CRISTIANO CAVINA

I frutti dimenticati

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Gardenia, settembre 2009 (intervista)
Marilia Piccone, Wuz.it, settembre 2009
Marco Belpoliti, L'Espresso, luglio 2009
Vanadia Cantaro, Whipart, luglio 2009
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Igor Traboni, Il Secolo d'Italia, giugno 2009
Anna Folli,
Gazzetta di Parma, giugno 2009 (intervista)
Laura Pezzino, Vanity Fair, giugno 2009
Stefania Vitulli, Il giornale, maggio 2009 
Carlotta Niccolini, Corriere della sera, maggio 2009 (intervista)
Caterina Soffici, Il giornale, maggio 2009
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Giuseppe Giglio, Il riformista, aprile 2009
Paolo Perazzolo,
Letture, febbraio 2009
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A, gennaio 2009
Silvia Santirosi, Il mattino, gennaio 2009
Ermanno Paccagnini, Corriere della sera, gennaio 2009
Massimiliano Castellani, Avvenire, dicembre 2008
Sabino Labia, Confidenze, dicembre 2008
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Marta Cervino, Marie Claire, novembre 2008
Silvia Bombino, Vanity Fair, novembre 2008 
Annalena Benini, Il foglio, novembre 2008 
Vera Bessone,
Corriere di Romagna, novembre 2008
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Valeria Parrella, Grazia, novembre 2008
Giovanni Tesio, La stampa, novembre 2008
Fulvio Panzeri,
Avvenire, novembre 2008
Paolo Pegoraro,
Famiglia Cristiana, novembre 2008 
(intervista)
Giorgio Fontana,
Il sole 24 ore.com, novembre 2008
Alessandro Castellari,
Repubblica, novembre 2008
Giovanni Dozzini,
Europa, ottobre 2008

 

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Giovanni Dozzini
Europa
ottobre 200
8

Cavina e il faro che lo guiderà

È un padre che tiene in braccio il suo bambino e lo guarda con occhi innamorati, Cristiano Cavina. “Lui è il mio faro”, scrive dopo avergli scritto attorno un romanzo bello. E necessario, se è vero che stavolta Cavina non si limita a raccontare per filo e per segno i luoghi e i personaggi che hanno popolato fin qui la sua vita, come aveva già fatto nei suoi primi tre lavori (a partire da Alla grande, premio Tondelli nel 2006), ma ci mette la faccia fino in fondo. La faccia, e il nome, e il cognome.
Il protagonista de I frutti dimenticati (Marcos y Marcos, 208 pp., 14,50 euro) è proprio lui, Cristiano. Che a trent’anni e passa incontra un padre mai conosciuto prima e si ritrova ad assisterlo al suo capezzale. Che vede sgretolarsi un amore grande e fortunato proprio quando da quell’amore stava aspettando il frutto d’un figlio da far crescere senza il vuoto che era toccato a lui. Cristiano va in giro a presentare i suoi libri, e intanto ricorda le storie della sua infanzia, dell’asilo dalle suore e dell’immancabile nonna dai piedi gonfi e dal rosario facile. Cristiano di sera fa il pizzaiolo nel locale dello zio e fantastica sui sensi delle cose, sui suoi patti con l’Altissimo e sulla sua irrefrenabile vocazione al fallimento.

Parlando di Cavina quasi sempre si scomoda l’aggettivo “felliniano”, e bisogna scomodarlo anche stavolta, perché il registro non cambia, e se cambia piuttosto s’affina, e le scene antiche di amicizia e fuggevoli e remoti dolori che affollano le strade del suo paese schiacciato tra le colline e il cielo basso di Romagna sembrano essere proprio sospese su un filo invisibile o che chi legge fa volentieri finta di non vedere. Come i fili che reggono certi acrobati o le marionette, come quelli che sapeva con incanto tirare Fellini, appunto, Fellini che Cavina per di più dichiaratamente ama allo stremo. I frutti dimenticati del titolo sono quelli che riempiono le bancarelle della festa paesana e quelli da cui la reverenda madre superiora distilla rimedi contro le mal disposizioni dei bambini, sono quello che potrebbe essere un uomo quando le campane avranno già da tempo suonato a morto per lui e la gente avrà confuso i ricordi del suo funerale con quelli del funerale di chissà chi. Arriva dove parte, questo romanzo, Cristiano è goffo quando comincia a raccontare, con la sua lingua sognante ma adatta, e rimane goffo quando esce di scena, ma ha il suo faro da cui non levare gli occhi di dosso, il suo bambino da cui ripartire e farsi guidare, quasi come un padre al rovescio, il padre che non potrà mai aver avuto.

 

Alessandro Castellari
Repubblica
novembre 200
8

Piccole cose ci tengono per la vita

Tutti gli anni in ottobre a Casola Valsenio si celebra la festa dei frutti dimenticati. Sulle bancarelle sono esposte giuggiole, pere volpine, sorbi, bacche di prugnolo dentro a ceste ornate di rami di corbezzolo: modeste meraviglie della natura che negli orti di Casola e nel giardino delle suore orsoline vengono coltivate con amore. Essenze autoctone ormai quasi dimenticate dalla frutticoltura industriale ormai imperante ovunque. Il grumo simbolico di questa immagine paesana ci accompagna nella lettura della commossa ed esilarante “autobiografia romanzata” di Cristiano Cavina (I frutti dimenticati, Marcos y Marcos, Milano), alludendo alla necessità di dare spazio alle piccole cose della vita che si rivelano le più preziose; di non sciuparle con l’ imprevidenza e la disattenzione; di portare alla luce - come avrebbe detto Ungaretti - “quel nulla d’ inesauribile segreto” che esse contengono. Cristiano, un trentatreenne a cui “le cose a modo non riescono mai”, nel momento in cui sta per diventare papà, con una compagna che non è sicuro di amare, si incontra per la prima volta con il padre che non ha mai conosciuto: “un uomo molto stanco che con abiti troppo grandi si avvicina alla fine” e che Cristiano con impaccio, rabbia, pietà accompagna verso la morte. Al padre nel letto di ospedale egli vorrebbe raccontare tutta la sua vita, ma gli racconta solo della sua infanzia e della sua scuola materna dalle suore orsoline a Casola, perché “a volte pensa che quello che serve gli sia capitato lì”. Così, di fronte al malato terminale, viene messa in scena l’ esilarante e commossa rievocazione dei protagonisti di quegli anni lontani: la nonna Cristina che si credeva santa e, sempre sul punto di morire, “aspirava ad una poltrona reclinabile vicino all’ Altissimo”; Minghè, il campanaro che, dopo aver scampanato di prima mattina l’ ora della funzione, con gli altri tocchi dava informazioni sul tempo atmosferico della giornata; l’ amico Franceschino Morara che sapeva aggiustare tutti i giocattoli e che riteneva che le stelle cadenti fossero un errore di Dio che non le aveva attaccate bene con il vinavil alla volta celeste; e lui stesso, Cristiano Cavina, che portava il cognome di mamma Nicoletta e che si immaginava dei babbi tutti suoi: D’ Artagnan, Sandokan, il conte di Montecristo, lo stesso Dio Padre Onnipotente, così da poter vantare Gesù come illustre fratellastro e una folla di zii di contorno, quei santi e quei martiri di cui sono pieni i calendari. Ma c’ è un’ immagine che testimonia il perfetto equilibrio di tutto il racconto fra l’ infanzia evocata e il presente dei conti che non tornano: Cristiano da bambino si sentiva un coraggioso palombaro nella camera della nonna, che era come il fondo dell’ oceano, e il vecchio comò gli sembrava il forziere del tesoro; ora Cristiano da adulto si sente di nuovo un trepido palombaro di fronte a quel prezioso scrigno che è la culla termica dove dorme il suo bambino prematuro nel reparto di terapia intensiva neonatale di Ravenna. “Sentii la sua presenza dentro di me... come se lui avesse fatto nascere me”.

 

Giorgio Fontana
Il sole 24 ore.com
novembre 200
8

Con “I frutti dimenticati” Cavina taglia una volta per tutte i ponti con i residui finzionali dei romanzi precedenti e scrive la sua storia, la sua esperienza. Si è fatto un lungo parlare di autofiction e biografismo, poco tempo fa, nella critica italiana. Quello che è certo è che questo romanzo andava scritto così, con i veri nomi e i veri fatti, perché anche questo può fare la letteratura — salvare una verità. E l’idea di salvezza di ciò che è importante e vero è il leitmotiv simbolico dell’intero romanzo.
La trama. A trentatrè anni, Cristiano sta per avere un figlio da una ragazza che non ama più, e nel contempo dalle nebbie del passato riappare suo padre. Il padre che non ha mai conosciuto, perché sparito subito dopo aver messo incinta sua mamma. E il padre che ora sta per morire, e che ha scelto proprio questo momento per rivelarsi.
Alternando il piano del presente e quello del ricordo, Cavina sviluppa una dialettica che diventa rapidamente il motore dell’intero romanzo. Da un lato c’è il mondo intatto e fantastico della sua infanzia: la messe di storie e di personaggi, l’universo del paese visto attraverso gli occhi di un bimbo: venditori di castagne, preti da centoventi chili, docili sacrestani e nonni straordinari. Un mondo inevitabilmente piccolo e inevitabilmente immenso, perché ricco di cunicoli segreti e bivi improvvisi: la provincia italiana, la sua forza e il suo calore, il suo essere ancora legata a una dimensione ormai morente. Cavina riesce nella magia di trasporre l’energia della narrazione orale in un contesto diverso, e non cade mai nel patetico. Stilisticamente, il libro è di una semplicità esemplare: frasi brevi, molti a capo, le esatte pause di un racconto popolare.
L’assenza del padre, la storia più importante di tutte, viene così esorcizzata con una miriade di storie ulteriori. Senza un padre non si cresce, senza un padre non si è: la vita di Cristiano è uno uno sforzo continuo per riempire quell’assenza e costruire un’alternativa. A fargli da padre diventano quindi gli amici, le suore, la mamma, ma soprattutto i libri: “Avevo impiegato trent’anni a costruirmi quel babbo tutto mio, ed era implacabile, era D’Artagnan, Sandokan, Tom Sawyer, Jean Valjean, il conte di Montecristo. Era pieno di ricordi di tutte le persone che avevo vissuto fino a quel momento, era sempre con me, indomabile come Cirano.”
Questo processo di sostituzione è naturale. Inevitabile. Ma la forza del romanzo sta nell’altro lato, quello del presente: sta nel fatto che il padre permane come figura astratta anche dopo essersi rivelato. Cristiano lo accetta lentamente, e lo perde nel momento in cui aveva appena iniziato a conoscerlo. Nulla di lui ci viene detto: tutto il suo essere è filtrato da Cristiano, dalla sua percezione della morte e del ricordo. Ed è come se la sua apparizione si riverberasse all’indietro su tutto il passato, lo investisse di un senso nuovo e terribile, aprendo nuove fratture in quello che sembrava un universo al riparo.
Diventare padre e diventare figlio nello stesso momento diventa così il segno di una dannazione atavica: perché tutto è atavico, nel mondo di Cavina. Tutto è fortemente simbolico, come in ogni tradizione provinciale e campagnola. Le colpe dei padri non si finiscono mai di scontare. Cristiano si rivede così ritratto nella figura di quell’uomo: un uomo che abbandona il figlio nel momento della nascita, che si separa dalla compagna e perde l’amore nel momento in cui non deve, non può farlo. A questa condanna però Cristiano reagisce. In qualche modo: con l’unico modo che gli è dato. Raccontando.
Veniamo così al punto chiave, che è raccolto nel titolo stesso. Tutto il libro si avvita attorno a una metafora: l’idea del “frutto dimenticato”. Ogni autunno a Casola Valsenio, il paese natale di Cristiano, si celebra la festa dei frutti dimenticati. Piante ormai sconosciute, come le azzeruole, le giuggiole o le pere volpine. Perché salvare questi frutti dall’oblio? La domanda trova una risposta elementare e semplicissima: Perché è necessario. Perché se non li salviamo noi, chi lo farà? Allo stesso modo Cavina salva e onora il frutto dimenticato più importante, suo padre. Non gli deve nulla, e anzi è istintivamente portato a odiarlo: eppure lo assiste nei quattordici giorni della sua agonia finale. Nello stesso tempo dirige tutto il suo amore sul bambino appena nato: è il suo faro, la sua redenzione, il suo riscatto: non lo lascerà.
Il passato si specchia nel futuro e viceversa. Nasce un figlio, torna un padre. E l’ago della bilancia rimane sempre il narratore: schiavo del suo tempo e di ciò che fu. A questo proposito, verso i tre quarti, Cavina scrive una delle frasi più belle del romanzo. Parlando della sua stirpe suppone: “Forse siamo stati coniugati al passato remoto.” Può essere una condanna: è sicuramente anche un destino. Il passato remoto, dopotutto, è il tempo delle storie.

 

Paolo Pegoraro
Famiglia Cristiana
novembre 200

Di padre in figlio

Ci sono momenti della vita in cui tutto pare convergere, giganteschi nodi del destino che ti chiamano inequivocabilmente all’appello. D’improvviso il padre che non hai mai conosciuto ti viene a cercare. Scopri di aspettare un figlio, trepidi per le gravi complicazioni della gravidanza, poi ecco una grave crisi di coppia. Infine ti devi confrontare con la malattia e con morti improvvise. Se non è questa, una resa dei conti… Ed è tutta nell’ultimo romanzo di Cristiano Cavina (I frutti dimenticati, Marcos y Marcos, pp. 201, € 14,50), un singolarissimo atto di audacia autobiografica che è, allo stesso tempo, una coraggiosa ammissione di sconfitta. Coraggiosa, sì, perché l’ultima parola non è una rassegnata resa al presemte, ma una sincera e pacata domanda di perdono. Un libro che sorprenderà soprattutto chi ha già conosciuto Cavina attraverso le pagine dei suoi tre romanzi precedenti (Alla grande, Nel paese di Tolintesàc, Un’ultima stagione da esordienti), incentrati sulla cronaca fantasiosa ed esuberante della sua infanzia a Casola Valsenio, provincia di Ravenna, dove abita tutt’oggi.

Cristiano, perché questo libro tanto diverso dai tuoi precedenti?
«Lo scrittore Eduardo Galeano dice che una storia va raccontata perché tutti abbiamo qualcosa che merita di essere celebrato dagli altri e qualcosa per cui farci perdonare. Io credo che la letteratura dev’essere utile: una storia va raccontata perché c’è qualcosa da condividere. Volevo salvare questa storia, sentivo che valeva la pena raccontarla, però mi mancava il coraggio. Allora provavo a scrivere altro, ma non mi fermavo dopo poche pagine. Alla fine mi sono arreso alla storia che avevo dentro e che premeva per uscire. Era un pezzo di lava che, se non me lo fossi tolto, mi avrebbe dato fuoco».

Dopo tre libri dedicati alla tua “infanzia incantata”, ora ne prendi le distanze.
«Il passato può essere dolcissimo eppure pesante, come una meringa che non digerisci. Me ne rendo conto solo ora che c’è il futuro, cioè mio figlio. Sono sempre stato felice di non aver dimenticato niente e per molto tempo questo mi è bastato. Poi, quando è nato Giovanni, mi sono reso conto che fin da bambino avevo la foga di dover fare le cose più strane per sentirmi speciale… quando in realtà ero semplicemente un bambino che non conosceva suo padre. E non c’è niente di speciale in questo. Non avevo capito che non c’è niente di male nell’essere normali. Così ho sovraccaricato tutto di aspettative, solo per fare un errore clamoroso appena ne ho avuto l’occasione. La memoria è utile, ma a volte è un aratro che ti trascini dietro».

Alcune pagine molto forti le hai dedicate all’incontro con lo sconosciuto che dice di essere tuo padre. Se da un lato chiedi scusa alla tua compagna, dall’altro c’è chi chiede perdono a te…
«Io ci ho messo una vita per costruirmi il babbo ed era davvero il papà più forte del mondo: era Cyrano, era D’Artagnan, era mia madre quando si arrabbia e quando ride, era i miei nonni e i miei amici, era tutti loro insieme… solo che, in realtà, nessun padre può essere così. Ma finché scrivevo quelle pagine pensavo soprattutto a me stesso, perché oggi sono un papà che potrà sì veder crescere suo figlio, ma non minuto per minuto. È il prezzo che devo pagare per essere stato fatto a testa in giù».

Nel libro, davanti al dolore, ti rivolgi subito Dio e improvvisi dei “patti” con Lui.
«In tutti i miei romanzi si sente che sono cresciuto in una famiglia molto cattolica e penso di esserlo anch’io: non so quanti hanno letto la Bibbia dalla prima all’ultima pagina… io sì. Sono cresciuto insieme a questo Dio che per me esisteva ed esiste concretamente, un po’ come un super-vigile urbano che tiene d’occhio tutte le faccende. Per cui, appena mi succede qualcosa di forte, il primo pensiero è di andare a Lui. Ma quando tutto va bene rischi di dimenticartene, come anche delle persone a cui vuoi bene».

Dopo I frutti dimenticati sarà molto difficile tornare alla scrittura di prima, non credi?
«È stata una svolta necessaria e giusta. Ho scoperto che posso scrivere non solo di “C’era una volta”. Per il futuro… le storie che ho dentro sono contate – cinque o sei – e quattro le ho già raccontate: mi sto avvicinando alla fine delle cose che ho da dire, non ci ho mai tenuto a fare lo scrittore di mestiere. Chissà! Forse il vizio della scrittura mi lascerà, forse no… ma non è un problema, ho scelto di restare un ragazzo di campagna che continua a fare il pizzaiolo. Va bene così».

I frutti dimenticati di cui parli sono protagonisti di una festa di Casola, ma significano anche molto di più…
«Sì, in effetti a Casola si continuano a coltivare frutti assolutamente non commerciali, come le mele cotogne asprigne e per niente belle come quelle dei negozi dove andiamo a fare la spesa. I frutti dimenticati sono quelle persone che non sembrano adatte a uno smercio su larga scala, eppure, per qualche magia, continuano a sbocciare e a produrre frutti».

 

Fulvio Panzeri
Avvenire
novembre 200
8

Cavina, il destino s’annuncia con la paternità

In letteratura le apparenze ingannano e sta alla qualità dello scrittore determinare, non tanto il fondo da cui ha attinto per la propria storia, quanto la possibilità di rendere questa storia “simbolica” al punto da annullare tutte le contigenze e i riferimenti. È quello che accade nel nuovo romanzo di Cristiano Cavina, autore giovane, tra i più solidi, legato anima e corpo alla realtà di un paese dell’Appenino Romagnolo, Casola Valsenio, che anche in questa storia è “il luogo” per eccellenza, con le sue tradizioni (qui è quella del recupero dei “frutti dimenticati”, con la visione dell’orto delle suore che era una sorta di Eden per queste piante destinate all’oblio), con le sue stramberie, con quella verità ancestrale che il fatto di essere appartartati, dentro una dimensione di provincia, ha preservato dall’impatto forte e devastante con il cinismo dell’omologazione. Questo è anche il romanzo in cui Cavina si presenta a nudo, raccontando di sè, della sua infanzia, del suo rapporto con il tema della paternità. È un passo avanti, anche temporale, rispetto al suo secondo, già intenso romanzo, Nel paese di Tolintesàc, dove erano le storie dei Cavina a farla da padrone. Qui l’autobiografia veniva mascherata dal senso di una coralità paesana, da una rievocazione che, in qualche modo, riportava allo spirito incantato e ironico, proprio dell’Amarcord  felliniano.
Nel nuovo romanzo Cavina mantiene i toni di un’innocenza e di una naturalità di fondo, mediati da uno sguardo leggero e ironico, soprattutto nel continuo alternare passato prossimo e memorie infantili, ma vi innesta il senso del dramma, perché la vita per lui ha voluto giocargli, così, di botto, a trentatré anni, uno strano scherzo del destino, quello di ritrovare il padre che non ha mai avuto e nello stesso momento sapere di stare per diventare padre. Un tema da tragedia greca, parte autobiografica degli ultimi due anni di vita del giovane autore, che però Cavina ha la grande capacità di deviare dal genere classico dell’autobiografia, per innestarlo in una storia struggente e etica che abbandona il legame di sangue, per diventare emblematica materia romanzesca in cui lo scrittore pur parlando di sé, sembra guardare ad un altro, immaginario e simbolico protagonista. Questo succede agli scrittori veri e Cavina con questo romanzo (uno dei più belli di questo 2008) si conferma senz’altro ai primi posti di una ipotetica “play-list” della nuovissima generazione di scrittori italiani.

Potente è il senso di smarrimento nell’incontro tra il protagonista e il padre, perfetto sconosciuto, che riesce ad avere il suo numero di telefono con uno stratagemma e quando lo incontra gli rivela di essere malato? Cavina racconta con grande pudore i movimenti interiori che nascono nel momento in cui è costretto, a riconoscere di avere un padre, nonostante lui se lo fosse immaginato e costruito  nell’anima negli anni e ora se lo ritrova senza forze, in un letto d’ospedale. Non cade mai nel sentimentalismo, ha il coraggio di riconoscere la sua inadeguatezza, l’essere in balìa di un destino che non gliela racconta mai giusta. E straordinaria è la descrizione della devozione popolare della famiglia, una religiosità che invade tutto il quotidiano e che emerge nel momento del bisogno: quando ad esempio la sua ragazza cade dalle scale e viene ricoverata all’ospedale. Non si dimenticano le pagine in cui lui, in macchina, a manetta, chiede al Signore di risparmiare questi due esseri innocenti e di prendersi lui. Tutto dopo aver preso un foglio e scritto, quello che definisce la parte più bella di tutta la Bibbia, un frammento del Salmo 23: “E se anche dovessi camminare in una valle oscura/ Non temerei alcun male, perché tu cammini con me”.

 

Giovanni Tesio
La stampa
novembre 2008

Santi nonni per un io in disarmo

Dall’epica borghigiana di un luogo che si chiama Casola alla storia più individuale di un protagonista che finge di raccontare la vita e la morte in una sorta di memoriale delle cose proprie. Potrebbe essere così definito l’itinerario di uno scrittore come Cristiano Cavina, che è di Casola Valsenio, un paese in provincia di Ravenna; che ha esattamente il nome e gli anni del suo protagonista; che popola del suo “io” in disarmo il quarto romanzo, “I frutti dimenticati”, appena uscito da Marcos y Marcos. Credergli? Non credergli? Non è essenziale. Nessun obbligo di stare alla lettera (se l’io che vive è sempre diverso dall’io che vive), ma sì di credere alla sua favola sottilmente morale, all’umorismo che la sostiene, al senso ultimo che se ne può estrarre come dalle piante officinali dell’agronomo professor Augusto Rinaldi Ceroni. O dal gusto antico di sorbe e corniole alla “Festa dei frutti dimenticati” (che dà titolo e significato al libro). Un gusto un po’ allegante, insomma, d’autunno inoltrato e di brume in arrivo.
Questa volta il nostro eroe (si fa per dire), tutto sghembo e fuggitivo (vocazione palombara e presenza fantasma), pur non mancando di mettere in scena l’impareggiabile “santità” di una nonna bisodiante, di un nonno saragattiano  e di tutta un’eletta schiera di irresistibili comprimari, ci viene deliziando soprattutto con le turbe di una cronica coazione a ripetere, che tenta il suo riscatto nell’amara consapevolezza del disastro di cui è portatore.
Cristiano ha messo incinta la dolcissima Anna proprio mentre si fa vivo con lui il padre che non ha mai conosciuto. I due eventi incrociati procedono intersecandosi a loro volta con tutto un rosario di ricordi d’infanzia: la scuola materna Santa Dorotea, i compagni, le suore, suor Luca Maria e la sua fiducia nei fiori di Bach, l’enorme arciprete don Elvis Guidani e il campanaro Minghì. Messi lì a scandire non dico la traccia di una giustificazione, ma certo di un’anomalia, di un alluso difetto di crescita. Espressa – ciò che più conta – con la scrittura studiosamente ingenua di un favolista d’estri e malinconie.

Valeria Parrella
Grazia

novembre 2008

C’è di che ringraziare Cristiano Cavina (34 anni) per aver scritto questo libro: se è immaginabile una scala nel computer di uno scrittore, allora i suoi romanzi precedenti gli sono serviti per arrivare a questo. ‘Dai loro frutti li riconoscerete’, recita l’esergo del Vangelo di Matteo e I frutti dimenticati nega e avvalora insieme questo concetto. È la storia di un uomo nato e cresciuto in un paese di provincia di Ravenna, un uomo che costruisce il suo valore esistenziale lasciando come in una bolla il fatto di non aver mai conosciuto suo padre. Lo conoscerà quando anche lui sta per diventare padre. Lontano dalla logica del ‘sangue che chiama’, Cavina racconta invece quei mille sotterranei che scorrono sotto le vite e le collegano a loro insaputa. Ma è anche un libro sul mestiere della scrittura, sull’irresistibile momento che ogni lettore aspetta: quello in cui l’autore smette qualunque altra trama perché ‘finiva sempre che fissavo il mio riflesso’.

 

Vera Bessone
Corriere di Romagna

novembre 2008

Cavina è nato a Casola Valsenio, in provincia di Ravenna, nel 1974, crescendo con la mamma e i nonni materni.

Cristiano, I frutti dimenticati parla di padri: è un libro autobiografico?
«Lo è e non lo è, come tutti i miei libri».

Vuol dire c’è una parte di verità e una parte di fantasia?
«Anche un diario è narrativa perché, per quanto ci si provi, la realtà non si riesce a rendere con le parole. Però sì, in parte è autobiografico. Come tutti gli altri miei libri del resto: sono un narratore, non uno scrittore».

La critica ha riconosciuto che in questo nuovo libro c’è un salto di qualità, una crescita: dal ragazzo che narrava le storie di paese al ragazzo che diventa uomo e padre. Una evoluzione, sia biografica che artistica.
«Artistica no, io al massimo faccio artigianato, non arte. Forse per la prima volta ho parlato anche del presente, ma in realtà rimane il racconto della memoria, c’è Casola, ci sono i frutti dimenticati, intesi sia come sagra che come cura verso qualcosa che sta scomparendo... Anche le persone a volte sono frutti dimenticati. Poi c’è il presente, il diventare padre e diventare figlio in contemporanea».

Nel libro si narra di una sorta di epifania, trovare un padre perduto dopo molti anni: che cosa è accaduto in realtà?
«Parliamo del protagonista del libro, che sia vero o no non ha importanza, non è che faccio gossip sulla mia vita – fra l’altro a chi può importare? – Credo che certe persone siano geneticamente incorreggibili, commettono sempre gli stessi errori. Mi piaceva l’idea e ho sentito di dover raccontare di come un padre e un figlio partano dallo stesso punto, nel senso che nessuno dei due ha precedenti esperienze: il figlio perché è appena nato e non sa come è la vita, e il padre perché non ha mai avuto un reale riferimento di figura paterna ma se l’è costruita negli anni attraverso i personaggi dei libri, i parenti e la fantasia. Mi è venuto spontaneo raccontare questo perché avevo in mente soprattutto la grande avventura, anche dolorosa a adesso splendida, che è stata la nascita di mio figlio, con una gravidanza molto difficile e una storia d’amore che stava per finire. È anche una grande dichiarazione di stima e di amore nei confronti di Anna, la mamma di mio figlio Giovanni, verso i miei parenti, la famiglia di Anna e gli amici con cui sono cresciuto».

Ma lei che padre vorrebbe essere per Giovanni?
«Guardandomi intorno, sono un babbo un po’ atipico. Giovanni ha due case, perché abita con sua mamma e con me, e noi non abitiamo insieme».

Una situazione abbastanza frequente ormai.
«La cosa buffa è che la mattina mi trovo a fare la spesa, e sono l’unico babbo al supermercato con il figlio. Diciamo che lui ha da me la parte migliore del mio tempo. Poiché io ho un lavoro particolare, passo intere giornate con lui, e quindi c’è un forte legame fra noi. Detto questo, ha avuto anche la fortuna di avere una mamma giovane e bravissima. Non sono stato un buon compagno però riesco a essere un buon padre. Poi sono anche un po’ scemo, quindi si diverte con me».

Si è sentito un po’ più nudo dopo aver scritto questo libro?
«A volte sì e a volte no, non so se il narratore dei miei libri corrisponde esattamente a quello che sono. È comunque qualcosa di diverso, anche se è in tutto uguale a me. Alcune cose sono assolutamente vere, come la travagliata gravidanza e nascita di Giovanni, ma altre non so più se sono vere o no, perché faccio sempre fatica a distinguere sogni e ricordi».

È ancora uno scrittore pizzaiolo o adesso fa lo scrittore a tempo pieno?
«No, continuo a fare anche il pizzaiolo».

Vuole mantenere un legame con la realtà, con il lavoro “vero”?
«Diciamo che è il prezzo con cui compro la mia libertà, il piacere di potere dire no, di non avere padroni, di avere editori che sono compagni di ciurma».

Di scrivere solo quando se la sente...
«Sì, quando voglio, quello che voglio, non avere scadenze, e poi poter litigare e dire la mia su tutte le cose. Per quanto riguarda lo scrivere, sono veramente immacolato, come Cyrano de Bergerac posso prendermela con tutti e criticare
tutto se mi sembra il caso, perché non mi sono mai venduto».

Vuole restare fuori dal circuito letterario?
«Sì, io poi lascio ad altri la letteratura, a quelli più bravi di me. Ho fatto l’Itis, non sta a me fare letteratura, io racconto le storie che sento di dover raccontare, molto legate a Casola e alla mia esperienza».

Però, pur essendo legate al paese, sono storie esemplari in qualche modo.
«Non so se sono esemplari, so che tali vengono riconosciute, ma non è che faccio ricerche, mi chiedo “Oddio cosa scrivo” e tiro fuori qualcosa a seconda del vento che tira. È una cosa che fanno già molti professoroni, tanti che passano per paladini della cultura, e quando va di moda Gesù fanno il libro su Gesù, quando va di moda il Codice da Vinci fanno libri sul Codice da Vinci, e pontificano su che cosa è lo scrivere. Io sono un ragazzo di campagna, perito elettrotecnico e pizzaiolo che va in giro a raccontare le sue storie, e alcune persone ci si trovano dentro. Tutto qui».

A proposito di Gesù, è molto importante il suo rapporto con Dio?
«Sì, sono cresciuto in una famiglia di donne molto devote, soprattutto mia nonna. Sono uno dei pochi che conosco qui a Casola che ha letto tutta la Bibbia, posso citarne a memoria interi passi. La fede fa parte della mia vita quotidiana, non come ortodossia però, ho un modo molto garibaldino e non allineato di vedere Gesù; per me non è qualcosa che sta lassù per aria, ma è come l’amministratore delegato di una multinazionale: gli operai non lo vedono mai, ma si sa che esiste e manda avanti la baracca, mette la firma nelle cose più importanti».

Dopo un libro di questo genere è più difficile rimettersi a scrivere, ricominciare a raccontare storie? O ci sono ancora storie da raccontare a Casola?
«Non so se scriverò ancora libri, l’ho detto anche ai miei editori, perché I frutti dimenticati mi è costato molto. Certo, il libro non è solo una cosa dolorosa, tutti i miei libri sono anche divertenti, però è come andare in giro a fare vedere le cicatrici. Fortunatamente non ho mai avuto l’assillo di dover fare lo scrittore a tutti i costi, ho sempre fatto anche altri lavori. Non ho contratti da rispettare, non mi aspetta nessuno. Non è un grande problema per me».

 

Annalena Benini
Il foglio
novembre 2008

Il romanzo di Cavina racconta i padri, anche quelli che non c’erano

Ha sbagliato tutto quello che si poteva sbagliare, così adesso ricomincia da capo. Sbagliava e risbagliava, fin da bambino, infatti la suora appassionata di Fiori di Bach a scuola gli dava gocce di boccioli di ippocastano, che curano l’incapacità di apprendere dagli errori del passato, “sono l’ideale per quelli a cui capita di comportarsi consapevolmente in modo disastroso”. Ora che ha trentatré anni e sta per diventare padre sbaglia di nuovo tutto, proprio come suo padre, che un giorno lo cerca e lo aspetta seduto su una panchina, uno sconosciuto come tanti altri in mezzo alla cacca dei piccioni. Il quarto romanzo di Cristiano Cavina, “I frutti dimenticati”, pubblicato da Marcos y Marcos, racconta come si diventa un padre e come ci si aggrappa alle manopole di una carrozzina, per non sprofondare. Descrive un  ombelico, probabilmente il suo (il protagonista si chiama Cristiano come lui, il figlio Giovanni come suo figlio, l’età è la stessa e il paese in provincia di Ravenna anche), ma senza le solite minuscole sbronze causate dal mondo crudele: lui invece si prende a ceffoni, «a uno sguardo poco attento potrei addirittura sembrare una persona decente» e racconta il buco lasciato da un padre che non ha mai tifato a una partita di calcio, non ha mai firmato un voto sul diario, non sa nulla di quando il figlio si è lanciato dallo scivolo per vedere se aveva i superpoteri e si è rotto un dito e gliel’hanno steccato con i bastoncini del ghiacciolo. Ma racconta anche i buchi che sta per lasciare. I frutti dimenticati, come quelli che celebrano in una festa a Casola: azzeruole, giuggiole, pere volpine, sorbi, melograni, mele cotogne asprigne. Nessuno li vuole ma loro continuano a sbocciare, finché qualcuno se ne prende cura.
Non ha avuto il padre e ha vissuto con un vuoto imponente, che ha riempito con figure grandiose: il babbo era D’Artagnan, Sandokan, Tom Sawyer, Jean Valjean, il conte di Montecristo. Poi invece all’improvviso, a trentatré anni, mentre sta per avere un figlio e rischia di commettere lo stesso errore di suo padre, si trova davanti un uomo magro con i vestiti troppo grandi, non un imperatore, uno che non ha le sue stesse mani, come lui aveva immaginato, uno che non riesce a dirgli nulla e a cui lui dice con rabbia: «D’estate andavo in colonia». Perché non c’era un babbo per portarlo a pescare o in moto o al mare, allora si andava con le suore a Igea Marina e lui passava il tempo a tormentare il bagnino, chiedendogli in continuazione quando arriva lo squalo. Non c’è una morale, soltanto molti sbagli e un figlio che arriva prima e pesa un chilo e mezzo e deve stare un mese in ospedale, proprio come suo padre che però sta morendo. Così ci si aggrappa alla vita nuova che splende e resiste per poter sopportare e perdonare quella che si spegne. Per perdonarsi l’incapacità di imparare dagli errori. La fidanzata lo manda via, gli dice «Non ti amo più», ma è il contrario e lo sanno entrambi, dormono l’uno accanto all’altra senza sfiorarsi e lei ha smesso di chiedergli da mesi «Mi ami ancora?», perché i sì non sono convincenti e perché lui ha presto smesso di pronunciare anche quelli. Mentre le cresce la pancia, mentre innaffia i fiori piangendo, mentre lui resta immerso dentro la sua infanzia e dentro quel vuoto imperdonabile. «Proprio nel momento in cui pensavo di essermi liberato in modo onorevole di quel pasticcio, mi resi conto della verità. Avevo perso tutto. E non l’avrei trovato più. Due giorni dopo, per la prima volta, vado in ospedale a trovare quel che resta di mio padre». E gli racconta la sua vita senza di lui.

È un libro bello e anche se non ce n’è bisogno la dedica spiega che è tutto vero.

 

Silvia Bombino
Vanity Fair
novembre 2008

I frutti dimenticati di Cristiano Cavina

Che cosa succede quando squilla il telefono e dall’altra parte c’è un padre mai conosciuto che vuole incontrarti?
Cristiano Cavina è un giovane autore che sa illuminare i risvolti, non sempre lindi, della vita.
Attenzione: all’ultima pagina un po’ di lacrime scendono.

 

Marta Cervino
Marie Claire
novembre 2008

«È uno sconosciuto come tanti altri e sembra annegare nei vestiti un po’ troppo grandi. Buona parte dei miei trentadue anni li ho passati a chiedermi come sarebbe stato questo momento, anzi a chiedermi se ci sarebbe stato». E per il protagonista (che si chiama Cristiano) quel momento arriva con tempismo cinematografico. Mentre sta per diventare padre e allungarsi nel futuro, il passato irrompe con una telefonata. E quel genitore che aveva immaginato come l’Altissimo, Jean Valjean, D’Artagnan, il Conte di Montecristo, «un babbo pieno dei ricordi delle persone vissute», se lo trova davanti in una piazza di Cesena. Dopodiché è un casino, perché la vita non ha il tasto stand by. Mentre il presente (e il non sapere dire alla propria donna «ti amo») fa paura, il passato e i ricordi(la vespa rossa del nonno, la scoperta di un mondo chiuso in un cassettone o l’orto delle suore dei frutti dimenticati) fanno da centro di gravità. E alla fine ti insegnano che le cose (quasi sempre) si possono aggiustare: «Se le stelle cadono perché Dio le appiccica col Vinavil», si può cambiare colla.

 

Sabino Labia
Confidenze
dicembre 2008

Com’è crescere senza papà

Cristiano Cavina ha appena pubblicato il romanzo I frutti dimenticati (Marcos y Marcos, 14,50 euro). Racconta la storia di un giovane che sta per diventare papà e che ritrova suo padre, una figura rimasta assente per anni. Una storia che pesca dal vissuto personale dell’autore, cresciuto appunto senza papà. 

Cosa significa crescere senza papà?
Non aver mai avuto un padre è un dolore sotteraneo, intimo, una mancanza mentale. Io me ne sono costruito uno mettendo insieme tante cose diverse: personaggi dei libri, spezzoni di film, parole di amici, i miei nonni. Solo che era un padre molto difficile da abbracciare, che non poteva prendermi in braccio.

Ora tu che tipo di padre sei e vorresti essere?
Non so quale vorrei essere, forse perchè non ho avuto modelli a cui rifarmi mi impedisce di crearmi un ideale. Per quanto riguarda quello che sono, imparo ogni giorno, un poco per volta.

Un padre cosa deve dare e soprattutto cosa non deve dare a un figlio?
Posso proteggerlo da quasi tutte le cose pericolose che ci sono al mondo, ma non dai miei errori: per me è la cosa peggiore, perchè non posso metterlo al sicuro da me stesso, dalla parte che non funziona bene di me.

 

Massimiliano Castellani
Avvenire
dicembre 200
8

Nostalgie di Natale tra presepi e biciclette 

«Ma semplicità e veri valori non si fanno mai scalfire dalle ombre delle recessioni»
 «Chi come me e la maggior parte dei miei compaesani non ha mai vissuto sopra le proprie possibilità economiche non avverte molto questa crisi da fine del mondo. Forse la sentono di più quelle persone che fino a ieri compravano macchinoni da quarantamila euro o che, nonostante il momento negativo, investiranno ancora tutto lo stipendio e la tredicesima nei regali di Natale». Tra Manlio Cancogni e Cristiano Cavina balla più di mezzo secolo, eppure ad ascoltare il giovane narratore romagnolo si potrebbe pensare che si tratti di un coetaneo dello scrittore viareggino. Cavina vive nel suo microcosmo letterario di Casola Valsenio (tremila abitanti, nel ravennate), in quello che nei suoi felliniani e costanti amarcord dell’infanzia sembra una piccola Belfast, «per fortuna pacifica», della Romagna: «Il paese quando ero piccolo si divideva tra i figli della parrocchia e quelli con i genitori comunisti». Lui apparteneva a quelli della parrocchia e sua madre Nicoletta aveva persino fondato la rivista cattolica Lo specchio, in aperta e polemica risposta a Il Senio il periodico edito dai comunisti.
  Contrapposizioni ormai politicamente scorrette, quanto anacronistiche, che rivivono solo nella memoria dello scrittore di Casola e nelle pagine dei suoi libri come l’ultimo – sempre strettamente autobiografico –, I frutti dimenticati (Marcos y Marcos). La sua prima stagione da esordiente letterario avvenne sei anni fa e proprio con una storia di ambientazione natalizia. «Il primo scritto che mi ha pubblicato la mia casa editrice Marcos y Marcos è stato un racconto inserito nella raccolta Il quarto Re Magio. In quella antologia del 2002 figuravo come l’unico scrittore vivente, per di più sconosciuto, al fianco di gente come Trevor, Maupassant, Pasolini. Spedii Natale in via Neri arriva prima in cui Bastiano, il mio alter ego e protagonista del romanzo d’esordio Alla grande, racconta che il 23 dicembre, come ogni anno, con gli altri bambini si metteva in fila nella sala dell’arciprete, che regalava giocattoli e vestiti smessi destinati alle missioni in Africa. Bastiano va con la nonna e mentre tutti gli altri bambini sono lì che arraffano il primo gioco che gli capita a portata di mano lui sceglie una vecchia copia de I ragazzi della via Pál di Molnár.
  Una storia semplice, ma vera che piacque all’editore tanto che mi pagò pure, centocinquanta euro. Una festa. Quello è stato un bel regalo anche perché ha significato l’inizio, per uno come me che da sempre si sente davvero un frutto dimenticato, una specie di mela cotogna a testa in giù…». Sono le immagini spontanee che Cavina confeziona tra una pagina scritta, un gioco con il piccolo Giovanni, il figlio di quindici mesi, e una sfornata alla pizzeria dello zio Antonio dove lavora. Piccoli frammenti di una memoria solida di provincia, tranci saporiti di nostalgia molto più antichi della inesauribile verve dell’autore trentaquattrenne. «Perché noi a Casola siamo come gli ebrei, custodi di una tradizione millenaria». Per cui quassù sulla collina la corsa disperata al regalo da mettere sotto l’albero si attenua e addirittura è frenata davanti all’effetto primordiale del Natale di Cavina. «Mi rivedo a tre anni: la mattina mi sveglio con il vetro appannato e ci disegno un cerchio.
  Poi corro alla recita delle suore di Santa Dorotea e faccio la parte di Gesù Bambino».
  Spruzzate di neve tutte intorno per la gioia dei giochi dei bambini, anche quelli organizzati in luoghi separati.
  «Noi della parrocchia si giocava all’asilo delle suore, gli altri al nido comunale. Quando nevicava i figli dei comunisti salivano al Belfiore lanciandosi a valle con i bob rossi e il sellino giallo della Giordani. Io con il mio bob bianco e il sellino nero insieme agli amici stavamo nel campo di Pagnano vicino al Senio e venivamo trascinati da una catena legata alla vecchia Fiat 500 gialla di mia madre.
  Adesso? Appena nevica vanno tutti quanti a Cortina. Ormai con tutto questo correre dietro al regalo vogliono far passare il Natale come la festa meno religiosa dell’anno. Ma io non mi lascio prendere da questa fretta folle, anzi...».
  Non facciamoci intristire da questo tempo consumistico e abbondantemente consumato e torniamo ancora indietro in un passato quasi irreale, sincero ed allegro come un bicchiere di Sangiovese.
  La notte di Natale si arrivava di corsa in sagrestia alla ricerca della tunica più nuova per servire la messa.
  Premetto che fare il chierichetto alla messa della notte di Natale, dove in chiesa come per miracolo riapparivano anche gli ‘avanzi di galera’, per noi ragazzi di Casola era un grande privilegio che si otteneva dopo aver superato una durissima selezione. Il mio amico Bomba, che compare in tutti e quattro i miei libri, fu il protagonista di un episodio esilarante, indimenticabile. Al momento della raccolta delle offerte, complice la sua struttura pacioccona, inciampa sull’orlo della tunica troppo lunga e rovescia tutti gli spiccioli con il fragore che ne segue e le risate grasse della gente che accorre a raccogliere il bottino...».
  Come a Cancogni, anche a Cavina, il primo regalo natalizio che gli ha fatto sobbalzare il cuore tenero di bimbo è stata una bicicletta davvero speciale. «Che magia la Turboberta con le ruote gialle. La consideravo il mio destriero, affascinato com’ero dal primo libro che avevo letto, la Disfida di Barletta. In sella alla Turboberta mi sentivo come Ettore Fieramosca. Poi qualche Natale dopo mi è arrivata una meravigliosa chitarra elettrica, una Fender bianca un po’ ammaccata di terza o quarta mano, ma con quella ho cominciato a suonare nel gruppo I Mirror – in onore alla rivista di mia madre, Lo specchio ». Un rapporto intenso, quello con la madre che lo ha cresciuto da sola nella casa dei nonni: «Come auguri di Natale, tempo fa ho spedito a tutti gli amici e parenti una foto che mi ritrae con mia madre: io con le corna da diavolo e lei con l’aureola da santa Nicoletta... L’assenza paterna è stata un trauma che mi sono portato dietro, ma almeno nei giorni di festa l’avvertivo solo dai pacchi, sui miei bigliettini non figurava mai la scritta ‘dal tuo papà’. La mia famiglia però è così numerosa che quel vuoto l’hanno sempre generosamente colmato.
  Ci pensava lo zio ‘matto’, Paolo – quello che descrivo Nel paese di Tolintesàc –, e quell’uomo di mare dello zio Antonio, che un Natale mi regalò il Galeone della Playmobil, che poi finivo col metterlo insieme al Pirata tra le statuine del presepe». Bizzarrie di chi ha sempre lavorato sodo di fantasia. «Fin da piccolo sogno così forte che ancora oggi mi chiedo se certe cose mi accadono sul serio o sono frutto della mia intensa attività onirica. Uno di questi sogni fatto da piccolo fu quello di aver ricevuto in dono dallo zio di Brisighella, Franco, l’autocisterna della Lego. Al mattino di Natale mi svegliai turbatissimo dentro al mio pigiamone felpato e con le calze di lana fatte ai ferri dalla nonna Cristina, che invece se ne stava tranquilla in cucina come sempre a preparare i passatelli in brodo per il pranzo con i parenti. Piangendo gli chiesi dove fosse finita l’autocisterna che mi aveva regalato lo zio Franco e lei stupita: «Guarda che lo zio non ti ha regalato mica niente...».
  Ero disperato. Quell’autocisterna della Lego non ci crederete ma è il regalo che aspetto da tutta una vita. Prima o poi la compero al mio piccolo Giovanni così potrò dire che non è stato solo un sogno, il dono dello zio Franco finalmente è arrivato…».

 

Ermanno Paccagnini
Corriere della sera
gennaio 200
9

Il ritorno a casa di Cavina fra tisane e amori perduti

È tornato felicemente a casa, Cristiano Cavina. Non solo perché lo sfondo dei Frutti dimenticati è Casola Valsenio, il Paese delle Erbe; o perché,a differenza del passato, quando al centro del suo narrare “autobiograficissimo” era Bastiano Casaccia, stavolta lo scrittore si rimpossessa del proprio nome e cognome. E’ tornato a casa soprattutto come forma e tono di narrare, dopo la sfilacciata legnosità inventiva ed espressiva di Un’ultima stagione da esordienti. In tal senso I frutti dimenticati si ricollega al suo primo Alla grande, con una narrazione bilicata tra il presente del trentatreenne pizzaiolo e scrittore Cristiano Cavina alle prese con la paura di confessare ad Anna la fine del loro amore e il ricordo (qua e là con qualche insistenza di troppo) d’una infanzia tra i nonni Cristina e Gustì, don Elvis, i compagni, le tisane di suor Luca Maria ottenute dai frutti del tutto dimenticati. “frutti dimenticati” come metaforico collante del costante e speculare trapasso tra ieri e oggi. Perché anche Cristiano è un frutto dimenticato: da un padre mai conosciuto, invano sostituito con personaggi avventurosi, e che oggi ricompare in fin di vita. Così come frutto dimenticato rischia di essere Giovanni, il figlio forse gravemente malato di Cristiano che Anna porta in grembo. Di qui un romanzo intenso, in cui è soprattutto la lotta interiore tra amore, dolore, paura, rabbia, compassione, rimorso scandito ieri come oggi da rintocchi a morto delle campane, a dettare un tono insieme sorridente e malinconico.

 

Silvia Santirosi
Il mattino
gennaio 2009

«Per ciò che mi riguarda, d’altro canto, io esigo da ogni scrittore, prima o poi, un semplice e sincero racconto della sua vita»: così recita l’esergo dell’ultimo romanzo di Cristiano Cavina, I frutti dimenticati. Una frase del filosofo Henry D. Thoreau che suona come una confessione: stavolta il gioco continuo di specchi e rimandi tra vita e racconto si farà a carte scoperte. Cristiano, infatti, è tanto il protagonista della storia quanto dell’atto del narrare attraverso la parola scritta. Ma dove finisce il vero della vita vissuta e inizia il falso della vita raccontata?
Di sicuro, se ne ricava un senso di equilibrio tra l’espressione di un’individualità irripetibile e la comnicazione di un sentire oggettivamente condivisibile. Perchè al di là degli aneddoti dell’infanzia incantata trascorsa a Casola Valsenio, dietro la cronaca delle esperienze receni, il nocciolo duro del racconto è il potere salvifico del prendersi cura di ciò ce sta scomparendo: di un frutto dimenticato, ad esempio.
Per trentatrè anni il padre è stato l’Assenza che Cristiano ha colmato come ha potuto: con la famiglia, gli amici, i libri. Nel momento stesso in cui sta per diventare genitore a sua volta perdendo tutto, perchè non sa se ama più la sua compagna, quello sconosciuto entra nella sua vita. Passato, presente e futuro si condensano in un unico grumo di senso. «Il racconto più lungo della mia vita durò due settimane»: assistere a quell’atto unico che è la morte di suo padre, salva Cristiano. «Ci sono cose al mondo che quando si spezzano nessuno riesce ad aggiustare»: come la morte, che se pure mette fine a una vita tuttavia non riesce a distruggere un legame. E anche in un’esistenza in cui si è «sbagliato tutto quello che si poteva sbagliare», sebbene si rimanga comunque barca in un mare in burrasca, ora c’è Giovanni, il figlio-faro che «getta una luce attraverso le tenebre» e restituisce l’orizzonte verso cui navigare: il futuro.

 

Antonella Ottolina
"A"
gennaio 2009

Il bambino Cristiano immaginava che il suo babbo fosse bello e forte. Facile; non l’aveva mai visto. Quando lo conosce, magro e morente, Cristiano ha 33 anni e sta per avere un figlio da una ragazza che non ama più. Come si fa a diventare padre e figlio nello stesso momento? L’autore lo racconta con il fascino di un linguaggio puro e naturale. Come la sua storia, vera.

 

Paolo Perazzolo
Letture
febbraio 2009

Scrittore e padre, doppia maturità

A ragione considerato uno dei giovani scrittori italiani più promettenti, Cristiano Cavina con I frutti dimenticati non solo conferma tale giudizio, ma lo supera, dimostrando di essere una realtà importante della nostra narrativa.
In quest’ultimo romanzo, infatti, oltre a confermare quanto di buono era già emerso nei precedenti Alla grande, Nel paese di Tolintesàc e Un’ultima stagione da esordienti, dimostra di sapersi confrontare anche con temi e registri diversi.
Era profetico il titolo del suo ultimo romanzo, Un’ultima stagione da esordienti. Il racconto lieve e malinconico, fiabesco e immaginifico, dell’infanzia non poteva continuare all’infinito, perchè la vita va avanti, e lo stesso doveva fare la scrittura di Cavina, così legata alla sua biografia (e a quella del suo paese, Casola Valsenio). Il passaggio all’età adulta, alla maturità, non è mai del tutto indolore. Mentre il protagonista-autore sta per diventare padre, viene contattato da quel padre che mai aveva conosciuto. Una coincidenza “terribile”, incredibile, eppure verissima. E, a complicare ancora di più le cose, c’è la fine del rapporto con la donna che sarà madre di suo figlio, e la malattia del padre, spuntato all’improvviso proprio negli ultimi istanti di vita...
Cavina ha il dono di presentare al lettore qualsiasi evento con naturalezza e vivacità davvero uniche. Alternando capitoli in cui dà seguito alla saga del mitico Casola Valsenio ad altri in cui ricostruisce l’ncontro con lo sconosciuto che dichiara di essere suo padre, compone un romanzo (necessariamente autobiografico) commovente e divertente, malinconico e forte, con alcune splendide pagine sul tema della paternità. È, I frutti dimenticati, un libro semplice, che con levità entra nel cuore di ciò che è essenziale a ogni persona e accarezza la fragilità di cui tutti siamo intrisi.

 

Giuseppe Giglio
Il riformista
aprile 2009

Il ritorno di Cavina scrittore pizzaiolo

I frutti dimenticati. In forma di romanzo, un autobiografico viaggio tra le onde della vita. Tra il difficile presente e i sogni della memoria.

Gilbert Keith Chesterton diceva che bisognava fare il giro del mondo per ritrovare la propria casa. E in quest’affermazione c’è tutto il senso dell’avventura chestertoniana, l’avventura del man alive, dell’uomo vivo, protagonista di tante storie del grande narratore inglese. Ma a volte è sufficiente fare il giro della propria casa per avventurarsi tra i sentieri della vita. E aprire una finestra sul mondo, capire di più di se stessi e degli altri, scoprire insomma una porzione di esistenza. Che è poi la ragione d’essere di un romanzo. È quel che accade ne I frutti dimenticati, l’ultimo libro di Cristiano Cavina (Marcos y Marcos, euro 14,50). Un romanzo breve - o un racconto lungo - ambientato ai nostri giorni, in cui l’incontro di Cristiano (il trentenne protagonista, pizzaiolo e scrittore al tempo stesso, come Cavina; o meglio: narratore innamorato delle storie) con uno sconosciuto coincide con la prima tappa di un viaggio: tra un presente difficile e i sogni della memoria (sogni che volano come mongolfiere), tra le pareti della casa e le viuzze del piccolo borgo romagnolo in cui Cristiano – che è anche l’io narrante - è cresciuto. Ove «era tutto un coltivare frutti dimenticati», una vera e propria festa collettiva, ogni anno celebrata: giuggiole, pere volpine, sorbi, bacche di prugnolo, lazzeruoli, cornioli; tutti tirati su con amore.
Un viaggio affidato ad una scrittura scarna e asciutta, in cui strettamente e sottilmente si intrecciando autobiografismo e invenzione: - una libera e felice fantasia sdipana e avvolge grappoli di vita vissuta o in divenire: a disegnare per linee essenziali luoghi e personaggi reali e simbolici al tempo stesso, a dar voce ad una libera e felice fantasia che sdipana e avvolge grappoli di vita vissuta o in divenire; tra amicizie e inquietudini, gioie ed errori, passioni e avventure, tra le bancarelle dei frutti dimenticati e i frutti della vita non raccolti, o mancati. Con la leggerezza, il candore e l’innocenza che della favola sono propri.
E a proposito di favola, di favoloso: questa storia si potrebbe leggere come un’immaginaria cartolina dalla Romagna, di calviniana memoria; dove il fiabesco e il realistico, perfettamente complementari, cesellano un personaggio-uomo che anche a noi somiglia: inquieto e come alla ricerca di un’antica armonia perduta, o non trovata. Un personaggio che dolorosamente ritrova il padre mai avuto (un uomo «molto stanco che con abiti troppo grandi si avvicina alla fine», quasi al capolinea), al quale decide di raccontare la propria vita disordinata, che sembra sfuggirgli di mano, proprio mentre la sua compagna – che non è più sicuro di amare – sta per dargli (a lui, a Cristiano) un figlio: un bimbo con occhietti da canaglia, «da unno invasore», e con i «mignoli perfettamente uncinati». Proprio le stesse caratteristiche di Cristiano: che da bambino, come un intrepido palombaro (sprofondato in una vecchia tuta da lavoro del nonno, con sulla faccia una maschera da saldatore), guizzava con straordinaria agilità nella camera della nonna a caccia di mirabolanti tesori, come fosse in fondo all’oceano, sicuro della protezione dei papà che si era immaginato: D’Artagnan, Sandokan, Jean Valjean, il conte di Montecristo, persino Dio.

I frutti della vita, dunque; quelli cioè che alla vita stessa appartengono, che le conferiscono dignità e senso. Dapprima assaggiati quasi inconsapevolmente, poi insinuati nell’animo, quindi riscoperti da adulto; e vissuti come favola di sé, come avventura di sé: l’assenza, l’inquietudine, la malattia, il dolore, la morte, la gioia, la fantasia, le cose semplici, i bambini, l’amore. Soprattutto l’amore, la scoperta e la riscoperta dell’amore. E il lettore si sente come convitato ad un gioco di intelligenza attiva, pagina dopo pagina. Guizza – anche lui palombaro - nelle  profondità ove si spinge il protagonista, a seguirne la difficile rotta. Fino all’epilogo della storia. Quando si torna in superficie, dopo aver recuperato qualche tesoro. Quando la vita finisce e ricomincia. Quando si viene a capo di un agile filo di fantasia che a volte corre lungo le nostre inquietudini, balugina tra le intermittenze del cuore, si impenna in grappoli di gioia.

 

Caterina Soffici
Il giornale
maggio 2009

Io, pizzaiolo, sforno libri per lo Strega

È uno talmente romagnolo che se parlando vi scappa un «voi emiliani» subito specifica: «No, siamo due etnie diverse. Loro fanno i cappelletti troppo grandi e li chiamano ravioli. E bevono vino nero frizzante». Si definisce «un ragazzo di campagna» e non lo dice per fare lo snob. Anzi, sebbene il suo ultimo libro I frutti dimenticati (Marcos y Marcos, pagg. 202, euro 14,50) sia tra i 12 scelti per lo Strega, non gli piace essere definito scrittore. Perché se gli chiedete che lavoro fa, lui risponde: il pizzaiolo.
Cristiano Cavina, 35 anni, nato e vivente a Casola Valsenio, provincia di Ravenna, è cresciuto con la madre e i nonni materni in una casa popolare di viale Neri, tirando calci a un pallone sui campetti di terra battuta, sfrecciando con la bicicletta Turboberta, tra una recita natalizia e tante letture, di pirati, moschettieri e palombari.

Perché non scrittore?
«Io sono davvero pizzaiolo, mica per posa. Lavoro nel ristorante di mio zio, impasto, accendo il fuoco, inforno. Non voglio avere una carriera da scrittore. Non ho l’assillo di diventare famoso. Ho mantenuto un’altra vita, per fortuna».

Perché per fortuna?
«Perché quelli che pensano di essere scrittori poi, casomai, non hanno più storie da raccontare e allora fanno esercizi di stile e di scrittura. Io non ho l’obbligo di mettermi al tavolino per inventare trame e personaggi. Io vengo dalla dura scuola dei bar di provincia, uno dei pochi luoghi dove la gente usa ancora la voce per raccontare storie».

Però potrebbe vivere di scrittura?
«Per il primo libro mi hanno dato 1.500 euro. Per questo ho avuto 40mila euro d’anticipo. Ma non lo faccio per soldi».

Quante storie ha ancora da raccontare?
«Per ora ne ho scritte quattro. Un altro paio ce l’ho. Quando non ne avrò più, allora smetterò e farò solo quello che ho sempre fatto. Il pizzaiolo e mille altri lavoretti. Per molto tempo sono stato barista. Ho fatto anche il raccoglitore di frutta e il portalettere stagionale».

Il portalettere stagionale?
«Sì, d’estate, quando gli altri sono in ferie. Mia mamma è portalettere, mia nonna faceva la portalettere e il mio bisnonno è stato il primo portalettere di Casola. Anche mia cugina è portalettere e anche mio nonno era metà contadino e metà portalettere».

Però adesso è anche candidato al premio Strega, il più prestigioso riconoscimento letterario italiano. Contento?
«Sono andato a Benevento alla presentazione dei candidati con lo spirito del ragazzo di campagna in gita con il pranzo al sacco. Gli altri erano in camicia e cravatta, io in maglietta... ».

Però le farà piacere essere stato scelto...
«Sì, ma non mi monto la testa».

I suoi presentatori sono Ernesto Ferrero e Valeria Parrella. Suoi amici?
«Non li conosco di persona. Ferrero l’ho incrociato una volta alla Fiera di Torino nel 2003 quando è uscito il mio primo libro Alla grande. La Parrella non l’ho mai vista. Però li ringrazio molto di avermi apprezzato».

Scrittore no, narratore va bene?
«Meglio. Diciamo “raccontatore di storie”. Casola è un paesino di appena 2.875 abitanti, ma ha avuto tanti letterati. Era il paese di Alfredo Oriani, grande scrittore, dimenticato perché Mussolini lo mise tra i suoi preferiti. E del professor Giuseppe Pittano, l’autore del Dizionario dei sinonimi e contrari della Zanichelli. Era il figlio dell’oste anarchico analfabeta di Casola».

 

Carlotta Niccolini
Corriere della sera
maggio 2009
 

Lo scrittore romagnolo, oggi a Milano, è tra i 12 autori selezionati per il Premio Strega
«Sono un ragazzo di campagna»
Cavina: «Continuo a fare la vita di sempre. E a lavorare in pizzeria»

Ci sono scrittori che dividono con l’ accetta vita e letteratura: «ogni riferimento a fatti e personaggi è puramente casuale». Tutto il contrario per Cristiano Cavina che nel forno della letteratura mette sempre e solo se stesso, i suoi amori, le sue malattie, i suoi parenti, la gente del paese (Casola Valsenio, in provincia di Ravenna). Succede anche nell’ ultimo «I frutti dimenticati» (Marcos y Marcos), selezionato per il Premio Strega, in cui compaiono un padre riemerso dal nulla e un bambino nato prematuro.

Non le scoccia un po’ dare in pasto al pubblico la sua intimità?
«Fortunatamente non sono uno scrittore ma solo un narratore. Vengo dalla scuola dei bar, racconto quello che so. Per il resto continuo a fare quello che facevo prima, comprese le pizze la sera in un locale di Casola».

Nessuno dei suoi personaggi ha mai avuto niente da ridire?
«I miei personaggi sono persone. Una volta la preside della scuola media si è un po’ arrabbiata perché avevo parlato male di suo figlio. Ma non penso di essere l’ unico proprietario di queste storie, io mi limito a metterle in pagina».

È rimasto un ragazzo di campagna?
«Sì. La vita di paese che per molti è una sofferenza per me è una gioia. A Casola la sera è buio e si vedono le stelle. E quando voglio andare al cinema in 20 minuti sono alla multisala di Faenza, mica come a Roma che per trovare parcheggio ti tocca uscire di casa due ore prima.

Chi le piace tra i suoi colleghi «stregati»?
«Vitali perché scrive del suo paese come me. Scurati è bravissimo ma finisce per buttare benzina sul fuoco che dice di voler spegnere».

Che libri ha sul comodino?
«Vediamo... Anna Karenina, Ventimila leghe sotto i mari, le novelle di Verga, Memorie di un cacciatore di Turgenev. Però guardi che ho letto anche I love shopping. E mi è piaciuto».

 

Stefania Vitulli
Il Giornale
21 maggio 2009

Marcos y Marcos festeggia la nomination allo Strega

Casola Valsenio è un paese un po’ speciale per almeno due motivi. Celebra una «Festa dei frutti dimenticati» in cui si possono assaggiare i sapori asprodolci di frutti insoliti come azzeruole, giuggiole, corbezzoli. E conta tra i suoi 2.800 abitanti un possibile vincitore del premio Strega 2009. Cristiano Cavina, 34 anni, scrittore e pizzaiolo, è entrato pochi giorni nella dozzina dei finalisti con il romanzo «I frutti dimenticati» (Marco y Marcos) e trattandosi di romanzo di nicchia pubblicato da un editore indipendente milanese che per la prima volta riesce a sfondare il muro dei giurati del premio italiano più prestigioso e portatore di un aumento esponenziale nelle vendite, è sembrato il caso di fare festa anche a Milano (stasera al Frida Café, in via Pollaiuolo 3, ore 21). «Il merito per la qualifica allo Strega va al libro ma anche all’editore, sempre casereccio, garibaldino da 25 anni» ci racconta Cavina. «Pregiudizi sulla vittoria? Che lo Strega funzioni in un certo modo non è uno scandalo. Immagino che sotto ci siano interessi più grandi. Ma vede, il mio è il punto di vista di un ragazzo romagnolo che sta sugli Appennini a far le pizze e a fare il babbo. Alla cerimonia per la proclamazione dei finalisti ci sono andato in maglietta con lo spirito del campagnolo in gita, mica vestito della cresima. Il rispetto per il premio lo porto dentro». Eppure i premi dovrebbero avere un legame forte anche con la letteratura oltre che con gli interessi editoriali: che cosa le impedisce di pensare che potrebbe vincere se ritiene che il suo sia un ottimo romanzo? «Nulla, salvo il fatto che non sono uno scrittore in carriera. Non ho mai pensato di cambiare vita dopo aver pubblicato dei libri e sono ormai diciotto anni che scrivo. I libri sono una cosa in più. Ogni volta che ne faccio uno, ho “salvato” delle storie e mi basta. Altrimenti avrei cambiato editore tutte volte che me lo hanno chiesto, e sono state tante. Mi piace molto, invece, andar per le scuole a parlare dei miei racconti con i ragazzi che usano i miei libri per studiare, credo di essere uno dei maggiori esperti italiani in promozione scolastica. Ora però la devo lasciare, devo andare a far delle pizze. Col forno a legna, lo specifichi». Insieme a Cristiano Cavina, si ritroveranno questa sera, tra reading e brindisi, anche Matteo B. Bianchi di Mtv, lo scrittore Marco Mathieu, e la storica libraia milanese Antonella Viganò. Ognuno regalerà a Cristiano e al pubblico una storia da salvare, proprio come si salvano i frutti in via di estinzione.

 

Anna Folli
Gazzetta di Parma
12 giugno 2009

Intervista: Cristiano Cavina, autore del romanzo I frutti dimenticati, edito da Marcos y Marcos
«Sono cresciuto raccontando»

Con il suo quarto romanzo, Cristiano Cavina ritorna a casa, alla sua Casola Valsenio, il paese romagnolo dove vive e ambienta le sue vicende letterarie. E con quello che ­il più autobiografico dei suoi pur autobiografici romanzi, si guadagna uno dei dodici posti alla selezione del Premio Strega. I frutti dimenticati (edizioni Marcos y Marcos) è forse la più intensa delle sue opere, in bilico tra sorriso e commozione, tra realtà e favola. A capitoli alterni, Cavina racconta il presente e il passato: un presente in cui si trova a dover affrontare la perdita di un padre che per tutta la vita non ha conosciuto e la nascita di un figlio dalla compagna che forse non ama pi. Un passato dove un bambino che­cresciuto senza padre, per riempire questa mancanza di padri se ne inventa una moltitudine: sono padri le suore dell’asilo, la madre, i nonni. E sono padri soprattutto Cirano de Bergerac, D’Artagnan, Sandokan e tutti gli eroi dei libri che popolano la sua giovinezza. Ed­ è suo padre persino Dio, che gli regala un fratellastro importante come Gesù e un’infinità di santi come parenti.
In I frutti dimenticati, il protagonista ha il suo nome e il suo cognome, la sua età, la sua professione di pizzaiolo. Nel romanzo, parla di suo padre e di suo figlio. Ci vuole coraggio a raccontare una storia così intima. Come ci è arrivato?
 E’ stato tutto molto naturale. Sono cresciuto raccontando storie. E la cosa più semplice­raccontare di sé stessi. Certo, scrivendo si mescolano passato e presente, ricordi miei con parole venute da altri. Sono partito dal bisogno di parlare di mio figlio Giovanni. E tutto quello che lo riguarda ­verissimo, anche se lui è ancora più straordinario di come lo descrivo. E’ vera la gravidanza difficile di Anna, sua madre, ed­ è vero il fatto che durante quei mesi io ho scoperto di non essere più innamorato di lei, anche se cercavo un alibi per non confessarlo nemmeno a me stesso. Ho cercato di raccontare la mia storia come se fossi al bar di Casola con i miei amici.
Casola Valsenio, Riolo, Imola, Cesena. Il suo mondo letterario ha confini geografici molto precisi e definiti. Non ha mai pensato di scrivere una storia lontana da lei, magari di pura invenzione?
 Non so se potrò mai farlo. Io non ho passato tutta la mia vita a Casola. Ho abitato a Torino e a Bologna, ma la parte di me che scrive è ­quella che guarda al passato. E il mio passato­strettamente legato al mondo di Casola, un paesino della Romagna con meno di tremila abitanti. E’ legato a quell’appartamento delle case popolari dove sono cresciuto con una mamma e dei nonni straordinari. E’ legato a un certo modo di vivere e di intendere la vita.
Il titolo del suo romanzo ha un significato reale e uno simbolico. Chi sono i frutti dimenticati?
I frutti dimenticati sono la mela cotogna, le giuggiole e le pere volpine che hanno sfamato intere generazioni e poi, nel momento del benessere, sono stati abbandonati. A Casola ci sono sempre stati e, nonostante siano complicati da coltivare, esistono ancora. Nel mio romanzo, per, i frutti dimenticati hanno anche un altro significato: sono quelle persone difficili che però continuano a nascere e a produrre frutti.
La sua scrittura è apparentemente semplice e molto vicina al linguaggio parlato. Ma in realtà vive in un delicato equilibrio fatto di ironia ed emozione, di leggerezza anche nei momenti più drammatici. Quanto lavoro c’è dietro questa ricercata semplicità?
 Per trovare quel tono, ho scritto e riscritto, cercando sempre di migliorarmi. E con il tempo, ho trovato la mia voce. Credo che mi abbia aiutato leggere molto. E io ho letto tantissimo, sempre, anche tra una pizza e l’altra.
Ho letto Guareschi, che ora hanno tutti dimenticato e invece è un creatore di storie e di parole che nessuno usa più. Ho letto Natalia Ginzburg che ho amato per la sua capacità di narrare le piccole cose della vita. E poi Goffredo Parise e John Fante. 

Igor Traboni
Il Secolo d'Italia
28 giugno 2009

Leggi e ricorda i frutti dimenticati di una vita vera

Gioie e dolori dei premi letterari: se da una parte lo Strega quest’anno sta esaltando alcuni libri (quello di Massimo Lugli su tutti, di cui il Domenicale si è occupato la settimana scorsa), dall’altra rischia di lasciare per strada altre buone prove, ad iniziare da “I frutti dimenticati” di Cristiano Cavina (Marcos y Marcos, pagg. 202, euro 14,50) che non ce l’ha fatta ad entrare nella ‘cinquina’, pur meritandolo. Eppure, con il solito efficace passa parola tra i lettori, questo quarto romanzo del giovane scrittore romagnolo si sta imponendo, con la forza di uno “che fa il narratore, mica lo scrittore. Racconto quello che so”.
I frutti dimenticati  sono quelli di un grande giardino di Casola Valsenio, il paese del Ravennate dove Cavina è nato 35 anni fa (nel romanzo sono molti gli accostamenti autobiografici) e dove ha vissuto a lungo assieme alla madre e ai nonni materni, in un piccolo appartamento delle case popolari. Il padre no, il bambino che frequenta l’asilo retto dalle suore non l’ha mai conosciuto. Eppure il padre un giorno si farà vivo, proprio mentre il personaggio narrante del libro a sua volta sta per diventare padre. E’ un uomo di poche parole, quelle che gli sono rimaste perché sta morendo. E nel classico gesto di lavarsi la coscienza (ma questo non viene mai detto, quale forma di pudore e ulteriore finzione letteraria), vuole ritrovare quel bambino ora diventato uomo, e che invece di parole ne ha tante, ma solo quelle trasposte nei libri, non altre.
La “forza” dei libri fa capolino – e il lettore è chiamato a soffermarsi su questo e altri aspetti del romanzo, tratteggiati da Cavina in maniera abile e già consumata – nel primo incontro tra i due: il padre chiama la casa editrice e si spaccia per un insegnante che vuole incontrare l’Autore con i suoi alunni. Il contatto è immediato, ma in realtà “la classe” è tutta lì, su una panchina sbilenca circondata dai piccioni, dove il figlio corre a più riprese, anche mentre la compagna ha le doglie del parto: un uomo oramai consumato dalla vita e dalla malattia, un altro che sta per diventare padre ma che non trova le parole per dire “papà” come vorrebbe. Eppure sarà ogni giorno al capezzale di quel padre che non ha mai visto prima in una dimensione “normale”. Neppure quando, molto probabilmente, quell’uomo saliva fino a Casola per spiare il figlio alla festa annuale dei frutti dimenticati, una grande sagra paesana per esaltare le essenze e gli sciroppi che solo lì sanno cavare da quelle piante officinali. Come fanno le suore, timorose di Dio e amorose verso i bambini dell’asilo. 

 



 

Come fa il parroco, un omone di 120 chili che conserva il segreto di un distillato estratto dall’ennesimo frutto dimenticato e che nessuno scoprirà mai, neanche quando don Elvis muore (ma sì, è  il contrario di un rockettaro ma ha proprio questo bel nome che tra l’altro pare impossibile infiocchettare addosso ad una tonaca).
Il romanzo ha pure questo di pregio: racconta una vita di provincia tutto sommato monotona ma al tempo stesso esaltante, perché tante sono le prerogative di questo paese-universo, narrate con uno stile che ricorda molto John Fante (sappiamo che all’autore l’accostamento non dispiace). E’ così anche per i personaggi che riesce a celare, salvo poi tirarli fuori da un cilindro magico quando servono (alla finzione letteraria e alla vita stessa). Come la ragazza di cui l’autore si innamora: il frutto  – in questo caso niente affatto dimenticato – sarà un figlio. Ma poi l’amore svanisce: lei continua a chiedere “mi ami?”, lui a girare attorno alle risposte, tra un libro da finire, una pizza da infornare e quel padre da conoscere.
Giovanni sarà anche “il completamento” di quel rapporto, perché i novelli genitori dopo la nascita capiranno che non sono fatti per stare assieme, che l’amore chiede altro. Esattamente il contrario di un albero dai frutti dimenticati.
«Dopo che Giovanni verrà battezzato, non ti voglio più a casa mia» dirà Anna a Cristiano, dopo che questi avrà ammesso di non amarla più, fissando il parabrezza di un’auto.
Anche il sentimento religioso è ben presente in questo libro: si capisce che l’autore “ci crede” ma senza ostentarlo e tanto meno imporlo al lettore. Le suore, il parroco, le litanie della nonna nei confronti del nonno che invece avrebbe voluto Saragat santo subito. E poi quel Salmo 23 (“E se anche dovessi camminare in una valle oscura non temerei alcun male, perché tu cammini con me”) che Cristiano ripete da bambino e poi ancora da grande, quando Anna rotola per le scale e rischia di perdere Giovanni ancora nel grembo, come un messaggio  – e non solo una preghiera – mandato “al padrone di casa, a cui tutti alla fine avremmo dovuto pagare l’affitto”.
Ecco, il libro di Cavina ci è parso proprio questo: uno scavare continuo tra i sentimenti, senza finzioni e mezze verità, con il coraggio di raccontarsi per raccontare, di immergersi nella vita. Proprio come quando Cristiano da bambino giocava a fare il palombaro nel forziere di un vecchio armadio della nonna. Prima di salire sulla lambretta che il nonno proprio non sapeva guidare e immancabilmente finire contro un palo, che proprio non voleva sapere di spostarsi da mezzo alla strada. Da mezzo alla vita.  

 

Vanadia Cantaro
Whipart
5 luglio 2009

Il pirata che non si vende:
intervista a Cristiano Cavina


C'è poco da anticipare, si presenta da solo, abbiamo già iniziato a conoscerlo...
Per Whipart, Cristiano Cavina racconta un po' di sé.

Ciao Cristiano, sei oggi al tuo quarto libro edito dalla casa editrice Marcos y Marcos, ma hai sempre affermato che non ti reputi uno "scrittore", piuttosto un racconta-storie venuto dalla campagna. Cosa pensa Cristiano di se stesso oggi? Ora che non puoi certo esser classificato come "esordiente", ti senti un po' più scrittore?
Fortunatamente, ad ogni libro che passa, mi sento meno scrittore. Sinceramente mi terrorizza l'idea di affrontare una storia da scrittore, di non attingere a quelle che sono le mie esperienze personali o i miei ricordi. Per sentirmi scrittore, forse dovrei superare la diffidenza istintiva che provo verso la III^ persona singolare.
Cosa penso di me oggi? Boh. Faccio le pizze. Di tanto in tanto sento di dover condividere una storia. Imparo a fare il babbo del mio Giovanni.

Sei arrivato tra i 12 finalisti per il premio Strega: vorrei che ci raccontassi come ti senti, se questa novità ti crea tensione, se credevi di raggiungere tale traguardo e chi, tra gli altri finalisti, è il tuo preferito.
A causa del mio imperdonabile ritardo nel rispondere, in realtà la cinquina è già stata scelta. Sono stato contento ovviamente di essere finito tra i dodici.
Mi piace pensare che sia stato una specie di riconoscimento verso le piccole realtà alla periferia delle periferie che hanno visibilità solo nei casi di cronaca nera, e il giusto omaggio al lavoro della Marcos y Marcos, ai suoi ventisei anni di fiera indipendenza. E' stato interessante partecipare agli incontri (ma questo per me è sempre interessante, visto che sono un chiacchierone).
Le persone delle Fondazione Bellonci mi sono sembrate tutte simpatiche e gentili. E poi, valeva la pena essere tra i dodici, solo per sentire il candidato ufficiale dell'Einaudi, Tiziano Scarpa, affermare senza vergogna di non essersi mai aspettato di finire nella dozzina, e di nutrire seri dubbi sul suo ingresso nella finale a 5.
E' stato illuminante. Sì. Spero proprio di non diventare mai uno scrittore.

Le tue storie, e non solo I frutti dimenticati, posseggono forti tinte autobiografiche, e hai spesso dichiarato che sono le storie stesse a far capolino nella tua scrittura quando è giunto il loro momento. Credi che continuerai a raccontarti? Oppure hai nel cassetto qualche nuovo mondo da esplorare e proporci?
Beh, io racconto come se fossi seduto fuori dal bar, insieme a degli amici; uso semplicemente la mia voce; dopo i miei incontri, molti mi dicono che ascoltarmi è stato come leggere un mio libro: sembrano contenti: io lo sono di sicuro. L'unica materia in cui mi sento sicuro è sostanzialmente quella del ricordo. O meglio, quella dell’epica del ricordo, che è la memoria.
Non so se continuerò o no. Non dipende da me. Dipende della velocità e dal modo di sedimentazione della storia. Di come la racconto a me stesso nel corso degli anni.
Per il resto, del cantiere, di quello che scrivo o meno, non si parla mai. Porta malissimo!

I tuoi libri parlano di vita vissuta, vera, sentita, potrebbero essere interpretati come mancanza di inventiva, ma la sincera realtà è che piacciono, e molto. Lo scrittore in fondo non racconta mai qualcosa di assolutamente innovativo, ma lo racconta in maniera speciale e personale. Temi mai che le tue storie possano finire?
Non lo temo. So, che finiranno. Ma non è un problema. Una volta che ho salvato ciò a cui tengo, io sono a posto. Non sarebbe più utile scrivere, se non per me stesso. E per come la vedo io, non avrebbe senso.

 



 

Le tue storie sono cariche di bellezza, di piacere, lo stesso dicasi anche per quelle più amare come il tuo ultimo libro. Esiste qualcosa di cui ti crucci profondamente lungo le tue scelte? Una scuola non frequentata, un lavoro non colto, un viaggio mancato?
Sono soddisfatto della mia vita. E' stato bellissimo e incredibile, viverla; nei momenti belli come in quelli brutti. E se anche dovessi viverla da capo, sono sicuro che rifarei le stesse cose, errori compresi.

Se potessi scegliere, di quale personaggio pubblico, conoscente o sconosciuto incontrato per strada ti piacerebbe sentir raccontate le proprie storie personali, con quella stessa "confidenza" che ti è propria e con cui tu stesso narri le tue?
Ho avuto modo di conoscerne alcuni, e di sentirli raccontare; lo facevano benissimo a modo loro. I migliori affabulatori che conosco, a parte alcuni vecchietti nel mio bar e Don Leo Tabanelli di San Rufillo, sono Gianluca Favetto e Alessandro Baricco. Inarrivabili.
Però non so se sono personaggi pubblici...

Gli italiani sono accusati di non saper tessere trame complesse come quelle presenti nei romanzi stranieri e il nostro cinema è stato tacciato di "depressione", tu che ne pensi? E quale autore o regista, o quale singola opera suggeriresti di "provare" agli italiani?
Non saprei, sinceramente non leggo molta narrativa italiana contemporanea; immagino che le trame siano un problema per i giallisti, più che altro, che in ogni caso si ispirano a opere straniere; non si può non notare l'influenza fondamentale che in questo senso hanno avuto l’Ellroy di American Tabloid, Manuel Vasquez Montalban e Pulp Fiction. Altri invece si ispirano alla nostra storia recente, penso agli anni di piombo e ai tanti misteri di questa nostra giovane Repubblica; e mi sembra questo un approccio più interessante.
Il cinema. L'ultimo film italiano che mi è piaciuto, e che di tanto in tanto adoro rivedere, è stato Ovosodo di Virzì. In Italia ormai sono tutti Autori, si scrivono i film e se li dirigono, come Fellini o Antonioni. Tutti autori e nessun regista. Infatti non ce n'è nessuno dei due.
Abbiamo perso l'arte di raccontare visivamente anche solo la nostra storia; non c'è più una scuola, se non quella dei film da botteghino di natale. Il cinema italiano è del tutto trascurabile, per quel che mi riguarda; lo dico da spettatore, ovviamente, dato che non scrivo sceneggiature e non ho nessun interesse personale in quel mondo. Tutte le storie che racconta mi sembrano piccole e fasulle.
Non so cosa intendi per 'provare'. Se non ho capito male, posso dirti che tutto quello che è importante per me in una storia, come la si racconta e perché, è racchiuso in un film che si chiama Big Fish, di Tim Burton.
E' una delle mie opere preferite di sempre.

Tu hai fatto una scelta importante e ammirevole: hai scelto di rimanere presso la tua casa editrice, la Marcos y Marcos - espressione indipendente e coraggiosa della cultura - nonostante ti siano stati offerti allettanti contratti da parte di grosse case editrici... Sotto questo aspetto sei un faro della possibile intelligenza e presa di posizione italiana: è difficile essere "un uomo migliore"?
Oddio, che io sia un faro dell'intelligenza è abbastanza allarmante. E credo che l'unità di misura degli uomini vada presa in altri campi della vita ben più importanti del saper mettere qualche parola in fila. Sostanzialmente penso di essere un ragazzo di campagna un po' gradasso. Ho sempre sognato di essere un pirata, un filibustiere, da quando ero il re delle fionda alle case popolari; la Marcos y Marcos ha il nome giusto; siamo un piccolo vascello di corsari in mezzo alle sterminata flotta più o meno governativa.
Disprezzo profondamente quelli che per esempio criticano Berlusconi (che è MOLTO criticabile) ma poi non si fanno problemi ad essere pagati da lui – che pubblichino per Mondatori o per Einaudi non importa. Dicono che il lavoro è lavoro, ma per me è una balla e basta; se non li misuri su queste cose, i tuoi principi, su cosa li devi misurare, sugli slogan o nel segreto della cabina elettorale? Troppo comodo, non comportano alcun tipo di sacrificio.
Quando sono in pizzeria, specialmente in questi giorni d'estate, che davanti al forno ci sono cinquanta gradi, so che sono lì perché è il prezzo che devo pagare per essere perfettamente libero: come dicono nei Watchmen? "Neppure di fronte all'apocalisse. Nessun compromesso."
E poi, i grandi gruppi editoriali possono avere tutto; possono comprare tutto, e infatti si comportano di conseguenza. Ma anche se ci hanno provato, per quel poco che valgo, e non valgo molto, non possono comprarsi me.

 

Marco Belpoliti
L'Espresso
30 luglio 2009

Cuor di provincia

La caratteristica prima della narrativa di Cristiano Cavina è una forma di leggerezza gentile che gli permette d’avvicinarsi a temi e vicende tristi, persino tragiche, con una levità straordinaria. Lo aiuta una lingua paratattica, al limite del diaristico, della confidenza intima, anche quando racconta in modo fluente. “I frutti dimenticati” (Marcos y Marcos, pp.201, euro 14) sembra scritto per sé, una forma di monologo in cui Cristiano racconta la propria storia: la nascita del figlio, la fine dell’amore con la compagna, il ritrovamento del padre scomparso dalla propria vita e da quella di sua madre, la malattia mortale del genitore, il sospetto di una propria malattia. Tanta carne al fuoco. Ma il racconto procede con un ritmo spedito, così da tenere il lettore col fiato sospeso: come andrà a finire? L’abilità di Cavina sta nel differire le singole storie, nel prenderle e poi abbandonarle, e riprenderle ancora. A far da cornice è di nuovo il suo paese, Casola, vicino a Ravenna, la sua famiglia, e una formidabile suora coltivatrice di frutti rari. Un altro capitolo del romanzo della provincia italiana che Cavina scrive da anni con ottimi risultati. Una poetica delle piccole cose e dei grandi sentimenti che è anche l’istantanea di un periodo. In questo romanzo il narratore ha spostato la lente d’ingrandimento dal proprio Io passato - il bambino che era - al proprio Self - l’Io attuale. Ne scaturisce il ritratto di un trentenne in cui la grazia si mescola all’impossibilità di trovare una definizione, un senso del proprio stare al mondo: i figli di Tondelli crescono.



Gardenia
Settembre 2009

A cosa allude il titolo?
A una festa che il mio paese, Casola Valsenio, provincia di Ravenna, dedica da anni a frutti come i corbezzoli, gli azzeruoli, le pere volpine.

L'essere nato in quello che viene definito "il paese delle erbe" ha condizionato la sua vita?
Si nel senso che una comunità di tremila anime finisce per forza di cose con il fare attenzione non soltanto a erbe e a piante, ma anche a realtà minori, come le storie quotidiane delle persone

I frutti dimenticati del libro sono soltanto di natura vegetale?
No. Ci sono anche uomini e donne selvatici, difficili da coltivare, ma che, come i frutti di Casola Valsenio, hanno comunque qualcuno che si prende cura di loro.

Marilia Piccone
Wuz.it
8 settembre 2009



Un uomo di trentatré anni sta per diventare padre. Lo stesso uomo incontra per la prima volta suo padre, a trentatré anni. Lui non è più certo di amare la donna che è la madre di suo figlio; l’uomo che si fa avanti rivelando di essere suo padre ha semplicemente messo incinta sua madre, quando lei era poco più di una ragazzina. È la storia personale di Cristiano Cavina, lo scrittore romagnolo che ha esordito con il bel romanzo Alla grande, Premio Tondelli 2006. C’è ancora la voce dello scrittore stesso, dunque, a parlare di sé, dei suoi ricordi e delle sue esperienze di vita, nelle pagine de I frutti dimenticati. In un momento significativo del suo percorso di uomo - guarda caso, all’età di trentatré anni che, dalla morte di Cristo, è sempre stata considerata come l’apice dell’esistenza.
Un racconto autobiografico corre molti rischi, potrebbe diventare noioso, potrebbe innervosirci perché autocompassionevole, compiaciuto, con dettagli importanti solo per chi narra e inutili per il lettore. Niente di tutto questo ne I frutti dimenticati. La voce di Cristiano Cavina è sempre piena di brio, evita le cadute nel sentimentalismo con ironia - anche se a volte si indovina un groppo in gola dietro l’apparente cinismo.
C’è il presente e c’è il passato nel suo racconto. C’è la storia di mamma Nicoletta che ha dovuto affrontare la prova di rivelare ai genitori di aspettare un bambino. Di cui si era subito ‘appropriata’ la nonna - dopo lo sconcerto iniziale, decidendo che si sarebbe chiamato Cristiano. Ci sono le figure dei nonni, così importanti per il bambino. Ci sono le suore dell’asilo, soprattutto la suora che somministrava gocce dei rimedi di fiori di Bach, illustrandone le motivazioni, sempre con le stesse parole che Cristiano ritrova da grande, in un libro acquistato su una bancarella. Ci sono i piccoli amici - quello che sapeva aggiustare tutto e che sarebbe morto, a solo cinque anni, in un incidente, rivelando a Cristiano l’eternità dell’assenza. Manca il padre. Quando questi spunta dal nulla, avendo rintracciato Cristiano tramite la sua casa editrice, Cristiano gli rinfaccia il suo non essere mai stato là, quando da bambino avrebbe avuto bisogno di lui. Eppure… eppure, in qualche modo, proprio ora che la compagna di Cristiano sta per avere un bambino, ora che si prospetta per suo figlio un futuro senza un papà sempre accanto perché lui e Anna non si amano più, qualcosa cede dentro Cristiano.
I frutti dimenticati è un romanzo di nascita e di morte: per un bimbo che viene al mondo e lotta per sopravvivere ad un parto prematuro, aggrappandosi alla vita, un uomo sta abbandonando la presa sulla vita e si appresta ad uscire dal mondo. È anche un romanzo di crescita, nel breve periodo tra quella nascita e quella morte: se Cristiano non può seguire nessun modello per essere padre, può però cercare di fare il figlio, restando vicino al padre anche se questi non si è mai curato di lui (quanti figli vengono al mondo senza che neppure i padri che li hanno generati in un attimo ne siano al corrente. O gliene importi). E comunque c’è una tale disperazione nel patteggiare di Cristiano con Dio - perché si prenda la sua vita invece di quella del piccolino -, c’è una tale tenerezza nel giovane padre che cambia la tutina gialla a quel pulcino di bimbo, che pensiamo che fare il padre è spontaneo come fare la mamma. Basta prestare attenzione e curare i sentimenti, proprio come fossero dei frutti dimenticati - quelli coltivati dalle suore e venduti alla festa annuale del paese.

Scheda del libro

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