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Cavina è nato a Casola Valsenio, in provincia di Ravenna, nel 1974, crescendo con la mamma e i nonni materni.
Cristiano, I frutti dimenticati parla di padri: è un libro autobiografico?
«Lo è e non lo è, come tutti i miei libri».
Vuol dire c’è una parte di verità e una parte di fantasia?
«Anche un diario è narrativa perché, per quanto ci si provi, la realtà non si riesce a rendere con le parole.
Però sì, in parte è autobiografico. Come tutti gli altri miei libri del resto: sono un narratore, non uno scrittore».
La critica ha riconosciuto che in questo nuovo libro c’è un salto di qualità, una crescita: dal ragazzo che narrava le storie di paese al ragazzo che diventa uomo e padre. Una evoluzione, sia biografica che artistica.
«Artistica no, io al massimo faccio artigianato, non arte. Forse per la prima volta ho parlato anche del presente, ma in realtà rimane il racconto della memoria, c’è Casola, ci sono i frutti dimenticati, intesi sia come sagra che come cura verso qualcosa che sta scomparendo... Anche le persone a volte sono frutti dimenticati. Poi c’è il presente, il diventare padre e diventare figlio in contemporanea».
Nel libro si narra di una sorta di epifania, trovare un padre perduto dopo molti anni: che cosa è accaduto in realtà?
«Parliamo del protagonista del libro, che sia vero o no non ha importanza, non è che faccio gossip sulla mia vita – fra l’altro a chi può importare? – Credo che certe persone siano geneticamente incorreggibili, commettono sempre gli stessi errori. Mi piaceva l’idea e ho sentito di dover raccontare di come un padre e un figlio partano dallo stesso punto, nel senso che nessuno dei due ha precedenti esperienze: il figlio perché è appena nato e non sa come è la vita, e il padre perché non ha mai avuto un reale riferimento di figura paterna ma se l’è costruita negli anni attraverso i personaggi dei libri, i parenti e la fantasia. Mi è venuto spontaneo raccontare questo perché avevo in mente soprattutto la grande avventura, anche dolorosa a adesso splendida, che è stata la nascita di mio figlio, con una gravidanza molto difficile e una storia d’amore che stava per finire. È anche una grande dichiarazione di stima e di amore nei confronti di Anna, la mamma di mio figlio Giovanni, verso i miei parenti, la famiglia di Anna e gli amici con cui sono cresciuto».
Ma lei che padre vorrebbe essere per Giovanni?
«Guardandomi intorno, sono un babbo un po’ atipico. Giovanni ha due case, perché abita con sua mamma e con me, e noi non abitiamo insieme».
Una situazione abbastanza frequente ormai.
«La cosa buffa è che la mattina mi trovo a fare la spesa, e sono l’unico babbo al supermercato con il figlio. Diciamo che lui ha da me la parte migliore del mio tempo. Poiché io ho un lavoro particolare, passo intere giornate con lui, e quindi c’è un forte legame fra noi. Detto questo, ha avuto anche la fortuna di avere una mamma giovane e bravissima. Non sono stato un buon compagno però riesco a essere un buon padre. Poi sono anche un po’ scemo, quindi si diverte con me».
Si è sentito un po’ più nudo dopo aver scritto questo libro?
«A volte sì e a volte no, non so se il narratore dei miei libri corrisponde esattamente a quello che sono. È comunque qualcosa di diverso, anche se è in tutto uguale a me. Alcune cose sono assolutamente vere, come la travagliata gravidanza e nascita di Giovanni, ma altre non so più se sono vere o no, perché faccio sempre fatica a distinguere sogni e ricordi».
È ancora uno scrittore pizzaiolo o adesso fa lo scrittore a tempo pieno?
«No, continuo a fare anche il pizzaiolo».
Vuole mantenere un legame con la realtà, con il lavoro “vero”?
«Diciamo che è il prezzo con cui compro la mia libertà, il piacere di potere dire no, di non avere padroni, di avere editori che sono compagni di ciurma».
Di scrivere solo quando se la sente...
«Sì, quando voglio, quello che voglio, non avere scadenze, e poi poter litigare e dire la mia su tutte le cose. Per quanto riguarda lo scrivere, sono veramente immacolato, come Cyrano de Bergerac posso prendermela con tutti e criticare
tutto se mi sembra il caso, perché non mi sono mai venduto».
Vuole restare fuori dal circuito letterario?
«Sì, io poi lascio ad altri la letteratura, a quelli più bravi di me. Ho fatto l’Itis, non sta a me fare letteratura, io racconto le storie che sento di dover raccontare, molto legate a Casola e alla mia esperienza».
Però, pur essendo legate al paese, sono storie esemplari in qualche modo.
«Non so se sono esemplari, so che tali vengono riconosciute, ma non è che faccio ricerche, mi chiedo “Oddio cosa scrivo” e tiro fuori qualcosa a seconda del vento che tira. È una cosa che fanno già molti professoroni, tanti che passano per paladini della cultura, e quando va di moda Gesù fanno il libro su Gesù, quando va di moda il Codice da Vinci fanno libri sul Codice da Vinci, e pontificano su che cosa è lo scrivere. Io sono un ragazzo di campagna, perito elettrotecnico e pizzaiolo che va in giro a raccontare le sue storie, e alcune persone ci si trovano dentro. Tutto qui».
A proposito di Gesù, è molto importante il suo rapporto con Dio?
«Sì, sono cresciuto in una famiglia di donne molto devote, soprattutto mia nonna. Sono uno dei pochi che conosco qui a Casola che ha letto tutta la Bibbia, posso citarne a memoria interi passi. La fede fa parte della mia vita quotidiana, non come ortodossia però, ho un modo molto garibaldino e non allineato di vedere Gesù; per me non è qualcosa che sta lassù per aria, ma è come l’amministratore delegato di una multinazionale: gli operai non lo vedono mai, ma si sa che esiste e manda avanti la baracca, mette la firma nelle cose più importanti».
Dopo un libro di questo genere è più difficile rimettersi a scrivere, ricominciare a raccontare storie? O ci sono ancora storie da raccontare a Casola?
«Non so se scriverò ancora libri, l’ho detto anche ai miei editori, perché I frutti dimenticati mi è costato molto. Certo, il libro non è solo una cosa dolorosa, tutti i miei libri sono anche divertenti, però è come andare in giro a fare vedere le cicatrici. Fortunatamente non ho mai avuto l’assillo di dover fare lo scrittore a tutti i costi, ho sempre fatto anche altri lavori. Non ho contratti da rispettare, non mi aspetta nessuno. Non è un grande problema per me».
Vera Bessone
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«È uno sconosciuto come tanti altri e sembra annegare nei vestiti un po’ troppo grandi. Buona parte dei miei trentadue anni li ho passati a chiedermi
come sarebbe stato questo momento, anzi a chiedermi se ci sarebbe stato». E per il protagonista (che si chiama Cristiano) quel momento arriva con
tempismo cinematografico. Mentre sta per diventare padre e allungarsi nel
futuro, il passato irrompe con una telefonata. E quel genitore che aveva
immaginato come l’Altissimo, Jean Valjean, D’Artagnan, il Conte di Montecristo, «un babbo pieno dei ricordi delle persone vissute», se lo trova davanti in una piazza di Cesena. Dopodiché è un casino, perché la vita non ha il tasto stand by. Mentre il presente (e il non sapere dire alla
propria donna «ti amo») fa paura, il passato e i ricordi(la vespa rossa del nonno, la scoperta di un
mondo chiuso in un cassettone o l’orto delle suore dei frutti dimenticati) fanno da centro di gravità. E alla fine ti insegnano che le cose (quasi sempre) si possono aggiustare: «Se le stelle cadono perché Dio le appiccica col Vinavil», si può cambiare colla.
Marta Cervino
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Il bambino Cristiano immaginava che il suo babbo fosse bello e forte. Facile; non
l’aveva mai visto. Quando lo conosce, magro e morente, Cristiano ha 33 anni e sta
per avere un figlio da una ragazza che non ama più. Come si fa a diventare padre e figlio nello stesso momento? L’autore lo racconta con il fascino di un linguaggio puro e naturale. Come la sua
storia, vera.
Antonella Ottolina
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CONFIDENZE – Dicembre 2008
com’è crescere senza papà
Cristiano Cavina ha appena pubblicato il romanzo I frutti dimenticati (Marcos y
Marcos, 14,50 euro). Racconta la storia di un giovane che sta per diventare papà e che ritrova suo padre, una figura rimasta assente per anni. Una storia che
pesca dal vissuto personale dell’autore, cresciuto appunto senza papà.
Cosa significa crescere senza papà?
Non aver mai avuto un padre è un dolore sotteraneo, intimo, una mancanza mentale. Io me ne sono costruito uno
mettendo insieme tante cose diverse: personaggi dei libri, spezzoni di film,
parole di amici, i miei nonni. Solo che era un padre molto difficile da
abbracciare, che non poteva prendermi in braccio.
Ora tu che tipo di padre sei e vorresti essere?
Non so quale vorrei essere, forse perchè non ho avuto modelli a cui rifarmi mi impedisce di crearmi un ideale. Per
quanto riguarda quello che sono, imparo ogni giorno, un poco per volta.
Un padre cosa deve dare e soprattutto cosa non deve dare a un figlio?
Posso proteggerlo da quasi tutte le cose pericolose che ci sono al mondo, ma non
dai miei errori: per me è la cosa peggiore, perchè non posso metterlo al sicuro da me stesso, dalla parte che non funziona bene di
me.
Sabino Labia
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