CRISTINA GRANDE

Natura infedele


 

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recensioni

Francesco Musolino, www.normanno.com, aprile 2009
Glauco Felici, Tuttolibri, marzo 2009
Silvia Del Ciondolo, Pulp, marzo 2009
Sabine Maja, Future Magazine, marzo 2009
Bruno Arpaia, Il Sole 24 Ore, marzo 2009 
L.L., Gioia, marzo 2009

Lorella Maggioni, Rolling stone, marzo 2009

Alessandra Iadicicco, Famiglia Cristiana, marzo 2009

Claudia Caramaschi, www.wuz.it, febbraio 2009 
Francesca Vergerio, La Voce, febbraio 2009 
Antonella Ottolina, A-Anna, febbraio 2009
Valeria Parrella, Grazia, febbraio 2009
Fulvio Caporale, Che libri, gennaio 2009

interviste

Stefanella Campana, www.babelmed.net, aprile 2009
Laura Pezzino, Vanity Fair, marzo 2009
Claudia Caramaschi, www.wuz.it, febbraio 2009 
Brunella Schisa, Il Venerdi di Repubblica, febbraio 2009


pareri dei librai

Libreria pagina 12, aprile 2009 

 

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Radio Number One, intervista
Radio Circuito Marconi, intervista
Radio Due - Dispenser, intervista

 

 

Bruno Arpaia
Il Sole 24 Ore
29 marzo 2009

È un dolore intenso e scarno, quello che la saragozzana Cristina Grande deposita con delicatezza nel suo primo (breve) romanzo, pubblicato l'anno scorso in Spagna dopo due libri di racconti, imponendola prepotentemente all'attenzione del pubblico e della critica. Nel primo capitolo del libro vengono presentati i personaggi (innanzitutto le due gemelle: Renata, la narratrice, e Maria; e poi il padre, la madre, la nonna, il fratello maggiore) e si dà notizia della morte del padre. Evento cruciale, perché ci sarà un prima e un dopo quella morte, anche se lo si saprà solo con il passare del tempo, quando Renata scoprirà, scrivendo, che quelli sono stati "i peggiori anni della nostra vita". Natura infedele è dunque il racconto di quegli anni, dello sprofondare di Maria nella droga, della resistenza e della caparbietà della madre, della generale mancanza di aspirazioni e quasi di desideri. Quanto a Renata, viene lasciata da Jorge, il ragazzo del quale è innamorata, perchè è di "natura infedele". In realtà, tirate le somme, esamina la propria esistenza alla luce del racconto attraverso la scrittura, lei è fedelissima: a quel suo amore finito (nonostante per anni passi da un uomo all'altro), alla madre (che non abbandona mai), al ricordo del padre, alla sorella, alla famiglia e alla memoria. Una fedeltà, anzi, quasi eccessiva, che può essere letta come una prigione, come un'incapacità di crescere, anche se, mentre vive, Renata non se ne rende conto.

 

 

 


Capita a tutti: la vita ci viene addosso senza darci il tempo di interpretarla. Ed è per questo che la narratrice racconta inanellando brevi capitoli, sgranando, senza quasi ordine cronologico, ricordi ed evocazioni dell'infanzia, riferimenti a una gioventù turbolenta nella Spagna della Transizione, aneddoti sul padre, la madre o la nonna. Sono scintille, piccole esplosioni , polaroid a volte nitide, a volte un po' virate dal tempo, che però dicono molto di più di quanto non appaia a prima vista. Ciò che è particolare, nella Grande, è infatti il suo sguardo apparentemente algido, la fredda intensità con cui ogni dettaglio e ogni avvenimento viene esposto. Renata non è una narratrice profonda o introspettiva. Zero retorica, niente mitizzazione del passato o dell'infanzia perduta, niente compiacimento nella tragedia.
I fatti parlano da soli e, per quanto dolori e gravi, sembrano quasi non ferire lei e gli altri protagonisti. Sembrano: ma quello sguardo semplice e diretto è un'efficientissima strategia narrativa. Le elissi, i silenzi, il non detto dicono molto di più delle parole. E la struttura a capitoli brevi non cronologicamente conseguenti spinge il lettore a riordinarli come ritiene opportuno, costringendolo quasi a portare in primo piano quei silenzi, ad assumere su di sé quel dolore soffocato e pulsante. Forse la migliore definizione per questo piccolo libro l'ha data lo scrittore Ismael Grasa: leggerlo, è come entrare in un roseto per sentirne il profumo. Ne esci pieno di graffi, ma con il piacere di averlo odorato.

 

Brunella Schisa
Il Venerdì di Repubblica
02 febbraio 2009

UN'ESORDIENTE SPAGNOLA DIVENTA UN CASO CON UN RACCONTO CAOTICO E COMMOVENTE

Renata e Maria, due gemelle diverse in tutto (fragilità a parte)

Renata è alta, Maria è bassa. Sono gemelle eterozigote, quindi non si assomigliano per niente. E forse per questo si tengono alla larga l'una dall'altra. La lontananza diventerà un baratro con la morte del padre. Mentre Maria cede alla droga, Renata reagisce distruggendo il suo rapporto d'amore con un tradimento. La sua natura infedele, la sua spregiudicatezza nasconde la stessa fragilità della sorella. 
Il romanzo esordio dell'aragonese Cristina Grande è un memoir intimo e doloroso che ricorda il lessico familiare di Natalia Ginzburg. La prosa scarna, spoglia e precisa, ha colpito critica e lettori facendo in poco tempo di questo libro un caso letterario.  

Il suo è un racconto caotico che non rispetta cronologie. Perchè?
«La struttura è solo apparentemente caotica. La forza e il ritmo danno un ordine al racconto. La memoria non si cura della cronologia».

 

 





Ci vuole molto lavoro per raggiungere uno stile così scarno?
«Non sono abituata a usare più parole del necessario, forse dipende dalla mia educazione (lo spreco era inaccettabile a casa mia). Cerco un linguaggio economico. Anche se talvolta le cose superflue aiutano a caricare di significato ciò che scrivi».


Lei ha studiato musica e fotografia. L'ha aiutata a scrivere?

«Purtroppo la musica mi ha abbandonata da parecchio, ma ho un metronomo nel cervello. La fotografia mi ha insegnato a guardare le piccole cose come parti di cose più grandi e a usare le fotografie per fissare le emozioni».

Il suo libro comincia negli anni Sessanta, eppure il franchismo è assente.
«Non sono una storica, ma una testimone dei testimoni della guerra civile e degli anni della dittatura, e una testimone diretta del tardo franchismo e dell'inizio della democrazia. La Storia comunque è presente nel racconto, è la tela su cui ho tessuto la cronaca familiare».

Il finale è molto pessimista...
«Non perchè io lo sia: penso che ogni generazione debba coltivare le sue speranze, la sua fede, il suo senso dell'umorismo e tutto quanto ci aiuta vivere».

 

Alessandra Iadicicco
Famiglia Cristiana
08 marzo 2009

SARAN PURE GEMELLE, MA CHE DIVERSITÀ

Le tratteggia con maestria Cristina Grande

Impossibile confonderle, come nessuno scambierebbe la Tebaldi con la Callas. Nemmeno un occhio (o un orecchio) poco esperto rischierebbe di prendere Renata per Maria. Eppure sono gemelle le due donne - omonime dei celebri soprano per una passione operistica della madre -  di cui racconta la spagnola Cristina Grande nel suo Natura infedele
È lei che, in assolo, su accenti tutt'altro che lirici, intona l'amarcord familiare spezzato in capitoli brevi: perfetti per scandire i sussulti, le impennate palpitanti o le puntate ironiche più esilaranti. Separate a dispetto di tutto sul nascere, le due sorelline eterozigote: quindici minuti di distanza e non avrebbero condiviso neppure il compleanno.

Costrette assieme da collanti potenti: i genitori e la scuola, gli amori adolescenti e la storia patria, le ribellioni giovanili e le dipendenze degli adulti. E unite misteriosamente nella malattia, nella solitudine e nella morte. Visto a distanza di tempo, perfino il dolore si confonde coi tratti di un volto tanto da sparire: "incredibile essere passati attraverso tanta tristezza senza riportare danni apparenti", nota Renata sfogliando nella memoria l'album di famiglia. C'è da crederle? In fondo, la natura è infedele...

 

Glauco Felici
TUTTOLIBRI - La Stampa
28 marzo 2009

UNA BELLA INFEDELE


Qual è la Natura Infedele che dà il titolo allo scoppiettante romanzo di Cristina Grande? Quella della protagonista, Renata. Glielo spiega un suo ragazzo: fanno l'amore in macchina, poi lui va via arrabbiato perché -dice lei- "non era riuscito a resistere al mio fascino ma non voleva rimettersi con una pazza adescatrice, che per di più era di natura infedele". In una cinquantina di brevissimi capitoli, racconta di due gemelle, Marìa e, appunto, Renata, nella Spagna che cambia fino ad approdare alla conquistata modernità: si può ridere e anche piangere, nel leggere queste pagine, ma soprattutto si ammira lo stile incalzante della narrazione. Che è semplice, essenziale, quasi spoglio, ma nasconde in sé la capacità di avvincere: come quando si osserva una sequenza di immagini (l'autrice, et pour case, è un'eccellente fotografa) all'apparenza scollegate ma sapientemente disposte da una mano che sa. Cristina Grande è una voce che ha ancora parecchio da dire, sulle nostre vite presenti. 

Grazie a 
Roberta e Francesca della libreria Pagina 12 di Verona

per questa bella recensione
aprile 2009

LA NATURA DI CRISTINA GRANDE, INFEDELE SOLO UN PO' 

E' da poco in libreria Natura infedele di Cristina Grande. Una storia fatta di frammenti, la vita di una famiglia di Saragozza nella seconda metà del secolo scorso. Immagini che mi ritornano in mente come già vissute o già viste in un altrove meno esotico della Spagna. Legami personali e ambienti già vissuti, non direttamente forse ma attraverso i racconti delle generazioni precedenti alla mia. Renata racconta in prima persona: racconta di sé, della sorella gemella, tanto diversa da lei, della mamma e del padre. Riferisce le storie dei nonni, dei genitori, della sorella Maria e soprattutto le sue. La sensazione è strana: sembra che Renata apra una vecchia scatola in cui sono racchiuse le foto di famiglia (immagino in bianco e nero le più vecchie, a colori le più recenti, con quei colori un po' appannati quasi sbiaditi che ho incontrato tante volte negli album dei miei). Sembra che le prenda a caso, una ad una, senza seguire un ordine cronologico, e componga la sua vita per un estraneo osservatore taciturno. Non sparpaglia le foto su un tavolo, non c'è una scaletta per la narrazione. E forse ancora più curioso è il fatto che non sia evidente un trasporto nel raccontare, un coinvolgimento che susciti un qualsiasi sentimento. Una lettura fredda, attraverso le tessere di un mosaico andato in frantumi. 


Forse non ci sono nemmeno tutti i pezzi. Forse è Cristina, l'autrice, che vuole ricomporre la sua vita. Per rivederla, lucidamente, dall'esterno, per trovare un qualcosa di sé che le è sfuggito. Non so se il racconto sia autobiografico. Forse no, anche se gli spazi nei quali si muove Renata sono gli stessi in cui ha vissuto la Grande. Se lo fosse, metterebbe a nudo una ricerca personale, un'autoanalisi raccontata non solo all'analista (l'ipotetico ascoltatore muto) ma ad un pubblico invisibile, un pubblico fisicamente assente ma psicologicamente attento. Se non lo fosse...la mia ammirazione per la Grande sarebbe ancora maggiore: un modo di raccontare emozionante senza dimostrare emozione. 
Cristina Grande ha pubblicato in Spagna due raccolte di racconti (La novia parapente, del 2002, e Direcciòn noche, del 2006). Altri suoi lavori appaiono in diverse antologie, accanto ai nomi di Peter Handke, Cees Nooteboom, Enrique Vila-Matas e molti altri. Cristina Grande ha studiato cinematografia. Cristina Grande è una fotografa. L'angolatura per osservare lo scorrere della vita è particolare, sia nello scatto che nel racconto, che risulta quasi una dettagliata didascalia. Cristina Grande guarda alla donna, osserva, studia l'inquadratura.
Natura infedele è il primo libro pubblicato in Italia. L'editore è Marcos y Marcos, che ancora una volta, riesce a scoprire un talento nuovo. Meravigliosa anche la copertina di Lorenzo Lanzi: delicata, una farfalla indossa un colore per apparire (un rosso morbido), per non passare inosservata, anche se per un tempo breve, brevissimo.
Laura Pezzino
Vanity Fair
04 marzo 2009

GEMELLE DIVERSE
Sono le protagoniste di Naturale infedele, romanzo rivelazione in Spagna

Renata e Maria: gemelle, ma diverse che di più non si può. Una "brava", l'altra "cattiva". Eppure entrambe schiave: una dell'amore per un uomo (che non la vuole più), l'altra dell'eroina (che continua a farla sua). Natura infedele della spagnola Cristina Grande (Marcos y Marcos) laggiù è stato la rivelazione narrativa del 2008. Un romanzo che è un susseguirsi di mini racconti, flashback e flashforward che illuminano (con frasi lapidarie come "io credevo soltanto nel caffè al mattino e nell'amore di notte") le protagoniste. E, sopra tutto, la figura della madre, di cui la gente mormora per i tacchi alti e i vestiti sgargianti. La Grande, fotografa e amante di musica e vino, vive a Saragozza, ha 46 anni e nelle interviste è lapidaria quanto nei suoi scritti.

 

 

Tante donne, nel suo romanzo. Ha avuto una famiglia matriarcale?
«Sì, ma credo solo perchè le donne hanno vissuto più a lungo».

Nel romanzo, la madre non sa o non può redimere le figlie. Dove sbaglia?
«In nulla. L'educazione è una strada lunga: ciò che oggi è giudicato "buono" potrebbe rivelarsi un disastro».

Ha figli?
«No. L'idea mi è venuta da un'amica che ha partorito due gemelle eterozigote. L'identità è uno dei miei "temi"».

La droga: un'esperienza personale?
«No, ma come molti della mia generazione ci sono andata molto vicino».

La Spagna è in un momento di crisi nerissima.
«Sì, ma sempre più gente alla cena al ristorante preferisce un libro. Ne escono oltre 60 mila l'anno. Credo che per la nostra cultura sia un momento effervescente»

Lorella Maggioni
Rolling stone

marzo 2009

Due sorelle gemelle che sono una il contrario dell'altra. Una madre che, nonostante i drammi che sembrano rincorrerla, cerca di guardare alla vita con ottimismo. Un fratello lontano. Un padre che muore troppo presto, segnando il destino dell'intera famiglia. Renata, che da piccola era l'emblema della bambina paurosa e da adulta ha imparato a nascondere il suo animo sensibile e il suo aspetto da brava ragazza dietro una facciata di spregiudicatezza, racconta e tira le fila della sua vita scombussolata e di quella della gemella Maria, succube dell'eroina. Gli ingredienti per un romanzone un po' lezioso ci sarebbero tutti, invece Cristina Grande, scrittrice e fotografa spagnola, li usa per costruire una storia vivace, scandita in brevi capitoli scritti con delicatezza e con buona dose di umorismo, di piacevole lettura. E non è poco.

Valeria Parrella
Grazia

16 febbraio 2009

Ha il respiro del romanzo breve europeo e la magia del grande romanzo latinoamericano, questo libro di Cristina Grande, fotografa spagnola alla prova letteraria. E' la storia, raccontata in prima persona, di una donna cresciuta tra le donne, a partire dalla pancia: ha una sorella gemella affatto simile a lei. Una storia composta di capitoletti brevi e intensi che contengono ciascuno almeno un aneddoto, un personaggio e un aforisma, e nei quali si incontrano i primi assorbenti - duri come il cartone  "era come avere un mattone tra le gambe" - e la fine del franchismo. Una scrittura leggerissima ma mai superficiale, femminile al massimo grado e autoironica, fanno sì che questo libro più che leggersi si "beva" e alla fine ci si senta dissetati e soddisfatti. Piace vedere nella felicità di questa scrittura quella Spagna contemporanea e stupefacente alla quale dall'Italia si guarda con tanta ammirazione. 

 

Antonella Ottolina
A - Anna
19 febbraio 2009

Divisa in brevi capitoli dalla scrittura scarna, la vita di Renata viene raccontata come un film che indugia sui dettagli per trasmettere l'insieme.
Il risultato è la cronaca lucida e puntuale di una famiglia che ha paura di guardarsi dentro. Ma che viene costretta a farlo per sopravvivere alla vita.
L.L.
Gioia

14 Marzo 2009

Vampira d'amore
Il sesso come scorciatoia e avventura. Se diventa tran tran, si cambia: è dichiarata fin dal titolo, del resto, la "natura infedele". La disinvoltura erotica è il filo rosso di un romanzo che porta il lettore nella Spagna cupa del Franchismo, dove però gli aneliti di libertà hanno la meglio sulla repressione. E dove la forza femminile ha la meglio sulle difficoltà della vita.

Fulvio Caporale
Che Libri
01 gennaio 2009

Renata, voce narrante della storia, ha una sorella gemella, Maria, suo opposto e sua nemesi affettiva, un fratello che vive lontano e una madre distratta che, dopo la morte del marito, ha perso il senso dell'unità familiare. Questi sono i personaggi del romanzo che si muovono fra disgregazioni affettive e personali, alla ricerca autodistruttiva di una nuova identità che li allontana sempre più da se stessi e dagli altri.
Renata è attratta dal sesso compulsivo con gli sconosciuti, Maria discende nel vortice delle droghe, la madre si perde in una elaborazione del lutto lunga e solitaria. Se Maria riesce a disintossicarsi e a iniziare una nuova vita, Renata finisce col perdere il suo fidanzato, suo unico vero amore, stanco delle notti brave e dei continui, inspiegabili tradimenti.





Esiste una storia non narrata che collega e unisce i personaggi e che attraversa la morte del padre, e forse in questo c'è l'originalità e la forza del romanzo: tutto è descritto in brevi capitoli che lasciano molti vuoti e molti silenzi, come delle fotografie che spiegano nella loro immobilità ciò che è stato e ciò che è, senza fornire ulteriori dettagli e lasciando al lettore l'intuizione delle battaglie interiori che i protagonisti affrontano nella loro personale vicenda umana.
Cristina Grande ci trascina in una storia che, grazie allo stile e alla bella traduzione, prende corpo davanti ai nostri occhi con eleganza e leggerezza, catapultandoci nel periodo dell'evoluzione politica e sociale spagnola che passa dal franchismo alla transizione. 
Claudia Caramaschi
www.wuz.it
27 febbraio 2009

INTERVISTA A CRISTINA GRANDE

Così siamo, se vi pare: il mondo delle donne

Dalla fotografia alla scrittura, come è avvenuto questo passaggio?
Ho iniziato a scattare foto di alcuni scrittori (amici) come Javier Tomeo, Ignacio Martínez de Pisón, Ismael Grasa, José Antonio Labordeta ... e poi ho voluto scrivere le mie storie.

Come si può essere "femminile" senza essere "femminista"?
Sono contro l'ingiustizia, la disumanità, l'imposizione. Se io sono una donna (o un uomo) non è poi così rilevante come lo sono i diritti umani.

Meglio essere fedeli o infedeli alla propria natura?
Fedele ( "fiel" in spagnolo) è una bella parola anzichè infedele ( "infiel"), che suggerisce una sorta di negazione.  

A quale dei suoi personaggi si sente più vicina?

Racchiudono tutti una parte di me. Non ho potuto sceglierne uno in particolare.

Perchè spesso nel libro sono citati i titoli di film famosi?

I film, soprattutto quelli americani degli anni 40’ e 50', sono stati veramente importanti per la società spagnola di quel periodo pieno di tristezza e di "grigiore". I nostri genitori hanno imparato a sognare una vita diversa in film come The Naked Jungle (Furia Bianca ), per esempio.

Gli uomini in questo "romanzo al femminile" cosa rappresentano?
Gli uomini sono assenti ma hanno la stessa importanza delle donne. Si tratta di un contrappeso.

Perchè la scelta di una madre indipendente per due figlie totalmente dipendenti?
La generazione di mia madre è stata la prima in Spagna a cercare di ottenere una posizione nella società. Hanno lottato duramente e, talvolta, hanno sacrificato alcuni ruoli femminili tradizionali.

Un motivo per leggere il suo libro?
Ebbene, i lettori hanno bisogno solo di una ragione: che si sentano attratti dal libro.


Claudia Caramaschi
www.wuz.it
27 febbraio 2009

RECENSIONE LIBRO

Due sorelle.
Due gemelle eterozigote, nate da due ovuli diversi, separate da quindici minuti di vita e non solo. Maria, la più piccola, la ribelle, la distruttiva; Renata la sensata, l’educata, la timorosa, etichette date sin dall’infanzia che rimango addosso come guaine. “È strano, di solito in famiglia ti affibbiano un’etichetta sin dall’infanzia, e per quanto tu ti ostini a smentirla per anni, con altrettanta ostinazione loro continuano a pensare di te quello che pensavano quando ti affibbiarono l’etichetta. Tra le due sorelle io ero quella femminile ed educata, la meno scontrosa – senza però arrivare a essere affettuosa – quella destinata a sposarsi e a fare figli, ed è successo che Maria, che tutti consideravano ribelle e un maschiaccio, e più tardi un relitto umano, è quella che oggi ha assunto il ruolo che io ho rifiutato.”


Una vita diversa la loro, accomunata dalla dipendenza alla propria “natura”.
Una natura bulimica di sostanze, quella di Maria, di incontri erotici occasionali, quella di Renata. “Mi capitava spesso di ritrovarmi alle sette del mattino a letto con un uomo che russava e non mi avrebbe salvato da niente. Anche se mi credevo migliore di Maria perché non rubavo soldi a nessuno, è vero che mentre lei si infilava le spade nel braccio io mi infilavo un sacco di uomini tra le gambe, e tutte e due abbiamo avuto l’enorme fortuna di non beccarci mai niente di grave” , come risposte a un vuoto esistenziale che nemmeno una madre “che educa all’indipendenza” riesce a colmare, perché le “dipendenze” economiche non sono quelle più pericolose e nemmeno le peggiori.


Solo la figura materna in questo album fotografico di famiglia appare sempre in primissimo piano nell’inquadratura della vita concreta, “stare dietro il bancone la aiutava a dimenticare i propri problemi, anche se l’espressione che avrebbe usato lei sarebbe stata sopportare i dispiacere, cosa che faceva con il coraggio e la determinazione che le avevano insegnato a forza  - o inculcato, come avrebbe detto lei - le monache scolopie della sua infanzia”, rimanendo tuttavia in disparte e distante rispetto alla vita intima della sua famiglia, figli e marito compresi.
Un diario intimo di flashback in cui tristezza e tenerezza, attesa e casualità danzano in un walzer malinconico,schietto,scarno, ma sempre umano.


Ricordi che affiorano, che si sovrappongono, che rimangono impressi nella memoria come scatti di una pellicola in cui quello scatto di volontà, che potrebbe permettere una svolta, sembra rivelarsi solo all’epilogo di un vissuto sofferto, “Mio padre diceva che le persone di montagna hanno il sangue più denso perché il sangue compensa la carenza di ossigeno dell’aria producendo più globuli rossi. E quando diceva questa cosa del sangue denso guardava me e mia madre.”

Francesca Vergerio
La Voce

12 febbraio 2009


La scrittrice aragonese approda in Italia dopo il grande successo spagnolo

“Natura infedele”, primo romanzo di Cristina Grande, promette di ripetere il grande successo ottenuto nella sua Spagna, dove è stato definito dalla stampa “la vera sorpresa letteraria del 2008”. 
È un viaggio comico e drammatico nella vita di una famiglia dove “delle cose importanti non si parla mai”.

Protagoniste del romanzo sono Renata e María, sorelle gemelle che però non si assomigliano affatto, né per l’altezza, né per il coraggio, né per il modo di andare alla deriva. Renata ama Jorge, ma lo perde passando di letto in letto; María si perde nel mondo dell’eroina. Abbandonate a loro stesse, le due ragazze non riescono più a riemergere. La loro madre, che le ha educate all’indipendenza, valore in cui crede profondamente, resta in disparte: per le figlie si è sempre preoccupata solo delle cose pratiche, non “dell’anima”. Così, incurante della situazione, lotta per aprire la sua erboristeria in pieno centro a Saragozza.


 






Compiuti quarant’anni Renata si guarda dentro e ripercorre le tappe del suo percorso: corse in motorino, sedute di terapia ‘light’ nei centri di disintossicazione e notti strane, sempre in bilico tra onde anomale, seduzioni e dipendenze. Durante questo viaggio interiore Renata mette a nudo la natura infedele della sua anima, assolutamente umana, fatta di desideri e dolori nascosti, parole non dette o dette al momento sbagliato, inganni dalle molte sfumature. Spogliandosi a poco a poco di ogni forma di autoinganno, la donna si prepara a entrare a occhi aperti nella vita che verrà.

Un viaggio appassionante, scandito in capitoli brevi, crudi e sinceri che coinvolgono il lettore in un turbine di vita vera, fatta di umorismo e bocconi amari, tenerezza e tragedia; fotogrammi di vita che svelano un diario intimo spregiudicato e disarmante.

Cristina Grande vive a Saragozza. Al suo primo romanzo, dice di scrivere per comprendere, per mettere ordine nelle cose, per entrare in contatto con gli altri. Autrice di culto con le prime raccolte di racconti, ha letteralmente conquistato il pubblico e la critica spagnola con questo romanzo “dall’umorismo velenoso”.

Sabine Maja
FutureMagazine

marzo 2009

"Arriva tutto, basta aspettare". E' questo il motto della famiglia di Renata, uno slogan rassicurante con il quale si nasconde la verità che, di cose importanti nella loro casa non si riesce mai a parlare. Renata, voce narrante, cede all'inerzia quotidiana degli eventi per non affrontare i problemi. Lei e Maria sono sorelle gemelle, ma non potrebbero essere più diverse, tanto che spesso qualche maligno mormora a proposito della singolare dissomiglianza. La madre ha studiato, ama i film d'epoca e l'opera, e con le figlie ha un atteggiamento pragmatico e moderno; quando ha incontrato per la prima volta l'uomo che avrebbe sposato (conosciuto dopo una lunga relazione epistolare) ha subito pensato che con quel metabolismo lento non facesse per lei. Una famiglia come tante in cui si fatica a vivere gomito a gomito e i genitori si trovano a contenere gli errori delle figlie, per tentare di salvarle. Renata usa le notti di sesso per non deludere la sua fama di ragazza dalla natura infedele e Maria, invece, si rifugia nell'eroina. Quante bugie urlate agli altri e a se stesse per sopravvivere ai cattivi pensieri, alla paura di non farcela e al dubbio atroce che non ne valga poi tanto la pena.

Un ritratto amaro e lucido che, fotogramma dopo fotogramma, rivisita le delusioni e gli amori dei protagonisti, la cui esistenza è perennemente appesa a un filo.

 

 

Silvia Del Ciondolo
Pulp

marzo 2009

Natura infedele è un romanzo semplice, scritto economizzando le parole, frasi e interpunzione, ma che ti apre una voragine di sensazioni difficilmente spiegabili proprio dentro la pancia. Il linguaggio e le situazioni narrate sono come oggetti sulla scena di un teatro: tutto è significato, tutto è evocazione. La trama è semplicissima: Renata e Maria sono due gemelle eterozigote nell'apparenza e nell'anima. Il lutto per la morte del padre fa rifugiare Maria nell'eroina e Renata nelle scorribande notturne che gli costeranno l'uomo che ama. La madre si difende restando una donna ferma e pragmatica, che non si sofferma ad osservare le ferite, ma agisce per voltare pagina. La struttura del romanzo è atemporale, Renata racconta frammenti di ricordi in maniera non cronologica, ricostruendo così la storia della sua famiglia. Dunque, la forza dei brevi e incisivi capitoli di Natura infedele sta nel non parlare mai in modo greve e apocalittico degli avvenimenti. Il dramma della tossicodipendenza di Maria lo si intuisce nel non detto, la solitudine della madre la leggo in mezzo alle righe della descrizione delle sue faccende, del suo curare l'aspetto di donna che continua a voler vivere con tutte le sue forze. Il tormento amoroso di Renata lo capisco quando dice, di sfuggita, che dopo due anni dalla separazione un giorno ha imbucato una lettera d'amore per lui. Se avessi dovuto leggere cento pagine di descrizione dei suoi rivolgimenti sentimentali non avrei afferrato e fatto mio il suo dolore, come invece è accaduto. Cristina Grande non si sofferma sulla dissezione della sofferenza, a accenna con un tratto di penna come fosse una vignettista, ci mette sulla soglia di uno scenario che saremo noi, lettori, a dover intuire e dargli forma. Io credevo soltanto nel caffè al mattino e nell'amore di notte sussurra Renata, e dallo squarcio lasciato in questa breve frase io intravedo tutto un mondo, che preferisco cullare nella mia mente invece di dargli voce a parole.
Francesco Musolino
www.normanno.com
4 aprile 2009

Natura Infedele: Renata e Marìa, due “gemelle diverse”

‹‹Mio padre temeva gli anni bisestili. Nel 1980 era stato piuttosto apprensivo e aveva persino smesso di fumare per due giorni››.
Ho voluto aprire questa recensione di “Natura Infedele” della scrittrice spagnola Cristina Grande, riportando una delle frasi meno citate di questo libro ma più fulminanti, per dare subito un saggio della caratteristica più interessante di questo romanzo e della penna che lo ha scritto: l’ironia improvvisa quasi cinica, che aggredisce il Lettore e lo conquista, strappandogli sorrisi e conducendolo sino all’ultima pagina con un racconto veloce, immediato, che testimonia la bravura della Grande nella difficile arte di scrivere racconti brevi che l’hanno resa celebre in patria.

Proprio questa facilità nel raccontare le vicende di Renata e Marìa, gemelle talmente dissimili caratterialmente da far pensare ad entrambe di essere figlie di padre diverso, aiuta il libro a decollare e le pagine si susseguono rapide mentre Renata, la voce narrante di questa lunga sequela di disavventure - così chiamata dalla madre in onore del celebre soprano italiano Renata Tebaldi – costruisce la scena, introducendo la sua famiglia e narrandoci la particolare infanzia delle due gemelle – Marìa invece non venne così chiamata in onore della Callas, considerata dalla madre acerrima nemica della Tebaldi, ma semplicemente per ricordare la nonna Marìa.

‹‹Ci hanno sempre chiamate “le gemelle”, ma non siamo nemmeno nate lo stesso giorno, io a mezzanotte meno dieci…Marìa è nata quindici minuti dopo di me e pesava meno…è sempre stata la più gracile finché non arrivò alla pubertà e io smisi di crescere, mentre lei, che si sviluppò un anno dopo, è cresciuta cinque centimetri più di me…Marìa non aveva paura di niente, proprio al contrario di me, che come minimo mi facevo carico delle paure di entrambe. Mi facevano paura l’altalena, i palloni e tutti gli attrezzi da ginnastica››.

Più i ricordi diventano recenti più la scrittura della Grande diventa caustica e accanto ai ricordi della pubertà di Renata, ritorna con insistenza quello della morte prematura del padre, stroncato da un infarto e le forti esperienze di Marìa, scovata dal padre a ‹‹farsi le spade›› di eroina. Il racconto fluttua nel tempo senza un preciso ordine cronologico e l’imput per narrarli sembra casuale, suggerito da una foto o talvolta da un’associazione mentale improvvisa o portato dalla stessa arte del raccontare, dipingendo un puzzle a tinte vive, sia grazie alle vicende della madre, decisa a riscattarsi dalla condizione vedovile anche a costo si attraversare mezza Spagna, sia a quelle erotiche di Renata.

E mentre a sorpresa Marìa si redime, si fidanza, si sposa e partorisce, Renata sembra in balìa della sua “natura infedele” e nemmeno l’unico uomo da lei amato, riuscirà a scuoterla dalla sua condizione di osservatrice della vita, come quando Marìa si ruppe il naso pattinando e lei, Renata, che si limitava ad osservarla, pianse molto più di lei. ‹‹Non era qualcosa che si potesse aggiustare con la colla. Il naso le rimase un po’ storto, ma non per questo smise di pattinare››.

 

Stefanella Campana
www.babelmed.net
1 aprile 2009

Spagna, donne libere di scegliere

Cristina Grande porta lunghi capelli e ha uno sguardo intenso. La scrittrice aragonese è in Italia per partecipare a rassegne letterarie e presentare il suo primo libro che ha suscitato già molto interesse nei lettori e nella critica per la sua scrittura coinvolgente, leggera ma non banale: “Femminile, non femminista precisa - anche se molti uomini dicono di ritrovarsi nei sentimenti che narro”. “Natura infedele” (Marcos y Marcos) è un diario intimo spregiudicato, una storia familiare che ruota attorno a tre personaggi. Le protagoniste sono Renata e Maria, due gemelle diverse tra loro, anche fisicamente, con esistenze diverse ma entrambe con una vita border line. Renata ama Jorge, ma lo perde passando da un letto all’altro; Maria sprofonda nell’eroina. La loro madre adora l’opera, si preoccupa molto delle cose pratiche e crede fermamente nell’autonomia. In un viaggio a molte tappe ritroviamo Renata che a quarant’anni si libera a poco a poco da ogni forma di autoinganno perché prende coscienza che la peggiore infedeltà è quella verso se stessi. Cristiana dice che “fiel” (fedele) è una bella parola a differenza di “infiel” (infedele) che suggerisce una specie di negazione. Nelle tre donne, dice Cristina, c’è qualcosa di lei.

Ma quanto sono rappresentative le donne del suo romanzo nell’attuale realtà del mondo femminile in Spagna?
Nel mio libro scrivo di tre generazioni di donne tra gli anni Settanta-Ottanta, in un periodo di transizione in cui si vive un cambiamento nella vita sociale-politica del Paese. La madre rappresenta la figura della donna che vuole emanciparsi dal marito, non dipendere da lui. E’ la generazione di mia madre, che lottando duramente è stata la prima in Spagna a cercare di ottenere una posizione di autonomia. E ci sono le generazioni successive che cercano di emanciparsi dal passato, che possono scegliere come vivere: essere tradizionaliste o emancipate. Le giovani generazioni sono più fortunate perché raccolgono i frutti delle battaglie delle loro madri.

Tutto risolto dunque? Eppure anche in Spagna ci sono denunce di violenze sessuali diffuse, anche in casa…
C’è stato un cambiamento molto rapido nella vita e nella mentalità, ma problemi così grandi e pesanti non si risolvono da un giorno all’altro.

Nemmeno avendo un capo del governo come Zapatero che ha il coraggio di approvare iniziative legislative innovative, che ha dato spazio in modo paritario alle donne?
Zapatero ha portato un cambiamento significativo e non solo di facciata, dimostrando molta fiducia nelle donne, a cominciare dal suo governo dove per metà sono donne e ricoprono ruoli importanti, come la vice presidente del governo o la ministra della Difesa, ruoli che da sempre sono ricoperti dagli uomini. Ma certi problemi non si risolvono in modo immediato.

Cristina, continuerà a fare la fotografa (ndr., ha infatti iniziato ritraendo alcuni amici scrittori come Javier Tomeo, Tomaso Martinez de Pisòn) o ha già pronto un altro romanzo?
Mi sento una scrittrice per vocazione. Sto già scrivendo una storia ambientata ai nostri giorni, una storia familiare che ruota attorno ai testamenti. Sarà un romanzo più corposo di “Natura infedele”.

 

Scheda del libro

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