RIGA 25
Giorgio Manganelli

 


Recensioni

 

Il Messaggero
febbraio 2006
La Repubblica
febbraio 2006.
Alias
febbraio 2006
Cecilia Bello Minciacchi
Alias
febbraio 2006

"Un padre intossicato di basse ambizioni letterarie…" teme di essere Giorgio Manganelli per la propria figlia; un padre che in un duello di "meschini rinfacci" con Carlo Emilio Gadda ha dato a quella figlia, unica e cresciuta in sua assenza, una rischiosa delusione. Così nell’arguta e divertente mise en scène che, sulla nota giornata in cui Manganelli ricevette inaspettata visita da Lietta e da Gadda, Tiziano Scarpa ha liberamente reinventato per il nuovo numero di Riga dedicato all’autore di Hilarotragoedia per la cura felicemente esperta di Marco Belpoliti e Andrea Cortellessa (Riga 25, Giorgio Manganelli, Marcos y Marcos, pp. 536, 18 euro). Come è nell’ormai sperimentata formula di Riga, la monografia accoglie in apertura testi di scrittori italiani contemporanei dedicati all’autore: oltre alla pièce di Scarpa, un racconto di Franco Cordelli assai efficacemente tagliato sul rapporto tra desiderio e fruizione per inquadrature parcellari di un processo per omicidio, e uno di Michele Mari incentrato, con fiabesca retorica, sull’invescante e fallimentare progetto di una principessa nevrotica di spremere Sangue dalle rape. E comprende corposi scritti di Manganelli, tra cui appunti e interventi inediti e recensioni e saggi apparsi su periodici e qui per la prima volta raccolti in volume sotto le tre rubriche Letteratura, Società, Viaggi; e scritti su Manganelli suddivisi in antologia della critica dal 1964 alla morte (interventi di A. Guglielmi, Calvino, Giuliani, Pedullà, Sanguineti, Citati, Mengaldo, Arbasino, Koch, Nigro), e saggi inediti di giovani studiosi articolati per temi in una sorta di "piccolo lemmario tascabile". Viatico per l’attraversamento dei principali tòpoi della scrittura manganelliana, il cui contributo critico offerto dal lemmario segue, ad esempio, le tracce di animali o "strutture teriomorfe in cui l’animale è addizione, risultanza mostruosa, deviazione dalla regola" (Animali di Giardina); analizza la "vocazione emblematica presente in tutta la produzione" del nostro (Emblema di Alfano); scopre il "gesto casuale" di cui Manganelli si serve, nel rispondere a Collodi, per mostrare che "nessun libro finisce" (Pinocchio di Maiello); affonda nell’"instabilità ontologica" dell’anamorfosi prediletta da Manganelli in quel Centuria che alla narratività toglie "la maschera" (Narrazione di Barenghi). A chiusura del numero, Gianfranco Baruchello - che di Manganelli è stato interlocutore e sodale negli anni del Gruppo del 63 – ed Elisabetta Benassi propongono alcune immagini d’artista dal palese nitore sintattico. Nella sua articolata compattezza, il volume intitolato all’autore di Letteratura come menzogna esita, globalmente, in una ricostruzione, condotta con mezzi sempre più documentari e affilati, delle radici personali e culturali che siffatta artificiosità, tale da indurre dipendenza, doveva avere in Manganelli. 
Accanto ad alcuni scritti manganelliani pronti per la stampa ma fino ad oggi inediti, appare ora in Riga quella che gli adepti chiamano "archeologia del Manga". Officina critica che
 precedette e preparò la scrittura in proprio, questa ricca messe di appunti di lettura, di riflessioni esistenziali e letterarie fulminee e folgoranti raccolte in quaderni dalla nera, scolastica copertina costituiscono quella che Cortellessa ha definito "la più vera e cruciale anticamera dei fuochi d’artificio a venire". In questi Appunti critici che vanno dal ’48 al ’56 trovano luogo, insieme, lucidità e disperazione, acume interpretativo declinato tanto sulla letteratura italiana e straniera – terse e splendide le pagine sui Malavoglia, sull’effetto autorivelatore del Tonio Kröger, su Rebora, Stevenson e Shakespeare - , quanto sulla propria sofferta condizione esistenziale segnata da oggettive e umilianti difficoltà quotidiane: "Non vedo nulla davanti a me, e quanto al mio passato, mi fa orrore"; "La mia disperazione ha assunto una forma vitale, o pseudototale. […] Scrivo, leggo, penso. Ma le mie contraddizioni restano sanguinanti, piaghe aperte e intollerabili". Frammiste alle notazioni personali, alcune enunciazioni puntuali subito concorrono a tracciare linee di poetica e in particolare il rapporto non pacificato tra predilezione dell’io e pratica della scrittura: "La retorica è sensibilità alle parole come tale, ed è, tecnicamente, la più sottile difesa delle acque basse del sentimento che il poeta possegga". Qui è già radicato il nucleo dolente e ossimorico che stringe, e divarica, e tormenta la relazione tra letteratura e vita. "e, si sa, di vita, letterariamente si muore", scriverà più tardi a proposito di Pasolini. Per dirla con Salvatore Nigro, Manganelli ha adeguato "il "mestire di vivere" al mestire di scrivere la morte". La prepotenza della vita, intesa in termini non solo autobiografici ma anche apertamente sociali, emerge con forza sia dall’"archeologia" - là dove si dice che l’Italia vive al "margine della cultura Europea: una vita devitalizzata, da pensionati" e che la "dittatura cattolica" è "nient’altro che il prepotere di un’associazione di stregoni" - sia dagli scritti raccolti nelle sezioni Società e Viaggi dove lo sguardo esatto di Manganelli stigmatizza Democristiani, Potere, Università e finanche la "presunzione di colpa" abbattutasi su Tortora e sugli italiani tutti. Pochi altri autori, con la stessa, con la stessa incoercibile e necessaria insolenza di Manganelli, chiedono realmente uno sprofondamento vertiginoso nella pagina, e chiamano all’abisso del linguaggio e dei nuclei esistenziali più dolenti. Pochi altri suggeriscono al lettore – che sia il "Lettore Supremo" in Centuria o in altri ordigni testuali – di precipitarsi giù dall’ultimo piano di edifici retorici che sono esattissime macchine di scrittura (e di tortura). La dimensione che si confà a Manganelli è quella dell’inferno, di un inferno perlustrato in modo guardingo e disincantato, già contenuto tutto nella innegabile "natura discendiva" dell’uomo e nella sua dimensione alfabetica, nell’universo della lingua. E straordinaria, manganelliana vertigine verso l’inferno è, in Riga, l’esattissimo e inesorabile Torre/rovina del 1989: emblematica proiezione immaginativa sulla costruzione della torre di Babele, invano tentata non per "tracotanza d’orgoglio" ma per "disperazione", per raggiungere "la meraviglia salvifica del Nome" che spettava all’uomo e che Dio, per "accorto disamore" teneva occulto.
Renato Minore
Il Messaggero
febbraio 2006

IO, CANTASTORIE E SCRITTORE

Quindici anni ci separano dalla sua morte. In questo periodo, Giorgio Manganelli, scomparso a 68 anni nel pieno della sua inesauribile attività letteraria e pubblicistica, è restato, anzi, si è confermato, uno dei pochi scrittori tanto più intransigenti quanto inventivi della seconda metà del secolo. Quello che, per sua stessa, ironica definizione, era "lo spregevole, il dappoco, il marginale" e che Calvino considerava "il più italiano degli scrittori e nello stesso tempo il più isolato nella letteratura italiana", si è presentato, al bilancio del nuovo Millennio, con la statura di un piccolo classico. Un maestro che, con la sua opera programmaticamente volatile, fatta di un continuo nascondersi e disvelarsi , di un affermarsi, di un negarsi a ripetizione, è ancora affrontato, studiato, analizzato da antichi e nuovi lettori. Come è testimoniato dal fondamentale contributo del numero monografico, il venticinquesimo, della collana Riga, curata da

Marco Belpoliti e Andrea Cortellessa che raccoglie scritti storici su Manganelli (di Wilcock, Arbasino, Calvino, Citati, Sanguineti) e i saggi importanti più recenti tra cui quelli di Giardina, Manica, Scarpa. Non mancano importanti inediti, ricavati da quella dozzina di quadernetti che rappresentano il pezzo più prezioso del "Fondo Manganelli" dell’Università di Pavia. Questo è la vera officina dello scrittore e copre un assai lungo periodo dall’immediato dopoguerra alla fine degli anni Cinquanta. Da un lato ci sono sette degli apologhi-racconti-essais scelti da un ricchissimo materiale inedito alla cui edizione Adelphi sta provvedendo Silvano Nigro. Dall’altro un’ampia scelta degli Appunti critici (ne pubblichiamo qui accanto alcuni stralci, anche di essi il copyright è di Adelphi) scritti nella forma del diario. Un documento straordinario della psicologia di Manganelli che precede il suo esordio tardivo come scrittore a 41 anni con Hilarotragoedia. Una zibaldoniana foresta di letture e autoletture ben analizzato da Cortellessa "un isterico alternarsi di scavo interiore e atterrita fuga da sé" che costella la fine del rapporto d’amore con Alda Merini dove si specchiano "i viluppi ideologici e temperamentali di un tipico intellettuale degli anni Cinquanta".
Stefano Bartezzaghi
La Repubblica
febbraio 2006.

Nel labirinto di Manganelli

Scomparso nel 1990, non avrà fatto in tempo a esercitare sul termine visibilità e sui suoi usi odierni il suo appassionato talento di degustatore di parole. Ma certo quando si pensa a Giorgio Manganelli – questo scrittore così grande e singolare – si è come naturalmente portati a farsene un’immagine di maestro appartato e poco conosciuto. Qualcuno a cui, per l’appunto, mancava la "visibilità". Poi con una breve scorsa al suo curriculum, vita e opere, ci si rende invece conto che dai primi anni Sessanta (quando a quasi quarant’anni la sua vocazione si trasformò in attività letteraria) il presunto appartato ha scritto libri per editori di prima grandezza, e questi libri sono stati recensiti dai critici e scrittori migliori (ma non migliori di lui); ha pubblicato, con grande frequenza e su giornali diffusissimi, recensioni, commenti di argomento politico e sociale e reportage sui suoi viaggi per vaste porzioni del mondo; ha collaborato a programmi radiofonici, per esempio al progetto collettivo delle Interviste impossibili; è stato consulente, traduttore, prefatore per le maggiori case editrici italiane; ha tenuto intense corrispondenze con i migliori intellettuali suoi contemporanei.
In una parola, e malgrado le sue presumibili attitudini, Manganelli è stato sempre presente, e pressoché al centro dei luoghi topici della cultura italiana. L’impressione di romitaggio che se ne può avere, dunque, è assolutamente manganelliana: non nasce da una geografia e da una topologia esteriore, ma direttamente dalla scrittura. Puntiamo i telescopi sulla galassia Manganelli, la scopriamo vasta e ancora vastamente sconosciuta, non ci accorgiamo che era da sempre visibile anche a occhio nudo: un fenomeno degno di Edgar Allan Poe e della sua lettera rubata (o "trafugata", come recita la traduzione dello stesso Manganelli).
Dall’associazione e dalle cure di Marco Belpoliti e Andrea Cortellessa, due accaniti esploratori della galassia manganelliana, è nato ora un volume che rimarrà fondamentale per chiunque vorrà approfondire le questioni poste dall’opera di Manganelli. Si tratta del venticinquesimo numero della collana Riga (edita da Marcos y Marcos, pag. 536, euro 18). Il format di Riga non cambia: dopo un editoriale di introduzione sono raccolti alcuni brevi testi letterari in omaggio allo scrittore (o all’artista) trattato; poi alcuni testi inediti o dispersi dell’autore; poi un’antologia delle recensioni e dei saggi risalenti all’epoca dell’uscita delle opere; poi una raccolta di saggi scritti ora, e appositamente per il numero di Riga; infine una sezione di opere visive.
Il numero dedicato a Manganelli eccelle in ognuna delle sue parti. La parte diciamo creativa è affidata a due racconti rispettivamente di Franco Cordelli e di Michele Mari e da un testo teatrale di Tiziano Scarpa, che con uno dei suoi migliori exploit mette in scena le tragicomiche visite ricevute nello stesso pomeriggio dal giovane Manganelli, secondo un celebre

aneddoto (lo scrittore si vede arrivare in casa prima la giovane figlia, che non vedeva da quindici anni, e poi un Carlo Emilio Gadda, offesissimo perché riteneva – assurdamente – che il primo romanzo di Manganelli fosse una parodia della sua Cognizione del dolore).
Fra i testi manganelliani, oltre a una seria di interventi giornalistici mai raccolti in volume, compare un diario inedito di appunti critici degli anni Cinquanta. Fra le recensioni d’epoca abbiamo testi di Calvino, Arbasino, Guglielmi, Pedullà, Citati, Sanguineti, Giuliani, Mengaldo. Fra i saggi scritti per Riga Domenico Scarpa affronta il tema del rapporto fra Manganelli e Primo Levi sulla questione della chiarezza e dell’oscurità di osservatore sociale di Manganelli; Cortellessa e Graziella Pulce (già autrice di un fondamentale Giorgio Manganelli. Figure e sistema per le Monnier) si diffondono sul Manganelli topologo, spartendosi il campo: a Cortellessa toccano le due città abitate, Milano e Roma; a Pulce toccano i viaggi.
Manganelli non scrisse romanzi, forma abortita: cosa ne pensava del romanzo lo si evince dai "cento piccoli romanzi fiume" di una sola pagina l’uno che compongono Centuria (e a cui Mario Berenghi dedica qui il saggio "Narrazione"). La sua scrittura procedeva per elaborazioni e disgressioni, confrontandosi con i generi della dissertazione e del trattato: elucubrazioni, commenti, architetture verbali. La scrittura di Manganelli è un labirinto, e lo è in senso tecnico: un labirinto in cui ogni vicolo è cieco, e costruito con ricchezza voluttuosa. Il suo fortunato, e da sempre ripetuto, slogan della Letteratura come menzogna allude a questa condizione. Il suo "libro parallelo" da Pinocchio la mostra all’opera. Coltivava infatti una concezione enigmatica (ancora una volta: in senso tecnico, non per suggestione) della letteratura: ogni parola ne nasconde altre, parallele e sepolte, da congetturare scomponendo le componenti della parola come in un acrostico. Non è certo che una parola abbia significato, disse una volta Manganelli: certamente ha un suono. E il principio vale per parole, frasi, blocchi di testo, macchie di inchiostro, lapsus, capolavori della letteratura universale e poi per i pensieri e per le cose, che sono a loro volta parole che vivono una speciale condizione.Che si applichi all’amore (in Manganelli, più un continente che un sentimento), all’inferno, alla "natura discenditiva" dell’uomo, alle profezie di Nostradamus o all’andare al cinema un pomeriggio a Campobasso, la scrittura di Manganelli mette sempre in opera una vicenda di fughe e di ritorni, dove paradossi e ossimori soffocano i significati per lasciare intendere il sordo pulsare del senso. Roba difficile? Al contrario: di facilità irrisoria, e irridente, se solo il lettore accetta di inoltrarsi nel testo essendo sempre tallonato da una incolmabile voragine (come accade al protagonista di una pagina di Centuria).
L’ultima generazione di critici e di scrittori, di cui il numero di Riga dà un’ottima rappresentanza, eleva Manganelli a maestro perché cessa di considerarlo come un divertente manierista, un epifenomeno gaddiano di tendenza cistercense: ne ha scoperto la segreta aderenza all’epoca in cui è vissuto e ha accolto, con gratitudine, la sua concezione parallela, polidimensionale e risonante di ogni testo.

Scheda del libro

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