STANISLAW LEM
Fiabe per robot

 


Recensioni

 

carmillaonline.com
novembre 2005
Pulp
gennaio 2006
Domenico Gallo
Pulp

gennaio 2006

Stanislaw Lem e Kurt Vonnegut sono i due letterati che hanno elaborato una fantascienza grottesca e umoristica, ottenendo il riconoscimento della loro opera anche da parte della critica più colta che ne ha riconosciuto l’indubbio valore. Noto per il romanzo Solaris, da cui sono stati tratti due film, Lem ha rappresentato assieme a pochi autori l’identità della fantascienza nel Patto di Varsavia, una letteratura costretta a districarsi nelle maglie della censura e assumendo forme inespressive che solo con grande difficoltà erano riconducibili alla realtà politica. Sotto questa lente la fantascienza umoristica di Lem, assieme a una folta produzione spaziale, rappresenta il brillante tentativo di una scrittura fortemente rivolta ai temi dell’identità umana, riuscendo a prevedere la complessa crisi che la diffusione di tecnologie antropomorfe avrebbe causato nel
mondo occidentale. 
Se la riduzione della libertà di scrittura ha portato all’elaborazione di forme immaginarie, come la fantascienza e la favola, che sono in grado di consentire una maggiore libertà proprio perché apparentemente descrivono una realtà che non esiste, così il robot diventa l’immagine deformata di un essere umano che tende a ibridizzarsi e diventare macchina, mentre le macchine progressivamente si umanizzano.
Questa umanizzazione, secondo Lem, non coinvolge tanto l’aspetto esteriore, come era nel caso di Philip Dick in cui la macchina presentava un aspetto umano esteriore, ma si riferisce ai comportamenti. E ciò che fanno i robot in queste fiabe non è certo più assurdo di quanto non facciano normalmente gli uomini stessi.
Certamente Lem conosceva il testo di Vladimir Propp, Morfologia della fiaba, e concordava che le funzioni presenti nel testo erano fondamentali e si riconducevano a riti di iniziazione molto antichi. Per questo motivo le fiabe presentavano la stessa struttura in ogni luogo, e quindi perché non nello spazio e in mondi abitati da robot?
Riccardo Valla
carmillaonline.com
novembre 2005

Marcos y Marcos ha già pubblicato alcune opere di Stanislaw Lem, La Cyberiade, Il congresso di futurologia, Memorie di un viaggiatore spaziale e adesso continua la vena di Cyberiade con questo Fiabe per robot. Le singole storie hanno ormai una quarantina d’anni, ma restano sorprendentemente fresche e brillanti.
Ancor più di Solaris (1961), che è divenuto famoso dopo il film di Tarkowski del 1972 e che oggi si rivela come un’opera indecisa tra la critica contro la scienza e la riflessione sul concetto di essere umano, sono stati questi racconti a dare la fama a Lem e a portare l’attenzione sulle sue altre raccolte. Ancora negli scorsi decenni circolavano vari lungometraggi tratti dalle sue opere, ma ultimamente sembrano scomparsi dai cineforum e ne rimane traccia solo nei cataloghi del Festival di Trieste.
Nella Cyberiade (1965), spesso la struttura della favola serviva a mascherare una riflessione o una vecchia questione filosofica: per esempio, la storia di quel personaggio che entra in una realtà virtuale in cui entra in una seconda realtà virtuale in cui entra in una terza... per infine non riuscire più a raccapezzarsi su quale sia la “vera” realtà; o l’impagabile osservazione sugli studiosi che studiavano l’impossibile e i suoi vari gradi di impossibilità essendo il possibile troppo banale e già disponibile a tutti; o il vecchio problema se una copia in tutto identica sia o no l’originale, problema risolto puntando la pistola contro l’avversario e costringendolo ad accettare l’opinione opposta.
Più che La Cyberiade, comunque, è questa raccolta del 1964 a rappresentare lo spirito originale dell’autore, consistente nel presentare “le future favole di un mondo di robot”, analoghe a

quelle tradizionali di Fedro o delle Mille e una notte (analogamente alle Mille e una notte incontriamo la “storia dentro la storia”: nell’ambito di una narrazione, ciascuno dei personaggi narra a sua volta una vicenda a lui accaduta).
Invece delle due figure dei costruttori di robot che compaiono nella Cyberiade, abbiamo qui una serie di re, costruttori, pianeti, popolazioni come “I Pigmelianti [che] accumulano sapienza come altri ricchezza... Per prudenza, però, collezionano sapienza ma non ne usufruiscono”, o anche simpatici cialtroni come il cavaliere che finge di avere compiuto imprese tanto eroiche quanto incontrollabili e: “Una volta salito al trono regnò a lungo e felicemente e la sua bugia non venne mai scoperta. Così si capisce subito che abbiamo raccontato la pura verità e non una favola, perché nelle favole la verità trionfa sempre”.
Per molti di questi racconti viene in mente Borges, anch’egli amante del bisticcio logico e del divertimento filosofico. Infatti anche Lem è autore di recensioni di libri inesistenti: per una buona idea, diceva, è inutile scrivere un romanzo di duecento pagine; basta scrivere una recensione di quel romanzo e sottolineare l’idea.
Secondo Darko Suvin, il principale autore di storie di robot è Lem e non Asimov. Suvin pensava soprattutto ai racconti di Io robot e probabilmente si riferiva alla fantasia inventiva di Lem, da un lato, e dall’altro, al puzzle logico di molti racconti di Asimov. In realtà il contrasto è solo fittizio: Asimov racconta psicologie umane parziali, di uomini privi di alcune caratteristiche, mentre Lem gioca sul valore immaginativo ed evocativo delle parole e dei concetti della scienza, arrivando spesso a creazioni surreali che portano una gran parte della prosa di Lem nell’ambito della creazione linguistica, alla maniera di Gadda o di Landolfi.

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