ALFRED ANDERSCH
Il padre di un assassino


Recensioni

 

La Repubblica
ottobre 2005
Café letterario
ottobre 2005

Marco Lodoli
La Repubblica
ottobre 2005

TORTURA E SADISMO NELL’ORA DI GRECO

Ci sono giornate di scuola che possono cambiare la vita per sempre, nel bene e nel male. Basta una poesia letta da un bravo insegnante e in un attimo si schiude per sempre una finestra nel muro: e al contrario, per temere la vita basta un’ora di greco tra le grinfie di un preside aguzzino, nientemeno che il padre di Himmler. E' la storia autobiografica raccontata da Alfred Andersch, autore che in Germania è considerato un piccolo classico del Novecento, in Il padre di un assassino.
Tutto accade nel breve tempo di una lezione, sessanta minuti del 1928 che marchieranno a sangue l’esistenza di un ragazzino. La porta dell’aula si apre e appare il Rex, il preside di una scuola bavarese. Ha il desiderio sadico di controllare la qualità dell’insegnamento di un professore scialbo e soprattutto la preparazione di quel gruppo impaurito di quattordicenni. 

Tutto avviene in un microcosmo reazionario, dove è permesso solo obbedire ai superiori, amare la patria e rispondere senza esitare alle domande. "Ma la cultura umanistica non ci difende da nulla?", si domanda Andersch: si può addirittura torturare in nome del greco antico, aver letto Socrate e Sofocle e diventare il padre del peggior criminale nazista? Purtroppo sì, purtroppo, come insegna questo racconto esemplare, il Male si nutre anche di buone letture.D’improvviso si alza il sipario su un teatro della crudeltà. È un gioco diabolico tra il gatto e i topolini: se li gira tra le zampe, li prende e li lascia, li tormenta. Il primo della classe viene saggiato e subito abbandonato. Un giovane barone viene stuzzicato fino a farlo ribellare, perché l’aristocrazia non sopporta umiliazioni da un signor Himmler qualsiasi: e il ragazzino orgoglioso viene espulso immediatamente dalla scuola. Ultimo a finire tra gli artigli del preside è Franz Kien, studente pessimo ma anima sensibile, figlio di un eroe della Grande Guerra caduto in miseria.
Grazia Casagrande
Café Letterario

ottobre 2005

Un romanzo breve di carattere autobiografico che descrive un’ora “esemplare” di lezione di un ginnasio di Monaco di Baviera. Il protagonista si chiama Franz Kien, l’alter ego dello scrittore, ma il personaggio centrale in realtà è il preside, l’orrido Rex (così venivano chiamati in generale in città i presidi dei licei abbreviando la parola Rektor) Himmler.
Il titolo del libro (che l’autore termina di scrivere pochi mesi prima della sua morte nel 1980) è riferito proprio al Rex, padre di Heinrich, famigerato braccio destro di Hitler: “La definizione di assassino per Heinrich Himmler è molto mite; non è stato un assassino qualsiasi ma, fin dove arrivano le nozioni storiche, il più grande sterminatore di vite umane che sia mai esistito”, così commenta l’autore nella Postfazione.
Qual è il tema di fondo di queste cento pagine? Un uomo, se abusa del potere che gli è stato conferito, riesce ad annientare psicologicamente un intero gruppo di persone e la malvagità è insita nell’individuo, ben oltre l’ideologia professata. Il preside infatti era, così viene più volte sottolineato, in disaccordo con il figlio per motivi politici, liberale e conservatore il padre,

nazionalsocialista il figlio: entrambi però godevano nell’umiliare, nell’annientare gli interlocutori più deboli di loro.
Ma anche chi si oppone al terribile preside non appare una persona molto amabile. Il professore è un pavido, un meschino e un pessimo insegnate; il compagno di classe, stupidamente orgoglioso della sua nobiltà, un vanesio e uno sfrontato; le famiglie che si intuiscono dietro gli studenti sono tutt’altro che meritevoli di solidarietà. Solo la povertà del protagonista, sbeffeggiata dal preside ed esposta come fosse una colpa alla derisione dei compagni, appare degna di rispetto.
Andersch ha sperimentato due anni di campo di concentramento, Dachau, per motivi politici (era iscritto da quando aveva 17 anni al partito comunista), ha disertato la Wermacht per essere preso come prigioniero dagli americani, insomma non è stato l’intellettuale che, tenendosi lontano dall’azione, ha condannato solo verbalmente abusi privati e dittatura nazista. Per questo la riflessione, a pochi mesi dalla morte, sulla sua adolescenza, periodo in cui ha aperto gli occhi sul mondo e ne ha viste le brutture, fa capire al lettore come ci siano momenti cruciali nella vita, anni in cui si forma la personalità e si compiono scelte fondamentali a cui tutta la vita dovrebbe coerentemente conformarsi.

Scheda del libro

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