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Giovanni
Dozzini
Europa
ottobre 2008
Cavina
e il faro che lo guiderà
È un padre che tiene in braccio il suo bambino e lo guarda con occhi
innamorati, Cristiano Cavina. “Lui è il mio faro”, scrive dopo
avergli scritto attorno un romanzo bello. E necessario, se è vero che
stavolta Cavina non si limita a raccontare per filo e per segno i luoghi
e i personaggi che hanno popolato fin qui la sua vita, come aveva già
fatto nei suoi primi tre lavori (a partire da Alla
grande, premio Tondelli nel 2006), ma ci mette la faccia fino in
fondo. La faccia, e il nome, e il cognome.
Il protagonista de I
frutti dimenticati (Marcos y Marcos, 208 pp., 14,50 euro) è
proprio lui, Cristiano. Che a trent’anni e passa incontra un padre mai
conosciuto prima e si ritrova ad assisterlo al suo capezzale. Che vede
sgretolarsi un amore grande e fortunato proprio quando da quell’amore
stava aspettando il frutto d’un figlio da far crescere senza il vuoto
che era toccato a lui. Cristiano va in giro a presentare i suoi libri, e
intanto ricorda le storie della sua infanzia, dell’asilo dalle suore e
dell’immancabile nonna dai piedi gonfi e dal rosario facile. Cristiano
di sera fa il pizzaiolo nel locale dello zio e fantastica sui sensi
delle cose, sui suoi patti con l’Altissimo e sulla sua irrefrenabile
vocazione al fallimento.
Parlando di Cavina quasi sempre si scomoda l’aggettivo “felliniano”,
e bisogna scomodarlo anche stavolta, perché il registro non cambia, e
se cambia piuttosto s’affina, e le scene antiche di amicizia e
fuggevoli e remoti dolori che affollano le strade del suo paese
schiacciato tra le colline e il cielo basso di Romagna sembrano essere
proprio sospese su un filo invisibile o che chi legge fa volentieri
finta di non vedere. Come i fili che reggono certi acrobati o le
marionette, come quelli che sapeva con incanto tirare Fellini, appunto,
Fellini che Cavina per di più dichiaratamente ama allo stremo. I frutti
dimenticati del titolo sono quelli che riempiono le bancarelle della
festa paesana e quelli da cui la reverenda madre superiora distilla
rimedi contro le mal disposizioni dei bambini, sono quello che potrebbe
essere un uomo quando le campane avranno già da tempo suonato a morto
per lui e la gente avrà confuso i ricordi del suo funerale con quelli
del funerale di chissà chi. Arriva dove parte, questo romanzo,
Cristiano è goffo quando comincia a raccontare, con la sua lingua
sognante ma adatta, e rimane goffo quando esce di scena, ma ha il suo
faro da cui non levare gli occhi di dosso, il suo bambino da cui
ripartire e farsi guidare, quasi come un padre al rovescio, il padre che
non potrà mai aver avuto.
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Alessandro
Castellari
Repubblica
novembre 2008
Piccole
cose ci tengono per la vita
Tutti gli anni in ottobre a Casola Valsenio si celebra la festa dei
frutti dimenticati. Sulle bancarelle sono esposte giuggiole, pere
volpine, sorbi, bacche di prugnolo dentro a ceste ornate di rami di
corbezzolo: modeste meraviglie della natura che negli orti di Casola e
nel giardino delle suore orsoline vengono coltivate con amore. Essenze
autoctone ormai quasi dimenticate dalla frutticoltura industriale ormai
imperante ovunque. Il grumo simbolico di questa immagine paesana ci
accompagna nella lettura della commossa ed esilarante “autobiografia
romanzata” di Cristiano Cavina (I frutti dimenticati, Marcos y Marcos,
Milano), alludendo alla necessità di dare spazio alle piccole cose
della vita che si rivelano le più preziose; di non sciuparle con l’
imprevidenza e la disattenzione; di portare alla luce - come avrebbe
detto Ungaretti - “quel nulla d’ inesauribile segreto” che esse
contengono. Cristiano, un trentatreenne a cui “le cose a modo non
riescono mai”, nel momento in cui sta per diventare papà, con una
compagna che non è sicuro di amare, si incontra per la prima volta con
il padre che non ha mai conosciuto: “un uomo molto stanco che con
abiti troppo grandi si avvicina alla fine” e che Cristiano con
impaccio, rabbia, pietà accompagna verso la morte. Al padre nel letto
di ospedale egli vorrebbe raccontare tutta la sua vita, ma gli racconta
solo della sua infanzia e della sua scuola materna dalle suore orsoline
a Casola, perché “a volte pensa che quello che serve gli sia capitato
lì”. Così, di fronte al malato terminale, viene messa in scena l’
esilarante e commossa rievocazione dei protagonisti di quegli anni
lontani: la nonna Cristina che si credeva santa e, sempre sul punto di
morire, “aspirava ad una poltrona reclinabile vicino all’
Altissimo”; Minghè, il campanaro che, dopo aver scampanato di prima
mattina l’ ora della funzione, con gli altri tocchi dava informazioni
sul tempo atmosferico della giornata; l’ amico Franceschino Morara che
sapeva aggiustare tutti i giocattoli e che riteneva che le stelle
cadenti fossero un errore di Dio che non le aveva attaccate bene con il
vinavil alla volta celeste; e lui stesso, Cristiano Cavina, che portava
il cognome di mamma Nicoletta e che si immaginava dei babbi tutti suoi:
D’ Artagnan, Sandokan, il conte di Montecristo, lo stesso Dio Padre
Onnipotente, così da poter vantare Gesù come illustre fratellastro e
una folla di zii di contorno, quei santi e quei martiri di cui sono
pieni i calendari. Ma c’ è un’ immagine che testimonia il perfetto
equilibrio di tutto il racconto fra l’ infanzia evocata e il presente
dei conti che non tornano: Cristiano da bambino si sentiva un coraggioso
palombaro nella camera della nonna, che era come il fondo dell’
oceano, e il vecchio comò gli sembrava il forziere del tesoro; ora
Cristiano da adulto si sente di nuovo un trepido palombaro di fronte a
quel prezioso scrigno che è la culla termica dove dorme il suo bambino
prematuro nel reparto di terapia intensiva neonatale di Ravenna.
“Sentii la sua presenza dentro di me... come se lui avesse fatto
nascere me”.
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Giorgio
Fontana
Il sole 24 ore.com
novembre 2008
Con
“I frutti dimenticati” Cavina taglia una volta per tutte i ponti con
i residui finzionali dei romanzi precedenti e scrive la sua storia, la
sua esperienza. Si è fatto un lungo parlare di autofiction e
biografismo, poco tempo fa, nella critica italiana. Quello che è certo
è che questo romanzo andava scritto così, con i veri nomi e i veri
fatti, perché anche questo può fare la letteratura — salvare una
verità. E l’idea di salvezza di ciò che è importante e vero è il
leitmotiv simbolico dell’intero romanzo.
La trama. A trentatrè anni, Cristiano sta per avere un figlio da una
ragazza che non ama più, e nel contempo dalle nebbie del passato
riappare suo padre. Il padre che non ha mai conosciuto, perché sparito
subito dopo aver messo incinta sua mamma. E il padre che ora sta per
morire, e che ha scelto proprio questo momento per rivelarsi.
Alternando il piano del presente e quello del ricordo, Cavina sviluppa
una dialettica che diventa rapidamente il motore dell’intero romanzo.
Da un lato c’è il mondo intatto e fantastico della sua infanzia: la
messe di storie e di personaggi, l’universo del paese visto attraverso
gli occhi di un bimbo: venditori di castagne, preti da centoventi chili,
docili sacrestani e nonni straordinari. Un mondo inevitabilmente piccolo
e inevitabilmente immenso, perché ricco di cunicoli segreti e bivi
improvvisi: la provincia italiana, la sua forza e il suo calore, il suo
essere ancora legata a una dimensione ormai morente. Cavina riesce nella
magia di trasporre l’energia della narrazione orale in un contesto
diverso, e non cade mai nel patetico. Stilisticamente, il libro è di
una semplicità esemplare: frasi brevi, molti a capo, le esatte pause di
un racconto popolare.
L’assenza del padre, la storia più importante di tutte, viene così
esorcizzata con una miriade di storie ulteriori. Senza un padre non si
cresce, senza un padre non si è: la vita di Cristiano è uno uno sforzo
continuo per riempire quell’assenza e costruire un’alternativa. A
fargli da padre diventano quindi gli amici, le suore, la mamma, ma
soprattutto i libri: “Avevo impiegato trent’anni a costruirmi quel
babbo tutto mio, ed era implacabile, era D’Artagnan, Sandokan, Tom
Sawyer, Jean Valjean, il conte di Montecristo. Era pieno di ricordi di
tutte le persone che avevo vissuto fino a quel momento, era sempre con
me, indomabile come Cirano.”
Questo processo di sostituzione è naturale. Inevitabile. Ma la forza
del romanzo sta nell’altro lato, quello del presente: sta nel fatto
che il padre permane come figura astratta anche dopo essersi rivelato.
Cristiano lo accetta lentamente, e lo perde nel momento in cui aveva
appena iniziato a conoscerlo. Nulla di lui ci viene detto: tutto il suo
essere è filtrato da Cristiano, dalla sua percezione della morte e del
ricordo. Ed è come se la sua apparizione si riverberasse all’indietro
su tutto il passato, lo investisse di un senso nuovo e terribile,
aprendo nuove fratture in quello che sembrava un universo al riparo.
Diventare padre e diventare figlio nello stesso momento diventa così il
segno di una dannazione atavica: perché tutto è atavico, nel mondo di
Cavina. Tutto è fortemente simbolico, come in ogni tradizione
provinciale e campagnola. Le colpe dei padri non si finiscono mai di
scontare. Cristiano si rivede così ritratto nella figura di
quell’uomo: un uomo che abbandona il figlio nel momento della nascita,
che si separa dalla compagna e perde l’amore nel momento in cui non
deve, non può farlo. A questa condanna però Cristiano reagisce. In
qualche modo: con l’unico modo che gli è dato. Raccontando.
Veniamo così al punto chiave, che è raccolto nel titolo stesso. Tutto
il libro si avvita attorno a una metafora: l’idea del “frutto
dimenticato”. Ogni autunno a Casola Valsenio, il paese natale di
Cristiano, si celebra la festa dei frutti dimenticati. Piante ormai
sconosciute, come le azzeruole, le giuggiole o le pere volpine. Perché
salvare questi frutti dall’oblio? La domanda trova una risposta
elementare e semplicissima: Perché è necessario. Perché se non li
salviamo noi, chi lo farà? Allo stesso modo Cavina salva e onora il
frutto dimenticato più importante, suo padre. Non gli deve nulla, e
anzi è istintivamente portato a odiarlo: eppure lo assiste nei
quattordici giorni della sua agonia finale. Nello stesso tempo dirige
tutto il suo amore sul bambino appena nato: è il suo faro, la sua
redenzione, il suo riscatto: non lo lascerà.
Il passato si specchia nel futuro e viceversa. Nasce un figlio, torna un
padre. E l’ago della bilancia rimane sempre il narratore: schiavo del
suo tempo e di ciò che fu. A questo proposito, verso i tre quarti,
Cavina scrive una delle frasi più belle del romanzo. Parlando della sua
stirpe suppone: “Forse siamo stati coniugati al passato remoto.” Può
essere una condanna: è sicuramente anche un destino. Il passato remoto,
dopotutto, è il tempo delle storie.
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Paolo
Pegoraro
Famiglia Cristiana
novembre 2008
Di
padre in figlio
Ci sono momenti della vita in cui tutto pare convergere, giganteschi
nodi del destino che ti chiamano inequivocabilmente all’appello.
D’improvviso il padre che non hai mai conosciuto ti viene a cercare.
Scopri di aspettare un figlio, trepidi per le gravi complicazioni della
gravidanza, poi ecco una grave crisi di coppia. Infine ti devi
confrontare con la malattia e con morti improvvise. Se non è questa,
una resa dei conti… Ed è tutta nell’ultimo romanzo di Cristiano
Cavina (I
frutti dimenticati, Marcos y Marcos, pp. 201, € 14,50), un
singolarissimo atto di audacia autobiografica che è, allo stesso tempo,
una coraggiosa ammissione di sconfitta. Coraggiosa, sì, perché
l’ultima parola non è una rassegnata resa al presemte, ma una sincera
e pacata domanda di perdono. Un libro che sorprenderà soprattutto chi
ha già conosciuto Cavina attraverso le pagine dei suoi tre romanzi
precedenti (Alla
grande, Nel
paese di Tolintesàc, Un’ultima
stagione da esordienti), incentrati sulla cronaca fantasiosa ed
esuberante della sua infanzia a Casola Valsenio, provincia di Ravenna,
dove abita tutt’oggi.
Cristiano,
perché questo libro tanto diverso dai tuoi precedenti?
«Lo scrittore Eduardo Galeano dice che una storia va raccontata perché
tutti abbiamo qualcosa che merita di essere celebrato dagli altri e
qualcosa per cui farci perdonare. Io credo che la letteratura dev’essere
utile: una storia va raccontata perché c’è qualcosa da condividere.
Volevo salvare questa storia, sentivo che valeva la pena raccontarla,
però mi mancava il coraggio. Allora provavo a scrivere altro, ma non mi
fermavo dopo poche pagine. Alla fine mi sono arreso alla storia che
avevo dentro e che premeva per uscire. Era un pezzo di lava che, se non
me lo fossi tolto, mi avrebbe dato fuoco».
Dopo
tre libri dedicati alla tua “infanzia incantata”, ora ne prendi le
distanze.
«Il passato può essere dolcissimo eppure pesante, come una meringa che
non digerisci. Me ne rendo conto solo ora che c’è il futuro, cioè
mio figlio. Sono sempre stato felice di non aver dimenticato niente e
per molto tempo questo mi è bastato. Poi, quando è nato Giovanni, mi
sono reso conto che fin da bambino avevo la foga di dover fare le cose
più strane per sentirmi speciale… quando in realtà ero semplicemente
un bambino che non conosceva suo padre. E non c’è niente di speciale
in questo. Non avevo capito che non c’è niente di male nell’essere
normali. Così ho sovraccaricato tutto di aspettative, solo per fare un
errore clamoroso appena ne ho avuto l’occasione. La memoria è utile,
ma a volte è un aratro che ti trascini dietro».
Alcune
pagine molto forti le hai dedicate all’incontro con lo sconosciuto che
dice di essere tuo padre. Se da un lato chiedi scusa alla tua compagna,
dall’altro c’è chi chiede perdono a te…
«Io ci ho messo una vita per costruirmi il babbo ed era davvero il papà
più forte del mondo: era Cyrano, era D’Artagnan, era mia madre quando
si arrabbia e quando ride, era i miei nonni e i miei amici, era tutti
loro insieme… solo che, in realtà, nessun padre può essere così. Ma
finché scrivevo quelle pagine pensavo soprattutto a me stesso, perché
oggi sono un papà che potrà sì veder crescere suo figlio, ma non
minuto per minuto. È il prezzo che devo pagare per essere stato fatto a
testa in giù».
Nel
libro, davanti al dolore, ti rivolgi subito Dio e improvvisi dei
“patti” con Lui.
«In tutti i miei romanzi si sente che sono cresciuto in una famiglia
molto cattolica e penso di esserlo anch’io: non so quanti hanno letto
la Bibbia dalla prima all’ultima pagina… io sì. Sono cresciuto
insieme a questo Dio che per me esisteva ed esiste concretamente, un
po’ come un super-vigile urbano che tiene d’occhio tutte le
faccende. Per cui, appena mi succede qualcosa di forte, il primo
pensiero è di andare a Lui. Ma quando tutto va bene rischi di
dimenticartene, come anche delle persone a cui vuoi bene».
Dopo
I
frutti dimenticati sarà molto difficile tornare alla scrittura
di prima, non credi?
«È stata una svolta necessaria e giusta. Ho scoperto che posso
scrivere non solo di “C’era una volta”. Per il futuro… le storie
che ho dentro sono contate – cinque o sei – e quattro le ho già
raccontate: mi sto avvicinando alla fine delle cose che ho da dire, non
ci ho mai tenuto a fare lo scrittore di mestiere. Chissà! Forse il
vizio della scrittura mi lascerà, forse no… ma non è un problema, ho
scelto di restare un ragazzo di campagna che continua a fare il
pizzaiolo. Va bene così».
I
frutti dimenticati di cui parli sono protagonisti di una festa di
Casola, ma significano anche molto di più…
«Sì, in effetti a Casola si continuano a coltivare frutti
assolutamente non commerciali, come le mele cotogne asprigne e per
niente belle come quelle dei negozi dove andiamo a fare la spesa. I
frutti dimenticati sono quelle persone che non sembrano adatte a uno
smercio su larga scala, eppure, per qualche magia, continuano a
sbocciare e a produrre frutti».
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Fulvio
Panzeri
Avvenire
novembre 2008
Cavina,
il destino s’annuncia con la paternità
In letteratura le apparenze ingannano e sta alla qualità dello
scrittore determinare, non tanto il fondo da cui ha attinto per la
propria storia, quanto la possibilità di rendere questa storia
“simbolica” al punto da annullare tutte le contigenze e i
riferimenti. È quello che accade nel nuovo romanzo di Cristiano
Cavina, autore giovane, tra i più solidi, legato anima e corpo alla
realtà di un paese dell’Appenino Romagnolo, Casola Valsenio, che
anche in questa storia è “il luogo” per eccellenza, con le sue
tradizioni (qui è quella del recupero dei “frutti dimenticati”, con
la visione dell’orto delle suore che era una sorta di Eden per queste
piante destinate all’oblio), con le sue stramberie, con quella verità
ancestrale che il fatto di essere appartartati, dentro una dimensione di
provincia, ha preservato dall’impatto forte e devastante con il
cinismo dell’omologazione. Questo è anche il romanzo in cui Cavina
si presenta a nudo, raccontando di sè, della sua infanzia, del suo
rapporto con il tema della paternità. È un passo avanti, anche
temporale, rispetto al suo secondo, già intenso romanzo, Nel
paese di Tolintesàc, dove erano le storie dei Cavina
a farla da padrone. Qui l’autobiografia veniva mascherata dal senso di
una coralità paesana, da una rievocazione che, in qualche modo,
riportava allo spirito incantato e ironico, proprio dell’Amarcord
felliniano.
Nel nuovo romanzo Cavina
mantiene i toni di un’innocenza e di una naturalità di fondo, mediati
da uno sguardo leggero e ironico, soprattutto nel continuo alternare
passato prossimo e memorie infantili, ma vi innesta il senso del dramma,
perché la vita per lui ha voluto giocargli, così, di botto, a trentatré
anni, uno strano scherzo del destino, quello di ritrovare il padre che
non ha mai avuto e nello stesso momento sapere di stare per diventare
padre. Un tema da tragedia greca, parte autobiografica degli ultimi due
anni di vita del giovane autore, che però Cavina ha la grande capacità
di deviare dal genere classico dell’autobiografia, per innestarlo in
una storia struggente e etica che abbandona il legame di sangue, per
diventare emblematica materia romanzesca in cui lo scrittore pur
parlando di sé, sembra guardare ad un altro, immaginario e simbolico
protagonista. Questo succede agli scrittori veri e Cavina con questo
romanzo (uno dei più belli di questo 2008) si conferma senz’altro ai
primi posti di una ipotetica “play-list” della nuovissima
generazione di scrittori italiani.
Potente è il senso di smarrimento nell’incontro tra il protagonista e
il padre, perfetto sconosciuto, che riesce ad avere il suo numero di
telefono con uno stratagemma e quando lo incontra gli rivela di essere
malato? Cavina racconta con grande pudore i movimenti interiori che
nascono nel momento in cui è costretto, a riconoscere di avere un
padre, nonostante lui se lo fosse immaginato e costruito nell’anima
negli anni e ora se lo ritrova senza forze, in un letto d’ospedale.
Non cade mai nel sentimentalismo, ha il coraggio di riconoscere la sua
inadeguatezza, l’essere in balìa di un destino che non gliela
racconta mai giusta. E straordinaria è la descrizione della devozione
popolare della famiglia, una religiosità che invade tutto il quotidiano
e che emerge nel momento del bisogno: quando ad esempio la sua ragazza
cade dalle scale e viene ricoverata all’ospedale. Non si dimenticano
le pagine in cui lui, in macchina, a manetta, chiede al Signore di
risparmiare questi due esseri innocenti e di prendersi lui. Tutto dopo
aver preso un foglio e scritto, quello che definisce la parte più bella
di tutta la Bibbia, un frammento del Salmo 23: “E se anche dovessi
camminare in una valle oscura/ Non temerei alcun male, perché tu
cammini con me”.
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Giovanni
Tesio
La stampa
novembre 2008
Santi nonni
per un io in disarmo
Dall’epica borghigiana di un luogo che si chiama Casola alla storia più
individuale di un protagonista che finge di raccontare la vita e la
morte in una sorta di memoriale delle cose proprie. Potrebbe essere così
definito l’itinerario di uno scrittore come Cristiano Cavina, che è
di Casola Valsenio, un paese in provincia di Ravenna; che ha esattamente
il nome e gli anni del suo protagonista; che popola del suo “io” in
disarmo il quarto romanzo, “I frutti dimenticati”, appena uscito da
Marcos y Marcos. Credergli? Non credergli? Non è essenziale. Nessun
obbligo di stare alla lettera (se l’io che vive è sempre diverso
dall’io che vive), ma sì di credere alla sua favola sottilmente
morale, all’umorismo che la sostiene, al senso ultimo che se ne può
estrarre come dalle piante officinali dell’agronomo professor Augusto
Rinaldi Ceroni. O dal gusto antico di sorbe e corniole alla “Festa dei
frutti dimenticati” (che dà titolo e significato al libro). Un gusto
un po’ allegante, insomma, d’autunno inoltrato e di brume in arrivo.
Questa volta il nostro eroe (si fa per dire), tutto sghembo e fuggitivo
(vocazione palombara e presenza fantasma), pur non mancando di mettere
in scena l’impareggiabile “santità” di una nonna bisodiante, di
un nonno saragattiano e di tutta un’eletta schiera di
irresistibili comprimari, ci viene deliziando soprattutto con le turbe
di una cronica coazione a ripetere, che tenta il suo riscatto
nell’amara consapevolezza del disastro di cui è portatore.
Cristiano ha messo incinta la dolcissima Anna proprio mentre si fa vivo
con lui il padre che non ha mai conosciuto. I due eventi incrociati
procedono intersecandosi a loro volta con tutto un rosario di ricordi
d’infanzia: la scuola materna Santa Dorotea, i compagni, le suore,
suor Luca Maria e la sua fiducia nei fiori di Bach, l’enorme arciprete
don Elvis Guidani e il campanaro Minghì. Messi lì a scandire non dico
la traccia di una giustificazione, ma certo di un’anomalia, di un
alluso difetto di crescita. Espressa – ciò che più conta – con la
scrittura studiosamente ingenua di un favolista d’estri e malinconie.
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Valeria
Parrella
Grazia
novembre 2008
C’è
di che ringraziare Cristiano Cavina (34 anni) per aver scritto questo
libro: se è immaginabile una scala nel computer di uno scrittore,
allora i suoi romanzi precedenti gli sono serviti per arrivare a questo.
‘Dai loro frutti li riconoscerete’, recita l’esergo del Vangelo di
Matteo e I
frutti dimenticati nega e avvalora insieme questo concetto. È la
storia di un uomo nato e cresciuto in un paese di provincia di Ravenna,
un uomo che costruisce il suo valore esistenziale lasciando come in una
bolla il fatto di non aver mai conosciuto suo padre. Lo conoscerà
quando anche lui sta per diventare padre. Lontano dalla logica del
‘sangue che chiama’, Cavina racconta invece quei mille sotterranei
che scorrono sotto le vite e le collegano a loro insaputa. Ma è anche
un libro sul mestiere della scrittura, sull’irresistibile momento che
ogni lettore aspetta: quello in cui l’autore smette qualunque altra
trama perché ‘finiva sempre che fissavo il mio riflesso’.
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Vera
Bessone
Corriere di Romagna
novembre 2008
Cavina
è nato a Casola Valsenio, in provincia di Ravenna, nel 1974, crescendo
con la mamma e i nonni materni.
Cristiano,
I frutti dimenticati parla di padri: è un libro autobiografico?
«Lo è e non lo è, come tutti i miei libri».
Vuol
dire c’è una parte di verità e una parte di fantasia?
«Anche un diario è narrativa perché, per quanto ci si provi, la realtà
non si riesce a rendere con le parole. Però sì, in parte è
autobiografico. Come tutti gli altri miei libri del resto: sono un
narratore, non uno scrittore».
La
critica ha riconosciuto che in questo nuovo libro c’è un salto di
qualità, una crescita: dal ragazzo che narrava le storie di paese al
ragazzo che diventa uomo e padre. Una evoluzione, sia biografica che
artistica.
«Artistica no, io al massimo faccio artigianato, non arte. Forse per la
prima volta ho parlato anche del presente, ma in realtà rimane il
racconto della memoria, c’è Casola, ci sono i frutti dimenticati,
intesi sia come sagra che come cura verso qualcosa che sta
scomparendo... Anche le persone a volte sono frutti dimenticati. Poi
c’è il presente, il diventare padre e diventare figlio in
contemporanea».
Nel
libro si narra di una sorta di epifania, trovare un padre perduto dopo
molti anni: che cosa è accaduto in realtà?
«Parliamo del protagonista del libro, che sia vero o no non ha
importanza, non è che faccio gossip sulla mia vita – fra l’altro a
chi può importare? – Credo che certe persone siano geneticamente
incorreggibili, commettono sempre gli stessi errori. Mi piaceva l’idea
e ho sentito di dover raccontare di come un padre e un figlio partano
dallo stesso punto, nel senso che nessuno dei due ha precedenti
esperienze: il figlio perché è appena nato e non sa come è la vita, e
il padre perché non ha mai avuto un reale riferimento di figura paterna
ma se l’è costruita negli anni attraverso i personaggi dei libri, i
parenti e la fantasia. Mi è venuto spontaneo raccontare questo perché
avevo in mente soprattutto la grande avventura, anche dolorosa a adesso
splendida, che è stata la nascita di mio figlio, con una gravidanza
molto difficile e una storia d’amore che stava per finire. È anche
una grande dichiarazione di stima e di amore nei confronti di Anna, la
mamma di mio figlio Giovanni, verso i miei parenti, la famiglia di Anna
e gli amici con cui sono cresciuto».
Ma
lei che padre vorrebbe essere per Giovanni?
«Guardandomi intorno, sono un babbo un po’ atipico. Giovanni ha due
case, perché abita con sua mamma e con me, e noi non abitiamo insieme».
Una
situazione abbastanza frequente ormai.
«La cosa buffa è che la mattina mi trovo a fare la spesa, e sono
l’unico babbo al supermercato con il figlio. Diciamo che lui ha da me
la parte migliore del mio tempo. Poiché io ho un lavoro particolare,
passo intere giornate con lui, e quindi c’è un forte legame fra noi.
Detto questo, ha avuto anche la fortuna di avere una mamma giovane e
bravissima. Non sono stato un buon compagno però riesco a essere un
buon padre. Poi sono anche un po’ scemo, quindi si diverte con me».
Si
è sentito un po’ più nudo dopo aver scritto questo libro?
«A volte sì e a volte no, non so se il narratore dei miei libri
corrisponde esattamente a quello che sono. È comunque qualcosa di
diverso, anche se è in tutto uguale a me. Alcune cose sono
assolutamente vere, come la travagliata gravidanza e nascita di
Giovanni, ma altre non so più se sono vere o no, perché faccio sempre
fatica a distinguere sogni e ricordi».
È
ancora uno scrittore pizzaiolo o adesso fa lo scrittore a tempo pieno?
«No, continuo a fare anche il pizzaiolo».
Vuole
mantenere un legame con la realtà, con il lavoro “vero”?
«Diciamo che è il prezzo con cui compro la mia libertà, il piacere di
potere dire no, di non avere padroni, di avere editori che sono compagni
di ciurma».
Di
scrivere solo quando se la sente...
«Sì, quando voglio, quello che voglio, non avere scadenze, e poi poter
litigare e dire la mia su tutte le cose. Per quanto riguarda lo
scrivere, sono veramente immacolato, come Cyrano de Bergerac posso
prendermela con tutti e criticare tutto
se mi sembra il caso, perché non mi sono mai venduto».
Vuole
restare fuori dal circuito letterario?
«Sì, io poi lascio ad altri la letteratura, a quelli più bravi di me.
Ho fatto l’Itis, non sta a me fare letteratura, io racconto le storie
che sento di dover raccontare, molto legate a Casola e alla mia
esperienza».
Però,
pur essendo legate al paese, sono storie esemplari in qualche modo.
«Non so se sono esemplari, so che tali vengono riconosciute, ma non è
che faccio ricerche, mi chiedo “Oddio cosa scrivo” e tiro fuori
qualcosa a seconda del vento che tira. È una cosa che fanno già molti
professoroni, tanti che passano per paladini della cultura, e quando va
di moda Gesù fanno il libro su Gesù, quando va di moda il Codice da
Vinci fanno libri sul Codice da Vinci, e pontificano su che cosa è lo
scrivere. Io sono un ragazzo di campagna, perito elettrotecnico e
pizzaiolo che va in giro a raccontare le sue storie, e alcune persone ci
si trovano dentro. Tutto qui».
A
proposito di Gesù, è molto importante il suo rapporto con Dio?
«Sì, sono cresciuto in una famiglia di donne molto devote, soprattutto
mia nonna. Sono uno dei pochi che conosco qui a Casola che ha letto
tutta la Bibbia, posso citarne a memoria interi passi. La fede fa parte
della mia vita quotidiana, non come ortodossia però, ho un modo molto
garibaldino e non allineato di vedere Gesù; per me non è qualcosa che
sta lassù per aria, ma è come l’amministratore delegato di una
multinazionale: gli operai non lo vedono mai, ma si sa che esiste e
manda avanti la baracca, mette la firma nelle cose più importanti».
Dopo
un libro di questo genere è più difficile rimettersi a scrivere,
ricominciare a raccontare storie? O ci sono ancora storie da raccontare
a Casola?
«Non
so se scriverò ancora libri, l’ho detto anche ai miei editori, perché
I frutti dimenticati mi è costato molto. Certo, il libro non è solo
una cosa dolorosa, tutti i miei libri sono anche divertenti, però è
come andare in giro a fare vedere le cicatrici. Fortunatamente non ho
mai avuto l’assillo di dover fare lo scrittore a tutti i costi, ho
sempre fatto anche altri lavori. Non ho contratti da rispettare, non mi
aspetta nessuno. Non è un grande problema per me».
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Annalena
Benini
Il foglio
novembre 2008
Il
romanzo di Cavina racconta i padri, anche
quelli che non c’erano
Ha sbagliato tutto quello che si poteva sbagliare, così adesso
ricomincia da capo. Sbagliava e risbagliava, fin da bambino, infatti la
suora appassionata di Fiori di Bach a scuola gli dava gocce di boccioli
di ippocastano, che curano l’incapacità di apprendere dagli errori
del passato, “sono l’ideale per quelli a cui capita di comportarsi
consapevolmente in modo disastroso”. Ora che ha trentatré anni e sta
per diventare padre sbaglia di nuovo tutto, proprio come suo padre, che
un giorno lo cerca e lo aspetta seduto su una panchina, uno sconosciuto
come tanti altri in mezzo alla cacca dei piccioni. Il quarto romanzo di Cristiano
Cavina, “I
frutti dimenticati”, pubblicato da Marcos y Marcos, racconta come
si diventa un padre e come ci si aggrappa alle manopole di una
carrozzina, per non sprofondare. Descrive un ombelico,
probabilmente il suo (il protagonista si chiama Cristiano come lui, il
figlio Giovanni come suo figlio, l’età è la stessa e il paese in
provincia di Ravenna anche), ma senza le solite minuscole sbronze
causate dal mondo crudele: lui invece si prende a ceffoni, «a uno
sguardo poco attento potrei addirittura sembrare una persona decente» e
racconta il buco lasciato da un padre che non ha mai tifato a una
partita di calcio, non ha mai firmato un voto sul diario, non sa nulla
di quando il figlio si è lanciato dallo scivolo per vedere se aveva i
superpoteri e si è rotto un dito e gliel’hanno steccato con i
bastoncini del ghiacciolo. Ma racconta anche i buchi che sta per
lasciare. I frutti dimenticati, come quelli che celebrano in una festa a
Casola: azzeruole, giuggiole, pere volpine, sorbi, melograni, mele
cotogne asprigne. Nessuno li vuole ma loro continuano a sbocciare, finché
qualcuno se ne prende cura.
Non ha avuto il padre e ha vissuto con un vuoto imponente, che ha
riempito con figure grandiose: il babbo era D’Artagnan, Sandokan, Tom
Sawyer, Jean Valjean, il conte di Montecristo. Poi invece
all’improvviso, a trentatré anni, mentre sta per avere un figlio e
rischia di commettere lo stesso errore di suo padre, si trova davanti un
uomo magro con i vestiti troppo grandi, non un imperatore, uno che non
ha le sue stesse mani, come lui aveva immaginato, uno che non riesce a
dirgli nulla e a cui lui dice con rabbia: «D’estate andavo in colonia».
Perché non c’era un babbo per portarlo a pescare o in moto o al mare,
allora si andava con le suore a Igea Marina e lui passava il tempo a
tormentare il bagnino, chiedendogli in continuazione quando arriva lo
squalo. Non c’è una morale, soltanto molti sbagli e un figlio che
arriva prima e pesa un chilo e mezzo e deve stare un mese in ospedale,
proprio come suo padre che però sta morendo. Così ci si aggrappa alla
vita nuova che splende e resiste per poter sopportare e perdonare quella
che si spegne. Per perdonarsi l’incapacità di imparare dagli errori.
La fidanzata lo manda via, gli dice «Non ti amo più», ma è il
contrario e lo sanno entrambi, dormono l’uno accanto all’altra senza
sfiorarsi e lei ha smesso di chiedergli da mesi «Mi ami ancora?»,
perché i sì non sono convincenti e perché lui ha presto smesso di
pronunciare anche quelli. Mentre le cresce la pancia, mentre innaffia i
fiori piangendo, mentre lui resta immerso dentro la sua infanzia e
dentro quel vuoto imperdonabile. «Proprio nel momento in cui pensavo di
essermi liberato in modo onorevole di quel pasticcio, mi resi conto
della verità. Avevo perso tutto. E non l’avrei trovato più. Due
giorni dopo, per la prima volta, vado in ospedale a trovare quel che
resta di mio padre». E gli racconta la sua vita senza di lui.
È un libro bello e anche se non ce n’è bisogno la dedica spiega che
è tutto vero.
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Silvia
Bombino
Vanity Fair
novembre 2008
I
frutti dimenticati di Cristiano Cavina
Che cosa succede quando squilla il telefono e dall’altra parte c’è
un padre mai conosciuto che vuole incontrarti?
Cristiano Cavina è un giovane autore che sa illuminare i risvolti, non
sempre lindi, della vita.
Attenzione: all’ultima pagina un po’ di lacrime scendono.
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Marta
Cervino
Marie Claire
novembre 2008
«È
uno sconosciuto come tanti altri e sembra annegare nei vestiti un po’
troppo grandi. Buona parte dei miei trentadue anni li ho passati a
chiedermi come sarebbe stato questo momento, anzi a chiedermi se ci
sarebbe stato». E per il protagonista (che si chiama Cristiano) quel
momento arriva con tempismo cinematografico. Mentre sta per diventare
padre e allungarsi nel futuro, il passato irrompe con una telefonata. E
quel genitore che aveva immaginato come l’Altissimo, Jean Valjean,
D’Artagnan, il Conte di Montecristo, «un babbo pieno dei ricordi
delle persone vissute», se lo trova davanti in una piazza di Cesena.
Dopodiché è un casino, perché la vita non ha il tasto stand by.
Mentre il presente (e il non sapere dire alla propria donna «ti amo»)
fa paura, il passato e i ricordi(la vespa rossa del nonno, la scoperta
di un mondo chiuso in un cassettone o l’orto delle suore dei frutti
dimenticati) fanno da centro di gravità. E alla fine ti insegnano che
le cose (quasi sempre) si possono aggiustare: «Se le stelle cadono
perché Dio le appiccica col Vinavil», si può cambiare colla.
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Sabino
Labia
Confidenze
dicembre 2008
Com’è
crescere senza papà
Cristiano Cavina ha appena pubblicato il romanzo I frutti dimenticati
(Marcos y Marcos, 14,50 euro). Racconta la storia di un giovane che sta
per diventare papà e che ritrova suo padre, una figura rimasta assente
per anni. Una storia che pesca dal vissuto personale dell’autore,
cresciuto appunto senza papà.
Cosa
significa crescere senza papà?
Non aver mai avuto un padre è un dolore sotteraneo, intimo, una
mancanza mentale. Io me ne sono costruito uno mettendo insieme tante
cose diverse: personaggi dei libri, spezzoni di film, parole di amici, i
miei nonni. Solo che era un padre molto difficile da abbracciare, che
non poteva prendermi in braccio.
Ora
tu che tipo di padre sei e vorresti essere?
Non so quale vorrei essere, forse perchè non ho avuto modelli a cui
rifarmi mi impedisce di crearmi un ideale. Per quanto riguarda quello
che sono, imparo ogni giorno, un poco per volta.
Un
padre cosa deve dare e soprattutto cosa non deve dare a un figlio?
Posso
proteggerlo da quasi tutte le cose pericolose che ci sono al mondo, ma
non dai miei errori: per me è la cosa peggiore, perchè non posso
metterlo al sicuro da me stesso, dalla parte che non funziona bene di
me.
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Massimiliano
Castellani
Avvenire
dicembre 2008
Nostalgie
di Natale tra presepi e biciclette
«Ma semplicità e veri valori non si fanno mai scalfire dalle ombre
delle recessioni»
«Chi come me e la maggior parte dei miei compaesani non ha mai
vissuto sopra le proprie possibilità economiche non avverte molto
questa crisi da fine del mondo. Forse la sentono di più quelle persone
che fino a ieri compravano macchinoni da quarantamila euro o che,
nonostante il momento negativo, investiranno ancora tutto lo stipendio e
la tredicesima nei regali di Natale». Tra Manlio Cancogni e Cristiano
Cavina balla più di mezzo secolo, eppure ad ascoltare il giovane
narratore romagnolo si potrebbe pensare che si tratti di un coetaneo
dello scrittore viareggino. Cavina vive nel suo microcosmo letterario di
Casola Valsenio (tremila abitanti, nel ravennate), in quello che nei
suoi felliniani e costanti amarcord dell’infanzia sembra una piccola
Belfast, «per fortuna pacifica», della Romagna: «Il paese quando ero
piccolo si divideva tra i figli della parrocchia e quelli con i genitori
comunisti». Lui apparteneva a quelli della parrocchia e sua madre
Nicoletta aveva persino fondato la rivista cattolica Lo specchio, in
aperta e polemica risposta a Il Senio il periodico edito dai comunisti.
Contrapposizioni ormai politicamente scorrette, quanto
anacronistiche, che rivivono solo nella memoria dello scrittore di
Casola e nelle pagine dei suoi libri come l’ultimo – sempre
strettamente autobiografico –, I frutti dimenticati (Marcos y Marcos).
La sua prima stagione da esordiente letterario avvenne sei anni fa e
proprio con una storia di ambientazione natalizia. «Il primo scritto
che mi ha pubblicato la mia casa editrice Marcos y Marcos è stato un
racconto inserito nella raccolta Il quarto Re Magio. In quella antologia
del 2002 figuravo come l’unico scrittore vivente, per di più
sconosciuto, al fianco di gente come Trevor, Maupassant, Pasolini.
Spedii Natale in via Neri arriva prima in cui Bastiano, il mio alter ego
e protagonista del romanzo d’esordio Alla grande, racconta che il 23
dicembre, come ogni anno, con gli altri bambini si metteva in fila nella
sala dell’arciprete, che regalava giocattoli e vestiti smessi
destinati alle missioni in Africa. Bastiano va con la nonna e mentre
tutti gli altri bambini sono lì che arraffano il primo gioco che gli
capita a portata di mano lui sceglie una vecchia copia de I ragazzi
della via Pál di Molnár.
Una storia semplice, ma vera che piacque all’editore tanto che
mi pagò pure, centocinquanta euro. Una festa. Quello è stato un bel
regalo anche perché ha significato l’inizio, per uno come me che da
sempre si sente davvero un frutto dimenticato, una specie di mela
cotogna a testa in giù…». Sono le immagini spontanee che Cavina
confeziona tra una pagina scritta, un gioco con il piccolo Giovanni, il
figlio di quindici mesi, e una sfornata alla pizzeria dello zio Antonio
dove lavora. Piccoli frammenti di una memoria solida di provincia,
tranci saporiti di nostalgia molto più antichi della inesauribile verve
dell’autore trentaquattrenne. «Perché noi a Casola siamo come gli
ebrei, custodi di una tradizione millenaria». Per cui quassù sulla
collina la corsa disperata al regalo da mettere sotto l’albero si
attenua e addirittura è frenata davanti all’effetto primordiale del
Natale di Cavina. «Mi rivedo a tre anni: la mattina mi sveglio con il
vetro appannato e ci disegno un cerchio.
Poi corro alla recita delle suore di Santa Dorotea e faccio la
parte di Gesù Bambino».
Spruzzate di neve tutte intorno per la gioia dei giochi dei
bambini, anche quelli organizzati in luoghi separati.
«Noi della parrocchia si giocava all’asilo delle suore, gli
altri al nido comunale. Quando nevicava i figli dei comunisti salivano
al Belfiore lanciandosi a valle con i bob rossi e il sellino giallo
della Giordani. Io con il mio bob bianco e il sellino nero insieme agli
amici stavamo nel campo di Pagnano vicino al Senio e venivamo trascinati
da una catena legata alla vecchia Fiat 500 gialla di mia madre.
Adesso? Appena nevica vanno tutti quanti a Cortina. Ormai con
tutto questo correre dietro al regalo vogliono far passare il Natale
come la festa meno religiosa dell’anno. Ma io non mi lascio prendere
da questa fretta folle, anzi...».
Non facciamoci intristire da questo tempo consumistico e
abbondantemente consumato e torniamo ancora indietro in un passato quasi
irreale, sincero ed allegro come un bicchiere di Sangiovese.
La notte di Natale si arrivava di corsa in sagrestia alla ricerca
della tunica più nuova per servire la messa.
Premetto che fare il chierichetto alla messa della notte di
Natale, dove in chiesa come per miracolo riapparivano anche gli
‘avanzi di galera’, per noi ragazzi di Casola era un grande
privilegio che si otteneva dopo aver superato una durissima selezione.
Il mio amico Bomba, che compare in tutti e quattro i miei libri, fu il
protagonista di un episodio esilarante, indimenticabile. Al momento
della raccolta delle offerte, complice la sua struttura pacioccona,
inciampa sull’orlo della tunica troppo lunga e rovescia tutti gli
spiccioli con il fragore che ne segue e le risate grasse della gente che
accorre a raccogliere il bottino...».
Come a Cancogni, anche a Cavina, il primo regalo natalizio che
gli ha fatto sobbalzare il cuore tenero di bimbo è stata una bicicletta
davvero speciale. «Che magia la Turboberta con le ruote gialle. La
consideravo il mio destriero, affascinato com’ero dal primo libro che
avevo letto, la Disfida di Barletta. In sella alla Turboberta mi sentivo
come Ettore Fieramosca. Poi qualche Natale dopo mi è arrivata una
meravigliosa chitarra elettrica, una Fender bianca un po’ ammaccata di
terza o quarta mano, ma con quella ho cominciato a suonare nel gruppo I
Mirror – in onore alla rivista di mia madre, Lo specchio ». Un
rapporto intenso, quello con la madre che lo ha cresciuto da sola nella
casa dei nonni: «Come auguri di Natale, tempo fa ho spedito a tutti gli
amici e parenti una foto che mi ritrae con mia madre: io con le corna da
diavolo e lei con l’aureola da santa Nicoletta... L’assenza paterna
è stata un trauma che mi sono portato dietro, ma almeno nei giorni di
festa l’avvertivo solo dai pacchi, sui miei bigliettini non figurava
mai la scritta ‘dal tuo papà’. La mia famiglia però è così
numerosa che quel vuoto l’hanno sempre generosamente colmato.
Ci pensava lo zio ‘matto’, Paolo – quello che descrivo Nel
paese di Tolintesàc –, e quell’uomo di mare dello zio Antonio, che
un Natale mi regalò il Galeone della Playmobil, che poi finivo col
metterlo insieme al Pirata tra le statuine del presepe». Bizzarrie di
chi ha sempre lavorato sodo di fantasia. «Fin da piccolo sogno così
forte che ancora oggi mi chiedo se certe cose mi accadono sul serio o
sono frutto della mia intensa attività onirica. Uno di questi sogni
fatto da piccolo fu quello di aver ricevuto in dono dallo zio di
Brisighella, Franco, l’autocisterna della Lego. Al mattino di Natale
mi svegliai turbatissimo dentro al mio pigiamone felpato e con le calze
di lana fatte ai ferri dalla nonna Cristina, che invece se ne stava
tranquilla in cucina come sempre a preparare i passatelli in brodo per
il pranzo con i parenti. Piangendo gli chiesi dove fosse finita
l’autocisterna che mi aveva regalato lo zio Franco e lei stupita: «Guarda
che lo zio non ti ha regalato mica niente...».
Ero disperato. Quell’autocisterna della Lego non ci crederete
ma è il regalo che aspetto da tutta una vita. Prima o poi la compero al
mio piccolo Giovanni così potrò dire che non è stato solo un sogno,
il dono dello zio Franco finalmente è arrivato…».
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Ermanno
Paccagnini
Corriere della sera
gennaio 2009
Il
ritorno a casa di Cavina fra tisane e amori perduti
È tornato felicemente a casa, Cristiano Cavina. Non solo perché lo
sfondo dei Frutti dimenticati è Casola Valsenio, il Paese delle Erbe; o
perché,a differenza del passato, quando al centro del suo narrare
“autobiograficissimo” era Bastiano Casaccia, stavolta lo scrittore
si rimpossessa del proprio nome e cognome. E’ tornato a casa
soprattutto come forma e tono di narrare, dopo la sfilacciata legnosità
inventiva ed espressiva di Un’ultima stagione da esordienti. In tal
senso I frutti dimenticati si ricollega al suo primo Alla grande, con
una narrazione bilicata tra il presente del trentatreenne pizzaiolo e
scrittore Cristiano Cavina alle prese con la paura di confessare ad Anna
la fine del loro amore e il ricordo (qua e là con qualche insistenza di
troppo) d’una infanzia tra i nonni Cristina e Gustì, don Elvis, i
compagni, le tisane di suor Luca Maria ottenute dai frutti del tutto
dimenticati. “frutti dimenticati” come metaforico collante del
costante e speculare trapasso tra ieri e oggi. Perché anche Cristiano
è un frutto dimenticato: da un padre mai conosciuto, invano sostituito
con personaggi avventurosi, e che oggi ricompare in fin di vita. Così
come frutto dimenticato rischia di essere Giovanni, il figlio forse
gravemente malato di Cristiano che Anna porta in grembo. Di qui un
romanzo intenso, in cui è soprattutto la lotta interiore tra amore,
dolore, paura, rabbia, compassione, rimorso scandito ieri come oggi da
rintocchi a morto delle campane, a dettare un tono insieme sorridente e
malinconico.
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Silvia
Santirosi
Il mattino
gennaio 2009
«Per
ciò che mi riguarda, d’altro canto, io esigo da ogni scrittore, prima o
poi, un semplice e sincero racconto della sua vita»: così recita
l’esergo dell’ultimo romanzo di Cristiano Cavina, I frutti
dimenticati. Una frase del filosofo Henry D. Thoreau che suona come una
confessione: stavolta il gioco continuo di specchi e rimandi tra vita e
racconto si farà a carte scoperte. Cristiano, infatti, è tanto il
protagonista della storia quanto dell’atto del narrare attraverso la
parola scritta. Ma dove finisce il vero della vita vissuta e inizia il
falso della vita raccontata?
Di sicuro, se ne ricava un senso di equilibrio tra l’espressione di
un’individualità irripetibile e la comnicazione di un sentire
oggettivamente condivisibile. Perchè al di là degli aneddoti
dell’infanzia incantata trascorsa a Casola Valsenio, dietro la cronaca
delle esperienze receni, il nocciolo duro del racconto è il potere
salvifico del prendersi cura di ciò ce sta scomparendo: di un frutto
dimenticato, ad esempio.
Per trentatrè anni il padre è stato l’Assenza che Cristiano ha colmato
come ha potuto: con la famiglia, gli amici, i libri. Nel momento stesso in
cui sta per diventare genitore a sua volta perdendo tutto, perchè non sa
se ama più la sua compagna, quello sconosciuto entra nella sua vita.
Passato, presente e futuro si condensano in un unico grumo di senso. «Il
racconto più lungo della mia vita durò due settimane»: assistere a
quell’atto unico che è la morte di suo padre, salva Cristiano. «Ci
sono cose al mondo che quando si spezzano nessuno riesce ad aggiustare»:
come la morte, che se pure mette fine a una vita tuttavia non riesce a
distruggere un legame. E anche in un’esistenza in cui si è «sbagliato
tutto quello che si poteva sbagliare», sebbene si rimanga comunque barca
in un mare in burrasca, ora c’è Giovanni, il figlio-faro che «getta
una luce attraverso le tenebre» e restituisce l’orizzonte verso cui
navigare: il futuro.
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Antonella
Ottolina
"A"
gennaio 2009
Il
bambino Cristiano immaginava che il suo babbo fosse bello e forte. Facile;
non l’aveva mai visto. Quando lo conosce, magro e morente, Cristiano ha
33 anni e sta per avere un figlio da una ragazza che non ama più. Come si
fa a diventare padre e figlio nello stesso momento? L’autore lo racconta
con il fascino di un linguaggio puro e naturale. Come la sua storia, vera.
|
Paolo
Perazzolo
Letture
febbraio 2009
Scrittore
e padre, doppia maturità
A ragione considerato uno dei giovani scrittori italiani più
promettenti, Cristiano Cavina con I frutti dimenticati non solo conferma
tale giudizio, ma lo supera, dimostrando di essere una realtà
importante della nostra narrativa.
In quest’ultimo romanzo, infatti, oltre a confermare quanto di buono
era già emerso nei precedenti Alla grande, Nel paese di Tolintesàc e
Un’ultima stagione da esordienti, dimostra di sapersi confrontare
anche con temi e registri diversi.
Era profetico il titolo del suo ultimo romanzo, Un’ultima stagione da
esordienti. Il racconto lieve e malinconico, fiabesco e immaginifico,
dell’infanzia non poteva continuare all’infinito, perchè la vita va
avanti, e lo stesso doveva fare la scrittura di Cavina, così legata
alla sua biografia (e a quella del suo paese, Casola Valsenio). Il
passaggio all’età adulta, alla maturità, non è mai del tutto
indolore. Mentre il protagonista-autore sta per diventare padre, viene
contattato da quel padre che mai aveva conosciuto. Una coincidenza
“terribile”, incredibile, eppure verissima. E, a complicare ancora
di più le cose, c’è la fine del rapporto con la donna che sarà
madre di suo figlio, e la malattia del padre, spuntato all’improvviso
proprio negli ultimi istanti di vita...
Cavina ha il dono di presentare al lettore qualsiasi evento con
naturalezza e vivacità davvero uniche. Alternando capitoli in cui dà
seguito alla saga del mitico Casola Valsenio ad altri in cui
ricostruisce l’ncontro con lo sconosciuto che dichiara di essere suo
padre, compone un romanzo (necessariamente autobiografico) commovente e
divertente, malinconico e forte, con alcune splendide pagine sul tema
della paternità. È, I frutti dimenticati, un libro semplice, che con
levità entra nel cuore di ciò che è essenziale a ogni persona e
accarezza la fragilità di cui tutti siamo intrisi.
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Giuseppe
Giglio
Il riformista
aprile 2009
Il
ritorno di Cavina scrittore pizzaiolo
I frutti dimenticati. In forma di romanzo, un autobiografico
viaggio tra le onde della vita. Tra il difficile presente e i sogni della
memoria.
Gilbert Keith Chesterton diceva che bisognava fare il giro del mondo per
ritrovare la propria casa. E in quest’affermazione c’è tutto il
senso dell’avventura chestertoniana, l’avventura del man alive,
dell’uomo vivo, protagonista di tante storie del grande narratore
inglese. Ma a volte è sufficiente fare il giro della propria casa per
avventurarsi tra i sentieri della vita. E aprire una finestra sul mondo,
capire di più di se stessi e degli altri, scoprire insomma una porzione
di esistenza. Che è poi la ragione d’essere di un romanzo. È quel
che accade ne I frutti dimenticati, l’ultimo libro di Cristiano Cavina
(Marcos y Marcos, euro 14,50). Un romanzo breve - o un racconto lungo -
ambientato ai nostri giorni, in cui l’incontro di Cristiano (il
trentenne protagonista, pizzaiolo e scrittore al tempo stesso, come
Cavina; o meglio: narratore innamorato delle storie) con uno sconosciuto
coincide con la prima tappa di un viaggio: tra un presente difficile e i
sogni della memoria (sogni che volano come mongolfiere), tra le pareti
della casa e le viuzze del piccolo borgo romagnolo in cui Cristiano –
che è anche l’io narrante - è cresciuto. Ove «era tutto un
coltivare frutti dimenticati», una vera e propria festa collettiva,
ogni anno celebrata: giuggiole, pere volpine, sorbi, bacche di prugnolo,
lazzeruoli, cornioli; tutti tirati su con amore.
Un viaggio affidato ad una scrittura scarna e asciutta, in cui
strettamente e sottilmente si intrecciando autobiografismo e invenzione:
- una libera e felice fantasia sdipana e avvolge grappoli di vita
vissuta o in divenire: a disegnare per linee essenziali luoghi e
personaggi reali e simbolici al tempo stesso, a dar voce ad una libera e
felice fantasia che sdipana e avvolge grappoli di vita vissuta o in
divenire; tra amicizie e inquietudini, gioie ed errori, passioni e
avventure, tra le bancarelle dei frutti dimenticati e i frutti della
vita non raccolti, o mancati. Con la leggerezza, il candore e
l’innocenza che della favola sono propri.
E a proposito di favola, di favoloso: questa storia si potrebbe leggere
come un’immaginaria cartolina dalla Romagna, di calviniana memoria;
dove il fiabesco e il realistico, perfettamente complementari, cesellano
un personaggio-uomo che anche a noi somiglia: inquieto e come alla
ricerca di un’antica armonia perduta, o non trovata. Un personaggio
che dolorosamente ritrova il padre mai avuto (un uomo «molto stanco che
con abiti troppo grandi si avvicina alla fine», quasi al capolinea), al
quale decide di raccontare la propria vita disordinata, che sembra
sfuggirgli di mano, proprio mentre la sua compagna – che non è più
sicuro di amare – sta per dargli (a lui, a Cristiano) un figlio: un
bimbo con occhietti da canaglia, «da unno invasore», e con i «mignoli
perfettamente uncinati». Proprio le stesse caratteristiche di
Cristiano: che da bambino, come un intrepido palombaro (sprofondato in
una vecchia tuta da lavoro del nonno, con sulla faccia una maschera da
saldatore), guizzava con straordinaria agilità nella camera della nonna
a caccia di mirabolanti tesori, come fosse in fondo all’oceano, sicuro
della protezione dei papà che si era immaginato: D’Artagnan,
Sandokan, Jean Valjean, il conte di Montecristo, persino Dio.
I frutti della vita, dunque; quelli cioè che alla vita stessa
appartengono, che le conferiscono dignità e senso. Dapprima assaggiati
quasi inconsapevolmente, poi insinuati nell’animo, quindi riscoperti
da adulto; e vissuti come favola di sé, come avventura di sé:
l’assenza, l’inquietudine, la malattia, il dolore, la morte, la
gioia, la fantasia, le cose semplici, i bambini, l’amore. Soprattutto
l’amore, la scoperta e la riscoperta dell’amore. E il lettore si
sente come convitato ad un gioco di intelligenza attiva, pagina dopo
pagina. Guizza – anche lui palombaro - nelle profondità ove si
spinge il protagonista, a seguirne la difficile rotta. Fino
all’epilogo della storia. Quando si torna in superficie, dopo aver
recuperato qualche tesoro. Quando la vita finisce e ricomincia. Quando
si viene a capo di un agile filo di fantasia che a volte corre lungo le
nostre inquietudini, balugina tra le intermittenze del cuore, si impenna
in grappoli di gioia.
|
Caterina
Soffici
Il giornale
maggio 2009
Io,
pizzaiolo, sforno libri per lo Strega
È uno talmente romagnolo che se parlando vi scappa un «voi emiliani»
subito specifica: «No, siamo due etnie diverse. Loro fanno i cappelletti
troppo grandi e li chiamano ravioli. E bevono vino nero frizzante». Si
definisce «un ragazzo di campagna» e non lo dice per fare lo snob. Anzi,
sebbene il suo ultimo libro I frutti dimenticati (Marcos y Marcos, pagg.
202, euro 14,50) sia tra i 12 scelti per lo Strega, non gli piace essere
definito scrittore. Perché se gli chiedete che lavoro fa, lui risponde:
il pizzaiolo.
Cristiano Cavina, 35 anni, nato e vivente a Casola Valsenio, provincia di
Ravenna, è cresciuto con la madre e i nonni materni in una casa popolare
di viale Neri, tirando calci a un pallone sui campetti di terra battuta,
sfrecciando con la bicicletta Turboberta, tra una recita natalizia e tante
letture, di pirati, moschettieri e palombari.
Perché
non scrittore?
«Io sono davvero pizzaiolo, mica per posa. Lavoro nel ristorante di mio
zio, impasto, accendo il fuoco, inforno. Non voglio avere una carriera da
scrittore. Non ho l’assillo di diventare famoso. Ho mantenuto un’altra
vita, per fortuna».
Perché
per fortuna?
«Perché quelli che pensano di essere scrittori poi, casomai, non hanno
più storie da raccontare e allora fanno esercizi di stile e di scrittura.
Io non ho l’obbligo di mettermi al tavolino per inventare trame e
personaggi. Io vengo dalla dura scuola dei bar di provincia, uno dei pochi
luoghi dove la gente usa ancora la voce per raccontare storie».
Però
potrebbe vivere di scrittura?
«Per il primo libro mi hanno dato 1.500 euro. Per questo ho avuto 40mila
euro d’anticipo. Ma non lo faccio per soldi».
Quante
storie ha ancora da raccontare?
«Per ora ne ho scritte quattro. Un altro paio ce l’ho. Quando non ne
avrò più, allora smetterò e farò solo quello che ho sempre fatto. Il
pizzaiolo e mille altri lavoretti. Per molto tempo sono stato barista. Ho
fatto anche il raccoglitore di frutta e il portalettere stagionale».
Il
portalettere stagionale?
«Sì, d’estate, quando gli altri sono in ferie. Mia mamma è
portalettere, mia nonna faceva la portalettere e il mio bisnonno è stato
il primo portalettere di Casola. Anche mia cugina è portalettere e anche
mio nonno era metà contadino e metà portalettere».
Però
adesso è anche candidato al premio Strega, il più prestigioso
riconoscimento letterario italiano. Contento?
«Sono andato a Benevento alla presentazione dei candidati con lo spirito
del ragazzo di campagna in gita con il pranzo al sacco. Gli altri erano in
camicia e cravatta, io in maglietta... ».
Però
le farà piacere essere stato scelto...
«Sì, ma non mi monto la testa».
I
suoi presentatori sono Ernesto Ferrero e Valeria Parrella. Suoi amici?
«Non li conosco di persona. Ferrero l’ho incrociato una volta alla
Fiera di Torino nel 2003 quando è uscito il mio primo libro Alla grande.
La Parrella non l’ho mai vista. Però li ringrazio molto di avermi
apprezzato».
Scrittore
no, narratore va bene?
«Meglio. Diciamo “raccontatore di storie”. Casola è un paesino di
appena 2.875 abitanti, ma ha avuto tanti letterati. Era il paese di
Alfredo Oriani, grande scrittore, dimenticato perché Mussolini lo mise
tra i suoi preferiti. E del professor Giuseppe Pittano, l’autore del
Dizionario dei sinonimi e contrari della Zanichelli. Era il figlio
dell’oste anarchico analfabeta di Casola».
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Carlotta
Niccolini
Corriere della sera
maggio 2009
Lo
scrittore romagnolo, oggi a Milano, è tra i 12 autori selezionati per
il Premio Strega
«Sono un ragazzo di campagna»
Cavina: «Continuo a fare la vita di
sempre. E a lavorare in pizzeria»
Ci sono scrittori che dividono con l’ accetta vita e letteratura: «ogni
riferimento a fatti e personaggi è puramente casuale». Tutto il
contrario per Cristiano Cavina che nel forno della letteratura mette
sempre e solo se stesso, i suoi amori, le sue malattie, i suoi parenti,
la gente del paese (Casola Valsenio, in provincia di Ravenna). Succede
anche nell’ ultimo «I frutti dimenticati» (Marcos y Marcos),
selezionato per il Premio Strega, in cui compaiono un padre riemerso dal
nulla e un bambino nato prematuro.
Non
le scoccia un po’ dare in pasto al pubblico la sua intimità?
«Fortunatamente non sono uno scrittore ma solo un narratore. Vengo
dalla scuola dei bar, racconto quello che so. Per il resto continuo a
fare quello che facevo prima, comprese le pizze la sera in un locale di
Casola».
Nessuno
dei suoi personaggi ha mai avuto niente da ridire?
«I miei personaggi sono persone. Una volta la preside della scuola
media si è un po’ arrabbiata perché avevo parlato male di suo
figlio. Ma non penso di essere l’ unico proprietario di queste storie,
io mi limito a metterle in pagina».
È
rimasto un ragazzo di campagna?
«Sì. La vita di paese che per molti è una sofferenza per me è una
gioia. A Casola la sera è buio e si vedono le stelle. E quando voglio
andare al cinema in 20 minuti sono alla multisala di Faenza, mica come a
Roma che per trovare parcheggio ti tocca uscire di casa due ore prima.
Chi
le piace tra i suoi colleghi «stregati»?
«Vitali perché scrive del suo paese come me. Scurati è bravissimo ma
finisce per buttare benzina sul fuoco che dice di voler spegnere».
Che
libri ha sul comodino?
«Vediamo... Anna Karenina, Ventimila leghe sotto i mari, le novelle di
Verga, Memorie di un cacciatore di Turgenev. Però guardi che ho letto
anche I love shopping. E mi è piaciuto».
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Stefania
Vitulli
Il Giornale
21 maggio 2009
Marcos
y Marcos festeggia la nomination allo Strega
Casola Valsenio è un paese un po’ speciale per almeno due motivi.
Celebra una «Festa dei frutti dimenticati» in cui si possono assaggiare
i sapori asprodolci di frutti insoliti come azzeruole, giuggiole,
corbezzoli. E conta tra i suoi 2.800 abitanti un possibile vincitore del
premio Strega 2009. Cristiano Cavina, 34 anni, scrittore e pizzaiolo, è
entrato pochi giorni nella dozzina dei finalisti con il romanzo «I frutti
dimenticati» (Marco y Marcos) e trattandosi di romanzo di nicchia
pubblicato da un editore indipendente milanese che per la prima volta
riesce a sfondare il muro dei giurati del premio italiano più prestigioso
e portatore di un aumento esponenziale nelle vendite, è sembrato il caso
di fare festa anche a Milano (stasera al Frida Café, in via Pollaiuolo 3,
ore 21). «Il merito per la qualifica allo Strega va al libro ma anche
all’editore, sempre casereccio, garibaldino da 25 anni» ci racconta
Cavina. «Pregiudizi sulla vittoria? Che lo Strega funzioni in un certo
modo non è uno scandalo. Immagino che sotto ci siano interessi più
grandi. Ma vede, il mio è il punto di vista di un ragazzo romagnolo che
sta sugli Appennini a far le pizze e a fare il babbo. Alla cerimonia per
la proclamazione dei finalisti ci sono andato in maglietta con lo spirito
del campagnolo in gita, mica vestito della cresima. Il rispetto per il
premio lo porto dentro». Eppure i premi dovrebbero avere un legame forte
anche con la letteratura oltre che con gli interessi editoriali: che cosa
le impedisce di pensare che potrebbe vincere se ritiene che il suo sia un
ottimo romanzo? «Nulla, salvo il fatto che non sono uno scrittore in
carriera. Non ho mai pensato di cambiare vita dopo aver pubblicato dei
libri e sono ormai diciotto anni che scrivo. I libri sono una cosa in più.
Ogni volta che ne faccio uno, ho “salvato” delle storie e mi basta.
Altrimenti avrei cambiato editore tutte volte che me lo hanno chiesto, e
sono state tante. Mi piace molto, invece, andar per le scuole a parlare
dei miei racconti con i ragazzi che usano i miei libri per studiare, credo
di essere uno dei maggiori esperti italiani in promozione scolastica. Ora
però la devo lasciare, devo andare a far delle pizze. Col forno a legna,
lo specifichi». Insieme a Cristiano Cavina, si ritroveranno questa sera,
tra reading e brindisi, anche Matteo B. Bianchi di Mtv, lo scrittore Marco
Mathieu, e la storica libraia milanese Antonella Viganò. Ognuno regalerà
a Cristiano e al pubblico una storia da salvare, proprio come si salvano i
frutti in via di estinzione.
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Anna
Folli
Gazzetta di Parma
12 giugno 2009
Intervista:
Cristiano Cavina, autore del romanzo I frutti dimenticati, edito da
Marcos y Marcos
«Sono
cresciuto raccontando»
Con
il suo quarto romanzo, Cristiano Cavina ritorna a casa, alla sua Casola
Valsenio, il paese romagnolo dove vive e ambienta le sue vicende
letterarie. E con quello che il più autobiografico dei suoi pur
autobiografici romanzi, si guadagna uno dei dodici posti alla selezione
del Premio Strega. I frutti dimenticati (edizioni Marcos y Marcos)
è forse la più intensa delle sue opere, in bilico tra sorriso e
commozione, tra realtà e favola. A capitoli alterni, Cavina racconta il
presente e il passato: un presente in cui si trova a dover affrontare la
perdita di un padre che per tutta la vita non ha conosciuto e la nascita
di un figlio dalla compagna che forse non ama pi. Un passato dove un
bambino checresciuto senza padre, per riempire questa mancanza di padri
se ne inventa una moltitudine: sono padri le suore dell’asilo, la madre,
i nonni. E sono padri soprattutto Cirano de Bergerac, D’Artagnan,
Sandokan e tutti gli eroi dei libri che popolano la sua giovinezza. Ed
è suo padre persino Dio, che gli regala un fratellastro importante come
Gesù e un’infinità di santi come parenti.
In I frutti dimenticati, il
protagonista ha il suo nome e il suo cognome, la sua età, la sua
professione di pizzaiolo. Nel romanzo, parla di suo padre e di suo figlio.
Ci vuole coraggio a raccontare una storia così intima. Come ci è
arrivato?
E’ stato tutto molto naturale. Sono cresciuto raccontando storie.
E la cosa più sempliceraccontare di sé stessi. Certo, scrivendo si
mescolano passato e presente, ricordi miei con parole venute da altri.
Sono partito dal bisogno di parlare di mio figlio Giovanni. E tutto quello
che lo riguarda verissimo, anche se lui è ancora più straordinario di
come lo descrivo. E’ vera la gravidanza difficile di Anna, sua madre, ed
è vero il fatto che durante quei mesi io ho scoperto di non essere più
innamorato di lei, anche se cercavo un alibi per non confessarlo nemmeno a
me stesso. Ho cercato di raccontare la mia storia come se fossi al bar di
Casola con i miei amici.
Casola Valsenio, Riolo, Imola, Cesena. Il suo mondo letterario ha
confini geografici molto precisi e definiti. Non ha mai pensato di
scrivere una storia lontana da lei, magari di pura invenzione?
Non so se potrò mai farlo. Io non ho passato tutta la mia vita a
Casola. Ho abitato a Torino e a Bologna, ma la parte di me che scrive è
quella che guarda al passato. E il mio passatostrettamente legato al
mondo di Casola, un paesino della Romagna con meno di tremila abitanti.
E’ legato a quell’appartamento delle case popolari dove sono cresciuto
con una mamma e dei nonni straordinari. E’ legato a un certo modo di
vivere e di intendere la vita.
Il titolo del suo romanzo ha un significato reale e uno simbolico. Chi
sono i frutti dimenticati?
I frutti dimenticati sono la mela cotogna, le giuggiole e le pere volpine
che hanno sfamato intere generazioni e poi, nel momento del benessere,
sono stati abbandonati. A Casola ci sono sempre stati e, nonostante siano
complicati da coltivare, esistono ancora. Nel mio romanzo, per, i frutti
dimenticati hanno anche un altro significato: sono quelle persone
difficili che però continuano a nascere e a produrre frutti.
La sua scrittura è apparentemente semplice e molto vicina al
linguaggio parlato. Ma in realtà vive in un delicato equilibrio fatto di
ironia ed emozione, di leggerezza anche nei momenti più drammatici.
Quanto lavoro c’è dietro questa ricercata semplicità?
Per trovare quel tono, ho scritto e riscritto, cercando sempre di
migliorarmi. E con il tempo, ho trovato la mia voce. Credo che mi abbia
aiutato leggere molto. E io ho letto tantissimo, sempre, anche tra una
pizza e l’altra.
Ho letto Guareschi, che ora hanno tutti dimenticato e invece è un
creatore di storie e di parole che nessuno usa più. Ho letto Natalia
Ginzburg che ho amato per la sua capacità di narrare le piccole cose
della vita. E poi Goffredo Parise e John Fante.
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Igor
Traboni
Il Secolo d'Italia
28 giugno 2009
Leggi
e ricorda i frutti dimenticati di una vita vera
Gioie e dolori dei premi letterari: se da una parte lo Strega
quest’anno sta esaltando alcuni libri (quello di Massimo Lugli su tutti,
di cui il Domenicale si è occupato la settimana scorsa), dall’altra
rischia di lasciare per strada altre buone prove, ad iniziare da “I frutti dimenticati” di Cristiano Cavina (Marcos y Marcos, pagg. 202, euro 14,50) che non ce l’ha fatta ad
entrare nella ‘cinquina’, pur meritandolo. Eppure, con il solito
efficace passa parola tra i lettori, questo quarto romanzo del giovane
scrittore romagnolo si sta imponendo, con la forza di uno “che
fa il narratore, mica lo scrittore. Racconto quello che so”.
I frutti dimenticati sono
quelli di un grande giardino di Casola Valsenio, il paese del Ravennate
dove Cavina è nato 35 anni fa (nel romanzo sono molti gli accostamenti
autobiografici) e dove ha vissuto a lungo assieme alla madre e ai nonni
materni, in un piccolo appartamento delle case popolari. Il padre no, il
bambino che frequenta l’asilo retto dalle suore non l’ha mai
conosciuto. Eppure il padre un giorno si farà vivo, proprio mentre il
personaggio narrante del libro a sua volta sta per diventare padre. E’
un uomo di poche parole, quelle che gli sono rimaste perché sta morendo.
E nel classico gesto di lavarsi la coscienza (ma questo non viene mai
detto, quale forma di pudore e ulteriore finzione letteraria), vuole
ritrovare quel bambino ora diventato uomo, e che invece di parole ne ha
tante, ma solo quelle trasposte nei libri, non altre.
La “forza” dei libri fa capolino – e il lettore è chiamato a
soffermarsi su questo e altri aspetti del romanzo, tratteggiati da Cavina
in maniera abile e già consumata – nel primo incontro tra i due: il
padre chiama la casa editrice e si spaccia per un insegnante che vuole
incontrare l’Autore con i suoi alunni. Il contatto è immediato, ma in
realtà “la classe” è tutta lì, su una panchina sbilenca circondata
dai piccioni, dove il figlio corre a più riprese, anche mentre la
compagna ha le doglie del parto: un uomo oramai consumato dalla vita e
dalla malattia, un altro che sta per diventare padre ma che non trova le
parole per dire “papà” come vorrebbe. Eppure sarà ogni giorno al
capezzale di quel padre che non ha mai visto prima in una dimensione
“normale”. Neppure quando, molto probabilmente, quell’uomo saliva
fino a Casola per spiare il figlio alla festa annuale dei frutti
dimenticati, una grande sagra paesana per esaltare le essenze e gli
sciroppi che solo lì sanno cavare da quelle piante officinali. Come fanno
le suore, timorose di Dio e amorose verso i bambini dell’asilo.
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Come fa il parroco, un omone di
120 chili che conserva il segreto di un distillato estratto
dall’ennesimo frutto dimenticato e che nessuno scoprirà mai, neanche
quando don Elvis muore (ma sì, è il
contrario di un rockettaro ma ha proprio questo bel nome che tra l’altro
pare impossibile infiocchettare addosso ad una tonaca).
Il romanzo ha pure questo di pregio: racconta una vita di provincia tutto
sommato monotona ma al tempo stesso esaltante, perché tante sono le
prerogative di questo paese-universo, narrate con uno stile che ricorda
molto John Fante (sappiamo che all’autore l’accostamento non
dispiace). E’ così anche per i personaggi che riesce a celare, salvo
poi tirarli fuori da un cilindro magico quando servono (alla finzione
letteraria e alla vita stessa). Come la ragazza di cui l’autore si
innamora: il frutto – in
questo caso niente affatto dimenticato – sarà un figlio. Ma poi
l’amore svanisce: lei continua a chiedere “mi ami?”, lui a girare
attorno alle risposte, tra un libro da finire, una pizza da infornare e
quel padre da conoscere.
Giovanni sarà anche “il completamento” di quel rapporto, perché i
novelli genitori dopo la nascita capiranno che non sono fatti per stare
assieme, che l’amore chiede altro. Esattamente il contrario di un albero
dai frutti dimenticati.
«Dopo che Giovanni verrà battezzato, non ti voglio più a casa mia» dirà
Anna a Cristiano, dopo che questi avrà ammesso di non amarla più,
fissando il parabrezza di un’auto.
Anche il sentimento religioso è ben presente in questo libro: si capisce
che l’autore “ci crede” ma senza ostentarlo e tanto meno imporlo al
lettore. Le suore, il parroco, le litanie della nonna nei confronti del
nonno che invece avrebbe voluto Saragat santo subito. E poi quel Salmo 23
(“E se anche dovessi camminare in una valle oscura non temerei alcun
male, perché tu cammini con me”) che Cristiano ripete da bambino e poi
ancora da grande, quando Anna rotola per le scale e rischia di perdere
Giovanni ancora nel grembo, come un messaggio
– e non solo una preghiera – mandato “al padrone di casa, a
cui tutti alla fine avremmo dovuto pagare l’affitto”.
Ecco, il libro di Cavina ci è parso proprio questo: uno scavare continuo
tra i sentimenti, senza finzioni e mezze verità, con il coraggio di
raccontarsi per raccontare, di immergersi nella vita. Proprio come quando
Cristiano da bambino giocava a fare il palombaro nel forziere di un
vecchio armadio della nonna. Prima di salire sulla lambretta che il nonno
proprio non sapeva guidare e immancabilmente finire contro un palo, che
proprio non voleva sapere di spostarsi da mezzo alla strada. Da mezzo alla
vita.
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Vanadia
Cantaro
Whipart
5 luglio 2009
Il pirata che non si vende:
intervista a Cristiano Cavina
C'è poco da anticipare, si presenta da solo, abbiamo già iniziato a
conoscerlo...
Per Whipart, Cristiano Cavina racconta un po' di sé.
Ciao Cristiano, sei oggi al tuo quarto libro edito dalla casa
editrice Marcos y Marcos, ma hai sempre affermato che non ti reputi uno
"scrittore", piuttosto un racconta-storie venuto dalla campagna.
Cosa pensa Cristiano di se stesso oggi? Ora che non puoi certo esser
classificato come "esordiente", ti senti un po' più scrittore?
Fortunatamente, ad ogni libro che passa, mi sento meno scrittore.
Sinceramente mi terrorizza l'idea di affrontare una storia da scrittore,
di non attingere a quelle che sono le mie esperienze personali o i miei
ricordi. Per sentirmi scrittore, forse dovrei superare la diffidenza
istintiva che provo verso la III^ persona singolare.
Cosa penso di me oggi? Boh. Faccio le pizze. Di tanto in tanto sento di
dover condividere una storia. Imparo a fare il babbo del mio Giovanni.
Sei arrivato tra i 12 finalisti per il premio Strega: vorrei che
ci raccontassi come ti senti, se questa novità ti crea tensione, se
credevi di raggiungere tale traguardo e chi, tra gli altri finalisti, è
il tuo preferito.
A causa del mio imperdonabile ritardo nel rispondere, in realtà la
cinquina è già stata scelta. Sono stato contento ovviamente di essere
finito tra i dodici.
Mi piace pensare che sia stato una specie di riconoscimento verso le
piccole realtà alla periferia delle periferie che hanno visibilità solo
nei casi di cronaca nera, e il giusto omaggio al lavoro della Marcos y
Marcos, ai suoi ventisei anni di fiera indipendenza. E' stato interessante
partecipare agli incontri (ma questo per me è sempre interessante, visto
che sono un chiacchierone).
Le persone delle Fondazione Bellonci mi sono sembrate tutte simpatiche e
gentili. E poi, valeva la pena essere tra i dodici, solo per sentire il
candidato ufficiale dell'Einaudi, Tiziano Scarpa, affermare senza vergogna
di non essersi mai aspettato di finire nella dozzina, e di nutrire seri
dubbi sul suo ingresso nella finale a 5.
E' stato illuminante. Sì. Spero proprio di non diventare mai uno
scrittore.
Le tue storie, e non solo I frutti dimenticati,
posseggono forti tinte autobiografiche, e hai spesso dichiarato che sono
le storie stesse a far capolino nella tua scrittura quando è giunto il
loro momento. Credi che continuerai a raccontarti? Oppure hai nel cassetto
qualche nuovo mondo da esplorare e proporci?
Beh, io racconto come se fossi seduto fuori dal bar, insieme a degli
amici; uso semplicemente la mia voce; dopo i miei incontri, molti mi
dicono che ascoltarmi è stato come leggere un mio libro: sembrano
contenti: io lo sono di sicuro. L'unica materia in cui mi sento sicuro è
sostanzialmente quella del ricordo. O meglio, quella dell’epica del
ricordo, che è la memoria.
Non so se continuerò o no. Non dipende da me. Dipende della velocità e
dal modo di sedimentazione della storia. Di come la racconto a me stesso
nel corso degli anni.
Per il resto, del cantiere, di quello che scrivo o meno, non si parla mai.
Porta malissimo!
I tuoi libri parlano di vita vissuta, vera, sentita, potrebbero
essere interpretati come mancanza di inventiva, ma la sincera realtà è
che piacciono, e molto. Lo scrittore in fondo non racconta mai qualcosa di
assolutamente innovativo, ma lo racconta in maniera speciale e personale.
Temi mai che le tue storie possano finire?
Non lo temo. So, che finiranno. Ma non è un problema. Una volta che ho
salvato ciò a cui tengo, io sono a posto. Non sarebbe più utile
scrivere, se non per me stesso. E per come la vedo io, non avrebbe senso.
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Le tue storie sono cariche di bellezza, di
piacere, lo stesso dicasi anche per quelle più amare come il tuo ultimo
libro. Esiste qualcosa di cui ti crucci profondamente lungo le tue scelte?
Una scuola non frequentata, un lavoro non colto, un viaggio mancato?
Sono soddisfatto della mia vita. E' stato bellissimo e incredibile,
viverla; nei momenti belli come in quelli brutti. E se anche dovessi
viverla da capo, sono sicuro che rifarei le stesse cose, errori compresi.
Se potessi scegliere, di quale personaggio pubblico, conoscente o
sconosciuto incontrato per strada ti piacerebbe sentir raccontate le
proprie storie personali, con quella stessa "confidenza" che ti
è propria e con cui tu stesso narri le tue?
Ho avuto modo di conoscerne alcuni, e di sentirli raccontare; lo facevano
benissimo a modo loro. I migliori affabulatori che conosco, a parte alcuni
vecchietti nel mio bar e Don Leo Tabanelli di San Rufillo, sono Gianluca
Favetto e Alessandro Baricco. Inarrivabili.
Però non so se sono personaggi pubblici...
Gli italiani sono accusati di non saper tessere trame complesse
come quelle presenti nei romanzi stranieri e il nostro cinema è stato
tacciato di "depressione", tu che ne pensi? E quale autore o
regista, o quale singola opera suggeriresti di "provare" agli
italiani?
Non saprei, sinceramente non leggo molta narrativa italiana contemporanea;
immagino che le trame siano un problema per i giallisti, più che altro,
che in ogni caso si ispirano a opere straniere; non si può non notare
l'influenza fondamentale che in questo senso hanno avuto l’Ellroy di
American Tabloid, Manuel Vasquez Montalban e Pulp Fiction. Altri invece si
ispirano alla nostra storia recente, penso agli anni di piombo e ai tanti
misteri di questa nostra giovane Repubblica; e mi sembra questo un
approccio più interessante.
Il cinema. L'ultimo film italiano che mi è piaciuto, e che di tanto in
tanto adoro rivedere, è stato Ovosodo di Virzì. In Italia ormai
sono tutti Autori, si scrivono i film e se li dirigono, come Fellini o
Antonioni. Tutti autori e nessun regista. Infatti non ce n'è nessuno dei
due.
Abbiamo perso l'arte di raccontare visivamente anche solo la nostra
storia; non c'è più una scuola, se non quella dei film da botteghino di
natale. Il cinema italiano è del tutto trascurabile, per quel che mi
riguarda; lo dico da spettatore, ovviamente, dato che non scrivo
sceneggiature e non ho nessun interesse personale in quel mondo. Tutte le
storie che racconta mi sembrano piccole e fasulle.
Non so cosa intendi per 'provare'. Se non ho capito male, posso dirti che
tutto quello che è importante per me in una storia, come la si racconta e
perché, è racchiuso in un film che si chiama Big Fish, di Tim
Burton.
E' una delle mie opere preferite di sempre.
Tu hai fatto una scelta importante e ammirevole: hai scelto di
rimanere presso la tua casa editrice, la Marcos y Marcos - espressione
indipendente e coraggiosa della cultura - nonostante ti siano stati
offerti allettanti contratti da parte di grosse case editrici... Sotto
questo aspetto sei un faro della possibile intelligenza e presa di
posizione italiana: è difficile essere "un uomo migliore"?
Oddio, che io sia un faro dell'intelligenza è abbastanza allarmante. E
credo che l'unità di misura degli uomini vada presa in altri campi della
vita ben più importanti del saper mettere qualche parola in fila.
Sostanzialmente penso di essere un ragazzo di campagna un po' gradasso. Ho
sempre sognato di essere un pirata, un filibustiere, da quando ero il re
delle fionda alle case popolari; la Marcos y Marcos ha il nome giusto;
siamo un piccolo vascello di corsari in mezzo alle sterminata flotta più
o meno governativa.
Disprezzo profondamente quelli che per esempio criticano Berlusconi (che
è MOLTO criticabile) ma poi non si fanno problemi ad essere pagati da lui
– che pubblichino per Mondatori o per Einaudi non importa. Dicono che il
lavoro è lavoro, ma per me è una balla e basta; se non li misuri su
queste cose, i tuoi principi, su cosa li devi misurare, sugli slogan o nel
segreto della cabina elettorale? Troppo comodo, non comportano alcun tipo
di sacrificio.
Quando sono in pizzeria, specialmente in questi giorni d'estate, che
davanti al forno ci sono cinquanta gradi, so che sono lì perché è il
prezzo che devo pagare per essere perfettamente libero: come dicono nei Watchmen?
"Neppure di fronte all'apocalisse. Nessun compromesso."
E poi, i grandi gruppi editoriali possono avere tutto; possono comprare
tutto, e infatti si comportano di conseguenza. Ma anche se ci hanno
provato, per quel poco che valgo, e non valgo molto, non possono comprarsi
me.
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Marco
Belpoliti
L'Espresso
30 luglio 2009
Cuor di provincia
La caratteristica prima della
narrativa di Cristiano Cavina è una forma di leggerezza gentile che gli
permette d’avvicinarsi a temi e vicende tristi, persino tragiche, con
una levità straordinaria. Lo aiuta una lingua paratattica, al limite del
diaristico, della confidenza intima, anche quando racconta in modo
fluente. “I frutti dimenticati” (Marcos y Marcos, pp.201, euro 14)
sembra scritto per sé, una forma di monologo in cui Cristiano racconta la
propria storia: la nascita del figlio, la fine dell’amore con la
compagna, il ritrovamento del padre scomparso dalla propria vita e da
quella di sua madre, la malattia mortale del genitore, il sospetto di una
propria malattia. Tanta carne al fuoco. Ma il racconto procede con un
ritmo spedito, così da tenere il lettore col fiato sospeso: come andrà a
finire? L’abilità di Cavina sta nel differire le singole storie, nel
prenderle e poi abbandonarle, e riprenderle ancora. A far da cornice è di
nuovo il suo paese, Casola, vicino a Ravenna, la sua famiglia, e una
formidabile suora coltivatrice di frutti rari. Un altro capitolo del
romanzo della provincia italiana che Cavina scrive da anni con ottimi
risultati. Una poetica delle piccole cose e dei grandi sentimenti che è
anche l’istantanea di un periodo. In questo romanzo il narratore ha
spostato la lente d’ingrandimento dal proprio Io passato - il bambino
che era - al proprio Self - l’Io attuale. Ne scaturisce il ritratto di
un trentenne in cui la grazia si mescola all’impossibilità di trovare
una definizione, un senso del proprio stare al mondo: i figli di Tondelli
crescono.
Gardenia
Settembre 2009
A
cosa allude il titolo?
A una festa che il mio paese, Casola Valsenio, provincia di Ravenna,
dedica da anni a frutti come i corbezzoli, gli azzeruoli, le pere volpine. L'essere
nato in quello che viene definito "il paese delle erbe" ha
condizionato la sua vita?
Si nel senso che una comunità di tremila anime finisce per forza di
cose con il fare attenzione non soltanto a erbe e a piante, ma anche a
realtà minori, come le storie quotidiane delle persone I
frutti dimenticati del libro sono soltanto di natura vegetale?
No. Ci sono anche uomini e donne selvatici, difficili da coltivare, ma
che, come i frutti di Casola Valsenio, hanno comunque qualcuno che si
prende cura di loro.
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Marilia
Piccone
Wuz.it
8 settembre 2009
Un uomo di trentatré anni sta per diventare padre. Lo stesso uomo
incontra per la prima volta suo padre, a trentatré anni. Lui non è più
certo di amare la donna che è la madre di suo figlio; l’uomo che si fa
avanti rivelando di essere suo padre ha semplicemente messo incinta sua
madre, quando lei era poco più di una ragazzina. È la storia
personale di Cristiano Cavina, lo scrittore romagnolo che ha esordito con
il bel romanzo Alla grande, Premio Tondelli 2006. C’è ancora la
voce dello scrittore stesso, dunque, a parlare di sé, dei suoi ricordi e
delle sue esperienze di vita, nelle pagine de I frutti dimenticati.
In un momento significativo del suo percorso di uomo - guarda caso,
all’età di trentatré anni che, dalla morte di Cristo, è sempre stata
considerata come l’apice dell’esistenza.
Un racconto autobiografico corre molti rischi, potrebbe diventare noioso,
potrebbe innervosirci perché autocompassionevole, compiaciuto, con
dettagli importanti solo per chi narra e inutili per il lettore. Niente di
tutto questo ne I frutti dimenticati. La voce di Cristiano Cavina
è sempre piena di brio, evita le cadute nel sentimentalismo con ironia -
anche se a volte si indovina un groppo in gola dietro l’apparente
cinismo.
C’è il presente e c’è il passato nel suo racconto. C’è la storia
di mamma Nicoletta che ha dovuto affrontare la prova di rivelare ai
genitori di aspettare un bambino. Di cui si era subito ‘appropriata’
la nonna - dopo lo sconcerto iniziale, decidendo che si sarebbe chiamato
Cristiano. Ci sono le figure dei nonni, così importanti per il bambino.
Ci sono le suore dell’asilo, soprattutto la suora che somministrava
gocce dei rimedi di fiori di Bach, illustrandone le motivazioni, sempre
con le stesse parole che Cristiano ritrova da grande, in un libro
acquistato su una bancarella. Ci sono i piccoli amici - quello che sapeva
aggiustare tutto e che sarebbe morto, a solo cinque anni, in un incidente,
rivelando a Cristiano l’eternità dell’assenza. Manca il padre. Quando
questi spunta dal nulla, avendo rintracciato Cristiano tramite la sua casa
editrice, Cristiano gli rinfaccia il suo non essere mai stato là, quando
da bambino avrebbe avuto bisogno di lui. Eppure… eppure, in qualche
modo, proprio ora che la compagna di Cristiano sta per avere un bambino,
ora che si prospetta per suo figlio un futuro senza un papà sempre
accanto perché lui e Anna non si amano più, qualcosa cede dentro
Cristiano.
I frutti dimenticati è un romanzo di nascita e di morte: per un
bimbo che viene al mondo e lotta per sopravvivere ad un parto prematuro,
aggrappandosi alla vita, un uomo sta abbandonando la presa sulla vita e si
appresta ad uscire dal mondo. È anche un romanzo di crescita, nel
breve periodo tra quella nascita e quella morte: se Cristiano non può
seguire nessun modello per essere padre, può però cercare di fare il
figlio, restando vicino al padre anche se questi non si è mai curato di
lui (quanti figli vengono al mondo senza che neppure i padri che li hanno
generati in un attimo ne siano al corrente. O gliene importi). E comunque
c’è una tale disperazione nel patteggiare di Cristiano con Dio - perché
si prenda la sua vita invece di quella del piccolino -, c’è una tale
tenerezza nel giovane padre che cambia la tutina gialla a quel pulcino di
bimbo, che pensiamo che fare il padre è spontaneo come fare la mamma.
Basta prestare attenzione e curare i sentimenti, proprio come fossero dei
frutti dimenticati - quelli coltivati dalle suore e venduti alla festa
annuale del paese.
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