CHESTER HIMES
Rabbia ad Harlem


Recensioni

 

Pasquale Bottone
iltempodileggere.splinder.com
Roberto Barbolini
Panorama
Oreste Pivetta
L’Unità
Pasquale Bottone
iltempodileggere.splinder.com
novembre 2004


Una vita romanzesca quella di Chester Himes: prima di diventare scrittore famoso condannato in Ohio ad una lunga pena penitenziaria a causa del suo temperamento imprevedibile e focoso. Solo più tardi, trasferitosi in Europa, trovò pace e stabilità a diretto contatto con la Parigi esistenzialista di Vian e Sartre. Fu in questo contesto che scrisse l'irresistibile "Rabbia ad
Harlem", romanzo di "puro ingegno", ambientato in una metropoli non
necessariamente statunitense dove belle donne e truffatori si aggirano a caccia di tranquilli individui, con la predisposizione ad essere truffati, da sfruttare o turlupinare per i propri fini. E' il caso del più che ingenuo Jackson che viene rapito dalle grazie della bella Imabelle cui offre protezione ; l'avvenente e calcolatrice donna in realtà cerca solo di nascondere un prezioso bottino che fa gola a molti. Jackson si troverà coinvolto ovviamente in un giro pericoloso e la sua strada finirà anche per incrociarsi con quella di due esperti poliziotti molto abili nelle loro mosse nonchè attenti conoscitori dell'ambiente..... Un noir tanto atipico quanto cinico e crudelmente divertente.

Roberto Barbolini
Panorama
agosto 1991

NERO CON RABBIA

Due volte nero: per il colore della pelle e per le sue storie violente, una specie di hard-boiled etnico che , come sottolinea Manuel Vàzquez Montalbàn nella prefazione a Rabbia ad Harlem , hanno fatto parlare di lui come di un Balzac di colore. Ma Cheste Himes non ha bisogno di nobilitazioni che sono sempre un modo per ridurre il sorprendente a categorie rassicuranti;
 così come – pur non sfigurando accanto ai grandi nomi di Raymond Chandler e Dashiell Hammett – non deve essere incasellato, neanche con le migliori intenzioni, nell’ambito della narrativa poliziesca.
Adesso anche il cinema lo scopre: da Rabbia ad Harlem è stata tratta una pellicola di Bill Duke presentata all’ultimo Festival di Cannes. Ma per troppo tempo Himes ha vissuto da esiliato negli inferi d’ogni biblioteca dabbene.
Durante gli anni ’50 e ’60, in Italia, usciva nella collana di Longanesi "I gialli proibiti", che dietro le sollecitanti copertine scollacciate non lesinava ghiotte scoperte interdette alla più nota ma pudibonda collana mondadoriana. Poi, da allora, più nulla. Ma anche in patria il destino di questo dropout di talento non è stato migliore. Rapinatore uscito di galera come autore di manoscritti convenzionali sulla negritudine, nell’alveo del realismo sociale alla Richard Wright o alla James Baldwin, Chester Himes (nato nel 1909 a Jefferson City nel Missuori) 

campò facendo i mestieri più svariati, dal  barman all’impiegato nell’industria degli armamenti. Vissuto ad Harlem per quasi un decennio a partire dal ’45, Himes fu poi in Europa: dapprima in Francia, dove scrisse per la "Série Noire" di Gallimard, poi in Spagna, dove morì, semi-dimenticato, nell’84.Jackson, un negro molto pio e scombinato coinvolto in un bidone colossale dalla maliarda "fidanzata" Imabelle, si mette sulle sue tracce coadiuvato dal gemello Goldy, alias suor Gabriel, che campa raggirando i gonzi travestito da suora e facendo soffiate alla polizia. Il primo è spinto dall’amore, notoriamente cieco; il secondo dalla brama per il malloppo proditoriamente celato in un baule che Imabelle si porta appresso. 
Partendo da queste premesse, Himes innesca l’atroce farsa di Rabbia ad Harlem (ben sottolineata nel suo arduo impasto linguistico dalla traduzione di Sandro Ossola). Ed è una comicità che confina con l’inferno. Quando una testa – non dirò quale – schizza via, l’urlo del malcapitato possessore fa tremare "i polmoni tubercolotici e i feti scomodi delle ragazze madri", giù ad Harlem. Tremano gli scarafaggi e le mosche addormentate, le cimici grasse e piene di sangue, i gatti sornioni e i cani nelle loro cucce sporche. Il grido inumano fa sobbalzare persino "i cessi ingorgati, sgorgandoli". Dalle fogne si giunge al sogno di un lieto fine. Ma come credere davvero alla falsa consolazione che Himes, implacabilmente etnologo del crimine, sembra gettare come offa al lettore ingenuo? Ha ragione Montalbàn: ormai "Harlem è dappertutto, anche se non dappertutto appare un Chester Himes in grado di decodificarlo".
Oreste Pivetta
L’Unità

settembre 1993

LA NOSTRA HARLEM CHE NON CAMBIA

Il mio "libro delle vacanze" è stato "Cieco, con la pistola" di Chester Himes, che mi ha subito attratto un po’ per la fama dell’autore (basterebbe il bellissimo "Rabbia ad Harlem" l’altrettanto bello "Soldi neri & ladri bianchi", tutti pubblicati da Marcos y Marcos) e soprattutto per le poche parole spese nella prefazione, in cui si legge tra l’altro: "… mi sono venuti in mente alcuni tra i più spacconi dei nostri leader, che incitano i nostri vulnerabili Fratelli a farsi ammazzare, e allora ho pensato che tutta questa violenza senza organizzazione è proprio come un cieco con la pistola!
Sono righe scritte molti anni dopo l’apparizione del libro (in prima edizione nel 1957). Himes fa riferimento al Vietnam e alle "imprese masochistiche in Medio Oriente".
Il cieco con la pistola del titolo si fa vivo negli ultimi capitoli. È un cieco che non vuole che la gente sappia che è cieco, che s’infuria se qualcuno gli dà una mano per attraversare una strada, che basta dirgli vecchio e s’infuria, che in metropolitana comincia a discutere con un vicino, si mette a litigare perché è un tipo davvero ombroso e suscettibile e alla fine impugna la pistola e spara colpendo a morte una persona che era lì tranquilla a leggere il suo giornale. Ma il cieco con la pistola non è il protagonista. Volendo cercare dei protagonisti si dovrebbe pensare a Coffin Ed e a Grave Digger Jones (alla lettera Ed La Bara e Scavafossi Jones), i due detective neri, autentici duri dalla mano facile quando si tratta di estorcere notizie e confessioni, il braccio di una giustizia che grazie alla loro "mediazione", al loro buon senso (che è poi il senso di una giustizia pratica, alle prese con i guai concreti di un ghetto come Harlem, espressione di una conoscenza diretta di situazioni e di psicologie, una giustizia che s’accontenta di "aggiustare" appunto le cose, che sa dei propri vincoli e che la regia è altrove) funziona finchè non ci si mettono di mezzo i bianchi, con le loro trame di interessi economici e 

politici. C’è sempre qualcuno che ammonisce i due detective: proprio qui cercate, guardate in alto, è alle vostre spalle che combinano tutto, il colpevole non sta ad Harlem. Ed è proprio il quartiere dei neri di New York alla fine il vero protagonista, un inferno di classi perfettamente ordinato nel suo disordine, diviso tra poveri, mezze tacche, prestanome, ciarlatani e potenti, dominati a loro volta dai potenti veri, i padroni dell’altra fetta della città, politici e poliziotti.
Il Delitto viaggia a braccetto con il Potere. State pur certi che se trovate un morto, qualcosa il suo cadavere nasconderà, non un semplice assassino, un killer, ma qualcosa di più.
"Cieco, con la pistola" è affascinante per l’intreccio di personaggi e di storie, che sfiorano sempre il surreale, nella loro drammatica comicità, nella improbabilità delle spiegazioni, nell’assurdità delle situazioni.
Ma il romanzo è anche realistico, per quanto possa avere valore reale una metafora universale.
Rileggete le parole dell’inizio. A me è venuto in mente Cirino Pomicino che predica le strade del risanamento della nostra finanza pubblica o qualsiasi commis dello Stato che invoca i sacrifici, o un De Lorenzo che impone i ticket sui medicinali, sulle visite, sui decessi, sulla salute. Un cieco con la pistola, che s’arrabbia se gli dici "cieco". Oppure ladro. E il formicolio di Harlem, tra predicatori alla Pannella, santoni che annunciano il "nuovo", imbonitori pre-televisivi, travestiti che sarebbe ormai più giusto chiamare trasformisti, integralisti che sembrano rubare le parole di bocca ai nostri leghisti, poveri disgraziati che si aggrappano ora all’una ora all’altra delle bande in campo, pare di cogliere tutto il vociare, l’andirivieni di questa Italia estiva che ha suoi Coffin Erd e Grave Digger Jones, meno cinematografici, più impiegatizi e rispettosi delle regole.
E c’è un ammonimento alla fine. La demolizione di un quartiere degradato mette in fuga topi grossi come gatti. Altre famiglie – dice uno di Harlem – verranno a sistemarsi qua. Il grande crollo è una nuvola di polvere che si sperde nell’aria al primo colpo di vento. Ad Harlem tutto resta come prima.

 

 

Scheda del libro

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