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CORRIERE DI ROMAGNA –  Novembre 2008

Cavina è nato a Casola Valsenio, in provincia di Ravenna, nel 1974, crescendo con la mamma e i nonni materni.
Cristiano, I frutti dimenticati parla di padri: è un libro autobiografico?
«Lo è e non lo è, come tutti i miei libri».

Vuol dire c’è una parte di verità e una parte di fantasia?
«Anche un diario è narrativa perché, per quanto ci si provi, la realtà non si riesce a rendere con le parole.
Però sì, in parte è autobiografico. Come tutti gli altri miei libri del resto: sono un narratore, non uno scrittore».

La critica ha riconosciuto che in questo nuovo libro c’è un salto di qualità, una crescita: dal ragazzo che narrava le storie di paese al ragazzo che diventa uomo e padre. Una evoluzione, sia biografica che artistica.
«Artistica no, io al massimo faccio artigianato, non arte. Forse per la prima volta ho parlato anche del presente, ma in realtà rimane il racconto della memoria, c’è Casola, ci sono i frutti dimenticati, intesi sia come sagra che come cura verso qualcosa che sta scomparendo... Anche le persone a volte sono frutti dimenticati. Poi c’è il presente, il diventare padre e diventare figlio in contemporanea».

Nel libro si narra di una sorta di epifania, trovare un padre perduto dopo molti anni: che cosa è accaduto in realtà?
«Parliamo del protagonista del libro, che sia vero o no non ha importanza, non è che faccio gossip sulla mia vita – fra l’altro a chi può importare? – Credo che certe persone siano geneticamente incorreggibili, commettono sempre gli stessi errori. Mi piaceva l’idea e ho sentito di dover raccontare di come un padre e un figlio partano dallo stesso punto, nel senso che nessuno dei due ha precedenti esperienze: il figlio perché è appena nato e non sa come è la vita, e il padre perché non ha mai avuto un reale riferimento di figura paterna ma se l’è costruita negli anni attraverso i personaggi dei libri, i parenti e la fantasia. Mi è venuto spontaneo raccontare questo perché avevo in mente soprattutto la grande avventura, anche dolorosa a adesso splendida, che è stata la nascita di mio figlio, con una gravidanza molto difficile e una storia d’amore che stava per finire. È anche una grande dichiarazione di stima e di amore nei confronti di Anna, la mamma di mio figlio Giovanni, verso i miei parenti, la famiglia di Anna e gli amici con cui sono cresciuto».

Ma lei che padre vorrebbe essere per Giovanni?
«Guardandomi intorno, sono un babbo un po’ atipico. Giovanni ha due case, perché abita con sua mamma e con me, e noi non abitiamo insieme».

Una situazione abbastanza frequente ormai.
«La cosa buffa è che la mattina mi trovo a fare la spesa, e sono l’unico babbo al supermercato con il figlio. Diciamo che lui ha da me la parte migliore del mio tempo. Poiché io ho un lavoro particolare, passo intere giornate con lui, e quindi c’è un forte legame fra noi. Detto questo, ha avuto anche la fortuna di avere una mamma giovane e bravissima. Non sono stato un buon compagno però riesco a essere un buon padre. Poi sono anche un po’ scemo, quindi si diverte con me».

Si è sentito un po’ più nudo dopo aver scritto questo libro?
«A volte sì e a volte no, non so se il narratore dei miei libri corrisponde esattamente a quello che sono. È comunque qualcosa di diverso, anche se è in tutto uguale a me. Alcune cose sono assolutamente vere, come la travagliata gravidanza e nascita di Giovanni, ma altre non so più se sono vere o no, perché faccio sempre fatica a distinguere sogni e ricordi».

È ancora uno scrittore pizzaiolo o adesso fa lo scrittore a tempo pieno?
«No, continuo a fare anche il pizzaiolo».

Vuole mantenere un legame con la realtà, con il lavoro “vero”?
«Diciamo che è il prezzo con cui compro la mia libertà, il piacere di potere dire no, di non avere padroni, di avere editori che sono compagni di ciurma».

Di scrivere solo quando se la sente...
«Sì, quando voglio, quello che voglio, non avere scadenze, e poi poter litigare e dire la mia su tutte le cose. Per quanto riguarda lo scrivere, sono veramente immacolato, come Cyrano de Bergerac posso prendermela con tutti e criticare
tutto se mi sembra il caso, perché non mi sono mai venduto».

Vuole restare fuori dal circuito letterario?
«Sì, io poi lascio ad altri la letteratura, a quelli più bravi di me. Ho fatto l’Itis, non sta a me fare letteratura, io racconto le storie che sento di dover raccontare, molto legate a Casola e alla mia esperienza».

Però, pur essendo legate al paese, sono storie esemplari in qualche modo.
«Non so se sono esemplari, so che tali vengono riconosciute, ma non è che faccio ricerche, mi chiedo “Oddio cosa scrivo” e tiro fuori qualcosa a seconda del vento che tira. È una cosa che fanno già molti professoroni, tanti che passano per paladini della cultura, e quando va di moda Gesù fanno il libro su Gesù, quando va di moda il Codice da Vinci fanno libri sul Codice da Vinci, e pontificano su che cosa è lo scrivere. Io sono un ragazzo di campagna, perito elettrotecnico e pizzaiolo che va in giro a raccontare le sue storie, e alcune persone ci si trovano dentro. Tutto qui».

A proposito di Gesù, è molto importante il suo rapporto con Dio?
«Sì, sono cresciuto in una famiglia di donne molto devote, soprattutto mia nonna. Sono uno dei pochi che conosco qui a Casola che ha letto tutta la Bibbia, posso citarne a memoria interi passi. La fede fa parte della mia vita quotidiana, non come ortodossia però, ho un modo molto garibaldino e non allineato di vedere Gesù; per me non è qualcosa che sta lassù per aria, ma è come l’amministratore delegato di una multinazionale: gli operai non lo vedono mai, ma si sa che esiste e manda avanti la baracca, mette la firma nelle cose più importanti».

Dopo un libro di questo genere è più difficile rimettersi a scrivere, ricominciare a raccontare storie? O ci sono ancora storie da raccontare a Casola?
«Non so se scriverò ancora libri, l’ho detto anche ai miei editori, perché I frutti dimenticati mi è costato molto. Certo, il libro non è solo una cosa dolorosa, tutti i miei libri sono anche divertenti, però è come andare in giro a fare vedere le cicatrici. Fortunatamente non ho mai avuto l’assillo di dover fare lo scrittore a tutti i costi, ho sempre fatto anche altri lavori. Non ho contratti da rispettare, non mi aspetta nessuno. Non è un grande problema per me».
Vera Bessone
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marie claire - Novembre 2008
«È uno sconosciuto come tanti altri e sembra annegare nei vestiti un po’ troppo grandi. Buona parte dei miei trentadue anni li ho passati a chiedermi come sarebbe stato questo momento, anzi a chiedermi se ci sarebbe stato». E per il protagonista (che si chiama Cristiano) quel momento arriva con tempismo cinematografico. Mentre sta per diventare padre e allungarsi nel futuro, il passato irrompe con una telefonata. E quel genitore che aveva immaginato come l’Altissimo, Jean Valjean, D’Artagnan, il Conte di Montecristo, «un babbo pieno dei ricordi delle persone vissute», se lo trova davanti in una piazza di Cesena. Dopodiché è un casino, perché la vita non ha il tasto stand by. Mentre il presente (e il non sapere dire alla propria donna «ti amo») fa paura, il passato e i ricordi(la vespa rossa del nonno, la scoperta di un mondo chiuso in un cassettone o l’orto delle suore dei frutti dimenticati) fanno da centro di gravità. E alla fine ti insegnano che le cose (quasi sempre) si possono aggiustare: «Se le stelle cadono perché Dio le appiccica col Vinavil», si può cambiare colla.
Marta Cervino
“A” - Gennaio 2009
Il bambino Cristiano immaginava che il suo babbo fosse bello e forte. Facile; non l’aveva mai visto. Quando lo conosce, magro e morente, Cristiano ha 33 anni e sta per avere un figlio da una ragazza che non ama più. Come si fa a diventare padre e figlio nello stesso momento? L’autore lo racconta con il fascino di un linguaggio puro e naturale. Come la sua storia, vera.
Antonella Ottolina
CONFIDENZE – Dicembre 2008
com’è crescere senza papà
Cristiano Cavina ha appena pubblicato il romanzo I frutti dimenticati (Marcos y Marcos, 14,50 euro). Racconta la storia di un giovane che sta per diventare papà e che ritrova suo padre, una figura rimasta assente per anni. Una storia che pesca dal vissuto personale dell’autore, cresciuto appunto senza papà.
Cosa significa crescere senza papà?
Non aver mai avuto un padre è un dolore sotteraneo, intimo, una mancanza mentale. Io me ne sono costruito uno mettendo insieme tante cose diverse: personaggi dei libri, spezzoni di film, parole di amici, i miei nonni. Solo che era un padre molto difficile da abbracciare, che non poteva prendermi in braccio.
Ora tu che tipo di padre sei e vorresti essere?
Non so quale vorrei essere, forse perchè non ho avuto modelli a cui rifarmi mi impedisce di crearmi un ideale. Per quanto riguarda quello che sono, imparo ogni giorno, un poco per volta.
Un padre cosa deve dare e soprattutto cosa non deve dare a un figlio?
Posso proteggerlo da quasi tutte le cose pericolose che ci sono al mondo, ma non dai miei errori: per me è la cosa peggiore, perchè non posso metterlo al sicuro da me stesso, dalla parte che non funziona bene di me.
Sabino Labia
 
AVVENIRE - Dicembre 2008
Nostalgie di Natale tra presepi e biciclette
«Ma semplicità e veri valori non si fanno mai scalfire dalle ombre delle recessioni»
 «
Chi come me e la maggior parte dei miei compaesani non ha mai vissuto sopra le proprie possibilità economiche non avverte molto questa crisi da fine del mondo. Forse la sentono di più quelle persone che fino a ieri compravano macchinoni da quarantamila euro o che, nonostante il momento negativo, investiranno ancora tutto lo stipendio e la tredicesima nei regali di Natale». Tra Manlio Cancogni e Cristiano Cavina balla più di mezzo secolo, eppure ad ascoltare il giovane narratore romagnolo si potrebbe pensare che si tratti di un coetaneo dello scrittore viareggino. Cavina vive nel suo microcosmo letterario di Casola Valsenio (tremila abitanti, nel ravennate), in quello che nei suoi felliniani e costanti amarcord dell’infanzia sembra una piccola Belfast, «per fortuna pacifica», della Romagna: «Il paese quando ero piccolo si divideva tra i figli della parrocchia e quelli con i genitori comunisti». Lui apparteneva a quelli della parrocchia e sua madre Nicoletta aveva persino fondato la rivista cattolica Lo specchio, in aperta e polemica risposta a Il Senio il periodico edito dai comunisti.
  Contrapposizioni ormai politicamente scorrette, quanto anacronistiche, che rivivono solo nella memoria dello scrittore di Casola e nelle pagine dei suoi libri come l’ultimo – sempre strettamente autobiografico –,
I frutti dimenticati (Marcos y Marcos). La sua prima stagione da esordiente letterario avvenne sei anni fa e proprio con una storia di ambientazione natalizia. «Il primo scritto che mi ha pubblicato la mia casa editrice Marcos y Marcos è stato un racconto inserito nella raccolta Il quarto Re Magio. In quella antologia del 2002 figuravo come l’unico scrittore vivente, per di più sconosciuto, al fianco di gente come Trevor, Maupassant, Pasolini. Spedii Natale in via Neri arriva prima in cui Bastiano, il mio alter ego e protagonista del romanzo d’esordio Alla grande, racconta che il 23 dicembre, come ogni anno, con gli altri bambini si metteva in fila nella sala dell’arciprete, che regalava giocattoli e vestiti smessi destinati alle missioni in Africa. Bastiano va con la nonna e mentre tutti gli altri bambini sono lì che arraffano il primo gioco che gli capita a portata di mano lui sceglie una vecchia copia de I ragazzi della via Pál di Molnár.
  Una storia semplice, ma vera che piacque all’editore tanto che mi pagò pure, centocinquanta euro. Una festa. Quello è stato un bel regalo anche perché ha significato l’inizio, per uno come me che da sempre si sente davvero un frutto dimenticato, una specie di mela cotogna a testa in giù…». Sono le immagini spontanee che Cavina confeziona tra una pagina scritta, un gioco con il piccolo Giovanni, il figlio di quindici mesi, e una sfornata alla pizzeria dello zio Antonio dove lavora. Piccoli frammenti di una memoria solida di provincia, tranci saporiti di nostalgia molto più antichi della inesauribile verve dell’autore trentaquattrenne. «Perché noi a Casola siamo come gli ebrei, custodi di una tradizione millenaria». Per cui quassù sulla collina la corsa disperata al regalo da mettere sotto l’albero si attenua e addirittura è frenata davanti all’effetto primordiale del Natale di Cavina. «Mi rivedo a tre anni: la mattina mi sveglio con il vetro appannato e ci disegno un cerchio.
  Poi corro alla recita delle suore di Santa Dorotea e faccio la parte di Gesù Bambino».
  Spruzzate di neve tutte intorno per la gioia dei giochi dei bambini, anche quelli organizzati in luoghi separati.
  «Noi della parrocchia si giocava all’asilo delle suore, gli altri al nido comunale. Quando nevicava i figli dei comunisti salivano al Belfiore lanciandosi a valle con i bob rossi e il sellino giallo della Giordani. Io con il mio bob bianco e il sellino nero insieme agli amici stavamo nel campo di Pagnano vicino al Senio e venivamo trascinati da una catena legata alla vecchia Fiat 500 gialla di mia madre.
  Adesso? Appena nevica vanno tutti quanti a Cortina. Ormai con tutto questo correre dietro al regalo vogliono far passare il Natale come la festa meno religiosa dell’anno. Ma io non mi lascio prendere da questa fretta folle, anzi...».
  Non facciamoci intristire da questo tempo consumistico e abbondantemente consumato e torniamo ancora indietro in un passato quasi irreale, sincero ed allegro come un bicchiere di Sangiovese.
  La notte di Natale si arrivava di corsa in sagrestia alla ricerca della tunica più nuova per servire la messa.
  Premetto che fare il chierichetto alla messa della notte di Natale, dove in chiesa come per miracolo riapparivano anche gli ‘avanzi di galera’, per noi ragazzi di Casola era un grande privilegio che si otteneva dopo aver superato una durissima selezione. Il mio amico Bomba, che compare in tutti e quattro i miei libri, fu il protagonista di un episodio esilarante, indimenticabile. Al momento della raccolta delle offerte, complice la sua struttura pacioccona, inciampa sull’orlo della tunica troppo lunga e rovescia tutti gli spiccioli con il fragore che ne segue e le risate grasse della gente che accorre a raccogliere il bottino...».
  Come a Cancogni, anche a Cavina, il primo regalo natalizio che gli ha fatto sobbalzare il cuore tenero di bimbo è stata una bicicletta davvero speciale. «Che magia la Turboberta con le ruote gialle. La consideravo il mio destriero, affascinato com’ero dal primo libro che avevo letto, la
Disfida di Barletta. In sella alla Turboberta mi sentivo come Ettore Fieramosca. Poi qualche Natale dopo mi è arrivata una meravigliosa chitarra elettrica, una Fender bianca un po’ ammaccata di terza o quarta mano, ma con quella ho cominciato a suonare nel gruppo I Mirror – in onore alla rivista di mia madre, Lo specchio ». Un rapporto intenso, quello con la madre che lo ha cresciuto da sola nella casa dei nonni: «Come auguri di Natale, tempo fa ho spedito a tutti gli amici e parenti una foto che mi ritrae con mia madre: io con le corna da diavolo e lei con l’aureola da santa Nicoletta... L’assenza paterna è stata un trauma che mi sono portato dietro, ma almeno nei giorni di festa l’avvertivo solo dai pacchi, sui miei bigliettini non figurava mai la scritta ‘dal tuo papà’. La mia famiglia però è così numerosa che quel vuoto l’hanno sempre generosamente colmato.
  Ci pensava lo zio ‘matto’, Paolo – quello che descrivo
Nel paese di Tolintesàc –, e quell’uomo di mare dello zio Antonio, che un Natale mi regalò il Galeone della Playmobil, che poi finivo col metterlo insieme al Pirata tra le statuine del presepe». Bizzarrie di chi ha sempre lavorato sodo di fantasia. «Fin da piccolo sogno così forte che ancora oggi mi chiedo se certe cose mi accadono sul serio o sono frutto della mia intensa attività onirica. Uno di questi sogni fatto da piccolo fu quello di aver ricevuto in dono dallo zio di Brisighella, Franco, l’autocisterna della Lego. Al mattino di Natale mi svegliai turbatissimo dentro al mio pigiamone felpato e con le calze di lana fatte ai ferri dalla nonna Cristina, che invece se ne stava tranquilla in cucina come sempre a preparare i passatelli in brodo per il pranzo con i parenti. Piangendo gli chiesi dove fosse finita l’autocisterna che mi aveva regalato lo zio Franco e lei stupita: «Guarda che lo zio non ti ha regalato mica niente...».
  Ero disperato. Quell’autocisterna della Lego non ci crederete ma è il regalo che aspetto da tutta una vita. Prima o poi la compero al mio piccolo Giovanni così potrò dire che non è stato solo un sogno, il dono dello zio Franco finalmente è arrivato…».
Massimiliano Castellani