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ALBRECHT GOES Recensioni
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Bevilacqua, labottegadihamlin.it,
febbraio 2012 Elisabetta Bolondi, sololibri.net, gennaio 2012 Désirée Paola Capozzo, elle.it, gennaio 2012 Marta Scandorza, INXS, gennaio 2012 Camilla Biagini, libriblog.com, gennaio 2012 Luigi Pizzi, letteraturaecinema.com, gennaio 2012 Gianluca Calvino, Librincircolo, ottobre 2008 Giancarlo Montalbini, lettera.com, aprile 2008 Marco Casa, Letture, gennaio 2008 Grazia Casagrande, wuz.it, dicembre 2007 Enzo Di Mauro, Alias - Il manifesto, dicembre 2007 Marilia Piccone, stradanove, dicembre 2007 Samuele Bernardini, Riforma, novembre 2007 Goffredo Fofi, Avvenire, ottobre 2007 Ilaria Sodini, La voce d'Italia, ottobre 2007 Goffredo Fofi, Internazionale, ottobre 2007 Valeria Parrella, Grazia, ottobre 2007 |
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Donato
Bevilacqua labottegadihamlin.it febbraio 2012 La guerra “umana” di Albrecht Goes: intimità, uomo e colpa in “Notte inquieta” Notte inquieta è certamente l’opera più famosa di Albrecht Goes, intellettuale tedesco nato nel 1908 a Langenbeutingen e morto a Stoccarda nel 2000. Questo racconto, pubblicato per la prima volta nel 1950, ci viene oggi riproposto dalla Marcos y Marcos in una deliziosa edizione [1]. L’autore ci porta senza indugi nel clima della Seconda Guerra Mondiale, raccontandoci questa piccola ma grande storia attraverso gli occhi e le parole di un cappellano militare che deve assistere un condannato a morte. Una notte di ottobre del 1942, la sera prima dell’esecuzione, il cappellano si trova in una locanda di Proskurov gremita di militari, dove divide la stanza con un capitano in partenza per il fronte di Stalingrado. Proprio in quella stanza Melanie sale di nascosto per abbracciare per l’ultima volta il suo amato capitano, e mentre i due si appartano, il cappellano è intento nello studiare la storia dell’uomo che verrà fucilato il giorno seguente. Pastore e condannato si diranno addio come amici, qualcuno partirà per Stalingrado, e un senso di giustizia assoluta accompagna il finale del racconto. Goes conosce bene la realtà della guerra, e quest’opera sembra in effetti poggiare le basi nelle esperienze personali dell’autore, ordinato pastore protestante nel 1930 e cappellano militare durante la guerra. Nel 1953, poi, Goes lascia il sacerdozio e si dedica alla scrittura, dimostrando tutte le sue capacità di teologo e libero pensatore. Appare evidente come, specialmente nell’opera qui in oggetto, lo scrittore trasferisca questo affascinante incontro tra l’esperienza tragica della guerra e il suo rapporto con la religione. Da questo fondersi nasce una scrittura che si riempie di umanità, andando oltre il solito racconto ma ricercando negli eventi l’intimità e il senso più profondo. Goes scrive quindi la guerra “in chiave umana” potremmo dire, quasi rendendole un valore spirituale, ricercandone il significato più profondo attraverso le singole storie personali e i pensieri più nascosti. «Quel giorno di vento, profondamente azzurro, dovevo pur godermelo […] avevo voglia di camminare per i sentieri […] Tutt’intorno, silenzio; appena il soffio del vento, non una voce umana, solo quella della mia solitudine che parlava a se stessa: benvenuto autunno! benvenuta, libertà!» La guerra entra con forza nella giornata del cappellano; la chiamata all’esecuzione sconvolge i suoi programmi di solitudine, frena la sua voglia di libertà. Ecco un primo confronto tra la serenità e il suo opposto: la guerra. Nel descriverla l’autore, per bocca del cappellano, non ci mette mai di fronte alla crudeltà delle armi o a scene di conflitto, ma ci descrive la quotidianità al di là del campo di battaglia: Qui, dietro queste porte. Qui si sta distesi sulle brande, si sospira, si ama, si muore, si scrivono lettere, si gioca a scacchi, all’alma, a carte. Si fanno iniezioni intramuscolari o endovenose: Ebusin, Cardiazol. Si compilano elenchi di permessi e congedi, di promesse che non vengono mantenute. Si beve, si fuma, si parla grasso. E c’è chi scrive le “storie” dei malati […] Elenchi degli arrivi e delle partenze. Elenchi delle paghe, delle trattenute, dati. [2] La guerra di Goes si combatte quindi in mezzo alle persone, e si contrappone alla bellezza delle loro vite: «La rigidità militare con la quale si presentavano era esagerata e veramente fuori luogo; ma è più facile che si spezzi l’esistenza, piuttosto che s’interrompano certe formalità». Un concetto ancora più marcato se si pensa che nell’intero racconto c’è quasi la volontà di mantenere due mondi ben distinti tra loro: la guerra, appunto, e le singole vite delle persone sia vicine che lontane dai cannoni: «come se nel profumo di quella notte d’ottobre, in quel dolce profumo di vento umido, ritrovasse un contatto con la sola realtà durevole e buona rimasta intorno a noi». Le persone sono il punto di partenza e il nocciolo vero di questo racconto, attraverso i loro gesti il conflitto si avvicina a noi e viene reso umano, spirituale: È questo, la guerra. Può anche succedere di esser trasferito da Oriente a Occidente attraversando la città dove sei nato, senza nemmeno poter scendere dal treno. E tu te ne stai appoggiato al finestrino e vedi passare il balcone di casa tua. Magari hai fortuna: tua moglie sta stendendo la biancheria, ne puoi scorgere il vestito rosso e i capelli neri. Mi immergo nei pensieri e non mi rendo conto che stiamo viaggiando tra le case. [3] La stessa stanza della locanda dove pernotta il cappellano, e dove si incontrano il capitano con la sua amata, rappresenta in fondo proprio un rifugio alla realtà esterna della guerra, un’alcova all’interno della quale è l’amore a trionfare: «Questa è la dolcezza dell’amore: le ore diventano anni. E questa è la saggezza dell’amore: l’attimo si fa lungo come un anno. Hanno una notte sola, quei due. Ma vuol dire: per sempre». Un concetto, quello dell’amore che vince sulla guerra, che ritorna spesso nel racconto: «lo studio dell’incartamento Baranowsky, era altrettanto capace di contenere tutto un uomo come lo sono le braccia di coloro che si amano». Se è vero che l’autore ha come punto di partenza l’intimità di ogni singola persona, è proprio il rapporto tra il cappellano e il condannato a morte che ce ne dà dimostrazione. Attraverso le carte e i documenti il pastore vuole a tutti i costi arrivare a trovare un contatto con il detenuto: «Ma dietro tutto questo doveva ben esserci una storia, un certo corso di avvenimenti. E forse valeva la pena di saperla, quella storia; conoscerli, quegli avvenimenti […] Dunque questa è la cronaca di quella vita. Ma quale sarà la storia intima?». Dove non arrivano i documenti arriva l’immaginazione, la fantasia. E così il cappellano cerca di immaginare pensieri, sensazioni ed emozioni del condannato [4]. Ecco che quindi ritornano i concetti di umanità e di continua ricerca dell’intimità. Non è un caso che Goes ponga al lettore quella che molti altri intellettuali hanno chiamato “la questione della colpa”, la responsabilità di tutti coloro che hanno assistito alle follie naziste, senza opporre la minima resistenza. |
Questa è l’amara verità: siamo dei complici, il sabba delle streghe ci troverà tutti colpevoli, tutti quanti. […] La nostra colpa è quella di vivere. Ora dobbiamo vivere con questa colpa. Poi, un giorno, quando sarà passato tutto, la guerra e Hitler, allora avremo un nuovo dovere e saremo leali a quello. Allora ci occuperemo della realtà interiore di tutto ciò che avviene ora e della guerra in genere. Non si tratterà di odiare, allora, la guerra. L’odio, se si può dire così, è un sentimento positivo. Bisogna sconsacrare la guerra. Toglierle ogni incanto. Bisogna inculcare nella coscienza umana la certezza di come sia banale e laido questo mestiere di soldato […] noi dobbiamo sapere che lavorare con una pala e una zappa è più onorevole che andare a caccia di decorazioni. Dobbiamo dire che la guerra è sudore, pus, orina. Dopodomani lo sapranno tutti e lo sapranno per qualche anno. Ma lasci che passi un decennio e vedremo di nuovo crescere i miti, come gramigna. E allora ciascuno di noi dovrà essere al suo posto, con una buna falce [5]. Il problema della colpa trova in effetti tra gli storici e i letterati ampio spazio di analisi. Karl Jaspers distingueva in merito quattro diversi tipi di colpa: criminale, politica, morale e metafisica. Le ultime due sembrano essere direttamente collegate alla discussione qui affrontata. L’autore definisce infatti la colpa morale «la responsabilità morale per quelle azioni che compie come individuo […] anche per le azioni di ordine politico e militare. In nessun caso vale la scusa che ‘gli ordini sono ordini’. […] i delitti rimangono sempre delitti, anche quando vengono ordinati […] così ogni azione resta sottoposta anche al giudizio morale. L’istanza è qui la propria coscienza» [6]. Così, invece, Jaspers si esprime sulla colpa metafisica: Una solidarietà la quale fa sì che ciascuno sia in un certo senso corresponsabile per tutte le ingiustizie e i torti che si verificano nel mondo, specialmente per quei delitti che hanno luogo in sua presenza o con la sua consapevolezza. Quando uno non fa tutto il possibile per impedirli, diventa anche un colpevole […] in un senso che non può essere adeguatamente compreso da un punto di vista giuridico, politico e morale. [7] Nell’opera di Goes la questione della colpa si unisce chiaramente a tematiche e concetti religiosi: «Come servo del Vangelo – per questo ero stato chiamato qui – dimostrai quale fosse il mio posto: dalla parte dei vinti. La verità del Vangelo o la follia del mondo, la sua ironia e il suo furore. Testimoniai di quella realtà». L’autore lavora molto, in questo racconto, con il concetto di “doppio”, di opposizione. Emblematico un passo in cui il cappellano si relaziona al condannato: Dovevo lasciarlo libero di dire tutto quello che voleva; ma, al tempo stesso, quella conversazione, dovevo guidarla. Perché si trattava di due cose: la morte e l’eternità. La morte è libertà, ma l’eternità è impegno, la partenza è dolore, ma l’arrivo è gioia. Che strano avere di fronte a sé questo dovere. [8] E questo concetto della duplicità risulta ancora più evidente quando Goes affronta il tema del bene e del male: «Poi, a un tratto, mi sembrò che il male che tanto mi feriva fosse piuttosto quella parte di noi, irrisolta, che non sappiamo dominare». Sembra quasi che lo scrittore tedesco si rifaccia a Pascal, grande filosofo che ha fato del concetto della duplicità dell’uomo, della grandezza e della miseria umana, un elemento essenziale della sua poetica. L’idea è che l’uomo sia alla mercè di forze extrasensoriali, che corrompono e distorcono il suo giudizio, «un atomo sommerso e come sperduto nel vasto mare dell’essere, tra i due estremi dell’infinitamente grande e dell’infinitamente piccolo» [9], incapace di intendere i principi delle cose ed il loro fine. Come dice lo stesso Pascal, l’uomo «si vede come sperduto in questo remoto angolo della natura […] Che cos’è un uomo nell’infinito?» [10]. Questa posizione di precarietà nei confronti della natura è evidenziata in maniera ancor più esaustiva dal seguente pensiero del filosofo: Che cos’è l’uomo nella natura? Un nulla rispetto all’infinito, un tutto rispetto al nulla, qualcosa di mezzo tra il tutto e il nulla. Infinitamente lontano dalla comprensione di questi estremi, il termine delle cose e il loro principio restano per lui invincibilmente celati in un segreto imperscrutabile: egualmente incapace d’intendere il nulla donde è tratto e l’infinito che lo inghiotte. Che farà, dunque, se non scorgere qualche apparenza della zona mediana delle cose, in un’eterna disperazione di conoscerne il principio e il termine? Tutte le cose sono uscite dal nulla, e vanno sino all’infinito. Chi seguirà quei meravigliosi processi? Solo l’autore di quelle meraviglie le comprende; nessun altro lo può. [11] L’uomo è quindi la somma di forze positive e negative che lottano tra loro, è angelo e bestia allo stesso tempo, è bene e male in un corpo solo. Notte inquieta è quindi un racconto di straordinaria originalità in cui l’aspetto umano e intimo trionfano sui conflitti e sulla crudeltà. Da una stanza nasce l’amore e dentro a quattro mura ci si può isolare e creare una realtà diversa fatta di pensieri, riflessioni e spunti per trovare la “chiave umana” della guerra. Note: [1] Da quest’opera, tradotta in 18 lingue, sono stati tratti un film ed uno sceneggiato televisivo per la BBC. [2] Albrecht Goes, Notte inquieta, Milano, Marcos y Marcos, 2012, p. 17. [3] Ivi, p. 19. [4] Da pagina 17 a pagina 18 Goes fornisce una prova di straordinaria abilità letteraria e di sensibilità. In queste pagine il cappellano immagina l’intimità del condannato e della sua storia, si immedesima in lui. [5] Albrecht Goes, Notte inquieta, cit., pp. 59, 60. [6] Karl Jaspers, La questione della colpa. Sulla responsabilità politica della Germania, Milano, Raffaello Cortina Editore, 1996, I ed. 1965, pp. 22-23. [7] Ibidem. [8] Albrecht Goes, Notte inquieta, cit., p. 88. [9] Paolo Serini, Pascal. Pensieri, Mondadori, Milano, 1972, Introduzione p. 36. [10] Ivi, p. 157. [11] Ivi, pp. 157-158. |
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Camilla
Biagini |
“Notte inquieta” è ambientato durante gli anni della guerra, in Ucraina per la precisione nel 1942, ma non può essere considerato un romanzo di guerra. Questo è piuttosto un romanzo che parla dell’imperfezione dell’uomo e della sua violenza, dell’ingiustizia che le guerre da sempre portano con sé, ingiustizia da cui l’uomo non riesce a ribellarsi ma alla quale anzi soggiace come fosse privo di volontà e di coscienza, come se la guerra e il potere lo avessero annichilito completamente. Ad un cappellano militare luterano viene dato il compito di assistere un disertore condannato a morte nelle ore che precedono la sua fucilazione. Il cappellano decide di fermarsi per la notte nella locanda di Proskurov, locanda frequentata quella sera da molti militari tedeschi. Tra i militari c’è anche un ufficiale, un giovane ragazzo che deve a breve partire per Stalingrado, con il quale il cappellano deve dividere la stanza. Stalingrado è assediata, il giovane ufficiale ha quindi molti tratti in comune con un condannato a morte. Il cappellano sarà testimone quindi anche della sua ultima notte, delle sue ultime ore di vita, le sue ultime ore di felicità nell’abbraccio con la sua amata Melanie. Un racconto intriso di una profonda malinconia, un racconto che ci fa dubitare della nostra stessa umanità e che ci porta a riflettere sul perché le ingiustizie della guerra esistano ma che dopotutto ci offre anche un germe di speranza. La violenza incombe, la guerra è sempre più pressante, l’odio e la disperazione invadono le strade, ma l’amore esiste così come esiste la luce e anche solo per un momento possiamo sentirci nuovamente vivi, a casa, al sicuro. |
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Elisabetta
Bolondi sololibri.net gennaio 2012 La casa editrice Marcos Y Marcos ripropone a gennaio 2012 Notte inquieta (Unruhige Nacht), il libro pubblicato nel 1950 da Albrecht Goes, pastore luterano, in servizio come cappellano militare durante la Seconda Guerra Mondiale. Nel 1953, Goes lasciò la vita militare per dedicarsi alla scrittura e questo breve romanzo è stato tradotto in tutto il mondo. Notte inquieta è capace di mostrare come un racconto, pur nella sua estrema brevità, riesce ad essere estremamente efficace nel suo obiettivo: condannare senza esitazione il nazismo, Hitler e la sua follia distruttrice, la guerra, la violenza che essa comporta, l’ingiustizia che nella guerra trova il suo alimento e la sua ragion d’essere. 1942. Il narratore è un Pastore protestante, da tre anni arruolato come cappellano al seguito della Wehrmacht, alla vigilia della disfatta di Stalingrado. Viene chiamato per trascorrere vicino ad un giovane disertore, condannato alla fucilazione, le ultime ore che lo separano dall’esecuzione della sentenza. Il Pastore, anche se riluttante, capisce che il suo compito è di grande importanza: portare il conforto della fede ad uno sconosciuto, che ignora di dover morire entro poche ore, aiutandolo almeno spiritualmente ad affrontare un momento spaventosamente doloroso. In realtà nelle poche ore, che sembrano un vita intera, il cappellano incontrerà non soltanto il morituro, ma anche un ufficiale in partenza per Stalingrado, Brentano, (da cui sa che difficilmente potrà tornare vivo), il quale ha dato appuntamento alla fidanzata, l’infermiera Melanie, con cui spera di passare l’ultima notte. |
La verità della vita e della morte, dell’amore, della maternità, del passato e del futuro, dell’amicizia, dell’onore e della dignità si concentra in una manciata di ore (di secondi, o di anni, si chiede Melanie) e ciascuno dei protagonisti è costretto a fare i conti con la propria esistenza: lunga o brevissima, senza futuro o presaga di un futuro oscuro e incerto. Religiosità, rigore morale ed etica del dovere vengono messi in discussione tra i diversi personaggi che dialogano nel breve volgere di ore che saranno decisive per la vita di tutti: uno scambio di idee, di affettività, di consapevolezza ad altissima densità emotiva ma anche razionale. Nelle righe del racconto si legge la convinzione che Hitler avesse portato l’Europa alla rovina, che la guerra sarebbe stata persa, che il destino di milioni di ebrei fosse già noto nel ’42 a molti tedeschi, che l’amore per la musica e la letteratura non poteva assolvere il popolo tedesco dai crimini di gran parte di quanti avevano seguito ciecamente il nazionalsocialismo. Il Pastore protestante, padre di famiglia, si specchia con la propria coscienza e medita sul Vangelo, evocando parole che appaiono stridenti nel mondo assurdo della guerra nazista nelle gelide pianure russe. Albrecht Goes è un teologo e le sue riflessioni, che rispecchiano esperienze autobiografiche, fanno pensare a quanto poco si è detto della opposizione ad Hitler nella letteratura recente. Leggendo il libro ho ripensato a “L'amico ritrovato” di Fred Uhlman e a “Destinatario sconosciuto” di Kressmann Taylor. In occasione della ricorrenza della Giornata della memoria sono letture da meditare con attenzione. |
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Désirée
Paola Capozzo |
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Luigi
Pizzi |
Titolo: Notte inquieta Autore: Albrecht Goes Editore: Marcos Y Marcos ISBN: 9788871686059 Pagine: 128 Anno di pubblicazione: 2012 Prezzo copertina: 11,00 € L'AUTORE Albrecht Goes è nato nel 1908 a Langenbeutingen, ha studiato teologia ed è stato ordinato pastore protestante nel 1930. Ha prestato servizio come cappellano militare durante la Seconda guerra mondiale, e nel 1953 ha deciso di lasciare il sacerdozio e dedicarsi in piena autonomia alla scrittura. È morto a Stoccarda nel 2000. Figura eclettica di teologo e libero pensatore, ha pubblicato opere poetiche e in prosa. Da Notte inquieta, la più famosa, tradotta in diciotto lingue, è stato tratto un film. |
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Giancarlo Montalbini lettera.com aprile 2008 Notte inquieta: Per sperare ancora Siamo in piena Seconda Guerra Mondiale, sul fronte russo, alla vigilia della battaglia di Stalingrado. Un pastore evangelico, incaricato di assistere un condannato a morte, ne ripercorre la vicenda umana e processuale sfogliando gli incartamenti del tribunale militare. Ma in quella Notte inquieta e popolata di incubi, c'è ancora posto per la vita: due metri più in là il capitano Brentano vive la sua ultima notte d'amore, prima di partire per una missione senza ritorno. |
Bisogna farla finita. Bisogna vangare. Bisogna lasciar crescere su questa terra spine e cardi. Ve ne crescono già da molto tempo. E anche grano avvelenato".
Dopo la guerra di Hitler si aprirà un dibattito - ancora attuale ai giorni nostri - sulle responsabilità di chi sapeva e ha taciuto, di chi dava gli ordini e di chi obbediva. Distinguo doverosi o sottigliezze da legulei? A distanza di tanti anni è giusto che ci si continui a interrogare sulla possibilità dovere di dire di no, di ribellarsi. "L'obbedienza non è più una virtù" scriveva don Milani nel 1965 in una lettera aperta ai cappellani militari. Chissà se aveva letto Notte inquieta. Ed illuminante in questo racconto è il dialogo notturno tra il pastore che dovrà assistere spiritualmente negli ultimi momenti il condannato e il tenente Ernst, anche lui pastore, che è incaricato di guidare il plotone di esecuzione. "Ma quale ordine difendiamo con la nostra guerra? L'ordine dei cimiteri. E l'ultimo di quei cimiteri, il più grande di tutti, saremo noi a occuparlo. E se anche dovessimo sopravvivere, allora avranno il diritto di chiederci: che cosa avete fatto? E noi tutti ci metteremo a dire: no, noi non abbiamo nessuna responsabilità, abbiamo fatto soltanto quello che ci è stato comandato. Mi pare già di vederlo, l'esercito di quelli che si laveranno le mani come altrettanti innocenti. Ci vorrà un asciugamano grande come un sudario, per tutte quelle mani". Albrecht Goes quei conflitti interiori li ha certo vissuti in prima persona e questo lo rende testimone credibile del dramma che si andava compiendo. Così come è autentico il suo desiderio di libertà, di un mondo pacificato dove sia possibile vivere e sorridere e amare. Nonostante i fantasmi della guerra e i presagi di morte che quell'ultima notte porta con sé, Goes ci trasmette una profonda ansia di purificazione che rende questo racconto intenso e bellissimo. E bellissime le pagine iniziali: la guerra è dietro il campo di girasoli, al di là del fiume, ma per un momento appare lontana, dimenticata, "il mondo è intatto, buono e grande come nei primi giorni della creazione". Vogliamo credere che non di un miraggio si tratti ma di una speranza da costruire insieme e in cui credere, nonostante tutto. |
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Gianluca Calvino Librincircolo ottobre 2008 1942. Nel pieno infuriare del secondo conflitto mondiale, a
Proskurov, sul fronte russo, un pastore viene ad assistere un condannato a morte. |
L'ottusità della violenza, la follia della guerra, la crudeltà della pena di morte, la fatalità dell'esistenza. Tutto scorre di fronte agli occhi impotenti del protagonista, che nulla potrà contro l'indifferente compiersi di un destino segnato. Albrecht Goes, teologo e libero pensatore, oltre che scrittore, dipinge un intenso affresco di cruda umanità. Il dolore, la rabbia, l'impotenza attraversano queste pagine, inesorabili come la sorte del condannato. Notte inquieta, piccolo gioiello scoperto da Marcos y Marcos, ha avuto una risonanza notevole in patria e non solo; tradotto in ben diciotto lingue, il testo è diventato un film nonché uno sceneggiato televisivo. Un successo più che meritato: il romanzo sa toccare le corde dell'anima senza mai cadere nel patetismo, e riesce a presentare una realtà agghiacciante come quella della morte (che gravita costantemente sui personaggi dell'opera) in maniera asciutta ed efficace. |
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Marco
Casa
Letture gennaio 2008 Ogni cosa è illuminata dalla speranza Un lettore si appassiona a un libro ormai
introvabile e lo segnala al libraio di fiducia, Claudio Oxoli, il quale a
sua volta se ne innamora e lo fa conoscere a una coppia di editori,
Claudia Tarolo e Marco Zapparoli (ci sono ancora gli editori che dialogano
con i librai!), che coraggiosamente decidono di ripubblicarlo e rimetterlo
sul mercato italiano.
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mondiale. Siamo nella Germania di Hitler,
alla vigilia dell’assedio di Stalingrado, e in una notte tempestosa un
sacerdote studia gli Atti del processo di un giovane militare, condannato
a morte per diserzione, che dovrà accompagnare al patibolo l’indomani.
Il soldato ha la sola colpa di aver amato una donna del nemico: «Ho
voluto vivere come un essere umano per qualche settimana, ecco; e ora la
pago così». L’imputato Baranowsky andrà a morire a testa alta, sereno
e fiero di avere agito nel bene. Anche le altre storie parallele (spesso risolte in poche righe) che si innestano su questa principale fanno riecheggiare lo stesso sentimento che porta il protagonista a ripudiare la guerra e a denunciare l’assurdità di questo strumento, in nessun caso giusto, che annienta l’uomo. A scriverlo è chi, anche nella realtà, ha dovuto testimoniare, vestito da soldato, l’amore di Dio per gli uomini, portando l’attaccamento alla vita là dove regnava sovrana solo la morte dell’anima. Con questa nuova edizione Marcos y Marcos ci restituisce un piccolo gioiello della narrativa tedesca del secondo dopoguerra. |
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Goffredo
Fofi Goes, canto dalla parte dei vinti Albrecht Goes, pastore evangelico (1908-2000) ha scritto di teologia e di musica (Incontri con Bach, Claudiana 1961), una guida alla religione del Wurttemberg, qualche racconto e delle poesie. In Italia è ricordato soprattutto per i due racconti riuniti in Prima dell’alba da Einaudi nel 1959, nella limpida traduzione di Ruth Leiser Fortini. Uno dei due, La vittima, fu riproposto dalle edizioni di Linea d’ombra nel ’90, l’altro, Notte inquieta, da Giunti uno o due anni dopo, ed è quello che ha ora felicemente riscoperto Marcos y Marcos (Il libro è del 1950). In entrambi a scrivere in prima persona è un pastore, evidentemente lo stesso Goes a partire da esperienze personali. La vittima raccontava di un’incolta macellaia dal volto sfregiato presso cui, nell’immediato dopoguerra, l’autore ha affittato una camera, e di cui viene a sapere lentamente la storia: la sua macelleria era stata adibita per volontà superiore a servire gli ebrei un giorno la settimana, e così ella ha seguito la loro tragedia e, credendo ingenuamente, biblicamente che un sacrifico, un capro espiatorio, avrebbe forse potuto fermare quegli orrori, si è data fuoco, sopravvivendo per caso. Notte inquieta racconta invece di una “missione” del narratore, cappellano militare protestante sul fronte russo, che deve assistere un povero ragazzo tedesco di lingua polacca, figlio di n.n., condannato a morte per diserzione. Non è solo il mite Baranowski che egli incontra in quella notte, ma anche turpi graduati hitleriani (e lo spettro di Hitler aleggia su tutto, come nell’altro grandissimo racconto tedesco sulla guerra, anzi sull’ultimo giorno di guerra, Leviatano di Arno Schmidt), e soldati comuni, carcerati e secondini succubi e senza speranza, e soldati coscienti che la guerra non può che venir perduta e, alcuni, che è bene che venga perduta. Tra questi, il tenente Ernst che deve comandare il plotone d’esecuzione, laureato in teologia come il più bieco dei suoi colleghi, e il capitano Brentano che, all’alba, partirà per Stalingrado
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da cui sa bene che non potrà ritornare vivo. Questi gli chiede di poter ospitare nella stanza dove devono passare insieme la notte, la sua amata, l’infermiera Melanie, con la quale potrà rimanere solo quando il pastore andrà ad adempiere il suo compito. Tutto finisce all’alba, per Baranowski e per il capitano, ma non per il pastore. Che ha detto al tenente Ernst: «Bisogna sconsacrare la guerra. Toglierle ogni incanto. Bisogna inculcare nella coscienza umana la certezza di come sia banale e laido questo mestiere di soldato. Che l’Iliade rimanga l’Iliade e il Canto dei Nibelunghi quel che è; ma noi dobbiamo sapere che lavorare con una pala e una zappa è più onorevole che andare a caccia di decorazioni». Nel momento in cui il cappellano dà l’ultima consolazione al condannato, davanti al plotone d’esecuzione, Baranowski gli chiede. «Vorrebbe darmi ancora una volta la mano? Con incertezza, cercava la mia mano senza quel senso del tatto che hanno i ciechi. Gliela strinsi, con calma e con forza. Meglio così. Come servo del Vangelo – per quello ero stato chiamato qui – dimostrai quale fosse il mio posto: dalla parte dei vinti. La verità del Vangelo o la follia del mondo, la sua ironia e il suo furore. Testimoniai di quella realtà. Poi retrocessi di qualche passo. Ero a metà quando sentii esplodere i colpi. Il tenente Ernst, con un gesto, senza parlare, aveva dato l’ordine». Da questa narrazione asciutta e intensissima, priva di qualsivoglia retorica e di una misura e di una tensione morale altissime, scaturisce nonostante tutto una speranza: il figlio che forse nascerà dall’infermiera Melanie. Ma, come dice «l’antica profezia: Quante forze avverse dovranno essere domate prima che il fanciullo impari a distinguere il Bene dal Male?»
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| Enzo
Di Mauro Alias - Il manifesto dicembre 2007 LA DIVISA MARCESCENTE DEL CAPPELLANO: ALBRECHT GOES Il terzo capitolo del sopravvalutato
saggio di Sebald Guerra aerea e letteratura (testo che peraltro
termina, nella sua quarta parte, con alcune pagine assai ingiuste dedicate
ad Alfred Andersch) si chiude con questo efficace memento a futura,
definitiva memoria: «E nel pensare alle notti di fuoco a Colonia, ad
Amburgo e a Dresda, dovremmo anche ricordarci che già nell’agosto del
1942 – quando la Wehrmacht con le sue avanguardie della sesta armata,
aveva raggiunto il Volga e non pochi fra i suoi soldati fantasticavano del
tempo in cui, finita la guerra, si sarebbero stabiliti su una tenuta di
campagna con un bel giardino di ciliegi sul placido Don – la città di
Stalingrado, in quei giorni traboccante di profughi come più tardi
Dresda, veniva bombardata da milleduecento aviatori e che, durante
quell’attacco capace di suscitare sentimenti di giubilo fra le truppe
tedesche attestate sull’altra sponda, quarantamila persone persero la
vita». |
sufficienti a
trasformarlo in un artefice del diniego e dell’opposizione a un regime
criminale – trovarono tuttavia nell’esperienza di quei giorni
terribili un banco di prova che avrebbe potuto o incenerirli o
rafforzarli. Tutta la letteratura di Goes non potrà ruotare, dopo, che
intorno al rischio supremo di perdere Dio. Il racconto si avvia con la
contemplazione delle cose di natura. Dalla campagna dove paiono invisibili
le distruzioni, le macerie, gli stenti, l’orrore e dentro cui il
mondo sembra incontaminato, «buono e grande come nei primi giorni
della creazione». Il cappellano – il racconto ha cifra autobiografica,
da testimone appunto – deve assistere un uomo, un soldato, condannato a
morte per un tentativo di diserzione. L’ultima notte di vita di Fëdor
Baranowski prima della fucilazione all’alba. Cruciali sono due momenti o
evocazioni del libro: intanto il quadro d’insieme, cioè
l’atteggiamento e le parole dei comprimari, la dissoluzione di ogni
orgoglio guerriero, l’attesa priva di speranza, asciutta di futuro,
l’ironia acre benché rassegnata verso ogni forma di fede o di ideali;
poi l’incontro e il dialogo con il prete cattolico incaricato (per pura
crudeltà o per inerzia anch’essa non meno crudele e svergognata) di
presiedere il plotone d’esecuzione. In entrambi i religiosi è forte una
necessità, un’unica urgenza, ovvero quella di «perdere quella guerra».
Essi sanno, e lo dicono, dell’avvenuta eliminazione dei malati di mente
e delle persecuzioni e delle stragi a danno degli ebrei. Essi sanno di indossare divise «marcescenti» con su ricamato il grado imperdonabile di «assassino». E, si ripetono, «se anche dovessimo sopravvivere, allora avranno il diritto di chiederci: che cosa avete fatto? E noi tutti ci metteremo a dire: no, noi non abbiamo nessuna responsabilità, abbiamo fatto soltanto quello che ci è stato comandato. Mi pare di vederlo, l’esercito di quelli che si laveranno le mani come altrettanti innocenti. Ci vorrà un asciugamano grande come un sudario, per tutte quelle mani». Notte inquieta, in primo luogo, è già una sconsacrazione della guerra. Poi, è il tentativo (come è detto ne La vittima) di «erigere un segno», una stele vivente alla memoria da dentro l’efferatezza quotidiana, ben sapendo che il tempo sarà «grazia e giudizio» insieme. Goes, comunque, non scriverà mai d’altro. La casa editrice Claudiana, nel 1971, mandò in stampa quattro pezzi brevi – Il cucchiaino, con una buona introduzione di Enea Balmas – laddove, nel fuoco non ancora spento, svetta quell’«Israele occulto che ancora sussisteva intorno a noi ma non mai vicinissimo a noi, poiché è proprio della vita profetica il non poter essere avvicinata». Resta da dire, per tornare a Notte inquieta, che si tratta di uno dei grandi libri contro la pena di morte, al pari del Victor Hugo di Gli ultimi giorni di un condannato a morte e di Réflexions sur la guillotine di Albert Camus, pubblicato sette anni dopo. Nel racconto e in tutta l’opera di Goes circoleranno pure – come ha notato forse con affettuosa malizia Arno Schmidt – «troppi parroci», ma quel sentimento di «desolata tragicità» e quel «dialogare agitato, drammaticissimo» (così Ladislao Mittner) non sono comuni e non si scordano. |
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Marilia
Piccone Vita e morte in una manciata di ore In genere è alla fine di
una recensione che è permesso dire che un libro è bello, dopo aver messo
in luce il perché. Per questo sottile romanzo dello scrittore tedesco
Albrecht Goes, “Notte inquieta”, lo diremo all’inizio, a mo’ di
introduzione, e alla fine, come conclusione e invito alla lettura. Perché
è bellissimo.
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Per trasmettergli calma e
forza. In qualità di servo del Vangelo, dalla parte dei vinti. Mai come
in una guerra le parole “vincitori” e “vinti” sono nella mente di
ognuno, e in questo ottobre 1942, si può iniziare a riflettere su quale
sarà l’esito della guerra per la Germania. I più hanno capito che
ormai Hitler non riuscirà a vincere. Sono pochi, invece, quelli che, come
il cappellano, o come il tenente Ernst- pure lui un pastore della Chiesa,
in un altro mondo e in un’altra vita-, sono consapevoli che è
necessario perderla, quella guerra, se in futuro vorranno ancora avere una
vita degna di un uomo. |
| Grazia
Casagrande wuz.it dicembre 2007 Poche pagine che accontentano anche i lettori più esigenti. Un libro di fortissimo spessore capace di coinvolgere fin dalle prime righe. Scritto in prima
persona questo libro di sole 120 pagine è un vero gioiello.
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L’ultima
tappa della giornata sarà la prigione in cui potrà incontrare il
condannato e là vedrà sia lui che gli altri detenuti per i quali
immediata è la pietà. Così uguale pietà, e sgomento, proverà quando
incontrerà colui a cui è stato ordinato di comandare il plotone
d’esecuzione: è anche lui un pastore, è molto turbato, quasi disperato
per quell’incarico odioso. Ed ecco quei due uomini, tormentati dal
sentirsi complici consapevoli dei delitti nazisti, dialogare sul male, la
colpa, la responsabilità. Giunto al suo alloggio, sa di doverlo
condividere con un altro militare, Brentano, un giovane capitano mandato a
Stalingrado, con ogni probabilità a morire. Brentano chiede di poter
accogliere nella stanza la fidanzata per un ultimo saluto. Diverse saranno le ore notturne per i tre: il pastore impegnato a leggere l’incartamento del processo di Baranowski, i due giovani ad amarsi. Baranowski, emerge dalle carte, è un ragazzo tranquillo, ferito in battaglia viene assegnato agli approvvigionamenti, conosce in uno dei villaggi la giovanissima Ljuba, con cui scambia bigliettini per fissare gli incontri, biglietti che poi trovati dalle SS lo perderanno: denunciato per tradimento di segreti militari, fugge sicuro della condanna, ma viene catturato e ora eccolo in attesa dell’esecuzione. Gli ultimi momenti prima della morte in cui la vicinanza del pastore si fa più dolorosa e intensa, richiesta disperatamente dal condannato, vissuta con tormento e impotenza dal pastore. Un libro breve, così forte, che mostra tutte le drammatiche contraddizioni di chi è comunque, senza condividere nulla, nelle maglie del potere nazista (di ogni potere?). Poche pagine ma che segnano il lettore nel profondo. |
| Ilaria
Sodini La voce d'Italia ottobre 2007 Albrecht Goes, ex capellano militare durante la seconda guerra mondiale, ci racconta le passioni di una notte, che distruggono l'animo senza smettere di incitare alla vita. Durante la guerra di Hitler un capellano militare viene inviato sul fronte russo ad assistere un soldato condannato a morte per diserzione. Dovrà dividere la stanza con un capitano in partenza per Salisburgo ed ospitare la sua amante, una crocerossina venuta a dirgli addio. |
Ma è proprio
nella bontà di pane e miele divisi coi compagni di stanza, nell'amore
ascoltato studiando le carte della persona che dovrà accompagnare al
patibolo, e nella sigaretta fumata nella sua cella, che il parroco
riscopre la bellezza della vita, che ovrebbe essere gioia
e non primitiva distruzione come la guerra. Goes ci racconta con
maestria il percorso interiore del pastore di anime, che uscirà
dall'esperienza distrutto, ma ancora convinto che ogni uomo può
fare qualcosa per fermare la guerra. Il libro fu edito in italia per la prima volta nel 1994 dall'editore Giunti, che poi si dichiarò non interessato a continuare le ristampe. A sette anni dalla morte dell'autore, Marcos y Marcos ci ripropongono un classico tradotto in 18 lingue e dal quale è già stato fatto un film.
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| Valeria
Parrella Grazia ottobre 2007 SE L’AMORE NON CEDE ALLA GUERRA Siamo in guerra: non si può vivere come si vorrebbe, né tanto meno morire come si vorrebbe. È questo il pensiero che accompagna, alla fine del 1942, il cappellano militare di Vinniza, Ucraina. È questo il leitmotiv dello splendido romanzo di Albrecht
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Goes che costruisce un personaggio rigoroso eppure umanissimo, che dopo giorni di battaglia si trova a distribuire estreme unzioni e scrivere lettere luttuose ai parenti dei soldati morti, piuttosto che ubriacarsi per dimenticare, riesce a concedersi lunghe passeggiate nella campagna ottobrina. Nei campi di girasoli pullulanti di partigiani, nei territori occupati e sfruttati in cui ogni promessa di liberazione si era rivelata un inganno. Con gioia di vivere e ironia dissacrante, durante una missione incontrerà un giovane condannato a morte e una coppia di amanti che devono dirsi addio. In una notte insonne, uomini e donni vivi e veri si scambiano, in pochi attimi estremi, miserie e meraviglie, drammi e poesia. Se c’è un bel romanzo di amore e guerra, è questo. |
| Goffredo
Fofi Internazionale ottobre 2007 UNA NOTTE AL FRONTE Einaudi lo pubblicò molti anni fa insieme a La vittima, un racconto forse perfino più straziante e religiosamente alto di questo, sotto il titolo unico di Prima dell’alba, e poi lo ristampò Giunti. Con Leviatano di Arno Schmidt è forse il più bel racconto tedesco sulla seconda guerra mondiale, dominato dallo spettro di Hitler. Goes, che era pastore evangelico a Stoccarda, fu cappellano militare e, nei suoi pochissimi scritti narrativi,
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non inventò
probabilmente nulla. Qui parla di una notte al fronte in cui si intrecciano più incontri: con un povero soldato condannato a morte per diserzione, tedesco di lingua polacca; con un capitano cui cede la sua stanza perché possa incontrarvi, prima che all’alba debba partire per l’assedio di Stalingrado da cui certamente non tornerà vivo, l’infermiera che ama riamato; e con un contorno di giudici e secondini, graduati e soldati semplici, che sono biecamente inumani o tristemente coscienti (“Questa è l’amara verità: siamo dei complici”, gli dice il comandante di un plotone di esecuzione) o pedine del destino. Ma è di tutte le guerre che Goes ci parla, secondo “l’antica profezia: quante forze avverse dovranno essere domate prima che il fanciullo impari a distinguere il Bene dal Male?”. |