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GIORGIO
CAPONETTI
Quando l'automobile uccise la cavalleria
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leggi
Guglielmo Paradiso, lAltraPagina.it,
maggio 2012
Marilù Oliva, thrillermagazine.it,
marzo 2012
Carlotta Vissani, Rolling
Stone, febbraio 2012 
Alessandro Perini, lindro.it, febbraio 2012
Sofia
D'Agostino, L'Eco del
Chisone, gennaio 2012

Leggi un estratto del libro
pubblicato da Rsera - La Repubblica,
gennaio 2012 p.1
p.2 
Quattro ruote,
gennaio 2012 
Corriere di Viterbo,
dicembre 2011 
Leonardo Franchini, L'Adige,
dicembre 2011 
L'Adige, dicembre 2011
Il Trentino, dicembre
2011
Stefania Vitulli, Il
Giornale, novembre 2011
Massimo Novelli, Il
Venerdì La Repubblica, novembre
2011 
Corriere di Viterbo,
novembre 2011 
Francesco Elli,
Autosport,
novembre 2011 
Silvio
Marvisi, Polis Quotidiano,
novembre 2011
paginadodici.com,
novembre 2011
heos.it, novembre 2011
tusciamedia.com, novembre 2011
cavallomagazine.net, novembre 2011
Paola Azzolini, L'Arena
di Verona, novembre 2011
pareri dei
lettori
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ascolta
Prima
radio, Simply book
intervista di Davide Ruffinengo,
libreria Therese a Giorgio Caponetti
Radio3,
Fahrenheit
intervista
di Loredana Lipperini a Giorgio Caponetti
Radio
onda d'urto Flatlandia
intervista a Giorgio Caponetti
Radio
Capital, Soulfood
intervista
di Mario De Santis a Giorgio Caponetti
Ra1
Radio1,
Contemporanea, parte I
Ra1
Radio1,
Contemporanea, parte II
intervista di Ennio Cavalli a Giorgio Caponetti
Radio2,
Gr2 ascolta
dal 10'32''
intervista di Annamaria Caresta a Giorgio Caponetti
guarda
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Marilù Oliva
thrillermagazine.it
marzo 2012
Una vicenda di amicizia, di vita, cavalli e motori, una storia romanzata
che tocca la grande Storia — sociale, industriale — quella epocale di
passaggio secolo e non solo: svolta tecnologica, svolta di mentalità. In
questo bel romanzo ambientato soprattutto in una Torino all’inizio densa
di atmosfere ottocentesche, troverete personaggi realmente esistiti in cui
la fantasia, come capita nei romanzi storici, si è permessa qualche
licenza, come conferma l’autore stesso: «Molte delle cose che vi
accadono sono capitate davvero, ma non è detto che siano capitate tutte e
proprio in certi momenti. Molte delle persone che sono vissute nel
romanzo, sono vissute davvero, ma non è detto che abbiano fatto quel che
fanno o pensano nel romanzo». Quattro i personaggi principali, ma i
riflettori vengono puntati soprattutto su due di loro: Federigo Caprilli,
insigne cavallerizzo, e il conte Emanuele Cacherano di Bricherasio,
fondatore della Fiat. Il primo lascia il segno nell’arte
dell’equitazione, il secondo sogna un’industria più democratica, in
grado di migliorare la qualità di vita delle persone: l’amicizia segnerà
le loro vite che il destino tingerà di cupo su vie parallele: i due
moriranno in circostanze strane, mai del tutto chiarite.
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Quando
l'automobile uccise la cavalleria è raccontato in prima persona — una prima persona mai
invadente, molto discreta — dal nipote cui il nonno — quarto dei
personaggi chiamati in causa — racconta i fatti. La voce narrante è
limpida, piacevole, con momenti quasi lirici, da cui trapela
inequivocabilmente la grande passione dell’autore per quegli anni.
Un romanzo d’esordio che ha avuto una lunga gestazione trentennale, da
cui trapela anche un ricco supporto documentale. L'autore, Giorgio
Caponetti, torinese, ha lavorato per anni nella pubblicità.
Poi, essendo appassionato di equitazione, ha trovato il modo di dedicarsi
a questa a tutto tondo e con esiti sempre artistici: tra le varie attività
conduce anche spettacoli equestri. Vive con la famiglia a Tuscania in una
verdissima tenuta dove, ovviamente, non manca un allevamento di
cavalli.
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Mario
De Santis
Radio Capital, Soulfood
novembre 2011
Questo è un romanzo, ma i fatti della storia e dei protagonisti noti sono
veri. E forse molte altre cose sono vere, anche le romanzesche.
“Quando l’automobile uccise la cavalleria” è una storia di
amicizia, di fine d’epoca e d’industria. Federico Caprilli e il conte
Bricherasio. LA Torino di fin de
siecle, la cavalleria sabauda ancora fascinosa e in grande
stile. Ma la modernità galoppava, anzi rombava. Nella Torino del Re ma
anche dell’industria nascente e degli operai, un’amicizia forte, nata
nel segno dell’ amore per i cavalli. Quattro personaggi, ma in
particolare tra due fu amicizia vera e salda.
Uno, Caprilli, è l’uomo che ha insegnato a tutti gli altri a cavalcare
e a saltare gli ostacoli; l’altro, Conte di Bricherasio, è il nobile
che sogna un’industria che migliori la qualità della vita delle
persone. Il cavaliere volante rivoluziona l’equitazione, il conte rosso
fonda con altri soci la Fiat. E qui comincia la crepa.
Per il conte e per il capitano campione dell’ippica sarà amicizia e
condivisione di un destino bello e tragico: pieni di talento, generosi, il
capitano e campione faticherà ad ottenere i riconoscimenti che gli
spettano, complice il suo atteggiamento guascone e la passione per le
femmine – una Torino molto più disinibita di come la sui immagina.
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L’altro, il Conte filantropo e intelligente, sarà messo da
parte da Giovanni Agnelli, suo socio, ma forse non amico, che apparirà
spietato come oggi certi falchi di Wall Street.
Questa è la storia della loro vita e della loro amicizia, ma è anche il
racconto di un mistero, narrato anche in parallelo da un bambino e da suo
nonno, carabiniere e molto più: prima Bricherasio, poi Caprilli,
moriranno: suicidio per uno, incidente per l’altro. Ma in nessuno dei
due casi fu chiaro perché e furono molto opache le circostanze. Il nonno
che racconta, sa molto. Suo nipote, il narratore, ha molti dubbi. Per chi
ama riannodare i fili con il passato e cercando di vederci più chiaro un
bel romanzo per scoprire storie poco note, ma anche l’affresco
dettagliato e vivo di un mondo – l’Italia e la Torino a cavallo tra
800 e 900 – complesso e affascinante. Ed è anche una storia
dell’automobile italiana, ma dal punto di vista di chi ama i cavalli.
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Massimo
Novelli
Il Venerdì – La Repubblica
novembre 2011
Come morì la cavalleria (e nacque la FIAT)
Erano più o meno quattro amici al caffè, tra rampolli della nobiltà
piemontese, ufficiali di cavalleria e appassionati della velocità:
piloti, meccanici, progettisti di macchine volanti. Pensavano di cambiare
il mondo attraverso l'automobile, che stava per cominciare la sua corsa
inarrestabile sul declinare dell'Ottocento, ai primi del nuovo secolo. Però
c'era chi, come il conte Emanuele Cacherano di Bricherasio, credeva anche
in altre cose: il progresso sociale, per esempio, e l'uguaglianza,
l'amicizia, i valori incarnati nell'arma di Cavalleria. Il futuro senatore
Giovanni Agnelli, invece, obbediva al dio del profitto. La Fiat nacque da
loro, nel 1899, e da qualche altro fondatore. Ma la posta in palio, vale a
dire il controllo dell'azienda, se la prese tutta il capostipite della
famiglia regnante dell'auto, mentre il nobiluomo sognatore, ormai
estromesso al pari di altri soci, morì nel 1940 in circostanze
misteriose. Tre anni dopo, per una caduta da cavallo altrettanto oscura,
se ne andò Federigo Caprilli, il campione di equitazione, l'amico più
caro di Bricherasio. Non poteva che essere un torinese a raccontare in «un
romanzo storico, cioè un'opera di pura fantasia», la storia della
nascita della Fabbrica Italiana Automobili Torino e della irresistibile,
non troppo ortodossa, scalata al potere degli Agnelli. Già pubblicitario
di successo che, nel 1980, ha fatto il gran rifiuto andando a vivere in
campagna, a Tuscania, fra cavalli, ovviamente, e necropoli etrusche,
Giorgio
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Caponetti ha «scritto e riscritto» Quando
l'automobile uccise la cavalleria, il suo primo romanzo, pubblicato da
Marcos y Marcos (pp. 496, euro 18), in cui ricostruisce con mano felice
quelle vicende. Attratto dalla figura di Caprilli, fattogli conoscere da
un ex colonnello, negli anni Settanta ebbe modo di frequentare Enri Bo,
uno schivo «piemontese di campagna». Che gli fece visitre Fubrine, nel
Monferrato, la cappella di famiglia dei Bricherasio, dove Emanuele e
Federigo sono sepolti uno acconto all'altro. Così, spiega Caponetti, «mi
è nata la voglia di saperne di più su di loro, sulla nascita della Fiat,
sulle lotte tra i fondatori e sulla Torino di quel periodo», che stava
diventando una grande capitale industriale dove, come avrebbe sottolineato
Piero Gobetti, sarebbero sorti il capitalismo e la classe operaia più
moderni d'Italia. A perdere la partita, in ogni caso, fu Bricherasio,
detto «il conte rosso» per le sue idee in odore di socialismo, e la sua
morte, forse un suicidio, potrebbe avere avuto molto a che fare con
l'uscita di scena dalla fabbrica di corso Dante. Nel romanzo, una sorta di
controstoria se si vuole, si muovono tanti personaggi dell'epoca. Si va da
una principessa di Savoia a Edmondo De Amicis, a Giuseppe Pellizza da
Volpedo, fino agli altri pionieri
dell'auto, come Aristide Faccioli, sui quali Agnelli fece calare il
sipario.
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Leonardo
Franchini
L'Adige
dicembre 2011
In Trentino ci sono 19 (diciannove) ippovie, cioè percorsi che si possono
compiere montando a cavallo, e diciotto circoli ippici. Un bel record, se
rapportato alla superficie e alla popolazione. Molti sono quelli destinati
ad un pubblico giovane, perché si ritiene che la «ippoterapia» sia
particolarmente benefica nella prima parte della vita. Si veda la pianta
dei percorsi, facilmente consultabile.
Perciò non è fuori luogo parlare di un libro che è un piccolo monumento
ad un personaggio che ha reso illustre la cavalleria, o meglio la
Cavalleria italiana in Europa e altrove: Federigo Caprilli. Un nome che ai
più è ignoto, ma che chiunque abbia indossato l'uniforme dell'Arma
conosce benissimo. Caprilli infatti, modificò profondamente lo stile e le
regole dell'andare a cavallo, conquistando primati su primati e portando
l'esercito dell'equitazione al suo massimo splendore.
Il libro è «Quando l'automobile uccise al cavalleria» (Marcos y Marcos
editore, 18 euro), scritto in maniera vivace e catturante da Giorgio
Caponetti. È la storia di questo ufficiale che non fece carriera – non
riuscì mai a vestire le spalline di maggiore, che pure gli erano state
assegnate – e che trasformò la cavalleria, ferma da almeno un secolo,
ma solo dieci o quindici anni prima che il motore a scoppio la rendesse
obsoleta. Tra i suoi compagni d'arme, dei quali si narra nel medesimo
libro, c'erano anche il conte Emanuele di Bricherasio – ricchissimo,
discendente di una famiglia che aveva ricevuto la nomina di viceré di
Piemonte e vero fondatore della Fiat e appunto Giovanni Agnelli, nonno di
quello che ha riempito le cronache fino a qualche anno fa. Giovanni, il
nonno, seppe manovrare in modo da riuscire ad impadronirsi di quella che
sarebbe diventata, indubbiamente anche per la sua abilità, la più grande
impresa italiana.
A far da legante c'era appunto Caprilli, brillantissimo cavaliere e
cultore della tradizione di rubacuori della sua categoria, che non
disprezzò l'auto, anzi, ma amò solo i cavalli e le donne, nell'ordine.
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Il libro si divora, letteralmente. Una
scrittura semplice, tuttavia mai banale, che mette in luce con limpida e
ironica scorrevolezza gli episodi principali di queste vite che, ciascuna
a suo modo, hanno cambiato l'Italia. E guarda caso, erano legate tutte, al
Savoia Cavalleria, una unità che ebbe sede per molto tempo a Merano
(adesso è a Grosseto) anche se i suoi compiti sono naturalmente cambiati.
Dopo la carica di Isbucevskj, ultimo episodio di un eroismo quasi assurdo
(cavalli contro mitragliatrici e carri armati russi, nel 1942), i cavalli
furono riservati solo alle parate, alle commemorazioni storiche, alla
festa dell'Arma, che è appunto il 24 agosto, in ricordo del giorno di
quella disperata ultima carica.
Il libro è anche un giallo: alle presentazioni avvenute nei dintorni di
Torino ci sono stati commenti circa la «vecchia storia», molto
chiacchierata, del passaggio di proprietà della Fiat fra Bricherasio (con
alcuni soci) e Agnelli (e altri soci). Un famoso quadro ritrae il conte
piemontese mentre firma gli atti di fondazione. Ma alla sede dell'azienda
torinese scrollano le spalle, dando per scontato che si tratti di favole;
altri, secondo la bella tradizione italiana della dietrologia, vedono
misteri nelle morti – molto premature – di Bricherasio e Caprilli, i
grandi amici che ora riposano vicini nella cripta del palazzo di Fubine,
in provincia di Alessandria. Particolare non secondario, leggendo il libro
sorge veramente il desiderio di visitare quei luoghi, per rivivere un
momento di storia poco noto, ma fondamentale per il nostro Paese.
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Corriere
di Viterbo
dicembre 2011
Il romanzo di Caponetti è in scena
È appena uscito in libreria il romanzo di Giorgio Caponetti, ce da
molti anni ha scelto di vivere a Tuscania, “Quando l'automobile uccise
la cavalleria.
È un romanzo storico ambientato nell'Italia di fine Ottocento inizio
Novecento con sullo sfondo la creazione del primo vero impero industriale
italiano, la Fiat. Il romanzo sarà presentato a Tuscania e Viterbo
rispettivamente sabato e domenica prossimi. Sabato alle 18 a Tuscania
Giorgio Caponetti dialogherà con Ennio Cavalli nella sala delle
conferenze dell'ex chiesa di Santa Croce, in piazza Basile, nel corso di
un incontro organizzato da Assotuscania. Domenica, invece alle 17 a
Viterbo Caponetti dialogherà con il giornalista Giuseppe Rescifina
nell'auditorium dell'università della Tuscia, in via Santa Maria in
Gradi. Introdurrà Franco Carlo Ricci, docente universitario e direttore
della stagione concertistica dell'ateneo viterbese.
“C'erano una volta quattro cavalieri. Il primo cavaliere si chiamava
Federigo Caprilli, ufficiale di Cavalleria, sarebbe diventato il più
grande campione di equitazione di tutti i tempi. Il secondo cavaliere si
chiamava Emanuele di Bricherasio, ex ufficiale di Cavalleria, avrebbe
fondato la più importante casa automobilistica italiana. Il terzo
cavaliere si chiamava Giovanni Agnelli, ex ufficiale di Cavalleria,
sarebbe diventato il più grande industriale e finanziere italiano. Il
quarto cavaliere era mio nonno”, scrive Caponetti nella presentazione
del libro. Sono giovani, ci credono. Vogliono cambiare il mondo. Caprilli
è il cavaliere volante. Bello, imprudente, sensuale: fa girare la testa
alle principesse. Con il sorriso sulle labbra cavalca leggero, libera la
potenza del cabvallo, lo guida con una carezza sul collo. E salta più in
alto di chiunque altro prima. Emanuele Cacherano di Bricherasio ama il
bello nell'arte, nella musica, nei motori. Sogna un progresso tecnologico
che sfami il popolo, un'industria alleata delle classi lavoratrici.
Finanzia una piccola fabbrica di automobili, ne sogna una più grande. E i
suoi sogni sembrano realizzarsi l'11 luglio 1899, quando insieme ad altre
menti e capitali fonda la Fiat nel suo palazzo torinese. Caprilli e
Bricherasio sono amici per la pelle.
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Si confidano progetti e segreti. Come
quando Caprilli diventa maestro e campione internazionale, ma tardano ad
arrivare i riconoscimenti che merita. Come quando Giovanni Agnelli assume
il predominio in Fiat e Bricherasio si sente messo da parte, nutre strani
timori. Poi Bricherasio muore all'improvviso, in circostanze oscure,
mentre è ospite del duca di Genova nel castello di Agliè. Ha solo
trentacinque anni. La sorella Sofia, disperata, si appoggia all'amico
Caprilli, gli affida le carte del fratello. E tre anni dopi anche Caprilli
muore all'improvviso, cadendo da cavallo per le vie di Torino, una sera
d'inverno all'imbrunire. Ha solo trentanove anni. Erano giovani,
guardavano lontano. Il mistero delle loro morti non è mai stato svelato.
Nato a Torino nel 1945, Giorgio Caponetti esordisce in pubblicità. Firma
campagne importanti, cura sceneggiatura e regia di molti spot. Ma il
richiamo della natura è irresistibile: il primo passo è trasferirsi in
campagna, nel Monferrato. Il secondo passo è lasciare del tutto la
pubblicità per dedicarsi a tempo pieno alle passioni della vita: i
cavalli, la musica e la comunicazione in tutte le sue forme. Come
“cavaliere di campagna”, studia e percorre itinerari in tutta Italia;
come “voce del cavallo italiano”, realizza il video del Manuale di
equitazione Federazione italiana sport equestri, organizza e conduce
spettacoli equestri di ogni sorta. A coronamento di un sogno, Giorgio
Caponetti vive ora con la famiglia in un vero paradiso terrestre: una
verdissima tenuta a Tuscania, con tanto di azienda agricola, allevamento
di cavalli e necropoli etrusca. Un'attività che segue con grande
passione, come con grande passione, insieme ad altri appassionati, ha
ideato e condotto la manifestazione “Nitriti di primavera”, con
protagonisti proprio i cavalli. “Quando l'automobile uccise la
cavalleria” è il suo primo romanzo.
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Paginadodici.com
novembre 2011
Se si cerca "Caprilli" in internet, si
trovano tante indicazioni: la doma gentile, il Sistema naturale di
equitazione da lui ideato, una voce di Wikipedia, un ippodromo (quello di
Livorno), aziende varie, riviste di equitazione, un museo, vie a lui
intitolate... Non si trova ancora il romanzo di Giorgio Caponetti, ora in
uscita per Marcos y Marcos, Quando l'automobile uccise la cavalleria.
Con Caponetti sono entrata in un mondo che mi era ancora in parte ignoto:
di equitazione non so granché. Con Caponetti mi sono ritrovata a fine
Ottocento, in sella ad un cavallo, al trotto o al galoppo nelle campagne
di mezza Italia.
Caponetti narra una storia, che sia vera in toto o solo in parte, poco
importa. Per come racconta i fatti, dalla prima all'ultima pagina, tiene
desta l'attenzione, affascinando il lettore con storie di cavalleria
(vere), di nobiltà (pure vere), di amori (forse veri, forse no), di
amicizie, e della più grande industria italiana di automobili (la Fiat).
Proprio sulla Fiat, su come viene l'idea di pensare una macchina mobile in
senso moderno, sulle persone coinvolte, sugli investimenti e sulla
struttura aziendale, Caponetti insinua una
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serie di dubbi: una nota gialla prende spazio fra le pagine e segna
indelebilmente la vita dei personaggi e forse la vita dell'Italia tutta.
Il passaggio da cavallo e carrozza all'automobile, fra euforia e
perplessità, nasconde pure qualcosa di torbido.
Pagina dopo pagina, la storia si dipana senza quasi che il lettore si
accorga degli anni che passano. E quando ormai si accorge che le pagine
che mancano alla fine sono poche... è troppo tardi: si avrebbe voglia che
la storia continuasse, che Caponetti la facesse durare ancora. Ce la si
prende anche un po' con lui, proprio perché smette di raccontare. Giorgio
Caponetti conosce i cavalli, conosce la storia e, soprattutto, la sa
scrivere dosando serietà ed ironia, ambienti di "lavoro" e
scene familiari, tradimenti e amicizie profonde.
Quando l'automobile uccise la cavalleria viene presentato dall'autore alla libreria Pagina dodici venerdì 4
novembre alle 17,00.
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Silvio
Marvisi
Polis Quotidiano
novembre 2011
Dalla Fiat a Parma, ecco il thriller Caponetti presenta il nuovo libro
Quando la fondazione della Fiat passò per Parma e nessuno se ne
accorse. Sull'argomento Giorgio Caponetti ha scritto un libro edito da
Marcos y Marcos che verrà presentato venerdì alla libreria Fiaccadori.
Dopo aver firmato campagne pubblicitarie di grande livello va a vivere nel
suo Monferrato, in campagna dove si appassiona di cavalli. Lo fa così
tanto che ne studia la storia, l'utilizzo in battaglia e il loro
significato simbolico. Proprio su questo si basa il romanzo storico,
cavalli e cavalieri fra cui Federigo Caprilli che rivoluzionò il modo di
andare a cavallo e, addirittura, il regolamento della cavalleria, e, il
conte di Bricherasio, detto il conte rosso, l'aristocratico che puntò
tutto sul futuro, sull'automobile: sulla Fiat.
“Quando l'automobile uccise la cavalleria” racconta di quell'amicizia
e del mistero che avvolge le loro morti, in giovane età, a pochi anni di
distanza l'una dall'altra. Un mistero mai chiarito in cui l'autore scava
riuscendo a rendere particolarmente attraente l'argomento. Un thriller
storico assolutamente coinvolgente e moderno al cui riguardo l'autore
Giorgio Caponetti ha risposto ad alcune domande:
Che uomini sono i suoi personaggi?
«È la belle epoque, Bricherasio e Caprilli sono due omoni alti più
di un metro e ottanta, belli e forti. Quest'ultimo è un tomberu de femme
incredibile per questo viene fatto rimbalzare più volte dalla
scuola di cavalleria di Pinerolo a Parma dove viene assegnato al
reggimento di Zappatori, attorno al 1889. è un uomo assolutamente
magnetico, un leader, intreccia importanti rapporti e per questo fa
incavolare molte persone. Quando è a Parma fa addirittura preparare un
campo a ostacoli per cavalli in caserma, abusivo. È travolgente».
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Come funziona il rapporto fra i
personaggi principali?
«Emanuele Cacherano di Bricherasio e Federigo Caprilli si conoscono
sotto le armi, coetanei e con la stessa iniziale di cognome quindi
finiscono nello stesso corso, nella stessa camerata. Vivono insieme e
moriranno inseme tanto che vengono seppelliti uno vicino all'altro. Con
loro c'è anche Gianni Agnelli. Il conte rosso non è certo un socialista,
è progressista e vede la possibilità dell'industria di migliorare la
vita delle classi lavoratrici. Fonda la Fiat, ci mette il capitale e
chiama molti altri a partecipare. Agnelli è un co-fondatore. Hanno idee
contrastanti fra loro, ma restano amici tanto che la sorella, Sofia
Bricherasio vorrebbe rifare la facciata del palazzo omonimo a Torino con 2
nicchie in cui mettere questi due grandi uomini dei primi Novecento.
L'artista Bistolfi aveva fatto il calco dopo la morte ed era stato il
primo a dire che Caprilli aveva un buco in testa. Si diceva invece che si
fosse suicidato».
È un romanzo il suo o è un libro storico?
«È un thriller storico, è storia ma allo stesso tempo ci sono
questi particolari inquietanti. È un caso irrisolto vero, un pezzo della
nostra storia, quella importante di inizio secolo. Proprio per la sua
natura devo dire che se non ci fosse stato Marcos y Marcos, specie
l'editrice Claudia Tarolo che mi ha fatto da editor e mi ha convinto a
rivederne delle parti, questo libro non si sarebbe mai fatto».
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Paola
Azzolini
L'arena di Verona
novembre 2011
A cavallo di una macchina
Era un anno buoi anche quel 1898 per l'Italia nella morsa di una crisi
tremenda, con le masse di disoccupati in piazza e i cannoni di Bava
Beccaris che sparano sulla folla, ma a Verona si apre la prima fiera dei
cavalli con un enorme successo. Sono gli anni in cui la passione equestre
è intatta: montare bene è una dote molto apprezzata della nobiltà e
degli alti ufficiali. D'Annunzio, già poeta di grido, si presenta come
abile cavaliere (ma i maligni insinuano che si tratti una bufala), avere
una scuderia è segno di ricchezza e di prestigio. Solo pochi se lo
possono permettere, come oggi una Ferrari che del cavallino non a caso ha
ereditato il simbolo. Ma il cavallo è anche animale da lavoro: le città
sono attraversate dalle carrozze, dai carretti tirati da robuste rozze. I
viaggi si fanno in carrozza. Eppure alla nascita della fiera veronese
questo mondo è già alla fine: l'anno prima, nel 1897, Giovanni Agnelli,
già ufficiale di cavalleria proprio a Verona, fondatore della Fiat, e il
conte torinese Bricherasio creano l'Automobile Club d'Italia, che
organizzerà il primo congresso automobilistico proprio alla fiera dei
cavalli. Giovanni Agnelli arriva a bordo di un quadriciclo a due posti.
Nei due decenni successivi il cavallo-motore continua la sua corsa: nel
1921 l'avvenimento è una gara automobilistica e il vincitore della Coppa
Verona è Tazio Nuvolari. Dal 1922 ecco il cavallo-motore di macchine
agricole, trattori, trebbiatrici. Nel 1927 alla fiera accanto alle
scuderie dei cavalli c'è il salone dedicato all'automobile, ormai
indiscussa padrona delle strade. Ma il cavallo si prende la rivincita,
passando simbologia e mito all'automobile e restando segno di prestigio
con moltissimi appassionati, come continua a dimostrare l'affollatissima
fiera di Verona.
Quando l'automobile uccise la cavalleria: così sintetizza il
passaggio tra Ottocento e Novecento nel titolo del suo romanzo Giorgio
Caponetti. È la storia arguta e vera del tramonto del cavallo,
soprattutto in uno dei campi dove era a lungo vissuto come mezzo
principale di offesa e di difesa, la cavalleria militare, e le sue
propaggini nelle gare di corsa.
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I protagonisti dell'avventura sono
tre personaggi storici: Federigo Caprilli, maestro dell'equitazione
moderna, Emanuele Bricherasio e Giovanni Agnelli senior. I primi due
muoiono misteriosamente: Emanuele di Bricherasio con un colpo alla nuca, a
35 anni, durante un fine settimana in campagna; Federigo Caprilli solo tre
anni dopo, a 39 anni, cadendo da cavallo – lui, campione d'equitazione
– per le vie di Torino; il terzo inizia la dinastia automobilistica dei
nuovi cavalieri dell'industria.
C'è un bel po' di suspance, la storia dell'impresa che si mescola alla
politica (Bricherasio è il Conte Rosso, un aristocratico che guarda
avanti e protegge amici socialisti come De Amicis e Pellizza da Volpedo) e
un piacevole raccontare che culmina nella sopravvivenza del cavallo come
marchio di fabbrica dell'automobile. Infatti un capitano di cavalleria,
Enzo Baracca, diventò un asso dell'aviazione nella Grande guerra con un
aereo Fiat, su cui aveva fatto dipingere un cavallino rampante. La madre,
dopo la sua morte in battaglia sui cieli del Monte Grappa, regalò il
marchio del cavallino a Enzo Ferrari che lo adottò prima per la scuderia
da corsa dell'Alfa Romeo e poi per le auto da corsa della fabbrica di
Maranello.
Dal dopoguerra fino a oggi il cavallo è tornato in fiera non solo come
simbolo di nobilissime tradizioni, ma a guidare la riscoperta della
natura: non solo i cavalli da corsa, gli splendidi purosangue, ma anche il
trekking, l'ippoterapia, la nobile arte della mascalcia ossia l'arte di
ferrare il cavallo. Insomma la fiera cavalli veronese nel suo sviluppo,
nella sua evoluzione documenta e attraversa tutta la nostra storia
recente.
Dell'armata di cavalleria italiana che fece la sua ultima, epica carica
nella campagna di Russia al grido di «Savoia!» oggi sopravvive un bel
museo a Pinerolo, dove un tempo era la scuola che sfornava i migliori
cavalieri al mondo con il metodo Caprilli, e lo squadrone montato dei
carabinieri, che tornano a sfilare con tanto di fanfara proprio alla fiera
di Verona.
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L'Adige
dicembre 2011
La cavalleria è morta, ma oggi risorge
La cavalleria è morta? Difficile dirlo, sebbene non se ne veda molta
in giro. Sia in senso militare che... cortese. Ormai i mitici dragoni con
le scibole sguainate si vedono solo nelle rievocazioni storiche. I loro
eredi cavalcano dei carri armati e altri mezzi meccanici, oppure sono
passati all'aviazione. L'arma aerea italiana, la prima per costituzione al
mondo, è nata dagli spavaldi cavalieri che non ebbero paura a farsi
portare in giro da apparecchi nei quali il tessile prevaleva sul
meccanico, solo lo scheletro era di legno, o, più tardi di metallo.
Insomma a uccidere la cavalleria è stata l'automobile.
Giorgio Caponetti, per l'editore Marcos y Marcos, ha intitolato il
suo primo libro proprio così
«Quando l'automobile uccise la cavalleria».
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Volume che sarà presentato dalla
Compagnia dell'Attimo nel salone del Palazzo Madernini-Marzani di Villa
Lagarina, che di cavalleria deve averne vista molta. La presentazione è a
invito – per ritrovare quello stile che caratterizzava l'Arma e la
maggior parte dei suoi membri, per oggi alle 18:45. Si potrà partecipare
a una conversazione sulle avventure del Capitano Caprilli, del nobile
Bricherasio e sulle manovre di Giovanni Agnelli (nonno dell'altro
Giovanni, morto anni fa), per impadronirsi della Fiat, anche se non ne
aveva la proprietà.
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Il
Corriere di Viterbo
dicembre
2011
Gli albori dell'Italia industriale in un libro di Giorgio Caponetti
“Il Gattopardo, scene da un Risorgimento” (Lettura concerto in
occasione del 150° anniversario dell'Unità d'Italia) oggi pomeriggio
alle ore 18.00 presso l'Auditorium di Santa Maria in Gradi per la stagione
concertistica 2011 – 2012 dell'Università della Tuscia diretta da
Franco Carlo Ricci. Il concerto sarà preceduto dalla presentazione del
libro “Quando l'automobile uccise la cavalleria” di Giorgio Caponetti.
Protagonisti del concerto-lettura di oggi pomeriggio: Elena Zegna, voce
recitante; Leonardo Enrici Baion, clarinetto ed Eliana Grasso, pianoforte.
Il programma prevede: Gabriel fauré (1845-1924), Pavane per la lettura di
“Nunc et in hora mortis nostrae, amen”; Giuseppe Verdi (1813-1901),
Cavatina da Ernani per la lettura di “Il principe Don Fabrizio
Salina”; Johannes Brahms (1833-1897), Allegro amabile (dalla Sonata op.
120 n. 2) per la lettura di “Tancredi si arruola con i garibaldini”;
Edward Elagar (1857-1934), Saluto d'amore per la lettura “Il ciclone
amoroso fra Tancredi e Angelica”; Edward German (1862-1936), Romance per
la lettura di “Un piemontese, Chevalley, arriva a Donnafugata”; Nino
Rota (1911-1979), Balletto per la lettura di “Il ballo: don Fabrizio
balla con Angelica”; Nino Rota (1911-1979) – Giuseppe Verdi
(1813-1901), Valzeri per la lettura di “La morte del principe”.
Conclusione con Johannes Brahms (1833-1897), Allegro appassionato (dalla
Sonata, op. 120 n.2).
Il concerto sarà preceduto alle 17,15 dalla presentazione del romanzo di
Giorgio Caponetti, che da molti anni ha scelto di vivere a Tuscania,
“Quando l'automobile uccise la cavalleria. È un romanzo storico
ambientato nell'Italia di fine Ottocento inizio Novecento con sullo sfondo
la creazione del primo vero impero industriale italiano, la Fiat.
Caponetti dialogherà con il giornalista Giuseppe Rescifina. Introduce
Franco Carlo Ricci.
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C'erano
una volta quattro cavalieri. Federigo Caprilli è il cavaliere volante.
Bello, imprudente, sensuale: fa girare la testa a tutte le principesse.
Con il sorriso sulle labbra cavalca leggero, libera la potenza del
cavallo, lo guida con una carezza sul collo. E salta più in alto di
chiunque altro prima. Emanuele Cacherano di Bricherasio è il conte rosso:
ama il bello nell'arte, nella musica, nei motori. Sogna un progresso
tecnologico che sfami il popolo, un'industria alleata delle classi
lavoratrici. Finanzia una piccola fabbrica di automobili, ne sogna una più
grande. E i suoi sogni sembrano realizzarsi l'11 luglio 1899, quando
insieme ad altre menti e capitali fonda la Fiat nel suo palazzo torinese.
Caprilli e Bricherasio sono amici per la pelle. Si confidano progetti e
segreti.
Come quando Caprilli diventa maestro e campione internazionale, ma tardano
ad arrivare i riconoscimenti che merita. Come quando Giovanni Agnelli
assume il predominio in Fiat e Bricherasio si sente messo da parte, nutre
strani timori. Poi Bricherasio muore all'improvviso, in circostanze
oscure, mentre è ospite del duca di Genova nel castello di Agliè. Ha
solo trentacinque anni. La sorella Sofia, disperata, si appoggia all'amico
Caprilli, gli affida le carte del fratello.
E tre anni dopo anche Caprilli muore all'improvviso, cadendo da cavallo
per le vie di Torino, una sera d'inverno all'imbrunire. Ha solo trentanove
anni.
Erano giovani, guardavano lontano: Federigo Caprilli, il cavaliere
volante; Emanuele di Bricherasio, il conte rosse. Il mistero delle loro
morti non è mai stato svelato.
“Il quarto cavaliere – scrive Giorgio Caponetti – era mio nonno”.
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Alessandro Perini
lindro.it
febbraio 2012
CAPPE E ’SPADE’ NELLA TORINO SABAUDA
La morte sospetta di Federigo Caprilli tra cavalli ed avventure galanti, e
dell’amico Emanuele Cacherano
La Belle Époque, a distanza di un secolo dal suo dissolvimento
nella Prima guerra mondiale, conserva intatto il fascino dello champagne e
delle sciantose di Touluose Lautrec. Smodata voglia di vivere, un ceto
elitario dedito al lusso, musiche da cabaret che accompagnano il cinema
"muto". Sulla scena si affacciano l’automobile e
l’aeroplano, ma anche uno stile di vita improntato agli eccessi, alla
sensualità dannunziana.
Intanto la cronaca glissa su misteriosi fatti in cui la morte, forse, non
giunge con la cieca ineluttabilità registrata dai rapporti di polizia. Le
cacce alla volpe, le riunioni di corse al galoppo, i concorsi ippici hanno
un protagonista che il mondo dell’equitazione c’invidia ancora oggi.
È un giovane ufficiale che attuerà una vera rivoluzione dell’arte
equestre. Il suo credo è che il cavaliere debba assecondare
l’equilibrio del cavallo guidandolo con mano leggera. Un metodo naturale
di monta agli antipodi di quanto fin lì praticato. Sto parlando di
Federigo Caprilli.
La sua fama di ’uomo di cavalli’ conquista l’Europa. Non è solo un
campione, tutt’altro, perché si spende con generosità quotidiana
nell’addestramento dei militari, conducendoli fuori dai maneggi, in
aperta campagna, per fare affrontare loro le situazioni che potrebbero
incontrare in battaglia. Dirige con autorevolezza le riprese per gli
ufficiali-allievi dei corsi di specializzazione. Molte le resistenze che
incontra tra i vecchi ufficiali legati alla tradizione ma anche tanti
riconoscimenti da parte di superiori lungimiranti che se lo contendono
come istruttore dei propri reggimenti.
La vita del Nostro, livornese, classe 1868, di famiglia benestante, ha due
poli geografici ricorrenti: Pinerolo e Roma. La Scuola di cavalleria e
l’ippodromo di Tor di Quinto, per la cui intitolazione, ahimé, nel 2005
l’Esercito gli ha preferito un generale collaboratore dell’allora
Ministro della Difesa Antonio Martino. È in sella prima dell’alba e
monta cinque, sei cavalli al giorno. Istruisce i militari, si prepara ai
concorsi ippici ed alle corse ad ostacoli, prima delle quali osserva
drastiche diete per rientrare nel peso.
Gli inevitabili, numerosi incidenti ne hanno provato il fisico, seppur
robusto; il dolore ai reni lo tormenterà per tutta la vita. Nonostante ciò
Caprillone, come lo chiamano gli amici, coltiva un’altra grande
passione: le signore del bel mondo. Lui, borghese ma con il
’passepartout’ dell’ufficiale di cavalleria, è introdotto
nell’ambiente aristocratico più esclusivo da un compagno d’armi con
cui condividerà una fraterna amicizia e la tragica, prematura fine:
Emanuele Cacherano di Bricherasio.
Il carnet sentimentale di Federigo registra una prima relazione
impegnativa con Maria Letizia Bonaparte, nipote e sposa in seconde nozze
dell’anziano Amedeo Duca d’Aosta. La ragazza ha 21 anni meno dello
sposo che passa a miglior vita nel 1890, appena un anno e mezzo dopo le
nozze. Maria Letizia è quasi coetanea di Federigo; basta qualche sguardo
e i loro destini s’intrecciano fatalmente. Siamo nel 1896 e la relazione
crea un certo fastidio a corte tanto che Caprilli si ritrova trasferito in
quattro e quattr’otto a Nola.
Passa qualche tempo e si sussurra di un’altra conquista che mette il
tenente sotto i riflettori. Si tratterebbe nientemeno che di Elena
d’Orleans, moglie di Emanuele Filiberto, II° Duca d’Aosta, figlio di
Amedeo. La duchessa, infatti, al di là del cerimoniale e alla stregua del
marito, conduce vita indipendente; nel 1936, vedova sessantacinquenne,
convola a nozze con il colonnello Otto Campini, un gentiluomo di quattro
lustri più giovane cui è da tempo legata sentimentalmente.
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Altri amori del Nostro sono la contessina di San Martino d’Agliè di San
Germano, che sposerà il conte Costa della Trinità, la contessa
Giacobazzi, Sofia, sorella dell’amico Emanuele Cacherano, Cleo de Merode,
amante del re Leopoldo del Belgio e ballerina di nobili ascendenze. Questo
il sangue blu al femminile di cui Federigo subisce, tranne che per Cleo,
più il fascino che la bellezza. Egli, però, intraprende storie anche con
donne splendide, di origini plebee. La più amata è la ciociara Vittoria
Clementina Proietti, in arte Vittoria Lepanto che, giovanissima attrice di
teatro, passa al "muto" sponsorizzata da d’Annunzio, divenendo
poi amante di Edoardo Scarfoglio.
È lei la donna che il 5 dicembre 1907 non si presenta all’appuntamento
con Federigo a Torino? Nessuno potrà mai dirlo. È certo che quel
pomeriggio, all’imbrunire, Caprilli, deluso dal mancato incontro galante
si consola dando uno sguardo ai cavalli di un noto commerciante, certo
Gallina. Mentre si avvia per provare un bel morello, barcolla e cade
malamente di sella. Prontamente soccorso muore al mattino seguente senza
aver ripreso conoscenza. Misteriosa rimane la dinamica dell’incidente.
Chi monta a cavallo sa che procurarsi la frattura della base cranica con
fuoriuscita di sangue – questo il referto – è possibile ma
improbabile. A conforto di questa mia opinione è la versione dei fatti
resa dal Gallina, testimone oculare: "... improvvisamente vidi il
capitano barcollare sulla sella, poi precipitare collo e testa all’ingiù."
Una dinamica che mal si concilia con il fracassamento di una zona
anatomica protetta come la nuca. Alcuni passanti dissero di aver sentito
degli spari, i familiari di Caprilli sembra azzardassero l’ipotesi di
una sassata. Nulla comunque fu appurato.
La cremazione del cadavere, disposta per testamento, impedì ogni
ulteriore, possibile indagine. La volontà del defunto che tutte le carte
ed i documenti custoditi in casa sua fossero bruciati fu rispettata ma
sicuramente con essi andò in fumo qualche indizio importante. Qualora non
si fosse trattato d’incidente, mai i tenenti Ricci e Ubertalli, che
assistettero Caprilli fino alla morte, avrebbero denunciato un crimine
nato da invidia o ,peggio, da questioni di donne. Il senso
d’appartenenza non avrebbe consentito che divenissero di pubblico
dominio verità scomode per il loro stesso ambiente.
Le strane circostanze di questa morte si saldano con quella del più caro
amico di Caprilli, Emanuele Cacherano di Bricherasio, avvenuta tre anni
prima. C’è qui di mezzo un ramo cadetto dei Savoia. Emanuele, infatti,
si suicida nel castello di Agliè, ospite dei Duchi di Genova. Questa la
versione ufficiale su cui nessuno osò mettere il naso. Chi, d’altra
parte, avrebbe potuto turbare la ’privacy’ del fratello di Margherita,
regina d’Italia, nonché cugino di Umberto I? Qualcuno mise in giro la
voce, mai confermata, di un suicidio ’pilotato’ a seguito di una
relazione di Emanuele con una Savoia. Ma questa è un’altra storia.
Lo strano incidente di Caprilli e l’improbabile suicidio del nobile
Bricherasio, fondatore della FIAT. ed estromesso dall’azienda dal
rampante Giovanni Agnelli, sono magistralmente narrate nel romanzo-verità
di Giorgio Caponetti ’Quando l’automobile uccise la cavalleria’.
La passione dell’autore per l’ippica e la sua familiarità col vecchio
Piemonte hanno consentito che cronaca e fantasia si fondessero in un
piacevole contesto letterario.
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heos.it
novembre
2011
Quando l'automobile uccise la cavalleria
di Giorgio Caponetti
Marcos y Marcos 2011 Pagine 489 € 18,00
03.12 - L'autore ha cominciato a buttar giù questo libro trent’anni
fa quando, casualmente, ha
scoperto la figura del conte Emanuele di Bricherasio. La sua curiosità lo
porta, da quel momento, a saperne di più. Indaga. Cerca documenti, scrive
tanti appunti che oggi, finalmente, sono
racchiusi in un volume. È una storia di cavalli, cavalieri,
principesse e automobili Fiat. Siamo alla fine dell’Ottocento con
Federigo Caprilli, grande cavallerizzo; il conte Emanuele Cacherano di
Bricherasio, un aristocratico che scommette sul futuro dell’automobile e
fonda la Fiat. Entrambi morti in giovane età a pochi anni di distanza.
Questo mistero che non è stato mai chiarito.
Protagonista del racconto è anche il cavallo, non più usato per i lavori
dei campi e nelle battaglie, ma sempre vicino all’uomo. “C'erano una
volta quattro cavalieri. Il primo cavaliere si chiamava Federigo Caprilli.
Sarebbe diventato il più grande campione di equitazione di tutti i tempi.
Il secondo cavaliere si chiamava Emanuele di Bricherasio. Avrebbe fondato
la più importante casa automobilistica italiana. Il terzo cavaliere si
chiamava Giovanni Agnelli. Sarebbe diventato il più grande industriale e
finanziere italiano.
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Il
quarto cavaliere era mio nonno”. “E come sono andate le F.I.A.T.?» «Un
trionfo: nove partite e nove arrivate. Con Agnelli sempre in testa (ma a
guidare era un ragazzo giovanissimo, collaudatore della F.I.A.T., un certo
Nazzaro). No, anzi, spesso in testa c’era Vincenzo Lancia. Be’,
insomma, meglio di così… Non fosse stato per i problemi di benzina, che
non si trovava mai… Ma abbiamo superato anche quello. Mai divertito
tanto”.
“La bicicletta è una vera rivoluzione sociale, al punto di dare
fastidio a qualcuno. I preti condannano l’uso della bicicletta da parte
delle donne, che “perdono la compostezza femminile”, e da parte dei
giovani, che disertano gli oratori e le funzioni religiose, soprattutto la
domenica mattina, per andare a fare “un giro in bici”.
Giorgio Caponetti, torinese trapiantato a Tuscania, dove vive in una
splendida tenuta con azienda agricola e allevamento di cavalli, dopo
essersi dedicato alle passioni della vita: i cavalli, la musica e la
comunicazione in ogni sua forma, approda, con successo, alla letteratura.
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tusciamedia.com
novembre 2011
Non è uno storico ma scrive un romanzo di storia,
non è un giallo ma parla di misteri mai chiariti, insomma per essere il
suo primo libro è veramente intrigante. L'autore ha cominciato a buttar
giù questo libro trent’anni fa quando, casualmente, ha scoperto la
figura del conte Emanuele di Bricherasio. La sua curiosità lo porta, da
quel momento, a saperne di più. Indaga. Cerca documenti, scrive tanti
appunti che oggi, finalmente, sono racchiusi in un volume. “Quando
l’automobile uccise la cavalleria” (Marcos y Marcos editore) è il suo
libro e l'ha presentato ieri pomeriggio presso l’Auditorium di Santa
Maria in Gradi con l’ausilio del M. Franco Carlo Ricci e del giornalista
Giuseppe Rescifina. Era il mio sogno nel cassetto – dice Giorgio
Caponetti - casualmente tre anni fa ho conosciuto i due editori (Marcos) e
abbiamo parlato del racconto; a loro è piaciuto e mi hanno proposto di
scriverlo. Ci sono voluti due anni per sistemare appunti e
ricordi, ora il romanzo è pubblicato. È una storia di cavalli,
cavalieri, principesse e automobili Fiat.
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Siamo alla fine dell’Ottocento con Federigo
Caprilli, grande cavallerizzo; il conte Emanuele Cacherano di Bricherasio,
un aristocratico che scommette sul futuro dell’automobile e fonda la
Fiat. Entrambi morti in giovane età a pochi anni di distanza. Questo
mistero che non è stato mai chiarito. Protagonista del racconto è anche
il cavallo, non più usato per i lavori dei campi e nelle battaglie, ma
sempre vicino all’uomo per ricordare quello che è stato e quello che
ancora potrà essere.
Nota. Giorgio Caponetti, torinese trapiantato a Tuscania, dove vive
in una splendida tenuta con azienda agricola e allevamento di cavalli,
dopo essersi dedicato alle passioni della vita: i cavalli, la musica e la
comunicazione in ogni sua forma, approda, con successo, alla letteratura.
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Cavallomagazine.net
novembre
2011
È
uscito l'ultimo libro di Giorgio Caponetti, ex pubblicitario che da tempo
si dedica a tempo pieno alla propria passione: i cavalli. Insieme alla
musica e alla comunicazione nelle sue variegate forme. Il libro 'Quando
l'automobile uccise la cavalleria' (edito da Marcos y Marcos, euro 18,00)
narra la storia di due uomini che credevano nella bellezza: il conte
Emanuele di Bricherasio, un aristocratico che guarda avanti e protegge
amici socialisti come De Amicis e Pellizza da Volpedo sognando un mondo più
giusto, e Federigo Caprilli, suo amico fraterno bello e sensuale, che
rivoluziona il modo di montare a cavallo e colleziona trionfi.
Due uomini che avevano coraggio: Emanuele di Bricherasio scommette sul
futuro
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dell'automobile, si fa in quattro per fondare la Fiat. Federigo Caprilli
sfida tutto e tutti per difendere le sue idee innovative, i suoi amori
proibiti. Due uomini morti troppo presto, in circostanze misteriose:
Emanuele di Bricherasio con un colpo alla nuca, a 35 anni, durante un fine
settimana in campagna, con l'amarezza di aver visto la Fiat prendere
strade non chiare. Federigo Caprilli solo tre anni dopo, con un colpo alla
nuca, a 39 anni, in un'improbabile caduta da cavallo (lui, campione di
equitazione!) per le vie di Torino. Questa è la storia di un mistero che
non è mai stato chiarito.
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Stefania
Vitulli
Il Giornale
novembre
2011
Ma che romanzo giallo la nascita della Fiat a Torino
A una delle prime presentazioni in
una libreria di Pinerolo, le esclamazioni del pubblico sono unanimi: «Meno
male che è stata ritirata fuori questa storia, perché sotto sotto di
queste strane morti e dello strano modo in cui Agnelli conquistò il
controllo totale della Fiat a Torino e dintorni si è sempre parlato».
Sarà, ma del romanzo di Giorgio Caponetti - esordiente torinese classe
1945 - Quando l’automobile uccise la cavalleria (Marcos y Marcos, pagg.
490, euro 18), uscito da poco più di una settimana, una certa Torino non
parla affatto volentieri. E lo stesso autore in capo al romanzo ha
sistemato una «Avvertenza al lettore» in cui si dice: «Molte delle
persone che vivono nel romanzo sono vissute davvero, ma non è detto che
abbiano fatto quello che fanno e pensano nel romanzo». Le tante cautele
sono dovute al nome illustre che Caponetti ha scelto come uno dei tre
protagonisti, ovvero Giovanni Agnelli senior.
La saga è costruita intorno alla scomparsa di un mondo durato cinquemila
anni, il mondo del cavallo, che ai primi del Novecento era ancora il
simbolo della velocità e dello status sociale, un mondo che in soli
trent’anni viene del tutto inghiottito da un altro, quello
dell’automobile. Dentro questa mutazione epocale si muovono, insieme ad
Agnelli, Federigo Caprilli, il cavaliere volante, tombeur de femmes bello
e sensuale, eroe rompiballe che fa cambiare il regolamento militare del
montare a cavallo, e il conte rosso Emanuele Cacherano di Bricherasio,
nobile sognatore che vede nel motore l’evento in grado di cambiare le
condizioni delle classi lavoratrici.
«Agnelli invece - racconta Caponetti - è il capitale. Il potere forte,
il pragmatico e il più bravo a gestire gli altri. L’imprenditore e il
finanziere che in quanto tale non guarda in faccia a nessuno. Descritte
così, queste tre figure potrebbero quasi avere valor di metafora di un
secolo che cambia il destino del Paese, ma i fatti narrati sono veri, è
tutto vero, anche se tutto oscuro, mai indagato». Perché i tre sono
certamente conoscenti, tre ufficiali di cavalleria nati nella seconda metà
dell’Ottocento, coetanei, che si sono frequentati alla scuola di
cavalleria di Pinerolo, poco distante da Bricherasio, pochissimo da Villar
Perosa. «Ma di questa frequentazione nessuno parla» tiene a specificare
Caponetti. Amici sono soprattutto Caprilli e Bricherasio, tanto che il
primo chiede che le sue ceneri vengano un giorno poste accanto a quelle
dell’amico. Non dovrà attendere molto.
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I due scompaiono giovanissimi ed entrambi in circostanze mai chiarite.
Bricherasio, il fondatore della Fabbrica Italiana Automobili Torino, cinque
anni esatti dopo aver creato il marchio a casa sua, muore nel castello del
Duca di Genova, con un buco in testa, a soli 34 anni: «Suicidio, dicono -
racconta Caponetti -. Un suicidio improbabile, ma trattandosi della
residenza del cugino del re, non viene aperta nessuna inchiesta. Anche
Caprilli muore in modo improbabile: cade da cavallo e si sfonda la nuca.
Peccato che il cavallo avrebbe insistito per provarlo lui, alle sei e mezza
di sera, in una Torino decembrina e impraticabile, mentre comincia a
nevicare. O almeno così afferma l’unico testimone oculare, Enea Gallina,
commerciante di cavalli, che dice d’averlo visto avanzare verso Piazza
d’Armi e poi cadere».
Ci ha messo trent’anni Caponetti a scrivere il suo primo romanzo.
Trent’anni in cui non ha cercato di trasformare in consequenziali i
collegamenti assoluti, ma solo di narrarli. Come dire: tirare le conclusioni
spetta a noi, a noi capire quali «vantaggi» queste morti abbiano portato
al mondo dell’automobile italiana, di cui la famiglia Agnelli è stata
artefice, oltre che protagonista di molti misteri e tragedie. «Fatto sta
che una settimana dopo la scomparsa di Bricherasio dal consiglio di
amministrazione, la F.I.A.T. viene rivoluzionata e questo è quantomeno
inquietante» spiega l'autore.
«L’azienda fallisce, F.I.A.T. scompare, i capitali iniziali vanno in fumo
e Agnelli rifonda FIAT senza puntini. Una operazione che porterà
all’apertura di un processo per truffa e aggiottaggio nei confronti di
Giovanni Agnelli e di un altro paio di soci. Un processo che iniziò, guarda
caso, quattro mesi dopo la misteriosa morte di Caprilli, nel 1908, a soli 39
anni. E che terminò dopo quattro anni con l’assoluzione, ma con
l’intervento di poteri fortissimi: Vittorio Emanuele Orlando, ministro di
Grazia e Giustizia, diede le dimissioni, divenne presidente del Collegio di
difesa di Agnelli, lo vide assolto e poi si rimise a fare il politico».
Combinazioni. Strane, secondo Caponetti. «Mettono curiosità e richiedevano
almeno una risposta emotiva, se non si può avere, dopo tanto tempo, quella
razionale».
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Guglielmo
Paradiso
lAltraPagina.it
maggio 2012
Fa tornare alla mente Le confessioni di un
italiano di Ippolito Nievo, Quando
l’automobile uccise la Cavalleria di Giorgio Caponetti,
edito da Marcos y Marcos, non solo per le rubriche introduttive ad ogni
capitolo, per il tono talvolta ironico, per la morte in circostanze
sospette che accomuna i due protagonisti di questo miracolo narrativo –
realmente esistiti – e lo scrittore garibaldino, ma soprattutto
per quel camminare sul filo del rasoio tra il romanzo storico e quello
sociale.
Caponetti, intenzionato a risolvere gli intrighi celati dietro le morti
del conte Emanuele Cacherano di Bricherasio – socio fondatore della
F.I.A.T. – e del suo inseparabile amico, il capitano di Cavalleria
Federigo Caprilli – deceduti, a tre anni di distanza l’uno
dall’altro – evoca le loro vite, facendole scorrere parallele a quella
di Giovanni Agnelli, il fondatore della dinastia industriale, e ai propri
ricordi di bambino, nella Torino degli anni Cinquanta in compagnia del
nonno, ex graduato dell’intelligence sabauda, che già allora aveva
fornito al nipotino la chiave, rimasta sepolta per anni nella memoria del
narratore, per risolvere questo mistero.
Le vite di quattro orfani, divenuti poi cavalieri, si dipanano nel romanzo
fino ad intrecciarsi nell’Italia sabauda di Umberto I e di Vittorio
Emanuele III tra amori impossibili, intrighi di corte, lotta di classe,
logge massoniche, truffe finanziarie e servizi segreti.
Federigo Caprilli, proveniente dall’alta borghesia livornese, è
intrepido e beffardo ma di buon cuore: quando accede nel 1886
all’Accademia allievi ufficiali di Cavalleria di Modena, non ha neanche
idea di come si cavalchi e, quindi, non può neanche lontanamente
immaginare che è destinato a rivoluzionare le teorie dell’equitazione
militare fino a divenire una leggenda dei tornei ippici internazionali,
guadagnandosi la fama di “cavaliere volante”; per ora, ad affascinarlo
di quell’arma elegante è quel rapporto ambiguo, fatto di complicità e
sfida, tra cavallerizzo e cavallo, un essere che al momento non gli è
affatto familiare.
Per fortuna, la sorte lo assiste assegnandogli come compagno d’arme il
blasonato Emanuele Cacherano di Bricherasio: i due – affini per «la
generosità di carattere, la curiosità inesauribile per le novità» –
diventano subito inseparabili, supportandosi a vicenda: è l’inizio di
un fraterno sodalizio destinato a durare per sempre, fino a condividere il
tragico destino e il medesimo luogo di sepoltura.
Ma è a Pinerolo, alla
Regia Scuola militare di Cavalleria, che i due scoprono la propria
vocazione: Caprilli getta le basi del proprio metodo per il salto ostacoli
che per anni verrà osteggiato dalle alte autorità militari, forse a
causa dei nemici che il tenentino livornese si è creato in Casa Savoia,
divenendo l’amante di coronate dame appartenenti al casato
regnante;
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Bricherasio, divenuto anch’egli tenente, lascia per sempre la
Cavalleria per acquistare la fama di “conte rosso”, assecondando
quella sua innata propensione a guardare ad un progresso che riesca a
migliorare le condizioni di vita dell’umanità intera. Il Novecento,
secolo nuovo, è affascinato dai progressi scientifici così come è
atterrito dal diffondersi delle teorie socialiste e dall’inizio delle
rivendicazioni sociali; Emanuele «è il primo che collega motori e
principi democratici, velocità di spostamento e progresso sociale,
industria e classi lavoratrici» e, d’altronde, la nobile e antica
stirpe dei Bricherasio ha sempre patrocinato l’arte e la cultura.
Quando Bricherasio decide di unire il suo nome alla nascente industria
delle automobili, fondando la F.I.A.T. ignora di aver mosso un passo verso
la fine. Quel commilitone, legato agli ambienti massonici, da sempre
appassionato di meccanica e adesso socio in affari, tal Giovanni Agnelli,
divenuto amministatore delegato della società da buon arrivista senza
scrupoli qual è, sta per portare a compimento un’abile truffa ai danni
di tutti gli azionisti, uno scandalo e un crack finanziario in cui sarebbe
coinvolta anche Sua Maestà.
Il possesso dei documenti che provano le irregolarità amministrative
decretano, nel 1904, la condanna a morte di Bricherasio e, tre anni dopo,
dell’amico fraterno Caprilli: assassinii, mascherati da tragiche fatalità,
architettati da “professionisti” incaricati dalle alte sfere di
cambiare il corso della storia.
Ancora una volta, un altro “Io so” di uno scrittore prova ad
immaginare tutto ciò che in Italia non si sa o si tace, e leggendo il
romanzo di Caponetti non sembra esserci bisogno di prove ed indizi - come
scrisse Pasolini – per mettere «insieme i pezzi disorganizzati e
frammentari di un intero coerente quadro politico» così da ristabilire
«la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia ed il
mistero», proprio come nel duraturo e imperituro rapporto tra Stato e
F.I.A.T. rafforzatosi “inspiegabilmente” ancor di più dopo quel
processo del 1908 – conclusosi con l’assoluzione degli imputati – in
cui Giovanni Agnelli dovette rispondere dei reati di «illecita
coalizione, aggiotaggio in borsa e alterazione di bilanci sociali».
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