|
WOODY GUTHRIE Recensioni
|
||
| Pulp maggio/giugno 2006 |
Buscadero febbraio 2007 |
|
|
Marco Denti Vigilante Man La sottile linea rossa di Woody Guthrie Testimone
del suo tempo, più che un cantante, un musicista, un songwriter o
uno
storyteller, Woody Guthrie era un reporter che usava la chitarra invece
dell'obiettivo
fotografico (come Walker Evans) o della macchina da scrivere
(come
John Steinbeck) o del blocco degli appunti (come James Agee). Tutta la
sua
vita è stata un'odissea nella scrittura che vista per intero forma una
mappatura
dell'America rinnegata e ribelle, ma anche di un mondo eternamente
relegato
ai margini della storia, spesso condannato a perdere la propria
identità.
Essere la voce di qualcuno, non il portavoce o il portaborse, ma
interpretare
la voce di chi non ha voce, degli sconfitti e dei diseredati,
ecco
quello che è stato il divenire un poeta per Woody Guthrie: "Forse vi
hanno
insegnato a chiamarmi poeta, ma io non sono poeta più di voi. Non sono
più
di voi un autore di canzoni, né un cantante migliore. La sola storia che
ho
cercato di scrivere siete voi. Non ho mai scritto una ballata e nemmeno
una
storia che dicesse tutto quello che c'è da scrivere su di voi. Voi siete
il
poeta e il vostro parlare di ogni giorno è la nostra poesia migliore
scritta
dal nostro migliore poeta. Io non sono che una specie di notaio e di
meteorologo,
e il mio laboratorio è il marciapiedi, la vostra via e il vostro
campo, la vostra strada e il vostro palazzo. Non sono niente di più o
di
meno che un fotografo senza macchina fotografica. Perciò voglio chiamare
voi
il poeta e voi il cantante, perché voi leggerete queste righe con una
voce
che ha più musica della mia". Qualcosa in più di un profeta.
|
Guthrie
ha creato un linguaggio comune e condivisibile, la cui semplicità è
quel
cardine che lo rende inattaccabile anche un secolo dopo. Se l'attualità
di
Woody Guthrie non è mai venuta meno non è solo per Bob Dylan e Bruce
Springsteen
e per la Freedom's Road di John Mellencamp, per l'ammirevole
dedizione
di Ramblin' Jack Elliott o per l'intelligente rivisitazione di
Billy
Bragg e Wilco per Mermaid Avenue, entrambi i volumi, il primo più del
secondo
(ma anche la splendida rivisitazione di James Talley in Woody
Guthrie
And Songs Of My Oklahoma Home, molto utile per comprendere gli
schemi
e le connessioni, le tracce e gli agganci della vita di Woody Guthrie
e
dei territori narrati nelle sue canzoni), ma è perché la disarmante
semplicità
armonica della sua musica ed insieme la profondità delle sue
canzoni
sono diventate una "voce". Profondamente americana nelle sue
radici, nella
forma e nel carattere, ma i cui temi hanno un valore universale. Basta
lasciarsi
scivolare nell'ultimo (e fantastico) disco di Ry Cooder, My Name
Is
Buddy per rendersi conto come Woody Guthrie, la sua semplificazione, mai
banale,
della costruzione delle canzoni, il suo tatto abbiamo permeato la
cultura
musicale. Ad uno raffinatissimo e colto ricercatore come Ry Cooder,
capace
(come è noto) di cogliere l'essenza musicale di frammenti dai più
disparati
angoli del mondo, non poteva sfuggire la dimensione strettamente
musicale
del songwriting di Woody Guthrie, la sua capacità di essere nello
stesso
tempo cardine verso la musica popolare e tradizionale e nello stesso
tempo
una sua ulteriore evoluzione. Anche We Shall Overcome di Bruce
Springsteen,
andava in quella direzione, ma soprattutto dal punto di vista
di
un grande performer, capace di trasformare in una festa degna del Mardi
Gras
anche il repertorio più lugubre ed efferato (come del resto sono molte
canzoni
popolari). Ry Cooder è andato invece di cesello, svelando minuscoli
dettagli
di canzoni la cui struttura scheletrica è, sì, sempre la stessa, ma
che
proprio su quello giocano la loro magia. A suo modo e a suo tempo già
svelata
dallo stesso Woody Guthrie: "Non spreco mai il mio tempo prezioso a
interrogarmi
o a chiedermi sia pure lontanamente se quella musica l’ho già
sentita
prima, interamente o in parte. Ci sono dieci milioni di modi per
modificare
un motivo e trasformarlo in qualcosa di mio. Posso cantare una
nota
alta invece di una bassa, o una nota dell’armonia al posto di una della
melodia,
o inserire una nota lunga al posto di tante brevi, o metterne tante
brevi
al posto di una lunga, e distribuire le pause e i fiati un po’ qui un
po’
là, insomma con questo sistema sono capace di adattare alla mia ballata
l’idea
base di qualsiasi motivo. Devo confessare che la cosa che mi diverte
di
più è trovare un modo nelle mie ballate e nelle mie canzoni di sputare
il rospo,
di dire francamente quello che mi frulla per la testa. Adoro
protestare
sulle cose sulle quali vedo che c’è bisogno di protestare, come
le
situazioni tristi e spiacevoli che mi trovo davanti, i tumulti, i
linciaggi,
i bombardamenti, gli incendi, le uccisioni, tutte cose che succedono
quando ci si lascia spaventare da ogni ombra, ogni forma, ogni
accenno,
ogni genere di odio razziale. Non ci avrei tenuto tanto a scrivere
un
numero così grande di canzoni, comunque, se non fossi stato in grado di
dirvi
quello che secondo me non va in questo mondo in cui viviamo". Una
specie
di ultimo testimone e primo giudice della realtà che, tassello dopo
tassello,
ovvero canzone per canzone, ha archiviato la non facile geografia
di
una nazione piuttosto che di tutta un'umanità. In questo, Woody Guthrie
stato
un poeta nel senso più alto del termine: un tramite, un cardine, un
traduttore
della realtà e del mistero della fantasia in canzoni, parole,
scrittura,
lingua. Fondamentale e decisivo per la cultura popolare, e qui il
suo
non è stato tanto uno schieramento laterale, destra o sinistra (anche se
sappiamo
benissimo da che parte stava), ma piuttosto in verticale, sopra e
sotto,
sopratutto sotto, nel mondo degli oppressi e dei diseredati, un luogo
sempre
affollatissimo che però nessuno se la sente di conoscere e ancor meno
di
raccontare. Non a caso per e con le sue battaglie, Woody Guthrie alla
fine
ha assunto un'aura persino mitica. Lo scriveva il compianto e mai
dimenticato
(scomparso proprio dieci anni fa) Claudio Galuzzi nella postfazione
della prima edizione di Questa Terra E' La Mia Terra: "E allora
questa
terra è tua/mia/nostra, quindi un bene da condividere, come nella
migliore
tradizione libertaria e comuni(sta)taria americana, quella di lotta
e
poco incline alla rassegnazione". Meglio ancora John Steinbeck che
diceva che
in questo libro, come a dire nella stessa vita di Woody Guthrie,
"c’è la forza
prepotente della gente che si ribella all’oppressione". E se ancora
esiste
e resiste uno "spirito americano" bisogna cercarlo qui dentro,
tra queste
pagine e in queste canzoni perché Woody Guthrie è indispensabile,
oggi
più che mai. I cerchi concentrici che la vita e la musica di Woody Guthrie emanano a scansioni più o meno regolari negli anni hanno trovato, negli ultimi tempi, alcuni spunti piuttosto interessanti. Il libro di Jim Longhi, Woody, Cisco & Me, che narra il periodo in cui erano imbarcati per la marina mercantile ha riaperto un interessante capitolo della sua storia (anche se Woody Guthrie: A Life di Joe Klein è, come diceva Bruce Springsteen "veramente, veramente un grande libro", e senza dubbio la fonte primaria riguardo la sua biografia). Rispetto alla musica è molto interessante Some Folk cofanetto di quattro dischi (cento canzoni in tutto) pubblicato sul finire dello scorso anno. Non si tratta di niente di radicalmente nuovo, ma una sorta di retrospettiva (con un rapporto tra qualità e prezzo veramente d'occasione) suddivisa in termini cronologici con incisioni comprese tra il 1940 e il 1945. A distanza ravvicinata però la suddivisione, ha anche un profilo vagamente tematico: i vagabondaggi e la (ri)scoperta dell'America in Worried Man Blues, le dust bowl ballads e le working songs in The Great Dust Storm, la parte più lirica ed elegiaca in Grand Coulee Dam (con gli Almanac Singers, Cisco Houston, Pete Seeger e Sonny Terry) e infine un capitolo quasi noir con Stackolee, Billy The Kid, Jesse James e altri fuorilegge americani nel quarto finale chiamato Ramblin' Round. La suddivisione non è così precisa, anche perché non lo è nella realtà, però c'è un filo logico piuttosto evidente che offre a Some Folk un soffio di identità che altre antologie non hanno. Impossibile chiedere che sia esaustiva (anche perché Woody Guthrie avrà scritto un migliaio di canzoni) e si può sorvolare sul fatto che non comprenda This Land Is Your Land, (che comunque la conosciamo a memoria) o altri classici (The Ballad Of Sacco And Vanzetti, magari) però ha una sua logica. In un certo senso sembra costruita seguendo le tracce del suo pensiero, così meglio espresso: "In questo periodo il mio lavoro consiste soprattutto nello scrivere. Scrivo canzoni, ballate, storie in musica e racconti senza melodia, e versi scatenati con battute libere e ritmi ancora più liberi. Questi ritmi da soli sono belli come la vernice del vostro trattore, come l'olio della vostra ruota, ma sono io che ho verniciato il vostro trattore, e ho zappato filari e filari di terra piena di erbacce nei vostri campi di cotone e di granturco. Non ho mai avuto tempo di imparare tutto quello che bisogna sapere sul verso sciolto e sul ritmo. Non sono mai stato molto brillante a leggere le note musicali, e neppure a scriverle. Non ho mai imparato le leggi superiori della matematica, e neppure il parlare ricercato. Però vi ho sempre osservato attentamente, e ho tenuto le orecchie ben aperte quando mi passavate vicino". Una confessione più chiara di così: "questo periodo" in realtà è stata tutta la sua vita, che Some Folk, titolo quanto mai appropriato, ripercorre rispettando, anche nel prezzo che bisogna pagare, la coerenza della storia di Woody Guthrie. |
| Alessandro
Bertante Pulp maggio/giugno 2006 L’america profonda degli spazi
sterminati scoperta seguendo le vie dei braccianti occasionali, dei
vagabondi, dei cenciosi di tutte le razze, durante la tremenda crisi
economica degli anni Trenta. |
fantasia linguistica e gli incontrollabili ritmi della tradizione orale tanto cara al cantautore, il romanzo descrive l’infanzia e l’adolescenza di Guthrie nei primi decenni del secolo per poi accompagnarlo in un lungo viaggio a piedi dall’Oklahoma all’Alta California, in fuga da quella Grande Depressione responsabile di avere bruscamente interrotto il processo d’industrializzazione, riportando il paese a una condizione quasi rurale. E in questo suo percorso nel cuore pulsante dell’America, Guthrie incontra personaggi di tutti i tipi, figli illegittimi di un popolo in perenne movimento, inquieto come la terra che lo ospita, una terra del quale Guthrie ha raccolto le perdute tradizioni, cercandone di interpretarne l’autentico spirito. Seguendo il solco già tracciato da Steinbeck e Twain, Guthrie dà vita a una significativa epopea popolare che diventa il complemento narrativo della sua importantissima ricerca musicale, un lascito artistico oramai considerato come l’archetipo della cultura folk del Sud degli Stati Uniti. |