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Con “I frutti dimenticati” Cavina taglia una volta per tutte i ponti con i residui finzionali dei romanzi
precedenti e scrive la sua storia, la sua esperienza. Si è fatto un lungo parlare di autofiction e biografismo, poco tempo fa, nella
critica italiana. Quello che è certo è che questo romanzo andava scritto così, con i veri nomi e i veri fatti, perché anche questo può fare la letteratura — salvare una verità. E l’idea di salvezza di ciò che è importante e vero è il leitmotiv simbolico dell’intero romanzo.
La trama. A trentatrè anni, Cristiano sta per avere un figlio da una ragazza che non ama più, e nel contempo dalle nebbie del passato riappare suo padre. Il padre che non ha mai conosciuto, perché sparito subito dopo aver messo incinta sua mamma. E il padre che ora sta per morire, e che ha scelto proprio questo momento per rivelarsi. Alternando il piano del presente e quello del ricordo, Cavina sviluppa una dialettica che diventa rapidamente il motore dell’intero romanzo. Da un lato c’è il mondo intatto e fantastico della sua infanzia: la messe di storie e di personaggi, l’universo del paese visto attraverso gli occhi di un bimbo: venditori di castagne, preti da centoventi chili, docili sacrestani e nonni straordinari. Un mondo inevitabilmente piccolo e inevitabilmente immenso, perché ricco di cunicoli segreti e bivi improvvisi: la provincia italiana, la sua forza e il suo calore, il suo essere ancora legata a una dimensione ormai morente. Cavina riesce nella magia di trasporre l’energia della narrazione orale in un contesto diverso, e non cade mai nel patetico. Stilisticamente, il libro è di una semplicità esemplare: frasi brevi, molti a capo, le esatte pause di un racconto popolare. L’assenza del padre, la storia più importante di tutte, viene così esorcizzata con una miriade di storie ulteriori. Senza un padre non si cresce, senza un padre non si è: la vita di Cristiano è uno uno sforzo continuo per riempire quell’assenza e costruire un’alternativa. A fargli da padre diventano quindi gli amici, le suore, la mamma, ma soprattutto i libri: “Avevo impiegato trent’anni a costruirmi quel babbo tutto mio, ed era implacabile, era D’Artagnan, Sandokan, Tom Sawyer, Jean Valjean, il conte di Montecristo. Era pieno di ricordi di tutte le persone che avevo vissuto fino a quel momento, era sempre con me, indomabile come Cirano.” Questo processo di sostituzione è naturale. Inevitabile. Ma la forza del romanzo sta nell’altro lato, quello del presente: sta nel fatto che il padre permane come figura astratta anche dopo essersi rivelato. Cristiano lo accetta lentamente, e lo perde nel momento in cui aveva appena iniziato a conoscerlo. Nulla di lui ci viene detto: tutto il suo essere è filtrato da Cristiano, dalla sua percezione della morte e del ricordo. Ed è come se la sua apparizione si riverberasse all’indietro su tutto il passato, lo investisse di un senso nuovo e terribile, aprendo nuove fratture in quello che sembrava un universo al riparo. Diventare padre e diventare figlio nello stesso momento diventa così il segno di una dannazione atavica: perché tutto è atavico, nel mondo di Cavina. Tutto è fortemente simbolico, come in ogni tradizione provinciale e campagnola. Le colpe dei padri non si finiscono mai di scontare. Cristiano si rivede così ritratto nella figura di quell’uomo: un uomo che abbandona il figlio nel momento della nascita, che si separa dalla compagna e perde l’amore nel momento in cui non deve, non può farlo. A questa condanna però Cristiano reagisce. In qualche modo: con l’unico modo che gli è dato. Raccontando. Veniamo così al punto chiave, che è raccolto nel titolo stesso. Tutto il libro si avvita attorno a una metafora: l’idea del “frutto dimenticato”. Ogni autunno a Casola Valsenio, il paese natale di Cristiano, si celebra la festa dei frutti dimenticati. Piante ormai sconosciute, come le azzeruole, le giuggiole o le pere volpine. Perché salvare questi frutti dall’oblio? La domanda trova una risposta elementare e semplicissima: Perché è necessario. Perché se non li salviamo noi, chi lo farà? Allo stesso modo Cavina salva e onora il frutto dimenticato più importante, suo padre. Non gli deve nulla, e anzi è istintivamente portato a odiarlo: eppure lo assiste nei quattordici giorni della sua agonia finale. Nello stesso tempo dirige tutto il suo amore sul bambino appena nato: è il suo faro, la sua redenzione, il suo riscatto: non lo lascerà. Il passato si specchia nel futuro e viceversa. Nasce un figlio, torna un padre. E l’ago della bilancia rimane sempre il narratore: schiavo del suo tempo e di ciò che fu. A questo proposito, verso i tre quarti, Cavina scrive una delle frasi più belle del romanzo. Parlando della sua stirpe suppone: “Forse siamo stati coniugati al passato remoto.” Può essere una condanna: è sicuramente anche un destino. Il passato remoto, dopotutto, è il tempo delle storie.
Giorgio Fontana
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Santi nonni per un io in disarmo
Dall’epica borghigiana di un luogo che si chiama Casola alla storia più individuale di un protagonista che finge di raccontare la vita e la morte in
una sorta di memoriale delle cose proprie. Potrebbe essere così definito l’itinerario di uno scrittore come Cristiano Cavina, che è di Casola Valsenio, un paese in provincia di Ravenna; che ha esattamente il
nome e gli anni del suo protagonista; che popola del suo “io” in disarmo il quarto romanzo, “I frutti dimenticati”, appena uscito da Marcos y Marcos. Credergli? Non credergli? Non è essenziale. Nessun obbligo di stare alla lettera (se l’io che vive è sempre diverso dall’io che vive), ma sì di credere alla sua favola sottilmente morale, all’umorismo che la sostiene, al senso ultimo che se ne può estrarre come dalle piante officinali dell’agronomo professor Augusto Rinaldi Ceroni. O dal gusto antico di sorbe e
corniole alla “Festa dei frutti dimenticati” (che dà titolo e significato al libro). Un gusto un po’ allegante, insomma, d’autunno inoltrato e di brume in arrivo.
Questa volta il nostro eroe (si fa per dire), tutto sghembo e fuggitivo
(vocazione palombara e presenza fantasma), pur non mancando di mettere in scena
l’impareggiabile “santità” di una nonna bisodiante, di un nonno saragattiano e di tutta un’eletta schiera di irresistibili comprimari, ci viene deliziando soprattutto con
le turbe di una cronica coazione a ripetere, che tenta il suo riscatto nell’amara consapevolezza del disastro di cui è portatore.
Cristiano ha messo incinta la dolcissima Anna proprio mentre si fa vivo con lui
il padre che non ha mai conosciuto. I due eventi incrociati procedono
intersecandosi a loro volta con tutto un rosario di ricordi d’infanzia: la scuola materna Santa Dorotea, i compagni, le suore, suor Luca Maria
e la sua fiducia nei fiori di Bach, l’enorme arciprete don Elvis Guidani e il campanaro Minghì. Messi lì a scandire non dico la traccia di una giustificazione, ma certo di un’anomalia, di un alluso difetto di crescita. Espressa – ciò che più conta – con la scrittura studiosamente ingenua di un favolista d’estri e malinconie.
Giovanni Tesio
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«Per ciò che mi riguarda, d’altro canto, io esigo da ogni scrittore, prima o poi, un semplice e sincero
racconto della sua vita»: così recita l’esergo dell’ultimo romanzo di Cristiano Cavina, I frutti dimenticati. Una frase del filosofo Henry D. Thoreau che suona come una confessione:
stavolta il gioco continuo di specchi e rimandi tra vita e racconto si farà a carte scoperte. Cristiano, infatti, è tanto il protagonista della storia quanto dell’atto del narrare attraverso la parola scritta. Ma dove finisce il vero della
vita vissuta e inizia il falso della vita raccontata?
Di sicuro, se ne ricava un senso di equilibrio tra l’espressione di un’individualità irripetibile e la comnicazione di un sentire oggettivamente condivisibile. Perchè al di là degli aneddoti dell’infanzia incantata trascorsa a Casola Valsenio, dietro la cronaca delle esperienze receni, il nocciolo duro del racconto è il potere salvifico del prendersi cura di ciò ce sta scomparendo: di un frutto dimenticato, ad esempio. Per trentatrè anni il padre è stato l’Assenza che Cristiano ha colmato come ha potuto: con la famiglia, gli amici, i libri. Nel momento stesso in cui sta per diventare genitore a sua volta perdendo tutto, perchè non sa se ama più la sua compagna, quello sconosciuto entra nella sua vita. Passato, presente e futuro si condensano in un unico grumo di senso. «Il racconto più lungo della mia vita durò due settimane»: assistere a quell’atto unico che è la morte di suo padre, salva Cristiano. «Ci sono cose al mondo che quando si spezzano nessuno riesce ad aggiustare»: come la morte, che se pure mette fine a una vita tuttavia non riesce a distruggere un legame. E anche in un’esistenza in cui si è «sbagliato tutto quello che si poteva sbagliare», sebbene si rimanga comunque barca in un mare in burrasca, ora c’è Giovanni, il figlio-faro che «getta una luce attraverso le tenebre» e restituisce l’orizzonte verso cui navigare: il futuro. Silvia Santirosi |
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Il romanzo di Cavina racconta i padri,
anche quelli che non c’erano
Ha sbagliato tutto quello che si poteva sbagliare, così adesso ricomincia da capo. Sbagliava e risbagliava, fin da bambino, infatti la
suora appassionata di Fiori di Bach a scuola gli dava gocce di boccioli di
ippocastano, che curano l’incapacità di apprendere dagli errori del passato, “sono l’ideale per quelli a cui capita di comportarsi consapevolmente in modo disastroso”. Ora che ha trentatré anni e sta per diventare padre sbaglia di nuovo tutto, proprio come suo padre,
che un giorno lo cerca e lo aspetta seduto su una panchina, uno sconosciuto
come tanti altri in mezzo alla cacca dei piccioni. Il quarto romanzo di
Cristiano Cavina, “I frutti dimenticati”, pubblicato da Marcos y Marcos, racconta come si diventa un padre e come ci si
aggrappa alle manopole di una carrozzina, per non sprofondare. Descrive un ombelico, probabilmente il suo (il protagonista si chiama Cristiano come lui, il
figlio Giovanni come suo figlio, l’età è la stessa e il paese in provincia di Ravenna anche), ma senza le solite
minuscole sbronze causate dal mondo crudele: lui invece si prende a ceffoni, «a uno sguardo poco attento potrei addirittura sembrare una persona decente» e racconta il buco lasciato da un padre che non ha mai tifato a una partita di
calcio, non ha mai firmato un voto sul diario, non sa nulla di quando il figlio
si è lanciato dallo scivolo per vedere se aveva i superpoteri e si è rotto un dito e gliel’hanno steccato con i bastoncini del ghiacciolo. Ma racconta anche i buchi che
sta per lasciare. I frutti dimenticati, come quelli che celebrano in una festa
a Casola: azzeruole, giuggiole, pere volpine, sorbi, melograni, mele cotogne
asprigne. Nessuno li vuole ma loro continuano a sbocciare, finché qualcuno se ne prende cura.
Non ha avuto il padre e ha vissuto con un vuoto imponente, che ha riempito con
figure grandiose: il babbo era D’Artagnan, Sandokan, Tom Sawyer, Jean Valjean, il conte di Montecristo. Poi
invece all’improvviso, a trentatré anni, mentre sta per avere un figlio e rischia di commettere lo stesso errore
di suo padre, si trova davanti un uomo magro con i vestiti troppo grandi, non
un imperatore, uno che non ha le sue stesse mani, come lui aveva immaginato,
uno che non riesce a dirgli nulla e a cui lui dice con rabbia: «D’estate andavo in colonia». Perché non c’era un babbo per portarlo a pescare o in moto o al mare, allora si andava con le
suore a Igea Marina e lui passava il tempo a tormentare il bagnino,
chiedendogli in continuazione quando arriva lo squalo. Non c’è una morale, soltanto molti sbagli e un figlio che arriva prima e pesa un chilo
e mezzo e deve stare un mese in ospedale, proprio come suo padre che però sta morendo. Così ci si aggrappa alla vita nuova che splende e resiste per poter sopportare e
perdonare quella che si spegne. Per perdonarsi l’incapacità di imparare dagli errori. La fidanzata lo manda via, gli dice «Non ti amo più», ma è il contrario e lo sanno entrambi, dormono l’uno accanto all’altra senza sfiorarsi e lei ha smesso di chiedergli da mesi «Mi ami ancora?», perché i sì non sono convincenti e perché lui ha presto smesso di pronunciare anche quelli. Mentre le cresce la pancia,
mentre innaffia i fiori piangendo, mentre lui resta immerso dentro la sua
infanzia e dentro quel vuoto imperdonabile. «Proprio nel momento in cui pensavo di essermi liberato in modo onorevole di quel
pasticcio, mi resi conto della verità. Avevo perso tutto. E non l’avrei trovato più. Due giorni dopo, per la prima volta, vado in ospedale a trovare quel che resta
di mio padre». E gli racconta la sua vita senza di lui.
È un libro bello e anche se non ce n’è bisogno la dedica spiega che è tutto vero.
Annalena Benini
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Piccole cose ci tengono per la vita
Tutti gli anni in ottobre a Casola Valsenio si celebra la festa dei frutti
dimenticati. Sulle bancarelle sono esposte giuggiole, pere volpine, sorbi,
bacche di prugnolo dentro a ceste ornate di rami di corbezzolo: modeste
meraviglie della natura che negli orti di Casola e nel giardino delle suore
orsoline vengono coltivate con amore. Essenze autoctone ormai quasi dimenticate
dalla frutticoltura industriale ormai imperante ovunque. Il grumo simbolico di
questa immagine paesana ci accompagna nella lettura della commossa ed
esilarante “autobiografia romanzata” di Cristiano Cavina (I frutti dimenticati, Marcos y Marcos, Milano), alludendo
alla necessità di dare spazio alle piccole cose della vita che si rivelano le più preziose; di non sciuparle con l’ imprevidenza e la disattenzione; di portare alla luce - come avrebbe detto
Ungaretti - “quel nulla d’ inesauribile segreto” che esse contengono. Cristiano, un trentatreenne a cui “le cose a modo non riescono mai”, nel momento in cui sta per diventare papà, con una compagna che non è sicuro di amare, si incontra per la prima volta con il padre che non ha mai
conosciuto: “un uomo molto stanco che con abiti troppo grandi si avvicina alla fine” e che Cristiano con impaccio, rabbia, pietà accompagna verso la morte. Al padre nel letto di ospedale egli vorrebbe
raccontare tutta la sua vita, ma gli racconta solo della sua infanzia e della
sua scuola materna dalle suore orsoline a Casola, perché “a volte pensa che quello che serve gli sia capitato lì”. Così, di fronte al malato terminale, viene messa in scena l’ esilarante e commossa rievocazione dei protagonisti di quegli anni lontani: la
nonna Cristina che si credeva santa e, sempre sul punto di morire, “aspirava ad una poltrona reclinabile vicino all’ Altissimo”; Minghè, il campanaro che, dopo aver scampanato di prima mattina l’ ora della funzione, con gli altri tocchi dava informazioni sul tempo
atmosferico della giornata; l’ amico Franceschino Morara che sapeva aggiustare tutti i giocattoli e che
riteneva che le stelle cadenti fossero un errore di Dio che non le aveva
attaccate bene con il vinavil alla volta celeste; e lui stesso, Cristiano
Cavina, che portava il cognome di mamma Nicoletta e che si immaginava dei babbi
tutti suoi: D’ Artagnan, Sandokan, il conte di Montecristo, lo stesso Dio Padre Onnipotente,
così da poter vantare Gesù come illustre fratellastro e una folla di zii di contorno, quei santi e quei
martiri di cui sono pieni i calendari. Ma c’ è un’ immagine che testimonia il perfetto equilibrio di tutto il racconto fra l’ infanzia evocata e il presente dei conti che non tornano: Cristiano da bambino
si sentiva un coraggioso palombaro nella camera della nonna, che era come il
fondo dell’ oceano, e il vecchio comò gli sembrava il forziere del tesoro; ora Cristiano da adulto si sente di nuovo
un trepido palombaro di fronte a quel prezioso scrigno che è la culla termica dove dorme il suo bambino prematuro nel reparto di terapia
intensiva neonatale di Ravenna. “Sentii la sua presenza dentro di me... come se lui avesse fatto nascere me”. -
Alessandro Castellari
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i frutti dimenticati di cristiano cavina
Che cosa succede quando squilla il telefono e dall’altra parte c’è un padre mai conosciuto che vuole incontrarti?
Cristiano Cavina è un giovane autore che sa illuminare i risvolti, non sempre lindi, della vita.
Attenzione: all’ultima pagina un po’ di lacrime scendono.
Silvia Bombino
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C’è di che ringraziare Cristiano Cavina (34 anni) per aver scritto questo libro: se
è immaginabile una scala nel computer di uno scrittore, allora i suoi romanzi
precedenti gli sono serviti per arrivare a questo. ‘Dai loro frutti li riconoscerete’, recita l’esergo del Vangelo di Matteo e I frutti dimenticati nega e avvalora insieme questo concetto. È la storia di un uomo nato e cresciuto in un paese di provincia di Ravenna, un
uomo che costruisce il suo valore esistenziale lasciando come in una bolla il
fatto di non aver mai conosciuto suo padre. Lo conoscerà quando anche lui sta per diventare padre. Lontano dalla logica del ‘sangue che chiama’, Cavina racconta invece quei mille sotterranei che scorrono sotto le vite e le
collegano a loro insaputa. Ma è anche un libro sul mestiere della scrittura, sull’irresistibile momento che ogni lettore aspetta: quello in cui l’autore smette qualunque altra trama perché ‘finiva sempre che fissavo il mio riflesso’.
Valeria Parrella
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LETTURE - Febbraio 2009
SCRITTORE E PADRE, DOPPIA MATURITÀ
A ragione considerato uno dei giovani scrittori italiani più promettenti, Cristiano Cavina con I frutti dimenticati non solo conferma tale giudizio, ma lo supera, dimostrando di essere una realtà importante della nostra narrativa.
In quest’ultimo romanzo, infatti, oltre a confermare quanto di buono era già emerso nei precedenti Alla grande, Nel paese di Tolintesàc e Un’ultima stagione da esordienti, dimostra di sapersi confrontare anche con temi e registri diversi.
Era profetico il titolo del suo ultimo romanzo, Un’ultima stagione da esordienti. Il racconto lieve e malinconico, fiabesco e immaginifico, dell’infanzia non poteva continuare all’infinito, perchè la vita va avanti, e lo stesso doveva fare la scrittura di Cavina, così legata alla sua biografia (e a quella del suo paese, Casola Valsenio). Il
passaggio all’età adulta, alla maturità, non è mai del tutto indolore. Mentre il protagonista-autore sta per diventare padre,
viene contattato da quel padre che mai aveva conosciuto. Una coincidenza “terribile”, incredibile, eppure verissima. E, a complicare ancora di più le cose, c’è la fine del rapporto con la donna che sarà madre di suo figlio, e la malattia del padre, spuntato all’improvviso proprio negli ultimi istanti di vita...
Cavina ha il dono di presentare al lettore qualsiasi evento con naturalezza e
vivacità davvero uniche. Alternando capitoli in cui dà seguito alla saga del mitico Casola Valsenio ad altri in cui ricostruisce l’ncontro con lo sconosciuto che dichiara di essere suo padre, compone un romanzo
(necessariamente autobiografico) commovente e divertente, malinconico e forte,
con alcune splendide pagine sul tema della paternità. È, I frutti dimenticati, un libro semplice, che con levità entra nel cuore di ciò che è essenziale a ogni persona e accarezza la fragilità di cui tutti siamo intrisi.
Paolo Perazzolo
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Cavina e il faro che lo guiderà
È un padre che tiene in braccio il suo bambino e lo guarda con occhi innamorati,
Cristiano Cavina. “Lui è il mio faro”, scrive dopo avergli scritto attorno un romanzo bello. E necessario, se è vero che stavolta Cavina non si limita a raccontare per filo e per segno i
luoghi e i personaggi che hanno popolato fin qui la sua vita, come aveva già fatto nei suoi primi tre lavori (a partire da Alla grande, premio Tondelli nel 2006), ma ci mette la faccia fino in fondo. La faccia, e
il nome, e il cognome.
Il protagonista de I frutti dimenticati (Marcos y Marcos, 208 pp., 14,50 euro) è proprio lui, Cristiano. Che a trent’anni e passa incontra un padre mai conosciuto prima e si ritrova ad assisterlo
al suo capezzale. Che vede sgretolarsi un amore grande e fortunato proprio
quando da quell’amore stava aspettando il frutto d’un figlio da far crescere senza il vuoto che era toccato a lui. Cristiano va in
giro a presentare i suoi libri, e intanto ricorda le storie della sua infanzia,
dell’asilo dalle suore e dell’immancabile nonna dai piedi gonfi e dal rosario facile. Cristiano di sera fa il
pizzaiolo nel locale dello zio e fantastica sui sensi delle cose, sui suoi
patti con l’Altissimo e sulla sua irrefrenabile vocazione al fallimento.
Parlando di Cavina quasi sempre si scomoda l’aggettivo “felliniano”, e bisogna scomodarlo anche stavolta, perchè il registro non cambia, e se cambia piuttosto s’affina, e le scene antiche di amicizia e fuggevoli e remoti dolori che affolano
le strade del suo paese schiacciato tra le colline e il cielo basso di Romagna
sembrano essere proprio sospese su un filo invisibile o che chi legge fa
volentieri finta di non vedere. Come i fili che reggono certi acrobati o le
marionette, come quelli che sapeva con incanto tirare Fellini, appunto, Fellini
che Cavina per di più dichiaratamente ama allo stremo. I frutti dimenticati del titolo sono quelli
che riempiono le bancarelle della festa paesana e quelli da cui la reverenda
madre superiora distilla rimedi contro le mal disposizioni dei bambini, sono
quello che potrebbe essere un uomo quando le campane avranno già da tempo suonato a morto per lui e la gente avrà confuso i ricordi del suo funerale con quelli del funerale di chissà chi. Arriva dove parte, questo romanzo, Cristiano è goffo quando comincia a raccontare, con la sua lingua sognante ma adatta, e
rimane goffo quando esce di scena, ma ha il suo faro da cui non levare gli
occhi di dosso, il suo bambino da cui ripartire e farsi guidare, quasi come un
padre al rovescio, il padre che non potrà mai aver avuto.
Giovanni Dozzini
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