Walker PERCY

L'uomo che andava al cinema

leggi

Marco Denti, BooksHighway, dicembre 2010
Giulia Zoppi, Il Manifesto, giugno 2010

Luca Gallesi, Avvenire, Giugno 2010 

Francesco Troiano, La Stampa - TuttoLibri, maggio 2010

Alessandra Montrucchio, giudiziouniversale.it, maggio 2010
Barbara Caffi,
La Provincia, maggio 2010
Irene Bignardi, Il Venerdì di Repubblica, aprile 2010

Serenella Forlani, voceditalia.it, aprile 2010
Alessandro Zaccuri,
Avvenire, agosto 1999

Marco Drago, Rockerilla, marzo 1999
Dario Voltolini, La Stampa, febbraio 1999
Marie Claire
, febbraio 1999
Giampaolo Martelli,
Il Giornale, febbraio 1999

 

ascolta

guarda

Giulia Zoppi
Il Manifesto

giugno 2010

Dolori e rivincite nell’oscurità di un cinematografo

Anche se il titolo di questo classico del ‘900, dimentica dall’editoria italiana e ripubblicato ora da Marcos y Marcos, farebbe pensare alle memorie di un cinefilo alle prese con la sua dolcissima ossessione, il romanzo di Percy parla d’altro, o meglio, ingloba il cinema e i rituali ad esso connessi, nella routine della vita marginale, opaca e cinicamente uguale a sé stessa, nel profondo sud degli Usa, nel ventre caldo e appiccicoso di New Orleans.

Siamo nell’America dei primi Sessanta, quando il sogno americano, cinematografico e culturale, ha rotto i finti argini che lo proteggono dal resto del mondo, per mostrare la sua faccia peggiore e l’inizio del suo decadimento. In questa terra desolata di solitudini e di motel costruiti nel deserto vicino a qualche pompa di benzina, in cui fanno sosta di tanto in tanto automobilisti color confetto, vive Binx Bolling, agente di cambio, innamorato della cugina Kate e del cinema di periferia, solitario filosofo dilettante, amaro e malinconico come il suo autore, la cui vita fu segnata da una serie di sfortune tali da forgiare il suo carattere e le sue inclinazioni letterarie, nonostante una formazione di stampo scientifico (Percy era laureato in medicina). Il romanzo, considerato il suo migliore, risente delle influenze trasmesse dalla cultura europea di cui lo scrittore - durante la tubercolosi che lo colpì in giovinezza - si nutrì a piene mani ( Kierkegaard, Sartre, Camus, Tolstoij, Dostoevskij), convertendo i topoi del Vecchio Continente, nel vuoto simbolico dell’America dei consumi: famiglie perfette, barbecue la domenica, il Mardi Gras nella città del Mississippi, segretarie tutte curve e un lavoro routinario, quanto scontato.

 






Vincitore del National Book Award nel 1962, L’uomo che andava al cinema (The Moviegoer) narra la storia poco appassionata e appassionante di un trentenne che fa i conti con una quotidianità semplice, priva di avvenimenti e piena di immagini (mentali e cinamatografiche) che tengono conto delle persone, conosciute o appena sfiorate, con un senso del disgusto e del distacco ironico e superficiale, di chi si lascia trasportare dal mondo: di chi ha un senso dell’orizzonte mai capace di andare oltre la linea infinita tracciata nel cielo, quella che taglia lo sguardo e che divide la terra rossa del deserto dal cielo sgombro di nuvole.

Traducendo questo romanzo in Austria, appena dopo la sua uscita, Peter Handke, scrittore dal gusto eccentrico e dalla vita segnata dal dramma dell’abbandono materno, lo ha annoverato immediatamente tra le opere che non passano inosservate proprio perché inoculate da quel virus che ammala il mondo e affligge gli uomini. E se ogni tanto la vita piana di Bolling viene squarciata dal dubbio o dal dolore di un immaginario senza orizzonti, la redenzione appare sotto forma di una donna, la cugina Kate, amata fino in fondo, benché afflitta da una depressione inesorabile quanto crudele.

Ma al cinema, il medium meraviglioso a cui il titolo rende omaggio esplicitamente c’è, e sembra nato apposta per ricordarci che nel buoi, per magia rituale, sia che si tratti dell’uomo medio, dell’uomo solo, dell’uomo malato e dell’uomo sconfitto, arriva il momento della pace e della rivincita. Come è scritto sul cinema del quartiere di Binx, a Gentilly: Dove la felicità costa così poco; e la vita vampirizza altra vita.

 

Luca Gallesi
Avvenire
giugno 2010

La «ricerca» di Percy e le vite degli altri al cinema

Negli ultimi tempi, le aspettative del lettore italiano verso le traduzioni di narrativa angloamericana sono andate spesso deluse. Non è questo il caso de L’uomo che andava al cinema, capolavoro di Walzer Percy, un eccellente scrittore, anche se da noi poco noto, finalmente riproposto nella traduzione di Eileen Romano, in tascabile, a undici anni dalla prima e unica edizione italiana. Nato in Alabama nel 1916, Percy non ha una vita facile: orfano dall’età di due anni, studia Medicina ma una grave forma di tubercolosi gli impedisce di esercitare la professione e lo costringe a letto per lunghi mesi durante i quali, complice la lettura di Dostoevsskij e Kierkegaard decide di convertirsi al cattolicesimo e di diventare scrittore. L’uomo che andava al cinema è il suo primo libro: un romanzo solido, originale e ben scritto, che al suo apparire – nel 1961 – vince il National Book Award. The Moviegoer, questo il titolo originario, è un esempio calzante di quello che Flannery O’Connor definiva «il mistero di scrivere», e il nome della O’Connor non è casuale, dato che Percy è, come lei, sudista e cattolico. Binx Bolling, il protagonista, è un angente di cambio ventinovenne, di New Orleans, molto bravo nel suo lavoro, discreto corteggiatore di piacenti segretarie e soprattutto assiduo frequentatore di cinema, dove si rifugia tutte le volte, e sono tante, che la realtà non lo soddisfa o non lo interessa. 

 







Da tempo si è accorto che la maggior parte della gente vive in una totale e beata indifferenza nei confronti degli altri: a nessuno interessa ascoltare, così come a nessuno interessano le risposte, perché, e questo è il punto, nessuno si accorge del mistero del mondo. Mistero che per Binx resta tale, ma di cui, però, è perfettamente consapevole, a differenza degli altri personaggi che recitano un ruolo, apparentemente a loro agio nell’apatia generale. «Da qualche tempo – recita il protagonista – ho l’impressione sempre più netta che tutti siano morti. L’odio mi pare uno dei pochi segni di vita che rimangono al mondo: tutte le persone cordiali e simpatiche sembrano morte ai miei occhi: solo chi odia mi pare vivo». Nonostante questo, la speranza è sempre viva e presente, e si manifesta nei modi e nelle persone più inaspettate. Ad esempio, la cugina Kate, che soffre di gravi problemi nervosi, è l’unica in grado di capirlo, o, almeno, di apprezzarlo nella sua originale «Ricerca» - Binx la chiama proprio così – che «è quella che ognuno intraprenderebbe se no venisse soffocato dal tra tran della propria vita quotidiana». E chi non si dedica alla Ricerca, è disperato, come quasi tutti gli esseri umani che si accontentano di e che hanno dimenticato cosa significa vivere. Allora, tanto vale andare al cinema a spiare le vite degli altri, degli attori, che, almeno sullo schermo, comunicano davvero. Alla fine, non c’è una conclusione: la verità è la ricerca, e la ricerca è la vita stessa, nel suo svolgersi, qui e ora, nello stupore e nella meraviglia di un mondo misterioso.

Alessandra Montrucchio
giudiziouniversale.it
maggio 2010

La vita perfetta dei film

Riproposto da Marcos y Marcos il romanzo migliore di Walker Percy, autore di successo negli Usa degli anni ’60 ma poco noto in Italia. L’uomo che andava al cinema è un libro moderno nello stile e ha un bel protagonista, che mette costantemente a paragone le situazioni modello delle pellicole con la modesta realtà quotidiana

Ci sono libri che escono in sordina e diventano classici dopo un secolo, libri di successo che si dimenticano in un lustro. E libri considerati abbastanza importanti da essere tradotti ma che poi svaniscono, come se non ci fossero mai stati. Finché qualcuno, a decenni dalla pubblicazione originale e ad anni dalla prima traduzione, non decide che vale la pena di ripubblicarli, e pazienza se sono “vecchi”: un buon libro non è vecchio o giovane, è buono e basta.
Questo il criterio che deve avere spinto Marcos y Marcos a riproporre – dopo l’edizione Mondadori dell’89 – il romanzo più famoso di un autore non famoso, almeno da noi: L’uomo che andava al cinema di Walker Percy. Ma è un buon libro?
Certo non è vecchio, pur essendo del 1961. Per trama, scrittura, protagonista. In realtà, una trama vera e propria non c’è, sostituita da un susseguirsi di divagazioni. A divagare è Binx Bolling: un agente di cambio il quale, tornato dalla guerra di Corea con più cicatrici di quelle che si vedono, si divide tra cinema, visite alla zia, lavoro, corte alla segretaria e dialoghi con la figliastra della zia, Kate, sempre depressa e sull’orlo del suicidio.
Tra un film e l’altro – il cinema è il termine di paragone costante: la perfetta vita filmica e l’imperfetta vita reale – Binx osserva il mondo e le persone, verso cui prova una gratitudine e meraviglia tali da spingerlo a tentare una non meglio definita Ricerca, quella capace (forse) di cogliere il senso ultimo del Tutto. Ma la sua unica, vera ricerca è Kate: e aiutarla ad affrontare l’esistenza.

 







Nemmeno lo stile è vecchio, tutt’altro. Anche nella versione italiana si può godere di un linguaggio senza le affettazioni e le prudérie di tanti libri dell’epoca; e la voce di Binx è così viva da generare passaggi incantevoli, di esemplare aderenza tra significato e significante. Esempi: “Il disagio è la pena della perdita. Il mondo è perso ai vostri occhi, il mondo e le persone che lo abitano, e rimanete solo voi e il mondo e non siete più in grado di stare nel mondo”. “Alle tre del mattino mi sveglio bruscamente in mezzo al profumo dei sogni e degli anni che ritornano in mente, si affollano e poi vengono soffiati via di nuovo”.
O ancora, decisamente attuale: “Non c’è nulla di nuovo nel furto, nella libidine, nella bugia, nell’adulterio. La vera novità è che nella nostra epoca bugiardi, ladri, puttane e adulteri desiderano anche ricevere congratulazioni ed effettivamente ne ricevono, dal grande pubblico, se la loro confessione è sufficientemente psicologica o se tocca una nota di sincerità sufficientemente profonda e autentica”. In una lievità di toni che non è mai superficialità.
Un libro giovane, dunque – solo Kate, nonostante la modernissima depressione, ha un che di antiquato, senza però raggiungere la statura di un’eroina alla Fitzgerald. Un libro bello? Forse la risposta corretta è: un libro costituito da molti elementi belli. Ma troppo lungo per reggersi su una trama così evanescente senza diventare noioso. Con troppi personaggi per saperli distinguere. E con una storia d’amore che non è tale: Binx e Kate sembrano una società di mutuo soccorso, non una coppia. E chiudendo il volume, viene da pensare: belle frasi. Bel personaggio. E quella scena tra lui e la segretaria in ufficio: bella. Il romanzo passa come una brezza. Che ti accarezza le guance, ti strappa un sorriso, ma subito svanisce.

 

 

Francesco Troiano
La Stampa - TuttoLibri

maggio 2010

Ecco un trittico narrativo incentrato sulla settima arte, dove l’amore per le immagini si fa piacere della scrittura.

Toni appassionati e al tempo stesso sottilmente cinefili caratterizzano Baci da cinema di Eric Fottorino, direttore di Le Monde, con alle spalle una ventina di volumi, tra romanzi e saggi, ospite del Salone di Torino. A muovere le fila della narrazione - di cui già in corso un adattamento per il grande schermo - è un avvocato quarantenne, Gilles Hector, alla ricerca della mamma a lui ignota e negata: un’attrice con cui suo padre - direttore della fotografia di alcuni capi d’opera della Nouvelle Vogue - ebbe una liaison, conclusasi in maniera misteriosa. Durante la proiezione de Gli amanti di Louis Malle, Gilles s’imbatte in una giovane donna lieve, enigmatica e molto sposata, Mayliss De Carlo, capace d’ispirargli la voglia d’amare e la morte che a volte accompagna questa voglia.
Analisi delle intermittenze del cuore e delle derive della passione, trattatello sulla rêverie e sulla memoria, Baci da cinema è pure, dietro ai sorrisi e agli sguardi fissati in celluloide di Anna Karina, Jean Seberg e Jeanne Moreau, un omaggio alla stagione della Nouvelle Vogue affettuoso e sentito: aggettivi adoperabili parimenti per la scrittura, a proprio agio nel descrivere - con brio ed eleganza - le indagini di questo «Maigret metafisico che pedina le sue origini».

Un antieroe solitario,che ricava conforto solamente quando John Wayne uccide tre uomini in Ombre rosse o il gattino trova Orson Wells ne Il terzo uomo, è al centro di L’uomo che andava al cinema, romanzo di Walker Percy del 1961, appena ristampato. Binx Bolling vive «nel gran cesso dell’umanesimo scientifico, dove i bisogni sono soddisfatti, dove ognuno diventa uno qualsiasi, una persona calorosa e creativa, e prospera come una scarafaggio stercorario»: egli s’aggira per le via di New Orleans come uno spettro o un perenne straniero, rifuggendo gli altri, mosso da minute pulsioni (il didietro delle ragazze) e da una metodica passione, il cinema. 

 

 

 


Apprezzato da Peter Andke che, traducendolo in tedesco, affermava le proprie affinità con Binx, il libro è ormai un piccolo classico e il protagonista è un personaggio del tutto contemporaneo nel proprio smarrimento, cui trova rifugio nel cinema che «lo rende felice anche quando proiettano un brutto film», in quelle sale «dove la felicità costa così poco». Vincitore, all’epoca della sua uscita, del National Book Award, L’uomo che andava al cinema lascia scorrere in trasparenza il ritratto del proprio autore, temperamento introverso e sensibile, un’esistenza segnata dalla malattia e vissuta sotto il gravame del suicidio paterno.

È alquanto peculiare pure la figura che campeggia in Cinebrivido dell’argentino José Pablo Feinmann, autore prolifico - da Últimos días de la víctima (1979) a La sombra de Heidegger (2004) - quanto assai difficilmente incasellabile. È una sorta di bizzarro divertissement del brivido scritto nel 1994 (e nel nostro paese apparso, per la prima volta, nel 1998). Fernando Castelli, cinefilo bramoso di diventare soggettista, ha tanto desiderio di scrivere una storia vera che s’affanna con ogni mezzo a farla realmente accadere: vessato dalla madre («incuteva più paura di Hackman»), egli ricava ispirazione da un particolarissimo consigliere, Jack lo Squartatore, che gli dà suggerimenti singolari ed alquanto sinistri («è giusto ammazzare un cattivo traduttore»), mentre l’ispettore Colombres - troppo scaltro per non comprendere chi si celi sotto le vesti del serial killer che si fa chiamare Van Gogh - cerca di manipolare le cose per recuperare l’amore della propria vita, una ragazza esuberante dalle ambigue tendenze sessuali. Costruito a guisa di un film, appositamente rendendo labile il confine tra quel che al protagonista accade e  quanto invece egli fantastica, Cinebrivido pare voler parafrasare uno dei massimi esiti di Luis Buñuel, Ensayo de un crimen (1955), in cui il giovane messicano altoborghese Archibaldo de la Cruz, ossessionato dall’idea di dover assassinare delle donne, ipotizza omicidi «per caso» senza commetterli.

Marco Denti
BooksHighway

dicembre 2010

John Bickerson Bolling, meglio noto come Binx è una sorta di fuggitivo dal mondo, una specie di pellegrino che vuole evitare tutti i drammi emotivi mantenendo una sorta di celebrata e condivisa “mediocrità” al di sopra di tutti gli eventi, cercando una monotonia persino negli affetti e nei sentimenti e cambiando le fidanzate così come cambia le segretarie (che, nei sentimenti, e non a caso, coincidono). Un vero e proprio outsider per cui “tutto è sempre capovolto”. Punto di riferimento chiave della sua esistenza, oltre alla location piuttosto particolare (New Orleans nei giorni del Mardi Gras), è il cinema che per Binx diventa anche un mezzo per crearsi una propria immagine delle persone (la zia, Sharon, lo zio Jules e più di tutte, Kate) quasi volesse “ridurle” a un suo particolare microcosmo. Atteggiamento che ha il suo zenith nella gita al mare con Sharon (nemmeno l’incidente stradale gli impedisce di continuare a procedere con i suoi piani) e il suo punto più basso nella realizzazione del rapporto con Kate (e di riflesso con la zia) quando il mondo dell’Uomo che andava al cinema è ormai destinato a disintegrarsi, epilogo annunciato con ampio margine di sicurezza. 
Tra questi due estremi l’intenso, quanto breve, momento passato con il fratellastro Lonnie, un altro “sofferente”, per ragioni fisiche, con cui Binx riesce a costruire un rapporto edificante e per certi versi più sereno di tutti gli altri legami sparsi durante la storia. 




È la morte di Lonnie, forse, da intendere come la definitiva conclusione dell’esperienza di Binx che, a questo punto, conclude la sua ricerca (senza per questo aver raggiunto alcun risultato in qualche modo tangibile) e si adegua al ritmo imposto dagli eventi e dalle persone a cui è legato, per un motivo o per l’altro. Smette di andare al cinema, una conseguenza inevitabile, e si ritrova davvero “estraneo” quando i protagonisti che lo circondano, Kate in primis, diventano reali e non più vaghe immagini della sua “mediocre” fantasia. La conclusione è drastica: “Oggi è il mio trentesimo compleanno e sono seduto sulla giostra nel cortile della scuola, aspetto Kate e non penso a niente. Ora, all’inizio del trentunesimo anno del mio tetro pellegrinaggio sulla terra, sapendo meno di quanto ne abbia mai saputo, avendo imparato solo a riconoscere la merda quando la vedo, vivendo in realtà nel secolo stesso della merda, il grande cesso dell’umanesimo scientifico dove i bisogni sono soddisfatti, dove ognuno diventa uno qualsiasi, una persona calorosa e creativa, e prospera come uno scarafaggio stercorario, e dove gli uomini sono morti, morti, morti; e dove il disagio occupa perennemente il cielo come una pioggia di pulviscolo radioattivo e dove la gente teme in realtà non che si faccia esplodere la bomba ma che non lo si faccia, in questo giorno in cui compio trent’anni, non so nulla e non mi resta altro da fare che cadere in preda al desiderio”. E’ proprio la sua voce, e dovrebbe bastare a comprendere la grandezza di Walker Percy.

Irene Bignardi
Il Venerdì di Repubblica
aprile 2010

L'uomo che amava i film, e non ha tentato i registi

Non è un libro sul cinema. Ma come si può ignorare (anche per averlo letto e amato una generazione fa) un libro intitolato L'uomo che andava al cinema?
Approfitto, dunque, di questo ambiguo titolo - ambiguo in quanto il protagonista al cinema ci va sì, ogni tanto, ma non nella maniera maniacale e cinefila di altri recenti personaggi che sono una continua citazione - per segnalare qui la riedizione (presso Marcos y Marcos) di un libro molto bello, molto strano, molto fuori dalla rude corrente delle mode. Binx Bolling, il protagonista di questo romanzo firmato da Walker Percy - un medico che non esercitava, un filosofo della domenica travestito da narratore, un cattolico nel dubbio, oltre che vincitore, nel 1962, con questo libro, del National Book Award - si aggira per New Orleans come un fantasma o un perenne straniero, estraneo alla realtà degli altri, legato alla sua piccola quotidianità dai fili di alcuni sentimenti ben nascosti e d alcune controllate passioni: il sedere delle ragazze (due o tre volte liricamente citato) e il cinema.

 








Il cinema, che modella e fa da punto di riferimento per molti suoi comportamenti, il cinema che lo rende felice «anche quando proiettano un brutto film», il cinema «dove la felicità costa così poco» (frase su cui meditare, ora che al cinema si soffre anche molto). Non succedono grandi cose in questo libro, una tessitura di disagio, piccoli amori, grandi amicizie, ricordi, al contrario che sullo schermo di vecchi cinema dove ogni tanto Binx si consola tra John Wayne e Orson Welles.
Di questo «straniero», di questo ribelle senza una causa, di questo uomo senza qualità che non fa danni, che vuole stare con se stesso, contano soprattutto gli umori, la continua ricerca di un'etica e una forma di comunicazione con il resto dell'umanità - tra New Orleans e la vecchia America da cui proviene. La sua solitudine è molto piaciuta a un altro celebre infelice senza desideri, Peter Handke, che traducendo in tedesco Percy, nel 1980, dichiarava la sua affinità con Binx. Per fortuna non ha tentato nessun regista: L'uomo che andava al cinema è rimasto un difficile, piccolo capolavoro letterario.
 

Serenella Forlani
voceditalia.it

aprile 2010


E' nel buio di un cinema che il protagonista si sente finalmente vivo e felice. Perche' anche un film brutto e' meglio della vita reale

Binx Bolling vive «nel grande cesso dell’umanesimo scientifico, dove i bisogni sono soddisfatti, dove ognuno diventa uno qualsiasi, una persona calorosa e creativa, e prospera come uno scarafaggio stercorario».
È questo l’universo in cui vive il protagonista de “L’uomo che andava al cinema”, capolavoro dello scrittore americano Walker Percy, in libreria dal 22 aprile edito da Marcos y Marcos. Una storia dura e indimenticabile che narra delle trappole della società moderna da cui Bolling, trentenne indifferente alla vita e alle persone, scappa rifugiandosi nella certezza della finzione cinematografica come in un mondo capovolto dove le cose considerate belle e piacevoli per chiunque sono, per questo (anti-)eroe contemporaneo, eventi negativi. E viceversa.

 

 




Per il trentenne Binx anche un brutto film è meglio della realtà più bella (se qualcosa di bello può mai esserci nel mondo reale) ed è solo nel buio di un cinema che egli si sente felice. E mentre le altre persone “registrano” le sensazioni e i ricordi legati ai momenti memorabili della loro vita, egli fa tesoro dei fatti salienti dei film che ha visto, come quando John Wayne uccise tre uomini in “Ombre rosse” o la volta in cui il gattino trovò Orson Welles ne “Il terzo uomo”.
Grande classico americano, è anche una storia d’amore. Quella con Kate Cutrer, “la donna più affascinante di New Orleans” e allo stesso tempo vittima di una sinistra magia che le fa trasformare ciò che tocca in orrore per poi permetterle salvifiche risalite nei momenti più neri.
Annoverato tra i cento migliori romanzi del XX secolo dalla rivista Time e da Modern Library, vincitore del National Book Award nel 1961, “L’uomo che andava al cinema” riflette la vita complessa e triste di Walker Percy. Un esistenza, conclusasi nel 1990, che influì sul suo carattere introverso e sul modo di concepire la realtà – con una certa propensione alla sfortuna – che traspare dalle pagine del suo più famoso capolavoro.

Marco Drago
Rockerilla

marzo 1999

New Orleans, anni sessanta. Se già vi appassionate per luoghi e date particolari, mi sa che questo romanzo vi farà drizzare le antenne. Attenzione, però: niente America e niente anni sessanta come avete imparato dai Soliti Cattivi Maestri. L’America assume ne L’uomo che andava al cinema, l’aspetto qualunque che meno ti aspetti. Certo che New Orleans è sempre quella, in quasi tutti i libri, il Mardi Gras, le paludi tutt’intorno, la savana... ma è il modo in cui la vive Binx Bolling, il protagonista, a spogliarla di tutta la retorica, a renderla pericolosamente uguale a tutti i luoghi del mondo. Le poche pagine ambientate a Chicago brillano per la mancanza di confronto diretto con il Sud e dimostrano che l’America di questo libro è un pretesto e basta, così come gli anni sessanta. Walker Percy (1916-1990) parla di cervello e in particolare di cervello malato: la depressione.
La cugina di Binx, Kate, soffre di un vuoto interiore inesprimibile che diventa, via via che ci si avvicina alla fine, l’unico argomento del libro, un vuoto che sembra divorare piano piano anche le persone care a Kate, come la matrigna e lo stesso Binx. Ma Binx non è certo il tipo che si smonta davanti a una semplice depressione. Nella sua felicità, Binx ingloba tutta la disperazione e l’impotenza che un essere umano possiede sempre in ogni momento. La sua è una filosofia molto semplice, ma anche raramente applicata – chissà perché: “quando una persona si trova in un momento critico della propria esistenza, non è obbligata, dopotutto, a agire in uno dei modi tradizionali. No. Può semplicemente essere inadempiente. E passi. Può fare come vuole, alzare le spalle, girare i tacchi, andarsene.”

 





Il titolo e la quarta di copertina sviano leggermente il lettore ignaro: non è vero che si parla di cinema, ci sono accenni qua e là, più come esemplificazione del mondo immaginario in cui vive Binx, che altro.
Sempre in quarta viene riportata la felice frase di Peter Handke su Binx Bolling (“più che un eroe è un santo”) ed ecco che le cose all’improvviso si vedono come davvero stanno: Binx, che per tutto il romanzo ci avverte di essere un ateo, assolutamente diffidente non solo nei confronti della chiesa ma della religione tout court, Binx è in realtà un santo: si prende cura, nella sua maniera, della cugina esaurita (ma intelligente e iperlucida), si comporta sempre in modo da non dar fastidio all’insopportabile zia, è amato dai figli della madre, che abitano fuori città tra ghiaia e paludi...
Un romanzo che Marcos Y Marcos ha fatto benissimo a riproporre, lontano dalle americanate che intasano gli scaffali. E finalmente uno scrittore che non pretende di imporci il suo stile anche se non ci piace: non credo che esista uno stile Walker Percy con il quale fare i conti e questo è un bene, una di quelle cose che dovremmo apprezzare di più, in uno scrittore. Niente ansia da primo della classe, solo una grande profondità, una grande intelligenza (garbata, ma non troppo) e la miracolosa resa della realtà nella sua irreale frantumazione.
Marie Claire
febbraio 1999

In un’epoca in cui troppi cincischiano con gli assoluti, incontrare uno come il protagonista di questo romanzo è un’esperienza salutare. Binx Bolling ha trent’anni, fa l’agente di cambio a New Orleans, coltiva con leggerezza un debole per le sue segretarie e con ardore la passione per il cinema, dov’è «proprio felice, anche quando proiettano un brutto film». E dopo aver letto molti libri fondamentali su questioni-chiave si accorge che, una volta sistemato l’universo, gli resta da sistemare se stesso. Come? Attraverso una sua personalissima «ricerca orizzontale»: niente Dio, cause ultime, grandi verità. Semplicemente con la ricerca di frammenti di autenticità che gli permettono di sfuggire dalla routine e «non distrarsi dalla meraviglia neanche cinque minuti». Le corse in riva al mare con l’Mg scintillante come una coccinella, il ricordo dell’odore della guerra d’Indocina, quell’amore speciale per la cugina Kate, bella e dannata. Fosse un film, l’avrebbe girato Truffaut.

Dario Voltolini
La Stampa
febbraio 1999

Ritorni: L’uomo che andava al cinema ti rivela il senso delle cose

Merita un applauso Marcos Y Marcos per aver ristampato L’uomo che andava al cinema di Walker Percy. Da anni l’edizione Mondadori era esaurita e introvabile (che fosse esistita poteva però qui essere segnalato; invece niente, come se Percy fosse una primizia di importazione). Questo libro meraviglioso, il cui titolo originale è The Moviegoer (1961), sembra fatto d’ossigeno. Il protagonista e narratore, Binx Bolling, è una della figure incancellabili della letteratura del ′900. I fatti raccontati sono quasi un pretesto per parlare dei luoghi. I luoghi sono quasi un pretesto per parlare delle persone, e le persone sono un pretesto per parlare di qualcosa che non ha un nome preciso, ma che sta tra la visione del mondo, il senso delle cose, con la sensazione di vivere e la struttura della nostra esistenza. Il comportamento, i pensieri, soprattutto lo sguardo di Binx Bolling filtrano per noi la realtà quotidiana, estraendone quella specie di quintessenza impalpabile che talvolta crediamo di intuire, di poter afferrare, mentre già sta dileguando. Invece eccola qua, prodotta dalla scrittura di Walker Percy, le rete trasparente che forse tiene insieme tutto sulla Terra.

 

 

Barbara Caffi
La Provincia
maggio 2010

Se un brutto film è meglio della realtà

È così fuori dagli schemi questo romanzo che si può faticare a tovare la chiave per entrarci: L’uomo che andava al cinema di Walker Percy è un piccolo capolavoro, ora ripubblicato da Marcos y Marcos nella traduzione di Eileen Romano. Il protagonista è Binx Bolling, trentenne disadattato al mondo, infelice senza scosse che ha l’unico desiderio di starsene in pace, di trovare un angolo tranquillo. Il cinema per lui non è una fissazione da cinefilo, è un luogo in cui si può vivere una realtà altra, anche se non necessariamente migliore, al punto che per Bolling anche un brutto film, visto in una sala buia, dà felicità. Il romanzo, pubblicato agli inizi degli anni Sessanta, pur non essendo autobiografico riflette la vita e il carattere di Percy, segnato fin dalla nascita da lutti e malattie. Attenzione, però: L’uomo che andava al cinema non è un romanzo disperato e e ha anzi un che di rassicurante.

 

Scheda del libro

Home page