LELLO GURRADO

La scommessa

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Ilaria Caputo, Flanerì, ottobre 2011
appuntievirgole.blogspot.com
, aprile 2011,
intervista
Giovanni Turi, puglialibre.it, febbraio 2011 -
intervista
Fulvio Panzeri, Avvenire, agosto 2010

Sergio Pent, La Stampa - tuttolibri, luglio 2010

Glenda Gurrado, temperamente.com, giugno 2010 -
intervista
Glenda Gurrado, temperamente.com, giugno 2010

Marco Loprete, kathodik.it, giugno 2010
Mauro Castelli
, Il Sole 24 Ore, aprile 2010
Gianluca Veltri,
il Mucchio, aprile 2010 - intervista p.1 p.2
Lucia Franciosi, Mangialibri.com, aprile 2010
Igor Traboni,
Il Secolo d'Italia, marzo 2010
Gianluca Veltri,
il Mucchio, marzo 2010
Cristina Marra, MilanoNera, marzo 2010 -
intervista

Pino Cottogni, sherlockmagazine.it, marzo 2010
Giuseppina La Ciura, l_oeil_de_lucien.blog.tiscali.it, marzo 2010 

Antonio Prudenzano, Affaritaliani.it, febbraio 2010
Cristina Marra, strill.it, febbraio 2010 -
intervista

Salvagente, febbraio 2010
L'altro quotidiano, febbraio 2010

 

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Radio 3 Rai - Fahrenheit, intervista a Lello Gurrado

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Flanerì tv intervista Lello Gurrado

Fulvio Panzeri
Avvenire
agosto 2010

Gurrado, il noir di un testo in carcere 

Che ci fanno in un penitenziario moderno un famoso scrittore di gialli e un critico che ha sempre letto i suoi libri non per passione, ma per sfida, cioè per arrivare a scoprire l’assassino prima che il narratore lo rivelasse? 
Non lo saprete fino alla conclusione della storia e non saremo noi a dirvi le ragioni della loro reclusione, che è uno dei «punti forti» di questa indagine che si presenta più che un «noir» e come una sorta di gioco paraletterario, tanto da far dire all’autore, Lello Gurrado: «Mi sono addentrato nell’esplorazione della metaletteratura, una specie di backstage del romanzo». Il libro si intitola La scommessa  (Marcos y Marcos, pp. 256, euro 15,00) ed è il secondo «giallo» ambientato nel mondo dei libri, sempre «noir», si intende, dopo il successo di Assassinio in libreria (pag. 204, euro 12,00), pubblicato lo scorso anno sempre da Marcos y Marcos. In questo caso siamo alle prese con uno scrittore i cui libri sono sempre stati respinti, persino dalla libraria che è stata un’istituzione a Milano per quanto riguarda il poliziesco, Tecla Dozio. Un prosecco al cianuro e la libraia del giallo cade a terra nella sua libreria, la mitica Sherlockiana, sotto gli occhi stupefatti degli amici scrittori venuti a festeggiarla durante una festa. Gurrado fa sfilare nel libro i nomi più conosciuti del giallo italiano e internazionale, al punto che avverte: «Ogni riferimento a persone o a fatti reali è puramente voluto». 



Così da Camilleri a Faletti, da Pinketts a Fred Vargas, l’autore che forse maggiormente è nelle corde di Gurrado, questi maestri dell’investigazione (gli stranieri vanno giù duri, perché pensano che i metodi della polizia italiana non siano adeguati) vorrebbero contribuire alle indagini. Con il nuovo romanzo invece ci troviamo a Santa Vittoria, il penitenziario più moderno della Penisola, dove è rinchiuso Renato Schiavi, detenuto 57, autore da milioni di copie, scrittore per trentasei anni, che ora deve scontare una pena di ventidue anni di reclusione. E non ha più voglia di scrivere. Nell’Albergo, così viene soprannominato il penitenziario, c’è anche il detenuto numero 43, Francesco De Vita, critico e recensore, che è ossessionato dai libri di Schiavi, non perché gli interessi la narrazione, ma in quanto vuol mettere alla prova la sua infallibilità. È grasso, ha strane idee sulla letteratura e dice che per lui scrivere rappresenta «il gusto di fare a braccio di ferro con i lettori». Allora sfida Schiavi che invece sa di scrivere «per soldi o per la gloria» e gli propone di rimettersi al lavoro per un romanzo e lui dovrà indovinare il colpevole, prima del finale. Schiavi scrive con il suo gatto Dog un hardboiled all’americana, un altro romanzo che si costruisce dentro a questa scommessa libresca. Conoscerà i personaggi man mano che verranno alla luce, saprà tutto di loro ». Saranno molte le sue intromissioni, con richieste di cambiamento, ma soprattutto quand’è vicina la resa dei conti, l’esito della scommessa, e si avverte di più la rivalità tra critico e scrittore, in una sfida da vincere ad ogni costo. Con un finale decisamente a sorpresa.
Sergio Pent
La Stampa - Tuttolibri
luglio 2010

Due enigmi in carcere

La scommessa di Lello Gurrado rappresenta un azzardo anche per l'autore. Fin da subito il lettore si domanda cosa ci stiano a fare in un carcere speciale un famoso critico letterario e un grande giallista. Lo stesso direttore del carcere sembra essere messo lì apposta per creare sospetti anziché infondere certezze.
Qualcosa comincia a farsi luce quando il critico - che sostiene di aver sempre indovinato il finale dei suoi thriller enigmatici - sfida lo scrittore invitandolo a dare vita a un romanzo, davanti a lui. Si dispiega così la trama dell'altro giallo, una classica storiaccia in stile hard-boiled Anni Quaranta, con nomi e ambientazioni americane e una vittima che sembra celare oscuri segreti. Nella sua apparente superficialità, la trama costruita dal carcerato-scrittore scivola veloce, tanto che a un certo punto il motivo della segregazione dei due letterati passa in secondo piano. Ma se la trappola è nascosta nelle pieghe minime degli eventi - per il giallo in diretta - la risposta finale si cela nell'artificio letterario, dove solo un bravo scrittore sa intervenire con l'arma della seduzione. C'è una risposta a tutto, ma prima bisogna arrivare al cuore nascosto di questa singolare scommessa.
Mauro Castelli
Domenica - Il Sole 24 ore

aprile 2010

GIALLEGGIANDO

[...] Una piacevolissima lettura ce la regala anche Lello Gurrado, in libreria con La scommessa, un lavoro a intarsi nel quale si incontrano, si confrontano e si sfidano, guarda caso nelle patrie galere, uno scrittore di gialli e un "suo" rognoso critico letterario. Nemmeno a dirlo ne succederanno delle belle. A fronte (ma cosa ci fanno questi due strani tipi in un carcere modello?) di un finale davvero a sorpresa. [...]

Ilaria Caputo
Flanerì
ottobre 2011

Avete mai pensato ad un carcere come a un’isola felice? Improbabile? Inverosimile? Provate allora a leggere il fantasioso e originale romanzo di Lello Gurrado, La scommessa, nel quale si narra di un penitenziario tanto particolare quanto lo sono gli “ospiti” che accoglie:
«Santa Vittoria era un penitenziario diverso […]. A Santa Vittoria erano reclusi delinquenti speciali. Erano quasi tutti assassini, condannati a pene ultraventennali se non addirittura all’ergastolo, ma si trattava comunque di persone che, se non altro, avevano puntato sull’intelligenza, non sulla brutalità».
Sull’intelligenza, ed è proprio questa la chiave di lettura dell’intero romanzo e la caratteristica che accomuna i protagonisti dell’inconsueta storia: un direttore, quello del carcere ovviamente, furbo, ambizioso e vanesio; un critico letterario saccente, superbo e grasso, incredibilmente grasso; uno scrittore famoso, ricco e prolifico, ma che la reclusione ha ridotto a un uomo indolente, depresso, stanco di vivere.





 I destini dei tre protagonisti si intrecciano inevitabilmente all’interno del Santa Vittoria dando origine ad una storia che il lettore non potrà fare a meno di leggere tutta d’un fiato. Sì, perché La scommessa è un giallo nel giallo, è una sfida all’ultimo sangue tra uno scrittore, Renato Schiavi, e un critico letterario, Francesco De Vita, il quale riesce a convincere il primo a scrivere un giallo sotto ai suoi occhi, un giallo del quale scommette indovinerà l’assassino! E così il lettore assiste alla genesi di un nuovo romanzo e ne segue tutte le fasi di sviluppo, inframezzate dalle prepotenti ma altrettanto simpatiche incursioni del professor De Vita. C’è, però, un altro motivo per il quale si rimane avidamente attaccati alle pagine di questo libro: perché critico e scrittore si trovano in carcere? Di cosa sono accusati? Quale reato possono aver mai commesso? Solo arrivando all’ultima pagina il lettore lo scoprirà e la scoperta, posso garantirlo, sarà di quelle che lasciano a bocca aperta!

Glenda Gurrado
temperamente.com
giugno 2010

Lello Gurrado, anima barese ma residente a Milano dal 1950, lavora come giornalista professionista da quando aveva 22 anni: redattore, caporedattore, inviato speciale nei giornali delle più importanti case editrici nazionali come Mondadori, Rizzoli, Corriere della Sera. Autore de Il Mestieraccio, Gli sdrogati, Mamma eroina, Se ho smesso io, San Siro la Scala del calcio, Don Mazzi prete da marciapiede, Nomination, Assassinio in libreria, La scommessa.

Benvenuto su Temperamente. Lei è un abile giallista.
La fantasia di uno scrittore è un gioiello prezioso che molti di noi vorrebbero possedere. Da dove trae l'ispirazione per i suoi gialli intricati?

Individuare i percorsi della fantasia è molto difficile, forse impossibile. Posso provare a indicare due strade: la prima è la lettura. Per poter scrivere bisogna leggere, leggere, leggere. Consciamente o inconsciamente qualcosa resta. La seconda strada, nel mio caso, è l’esperienza professionale. Io faccio il giornalista ormai da quarant’anni, ho vissuto in redazione, ho fatto l’inviato in Italia e all’estero e sicuramente essere stato testimone di eventi grandi e piccoli è servito a tener viva la fantasia. 

Il confronto fra un critico letterario e uno scrittore è un tema molto avvincente nel suo libro. Qual è il suo rapporto con i critici? Amici o nemici spietati come Renato Schiavi e Francesco De Vita?
Il mio rapporto con i critici non è né buono né cattivo. È semplicemente inesistente. Non ho amici tra loro e mi auguro di non avere neppure nemici. Ed è giusto che sia così. Quando si interpongono rapporti personali l’obiettività ne risente e il lettore, secondo me, lo avverte.

 




Nella recensione da poco temperata parlo de La scommessa come una riflessione sul giallo stesso. Il messaggio che vi ho scorto è che spesso la realtà supera la fantasia e ne è il suo specchio più limpido. Spero di non aver travisato il messaggio della sua opera.

Nella Scommessa c’è sicuramente una riflessione sul giallo. Una riflessione e anche, se vogliamo, una presa di distanza da questo genere che, a mio avviso, sta rischiando l’inflazione. Per quanto riguarda il rapporto tra fantasia e realtà, no, ritengo che la prima sia ancora inarrivabile. Con la fantasia si vince sempre. Guarda il finale della Scommessa: la storia termina in due modi differenti, entrambi plausibili, e potremmo trovare anche un terzo o un quarto finale altrettanto credibile. Sono soluzioni che soltanto la fantasia consente. La realtà invece è una, una sola da cui non si scappa.

È affezionato ai suoi personaggi così come lo è Renato Schiavi nel giallo che abbiamo recensito? Desidererebbe conoscerli?
Oh sì, molto. Andrei volentieri a cena con il commissario Gerber, mi piacerebbe chiacchierare con Joan Smith e trascorrere una sera con la famiglia Smith al completo. Vedrei un po’ meno volentieri Walter Piccolo, il direttore del carcere.

Le piacerebbe se una delle sue storie raggiungesse il grande schermo? La scommessa potrebbe rivelarsi un capolavoro cinematografico. Se sì, quale regista sceglierebbe?
Certo che mi piacerebbe, sarebbe una bellissima cosa. Per quanto riguarda il regista purtroppo non c'è più Hitchcock e allora te ne indico tre: Roman Polanski, Spike Lee e Giuseppe Tornatore. Ma forse qui stiamo correndo troppo con la fantasia. 

Grazie a Lello Gurrado per averci concesso dei trucioli della sua carriera e del suo pensiero.

 

 

Giovanni Turi
puglialibre.it

febbraio 2011

Giornalista e scrittore di origine barese, Lello Gurrado è tornato in libreria con un altro giallo inconsueto: La scommessa (Marcos y Marcos, pp. 256, euro 15). Come in Assassinio in libreria, si rivela anche in questo romanzo il gusto per il paradosso, per i giochi metaletterari, senza tuttavia rinnegare canoni e strettoie del genere: il lettore assiste anzi alla lenta costruzione di un giallo tradizionale, oggetto della contesa tra uno scrittore, Renato Schiavi, e un critico letterario, Francesco De Vita, entrambi misteriosamente detenuti nel carcere di Santa Vittoria…
La scommessa, da cui trae origine il titolo, è la seguente: De Vita ritiene di poter indovinare prima della conclusione l’assassino di un nuovo romanzo (il trentasettesimo) che Schiavi scriverà sotto i suoi occhi, in caso di sconfitta farà in modo che il rivale ottenga la libertà. «Per De Vita la lettura di un giallo di Schiavi era il massimo delle sfide […]. Leggeva il romanzo di corsa, con frenesia, fermandosi all’inizio dell’ultimo capitolo. A questo punto chiudeva il libro, lo metteva da parte e cominciava a pensare, pensare, pensare. […] Poi la liberazione. Tutto a un tratto De Vita riprendeva in mano il libro e leggeva in apnea l’ultimo capitolo. Alla fine un sospiro e un fragoroso urlo muto dentro di sé. Un urlo liberatorio di vittoria perché il professore indovinava sempre la soluzione del giallo. Quasi sempre».
Pagina dopo pagina, Gurrado tratteggia così due storie: quella dei due carcerati viene compenetrata dalle indagini del simpatico e pignolo commissario Gerber sull’assassinio di Baby Evert, una ragazza giunta a New York per sottrarsi alla sua bigotta famiglia e presto costretta al giogo di un marito alcolista. Era una donna divorziata, ancora giovane e piacente, quando qualcuno l’ha avvelenata e, come nel più classico dei gialli, gli indiziati e i possibili moventi sono tanti; così proprio a un passo della conclusione qualcosa non va per il verso giusto, De Vita avverte la rottura di un patto, o forse di qualcosa dentro di sé.
Insomma l’autore ci avvince con un doppio intreccio e irride i limiti imposti dalla letteratura di genere servendosene magistralmente; se proprio una pecca dobbiamo trovarla è nella scarsa alternanza tra la narrazione che fa da cornice, prevalente all’inizio e alla fine, e le avventure newyorkesi. E dunque intervistando l’autore partiremmo da qui…



Come mai le due vicende non sono ancor più intrecciate? Temeva di condurre alle estreme conseguenze la sua brillante trovata con il dissolvimento del plot tradizionale?
Temevo soprattutto di creare troppo confusione tra le due storie con il rischio di mettere in difficoltà il lettore facendogli perdere il desiderio di andare avanti. La metaletteratura, ovvero la particolarità di scrivere una storia nella storia, è un genere molto delicato che bisogna affrontare con misura e rispetto. Un maestro di questo genere rimane Italo Calvino con il suo inarrivabile Se una notte di inverno un viaggiatore.

La grande maestria con cui sorveglia e dispone ogni dettaglio suggerisce una grande confidenza con il genere giallo: quali sono i suoi maestri di stile?
A me piacciono i gialli alla Agatha Christie, alla Sherlock Holmes, in cui la soluzione è affidata all’intuito e all’intelligenza dell’investigatore e non alla violenza o all’apparizione improvvisa di un “deus ex machina”. Per questo cerco di curare tutti i particolari di una storia, anche quelli apparentemente insignificanti. Particolari che servono all’investigatore, ma anche al lettore che è messo in condizione di decifrarli.

Schiavi confida che «lo scrittore, diversamente dal cronista, non ha l’obbligo di restare sempre aderente alla realtà»; è stato questo a condurla dal giornalismo alla narrazione?
Anche questo. Dopo anni trascorsi a scrivere di cronaca, dove bisogna raccontare “la verità, solo la verità, tutta la verità” è stato bello poter evadere dando libero sfogo alla fantasia.

Dopo i natali baresi ha vissuto lungamente in Lombardia, non l’ha mai lambita la nostalgia della sua terra?
Non è soltanto nostalgia. Quello che sento è un vero e proprio richiamo e so già che prima o poi dovrò ascoltarlo e ritornare a casa.

appuntievirgole.blogspot.com
aprile 2011

Lello Gurrado, autore cernuschese con un background giornalistico di tutto rispetto si va affermando sempre piu`  come autore di romanzi gialli. Il suo ultimo lavoro, La scommessa, e` stato presentato lo scorso 2 aprile presso la Biblioteca di Cernusco s/N.  
Non avendo la registrazione della presentazione, ho pensato di fare alcune domande scritte a Lello, alle quali ha cortesemente risposto. In questa sede non mi premeva fare l'analisi del contenuto del romanzo, quanto rivelare alcuni aspetti della narrazione di genere.  

Cosa ti ha spinto a scrivere romanzi gialli? Solo passione per il genere, un passaggio obbligato visto il tuo background professionale, o pensi che vi sia la possibilita` di veicolare, nella narrazione, anche qualche messaggio?

Innanzi tutto la passione per il genere. Trovo che i gialli, soprattutto quelli deduttivi, siano molto stimolanti e tengano costantemente allenata la mente di chi li legge. Un passaggio professionale obbligato no, tanti anni di giornalismo avrebbero potuto portarmi dappertutto senza indirizzarmi necessariamente sul giallo. Per quanto riguarda la possibilità di veicolare qualche messaggio sì, credo che la letteratura gialla possa occupare quel posto di indagine sociale che una volta era una prerogativa del giornalismo e oggi è praticamente vacante.
Nelle vicende raccontate nei tuoi romanzi ( come in tutta la letteratura gialla ) si richiede al lettore uno sforzo nel collaborare con i protagonisti a sbrogliare il bandolo della matassa e, solitamente, a scoprire il colpevole. Si suggeriscono passaggi logici per stimolare la riflessione o si introducono particolari che poi si rivelano essere fondamentali per la conclusione della vicenda solo parecchie pagine piu` avanti. Quanto la scienza e la tecnologia  influiscono sulla logica  e sulla creaziome dell'architettura del  romanzo?




Scienza e tecnologia si rivelano sempre più importanti nelle indagini poliziesche, non soltanto in quelle letterarie ma, soprattutto, nei casi reali. Ultimamente anche in Italia sono stati risolti casi vecchi di decenni (via Poma, l'Olgiata) solo grazie ai progressi della scienza. Il giallista deve per forza tenerne conto anche nei suoi romanzi. Non siamo più ai tempi di Sherlock Holmes e di Hercule Poirot (anche se quelle storie tutte intuito e deduzione mi affascinavano di più).

Nella tua conversazione di sabato scorso lamentavi una inflazione di letteratura gialla di poca qualità che "rovinerebbe" la piazza. La mia obiezione è che a rendere poco interessante gli emuli dei grandi romanzieri è la scarsa o nulla capacità di uscire dai clichè dei generi. I grandi autori sono quelli che, all'interno di un filone narrativo, ne  scardinano uno più punti fondanti, rinnovando il genere o creandone un altro. Qual è il tuo parere in proposito?

Sono d'accordo con questa analisi. Ritengo che a molti autori che pure vanno per la maggiore manchi un po' di coraggio. Sembra quasi che esista un format universale al quale il giallista si adegua senza tentare strade nuove.Così molte volte, anche leggendo un libro appena uscito, sembra di vivere un deja vù.  

L'invito e`, naturalmente, di leggere La scommessa e gli altri lavori di Lello.

Glenda Gurrado
temperamente.com
giugno 2010

ll dodicesimo lancio


O nasci giallista o nasci accanito lettore di gialli. Riuscireste a immaginarvi cosa succederebbe se il primo incontrasse il secondo in un penitenziario e insieme scrivessero una storia? Lello Gurrado ha organizzato l'incontro e il risultato è assolutamente esplosivo. Renato Schiavi e Francesco De vita sono colpevoli. Entrambi. Per motivi diversi. Motivi che saranno celati esattamente per 251 pagine. Ma il giallo più esplicito è un altro, quello che riguarda la storia che i due acerrimi nemici costruiscono insieme, con una vecchia Olivetti e la compagnia di una gatto chiamato Dog, perché a Renato Schiavi “piace confondere le idee”. Classica situazione: adulterio, omicidio, i soliti sospetti, secondo omicidio, risoluzione. E no. Non è così semplice, o almeno, è tutto più complicato se la tua mente è così allenata al mistero da voler trovare il particolare più (apparentemente) insignificante e continuare la storia, a modo tuo.

 

 

 

La scommessa diventa una sfida, una lotta e la libertà messa in palio si allontana sempre più. Francesco De Vita vive con i personaggi, è ormai nella loro mente e lui, più del giallista, ha negli occhi il colpevole. Ma non voglio svelarvi altro, anche perché il macro-giallo è un altro e più sadicamente contorto del primo. La scommessa di Lello Gurrado ricorda una partita di Bowling in cui, dopo 11 Strikes quel maledetto birillo, rimasto in piedi al dodicesimo lancio, ti ricorda che hai dimenticato un piccolo, misero particolare, ma che può stravolgere un intero mondo.

Grazie Baby Evert ,per aver lasciato che ti uccidessero, facendo così rotolare inesorabilmente quella lucida palla forata.

 

 

Gianluca Veltri
il Mucchio
aprile 2010

Dopo una carriera giornalistica più che quarantennale, Lello Gurrado, barese di nascita ma milanese da una vita, classe 1943, ci ha preso gusto coi gialli. E a Nomination e Assassinio in libreria, quest'ultimo apparso un anno fa, ha fatto seguito La scommessa, fresco di stampa per Marcos y Marcos. La recente uscita è ottimo pretesto per una intensa chiacchierata.

Il tuo ultimo romanzo è un thriller psicologico, nel quale si sfidano un professore critico molto manipolatore e un famoso giallista salottiero. Come hai delineato le due personalità, che sono assai ben definite?
Ho scelto due stereotipi comuni. Lo scrittore affermato, in questa nostra epoca è notoriamente salottiero, e critico, che soffre di due grandi mali: la presunzione e la permalosità. due personalità che ho voluto definire con chiarezza.

Entrambi soggiornano in carcere per rispettivi crimini. Perché hai pensato di ospitare i tuoi protagonisti in un penitenziario?
Questo, mi dispiace, non te lo posso dire. La risposta sta nell’ultima pagina del libro e non sarebbe giusto anticiparla qui.

Ok, ci abbiamo provato. Ma cosa spinge Schiavi ad accettare la scommessa? Il miraggio promosso della libertà? O il senso di sfida?
Schiavi, vale a dire lo scrittore, accetta la scommessa soprattutto con il miraggio di tornare libero (e salottiero). Il critico, invece, ne fa una questione di orgoglio e prestigio. Accetterebbe anche un prolungamento della pena pur di dimostrarsi più intelligente dello scrittore.

Durante la stesura del romanzo, lo scrittore si ferma, mostra al suo vicino segreti dei quali noi lettori siamo a conoscenza, prima ancora dei personaggi. C’era da parte tua la volontà di aprire la “scatola gialla”, di mostrare il deus ex machina. Succede davvero così, che per esempio l’ispettore viene destinato ad altro caso e si chiama un nuovo commissario, in corsa?
Non ti so dire se succeda davvero, ma lo ritengo molto plausibile. Gli investigatori non sono tutti uguali, così come non lo sono i casi da risolvere. Con l’evolversi delle indagini posso emergere elementi che consiglino un avvicendamento dei commissari. Lo ritengo un segno di intelligenza e mestiere. Per quanto riguarda il deus ex machina no, nel libro non c’è. La soluzione arriva dopo un percorso logico, non grazie a un risolutore vepiovuto dal cielo.

La scommessa diventa ben presto giallo nel giallo. Ti sei divertito a costruire la matrioska metaletteraria o è stato complicato?
Le mie letture formative non appartengono al genere giallo che pure, ovviamente, mi appassiona. Ho molto amato, e amo tuttora, gli americani della generazione post-Hemingway, i vari Joseph Heller, Kurt Vonnegut, Saul Bellow, Truman Capote. Qualceh anno fa ho perso la testa per Mordecai Richler e la sua Versione di Barney e poi per un autore russo poco conosciuto, Sergej Dovlatov. Per restare in Italia penso a Svevo, Gadda, Calvino e Bufalino. Se dovessi dirti un libro per tutti, sceglierei È successo qualcosa di Joseph Heller, superiore anche al suo più osannato Comma 22. Che ci sia qualcosa di lui ne La scommessa no, direi proprio di no. Magari.

Dice il critico: il giallo dve rispettare certe regole, non può avere soluzioni campate in aria, in cui si parla dell’assassino solo all’ultima pagina. il lettore deve avere la possibilità di individuare il colpevole. È così?
Deve essere così. È una questione di correttezza e rispetto verso il lettore. Ultimamente questa regola viene spesso calpestata. Si stanno scrivendo gialli in cui il colpevole è un poliziotto e non mi pare che sia una buona cosa.

A un certo punto lo scrittore pretende di aver finito il suo libro con una soluzione valutata troppo semplicistica dal critico. Per chi pareggi, tu? Chi ha ragione?
Eh no, il sono il narratore non il giudice. Questo compito lo lascio al lettore. Senza svelare altro, posso soltanto dire che lo scrittore e il critico difendono tesi assolutamente corrette che portano a soluzioni differenti ma entrambe plausibili. Ma non chiedermi altro, non vorrei farmi sfuggire il nome del vincitore.

 

 

Che pensi dell’esplosione del giallo nell’ultimo decennio-quindicennio? Credi che il suo utilizzo come romanzo sociale abbia arricchito o impoverito il genere? 
L’ha indubbiamente arricchito. Vedi, io vengo da anni di “giornalismo da strada” e mi accorgo che i cronisti di oggi, tranne poche significative eccezioni, non svolgono più il loro ruolo di sentinelle della società civile. Non fanno più determinate inchieste, si appiattiscono sulle dichiarazioni dei potenti. Per usare un termine proprio dei giornali, non “scavano” più. Bene, mi sembra che questo compito di approfondimento sia stato assunto negli ultimi anni proprio dai giallisti.
A
l di là dell’intrigo poliziesco, in molti romanzi si trova spesso l’indagine sociale. Per questo, rispondendo alla tua domanda, sostengo che il romanzo sociale abbia arricchito il genere senza snaturarlo.

Nel tuo precedente Assassinio in libreria fai entrare in scena due schiere di scrittori gialli, italiani e stranieri. Mi piacerebbe sottoporteli uno per uno, ma forse è troppo. Ti va di darmi dei flash su qualcuno di essi? 
Proprio dei flash, con tutti i limiti che ciò comporta.

Ok. Camilleri.
Chapeau per Camilleri, ha delineato personaggi “vivi” e ha imposto una sua lingua in tutta Italia.

Pinketts.
È forse il più geniale, purtroppo ultimamente scrive troppo poco.

Carlotto.
Si mantiene a livelli alti ed è godibilissimo.

Faletti.
Dà l’idea di aver esaurito la sua vena, ma potrebbe riservarci un colpo d’ala.

C’è qualcuno delle nuove generazioni di scrittori noir e polizieschi (non necessariamente di quel parterre)?
Gli altri italiani presenti in Assassinio in libreria - Lucarelli, Carofiglio, Colaprico, Fois, eccettera.- hanno grande personalità e meritano il successo che hanno.

Usciamo dall’Italia?
Per quanto riguarda gli stranieri, Deaver mi pare declinante, Connelly è quello che alla fine incolpa i poliziotti e, come ti ho già detto, questo non mi convince, gli altri sono tutti straordinari autori. Tra tutti, comunque, ammiro in particolare Fred Vargas che è dotata di un’inventiva, un’intelligenza e una capacità di sccrittura straordinari.

Infatti, ti stavo proprio per chiedere come mai Fred Vargas è nominata in entrambi i libri...
Il suo commissario Adamsberg a mio parere può competere tranquillamente con Maigret.

Il duello dei tuoi protagonisti è condotto sul romanzo giallo del tipo “whodonit” ossia quello nel quale il gioco sta nel’intuito e nella logia, che portano alla scoperta del colpevole. Alla Rex Stout, Agatha Christie (e tanti altri, da S.S. Van Dine a Conan Doyle). È anche la tua?
Ebbene sì, lo confesso. Però, dal momento che inventare intrighi è sempre più difficile, negli ultimi due libri, come hai sottolineato tu, mi sono addentrato nell’esplorazione della metaletteratura, una specie di backstage del romanzo. È una bella ricerca, mi auguro che piaccia.

Hai una solida esperienza giornalistica, ma ora la tua carriera da romanziere sta prendendo una piega piuttosto prolifica. Che programmi hai nel futuro prossimo?
Non ho ancora deciso. Forse un altro giallo, forse una cosa del tutto diversa. Di certo scriverò ancora perché non sono capa ce di farne a meno.

Cosa pensi che ti dia come famoso “valore aggiunto” nell’attività di romanziere la tua formazione giornalistica?
Tre cose: il ritmo, la sintesi, la descrizione dei personaggi e dei luoghi. Mi ha fatto molto piacere, per esempio, la reazione che ha avuto Tecla Dozio (la libraia che muore in Assassinio in libreria, personaggio che corrisponde a una persona reale, Ndr)quando ha letto le pagine in cui descrivevo una festa avvenuta nel suo negozio. “Ma come hai fatto?”, mi ha chiesto. “Le mie feste si svolgono esattamente così”. “È il giornalismo, bellezza” avrei dovuto risponderle.

Infine, ancora da gironalista: posso chiederti cosa pensi del Tg1?
Come romanzo giallo? Molto scadente perché è subito chiaro chi è il sicario e chi il mandante.

 

Lucia Franciosi
Mangialibri.com

aprile 2010

Da quando, appena venticinquenne, Renato Schiavi aveva pubblicato il suo primo giallo, un bestseller da due milioni di copie, la sua ascesa era stata costante e inarrestabile. Per 36 anni, 36 come le sue opere all’attivo, era stato stimato, invidiato, osannato da pubblico e critica. Ma dal giorno del suo arresto e della sua condanna a 22 anni di carcere, tutto è cambiato, tutto è andato perduto: amici, ammiratori, sua moglie, anche la scrittura. “Renato Schiavi, l’inventore di storie più prolifico della letteratura contemporanea, non aveva più voglia di scrivere”. Una “paralizzante apatia” che a Santa Vittoria, il penitenziario modello d’Italia, 60 privilegiatissimi posti, non può essere tollerata. Non può sopportarla il direttore Walter Piccolo, per cui l’arrivo nel suo penitenziario (soprannominato anche l’Albergo) del famoso Schiavi rappresenta “la ciliegina sulla torta” della sua carriera. E soprattutto non può sopportarla il professor Francesco De Vita, detenuto numero 43, il più affezionato critico e recensore - ma prima di tutto ossessivo lettore - di Renato Schiavi. Ha letto tutti i suoi libri con avidità ed eccitazione, senza alcun gusto per la narrazione, ma al solo scopo di risolvere il caso ed intuire l’epilogo della storia prima della sua conclusione. E con sua massima soddisfazione ci è sempre riuscito. Tranne in un caso, abbastanza trascurabile peraltro, una distrazione da nulla proprio nell’ultimo libro. Ma ha imparato la lezione, ed ora, ne è sicuro, non fallirà. Così sicuro che è pronto a scommetterci: “È semplice: vorrei proporle una scommessa. Lei, Schiavi, scrive un giallo e io, prima di leggere l’ultimo capitolo, le dico chi è il colpevole”. Schiavi accetta. Perché ha bisogno in qualche modo di uscire da quella sua apatia. Perché la posta in gioco è la sua stessa libertà...

 

 





È un giallo nel giallo quello che prende vita poco a poco sotto i tasti della macchina da scrivere pigiati da Schiavi e sotto le ripetute intromissioni del professore, che pretende modifiche continue sui personaggi, puntualizzazioni sui loro dialoghi e sugli aspetti della loro vita, decide tagli e messe a fuoco. È un giallo ambientato a New York e che ha per protagonisti il ricco finanziere Bob Smith, amante della giovane vittima, e il commissario Irwin Gerber, pronto sostituto dell’ispettore Melrose, troppo sanguigno per i gusti di De Vita. Così Lello Gurrado, dopo aver giocato nel fortunato
Assassinio in libreria con l’effettiva esistenza dei protagonisti, prima tra tutti dell’ancor vivissima vittima - la libraria Tecla Dozio (morta davvero è invece la sua libreria), stavolta gioca con questi incastri, con questo effetto-matrioska. Gioca a mostrarci quello che lui stesso ha definito in una recente intervista “il backstage del giallo”, del giallo tradizionale, deduttivo, in cui vengono disseminati indizi nella speranza che l’intrigo risulti abbastanza inestricabile anche per il lettore più consapevole e allenato alla giallistica. Ma non solo. Mentre gioca a farci rimbalzare tra questi due gialli, apparecchia un terzo livello, un meta-livello che diverrà esplicito solo nel finale: siamo così sicuri che il professore riuscirà a scoprire chi è l’assassino? O forse sarebbe meglio chiedersi chi, tra Schiavi e De Vita, tra uno scrittore e un critico/lettore tanto influente nella trama, è legittimato a scrivere il finale del romanzo, a deciderne l’assassino? E se alla fine non ne risultasse un’associazione a delinquere ai danni dei ruoli canonici di scrittore e lettore? 

Igor Traboni
Il Secolo d'Italia
marzo 2010

Un meta-giallo: letteratura noir in presa diretta
È il secondo romanzo del narratore di Bari ma milanese d’adozione: protagonista uno scrittore che finisce nella stessa cella del suo severo critico

Dopo il successo di Assassinio in libreria, esce oggi il nuovo romanzo di Lello Gurrado, dal titolo La scommessa (Marcos y Marcos, pp. 256, €15,00) e anche questo finemente ambientato nel mondo dei libri. Il titolo prende spunto da una sfida tra i primi due protagonisti del libro (ce ne sono altri due di cui diremo tra poco), ovvero Francesco De Vita, insegnante di storia ma soprattutto tra i più importanti recensori, e Renato Schiavi, scrittore di decine di gialli di successo. La scommessa sta tutta in un nuovo giallo, che Schiavi scriverà sotto gli occhi attenti del recensore, e questi proverà a indovinare il nome dell’assassino durante la scrittura e naturalmente prima dell’epilogo. Il tutto in un penitenziario modello, in un ambiente insomma assai particolare in cui i due finiscono... ma non possiamo dirlo perché fa parte del giallo che agli occhi del lettore sarà chiarito solo all’ultima pagina come ogni thriller che si rispetti.

Il direttore del carcere modello è Walter Piccolo, il terzo protagonista del libro, un omino dotato di un’arguzia così apparentemente semplice che però gli consente di arrivare in alto e mantenere le posizioni sociali acquisite. Basti dire che era partito esattamente dall’altra parte della barricata, per poi ritrovarsi a “giocare” da guardia, finalizzando tutta la sua esistenza al raggiungimento di un elevato status, dal trattamento con i guanti bianchi ai carcerati da cui sa di poter ricavare qualcosa al rapporto ondivago con la moglie. Gurrado disegna così un personaggio assai riuscito, anche se poi per la costruzione tecnica del giallo sono prevalenti gli altri due.

 





Ed eccoci dunque allo scrittore e al recensore: il primo arriva in carcere e si chiude in un mutismo assoluto, senza più voglia di leggere ma neanche di scrivere, come se avesse già dato tutto. Anzi, come scrive Gurrado «i libri, anche quelli, gli si erano rivoltati contro» dopo la disavventura giudiziaria. Ma proprio l’incontro con il recensore gli cambierà la vita, e non solo quella dietro le sbarre. Il professore-recensore, infatti, non aspettava altro che incontrare il suo scrittore-mito, di cui aveva letto e indovinato tutte le trame precedenti, in una vita trascorsa sempre e solo sui libri, senza neanche l’affetto stabile di una donna ( a parte quelle a pagamento perché meno impegnative sempre rispetto ai libri) o di una famiglia.
Il professore porta lo scrittore sul terreno della scommessa del nuovo giallo da scrivere in presa diretta perché crede nelle sfide, anzi: nella sfida continua che è la vita: «La vita – esclama così il professore davanti a uno Schiavi inizialmente sconcertato– ruota attorno alle sfide. E allora io, se fossi uno scrittore abile e geniale come lei, non scriverei né per il denaro né per la gloria, ma semplicemente per il gusto di fare a braccio di ferro con i lettori». Esattamente quello che fa Gurrado, giornalista di lungo corso che dalla sua Bari si è ora trasferito tra Milano e le montagne, in questo giallo avvincente. La particolarità di questo libro sta, inoltre, nella sua costruzione  “a matrioska”, cioè l’abilità di Gurrado (e qui si capisce che molto ha lavorato con i casi di cronaca) di inserire un giallo nel giallo: quello che Schiavi scrive sotto gli occhi del recensore (ambientato negli Stati uniti, compresa qualche “americanata” che però è più divertente che altro) e quello che si dipana tra i due, con degna conclusione ad effetto.

E il quarto e ultimo protagonista? Elementare Watson: l’amore per i libri! Una sana passione che trasuda da ogni pagina di questo nuovo libro di Lello Gurrado, come già nel precedente. Libri, entrambi, che anche da questo punto di vista, hanno le sembianze del giallo, genere che magari non a tutti potrà piacere e che però non sembra assolutamente passare di moda.

 

 

Gianluca Veltri
il Mucchio

marzo 2010

In un carcere di massima comodità detto l’Albergo, si trovano uno scrittore e un critico letterario. Del motivo delle rispettive condanna sarà dato cenno solo alla fine. Renato Schiavi è un romanziere brillante, all’attivo da trentasei gialli, rompicapo del tipo whodonit, condannato a ventidue anni di carcere. Il critico e professore Giovanni De Vita, anch’egli detenuto, è cinico e manipolatore. Conosce i gialli di Schiavi a memoria, ne ha sempre indovinato il colpevole e ingaggia con lui una scommessa.

I due si mettono al lavoro. Schiavi batte testi alla macchina da scrivere che il direttore gli ha messo a disposizione, e De Vita gli sta accanto. “Lei non leggerà il romanzo alla fine, ma vedrà lievitare riga per riga”, dice Schiavi al prof. “Conoscerà i personaggi man mano che verranno alla luce, saprà tutto di loro”. È affascinante l’aspetto performativo della materia, il farsi parola dopo parola. C’è un gioco tra autore, lettore e personaggi. Visto che al critico non pare gradito l’ispettore, lo scrittore si ferma: “Preferisce un tipo all’inglese, flemmatico come Sherlock Holmes? Uno meditativo come l’Adamsberg della Vargas?”. Detto fatto: l’ispettore viene dirottato su un altro caso e arriva un nuovo commissario.

 





Il giallo prende forma: si svolge a New York, ci sono due vittime, diversi potenziali sospettati. Addentrandoci all’interno della scatola in cui si svolgono le storie, Gurrado ci rende partecipi dei tranelli: false piste, cambiamenti in corsa, possibilità. Schiavi in un primo momento chiude la storia con una soluzione giudicata fraudolenta dal professore. Sentendosi nella mente dello scrittore più dello scrittore stesso, De Vita pretende di essere portatore – lui – della versione autentica del giallo, di sapere meglio di Schiavi come deve andare a finire. La fase finale si trasforma in una sorta di Misery non deve morire: l’appassionato detta le regole allo scrittore. per costringerlo ad essere fedele all’ortodossia del racconto che l’altro ha creato. Metagiallo in fieri, matrioska di romanzi, La scommessa è un libro ingegnoso e divertente.

Cristina Marra
MilanoNera

marzo 2010


Dopo la libreria Sherlockiana di Milano, dove viene avvelenata la proprietaria Tecla Dozio, la nuova location dell’ultimo giallo di Lello Gurrado, La scommessa (Marcos y Marcos), è un penitenziario. Per l’esattezza il Santa Vittoria, che ospita delinquenti speciali, quasi tutti assassini che, se non altro, “avevano puntato sull’intelligenza, non sulla brutalità”.
É qui che si ritrovano il professore Francesco De Vita, detenuto numero 43, e Renato Schiavi, detenuto numero 57, rispettivamente critico letterario e scrittore di gialli.
Dalla loro convivenza forzata nel penitenziario, denominato l’albergo, per i privilegi che offre ai sessanta detenuti, nasce una scommessa: Schiavi scriverà il suo trentasettesimo romanzo e De Vita indovinerà il colpevole prima di aver letto l’ultimo capitolo.
In palio la libertà di Schiavi. Una sfida tra i due che si perpetua pagina dopo pagina del giallo che lo scrittore scrive nella sua cella in compagnia del gatto Dog.
Supervisore, suggeritore e naturalmente critico spietato il grasso De Vita, che non perde occasione per mettere voce nella costruzione narrativa del romanzo ambientato a New York, dove viene uccisa la giovane Baby Evert, amante del finanziere Bob Smith. Da qui con grande maestria e raffinatezza stilistica, Lello Gurrado dà il via al suo romanzo nel romanzo, che si conclude con un finale che lascia senza fiato.

Come sceglie a location dei suoi romanzi e quanto l’ambientazione è importante in un giallo?
La scelta della location è ovviamente legata alla storia che si vuole raccontare. Se in Assassinio in libreria non poteva essere altro che la Sherlockiana di Milano, visto che la vittima è Tecla Dozio, nella Scommessa il carcere è altrettanto fondamentale. La storia poteva essere ambientata soltanto lì.

Il carcere-albergo, all’inizio del romanzo può essere inteso come luogo al di fuori della realtà con le sue regole, ma come una sorta di isola felice lontano da mass media. Eppure alla fine giornali e tv arrivano fin lì.

Arrivano dappertutto ormai. E sarebbe un errore non tenerne conto. Anche il direttore del carcere lo sa e, se lo gestisce in un certo modo, lo fa anche perchè prima o poi i giornali e le TV possano parlarne.

La letteratura ingabbiata o scrittori e critici trasgrediscono le sue regole?

Nella letteratura gialla forse qualche trasgressione si riscontra. Ultimamente non sempre vengono rispettate alcune regole fondamentali del poliziesco a tutto danno del lettore. Voglio dire, per fare un esempio, che una volta per risolvere un caso non si ricorreva a una medium che parla con i morti e i colpevoli andavano ricercati tra gli investigatori. Ora qualcuno lo fa. Se è così, meglio restare ingabbiati.







Nel giallo che Schiavi scrive in carcere, le donne sembrano avere la meglio come mogli, figlie o amanti…

Non del tutto. Baby Evert ha una personalità forte, riesce a fuggire da una situazione familiare tosta, si libera senza esitazioni di un marito immaturo, si fa strada da sola nel mondo del lavoro. Joan anche ha molta grinta e sa farsi rispettare, diventerà probabilmente un ottimo chirurgo.

I tre personaggi maschili di Piccolo, De Vita, Schiavi hanno invece un cattivo rapporto con le donne, che tipi sono?

Certo che hanno un brutto rapporto con le donne e forse per questo hanno fatto una brutta fine. Due in galera e un terzo solo e abbandonato alla sua grettezza. Piccolo, il direttore del carcere, una persona arida e amorale, non ha mai amato veramente la moglie così come non ha mai avuto moti di vera amicizia per nessuno, se è vero che non ha esitato a punire due vecchi amici quando ha temuto ripercussioni sulla sua carriera. Il critico letterario De Vita, un misogino, lui sì, oltre ad avere seri complessi esistenziali (non sopporta di farsi vedere nudo perché troppo grasso). Il buon Schiavi, invece, lo scrittore, è il più sfortunato. Se non fosse finito in carcere sicuramente non sarebbe stato lasciato dalla moglie.

Il gatto Dog ispira Schiavi. Anche lei possiede o scrive con un gatto vicino?
Un gatto no. Io per 18 anni, e sottolineo 18, ho scritto con Art accovacciato ai miei piedi. Era un cane delizioso, uno shitzu bianco e champagne, un grandissimo amico. Ora se ne è andato e sono rimasto solo. Ne soffro parecchio, lo confesso, ma per il momento mi sembra impossibile rimpiazzarlo. Quello che vive con me adesso, Lester, non ama la letteratura. Quando mi metto al computer va a dormire sul suo cuscinone guardandomi con un’aria di compatimento.

Qualche curiosità: che cosa legge Lello Gurrado? Ama guardare la Tv?
Diciamo subito che non sono un giallista puro, di quelli che leggono solo gialli e tutti i gialli che escono. E’ un genere che mi piace, ma non mi ossessiona. Come lettore sono abbastanza esigente. Se non mi prende, non esito a piantare un libro a metà, non sono di quelli che devono finirlo per forza, ce ne sono talmente tanti… Ultimamente ho spaziato dagli incubi dei racconti della Kolyma alla leggerezza di Sepulveda, dalle fantasticherie di Saramago al sorprendente La cena di Herman Koch.
Se guardo la TV? I Tg, qualche scampolo di rissa politica, alcuni film e molte, secondo mia moglie troppe, partite di calcio. Mai, neppure sotto tortura, un solo minuto tra Grandi Fratelli, Isole dei Famosi, Sanremi, Domeniche in, ecc. Ah, dimenticavo l’Eredità: quella sì, appena posso la vedo, mi intriga il giochino finale.

La scommessa è un romanzo nel romanzo, un work in progress con un finale shock, ma c’è un limite tra finzione e realtà?
Certo che c’è un limite. Ma il compito dello scrittore è proprio quello di renderlo il meno evidente possibile. Più si rende incerto il confine tra il vero e il verosimile più il romanzo acquista valore.

 

 

Pino Cottogni
sherlockmagazine.it
marzo 2010

Per motivi diversi, un critico e un affermato scrittore di libri gialli finiscono in carcere nella medesima cella. Data la rivalità tra i due nasce una scommessa
E' in libreria dal 25 di febbraio il romanzo La scommessa scritto da Lello Gurrado, un autore che già conosciamo avendo letto un suo precedente romanzo, il gustoso Assassinio in libreria sempre pubblicato da Marcos y Marcos, nel romanzo l’autore si diletta a uccidere la simpatica e notissima libraia milanese Tecla Dozio.
In precedenza dopo molti libri impegnati, nel 2006 pubblica con Fanucci editore il suo primo romanzo noir dal titolo Nomination. Un romanzo duro con una trama e dei personaggi quasi infernali che ricordano gli scritti di Joe R. Lansdale.

 





Con La scommessa lo scrittore ha cambiato nuovamente registro e ha scritto un romanzo giallo assolutamente non violento, cerebrale, sarà una sfida intelligente al lettore, che seguirà le vicissitudini di uno scrittore che si trova in carcere con la ulteriore disgrazia di essere in cella con un critico, che poi è il “suo critico” quello che lo ha sempre perseguitato indovinando sempre i finali dei suoi gialli.
In cella il critico sfida lo scrittore a scrivere un giallo, che lui si dice certo di poter indovinare, prima della fine, chi è il colpevole e scommette che se non ci riesce promette di restituirgli la libertà.
Ma vien da chiedersi: cosa ci fanno in carcere uno scrittore e un critico? Poi sorgono tante altre domande, ma il tutto sarà chiarito in un finale assolutamente spiazzante.

Cristina Marra
strill.it
febbraio 2010

É proprio il caso di dirlo: prendi due e paghi uno. No, non è una promozione per incentivare le vendite di libri o promuovere la lettura ma è quello che succede a chi acquista l’ultimo romanzo di Lello Gurrado, “La scommessa”(Marcos y Marcos, pag. 255 euro 15,00), da pochi giorni in libreria. Sì, perché quello di Gurrado, già autore del giallo “Assassinio in libreria”e di numerosi libri di cronaca, cultura e storia, è un romanzo nel romanzo, anzi un noir nel noir. Il plot si dipana da una scommessa che nasce in carcere tra Renato Schiavi, scrittore di gialli di fama e il suo più accanito lettore, il critico letterario De Vita: riuscirà Schiavi a scrivere un giallo il cui colpevole sarà indovinato da De Vita prima di leggere l’ultimo capitolo? É questa la prima e più importante delle scommesse che caratterizzano la storia in cui le vite dei protagonisti e quelle dei “fittizi” personaggi inventati nel penitenziario da Schiavi sono contraddistinte proprio da sfide con loro stessi. Le ostilità o incomprensioni che spesso nascono tra critici letterari e scrittori, stavolta sono rese ancora più insopportabili dalla convivenza forzata di entrambi nel penitenziario. Per Schiavi e De Vita scrivere è fondamentale, ma fino a che punto?
In una incalzante alternanza narrativa tra quello che succede ai detenuti eccellenti di Santa Vittoria, denominato “l’Albergo” e diretto dall’ambizioso Walter Piccolo e  ciò che avviene nella caotica New York del romanzo che nasce tra quelle mura, il lettore segue passo passo la costruzione di un romanzo giallo per mano e testa del suo autore e del critico-suggeritore. Un work in progress che si conclude con un finale da shock. A questo punto la prima domanda a Gurrado è d’obbligo:

La letteratura è "ingabbiata" o scrittori e critici trasgrediscono le sue regole?
Beh, nella letteratura gialla forse qualche trasgressione si riscontra. Ultimamente non sempre vengono rispettate alcune regole fondamentali del poliziesco a tutto danno del lettore. Voglio dire, per fare un esempio, che una volta per risolvere un caso non si ricorreva a una medium che parla con i morti né i colpevoli andavano ricercati tra gli investigatori. Ora qualcuno lo fa. Se è così, meglio restare "ingabbiati.

Da estimatore, il critico de Vita diventa lettore accanito dei gialli di Schiavi e scoprirne il colpevole in un gioco di rivalità con l’autore diventa un’ossessione e una sfida da vincere a ogni costo.

 




Che rapporto ha Lello Gurrado con i critici?
Assolutamente nessuno. Ho la fortuna di essere nelle mani del fantastico ufficio stampa della Marcos y Marcos e mi affido completamente a lui. Anche questa intervista, senza quell'ufficio stampa, probabilmente non ci sarebbe stata.

Come vuole la tradizione in un giallo non può mancare  il morto o i cadaveri, il detective e una microstoria che fa contorno e nel romanzo di Gurrado c’è tutto. Un binomio molto sfruttato é quello morte-amore, e l’amore ne “La scommessa” è vissuto in modo particolare.

I tre personaggi maschili di Piccolo, De Vita, Schiavi hanno un cattivo rapporto con le donne. Mi tratteggia questi personaggi?
Certo che hanno un brutto rapporto e forse per questo hanno fatto una altrettanto brutta fine. Due in galera e un terzo solo e abbandonato senza amore alla sua grettezza. Piccolo, il direttore del carcere, è una persona arida e amorale. Non ha mai amato veramente la moglie così come non ha mai avuto moti di vera amicizia per nessuno, se è vero che non ha esitato a punire due vecchi amici quando ha temuto ripercussioni sulla sua carriera. Il critico letterario De Vita è un misogino, lui sì, oltre ad avere seri complessi esistenziali (non sopporta di farsi vedere nudo perché è troppo grasso). Il buon Schiavi, invece, lo scrittore, è il più sfortunato. Se non fosse finito in carcere sicuramente non sarebbe stato lasciato dalla moglie.

Nel romanzo, Schiavi afferma che "si scrive per soldi o per la gloria", De Vita lo incalza affermando che scriverebbe per "il gusto di fare a braccio di ferro con i lettori". Cosa spinge Gurrado a scrivere e che rapporto ha con i suoi lettori?
Io scrivo soprattutto per il grande piacere di farlo. Diceva la Yourcenar che uno scrittore è tale se è capace di scrivere anche se non ha la certezza di essere pubblicato. Beh, è il mio caso. Io scrivo comunque. Certo, se dovessero arrivare anche i soldi e la gloria non mi dispiacerebbe. Il braccio di ferro con i lettori no, quello non mi interessa. Il lettore per me è un compagno di viaggio, non un rivale.

Quale sarà il prossimo viaggio di Gurrado e dei suoi lettori? Qualche anticipazione sul prossimo romanzo?
Beh, la trilogia nera l'ho ormai completata, con  "Nomination", "Assassinio in libreria" e "La scommessa". Magari provo a cambiare genere. Magari, ancora non so. Vedremo. Di certo qualcosa scriverò!

Antonio Prudenzano
Affaritaliani.it

febbraio 2010

Anteprima/"La scommessa" (Marcos y Marcos), in libreria il meta-giallo di Lello Gurrado
Un giallo nel giallo, quello costruito da Lello Gurrado ne "La scommessa" (Marcos y Marcos). Protagonista uno scrittore noir che finisce nella stessa cella del suo critico più accanito, che scommette di riuscire a indovinare prima della fine l'identità dell'assassino del romanzo che scriverà davanti ai suoi occhi... Un vero e proprio 'incubo letterario'.

E se, dopo la 'moda del giallo all'italiana', non scoppiasse quella del meta-giallo? L'operazione tutta letteraria messa su carta da Lello Gurrado nel suo nuovo (meta)libro, "La scommessa" (Marcos y Marcos, in uscita il 25 febbraio) è intrigante: l'autore di "Assassinio in libreria" si cimenta in un noir nel noir che si fa leggere d'un fiato, per riflettere sul senso stesso del fare letteratura in generale, e letteratura noir in particolare. 
Da una parte c'è uno scrittore finito nel carcere di 'lusso' di Santa Vittoria, dall'altra il suo critico più accanito, che finisce nella sua stessa cella. Il critico (Francesco De Vita) sfida lo scrittore (Renato Schiavi) a scrivere il suo nuovo giallo in sua (ossessiva) presenza. E scommette di riuscire a smascherare l'assassino prima della fine... Un gioco letterario, dunque, che rischia però di far impazzire il nostro scrittore, visto che il professor De Vita non lascia solo neanche un istante il povero Schiavi, e anzi si intromette di continuo mentre quest'ultimo scrive la sua opera più complicata... Un tormento, un incubo a occhi aperti. Che il lettore vive nella continua alternanza dei due (o meglio tre) libri in uno...

 

Salvagente
febbraio 2010

Carcere di Santa Vittoria e New York. Estate scorsa e prima. Apatico e silenzioso, giustamente condannato a 22 anni, arriva in quel penitenziario il famoso scrittore, uno dei giallisti più letti e ammirati del mondo, Renato Schiavi, 62enne ricco elegante ricercato, autore di 36 romanzi, uno all’anno da quando, appena 25enne, vendette due milioni di copie, genio e criminale, anche la moglie l’ha lasciato. Vi trova già detenuto, precedentemente condannato quasi a vita, l’oltre 50enne Francesco De Vita, docente di storia, giornalista e critico letterario, gran lettore e primo in tutto, appassionato di gialli, un libro al giorno da quando era appena 11enne, ricco grasso sgraziato (140 chili su 175 centimetri), esistenza per sfida e non per sport, genio e criminale. Il 42enne direttore è Walter Piccolo, già delinquente ultimo di una nidiata di piccoli contrabbandieri ricettatori malavitosi, trasformatosi da ladro a guardia con una delazione, avido ignorante complessato vendicativo, fiero della sua prigione, la più prestigiosa bella ambita del paese, solo gradevoli celle singole per 60 posti. Piccolo chiede a De Vita di togliere Schiavi dal silenzio scelto. De Vita riesce a provocare lo scrittore, offrendogli Dog, un gatto: dovrà battere a macchina i capitoli di un giallo senza fargli capire l’assassino prima della fine. Un altro simpatico devertissment di genere per il pugliese milanese già giornalista Lello Gurrado, tutto in terza sui doppi regole e trucchi del mestiere galeotto. Succulenti pasticci senza colonna sonora.

Giuseppina La Ciura
l_oeil_de_lucien.blog.tiscali.it
marzo 2010

Dopo essere stato brillante  giornalista e scrittore” impegnato”, Lello Gurrado si è dato al Giallo. Dopo “Nomination” e “Assassinio in libreria”- quella di Tecla Dozio - un nuovo romanzo-scommessa con se stesso e il lettore. Scommessa ampiamente vinta e a mani basse.

Siamo nel penitenziario modello di Santa Vittoria diretto da Walter Piccolo i cui metodi sono molto efficaci (ed eterodossi?) tanto che il carcere è un luogo ameno in cui regnano serenità ed armonia. Tra i vari fortunati residenti, due personaggi giustamente famosi: Renato Schiavi, grande giallista, e Francesco De Vita, illustre critico letterario. Poichè Schiavi all’inizio è triste e taciturno  , Piccolo invita il professor De Vita a riportare il giallista alla gioia di vivere e alla vita sociale. Il critico si mette subito all’opera. Propone a Schiavi di scrivere il 37esimo  giallo lì, in cella. Se Di Vita, che è un egocentrico e presuntuoso come pochi, non riuscirà ad indovinare il nome dell’assassino, egli farà di tutto per far ottenere al giallista la libertà.  Schiavi, dinanzi ad una simile offerta, accetta. Con un gatto sui piedi-non può scrivere senza un gatto vicino- una vecchia Olivetti e il critico che interrompe continuamente il suo lavoro dando consigli ed ordini ben precisi,  Schiavi racconta da par suo la storia tragica di Baby Evert, trentenne segretaria di NY con un ex marito, un amante in carica, due spasimanti, un amico sincero e un fratello che ha combattuto i talebani. E’ lei la vittima designata. Ma chi è il suo assassino?
Per il giallista è uno, per il critico ,primo della classe, un altro. Le due soluzioni sono perfettamente logiche. Ma perché i due personaggi degni a tratti  di un film di Billy Wilder- c’è molta ironia- ed autoironia- in questo straordinario divertissement- sono in carcere?

La verità all’ultima riga dell’ultima pagina. Ed è un colpo alla Gurrado!

 

L'altro quotidiano
febbraio 2010


Il divertente gioco letterario di Gurrado

Cosa ci fanno in galera uno scrittore e un critico? Ce lo chiediamo fino alla fine di questo divertente gioco letterario, di questo romanzo che contiene un romanzo. Vediamo nascere un giallo sotto i nostri occhi, concepito da un solo autore ma sviluppato a quattro mani. Un patto narrativo portato alle estreme conseguenze. Dopo aver ucciso una nota libraia milanese in Assasinio in libreria, Lello Gurrado torna alla carica. Questa volta convince un povero scrittore a convivere in una cella con il suo critico più accanito. Un critico che lo segue da sempre, e indovina il finale di tutti i suoi gialli. E adesso lo sfida a scrivere un giallo davanti a lui, convinto di poter indovinare anche così chi è l’assanssino. Ma se perderà la scommessa, se nono scoprirà il colpevole in tempo, promette di restituirgli la libertà... 





Marco Loprete
kathodik.it
giugno 2010

Ci sono libri la cui ragione d’essere risiede fondamentalmente nel finale, in quelle poche ultime righe che hanno il potere di capovolgere l’universo (letterario) e lasciare il lettore basito. E il libro di Lello Gurrado, ex giornalista di nera con alle spalle numerosi pubblicazioni inerenti cronaca, cultura e storia ed un solo altro romanzo di fiction, “Assassino in libreria”, è esattamente uno di quelli. Non che prima di pagina 255 il libro sia brutto. Lo spunto di partenza (un celebre giallista ed un critico letterario suo fervente ammiratore costretti ad una coabitazione forzata nello stesso carcere, con lo studioso che lancia allo scrittore una sfida: scrivere un giallo di cui egli dovrà trovare la soluzione prima che questa sia vergata) è buono: 





solo lo sviluppo è un po’ più prevedibile, nonostante l’indubbio fascino della prospettiva metaletteraria adottata da Gurrado, che si diverte a “scomporre” il processo creativo e ad indagare sul rapporto, per certi versi simbiotico, che lega un autore ad un lettore. Il finale, però, è terribilmente intelligente e lascia a bocca aperta anche il lettore più smaliziato. Ne vien fuori la solita riflessione sul rapporto tra arte vita, già propinataci da centinaia di libri e film, ma credeteci: le ultime righe di questo (buon) libro meritano davvero il prezzo del biglietto, nonostante uno stile non proprio memorabile ed una galleria di personaggi che, con l’eccezione del direttore del carcere (una figura davvero insolita nel suo genere), risulta un po’ stereotipata. 

Scheda del libro

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