imparato il mestiere, bellissimo e difficile, di genitore, egli stesso peraltro cedendo a discutibili compromessi) costringe il figlio appena ventenne a prendere il suo posto, a calarsi in un ruolo che gli è del tutto estraneo. E la microstoria di questo sfortunato ragazzo diventa un agile, percussivo controcanto, grazie al quale il narratore di volta in volta alza il velario sulle inquietudini esistenziali del protagonista. Era anche lui un ragazzo, quando era entrato in quella cava. E negli anni aveva imparato a convivere con la polvere, a farle tante domande… «Chiedete alla polvere», diceva John Fante ai lettori di Chiedi alla polvere, il suo capolavoro del 1982. quella polvere che entra nella bocca e nell’anima. E dalla polvere sembra avere le risposte che cerca, il protagonista di quest’ultima storia di Cavina. Che si apre nel segno del Verga di Rosso Malpelo, come recita l’epigrafe «… e i ragazzi della cava abbassano la voce quando parlano di lui nel sotterraneo». Ma che racconta di un ragazzo che è cresciuto senza tradire le sue passioni e le sue battaglie.
Davide Musso
Pulp
gennaio 2011

Già prima che uscisse se ne parlava come di un romanzo diverso dai precedenti. Da tenere d'occhio. Da aspettare al varco. La prima volta di Cavina su un argomento scivoloso, come quello del lavoro, un tema che nella narrativa di oggi è inspiegabilmente poso gettonato, demodè, neanche avessimo smesso di andare tutti a guadagnarci il pane ogni giorno (d'accordo: la crisi, il precariato, la disoccupazione – ma insomma), neanche la letteratura avesse smesso di raccontare chi vive là fuori.
E quindi ecco Cavina, che fa centro di nuovo, con una storia ambientata come sempre dalle sue parti, ma questa volta in una cava di gesso sull'Appennino, nel ventre di una montagna che ti inghiotte gran parte della vita, che diventa tutta la tua vita se non ci lavori solo per lo stipendio e stop: così fanno l'io narrante, il Necci, lo zio Jair e tutti i loro compari (verrebbe da dire “compagni” ma non vorrei sembrare troppo vintage). 




E anche se il protagonista cerca di non portarsi a casa il lavoro (“Per quanto mi piacesse... terminava in un angolo del garage, e non davo mai alla polvere la possibilità di salire le scale”) fa quasi tenerezza quando, in gita a Mirabilandia con la famiglia, passa il tempo a bussare su tutte le pareti che trova per verificare se sono fatte con il cartongesso prodotto nella sua cava: “Era una specie di deformazione professionale. Se la parete suona a vuoto, è fatta con quei pannelli. (…) Fui molto orgoglioso di vedere tutta quella gente divertirsi tra i nostri prodotti”.
Ma la montagna non si doma, si prende quasi sempre qualcosa di te e lentamente ti risucchia verso l'inferno: pochi quelli che non ci hanno lasciato almeno un dito, c'è chi là sotto ha perso entrambe le braccia e chi convive con ben più di un fantasma.
Cavina si gioca bene le carte che ha, riuscendo a costruire un microcosmo perfettamente funzionante, che interroga il lettore: “Perché fai quello che fai?”.

Gianluca Veltri
Il Mucchio Selvaggio

gennaio 2011

In Scavare una buca c'è un respiro verista. Come se tu avessi un'urgenza di verità non rimandabile, di autenticità, muscoli che si tirano e corpi stremati dalla fatica.
Scrivo solo quando sento di avere qualcosa da dire. Non mi è capitato – e spero non mi capiti mai – di raccontare una storia solo perché sono uno scrittore e devo farlo prima possibile, altrimenti si dimenticano di me. La maggior parte delle persone che conosco fanno lavori faticosi, più manuali che intellettuali. Volevo rendere omaggio a loro.
C'è chi ha detto che le tue storie sono “ataviche”. Premoderne, direi. Forse perché raccontano categorie sempre valide. Di cosa scrivi, quando scrivi, proprio in fondo?
È probabile che sembrino ataviche o premoderne, come dici tu, perché escono dai luoghi che, a parte la connessione a internet, sembrano essere rimasti in disparte rispetto alla contemporaneità. Il paese dove sono nato e vivo non è molto diverso da cinquant'anni fa: quando vado al bar, mi sembra di trovarci le stesse persone che c'erano quando avevo dodici anni e servivo loro il caffè. Le storie che si raccontano sono sempre quelle, e non hanno perso un grammo del loro fascino. Anzi, sono ancora più maestose.
La provincia campagnola, interna, montanara è il tuo mondo. Vivi ancora in provincia? Cosa ti dà la terra dei “frutti dimenticati”?
Vivo ancora a Casola Valsenio (RA, Ndr), stesso appartamento delle Case Popolari. Non si dirti cosa mi dà; posso dirti cosa non mi dà: l'ansia di girare mezz'ora per trovare parcheggio, i semafori e i sensi unici. Non mi dà luci accese e traffico 24 ore su 24: a Casola di notte c'è il silenzio e il buio. Non mi dà la paura di dover attaccare mio figlio a un guinzaglio: la mattina viene a fare la spesa con me guidando il suo trattore a pedali. Faccio 200 metri e a seconda della direzione posso essere in riva la fiume o in mezzo a un bosco. Soprattutto, la gente non ha smesso di parlarsi; non attraverso lo schermo di un computer con Facebook, ma alla vecchia maniera, guardandosi negli occhi. Ho abitato tre anni in un palazzo a Torino, e a malapena ho conosciuto la signora che stava nella porta di fianco alla mia.
Com'è nata l'idea dell'ambientazione in una cava?
A Casola c'è una delle più grandi cave di gesso d'Europa. Andiamo molto fieri del fatto che la maggior parte del cartongesso che c'è in Italia lo fanno da noi. È un luogo misterioso, non ci si può andare senza un permesso e pochi l'hanno visto dentro. Quando ci vai ti toglie il fiato. Tutto è gigantesco. Sono cresciuto sentendo le cariche esplosive che brillavano, facevano vibrare i vetri della scuola. Anni fa al bar, dopo un'esplosione un vecchietto disse che a forza di scavare sarebbero arrivati all'Inferno. Mi è tornata in mente quella frase. In più, mio figlio – che ha tre anni – è appassionato di escavatori e ruspe. È da quando è nato che giriamo per i cantieri. Tutto si è amalgamato, è venuto fuori il romanzo.
Un personaggio dice: se facciamo bene questo lavoro, come si deve e con attenzione, non è peggio degli altri. È così?
Io trovo che il lavoro manuale, sudare facendo il proprio mestiere, sia meraviglioso. E ci sono lavori, come quello del minatore o dell'addetto di cava, in cui combatti contro qualcosa di assoluto, una montagna che è lì dall'alba dei tempi e che comunque alla fine ti sopravviverà. Ognuno dovrebbe trovarsi una passione, qualcosa che gli piaccia, e non accontentarsi di quello che trova o che qualcuno gli dice di fare. Lavorare con le proprie mani non è una macchia indelebile, anche se, in un mondo in cui tutti si sentono destinati a diventare Amministratori Delegati, la tendenza è considerarlo tale. Fare un mestiere non è solo portare a casa i soldi a fine mese; è costruire qualcosa al meglio delle tue possibilità, che ti gratifichi come persona.
Davvero passi dal Campiello (dallo Strega, al Campiello non sono mai stato) al forno a legna?
A un incontro per il premio Strega (ero tra i dieci finalisti) la Dandini mi ha chiamato sul palco; quando le sono passato sotto, mi ha sussurrato che c'era una spia che non andava: pensava che fossi uno dei tecnici. Del resto ero l'unico senza giacca, avevo una vecchia maglietta dei Pearl Jam. Mi ha riempito d'orgoglio. La sera successiva non sono andato alla serata di gala dove si decretava la cinquina finale: dovevo fare le pizze da mio zio.





Lo preferivo, piuttosto che stare in mezzo a gente che predica bene, ma razzola malissimo. Ho scelto di essere selvatico e di andare controcorrente, perché è così che sono nato e cresciuto. Scrivere è il mio primo lavoro, come passione e come guadagni, ma ho bisogno di ritrovarmi sempre davanti a quel dannato forno, per non credermi chissà che cosa. Ho scelto di non pubblicare per i grandi editori per non tradire me stesso e i principi in cui credo. Sono molto più rigido su questo. Non vorrei pontificare contro Berlusconi, firmare appelli contro di lui, accettando però i suoi soldi come scrittore edito da Mondadori o Einaudi. Semplicemente, dico di no a Mondadore o Einaudi. Su certe cose non si tratta. Nessuna scorciatoia, nessun compromesso.
Pensavo a Scavare una buca come possibile allegoria: dopo l'escavazione nelle proprie profondità nel precedente I frutti dimenticati, qui racconti il lavoro manuale di estrazione di materiali. Da una montagna muta, dura, si tira fuori un frutto prezioso. Che ne pensi?
Penso che hai ragione. Comunque tutti i libri e tutte le storie parlano della stessa cosa: della materia di cui sono fatti gli uomini, di cosa li spinge, cosa cercano. Gli uomini possono essere feroci e cattivi, muti o impenetrabili. Possono combinare un mucchio di disastri, eppure contengono tutti quel briciolo di magia che ti lascia a bocca aperta: hanno tutti quella ferita non rimarginata  che li fa soffrire, ciascuno in modo diverso, che ti commuove e te li fa sentire vicini. Su questo pianeta, siamo gli unici esseri viventi che sono rimasti a metà strada tra le scimmie e gli angeli, tra Clark Kent e Superman, e tutta la fatica che sentiamo viene da questa consapevolezza, credo.
La frontiera della cava rende gli scenari come quelli di un western industriale. La parete di diamante, tramonti incendiati, la montagna ti osserva immensa. Come hai fatto a mantenere la scrittura secca e controllata in mezzo a tanta enormità?
Grazie a Claudia (Tarolo, ndr), la mia editrice-editor! E poi, ho lasciato che parlasse il protagonista del libro e non io. Mi sembrava che il modo più giusto per raccontare fosse attraverso gli occhi di un minatore alto due metri, che guida mezzi giganteschi ma è anche un padre affettuoso e un marito innamorato di sua moglie. Il suo sguardo semplice sul mondo aveva questa specie di tocco magico, che si ritrovava spesso nelle persone che hanno studiato poco e faticato tanto. Un modo innocente di vedere le cose.
Chi sono i tuoi maestri di scrittura? Chi hai letto, chi leggi?
Non sempre gli autori che leggo con più frequenza sono anche i miei “maestri”. Dumas per me è il massimo, ma sfortunatamente non posso né so scrivere come lui. Eduardo Galeano è un profera, lo venero, come Kurt Vonnegut. Ma nemmeno in dieci vite riuscirei mai ad essere come loro. Un maestro è Stephen King. Lo sono stati John Fante e Goffredo Parise, e anche Natalia Ginzburg. Mi hanno mostrato come serve una voce per raccontare una storia. Molti dei miei maestri non sono nemmeno scrittori: sono i vecchietti che mi ritrovavo intorno quando lavoravo al bar da ragazzino. Leggo di tutto. Ho finito l'autobiografia di Keith Richards, bellissima: sono un chitarrista, lo ero prima di diventare uno che scrive storie. Adesso sto leggendo una biografia degli AC/DC e l'ultimo Connelly. Tutti i libri mi piacciono, se scritti con onestà.
La tua letteratura sembra atemporale, non fa l'occhiolino alla contemporaneità. Difficile che un personaggio di Scavare una buca ascolti i Radiohead nell'autoradio. Mentre scrivi ascolti musica?
Ascolto musica sempre. In macchina, a casa, mi porto dietro l'ipod in pizzeria. Sempre. Mi piace la musica. Ascoltarla e suonarla. Sto rivivendo grazie a mio figlio un secondo amore per gli AC/DC, lui è un fan sfegatato di Angus e Malcom. Posso cantare a memoria i primi due dischi dei Velvet Underground, i Pearl Jam dall'inizio alla fine, i Guns N'Roses, gli Who: tutto il rock con le sue sterminate deviazioni e derivazioni. Compreso l'Heavy Metal. Voglio dire, Dave Mustaine è Dio!
Marco Casa
Terre di mezzo

gennaio 2011

Cronache del sottosuolo
Un miliardo di spettatori in tutto il mondo tra tivù e web. Occhi puntati, divisi tra sguardi solidali e voyeuristici e cifre da elezioni presidenziali Usa per il “Grande fratello” dei minatori cileni.
A seguire quanto stava avvenendo nel sottosuolo di San José a capitan Urzua e ai suoi 32 compañeros, c'era anche lo scrittore Luis Sepúlveda, con il suo immancabile cigarillo. “Mi ha avvisato un amico che lavora in una radio di Copiapó, la città più vicina alla miniera” dice nel suo italiano che conserva tutta l'alma fonetica dello spagnolo, mentre mi invita a fumare con lui, per condividere il rituale di tanta vita e letteratura sudamericana. Una pausa, e riprende a parlare della miniera e del suo ultimo libro: “Ritratto di gruppo con assenza”, uscito a fine 2010 per Guanda editore. Ventisei istantanee racchiuse in altrettanti racconti che hanno per protagonisti personaggi piccoli e grandi incontrati nel Sud e nel Nord del mondo durante il suo esilio, “è una forma di letteratura ben lontana dalla finzione, perché volevo rendere i lettori partecipi della mia visione della realtà” spiega Sepúlveda. E il titolo? “Ha radici lontane. Nel 1990, al mio ritorno in Cile dopo la dittatura, decisi di realizzare un reportage con una fotografa tedesca che qualche anno prima aveva fotografato un gruppo di bambini sorridenti: volevamo vedere che fine avessero fatto i soggetti di quello scatto della purezza”.
Ma l'autore de “Il vecchio che leggeva romanzi d'amore” ha ancora negli occhi le immagini dei suoi connazionali intrappolati per 70 giorni sottoterra. “In quella miniera si lavora all'estrazione del rame residuale che contiene oro, argento e altri minerali di grande valore – racconta. L'incidente è stato causato dalla mancanza di sicurezza sul lavoro: in Cile non si rispetta nessuna norma. Tutti, per primi i minatori, sanno che quanto è successo era prevedibile. La miniera faceva un rumore strano e quando lo senti devi mollare tutto”.
“La montagna è viva, fa rumore, ha degli assestamenti. Anch'io ho seguito la vicenda con interesse: per scrivere il mio ultimo libro sono andato in un luogo del genere”, a fare eco, è il caso di dire, è Cristiano Cavina, che ha dedicato il suo romanzo “Scavare una buca” (Marcos y Marcos), ambientato ai giorni nostri, alla cava di gesso di Monte Tondo, a Casola Valsenio in 
provincia di Ravenna:




“Lì hai un monte intorno e quando sei al buio ti senti una formica a confronto con un gigante”. Lo sa bene il quarantenne protagonista (anonimo fino alla fine, ndr), che già a 18 anni si muove tra trivelle e automezzi giganteschi, con ruote alte quanto una persona e cariche di esplosivo. “Sono cresciuto in una casa da cui si vedeva la cava – ricorda lo scrittore romagnolo. Quando facevo le elementari alle 4:25 del pomeriggio tremavano i vetri perché sparavano la dinamite. Adesso l'ora x è mezzogiorno, e alcuni miei amici lavorano lì.
Per sopravvivere in miniera, ieri come oggi, occorrono prudenza e perizia: due doti che “arrivano in dono” a chi “sceglie” questo mestiere, perché se non c'è passione si rischia grosso come dimostrano Edmeo e Cavalletta nel romanzo di Cavina. Entrambi, infatti, nella cava perdono qualcosa: “Sono entrati con quattro braccia e ne sono usciti con uno: il sinistro di Cavalletta”, dice lo scrittore.
A 700 metri di profondità, l'unico appiglio diventa allora la solidarietà di classe. “Nello show mediatico non si è detto nulla dell'arrivo di due minatori della Pennsylvania che avevano avuto un'esperienza simile due anni fa – prosegue Sepúlveda – sono stati loro a disegnare la capsula per estrarre i compagni sepolti. Non erano pagati né dal governo né dalla compagnia proprietaria della miniera. A spingerli era solo l'orgoglio del lavoro in un sistema economico ingiusto”.
Un sentimento che conoscono anche gli operai italiani: “Il responsabile di Monte Tondo racconta che chi coltiva la pietra è gente innamoratissima del proprio mestiere – prosegue Cavina – gli piace il buio, il freddo in galleria dove il tempo non passa mai, e la perfezione dei gradoni della cava che riflettono la luce del sole”. E un a miniera compare anche tra i racconti di Sepúlveda. Si tratta di un posto chiamato “L'enclave”, un luogo stranamente pulito, ricco e felice nella terra insanguinata dei cartelli colombiani, dove il giornalista però non ha il permesso di intervistare nessuno.
“Oggi ci sono 283 minatori disoccupati a San José – conclude lo scrittore sudamericano, spegnando il cigarillo – aspettano ancora una risposta dal governo sul futuro della loro miniera e sul rispetto delle norme internazionali in materia di sicurezza sul lavoro. Credo, non l'avranno mai.

Fulvio Panzeri
Avvenire

novembre 2010 

Cavina: là dove la terra impone un senso al destino

Cristiano Cavina si conferma, tra i nuovi narratori italiani, uno dei più solidi. Giunto oramai al quinto romanzo dimostra di aver modulato in modo forte una sua voce narrativa, che è quella dell’affabulatore, di un narratore puro al quale interessano le storie, ma anche l’umanità che sta dietro alle figure che la voce narrante evoca, in prima persona. Era difficile per lui riprendere un fiato narrativo, dopo la dolorosa, ma necessaria riflessione sul tema della paternità, una storia tutta sua, che è diventata un romanzo in grado di evitare ogni personalismo autobiografico, che sapeva però tenere nelle parole la forza della vita, quella che ci aveva proposto nell’ultimo romanzo I frutti dimenticati.
Cavina supera questa difficoltà, ritornando a quella verità espressiva che gli permette la scrittura in prima persona, in un’ottica strutturale che per lui significa molto, la possibilità, grazie alla forma dell’affabulazione, di usare un “io” che nasconde in sé una forte dimensione collettiva, che è in grado di essere “noi”, nel momento in cui evoca un intero mondo, con la sua dimensione popolare, legata normalità della vita, quella che è al di fuori di ogni artificio romanzesco.
Così Cavina sceglie di ripercorrere l’aspro territorio del suo appennino romagnolo, questa volta puntando su un aspetto per lui nuovo, quello di una vena visionaria e simbolica che va a sovrapporsi e quasi a nascondere quel senso di scanzonata leggerezza che faceva da controcanto alla scoperta dura del mistero della vita, nei suoi romanzi precedenti. 
Qui Cavina dimostra come la sua letteratura sia autentica, perché priva di qualsiasi sovrastruttura letteraria: a muovere la sua scrittura è l’umanità con cui affronta le storie. 








In Scavare una buca riporta all’attenzione del romanzo italiano il tema del lavoro e della fatica, con una competenza lessicale nella descrizione della materia (il gesso) e dei macchinari che stanno diventando rari. 
Il suo protagonista racconta il lavoro in una cava, mettendo in luce come l’aspro e duro contatto con la polvere e con il pericolo, possono diventare parte di sé, un mondo al quale non si può rinunciare, nonostante la polvere del gesso si attacchi e accompagni il corpo e l’anima. Su una trama minimale Cavina sa costruire un romanzo forte e potente in virtù di quella visionarietà che la montagna di gesso gli presenta, che «per venticinque chilometri emergeva e sprofondava nella terra come il dorso di un maestoso animale marino che sale in superficie per sfiatare».
C’è un senso quasi di bilico in questa storia, tra la polvere, la montagna e i suoi movimenti interni, la galleria e la sua precarietà e Cavina lo esplicita con certi fulminanti finali di capitolo, là dove la terra impone un senso al destino. È anche un libro che va controcorrente, in tutti i sensi, che difende i valori veri, quelli che oggi sono come i “frutti dimenticati” del romanzo precedente, che qui ritornano: il lavoro come valore e scelta di vita, il rispetto verso chi lavora, soprattutto se è straniero, insegnato ai figli, anche con una forza rabbiosa, perché chi racconta su questo non cede ed è durissimo con la figlia, quando le indica che tutto ciò che ha è frutto della fatica di chi lavora. Tutto il senso del libro, la sua verità è racchiusa in una considerazione: «Era quella la vita che avevo scelto, e l’avrei portata avanti così anche dovendo scavare nella polvere per sempre». Alla rassegnazione o al cedimento, Cavina oppone la fierezza della propria vocazione: di questi tempi è decisamente importante.

Dario Pappalardo
La Repubblica

novembre 2010

Polvere e fatica la vita è una miniera

Il Nenci a un certo punto dice: «L’unica differenza è che noi ci parcheggiamo in casa sul divano e che non funzioniamo a gasolio». Il paragone è con i camion con cui lavorano per scavare il gesso: lui, lo zio Jair e l’io narrante. Uomini e cave. Non ci sono reality, non c’è Facebook, non c’è la tv. Sembra quasi il ritorno a un mondo verghiano pre-digitale (il libro si apre citando Rosso Malpelo) il quinto romanzo di Cristiano Cavina: una discesa nelle viscere della montagna a raccontare la vita invisibile dei minatori.
In prima persona, una quarantenne dice di sé, della sua storia ventennale da “coltivatore della pietra”, della moglie che raccoglie la frutta, dei tre figli. E del mestiere che lascia in garage, quando, nell’angolo doccia, deterge la polvere di una giornata intera. Se fosse un film, sarebbe il secco realismo dei fratelli Dardenne. Poiché si tratta di letteratura: è un racconto lungo, essenziale e intriso di pietas sulla dignità del lavoro e l’impossibilità di modificare davvero gli eventi. Qualcuno si farà male. Ma poi la vita riprenderà. 

Marco Missiroli
Rolling Stone
dicembre 2010 

Cristiano Cavina è Cristiano Cavina, una voce unica nel panorama letterario italiano. Con questo nuovo romanzo lo ribadisce, scegliendo una storia ambientata nella sua terra e con i suoi personaggi, eroi epici di una quotidianità poetica che non tradiscono le proprie radici. Scavare una buca ci racconta apparentemente dell’esistenza di chi lavora il gesso nelle cave, vedendosela ogni mattina con il silenzio della montagna e coni sacrifici del lavoro. In verità ci svela la storia di un uomo e della sua battaglia di ogni giorno, che è un po’ quella di tutti noi: proteggere le nostre passioni, senza scorciatoie, senza compromessi. In nome delle parole di uno dei protagonisti del libro: «Fare un mestiere non c’entra un accidente con il guadagnare dei soldi».

Davide Musso
leparole.terre.it
marzo 2011

Un consiglio di scrittura? Leggete

Già prima che uscisse se ne parlava come di un romanzo diverso dai precedenti. Da tenere d’occhio. Da aspettare al varco. La prima volta di Cristiano Cavina su un argomento scivoloso come quello del lavoro, un tema che nella narrativa d’oggi è inspiegabilmente poco gettonato, demodè, neanche avessimo smesso di andare tutti a guadagnarci il pane ogni giorno (d’accordo: la crisi, il precariato, la disoccupazione – ma insomma), neanche la letteratura avesse smesso di raccontare chi vive là fuori.E quindi ecco Cavina, che fa centro di nuovo con Scavare una buca, una storia ambientata come sempre dalle sue parti, ma questa volta in una cava di gesso sull’Appennino, nel ventre di una montagna che ti inghiotte gran parte della vita, che diventa tutta la tua vita se non ci lavori solo per lo stipendio. 

Con il tuo ultimo romanzo compi uno scarto rispetto ai precedente e ti allontani un po' dai tuoi "territori": come e perché hai scelto questo tema?
A dire il vero non so mai quanto sia io a scegliere un tema, o lui a scegliere me; nel caso di quest'ultima storia, è venuta fuori perchè probabilmente da qualche dentro di me si sono mescolate alcune cose più o meno slegate l'una dall'altra; una è che sono nato e vivo sotto la cava di gesso più grande d'Europa, un'altra è che mio figlio è un grande appassionato di escavatori, un'altra ancora è una frase che ho sentito anni fa al bar, da un vecchietto, che dopo la solita esplosione in cava di mezzogiorno, disse ridendo che a furia di scavare sarebbero arrivati all'inferno. Queste tre cose hanno lavorato tra loro a mia insaputa, e a un certo punto sono venute fuori sotto forma di un gigantesco addetto di cava, alto quasi due metri, padre e marito amorevole, che sa addomesticare macchinari grandi come case, che lavora nel cuore della terra ogni giorno, in un luogo minaccioso, ma che non sa parlare a un altro essere umano. E questo mi ha dato la possibilità di dire una cosa a cui tengo molto: che lavorare solo in parte significa portarsi a casa uno stipendio. 







Quanto ha contato il lavoro di documentazione preliminare? Come ti sei mosso per impostarlo?
Sono stato un po' in cava a vedere com'è; l'ho avuta sotto il naso per trent'anni, e non pensavo fosse un luogo così incredibile, strano, difficile e bellissimo. Ho parlato con chi ci lavora, ma è stata una cosa molto naturale, nel senso che amo il lavoro manuale, e cerco sempre di imparare, subisco il fascino di chi fa questi mestieri, starei ad ascoltarli per ore. Certe cose ho dovuto poi controllarle su internet e chiedendo ad amici che se ne intendono, soprattutto per quel che riguarda certi termini tecnici di motoristica, di potenza. È stato come scoprire Atlantide...Che tipo di scrittore sei? Intendo: quando scrivi e dove, per quanto tempo prima di staccare ecc. E che metodo utilizzi? Scrivi tutto di getto e poi riscrivi o ti muovi per gradi?
Scrivo quando non posso più evitare di farlo, quando sento di avere qualcosa da dire, qualcosa a cui tengo. Scrivo in camera mia, davanti alla finestra; ho il permesso del sindaco di lanciare i mozziconi direttamente di sotto per non perdere tempo a spegnerli, poi ogni tanto vado a spazzarli. Fino a pochi anni fa scrivevo solo di mattina e di primo pomeriggio, ma adesso c'è Giovanni, il mio bimbo, quindi ho dovuto cambiare orari e abituarmi a scrivere di notte. Vado avanti finchè tengo botta, e scrivo tutto di getto; tengo a portata di mano un quaderno e una matita, per segnarmi le cose che mi vengono in mente e che magari riguardano pezzi del libro che vengono dopo, e che esistono al momento solo nella mia testa. Poi correggo le bozze con Claudia, mia editor-editrice, e vado avanti finchè non mi dice alt, così va bene.
I tuoi cinque consigli di scrittura per un aspirante autore?
Leggere, leggere tanto, leggere di tutto, scrivere per scrivere non per pubblicare e... l'ho detto leggere? Leggere, ecco.
Un libro da non perdere e uno da dimenticare.
Il Conte di Montecristo, o il Libro degli abbracci di Galeano. L'altro non lo so, l'ho dimenticato, forse il penultimo di Culicchia, non saprei. 
Cosa ti piacerebbe fare da grande? Ovvero: che progetti vedi nel tuo futuro?
Il babba (mio figlio mi chiama così). Però non so ancora dirti di quanti bambini di preciso. Un sacco, spero.
Alessandra Iadicicco
Famiglia Cristiana

novembre 2010

Minatori celesti

Il loro lavoro assomiglia , per l’umiltà e la fatica a quello dei giardinieri. Però coltivano pietre. La loro opera fa pensare, per grandiosità e profondità, alla scena di un teatro. Ma i loro gradoni non ospitano gli dèi: portano giù all’inferno. Non sono contadini né attori: sono minatori. E il contatto penetrante con la terra li porta più vicino al cielo. La penna di Cavina – sincera, genuina – fa di una storia di operai un inno alla sacralità del lavoro.
Marta Cervino
Marie Claire 
dicembre 2010

L'oscurità nella cava è così grande che «essere un uomo è essere niente». Edmeo scava, ha la polvere nell'anima, negli occhi troppi colleghi finiti male. Lì sotto ci ha perso le braccia. E ora alla cava è arrivato suo figlio. Racconto duro come la pietra su una realtà dove restare vivi è fatica e miracolo quotidiano.

Paolo Collo
Il Fatto Quotidiano

dicembre 2010

La mia passione per i piccoli editori è stata nuovamente ripagata. Sì, perché questo romanzo di Cristiano Cavina merita proprio di essere letto. È una storia semplice. È la storia di un omone alto 1 e 92 e di 103 chili che lavora – come trasportatore – in una cava di gesso. Ha moglie e tre figli e gli amici sono i suoi compagni di miniera. Un lavoro duro, pericoloso, a contatto con la dinamite (tanta da “spedirci in orbita l’intera provincia”) che strappa braccia o gambe o la vita stessa per a minima disattenzione. 






Guidando mezzi che sembrano astronavi: i dumper Perlini da 95 tonnellate (bisogna “arrampicarsi su due rampe di scale per arrivare alla cabina”). Uomini perennemente coperti di polvere che “coltivano” quella pietra che verrà poi frantumata e incollata per fare il cartongesso: laggiù, dove c’è solo l’aria fredda “che sale dalle viscere della terra” e un’oscurità così impenetrabile che “essere un uomo è come essere niente”. Complimenti.

Roberto Carnero
Domenica Il Sole 24 ore
novembre 2010 

La dignità è nelle viscere

Basta con scuole e università, con i call-center, con il precariato intellettuale: la giovane narrativa italiana ha ricominciato a raccontare l’industria, quella pesante, l’ambiente della fabbrica. Dopo la pluripremiata Silvia Avallone con Acciaio, ambientato nel mondo dell’industria siderurgica, ora Cristiano Cavina firma un convincente romanzo incentrato sull’universo di un lavoro fisico pesante ed esigente come quello della miniera. In Scavare una buca il set della narrazione è una cava di gesso, rappresentato con estrema precisione di contenuti (le tecniche estrattive, le attrezzature, i rapporti tra i colleghi, fatti di amicizia e cameratismo e di linguaggio (alcuni vocaboli tecnici conferiscono una particolare credibilità al racconto, pur senza inutili appesantimenti). Una realtà fatta di sacrificio e di pericolo, ma anche dell’orgoglio, privo però di ogni retorica, di appartenere a una comunità solidale, fatta di persone che vivono della fatica delle proprie braccia.
Il lettore entra a poco a poco nello scenario del racconto tramite gli occhi e la voce di un protagonista che narra in prima persona, un quarantenne ch da una ventina d’anni lavora come camionista nella cava. Ha vissuto tutte le trasformazioni della ditta: dai cambi di propretà (da una cooperativa a una multinazionale) ai mutamenti produttivi (il materiale estratto serviva prima per fabbricare il cemento, poi il cartongesso). A sollecitare i ricordi e le riflessionidell’io-narrante è l’arrivo di un nuovo lavoratore, un ragazzo di nome Luciano.






Ha in tasca un diploma di geometra, ma in mancanza di meglio si adatta a questo lavoro. È il figlio di Edmeo, un minatore che molti anni prima era stato vittima di un incidente nel quale aveva perso entrambe le braccia. Con un gesto generoso, si era assunto tutta la responsabilità di quanto accaduto, evitando così la chiusura della ditta e la conseguante perdita dei posti di lavoro dei suoi compagni. 
Parallelamente alla vita lavorativa, scorre quella privata del protagonista, la vita in famiglia con la moglie, che lavora come bracciante agricola, e i tre figli (tra cui Nicoletta, adolescente che si vergogna dei sacrifici dei genitori). Ci tiene a mantenere distinti i due ambiti a non potare a casa neanche un granello di gesso. Per questo si è costruito una doccia nel box-auto. Prima di salire in casa, si sottopone ogni sera a una sorta di abluzione: «Per quanto mi piacesse il mio lavoro, terminava in un angolo del garage, e non davo mai alla polvere la possibilità di salire le scale con me». Il romanzo di Cavina vive di un’originalità che consiste soprattutto nel tono della narrazione. Un tono medio, quasi dimesso, dominato da una suspence tutta legata all’interiorità dei personaggi. Non di sono eventi eclatanti, contano le risonanza personali dei piccoli fatti della quotidianità. C’è però il senso di una tragedia incombente, qualcosa di trattenuto e spinto ai limiti di un accadimento risolutore, che si verificherà verso la fine del libro. La scrittura è insieme semplice e potente, essenziale e drammatica. In questo, e anche per un particolare andamento ritmico delle frasi, Cavina ricorda un nobile antecedente, un altro autore originario dell’Appennino come lui (il nostro scrittore vive a Casola Valsenio, nell’Appennino faentino), il reggiano Silvio D’arzo (1920-1952), autore di quel capolavoro assoluto che è  il racconto lungo Casa d’altri. Viene da domandarsi se Cavina l’abbia letto, mettendone poi a frutto la lezione. Oppure se si tratti di una di quelle misteriose consonanza che a volte si verificano senza una spiegazione. Scommetteremmo però sulla prima ipotesi.

Tiziano Modesti
Il Secolo d’Italia
dicembre 2010

Il lavoro “vero” spiegato a chi non l’ha mai fatto

Una delle voci più fresche della giovane narrativa italiana, ovvero quella di Cristiano Cavina da Casola Valsenio, torna a far centro con Scavare una buca, uscito per Marcos y Marcos. Cavina aveva convinto non poco con gli esordi Nel paese di Tolintesac e Un’ultima stagione da esordienti, fino all’ultimo I frutti dimenticati che ha strappato paginate di lodi anche alla critica più dura e buone vendite in libreria. Ma con quest’ultimo romanzo la maturità raggiunta non è solo un modo di dire. Scavare una buca è la storia di un omone di 103 chili distribuiti su quasi due metri d’altezza, che lavora in una cava dell’Appennino tosco-emiliano, lo stesso dove Cavina vive e lavora pure lui (ora potrebbe tranquillamente campare di scrittura, ma continua ad infornare pizze nell’attività di famiglia e non certo per snobismo). Il protagonista è uno che alle 5 del mattino è già in piedi e alle 6 finisce inghiottito dalla cava, a guidare camion avanti e indietro, a scaricare detriti e pensieri. Poi, una volta tornato a casa, trova la moglie – una splendida ragazza che non ha mai smesso d’amare – e tre figli ancora piccoli, anche se la primogenita Nicoletta qualche preoccupazione adolescenziale comincia a darla. Nel garage s’è costruito una doccia tutta per lui, per lavarsi appena tornato dal lavoro, perché non vuole far entrare in casa neppure un briciolo di tutta la polvere che respira e ingoia laggiù nella cava.
Una vita apparentemente normale, anzi: davvero normale, Perché la “normalità” della storia raccontata da Cavina ci sta innanzitutto nella sua scrittura accattivante, senza fronzoli o inutili orpelli neanche quando deve giocoforza spiegare certi meccanismi del lavoro della cava, dalle esplosioni agli amati camion. E perché “normale” è anche la prospettiva di vita che il protagonista assume con il passare del tempo. Pure davanti ad eventi eccezionale, come l’arrivo nella cava di un altro giovane operaio, Luciano. Non è uno qualunque, ma è il figlio di Edmeo, suo vecchio compagno di lavoro che un giorno con il camion pigiò un po’ troppo sull’acceleratore. Ma laggiù, nel profondo della cava, non puoi permetterti di lasciare andare il tuo Dumper, devi controllarlo come si addomestica un cavallo (e una vita) bizzoso. Edmeo si ritrova un pezzo di montagna addosso e soprattutto ritrovano le sue braccia staccate dal corpo. Magari accade tutto per le pessime condizioni di sicurezza ma Edmeo disse che la colpa era solo la sua: niente più braccia ma una villa nuova in cima alla collina. Solo che i soldi ad un certo punto finiscono, il figlio non trova lavoro da geometra e ad Edmeo basta una telefonata perché lo assumano alla cava. 







In fin dei conti, anche questo gli è dovuto, ultimo pegno pagato al silenzio di allora. E sarà davvero l’ultimo, perché poi il figlio di Edmeo finirà in Molise, nella nuova cava che la multinazionale ha acquistato, E non sarà una bella trasferta, anche se altri operai finalmente da lì respireranno l’odore del mare: la vita del ragazzo finirà per sempre, anche se il vero buio resterà quello in cui continua a vegetare il padre. Il protagonista assiste a questa serie di eventi, forse non si accorge che quel ragazzo cercava in lui un’ancora di salvezza, un po’ di umanità che certo non poteva seppellire tutti gli uomini una volta calatisi nella grande cava. Laggiù, nell’inferno del lavoro e della vita, c’è comunque una grande differenza tra fare un mestiere, anche se duro, e arrivare a fine mese. C’è spazio per la saggezza. E lì sotto, dove la vita pulsa magari più che alla superficie, è forte per il nostro anche il pensiero della moglie, l’unica italiana rimasta a spaccarsi il sedere tra i filari per la raccolta della frutta, assieme a decine di extracomunitari. E che pena quando scopre che la figlia Nicoletta non ha un amore o chissà quale altro segreto che l’angustia, ma solo la vergogna di una madre che lavora assieme ad albanesi e romeni. E qui Cavina tratteggia una delle scene più belle del libro: davanti alla moglie, fa denudare la figlia perché quelli sono comunque i vestiti che ha addosso per il lavoro della madre nei campi. E se vuole, può uscire di casa, perché quel tetto è frutto di una vita – ancora giovane, ma già intensa – che lui, il papà, sta raccogliendo mentre scava una buca.
L’intensità di tutta la storia sbobinata da Cavina fa il paio con la drammaticità di un lavoro duro, perché in effetti quella cava è come la vita: tu stai lì a “coltivarla”, mica a romperla, a sbriciolarla. E ci sono altre pagine dense di pura narrazione quando l’autore descrive un’altra fare del lavoro, ovvero la collina da far rinascere sopra le gallerie oramai abbandonate, per metter su un parco: il nuovo, o presunto tale, sul vecchio. Il silenzio della montagna, quando stai lì a caricare sul camion tutto il gesso scavato da altri operai, non ti impedisce mica di assaporare il senso della vita, anzi… Perché spesso lì sotto, con le cuffie obbligatoriamente calzate, riesci a capire quello che dicono i compagni di lavoro anche solo dal labbiale. E poco importa se, una volta tornato in superficie, ti ritrovi a strillare perché hai la sensazione che gli altri non ti sentano. Fermare queste belle pagine a una mera descrizione del lavoro operaio, come pure alcuni critici hanno già fatto, appare un po’ riduttivo nei confronti dell’impianto di storia e scrittura messo su da Cavina. Qui è la via cha esplode forte, come quei candelotti di dinamite giù nella cava.

controlacrisi.org
ottobre 2011

Scavare una buca, di Cristiano Cavina. Tra le pagine di un libro la vita in una miniera di gesso

Scavare una buca. L’ultima fatica letteraria di Cristiano Cavina (Marcos y Marcos) è il primo romanzo in cui l’autore prende distanze dalla sua vita, tuttavia consegna al lettore una storia che riesce a coinvolgere e interessare sino all’ultima pagina. Una prova di scrittura ben riuscita che racconta il lavoro in una cava di gesso trovando anche la capacità e l’equilibro per affrontare la tematica della famiglia attraverso i personaggi che dànno vita alla storia. Luciano finisce a lavorare in una cava di gesso. Non è il suo mestiere, ma è quello del padre che in passato nella cava ha perso entrambe le braccia. Un uomo che ha amato il suo lavoro, per questo dell’incidente che l’ha reso invalido ha scelto di assumersene le colpe evitando la chiusura della cava e il licenziamento i tutti i suoi colleghi. Ma Luciano, il protagonista, non è solo lavoro: ha una moglie e dei figli, tra cui Nicoletta, l’adolescente che si vergogna del lavoro dei genitori. Una famiglia che il protagonista cerca di viversi tenendola separata dalla sua vita lavorativa. Sempre. Io sono nato e cresciuto sotto una delle più grandi cave di gesso d’Europa – racconta Cristiano Cavina - La vedo ogni mattina, dietro ai tetti di Casola, il mio paese. Non ci ho mai lavorato, ma è qualcosa che ho sempre avuto sotto gli occhi. Un giorno ho sentito al bar un vecchietto che commentava la solita esplosione della dinamite a mezzogiorno e cinque. “A furia di scavare arriveranno all’inferno”, disse. Ogni tanto questa frase mi tornava in mente. Poi –sorride- altre cose si mischiano con questa: il mio bimbo di tre anni va matto per gli escavatori. Un giorno ho sentito al bar un vecchietto che commentava la solita esplosione della dinamite a mezzogiorno e cinque. “A furia di scavare arriveranno all’inferno”, disse. Ogni tanto questa frase mi tornava in mente. Così è nato questo romanzo.
Una storia che oggi sembra necessaria, l’occasione per affrontare la dura realtà “degli uomini e il lavoro” e “degli uomini e la famiglia”. La dignità della famiglia? – si interroga l’autore - È molto semplice e fruttuoso raccontare sempre storie in cui le famiglie si disintegrano. Però nella maggior parte dei casi molte persone continuano a volersi bene nonostante le difficoltà. La dignità del tuo lavoro è il modo in cui lo fai –ammette Cavina - Credo che buona parte del libro stia tutto nella lotta tra chi fa un mestiere, chi ama il proprio lavoro e chi pensa che questo sia soltanto un modo per portare a casa i soldi a fine mese.
La battaglia di Luciano il protagonista del romanzo e il valore del lavoro restano due elementi fondamentali. Si ha sempre l’idea che Luciano, con la sua lotta restituisca dignità al lavoro. Luciano è un bravissimo ragazzo – conferma Cavina- aiuta la sua famiglia obbedendo agli ordini di suo padre, ma sbaglia, perché certi lavori non puoi farli se non con passione e attenzione. E non perché sono più difficili o peggiori di altri - aggiunge- ma perché rischi di morire. 





Luciano avrebbe dovuto fare un altro mestiere se quello che cercava era semplicemente uno stipendio. Solo che certi mestieri oggi non li vuole più fare nessuno. In fondo – spiega con consapevolezza e un certo rammarico - mandare un diciannovenne alle prime armi a costruire un palazzo, senza spiegargli niente, senza capire se può fare quel lavoro o no, è rischioso. Diventa molto probabile che possa volare giù da un’impalcatura. Succede ogni giorno. E sembra che la colpa sia del lavoro. Ma come dice qualcuno nel libro: il lavoro non ammazza la gente. Sono le persone che si ammazzano tra di loro.
Scavare una buca è anche una storia in cui i rapporti umani non sono mai marginali e hanno sempre il loro spessore. Cavina racconta di persone che si vogliono bene, fatte a modo loro, che non sanno dirsi le cose in modo perfetto, ma sanno farsi capire bene coi gesti.E questo romanzo è anche quello che ha visto l’autore. Sono stato nella cava – racconta - ho guardato le fasi della lavorazione del minerale, ho studiato un po’ i macchinari (è bellissimo scrivere di macchinari, di come funzionano, a volta chi scrive si perde è racconta solo dei mal di pancia e delle paranoie dei suoi personaggi, dimenticandosi di fargli fare qualcosa e dimenticando pure che per fare qualcosa servono macchine). Ho sognato a occhi aperti che è forse la parte più importante per uno che racconta storie. Nicoletta, la figlia di Luciano, vive si vergogna del lavoro della madre e che non si rende conto dei suoi sacrifici. La maggior parte degli adolescenti che conosco o sento parlare – spiega l’autore- odia gli albanesi o i marocchini, così, li vede tornare dai campi, li sente parlare tra di loro con una lingua diversa, li osserva mentre stanno in un angolo del bar e li disprezza. Vestono in modo diverso, non saprei, guidano motorini e macchine usate. Non lo so – aggiunge- immagino siano il contrario di quello che per loro deve essere una persona normale, vestita di marca, con una bella Audi sotto il sedere. Si lamentano che rubano il lavoro. Quando io e i miei amici eravamo adolescenti facevamo i lavori che adesso fanno gli albanesi e i marocchini. Nessun genitore manda più i propri figli a raccogliere le pesche: sono diventati delicati vasi di porcellana, che devono stare lontani dal fango e dalla polvere del mondo. È per questo –conclude Cavina- che Nicoletta si vergogna di sua madre. Una donna che lavora negli orti ed è l’unica italiana tra tanti extracomunitari. Io non so se era meglio una volta –riflette ad alta voce Cavina- ma nella povertà avevamo una grande dignità: l’abbiamo venduta per due cianfrusaglie, qualche canale tv e il sogno di poter diventare tutti come Briatore. E c’è ben da sperare se riuscissimo tutti a sposare il pensiero dello scrittore, quando nel romanzo scrive che Fare un mestiere non c’entra un accidente con il guadagnare dei soldi e i soldi – confessa l’autore- dovrebbero essere una parte della tua vita, importante quanto vuoi, ma non lo scopo finale. Un romanzo intelligente alla ricerca di lettori curiosi e interessati alle storie degli altri.

 

Stefania Freddi
Sette Sere

dicembre 2010

Un lavoro che può amare solo chi lo fa col cuore, ascoltando con l'anima e con il corpo. Duro, difficile e al contempo bello, come quelle montagne da cui si strappa il gesso, in un continuo rimodellare che aggiunge la mano artista e artigiana dell'uomo a quella della natura. Ai cavatori, e al loro elevato senso di responsabilità, è dedicato l'ultimo romanzo di Cristiano Cavina, scrittore di Casola Valsenio che si è dichiaratamente ispirato alla cava di Monte Tondo, nei pressi del suo paese, pur non citandola mai direttamente e non definendo mai il luogo di svolgimento della storia. «Scavare una buca» (Marcos y Marcos, 208 pagine, 14,50 euro) è il quinto romanzo del trentaseienne autore che, qui, imprime una svolta alla sua poetica: dopo le storie di formazione che hanno caratterizzato i suoi precedenti lavori, e che hanno costruito un unico ciclo, Cristiano Cavina entra nell'età adulta e lo fa con uno sguardo acuto e penetrante sia sul mondo interiore dei suoi personaggi – colpiti, arruffati, ma mai sconfitti, anzi sempre pronti a rialzarsi e a camminare ancora con coraggio e totale dignità – che con un'attenzione amorevole alla descrizione dei paesaggi che diventano complici, leggeri e presenti.
«Scavare una buca» arriva a due anni di distanza da «I frutti dimenticati», una storia famigliare, e con la famiglia, in un certo senso, ha ancora a che fare.
«Ma solo perché tutto ciò che ha a che fare con la terra è il gioco preferito di mio figlio – spiega ridendo Cavina. Anche ora sta giocando con il suo badile, scava un piccolo fosso, poi porta via la terra. Ha scoperto il mondo del movimento terra e ne è affascinato».
Tale figlio tale padre...
«Sì, anch'io sono rimasto incantato dalla cava, dal lavoro che vi si svolge, dalla sua bellezza naturale. Da via Roma, dal centro di Casola, la vedi, vedi dove finiscono i monti e inizia la parte color diamante. È bellissima, immensa, impressionante. La cava è una realtà da sempre a Casola Valsenio.. Adesso, a mezzogiorno, si sente l'esplosione per gli scavi. Quando ero piccolo, risuonava alle quattro e mezzo e, per me che frequentavo le elementari, implicava che le lezioni stavano per finire. Ma lo spunto per il romanzo, in particolare, è nato un giorno che, al bar, ho sentito un vecchietto dire dopo l'esplosione “A forza di scavare arriveranno all'Inferno” (frase che si trova nel libro, ndr). Da lì è partito tutto. Poi ho amici che ci lavorano e mi hanno sempre detto che è bellissima, tutto il paese inoltre ne parla sostenendola perché dà lavoro a molte persone. Sono andata a vederla e me ne sono innamorato».
Innamorato? Di una cava? Non si associa subito a un senso di bellezza...
«È veramente bellissima, con le pareti color diamante. Per quel che riguarda la sicurezza, poi, ora il sistema di lavoro è molto cambiato rispetto al passato, la Cava di Monte Tondo è proprietà di una multinazionale e sono estremamente attenti alla sicurezza. Nel libro lo faccio dire a un personaggio: “non è il lavoro che ammazza, sono le persone”. Poi, per scrivere il romanzo, sono andato a visitarla, chiedendo tutti i permessi necessari, e ho trovato molta disponibilità, ma anche degli episodi divertenti: chi ci lavora è molto superstizioso e temevano che portasse male scrivere un romanzo ambientato lì con una tragedia che incombeva...».




Nel romanzo, però, non dai mai indicazioni di luogo, nemmeno Casola è mai nominata.
«Infatti, potrebbe essere un luogo in qualunque parte d'Italia. E comunque, quando la tragedia arriva, la faccio succedere altrove, in Molise, lontano».
Citata o meno, Casola Valsenio è comunque al centro del tuo lavoro. Come viene visto questo piccolo paese dai lettori delle grandi città, cosa ti dicono quando li incontri per le presentazioni?
«Dicono tutti: Magari ci vivessi!, e io rispondo: Perché non venite? L'associano all'Italia degli anni '50 o '60, a quella memoria collettiva che fa dei paesini una specie di luogo dell'età dell'oro. E comunque, quando incontro i miei lettori fuori da casa mia, mi fanno sentire molto più scrittore di quando sono a Casola – ride. Qui sanno che scrivo ma in tanti pensano che sia una specie di hobby, che io sia uno di quegli scrittori che magari si pagano il libro...».
Non hai mai spiegato i numeri delle tue vendite?
«Ma no, va bene così. Io sono il figlio della postina, e quello che fa le pizze nel ristorante dello zio. Una volta ho portato a un incontro letterario mio cugino, che abita in Ungheria: c'erano 200 persone per me, non ci voleva credere. E lo stesso vale per i miei amici, quando vengono con me ai festival».
A proposito di amici, ti sei ispirato a qualcuno di loro per i personaggi del romanzo, come hai fatto nei tuoi precedenti libri?
«Gli unici due che si possono riconoscere sono Pascutti e lo zio Jair; sono due miei amici, due belle persone, muratori da una vita, fanno con me i carri allegorici. Il personaggio principale questa volta non sono io, e non mi assomiglia nemmeno. Però mi è piaciuto raccontare l'amore tra lui e sua moglie, una donna accogliente, che lo capisce».
Il bambino, invece, è chiaramente ispirato al tuo?
«Sì, è chiaro, ho descritto i suoi giochi e i suoi sorrisi. Per la figlia adolescente, invece, mi sono guardato attorno, rubando idee e inventando».
Forse avrai ripensato anche ai tuoi anni da adolescente. Hai frequentato l'Itis a Imola, vero?
«Sì, ho fatto il biennio a Faenza e il triennio a Imola, quando l'Alberghetti era ancora in viale Dante. Ho ancora tanti amici di scuola, e ricordo con piacere la professoressa Casani di Lettere, che mi ha fatto diventare quello che sono, vedeva che ero appassionato e mi invogliava... del resto era l'unica materia in cui stavo davanti a lezione. Per il resto ero un bastian contrario: pensa che quando ci fu lo sciopero contro la Guerra del Golfo, io fui l'unico ad andare a scuola, ma solo per comportarmi in maniera diversa dagli altri! Ricordo ancora che quel giorno feci lezione di meccanica. Magari scavando una buca».

D La Repubblica
dicembre 2010 


Intervista


L’ultima cosa che fai prima di dormire?
Se sono solo, leggo o suono la chitarra.

È mai andato da uno psicanalista?
Solo per la visita del servizio militare.

Il suo rapporto con le droghe o il fumo?

Droghe ne ho usate tante, ho smesso quando hanno smesso di essere divertenti e hanno iniziato a occupare troppo spazio. Fumo come una locomotiva a carbone da anni.


Cosa le piace di più nel corpo di una donna?
La schiena e le due fossette che ci sono in fondo.
Cosa mangia a pranzo la domenica?
Passatelli, cappelletti, lasagne.

Cosa la tiene sveglio la notte?
Il mio vicino simil-punk Martino, che fa casino nella cantina sotto la mia camera.

Fa sport?
Talmente poco che la risposta è no, ahimè.







Si reincarna in donna, la prima cosa che vorrebbe sperimentare?
Come ci si sente quando una creatura ti cresce dentro. Poi, a essere sincero, una relazione lesbica. E arrivare sempre 20 minuti in ritardo senza che nessuno dica nulla. 

Cosa c’è sempre nel suo frigo?
Barattoli che mi dimentico di chiudere bene, squacquerone e il latte per mio figlio.

Il senso più importante? La vista, l’olfatto…
Il tatto, e l’olfatto quando schiaccio un pisolino con Giovanni. La sua pelle e i suoi capelli hanno l’odore migliore del mondo.

Cosa non indosserebbe mai?
Il perizoma e la maglia del Bologna

Se non facesse male, con che cosa si consolerebbe?
Andando in giro a picchiare un sacco di gente che non sopporto (o forse si intendeva: se non facesse male a me?).

Carlotta Vissani
wuz.it

novembre 2010

Se sbagli, nella cava, il mondo impiega un attimo a crollarti addosso. Non è come stare in un ufficio, a compilare scartoffie, casomai ne sbagliassi una c’è modo di rimediare. Qui, dentro il ventre della montagna, se perfori un centimetro più in là o disponi l’esplosivo senza millimetrica precisione rischi la vita. Sono tanti i lavoratori che hanno sacrificato gli anni migliori alla cava, venti, trent’anni di manovalanza dura, con il gesso che si incolla al corpo come una seconda pelle e si aggrappa ai polmoni perché l’aria che respiri ne è densa. E però non basta spaccarsi la schiena per avere la sicurezza di una pensione di cui godere, capita di non avere le braccia o le mani per ritirare mensilmente quello che ti spetta perché la terra si è presa la sua rivincita, ti ha presentato il conto. E il conto si quantifica in dita, mani, braccia, qualche volta non lo puoi neanche raccontare, ne diranno gli altri al posto tuo. Cristiano Cavina (qui alla quinta prova dopo il successo de I frutti dimenticati) affronta con coraggio ed elogiabile semplicità, linearità, le vicende di un manipolo di lavoratori alle prese con enormi escavatori e Madre Natura, quella che – sempre e comunque – ci sopravviverà. Lo fa con una lingua sciolta ma essenziale, che scartavetra, parlandoci in prima persona, anche se quell’Io è subito pronto a diventare un Noi, nel tentativo (riuscito) di rappresentare una collettività che suda e fatica per portare a casa il pane, per non far mai mancare un sorriso a chi ti ami, a chi ami
E tuttavia ci tiene, Cavina, alla specificità tecnica del nostro idioma, si concentra come pochi sanno fare sulla narrazione analitica del processo di scavo e trasporto dei materiali estratti, si sofferma lungamente sulla descrizione dell’attrezzatura perché
la letteratura ha bisogno di fatti, di quotidiano e anche di nuda precisione per raccontare chi siamo .





Così il protagonista, padre di tre figli, una moglie che raccoglie frutti nei filari dell’Appennino, unica italiana tra schiere di albanesi, è legato al gesso, alla polvere, al suo dumper Perlini, non può fare a meno di alzarsi tutti i giorni per svolgere il suo dovere. E alla domanda ingenua di un ingegnere in erba appena assunto (il quesito è: che cosa fate esattamente qui?) risponde: Scaviamo, sì, noi qui scaviamo. Scavano una buca verso l’inferno.
Si costruisce una doccia in garage perché ha promesso a se stesso di non portare mai tra le mura domestiche un solo granello di polvere, come a dire che i problemi lavorativi devono restare fuori dalla porta, non devono privarlo delle forze necessarie per accontentare l’amore dei figli che in queste pagine sono davvero il motore del cuore. Circondato da colleghi di vecchia data, il Necci (il più anziano) e lo zio Jair, racconta il dramma di chi dalle profondità della terra, dalla sabbia molle, dal buio più nero, non torna più indietro. Come Luciano, il figlio di Edmeo, che là sotto non ci sarebbe voluto andare ma è costretto perché “se avesse aspettato che qualcuno lo chiamasse come geometra avrebbe fatto in tempo a diventare vecchio”. In coma per un mese e poi il sonno eterno. A Luciano va peggio che a suo padre, due moncherini al posto degli arti superiori. Eppure, in quel Molise che è lo sfondo delle vicende, la montagna e la terra esercitano un fascino particolare su chi è abituato a vivere scavando e se non fosse per quei tramonti che ricordano all’uomo che la vita è un ciclo e ogni giornata potrebbe essere l’ultima si convincerebbero di essere invincibili e immortali.
Un romanzo intenso e drammatico che è un omaggio ai valori su cui ogni giusta società dovrebbe fondarsi: l’umiltà, l’orgoglio di poter lavorare perché è un diritto, la coesione famigliare, il senso di responsabilità. Le emozioni, però, sono sempre fragili, proprio come i cristalli grezzi che luccicano sotto il sole.

Valentina Colosimo
Vanity Fair

novembre 2010 

Ci aveva abituati ai racconti del suo paese, Casola Valsenio, 3 mila anime, provincia di Ravenna. Ma ora con Scavare una buca, Cristiano Cavina, scrittore-pizzaiolo, 36 anni e un posto nella selezione del premio Strega 2009, abbandona i suoi personaggi e la narrazione autobiografica per dare maggiore voce alla storia di un uomo grande e grasso che di lavoro scava buchi «dentro una montagna».





Perché questo cambio di registro?
«Dalle mie parti, in realtà, c’è una delle più grandi cave di gesso d’Italia. Un giorno, al bar, si sente un’esplosione. Un vecchio dice: “A forza di scavare arriveranno all’inferno”. Lo sguardo del protagonista passa da lì, da sottoterra. È un uomo forte fisicamente ma in difficoltà se parla con un ragazzo».
Il lavoro manuale è il protagonista.
«Volevo parlare di operai, oramai assenti dai libri».
Che cosa diranno a Casola?
«Si chiederanno chi è, tra loro, il protagonista. Non crederanno mai che stavolta me lo sono inventato».

Giammarco Raponi
booksblog.it

novembre 2010 

La narrativa italiana è sempre stata poco incline a raccontare il lavoro, quello artigianale, o della fabbrica (a parte Volponi e pochi altri). Negli ultimi anni, però, alcuni scrittori (da Aldo Nove alla Avallone) si sono misurati con un tema così spinoso, e hanno fatto, del lavoro, materiale narrativo.
Cristiano Cavina ha corso il rischio e, meglio sgombrare subito il campo, ne è valsa davvero la pena; nel suo ultimo romanzo, Scavare una buca, appena uscito per Marcos y Marcos, racconta il lavoro in una cava di gesso, senza mai scadere nel patetismo - alcune pagine, poi, toccano vette molto alte.
«Come se certe cose uno potesse andare in giro a spiegarle» dice il Necci, uno dei protagonisti che sente addosso il peso di tutto ciò che ha scavato.
Ha pienamente ragione, il Necci. Il fatto è che per gente come il Necci, lo zio Jair e l’io-narrante, che lavorano in una situazione di estremo pericolo tutti i giorni, diventa complicato poi raccontare come la cava di gesso abbia plasmato la loro esistenza, insegnato a vivere sotto una costante minaccia, insegnato orgoglio e dignità.





È difficile spiegarlo, perfino ai propri figli o ai nuovi arrivati, agli ingegneri, a quelli che vedono solo una montagna di numeri e che vorrebbero la cava ormai esaurita e quindi da chiudere, da spostare in Molise.
Non si tratta soltanto di scavare una buca, appunto, è ovvio. La cava è la loro vita: la odiano e la amano in modo viscerale, la sentono mugugnare, ribellarsi, la «cava era viva, e la sua pelle si muoveva». La puoi solo vivere insieme a loro.
Ma in alcuni casi la cava può anche significare morte o avvicinarsi pericolosamente ad essa. È il caso di Edmeo che dalle viscere buie della cava è stato punito, forse eccessivamente; ne è uscito vivo per miracolo. Ma è stato anche furbo e alla fine ci ha guadagnato una bella casa e un posto per suo figlio, Luciano.
È difficile spiegarlo e farlo capire anche a un giovane come Luciano, che bisogna stare attenti, bisogna essere responsabili delle proprie azioni, perché la montagna non ti perdona mai. È difficile spiegarlo, ammesso che sia davvero necessario.
Sergio Rotino
L'Informazione Il Domani

Quando abbiamo fra le mani un nuovo romanzo di Cristiano Cavina, diventiamo recensori pronti a mettersi in ascolto. Così è per Scavare una buca (Marcos y Marcos), quinto romanzo di questo autore romagnolo. Una storia che inizia e finisce epica, ma più nel tono che nel suo svolgersi. Una storia che parla di minatori e di fatica e di polvere, che ha dentro l'eco di Steinbeck e rovesciata, nascosta, quella vena autobiografica cui Cavina ha sempre attinto. La si legge tra le righe di una storia in cui il lavoro, la moralità del lavoro appare centrale.
Eva Kent
martelive.it
febbraio 2011

Un po’ Emile Zola, un po’ solo Cristiano Cavina (e di suo già basta), Scavare una buca (Marcos y Marcos) è la piacevole sorpresa di scoprire che, ogni tanto, anche nell’Italia letteraria, si parla del tema spinoso del lavoro e delle morti bianche.
Un io-narrante che ci catapulta nell’enormità di una cava di gesso. Un io-narrante accompagnato da tanti comprimari (il Necci, lo Zio Jair) che come lui amano, nonostante tutto, il loro lavoro, anche se pericoloso, doloroso, incompreso.
Non scade nel patetismo o nel pietismo Cavina, non si lascia scivolare nell’inneggio al lavoro sicuro, si limita a raccontare con passione, delicatezza e criterio: “Come se certe cose uno potesse andare in giro a spiegarle” dice il Necci, e ci lascia addosso il peso di tutto ciò che ha scavato.
Il lavoro è scavare nella polvere, perforare, disgaggiare, frantumare, coltivare la pietra con mezzi giganteschi.
Potrebbero sentirsi invincibili, i protagonisti di questo romanzo,  se non fosse per quel rosso che al tramonto tinge la pietra e sembra sangue da versare come tributo alla montagna, o per il brontolio di tuono che rimbomba quando si scaricano i cristalli di gesso.
E per la consapevolezza che nel loro lavoro gli errori si pagano, come Edmeo e Cavalletta che sono entrati in cava con quattro braccia e ne sono usciti con uno: il sinistro di Cavalletta.





Il senso della storia ricorda che violare la scorza della terra è sempre e comunque pericoloso e che una cava è una terra di frontiera, dove non ci si limita a portare a casa uno stipendio. La polvere copre ogni cosa e le emozioni sono cristalli grezzi e così, giorno dopo giorno, diventa complicato raccontare come una cava di gesso possa plasmare una vita e, al contempo insegnare a vivere sotto una costante minaccia, ma con orgoglio e dignità. Perché non si tratta solo di scavare una buca: “Certi confini sono sottilissimi, e fanno tutta la differenza del mondo”.
La storia continua, la tragedia è alle porte, tutto cambia, senza cambiare mai e Luciano, vent’anni soltanto, nuovo arrivato, figlio di quell’Edmeo, forse non vorrebbe nemmeno essere lì. Eppure è difficile spiegargli che bisogna stare attenti, bisogna essere responsabili delle proprie azioni, perché la montagna non perdona. È difficile spiegarlo, ammesso che sia davvero necessario.
Con uno sguardo attento e delicato, che a tratti nella sua semplicità sfiora la poesia, Cristiano Cavina esce dalla sua storia personale, con cui ci ha accompagnato finora, e ci riporta nel mondo della gente che lavora, che suda, e lo fa con senso di responsabilità e umiltà, tramite una storia che mescola sapientemente fatica, polvere, incidenti sul lavoro che uccidono o cambiano la vita, amore e amicizia. Una storia d’avventura, un romanzo popolare, lineare, di passione quotidiana che lo consacrano, a giusto titolo ancora una volta, come uno dei narratori italiani più veraci, eppure sempre estremamente intimista che ci lascia un piccolo spazio per fare manovra e provare a comprendere i dubbi dell’esistenza.
librinews.com
novembre 2010 

Segnalatosi come uno dei narratori italiani più veraci e abili nel raccontare le storie della gente comune, Cristiano Cavina si ripropone in libreria con il nuovo romanzo ‘Scavare una buca’, pubblicato dalla casa editrice Marcos y Marcos, una storia di miniera che rende testimonianza della prima regola di vita dell’autore: niente scorciatoie, niente compromessi.
Un romanzo lineare, che riporta all’attenzione del lettore il tema del lavoro duro, quello che lascia il sudore grondare dalla fronte e che ti spacca le ossa, un mondo al quale il protagonista di questo romanzo non può rinunciare, nonostante nella cava di gesso la polvere si attacchi ai polmoni diventando parte degli stessi: «Era quella la vita che avevo scelto, e l’avrei portata avanti così anche dovendo scavare nella polvere per sempre».
In fondo a una valle, la cava di gesso domina il paesaggio. Una ferita larga, bianchissima nella montagna. Un cratere a cielo aperto e le bocche spalancate delle gallerie che scendono nel cuore della terra. L’andirivieni dei camion che impolverano le strade. Un camionista riconosce tra i nuovi assunti il figlio di un vecchio collega. 




Il ragazzo ha visto il padre rimanere invalido, schiacciato da un blocco di gesso.
Non è convinto della strada che ha scelto, ma in tempi di vacche magre gli sarebbe sembrato quasi un insulto non accettare il posto che gli è stato offerto. E timidamente, non avendo cuore di parlarne al padre, che tanto ha fatto per fargli avere quel posto, troverà il coraggio di parlarne al camionista. Che non avrà nessuna risposta da dargli al momento giusto. Segnando così, involontariamente, il destino del giovane.
E tutto intorno continua a posarsi su di loro la polvere degli scavi, quella dei cristalli di gesso, difficile da mandare via. Una polvere che ti intasa dentro e ti porta via la voce e il respiro. Spesso non solo quello …
Un romanzo che mira a quei valori che sono, tra l’altro, tra i principi fondamentali della nostra Costituzione, il diritto al lavoro unito al diritto alla vita. Una storia che riporta ad essere protagonista assoluto il mondo operaio, da troppo tempo assente ormai dalle storie della nostra narrativa.
C@fféletterario
La Repubblica di Bologna
novembre 2010


Ieri sera alla Feltrinelli c’erano Luigi Bernardi e Cristiano Cavina, fresco di stampa con “Scavare una buca” (Marcos y Marcos). Racconta una vicenda ambientata in una cava, ispirata a quella di Monte Tondo. Si è parlato subito di lavoro. Con una premessa: “nei libri ci sono pochi protagonisti che guidano un trattore o un camion”. In altre parole: i lavori oggi considerati non di prestigio forse non interessano. Hanno perso valore?
C’è differenza, per Cavina, “tra fare un mestiere e arrivare a fine mese con un lavoro”. Il primo ama quello che fa, o dovrebbe. La cava è un posto dove nel passato ci sono stati tanti incidenti, “ma è un lavoro bellissimo, uno scontro di altri tempi, anche se con macchinari moderni”, e così Cavina non racconta di malaffari delle multinazionali, di crisi. Ma di un lavoro antico, oggi, fatto da Italiani specializzati.





Ma ci sono altri lavori antichi. “A Casola Valsenio, d’estate noi ragazzi facevamo la raccolta delle pesche per avere qualche soldo. Oggi non ci sono più peschi, perché non rendono, ma kiwi. E ci lavorano solo Rumeni e Albanesi”. Nel romanzo Cavina mette lì in mezzo una donna italiana, unica non straniera. Fa un lavoro dignitoso, antico, ma la figlia la disprezza. Si vergogna.
Dici lavoro e parli di crisi, di politica, di morte. Ma anche di tradizione, di cultura. Che a volte, quando non serve specializzazione, ma professionalità, è raccolta, per necessità o per competenze, dagli stranieri. Salveranno loro questo valore del lavoro?

Scheda del libro

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