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(a cura di Elio Grazioli) Kurt Schwitters |
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Stefano
Bartezzaghi, Il
Venerdì di Repubblica, febbraio 2010
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LaStampa.it Al dadaista Kurt Schwitters è dedicato il numero 29, in uscita in questi giorni, della rivista Riga, edita da Marcos y Marcos. Comprende una selezione dei suoi scritti più importanti e un’ampia antologia di testi dei suoi maggiori studiosi. In occasione della mostra di Schwitters al Centre Pompidou di Parigi nel 1994, il catalogo riportava il ricordo di Fred Uhlman, che lo conobbe durante l’internamento in Gran Bretagna nel corso della Seconda guerra mondiale. È inedito in Italia, ne pubblichiamo una parte, nella traduzione di Luigi Grazioli Schwitters era grande, grosso e largo di spalle. Aveva una bella testa che ricordava quella dell’attore tedesco Gerhardt Hauptmann. I suoi calzini erano talmente pieni di buchi che era difficile sapere se li portasse o meno. Portava grosse scarpe che sembravano troppo grandi persino per lui, e la sua andatura mi faceva pensare a quella di un contadino che porta una cesta pesante. Diceva di essere fuggito dalla Norvegia portando con sé una coppia di topolini bianchi, troppo preziosi per essere lasciati in mani tedesche. Un giorno si fermò davanti a un granaio per raccogliere qualche chicco di grano per sé e per i suoi topolini. All’improvviso le pistole di un gruppo di norvegesi che sorvegliavano un cavo elettrico che attraversava la costruzione gli furono puntate contro, e solo la presenza dei suoi topolini lo salvò da una morte imminente. I norvegesi ritennero che era poco probabile che una spia tedesca potesse andare in giro con dei topolini in tasca, e così lo lasciarono fuggire in Inghilterra, dove i suoi topolini e lui furono messi in quarantena. La prima volta che lo incontrai, alloggiava in una mansarda del nostro campo. I suoi collages, appesi ai muri, erano fatti con pacchetti di sigarette, alghe, conchiglie, pezzi di tappo, di cordicella, di fil di ferro, di vetro e di chiodi. Qua e là si ergevano alcune statue; erano fatte di porridge, il materiale più effimero conosciuto dall’umanità, che esalava un debole ma nauseante odore e aveva il colore del formaggio: di bleu danese ben fatto o di roquefort. Sul pavimento c’erano piatti, pane raffermo, formaggio e altri resti di cibo e, tra di essi, dei grossi pezzi di legno, in gran parte gambe di tavoli o di sedie rubati nelle nostre case, che usava nella costruzione di una grotta attorno a una piccola finestra. C’erano anche un letto, un tavolo, e forse anche una sedia, in questa stanza di cinque metri per due. Lo spazio restante era occupato da quadri di ogni sorta, eseguiti sul linoleum del pavimento, in mancanza di ogni altro materiale. Per questo scopo, Schwitters aveva sempre con sé un coltello affilato e, spesso, l’ho visto tagliare con cura un bel riquadro di linoleum nella casa di qualche disgraziata isolana. Una sera stavo andando a trovarlo - come facevo spesso perché in quel periodo dipingeva il mio ritratto -, quando sentii dei latrati feroci che venivano dalla zona in cui alloggiava, cosa che mi sorprese, dal momento che cani e donne erano vietati nel nostro campo. Quando entrai vidi una scena straordinaria. Al pianterreno, un uomo d’affari viennese di una certa età abbaiava verso la cima delle scale, dove era appollaiato Schwitters, che a sua volta abbaiava con tutte le forze. L’uomo d'affari aveva un latrato profondo come quello di un bulldog inglese, mentre Schwitters preferiva quello di un bassotto tedesco. Bau-bau!, abbaiava il bulldog. Bau-bau-bau!, rispondeva il bassotto. Bau-bau-bau-bau!, abbaiava l’uomo d’affari. Bau-bau-bau-bau-bau!, rispondeva Schwitters con furore.
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Era il più meraviglioso dei narratori. Abbelliva le sue storie con la massima cura. La sua voce era dolce e, nella sua bocca, la lingua tedesca, che può sembrare rude e gutturale, diventava ricca e melodiosa. Quando fece la sua prima serata Dada era piuttosto inquieto sul modo in cui sarebbe stata accolta. Temeva una ripetizione delle scene brucianti degli inizi degli anni Venti, ma, con sua grande sorpresa, tutti i numeri furono accolti da applausi frenetici. Il povero Schwitters aveva dimenticato fino a che punto era cambiato il mondo dopo il 1917, tutti ora conducevano una vita surrealista. Dopotutto, cosa poteva esserci di più dada di duemila «stranieri nemici» che pregavano per la vittoria del «nostro grazioso re Giorgio VI e della nostra graziosa regina Elisabetta?». Ricordo un certo numero delle sue storie, per esempio quella dell’enorme pietra nera che una volta aveva trovato nell'Hannover dopo una giornata di pioggia. Al sole la pietra riluceva e scintillava come un meraviglioso diamante nero. La portò all’Accademia delle Belle Arti, la mise su un fornello, poi la dimenticò completamente. Uscì un momento e, mentre tornava verso l’Accademia, vide passare a gran velocità dei carri di pompieri. Nubi di fumo nero uscivano dalle finestre, il direttore camminava avanti e indietro con il pugno teso e gridava: «Das Schwein! Das Schwein! Se prendo il porco che ha messo del catrame sul fornello!». (...) C'era anche una poesia che recitava continuamente. Era intitolata Leise (Dolcemente). Cominciava a recitarla sussurrando «dolcemente, dolcemente». Un po’ alla volta aumentava il volume del suono, «dolcemente» diventava sempre più forte fino a raggiungere una formidabile intensità e a esplodere in un grido selvaggio. In quel preciso momento, egli afferrava una tazza o un piattino e la scagliava al suolo mandandola in mille pezzi. Questa «poesia» aveva sempre un grande successo. Molti anni prima l’aveva recitata per un tempo interminabile tra i tavolini del Deux Magots alla presenza di Tzara e Breton... fino a che non intervenne il proprietario del caffè. (...) È morto in miseria nel 1947. Negli ultimi tempi cercava di vendere i suoi collages a una sterlina l'uno. Appena morto, i mercanti d’arte cominciarono a acquistare anche i più piccoli frammenti delle sue opere su cui potevano mettere le mani e ogni tanto una voce mi chiede al telefono: "Nessun Schwitters da vendere?". I suoi collages, mi hanno detto, valgono ora dalle tre alle quattrocento sterline e il loro prezzo continua a salire; diventano sempre più dada ogni giorno che passa. Mi chiedo cosa ne avrebbe detto il povero Schwitters. Bau-bau-bau, suppongo.
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Rinaldo
Censi C’è stato un tempo in Italia in cui proliferavano pubblicazioni illuminate, direi cruciali, dedicate ad artisti del primo novecento, cui le avanguardie non risultavano estranee. In molti deprechiamo la scomparsa di una collana editoriale straordinaria: mi riferisco ai volumi dalla costa gialla editati dai tipi di Feltrinelli tra gli anni ’70 e ’80. Un’opera monumentale: l’Almanacco Dada (curato da Schwartz), gli scritti di Man Ray (curati da Janus), e poi Mondrian, Malevic, i due volumi di Klee e Kandinsky, Balla, Schlemmer, Magritte, il Bauhaus... È forse a partire dal ricordo di queste edizioni svanite dagli scaffali delle librerie che alcuni amici hanno deciso di fondare – pur non avendo ambizioni simili – una rivista che è un libro, e che a quei volumi seminali sembra voler guardare. La rivista si chiama “Riga”, ed è giunta al numero 29. Elio Grazioli, Marco Belpoliti – tra gli altri – hanno costruito in 29 numeri una strana costellazione, una mappa fatta di artisti e scrittori (Calvino, Manganelli, Delfini, Picabia, Picasso, Giacometti, Duchamp...): una silloge di testi (a volte inediti) e una raccolta con i più importanti contributi critici.
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Stefano
Bartezzaghi Il Venerdì di Repubblica febbraio 2010 L'artista che ha infranto tutte le arti Artista noto, ma sa sempre poco di moda, il tedesco Kurt Schwitters (1887-1948) ha infranto le molteplici arti per cui è passato: la pittura, con collage scultorei; la scultura, con l'accumulo architettonico della sua opera maggiore Merzbau; la poesia e la musica, con il delirio fonico della sua Ursonate. A Schwitters è dedicata una monografia della collana Riga con interventi di artisti, critici e scritti dell'autore mai tradotti o poco noti. |
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