AA.VV (a cura di MARCO CONSOLINI e Gianfranco Marrone)

Roland Barthes

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Alberto Arbasino, La Repubblica, marzo 2010
Gianfranco Marrone, Il Riformista, marzo 2010
Susan Sontag, La Stampa -
TuttoLibri, marzo 2010 p.1 p.2 p.3
Marco Dotti, Il Manifesto, marzo 2010
Sergio Caroli, Giornale di Brescia, marzo 2010
Anna Ardissone, Bookshop, marzo 2010

Valerio Magrelli, La Domenica di Repubblica, febbraio 2010
 

 

 

 

 

Alberto Arbasino
La Repubblica

marzo 2010

Roland Barthes. Parigi, la Carmen, dediche e ricordi di un amico fedele
La rivista “Riga” celebra a livello illustre l’amico più soft che abbia mai incontrato, Roland Barthes. E mi sembra di rivederlo ancora, gattone paffuto e roseo e ben pettinato, sprofondare tra le imbottiture di un ristorante romano di brasati e baroli, fino a sfiorare col naso e lo sguardo il livello della tavola. “En fidèle amitié”, come amava ripetere nelle dediche dei suoi libri. E in totale relax, ben diversamente che in certi tempi parigini “dans le quartier” degli intellettuali ed intellettualini: laddove in tremendi bistrò vietnamiti – dunque economici ed engagés, con tramezzini di formiche – aggressivi studenti bruttissimi lo questionavano a raffica, dandogli brutalmente del tu.
Tempi di titubanze: quando possedeva certo uno status di “piccolo maestro” riverito nel Quartiere Latino e sugli organi di opinione progressiva. Ma né “ruoli” né “titoli” contabili per una regolare carriera accademica.
Di qui, forse, i faticosi esercizi scolastici delle analisi semiologiche (anticipatrici o démodées?) sul Sistema della Moda di allora. Riparo di bravi bambini che accompagnano la mamma dalla sartina (dove si discorre di côtelé e gaufré e retroussé e piqué “entre nous”), evitando i “mauvais garçons” o “enfants terribiles” che giocano al pallone o alle palle di neve giù in strada, spettinati e maleducati. Magari dicendosi “hey, puah”.
Ma anche un “sobbarcarsi”, come per chi non ha dato gli esami di anatomia umana o diritto romano nei primi anni di università, a causa di convalescenze, flâneries, languori. E nella mezza età, può approfittare della istituzionalizzazione dello strutturalismo quale struttura di potere cattedratico. Implicante, ovviamente, gerarchia, business, stipendi, rimborsi, assegni familiari e assicurativi, consigli di amministrazione, sederi di pietra…
…Mentre però basta l’universale prêt-à-porter per rendere più obsoleta del diritto romano una moda di sartine e ziette basata su babouches o baby-doll o boléro bouffant. Con quel “brusio della lingua” che finiva per auto dissolversi nelle finezze di uno chuchotement fra vieilles filles all’antica.
Non ci si permise mai di chiedergli dove era veramente lui. Nella rincorsa tardiva delle doverosità scolastiche e accademiche ritardate da una gioventù sanatoriale e inferma? Oppure nell’intruppamento cautelativo e prudenziale con il veemente gruppo di Tel Quel e delle Éditions du Seuil? O nei raggiunti appagamenti sensuali ed intellettuali con l’abbandono a hobbies elevati e dabbene come la Fotografia e il Giappone, in aggiunta ai tradizionali passatempi per signorine, come l’acquarello e il pianoforte?
Qui s’appiatta o impazza il tipico vizio o tradizionale tarlo dell’ossessività diaristica, tanto congenitamente francese. Nel caso famoso di Gide, la parodia era facile: “Minuit. Un moustique me pique. E ne approfitto per rileggere la Comédie humaine di Balzac”. E nel caso di Cocteau, le note sugli anni 1943-’45 sono sempre una testimonianza di epoche rimosse da tutti. Ma Barthes risulta particolarmente sventurato quando registra le sue tardive e tetre sere d’agosto nei caffè e cinema e cessi “dans le quartier” fra marchette senza possibilità di vacanze al mare; e lui già celebre. E i curatori pubblicano postume in Incidents le sue infelici note sulle serate più squallide, con poi i soprani ascoltati alla radio.
Non era certo lieto, infatti, quando una rivista come Rolling Stone lo descriveva come pensatore “in residenza” al Palace, discoteca alla moda, o “al seguito” del patron Fabrice a Deauville, sulle spiagge proustiane…
Ma veniva già deplorata da Céline, quella clarté addirittura ‘giuridica’ nell’anatomizzare – e razionalizzare, classificare, catalogare, strutturare sistematicamente – tutte le emozioni e pulsioni e glandole nella lingua francese, accantonando ogni “côté notturno”: l’oscurità, l’inconscio, il mistero…

 





“Dissecare” e dunque “disseccare” poeticamente, e storicamente, e geograficamente, utopicamente, semiologicamente… ogni puntino ortografico a posto e tutti gli accenti giusti, tra le frotte di virgole che circondano un punto-e-virgola… A Tangeri, o al Flore, su Tel Quel o Vogue… Fra i turisti, e i passanti, e una sigaretta, una bicicletta, vari idioletti, qualche metonimia, e un certo punto di rosa o blu… E una serie di singulti per la povera mamma: mentre tanti infami Franti ridacchiavano senza Cuore quando Beniamino Gigli cinquantenne cantava “Mamma, solo per te la mia canzone vola!” a Emma Gramatica settantenne, al cinema…
…Leggendo magari davvero le Pensées di Pascal al caffè, fra uova à la coque e tazze di tè e bande di gigolos a St-Germain-des-Prés… E veramente su queste Soirées de Paris ci vorrebbe un piccolo capolavoro minimalista e cool come il Ravel di Jean Echenoz: oltre tutto, Ravel e Barthes erano praticamente conterranei, in quei Bassi Pirenei… Ma si può notare anche l’intrigante analogia tra lo sguardo di Barthes sulle “scarpe da basket” di Bob Wilson nella Camera chiara e i versi famosi di Enzo Jannacci sui “scarp del tennis”.
Si ritorna così fatalmente “alle più care immagini”. Quando si partecipò con gli amici ‘einaudiani’ e Franco Fortini e Sergio Solmi alla sua prima presentazione milanese. (E col titolo “Ennui: la table ronde” proprio lui mise poi la nostra foto in Roland Barthes par R. B.)… E a Parma, in un tipicissimo convegno semiologico-teorico e psicoanalitico e gastronomico, stancamente indicava, con qualche “eh bien, les voilà…” le più infervorate oratrici, interventrici, ‘speakerines’…
Rivengono dunque à l’esprit i soliti affettuosi ricordi bolognesi, che diedero origine a dediche ove alla “fidèle amitié” si aggiungeva la complicità e l’admiration. Ma come mai Roland Barthes – che era già il Barthes, benché ignoto a Bologna – così prontamente e disponibilmente nell’inverno 1967 accettò l’invito al vecchio albergo Baglioni dei nuovi dirigenti del Teatro Comunale (Carlo Maria Badini e Lamberto Trezzini, poi alla Scala e alla Fenice) per assistere con consigli semiologici l’architetto Vittorio Gregotti e la pittrice Giosetta Fioroni e il sottoscritto quale regista, nell’allestimento nuovo di una Carmen programmaticamente epocale, giacché contro le abitudini filodrammatiche vigenti?
Pranzavamo ogni giorno all’eccellente ristorante ‘Cantunzein’, poco dopo devastato e saccheggiato dagli studenti del ’68; e dove si fece una grande festa la sera dopo l’epocale flop, scatenato dall’ingresso di alcune comparse con tradizionali parrucche da armigeri, però contestate all’urlo “fuori i capelloni!”. Il maestro Pierre Dervaux faceva colazione lì tutto solo, leggendo I tre moschettieri. Dopo l’avventurosa ‘prima’, Barthes lesse un suo intervento assieme a quelli di Luciano Anceschi ed Ezio Raimondi. E naturalmente assisté a parecchie prove, prodigo di suggerimenti. Tendevamo tutti a una “stilizzazione emblematica”, come per Appia e Brecht e Wieland Wagner: Segni forti, che facessero spettacolo, non già un “dégré zéro” in un Nulla brechtiano.
Quando si assentava per qualche ora, e tornava sornione e soft come un gatto che ha gustato la trippa, lasciava talvolta intendere di aver ripercorso certi antichi itinerari sentimentali. Però dopo la lettura delle sue improvvide note postume, si può sperare che tra anditi e scalette abbia piuttosto effettuato vari incontri succulenti – che d’altronde abbastanza abbondavano, allora, in città.
E invece adesso, infine, si rimane forse colpiti da una legge naturale o forse no, mettendo in parallelo i dati e le date, a confronto. Anche fra gli ultrasessantenni, il desiderio omosessuale si manifesta quotidiano, finché sopravvive una mamma molto venerata e vecchissima. Quando decede lei, cessa (nel Deuil) anche il Désir? (E ciò sarà admirable, o déplorable, o magari décapotable, secondo le sistemazioni e classificazioni nelle prossime tesi post-laurea degli epigoni applicati a inventariare campionature tipo “le forclos et l’obtus” in tema di ruoli e in vista di concorsi?).

 

Gianfranco Marrone
Il Riformista

marzo 2010

Barthes, la Renault e il colloquio da copywriter

Si racconta che ai seminari di Roland Barthes, nei primi anni Sessanta, fosse spesso presente George Peninou: all’Ecole des hautes études en sciences sociales, tra letterati e semiologi, filmologi, e psicanalisti, si insinuava un valente pubblicitario. Del resto, erano gli anni in cui, tra le risentite perplessità dei colleghi sorboniani, Barthes scriveva di pubblicità: le mitologie sui detersivi e la déese, la retorica della pasta Panzani, persino un saggio nei Chaiers de la publicité. È meno noto che di lì a poco Peniou, responsabile del settore ricerche in Publicis, propose a Barthes di collaborate a un progetto di comunicazione per Renault.
Barthes cortesemente si recò negli uffici dell’Etoile, ascoltò con attenzione, esaminò innumerevoli annunci, blaterò qualcosa: alla fine si ritirò in buon ordine. Per lui, la semiologia era soprattutto analisi etica delle forme sociali, tentativo di liberazione del linguaggio dagli stereotipi del senso comune. Mettere il suo fiuto al servizio di una campagna pubblicitaria significava piegare le esigenze critiche delle significazioni alle prospettive del mercato e alle costrizioni della cultura di massa. La sua anima Bechtiana non avrebbe mai potuto accettare questo compromesso: ne venne fuori un nuovo scritto sull’automobile come «Proiezione dell’ego», destinato a restare tra le sue cose meno note. È il destino di Barthes: individuare un campo di discorso inusuale, suscitare il sospetto dei benpensanti e ritrovarsi sistematicamente trasformato in oggetto alla moda, «rosolato come una frite».
Era accaduto per le mitologie, stava accadendo per la semiologia della pubblicità, sarebbe successo per la nouvelle critique, per l’analisi del racconto, per Tel Quel, per il discorso amoroso, per la fotografia. Ma la buona distanza che adesso possiamo prendere da Barthes permette di rimuovere quest’impietoso destino.  Così come è stato sostenuto che la miglior semiotica barthesiana non si trova negli Eléments de sémiologie e la sua miglior analisi letteraria non si trova negli Essaig critiques, allo stesso modo possiamo affermare che le cose maggiormente interessanti di Barthes sulla comunicazione pubblicitaria non sono nei suoi scritti più noti su di esse. Inoltre la semiologia barthesiana applicata al messaggio pubblicitario è oggi più un ostacolo che un aiuto per chi vuole tentare analisi efficaci dell’universo comunicativo. Allora si tratta di ritrovare i luoghi in cui Barthes parla in modo più o meno diretto di pubblicità, come nei saggi Le message publicitaire, Rhétorique de l’image e Société, imagination, publicité. (…)
La rilettura di questi saggi rende possibile una serie di considerazioni di varia natura, innanzitutto l’idea della franchezza del senso pubblicitario. Laddove molti autori (Adorno, Packard, Williams, Baudrillard) hanno insistito sull’occultezza della persuasione a cui la pubblicità farebbe ricorso, Barthes rivela il fatto che l’annuncio pubblicitario non nasconde per nulla i suoi scopi di convincimento o di seduzione. Al contrario, esso «esterna il suo senso ultimo» in una «comunicazione franca», aperta, dichiarata. (..) Grazie alle analisi della pubblicità, la semiologia si configura non tanto come una pratica interpretativa dei contenuti veicolati, quanto come una scienza delle forme linguistiche adoperate. (…)
Diversamente da una secolare convinzione filosofica, Barthes ripete spesso che l’evidenza non implica la semplicità; essa è semmai l’effetto costruito di un sistema semiotico profondo dove, con Saussure, tutto si tiene. Se è così, non è più il caso -sostiene- di parlare della pubblicità come di una lingua, con i suoi segni specifici e altrettante regole per combinarli tra loro. (…)





 «La pubblicità è un linguaggio non in quanto definisce un certo modo di dire le cose (uno stile), ma in quanto impone sostanzialmente una struttura originale ai suoi enunciati». Si può parlare della pubblicità come di un «genere letterario». Così come si ha romanzo a prescindere dal fatto che sia in francese o in ungherese, allo stesso modo si ha pubblicità a prescindere dal fatto che si prefiguri un annuncio a stampa, cartellone stradale o spot televisivo. Il che non significa, ovviamente, che i supporti espressivi e i mezzi di comunicazione non abbiano alcuna importanza. Essi, pensa Barthes, se pure non contribuiscono a determinare una definizione semiologica della pubblicità, entrano in gioco a un altro livello culturale: quello della ricezione. (…)
Emerge qui il valore antropologico che il discorso pubblicitario assume nella nostra società: da diverso tempo - osserva Barthes- la pubblicità è entrata a far parte del nostro rapporto ordinario con il mondo «allo stesso modo che la terra faceva parte dell’orizzonte del contadino». Il gesto pubblicitario è ormai di tipo «subacqueo», si insinua tra le nostre azioni di tutti i giorni e di tutti i momenti. (…) Occorre allora prospettare un consumatore de l tutto passivo? Sappiamo che le cose sono molto diverse, e che esistono nei consumatori, non solo forme di resistenza ma veri e propri comportamenti attivi che rendono possibili certe pubblicità e non altre. E qui sembra misurarsi gran parte della distanza che ci separa da Bathes. Secondo l’interpretazione più diffusa della sua opera, la visione della comunicazione sarebbe unidirezionale a dir poco riduttiva, poiché non prenderebbe in considerazione gli atteggiamenti del destinatario. Cosa che vale ancora di più nella società attuale, dove i consumatori della comunicazione, sempre più disincantati e competenti, mettono in opera vere e proprie strategie di «guerriglia semiotica». In realtà, la posizione di Barthes è ben diversa.
Tra la fine degli anni 50 e i primi anni 60, Barthes assiste all’emergere rapidissimo della società dei consumi e del discorso pubblicitario che le è organico. Si pone allora il problema di comprendere il funzionamento sia dell’uno sia dell’altro. (…) Barthes prospetta un’immagine del discorso sociale come vera e propria azione sul reale. (…) La pubblicità, ripete Bathes, fa ricorso e alimenta il serbatoio di immagini e di valori della psiche umana. Essa dunque non colpisce indiscriminatamente un destinatario inerte ma entra in relazione con un universo immaginario preesistente, lo assimila al suo interno ricaricandolo di senso, e ne offre nuove configurazioni e nuove significazioni.
Se la miglior pubblicità emula la poesia - pensa Barthes - non è per le eventuali sensazioni impalpabili che essa potrebbe evocare. È semmai perché mette in opera strutture linguistiche di tipo poetico che permettono al soggetto di ricostruirsi e di affermare un immaginario che, se molte volte è rasserenante e consolatorio, altre volte è invece profondo e inquietante: (…) è il caso in cui esso ripropone quei grandi «temi» che - scrive Barthes - «regolano il dialogo tra le grandi sostanze archetipe della materia da un lato e i sensi del lettore dall’altro». (…) Sta qui l’attualità del pensiero di Barthes sulla pubblicità: nell’aver indicato questo valore profondo dell’immaginario pubblicitario dove il reale non è più il luogo di condivisioni culturali ma quello di una pura sussistenza delle sostanze. Il discorso pubblicitario, in questo caso, spezza il legame rappresentativo tra il soggetto umano e il mondo per lasciar emergere come unico protagonista il corpo che è insieme frammento di mondo e prospettiva di esso, natura e cultura.

 

 

Susan Sontag
La Stampa - TuttoLibri

marzo 2010

Andare a segno con Barthes
Maestro, uomo di lettere, moralista, filosofo della cultura, connaisseur di idee forti, proteiforme biografo di se stesso… fra tutti gli illustri intellettuali apparsi in Francia dopo la Seconda guerra mondiale, Roland Barthes è colui che ci ha lasciato l’opera destinata, ne sono certa, a durare più a lungo. Barthes era in piena attività, pubblicava incessantemente, come faceva da oltre trent’anni, quando, all’inizio del 1980, fu investito da un furgoncino mentre si accingeva ad attraversare una strada di Parigi: una morte vissuta da amici e ammiratori come atrocemente prematura.
Ma allo sguardo retrospettivo del dolore si accompagna la particolare consapevolezza che conferisce al corpus, ampio e in costante mutazione, dei suoi scritti, come del resto a tutte le opere importanti, una completezza retroattiva. L’evoluzione dell’opera di Barthes ora sembra logica o, quel che più conta, esaustiva. L’esordio e le parole conclusive hanno addirittura lo stesso soggetto, quello strumento esemplare nel cammino di una coscienza che è il diario di uno scrittore. Il primo saggio in assoluto pubblicato da Barthes celebra, infatti, il modello di coscienza che egli rinveniva nel Journal di André Gide, e quello che sarebbe stato l’ultimo saggio pubblicato in vita è una riflessione sulla propria abitudine di tenere un diario.
La simmetria, per quanto accidentale, è del tutto appropriata, poiché la scrittura di Barthes, nonostante la prodigiosa varietà dei soggetti che affronta, ha in fondo un unico grande soggetto: la scrittura stessa.
In quanto scrittore, preferiva le forme brevi, e progettava di dedicarvi un seminario; era particolarmente attratto da quelle in miniatura, come l’haiku e la citazione; e, al pari di ogni vero scrittore, era affascinato dal «dettaglio» (la parola è sua): la forma breve per eccellenza offerta dalla vita. Anche come saggista, Barthes preferiva la scrittura breve, e i libri che in effetti scrisse sono tendenzialmente multipli di forme brevi più che «veri» libri, itinerari di argomenti più che trattazioni unitarie. Il suo Michelet, ad esempio, giustappone l’inventario dei temi dello storico a un gran numero di brevi estratti dalla sua copiosa produzione. Il più rigoroso esempio di trattazione in forma di itinerario attraverso la citazione è S/Z, esemplare esegesi di Sarrasine di Balzac, pubblicato nel 1970. Dalla messa in scena dei testi degli altri, Barthes passò inevitabilmente alla messa in scena delle proprie idee. E nel 1975, per quella stessa collana dedicata ai grandi scrittori («Ecrivains de toujours») cui aveva contribuito con il volume su Michelet, finì per scriverne uno su se stesso: quella folgorante bizzarria che, all’interno della collana, è Barthes di Roland Barthes.
L’andatura estremamente rapida dei suoi ultimi libri è segno sia di fecondità (insaziabilità e leggerezza) sia di un desiderio di sovvertire ogni tendenza alla sistematizzazione.
La scrittura è il soggetto costante di Barthes - anzi, forse nessuno dopo Flaubert (nell’epistolario) ha riflettuto sull’essenza della scrittura in modo così brillante e appassionato come ha fatto Barthes. Buona parte dell’opera di Barthes è dedicata al ritratto della vocazione dello scrittore: a partire dai primi studi demistificatori inclusi in Miti d’oggi (1957) sullo scrittore visto dagli altri, vale a dire sullo scrittore in quanto impostore, come ad esempio «Lo scrittore in vacanza», sino ai più ambiziosi saggi sugli scrittori che scrivono, vale a dire sullo scrittore in quanto eroe e martire, come ad esempio «Flaubert e la frase» che racconta la «sofferenza indicibile» del «lavoro dello stile». Gli splendidi saggi di Barthes sugli scrittori vanno considerati versioni diverse di un’unica grande apologia della vocazione dello scrittore.
Nonostante l’ammirazione che egli nutre per i punitivi criteri di integrità stabiliti da Flaubert, Barthes ha l’audacia di concepire la scrittura come una forma di felicità: è il succo del saggio su Voltaire («L’ultimo degli scrittori felici») e del ritratto di Fourier, imperturbato dal senso del male.
Nelle sue ultime opere, poi, egli giunge a parlare direttamente della propria pratica, dei propri scrupoli, del proprio godimento. Barthes fa della scrittura una forma di coscienza idealmente complessa: un modo di essere allo stesso tempo passivi e attivi, sociali e asociali, presenti e assenti nella propria vita. La sua idea della vocazione dello scrittore esclude la reclusione ritenuta inevitabile da Flaubert e sembrerebbe negare ogni conflitto tra la necessaria interiorità dello scrittore e i piaceri della mondanità.
È, per così dire, un Flaubert fortemente corretto da Gide: un rigore più educato e disinvolto, un rapporto con le idee avido e scaltro, che esclude il fanatismo. In effetti, l’autoritratto ideale - il ritratto dell’io in quanto scrittore - che Barthes tratteggia nel corso di tutta la sua opera è sostanzialmente completo nel suo primo saggio, sull’«opera egoista» di Gide, il Journal.
Gide gli fornì un modello nobile di scrittore duttile, multiplo; mai stridente o volgarmente indignato; generoso, ma anche opportunamente egoista; incapace di lasciarsi influenzare in profondità. Barthes nota come Gide sia stato poco modificato dalle sue vaste letture («furono altrettanti riconoscimenti di se stesso»), e come le sue «scoperte» non siano mai state dei «rinnegamenti». E loda la profusione degli scrupoli di Gide, osservando che la sua «situazione […] all’incrocio di grandi correnti contraddittorie non ha nulla di facile». Barthes condivide inoltre l’idea gidiana di una scrittura elusiva, disposta a restare ai margini. Anche il suo rapporto con la politica richiama alla mente quello di Gide: la propensione, in tempi di mobilitazione ideologica, a prendere le giuste posizioni, a essere politico - ma non fino in fondo: e perciò, forse, a dire la verità che quasi nessuno dice.

 





Buona parte dell’opera di Barthes è consacrata al repertorio del piacere - «la grande avventura del desiderio», come egli stesso la definisce nel saggio sulla Fisiologia del gusto di Brillat-Savarin. Cogliendo un modello di felicità in ogni cosa che esamina, egli assimila la stessa pratica intellettuale alla pratica erotica. Barthes chiamava desiderio la vita della mente, e si preoccupava di difendere «la pluralità del desiderio».
Il senso per lui non è mai monogamo. Il suo sapere gioioso, la sua gaia scienza offrono l’ideale di una coscienza libera, avida e tuttavia soddisfatta; di una condizione in cui non si deve scegliere tra bene e male, vero e falso, in cui le giustificazioni non sono necessarie. I testi e le imprese che lo attiravano erano tendenzialmente quelli in cui poteva leggere una sfida a tali antitesi. In questi termini, ad esempio, concepisce la moda: come una sfera, simile a quella dell’eros, dove i contrari non esistono («La Moda cerca delle equivalenze, delle validità, non delle verità»); dove è permesso l’appagamento; dove il senso, e il piacere, abbondano.
Barthes è l’ultimo importante prosecutore del grande progetto letterario nazionale inaugurato da Montaigne: l’io come vocazione, la vita come lettura dell’io. Questa impresa fa dell’io il luogo di ogni possibilità, un io avido, che non teme le contraddizioni (niente deve essere perduto, tutto può essere guadagnato), e fa dell’esercizio della coscienza lo scopo più alto della vita, perché solo divenendo pienamente coscienti si può essere liberi. La tradizione utopica specificamente francese sta proprio in questa visione della realtà ritrovata, redenta, trascesa dalla coscienza; una visione della vita della mente come vita di desiderio, di piena intelligenza e piacere - una tradizione molto diversa, ad esempio, da quella di profonda serietà morale tipica della letteratura tedesca o russa. Era inevitabile che l’opera di Barthes si concludesse con l’autobiografia.
La voce di Barthes
si faceva sempre più intima, i suoi soggetti sempre più interiori. L’affermazione della propria idiosincrasia (che egli non «decifra») è il tema principale di Barthes di Roland Barthes. Egli scrive del corpo, del gusto, dell’amore; della solitudine; della desolazione erotica; e alla fine della morte, o meglio del desiderio e della morte: i temi gemelli del libro sulla fotografia. Come nei dialoghi platonici, il pensatore (scrittore, lettore, professore) e l’amante - le due grandi figure dell’io barthesiano - sono congiunti. Barthes, naturalmente, dà alla propria erotica della letteratura un senso più letterale, il più letterale possibile. (Il testo penetra, riempie, concede l’euforia.) Ma ciononostante resta fortemente platonico.

l monologo di Frammenti di un discorso amoroso, chiaramente ispirato da una delusione d’amore, si conclude con una visione spirituale di classico stampo platonico, in cui gli amori inferiori si trasmutano in amori più alti e inclusivi. Barthes confessa che non vuole «più smascherare, non più interpretare, ma della coscienza stessa fare una droga, e attraverso essa accedere alla visione netta del reale, al grande sogno nitido, all’amore profetico».

I brani del testo di Susan Sontag nella traduzione di Paolo Dilonardo sono tratti dal saggio «La scrittura come tale: su Roland Barthes» che esce ora nel Roland Barthes curato da Marco Consolini e Gianfranco Marrone per Riga, edito da Marcos Y Marcos (pp. 334, € 25). Il saggio della Sontag, nato come introduzione della raccolta A Barthes Reader (New York, Hill and Wang, 1982), poi uscito in Where The Stress Falls (New York, Farrar, Straus and Giroux, 2001), inedito in Italia, è solo uno dei numerosi contributi che compongono un poliedrico ritratto del critico-scrittore nel numero 30 del semestrale diretto da Marco Belpoliti e Elio Grazioli.

A una ampia antologia di scritti barthesiani (tra cui alcuni brevi inediti) si accompagnano ricordi e testimonianze di Calvino e Arbasino, di Eco e del suo allievo al Dams Stefano Bartezzaghi, «un’ode in prosa epistolare» per il «cher Maître»; seguono interventi critici firmati Alain Robbe Grillet, Hubert Damisch, Georges Didi- Hubermann, Louis Marin. Ripercorrono la lezione del Barthes studioso di segni e di miti, di immagini e pubblicità, di scene e passioni, testi di Argan, ancora Eco con Isabella Pezzini, Paolo Fabbri, Marrone, Giuseppe Zuccarino, Michele Cometa, Nicola Dusi, Consolini, Piero Ricci , Riccardo Panattoni. Il volume, illustrato con ritratti di Pericoli, foto d’album familiare, copertine dei libri celebri, sarà presentato dai due curatori con Arbasino e Eco nella «Serata Barthes, lunedì 15 marzo h. 20.30 a Milano, al Teatro Parenti.

 

Marco Dotti
Il Manifesto
marzo 2010

Tra il sapere e il potere il legame della colpa
Il 7 gennaio del 1977, Roland Barthes tenne la lezione inaugurale del suo corso di semiologia letteraria, suscitando grande eco dentro e fuori il Collège de France. Trasmessa alla radio, pubblicata parzialmente su «Le Monde» e, l'anno seguente, in un volumetto per il suo editore di riferimento, Seuil, la Leçon di Barthes portava l'attenzione sul problema del potere nella lingua e sulla questione – mai realmente risolta, forse perché mai del tutto affrontata – della trasmissione non autoritaria di un sapere. Discorso di potere, osservava Barthes, è ogni discorso che genera colpa e, di rilesso, colpevolezza in chi lo riceve. Da questa prospettiva, ciò che di più oppressivo può esserci in un insegnamento, non è il «sapere» che esso convoglia, ma le forme discorsive in cui quel sapere viene presentato e proposto e la colpa che genera in chi «riceve», ma talvolta persino in chi dà». Nascosto tra le pieghe delle cose, nelle mode, nei gusti, nei giochi, nelle opinioni e nei loro rimandi mitologici, non solo nelle istituzioni quindi, il «potere» è plurimo e pulviscolare, non si muove mai in una sola direzione e la sua lingua – proseguiva Barthes – non è «né reazionaria, né progressista, ma semplicemente fascista». Il fascismo, infatti, non si può ridurre, banalizzandolo, a una semplice accozzaglia di divieti. Esso sconfina sul piano inevitabilmente torbido e controverso del «desiderio», è un «oggetto vincolante» che va pensato analiticamente: «fascismo non è impedire di dire, ma obbligare a dire». Per questo l'arte, se non si esime dall'affrontarlo, non può far altro che «renderlo credibile, dimostrando come arrivi», non certo mostrando a che cosa il fascismo assomigli.
Due attidudini, etiche e politiche, al tempo stesso permetterebbero – forse – di ingannare per
un attimo, con un deviante ma mai disincantato gioco neolibertino, il meccanismo infernale di questo potere diffuso, senza peraltro scongiurare la possibiltà che il potere stesso si impadronisca di un'opera e la trasformi in un oggetto meramente gregario rispetto ai propri discorsi: l'ostinazione e la relativa capacità di spostarsi, di ritrovarsi sempre là dove non si è attesi. Barthes ricordava come, pensando ai film della Trilogia della vita e dopo averne constatato la strumentalizzazione, Pier Paolo Pasolini avesse tematizzato questo doppio movimento nei termini di "necessità" dell'ostinazione e coraggio dell'abiura. Anche nel Salò o le centoventi giornate di Sodoma, Barthes intravvedeva d'altronde ostinazione. Ma forse, nel Salò, l'appropriazione e la (relativa) abiura erano stato disinnescati preventivamente dalla morte di Pasolini. In uno dei testi raccolti nell'ultimo, utilissimo numero 30 del semestrale «Riga» interamente dedicato a Barthes (a cura di Marco Consolini e Gianfranco Marrone, marcos y marcos, pagine 336, euro 25), il critico francese rileva infatti come «ostinato» sia stato, da parte di Pasolini, prendere alla lettera talune descrizioni di Sade, rendendole in scene dalla bellezza triste e gelida, come certe tavole di enciclopedia. Impossibile trasferire quella «presa alla lettera» in altre rappresentazioni. Il fascismo, qui, era stato preso seriamente, con tutta l'ingenuità di cui Pasolini era capace.

 





Nonostante un percorso accademico non propriamente ortodosso, nel '77 a Barthes – che si
qualificava «soggetto indefinibile» e «impuro» – su proposta di Michel Foucault era stata assegnata la cattedra di semiologia letteraria. Le sue «intenzioni» si rivelarono fin dall'inizio molto chiare: «vorrei tenere un discorso senza imporlo», dichiarava, «vorrei che la parola e l'ascolto che qui si intrecciano fossero simili all'andirivieni di un bambino che sta giocando attorno a sua madre, che se ne allontana e che poi ritorna da lei per portarle un sasso o un filo di lana, stabilendo così intorno a un nucleo di pace e serenità, tutta un'area di gioco, all'interno della quale il sassolino o il filo di lana hanno alla fine meno importanza del dono che se ne fa». Sessantaduenne, ricordando sul finire della Leçon gli anni dell'adolescenza trascorsi in sanatorio, quando nel 1934 e nel '41 la tubercolosi lo aveva costretto a una sorta di involontario distacco ascetico dal proprio tempo e dal mondo, richiamandosi al Thomas Mann della Montagna incantata e, soprattutto, all'autore che più di tutti lo aveva accompagnato in quei giorni difficili, Jules Michelet, Barthes si vedeva in un corpo «molto più vecchio di me, come se noi avessimo sempre l'età delle paure sociali attraverso cui, secondo i casi della vita, siamo passati». In questo senso, richiamandosi anche alla «storia di quel luogo fantasmatico per eccellenza che è il corpo umano», la lezione del 1977 rappresenta un frammento esemplare del tentativo di Barthes di far transitare il suo insegnamento nella dinamica di una «vita nuova» e sul piano «illustre e démodé» della «sapientia». C'è un'età, concludeva, in cui «si insegna ciò che si sa; ma poi ne viene un'altra, in cui si insegna ciò che non si sa, e questo si chiama cercare». Vi è infine un'ultima età, quella dell'esperienza del «disimparare», quando si deve «lasciare lavorare l'imprevededibile rimaneggiamento che l'oblio impone alla sedimentazione delle cognizioni, delle culture, delle credenze che abbiamo attraversato». L'ostinazione e l’abiura si fusero allora in una giocosa, ma per nulla disarmata deriva: «scelgo ostinatamente di non scegliere; scelgo la deriva: io continuo». Tre anni dopo, un incidente stradale se lo portò via.

Valerio Magrelli
La Domenica di Repubblica
febbraio 2010

Il diario di Roland Barthes
Una rivista interamente dedicata a lui e il racconto inedito del suo lutto per la madre
A trent'anni dalla morte, l'autore di
Frammenti di un discorso amoroso torna in libreria

La parabola di Roland Barthes è quella di un critico che nello studio delle opere altrui trovò la propria vocazione alla scrittura. La sua vicenda è quella di uno stile che, nato per commentare degli oggetti letterari, giunse e proporsi, esso stesso, come tale. A trent’anni dalla sua scomparsa, ci si continua a interrogare sulla progressiva trasformazione che portò il Barthes teorico a diventare un singolare tipo di narratore. Certo, già a partire dagli anni Cinquanta, premeva, dietro la severa figura dello «scienziato della letteratura», quella più prensile e mobile dell'interprete, del diagnosta. Eppure, solo adesso è possibile misurare in tutta la sua ampiezza il passaggio avvenuto.
Semiologo, teorico del teatro (quello che Ionesco aveva ribattezzato Bartholoméus), critico, linguista (ma sedicente dilettante), Barthes si è sempre sottratto a ogni tentativo di definizione, sgusciando fra le maglie di generi e discipline per riaffermare, pur nell'assoluto rigore dell'analisi, le sue qualità di «autore» nel senso più ampio del termine. Solo nella piena maturità, però, egli finì per abbandonarsi al flusso del racconto nel pieno senso del termine, e tutto ciò sia sul piano verbale sia su quello pittorico. Infatti, per quanto circoscritta e laterale, non bisogna dimenticare la sua produzione artistica, con lavori che si situano, secondo Giulio Carlo Argan, nella costellazione di Masson, Pollock, Twombly e degli amati giapponesi. Il risultato è un'arte che testimonia della stessa indagine intorno al segno condotta, su un altro piano, dallo studioso.
Ciò non significa, è bene precisare, che la produzione del Barthes saggista abbia rappresentato solo un momento preparatorio rispetto all'ultimo periodo della sua attività: il suo acume, la sua originalità, la sua indiscussa maestria basterebbero a inficiare tale ipotesi. Piuttosto, colpisce il fatto che la prossimità, la devozione al testo letterario, si siano pian piano spinte fino a modificare la strumentazione del critico. Lo ha mostrato molto bene Eric Marty: «Tra il momento iniziale in cui Barthes infrange il mito letterario, e quello terminale in cui lo fa suo, troviamo molte fasi […] Soltanto in ultimo, con Frammenti di un discorso amoroso, con La camera chiara e con Incidenti, arriverà a stringere amorosamente quello che aveva tanto coscenziosamente distrutto e ricostruito. Insomma, egli seppe applicare fino in fondo la formula mistica che recita: Brucia ciò che hai adorato e adora ciò che hai bruciato».
Di questa singolare metamorfosi ci parlano ora due libri usciti in contemporanea. Si tratta del numero monografico della rivista «Riga» Roland Barthes, a cura di Marco Consolini e Gianfranco Marrone (con un magnifico apparato iconografico), e di Diario del lutto, tradotto da Einaudi, che Barthes compose dopo la morte dell’amatissima madre. Per quanto riguarda il nutrito volume di Riga, specificamente dedicato al tema dell’immagine, difficile riassumerne la ricchezza. 






Si inizia con alcuni testi dello stesso Barthes sull’arte, sull’opera lirica, sulla fotografia, sul cinema (Greta Garbo, Antonioni, Pasolini), su su fino a scritti più variegati che affrontano la natura dell’inconscio o la funzione del francobollo. Si continua con un florilegio di ricordi e saggi fra cui spiccano le voci di Calvino, Eco, Arbasino, Damisch, Robbe-Grillet o Susan Sontag, cui fanno seguito interventi più dettagliati, circa i rapporti di Barthes con la fenomenologia dell’immagine o con la mistica. Mentre sfogliamo l’indice, ci fissa in bianco e nero una fotografia di Henriette Barthes, la madre dell’autore, scomparsa il 25 ottobre 1977… E forse, a ben vedere, è proprio la sua tacita presenza ad animare un testo complesso ed erudito intitolato Come vivere insieme (tratto da un corso al Collège de France tenutosi tra il 1976 e il 1977, di imminente uscita presso Einaudi).
Lo studio riportato nel numero di Riga spazia dal monachesimo orientale al Falansterio sognato da Fourier, dai monasteri buddisti alle strutture labirintiche, dall’ascesi ai sequestri di persona, per soffermarsi infine sul cibo, sul suo costo e sulle sue modalità di assunzione. La trattazione si apre con Deleuze, ma il vero interlocutore sembra essere Foucault. Dopo un’ampia panoramica sul concetto di coabitazione, arriviamo al «problema del Mangiare-Insieme», con una serie di cinque varianti, al primo posto delle quali troviamo quella dedicata al cosiddetto «orrore» del mangiare da soli, integrata da questo corollario. «Nota di maledizione», aggiunge Barthes: «La solitudine nella sua essenza». Ebbene, forzando l’interpretazione, possiamo dire che proprio qui si potrebbe innestare la lettura di Diario del lutto. Perché un libro simile, nato da schede ordinate cronologicamente, racconta appunto di come lo scrittore dovette smettere di vivere insieme alla madre Henriette, con la quale aveva sempre abitato, imparando così a «mangiare da solo».
Diario del lutto si colloca all’intersezione di diverse opere, dal corso al Collège de France sul Neutro, fino alla Camera chiara. D’altronde, la predilezione per il diario come genere letterario caratterizzò la biografia intellettuale dell’autore. Come ha notato Susan Sontag nel bel testo presentato su «Riga», se il primo saggio in assoluto pubblicato da Barthes riguardava il Diario di Gide, l’ultimo apparso in vita è una riflessione sulla propria abitudine di tenere un diario. Inevitabile, dunque, che un sisma come quello rappresentato dalla morte della madre si riflettesse in un insieme di pagine stilate giorno dopo giorno, a partire da quel fatidico 26 ottobre 1977 in cui si legge: «Prima notte di nozze. Ma prima notte di lutto?» Spingendosi nel paese del dolore, Barthes affronta un autentico giornale di viaggio, in cui si susseguono osservazioni meticolose e strazianti sul proprio stato, sui ricordi, sul paesaggio sociale del lutto. Quanto al movente, è quello che trapela in un appunto del giorno successivo: «Chi sa? Forse un po’ d’oro in queste note?».

Anna Ardissone
Bookshop
marzo 2010


Un “Riga” Roland Barthes
La collana monografica “Riga”, edita da Marcos y Marcos, è uscita con il n. 30 dedicato a Roland Barthes. Il volume, curato da Marco Consolini e Gianfranco Marrone, propone un’ampia scelta di testi di Barthes, tradotti e mai tradotti in italiano, con due inediti assoluti. Inoltre, una poesia di Valerio Magrelli, racconti di Stefano Bartesaghi e Luigi Grazioli, testimonianze e ricordi di Italo Calvino, Umberto Eco, Alberto Arbasino, saggi di Alain Robbe-Grillet, Susan Sontag, Giulio Carlo Argan. 
Il testo è arricchito dalle fotografie di Jean-Louis Garnell e Antonio Costa e dai disegni inediti di Tullio Pericoli.

 

Scheda del libro

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