| Walker
PERCY L'uomo che andava al cinema |
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Giulia
Zoppi Dolori
e rivincite nell’oscurità di un cinematografo Siamo nell’America dei primi Sessanta, quando il sogno americano, cinematografico e culturale, ha rotto i finti argini che lo proteggono dal resto del mondo, per mostrare la sua faccia peggiore e l’inizio del suo decadimento. In questa terra desolata di solitudini e di motel costruiti nel deserto vicino a qualche pompa di benzina, in cui fanno sosta di tanto in tanto automobilisti color confetto, vive Binx Bolling, agente di cambio, innamorato della cugina Kate e del cinema di periferia, solitario filosofo dilettante, amaro e malinconico come il suo autore, la cui vita fu segnata da una serie di sfortune tali da forgiare il suo carattere e le sue inclinazioni letterarie, nonostante una formazione di stampo scientifico (Percy era laureato in medicina). Il romanzo, considerato il suo migliore, risente delle influenze trasmesse dalla cultura europea di cui lo scrittore - durante la tubercolosi che lo colpì in giovinezza - si nutrì a piene mani ( Kierkegaard, Sartre, Camus, Tolstoij, Dostoevskij), convertendo i topoi del Vecchio Continente, nel vuoto simbolico dell’America dei consumi: famiglie perfette, barbecue la domenica, il Mardi Gras nella città del Mississippi, segretarie tutte curve e un lavoro routinario, quanto scontato.
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Traducendo questo romanzo in Austria, appena dopo la sua uscita, Peter Handke, scrittore dal gusto eccentrico e dalla vita segnata dal dramma dell’abbandono materno, lo ha annoverato immediatamente tra le opere che non passano inosservate proprio perché inoculate da quel virus che ammala il mondo e affligge gli uomini. E se ogni tanto la vita piana di Bolling viene squarciata dal dubbio o dal dolore di un immaginario senza orizzonti, la redenzione appare sotto forma di una donna, la cugina Kate, amata fino in fondo, benché afflitta da una depressione inesorabile quanto crudele. Ma al cinema, il medium meraviglioso a cui il titolo rende omaggio esplicitamente c’è, e sembra nato apposta per ricordarci che nel buoi, per magia rituale, sia che si tratti dell’uomo medio, dell’uomo solo, dell’uomo malato e dell’uomo sconfitto, arriva il momento della pace e della rivincita. Come è scritto sul cinema del quartiere di Binx, a Gentilly: Dove la felicità costa così poco; e la vita vampirizza altra vita.
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Luca
Gallesi La «ricerca» di Percy e le vite degli altri al cinema Negli ultimi tempi, le aspettative del lettore italiano verso le traduzioni di narrativa angloamericana sono andate spesso deluse. Non è questo il caso de L’uomo che andava al cinema, capolavoro di Walzer Percy, un eccellente scrittore, anche se da noi poco noto, finalmente riproposto nella traduzione di Eileen Romano, in tascabile, a undici anni dalla prima e unica edizione italiana. Nato in Alabama nel 1916, Percy non ha una vita facile: orfano dall’età di due anni, studia Medicina ma una grave forma di tubercolosi gli impedisce di esercitare la professione e lo costringe a letto per lunghi mesi durante i quali, complice la lettura di Dostoevsskij e Kierkegaard decide di convertirsi al cattolicesimo e di diventare scrittore. L’uomo che andava al cinema è il suo primo libro: un romanzo solido, originale e ben scritto, che al suo apparire – nel 1961 – vince il National Book Award. The Moviegoer, questo il titolo originario, è un esempio calzante di quello che Flannery O’Connor definiva «il mistero di scrivere», e il nome della O’Connor non è casuale, dato che Percy è, come lei, sudista e cattolico. Binx Bolling, il protagonista, è un angente di cambio ventinovenne, di New Orleans, molto bravo nel suo lavoro, discreto corteggiatore di piacenti segretarie e soprattutto assiduo frequentatore di cinema, dove si rifugia tutte le volte, e sono tante, che la realtà non lo soddisfa o non lo interessa.
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Da tempo si è accorto che la maggior parte della gente vive in una totale e beata indifferenza nei confronti degli altri: a nessuno interessa ascoltare, così come a nessuno interessano le risposte, perché, e questo è il punto, nessuno si accorge del mistero del mondo. Mistero che per Binx resta tale, ma di cui, però, è perfettamente consapevole, a differenza degli altri personaggi che recitano un ruolo, apparentemente a loro agio nell’apatia generale. «Da qualche tempo – recita il protagonista – ho l’impressione sempre più netta che tutti siano morti. L’odio mi pare uno dei pochi segni di vita che rimangono al mondo: tutte le persone cordiali e simpatiche sembrano morte ai miei occhi: solo chi odia mi pare vivo». Nonostante questo, la speranza è sempre viva e presente, e si manifesta nei modi e nelle persone più inaspettate. Ad esempio, la cugina Kate, che soffre di gravi problemi nervosi, è l’unica in grado di capirlo, o, almeno, di apprezzarlo nella sua originale «Ricerca» - Binx la chiama proprio così – che «è quella che ognuno intraprenderebbe se no venisse soffocato dal tra tran della propria vita quotidiana». E chi non si dedica alla Ricerca, è disperato, come quasi tutti gli esseri umani che si accontentano di e che hanno dimenticato cosa significa vivere. Allora, tanto vale andare al cinema a spiare le vite degli altri, degli attori, che, almeno sullo schermo, comunicano davvero. Alla fine, non c’è una conclusione: la verità è la ricerca, e la ricerca è la vita stessa, nel suo svolgersi, qui e ora, nello stupore e nella meraviglia di un mondo misterioso. |
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Alessandra
Montrucchio Riproposto da Marcos y Marcos il romanzo migliore di Walker Percy, autore di successo negli Usa degli anni ’60 ma poco noto in Italia. L’uomo che andava al cinema è un libro moderno nello stile e ha un bel protagonista, che mette costantemente a paragone le situazioni modello delle pellicole con la modesta realtà quotidiana Ci
sono libri che escono in sordina e diventano classici dopo un secolo,
libri di successo che si dimenticano in un lustro. E libri
considerati abbastanza importanti da essere tradotti ma che poi
svaniscono, come se non ci fossero mai stati.
Finché qualcuno, a
decenni dalla pubblicazione originale e ad anni dalla prima traduzione,
non decide che vale la pena di ripubblicarli, e pazienza se sono
“vecchi”: un buon libro non è vecchio o giovane, è buono e basta.
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Nemmeno lo stile è vecchio, tutt’altro. Anche nella versione italiana si può godere di un linguaggio senza le affettazioni e le prudérie di tanti libri dell’epoca; e la voce di Binx è così viva da generare passaggi incantevoli, di esemplare aderenza tra significato e significante. Esempi: “Il disagio è la pena della perdita. Il mondo è perso ai vostri occhi, il mondo e le persone che lo abitano, e rimanete solo voi e il mondo e non siete più in grado di stare nel mondo”. “Alle tre del mattino mi sveglio bruscamente in mezzo al profumo dei sogni e degli anni che ritornano in mente, si affollano e poi vengono soffiati via di nuovo”. O ancora, decisamente attuale: “Non c’è nulla di nuovo nel furto, nella libidine, nella bugia, nell’adulterio. La vera novità è che nella nostra epoca bugiardi, ladri, puttane e adulteri desiderano anche ricevere congratulazioni ed effettivamente ne ricevono, dal grande pubblico, se la loro confessione è sufficientemente psicologica o se tocca una nota di sincerità sufficientemente profonda e autentica”. In una lievità di toni che non è mai superficialità. Un libro giovane, dunque – solo Kate, nonostante la modernissima depressione, ha un che di antiquato, senza però raggiungere la statura di un’eroina alla Fitzgerald. Un libro bello? Forse la risposta corretta è: un libro costituito da molti elementi belli. Ma troppo lungo per reggersi su una trama così evanescente senza diventare noioso. Con troppi personaggi per saperli distinguere. E con una storia d’amore che non è tale: Binx e Kate sembrano una società di mutuo soccorso, non una coppia. E chiudendo il volume, viene da pensare: belle frasi. Bel personaggio. E quella scena tra lui e la segretaria in ufficio: bella. Il romanzo passa come una brezza. Che ti accarezza le guance, ti strappa un sorriso, ma subito svanisce.
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Francesco
Troiano Ecco un trittico narrativo incentrato sulla settima arte, dove l’amore per le immagini si fa piacere della scrittura. Toni appassionati e al tempo
stesso sottilmente cinefili caratterizzano Baci da cinema di Eric
Fottorino, direttore di Le Monde, con alle spalle una ventina di volumi,
tra romanzi e saggi, ospite del Salone di Torino. A muovere le fila
della narrazione - di cui già in corso un adattamento per il grande
schermo - è un avvocato quarantenne, Gilles Hector, alla ricerca della
mamma a lui ignota e negata: un’attrice con cui suo padre - direttore
della fotografia di alcuni capi d’opera della Nouvelle Vogue - ebbe
una liaison, conclusasi in maniera misteriosa. Durante la proiezione de
Gli amanti di Louis Malle, Gilles s’imbatte in una giovane donna
lieve, enigmatica e molto sposata, Mayliss De Carlo, capace
d’ispirargli la voglia d’amare e la morte che a volte accompagna
questa voglia.
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Marco Denti BooksHighway dicembre 2010 John Bickerson Bolling, meglio noto come Binx è una sorta di fuggitivo dal mondo, una specie di pellegrino che vuole evitare tutti i drammi emotivi mantenendo una sorta di celebrata e condivisa “mediocrità” al di sopra di tutti gli eventi, cercando una monotonia persino negli affetti e nei sentimenti e cambiando le fidanzate così come cambia le segretarie (che, nei sentimenti, e non a caso, coincidono). Un vero e proprio outsider per cui “tutto è sempre capovolto”. Punto di riferimento chiave della sua esistenza, oltre alla location piuttosto particolare (New Orleans nei giorni del Mardi Gras), è il cinema che per Binx diventa anche un mezzo per crearsi una propria immagine delle persone (la zia, Sharon, lo zio Jules e più di tutte, Kate) quasi volesse “ridurle” a un suo particolare microcosmo. Atteggiamento che ha il suo zenith nella gita al mare con Sharon (nemmeno l’incidente stradale gli impedisce di continuare a procedere con i suoi piani) e il suo punto più basso nella realizzazione del rapporto con Kate (e di riflesso con la zia) quando il mondo dell’Uomo che andava al cinema è ormai destinato a disintegrarsi, epilogo annunciato con ampio margine di sicurezza. Tra questi due estremi l’intenso, quanto breve, momento passato con il fratellastro Lonnie, un altro “sofferente”, per ragioni fisiche, con cui Binx riesce a costruire un rapporto edificante e per certi versi più sereno di tutti gli altri legami sparsi durante la storia. |
È la morte di Lonnie, forse, da intendere come la definitiva conclusione dell’esperienza di Binx che, a questo punto, conclude la sua ricerca (senza per questo aver raggiunto alcun risultato in qualche modo tangibile) e si adegua al ritmo imposto dagli eventi e dalle persone a cui è legato, per un motivo o per l’altro. Smette di andare al cinema, una conseguenza inevitabile, e si ritrova davvero “estraneo” quando i protagonisti che lo circondano, Kate in primis, diventano reali e non più vaghe immagini della sua “mediocre” fantasia. La conclusione è drastica: “Oggi è il mio trentesimo compleanno e sono seduto sulla giostra nel cortile della scuola, aspetto Kate e non penso a niente. Ora, all’inizio del trentunesimo anno del mio tetro pellegrinaggio sulla terra, sapendo meno di quanto ne abbia mai saputo, avendo imparato solo a riconoscere la merda quando la vedo, vivendo in realtà nel secolo stesso della merda, il grande cesso dell’umanesimo scientifico dove i bisogni sono soddisfatti, dove ognuno diventa uno qualsiasi, una persona calorosa e creativa, e prospera come uno scarafaggio stercorario, e dove gli uomini sono morti, morti, morti; e dove il disagio occupa perennemente il cielo come una pioggia di pulviscolo radioattivo e dove la gente teme in realtà non che si faccia esplodere la bomba ma che non lo si faccia, in questo giorno in cui compio trent’anni, non so nulla e non mi resta altro da fare che cadere in preda al desiderio”. E’ proprio la sua voce, e dovrebbe bastare a comprendere la grandezza di Walker Percy. |
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Irene
Bignardi L'uomo
che amava i film, e non ha tentato i registi
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Serenella
Forlani
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Per il trentenne Binx anche un brutto film è meglio della realtà più bella (se qualcosa di bello può mai esserci nel mondo reale) ed è solo nel buio di un cinema che egli si sente felice. E mentre le altre persone “registrano” le sensazioni e i ricordi legati ai momenti memorabili della loro vita, egli fa tesoro dei fatti salienti dei film che ha visto, come quando John Wayne uccise tre uomini in “Ombre rosse” o la volta in cui il gattino trovò Orson Welles ne “Il terzo uomo”. Grande classico americano, è anche una storia d’amore. Quella con Kate Cutrer, “la donna più affascinante di New Orleans” e allo stesso tempo vittima di una sinistra magia che le fa trasformare ciò che tocca in orrore per poi permetterle salvifiche risalite nei momenti più neri. Annoverato tra i cento migliori romanzi del XX secolo dalla rivista Time e da Modern Library, vincitore del National Book Award nel 1961, “L’uomo che andava al cinema” riflette la vita complessa e triste di Walker Percy. Un esistenza, conclusasi nel 1990, che influì sul suo carattere introverso e sul modo di concepire la realtà – con una certa propensione alla sfortuna – che traspare dalle pagine del suo più famoso capolavoro. |
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Marco
Drago
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Il titolo e la quarta di copertina sviano leggermente il lettore ignaro: non è vero che si parla di cinema, ci sono accenni qua e là, più come esemplificazione del mondo immaginario in cui vive Binx, che altro. Sempre in quarta viene riportata la felice frase di Peter Handke su Binx Bolling (“più che un eroe è un santo”) ed ecco che le cose all’improvviso si vedono come davvero stanno: Binx, che per tutto il romanzo ci avverte di essere un ateo, assolutamente diffidente non solo nei confronti della chiesa ma della religione tout court, Binx è in realtà un santo: si prende cura, nella sua maniera, della cugina esaurita (ma intelligente e iperlucida), si comporta sempre in modo da non dar fastidio all’insopportabile zia, è amato dai figli della madre, che abitano fuori città tra ghiaia e paludi... Un romanzo che Marcos Y Marcos ha fatto benissimo a riproporre, lontano dalle americanate che intasano gli scaffali. E finalmente uno scrittore che non pretende di imporci il suo stile anche se non ci piace: non credo che esista uno stile Walker Percy con il quale fare i conti e questo è un bene, una di quelle cose che dovremmo apprezzare di più, in uno scrittore. Niente ansia da primo della classe, solo una grande profondità, una grande intelligenza (garbata, ma non troppo) e la miracolosa resa della realtà nella sua irreale frantumazione. |
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Marie Claire febbraio 1999 In un’epoca in cui troppi cincischiano con gli assoluti, incontrare uno come il protagonista di questo romanzo è un’esperienza salutare. Binx Bolling ha trent’anni, fa l’agente di cambio a New Orleans, coltiva con leggerezza un debole per le sue segretarie e con ardore la passione per il cinema, dov’è «proprio felice, anche quando proiettano un brutto film». E dopo aver letto molti libri fondamentali su questioni-chiave si accorge che, una volta sistemato l’universo, gli resta da sistemare se stesso. Come? Attraverso una sua personalissima «ricerca orizzontale»: niente Dio, cause ultime, grandi verità. Semplicemente con la ricerca di frammenti di autenticità che gli permettono di sfuggire dalla routine e «non distrarsi dalla meraviglia neanche cinque minuti». Le corse in riva al mare con l’Mg scintillante come una coccinella, il ricordo dell’odore della guerra d’Indocina, quell’amore speciale per la cugina Kate, bella e dannata. Fosse un film, l’avrebbe girato Truffaut. |
Dario
Voltolini Merita un applauso Marcos Y Marcos per aver ristampato L’uomo che andava al cinema di Walker Percy. Da anni l’edizione Mondadori era esaurita e introvabile (che fosse esistita poteva però qui essere segnalato; invece niente, come se Percy fosse una primizia di importazione). Questo libro meraviglioso, il cui titolo originale è The Moviegoer (1961), sembra fatto d’ossigeno. Il protagonista e narratore, Binx Bolling, è una della figure incancellabili della letteratura del ′900. I fatti raccontati sono quasi un pretesto per parlare dei luoghi. I luoghi sono quasi un pretesto per parlare delle persone, e le persone sono un pretesto per parlare di qualcosa che non ha un nome preciso, ma che sta tra la visione del mondo, il senso delle cose, con la sensazione di vivere e la struttura della nostra esistenza. Il comportamento, i pensieri, soprattutto lo sguardo di Binx Bolling filtrano per noi la realtà quotidiana, estraendone quella specie di quintessenza impalpabile che talvolta crediamo di intuire, di poter afferrare, mentre già sta dileguando. Invece eccola qua, prodotta dalla scrittura di Walker Percy, le rete trasparente che forse tiene insieme tutto sulla Terra.
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Barbara
Caffi Se un brutto film è meglio della realtà È così fuori dagli schemi questo romanzo che si può faticare a tovare la chiave per entrarci: L’uomo che andava al cinema di Walker Percy è un piccolo capolavoro, ora ripubblicato da Marcos y Marcos nella traduzione di Eileen Romano. Il protagonista è Binx Bolling, trentenne disadattato al mondo, infelice senza scosse che ha l’unico desiderio di starsene in pace, di trovare un angolo tranquillo. Il cinema per lui non è una fissazione da cinefilo, è un luogo in cui si può vivere una realtà altra, anche se non necessariamente migliore, al punto che per Bolling anche un brutto film, visto in una sala buia, dà felicità. Il romanzo, pubblicato agli inizi degli anni Sessanta, pur non essendo autobiografico riflette la vita e il carattere di Percy, segnato fin dalla nascita da lutti e malattie. Attenzione, però: L’uomo che andava al cinema non è un romanzo disperato e e ha anzi un che di rassicurante.
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