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IL CORRIERE DELLA SERA - Maggio 2009

Lo scrittore romagnolo, oggi a Milano, è tra i 12 autori selezionati per il Premio Strega.
«SONO UN RAGAZZO DI CAMPAGNA»
Cavina: «Continuo a fare la vita di sempre. E a lavorare in pizzeria»
Ci sono scrittori che dividono con l’ accetta vita e letteratura: «ogni riferimento a fatti e personaggi è puramente casuale». Tutto il contrario per Cristiano Cavina che nel forno della letteratura mette sempre e solo se stesso, i suoi amori, le sue malattie, i suoi parenti, la gente del paese (Casola Valsenio, in provincia di Ravenna). Succede anche nell’ ultimo «I frutti dimenticati» (Marcos y Marcos), selezionato per il Premio Strega, in cui compaiono un padre riemerso dal nulla e un bambino nato prematuro.
Non le scoccia un po’ dare in pasto al pubblico la sua intimità? «Fortunatamente non sono uno scrittore ma solo un narratore. Vengo dalla scuola dei bar, racconto quello che so. Per il resto continuo a fare quello che facevo prima, comprese le pizze la sera in un locale di Casola».
Nessuno dei suoi personaggi ha mai avuto niente da ridire? 
«I miei personaggi sono persone. Una volta la preside della scuola media si è un po’ arrabbiata perché avevo parlato male di suo figlio. Ma non penso di essere l’ unico proprietario di queste storie, io mi limito a metterle in pagina».
È rimasto un ragazzo di campagna? 
«Sì. La vita di paese che per molti è una sofferenza per me è una gioia. A Casola la sera è buio e si vedono le stelle. E quando voglio andare al cinema in 20 minuti sono alla multisala di Faenza, mica come a Roma che per trovare parcheggio ti tocca uscire di casa due ore prima.
Chi le piace tra i suoi colleghi «stregati»? 
«Vitali perché scrive del suo paese come me. Scurati è bravissimo ma finisce per buttare benzina sul fuoco che dice di voler spegnere». Che libri ha sul comodino? «Vediamo... Anna Karenina, Ventimila leghe sotto i mari, le novelle di Verga, Memorie di un cacciatore di Turgenev. Però guardi che ho letto anche I love shopping. E mi è piaciuto».

Carlotta Niccolini
IL GIORNALE - Maggio 2009

IO, PIZZAIOLO, SFORNO LIBRI PER LO STREGA

È uno talmente romagnolo che se parlando vi scappa un «voi emiliani» subito specifica: «No, siamo due etnie diverse. Loro fanno i cappelletti troppo grandi e li chiamano ravioli. E bevono vino nero frizzante». Si definisce «un ragazzo di campagna» e non lo dice per fare lo snob. Anzi, sebbene il suo ultimo libro I frutti dimenticati (Marcos y Marcos, pagg. 202, euro 14,50) sia tra i 12 scelti per lo Strega, non gli piace essere definito scrittore. Perché se gli chiedete che lavoro fa, lui risponde: il pizzaiolo.
Cristiano Cavina, 35 anni, nato e vivente a Casola Valsenio, provincia di Ravenna, è cresciuto con la madre e i nonni materni in una casa popolare di viale Neri, tirando calci a un pallone sui campetti di terra battuta, sfrecciando con la bicicletta Turboberta, tra una recita natalizia e tante letture, di pirati, moschettieri e palombari.
Perché non scrittore?
«Io sono davvero pizzaiolo, mica per posa. Lavoro nel ristorante di mio zio, impasto, accendo il fuoco, inforno. Non voglio avere una carriera da scrittore. Non ho l’assillo di diventare famoso. Ho mantenuto un’altra vita, per fortuna».
Perché per fortuna?
«Perché quelli che pensano di essere scrittori poi, casomai, non hanno più storie da raccontare e allora fanno esercizi di stile e di scrittura. Io non ho l’obbligo di mettermi al tavolino per inventare trame e personaggi. Io vengo dalla dura scuola dei bar di provincia, uno dei pochi luoghi dove la gente usa ancora la voce per raccontare storie».
Però potrebbe vivere di scrittura?
«Per il primo libro mi hanno dato 1.500 euro. Per questo ho avuto 40mila euro d’anticipo. Ma non lo faccio per soldi».
Quante storie ha ancora da raccontare?
«Per ora ne ho scritte quattro. Un altro paio ce l’ho. Quando non ne avrò più, allora smetterò e farò solo quello che ho sempre fatto. Il pizzaiolo e mille altri lavoretti. Per molto tempo sono stato barista. Ho fatto anche il raccoglitore di frutta e il portalettere stagionale».
Il portalettere stagionale?
«Sì, d’estate, quando gli altri sono in ferie. Mia mamma è portalettere, mia nonna faceva la portalettere e il mio bisnonno è stato il primo portalettere di Casola. Anche mia cugina è portalettere e anche mio nonno era metà contadino e metà portalettere».
Però adesso è anche candidato al premio Strega, il più prestigioso riconoscimento letterario italiano. Contento?
«Sono andato a Benevento alla presentazione dei candidati con lo spirito del ragazzo di campagna in gita con il pranzo al sacco. Gli altri erano in camicia e cravatta, io in maglietta... ».
Però le farà piacere essere stato scelto...
«Sì, ma non mi monto la testa».
I suoi presentatori sono Ernesto Ferrero e Valeria Parrella. Suoi amici?
«Non li conosco di persona. Ferrero l’ho incrociato una volta alla Fiera di Torino nel 2003 quando è uscito il mio primo libro Alla grande. La Parrella non l’ho mai vista. Però li ringrazio molto di avermi apprezzato».
Scrittore no, narratore va bene?
«Meglio. Diciamo “raccontatore di storie”. Casola è un paesino di appena 2.875 abitanti, ma ha avuto tanti letterati. Era il paese di Alfredo Oriani, grande scrittore, dimenticato perché Mussolini lo mise tra i suoi preferiti. E del professor Giuseppe Pittano, l’autore del Dizionario dei sinonimi e contrari della Zanichelli. Era il figlio dell’oste anarchico analfabeta di Casola».

Caterina Soffici
avvenire - Novembre 2008
Cavina, il destino s’annuncia con la paternità
In letteratura le apparenze ingannano e sta alla qualità dello scrittore determinare, non tanto il fondo da cui ha attinto per la propria storia, quanto la possibilità di rendere questa storia “simbolica” al punto da annullare tutte le contigenze e i riferimenti. È quello che accade nel nuovo romanzo di Cristiano Cavina, autore giovane, tra i più solidi, legato anima e corpo alla realtà di un paese dell’Appenino Romagnolo, Casola Valsenio, che anche in questa storia è “il luogo” per eccellenza, con le sue tradizioni (qui è quella del recupero dei “frutti dimenticati”, con la visione dell’orto delle suore che era una sorta di Eden per queste piante destinate all’oblio), con le sue stramberie, con quella verità ancestrale che il fatto di essere appartartati, dentro una dimensione di provincia, ha preservato dall’impatto forte e devastante con il cinismo dell’omologazione. Questo è anche il romanzo in cui Cavina si presenta a nudo, raccontando di sè, della sua infanzia, del suo rapporto con il tema della paternità. È un passo avanti, anche temporale, rispetto al suo secondo, già intenso romanzo, Nel paese di Tolintesàc, dove erano le storie dei Cavina a farla da padrone. Qui l’autobiografia veniva mascherata dal senso di una coralità paesana, da una rievocazione che, in qualche modo, riportava allo spirito incantato e ironico, proprio dell’Amarcord  felliniano.
Nel nuovo romanzo Cavina mantiene i toni di un’innocenza e di una naturalità di fondo, mediati da uno sguardo leggero e ironico, soprattutto nel continuo alternare passato prossimo e memorie infantili, ma vi innesta il senso del dramma, perché la vita per lui ha voluto giocargli, così, di botto, a trentatré anni, uno strano scherzo del destino, quello di ritrovare il padre che non ha mai avuto e nello stesso momento sapere di stare per diventare padre. Un tema da tragedia greca, parte autobiografica degli ultimi due anni di vita del giovane autore, che però Cavina ha la grande capacità di deviare dal genere classico dell’autobiografia, per innestarlo in una storia struggente e etica che abbandona il legame di sangue, per diventare emblematica materia romanzesca in cui lo scrittore pur parlando di sé, sembra guardare ad un altro, immaginario e simbolico protagonista. Questo succede agli scrittori veri e Cavina con questo romanzo (uno dei più belli di questo 2008) si conferma senz’altro ai primi posti di una ipotetica “play-list” della nuovissima generazione di scrittori italiani.
Potente è il senso di smarrimento nell’incontro tra il protagonista e il padre, perfetto sconosciuto, che riesce ad avere il suo numero di telefono con uno stratagemma e quando lo incontra gli rivela di essere malato? Cavina racconta con grande pudore i movimenti interiori che nascono nel momento in cui è costretto, a riconoscere di avere un padre, nonostante lui se lo fosse immaginato e costruito  nell’anima negli anni e ora se lo ritrova senza forze, in un letto d’ospedale. Non cade mai nel sentimentalismo, ha il coraggio di riconoscere la sua inadeguatezza, l’essere in balìa di un destino che non gliela racconta mai giusta. E straordinaria è la descrizione della devozione popolare della famiglia, una religiosità che invade tutto il quotidiano e che emerge nel momento del bisogno: quando ad esempio la sua ragazza cade dalle scale e viene ricoverata all’ospedale. Non si dimenticano le pagine in cui lui, in macchina, a manetta, chiede al Signore di risparmiare questi due esseri innocenti e di prendersi lui. Tutto dopo aver preso un foglio e scritto, quello che definisce la parte più bella di tutta la Bibbia, un frammento del Salmo 23: “E se anche dovessi camminare in una valle oscura/ Non temerei alcun male, perché tu cammini con me”.
Fulvio Panzeri
IL GIORNALE - 21 Maggio 2009

MARCOS Y MARCOS FESTEGGIA LA NOMINATION ALLO STREGA
Casola Valsenio è un paese un po’ speciale per almeno due motivi. Celebra una «Festa dei frutti dimenticati» in cui si possono assaggiare i sapori asprodolci di frutti insoliti come azzeruole, giuggiole, corbezzoli. E conta tra i suoi 2.800 abitanti un possibile vincitore del premio Strega 2009. Cristiano Cavina, 34 anni, scrittore e pizzaiolo, è entrato pochi giorni nella dozzina dei finalisti con il romanzo «I frutti dimenticati» (Marco y Marcos) e trattandosi di romanzo di nicchia pubblicato da un editore indipendente milanese che per la prima volta riesce a sfondare il muro dei giurati del premio italiano più prestigioso e portatore di un aumento esponenziale nelle vendite, è sembrato il caso di fare festa anche a Milano (stasera al Frida Café, in via Pollaiuolo 3, ore 21). «Il merito per la qualifica allo Strega va al libro ma anche all’editore, sempre casereccio, garibaldino da 25 anni» ci racconta Cavina. «Pregiudizi sulla vittoria? Che lo Strega funzioni in un certo modo non è uno scandalo. Immagino che sotto ci siano interessi più grandi. Ma vede, il mio è il punto di vista di un ragazzo romagnolo che sta sugli Appennini a far le pizze e a fare il babbo. Alla cerimonia per la proclamazione dei finalisti ci sono andato in maglietta con lo spirito del campagnolo in gita, mica vestito della cresima. Il rispetto per il premio lo porto dentro». Eppure i premi dovrebbero avere un legame forte anche con la letteratura oltre che con gli interessi editoriali: che cosa le impedisce di pensare che potrebbe vincere se ritiene che il suo sia un ottimo romanzo? «Nulla, salvo il fatto che non sono uno scrittore in carriera. Non ho mai pensato di cambiare vita dopo aver pubblicato dei libri e sono ormai diciotto anni che scrivo. I libri sono una cosa in più. Ogni volta che ne faccio uno, ho “salvato” delle storie e mi basta. Altrimenti avrei cambiato editore tutte volte che me lo hanno chiesto, e sono state tante. Mi piace molto, invece, andar per le scuole a parlare dei miei racconti con i ragazzi che usano i miei libri per studiare, credo di essere uno dei maggiori esperti italiani in promozione scolastica. Ora però la devo lasciare, devo andare a far delle pizze. Col forno a legna, lo specifichi». Insieme a Cristiano Cavina, si ritroveranno questa sera, tra reading e brindisi, anche Matteo B. Bianchi di Mtv, lo scrittore Marco Mathieu, e la storica libraia milanese Antonella Viganò. Ognuno regalerà a Cristiano e al pubblico una storia da salvare, proprio come si salvano i frutti in via di estinzione.

Stefania Vitulli
IL RIFORMISTA - Aprile 2009
IL RITORNO DI CAVINA SCRITTORE PIZZAIOLO
I FRUTTI DIMENTICATI. In forma di romanzo, un autobiografico viaggio tra le onde della vita. Tra il difficle presente e i sogni dela memoria.
Gilbert Keith Chesterton diceva che bisognava fare il giro del mondo per ritrovare la propria casa. E in quest’affermazione c’è tutto il senso dell’avventura chestertoniana, l’avventura del man alive, dell’uomo vivo, protagonista di tante storie del grande narratore inglese. Ma a volte è sufficiente fare il giro della propria casa per avventurarsi tra i sentieri della vita. E aprire una finestra sul mondo, capire di più di se stessi e degli altri, scoprire insomma una porzione di esistenza. Che è poi la ragione d’essere di un romanzo. È quel che accade ne I frutti dimenticati, l’ultimo libro di Cristiano Cavina (Marcos y Marcos, euro 14,50). Un romanzo breve - o un racconto lungo - ambientato ai nostri giorni, in cui l’incontro di Cristiano (il trentenne protagonista, pizzaiolo e scrittore al tempo stesso, come Cavina; o meglio: narratore innamorato delle storie) con uno sconosciuto coincide con la prima tappa di un viaggio: tra un presente difficile e i sogni della memoria (sogni che volano come mongolfiere), tra le pareti della casa e le viuzze del piccolo borgo romagnolo in cui Cristiano – che è anche l’io narrante - è cresciuto. Ove «era tutto un coltivare frutti dimenticati», una vera e propria festa collettiva, ogni anno celebrata: giuggiole, pere volpine, sorbi, bacche di prugnolo, lazzeruoli, cornioli; tutti tirati su con amore.
Un viaggio affidato ad una scrittura scarna e asciutta, in cui strettamente e sottilmente si intrecciando autobiografismo e invenzione: - una libera e felice fantasia sdipana e avvolge grappoli di vita vissuta o in divenire: a disegnare per linee essenziali luoghi e personaggi reali e simbolici al tempo stesso, a dar voce ad una libera e felice fantasia che sdipana e avvolge grappoli di vita vissuta o in divenire; tra amicizie e inquietudini, gioie ed errori, passioni e avventure, tra le bancarelle dei frutti dimenticati e i frutti della vita non raccolti, o mancati. Con la leggerezza, il candore e l’innocenza che della favola sono propri.
E a proposito di favola, di favoloso: questa storia si potrebbe leggere come un’immaginaria cartolina dalla Romagna, di calviniana memoria; dove il fiabesco e il realistico, perfettamente complementari, cesellano un personaggio-uomo che anche a noi somiglia: inquieto e come alla ricerca di un’antica armonia perduta, o non trovata. Un personaggio che dolorosamente ritrova il padre mai avuto (un uomo «molto stanco che con abiti troppo grandi si avvicina alla fine», quasi al capolinea), al quale decide di raccontare la propria vita disordinata, che sembra sfuggirgli di mano, proprio mentre la sua compagna – che non è più sicuro di amare – sta per dargli (a lui, a Cristiano) un figlio: un bimbo con occhietti da canaglia, «da unno invasore», e con i «mignoli perfettamente uncinati». Proprio le stesse caratteristiche di Cristiano: che da bambino, come un intrepido palombaro (sprofondato in una vecchia tuta da lavoro del nonno, con sulla faccia una maschera da saldatore), guizzava con straordinaria agilità nella camera della nonna a caccia di mirabolanti tesori, come fosse in fondo all’oceano, sicuro della protezione dei papà che si era immaginato: D’Artagnan, Sandokan, Jean Valjean, il conte di Montecristo, persino Dio.
I frutti della vita, dunque; quelli cioè che alla vita stessa appartengono, che le conferiscono dignità e senso. Dapprima assaggiati quasi inconsapevolmente, poi insinuati nell’animo, quindi riscoperti da adulto; e vissuti come favola di sé, come avventura di sé: l’assenza, l’inquietudine, la malattia, il dolore, la morte, la gioia, la fantasia, le cose semplici, i bambini, l’amore. Soprattutto l’amore, la scoperta e la riscoperta dell’amore. E il lettore si sente come convitato ad un gioco di intelligenza attiva, pagina dopo pagina. Guizza – anche lui palombaro - nelle  profondità ove si spinge il protagonista, a seguirne la difficile rotta. Fino all’epilogo della storia. Quando si torna in superficie, dopo aver recuperato qualche tesoro. Quando la vita finisce e ricomincia. Quando si viene a capo di un agile filo di fantasia che a volte corre lungo le nostre inquietudini, balugina tra le intermittenze del cuore, si impenna in grappoli di gioia.
Giuseppe Giglio
famiglia cristiana - Novembre 2008
Di padre in figlio
Ci sono momenti della vita in cui tutto pare convergere, giganteschi nodi del destino che ti chiamano inequivocabilmente all’appello. D’improvviso il padre che non hai mai conosciuto ti viene a cercare. Scopri di aspettare un figlio, trepidi per le gravi complicazioni della gravidanza, poi ecco una grave crisi di coppia. Infine ti devi confrontare con la malattia e con morti improvvise. Se non è questa, una resa dei conti… Ed è tutta nell’ultimo romanzo di Cristiano Cavina ( I frutti dimenticati, Marcos y Marcos, pp. 201, € 14,50), un singolarissimo atto di audacia autobiografica che è, allo stesso tempo, una coraggiosa ammissione di sconfitta. Coraggiosa, sì, perché l’ultima parola non è una rassegnata resa al presemte, ma una sincera e pacata domanda di perdono. Un libro che sorprenderà soprattutto chi ha già conosciuto Cavina attraverso le pagine dei suoi tre romanzi precedenti (Alla grande, Nel paese di Tolintesàc, Un’ultima stagione da esordienti), incentrati sulla cronaca fantasiosa ed esuberante della sua infanzia a Casola Valsenio, provincia di Ravenna, dove abita tutt’oggi.
Cristiano, perché questo libro tanto diverso dai tuoi precedenti?
«Lo scrittore Eduardo Galeano dice che una storia va raccontata perché tutti abbiamo qualcosa che merita di essere celebrato dagli altri e qualcosa per cui farci perdonare. Io credo che la letteratura dev’essere utile: una storia va raccontata perché c’è qualcosa da condividere. Volevo salvare questa storia, sentivo che valeva la pena raccontarla, però mi mancava il coraggio. Allora provavo a scrivere altro, ma non mi fermavo dopo poche pagine. Alla fine mi sono arreso alla storia che avevo dentro e che premeva per uscire. Era un pezzo di lava che, se non me lo fossi tolto, mi avrebbe dato fuoco».
Dopo tre libri dedicati alla tua “infanzia incantata”, ora ne prendi le distanze.
«Il passato può essere dolcissimo eppure pesante, come una meringa che non digerisci. Me ne rendo conto solo ora che c’è il futuro, cioè mio figlio. Sono sempre stato felice di non aver dimenticato niente e per molto tempo questo mi è bastato. Poi, quando è nato Giovanni, mi sono reso conto che fin da bambino avevo la foga di dover fare le cose più strane per sentirmi speciale… quando in realtà ero semplicemente un bambino che non conosceva suo padre. E non c’è niente di speciale in questo. Non avevo capito che non c’è niente di male nell’essere normali. Così ho sovraccaricato tutto di aspettative, solo per fare un errore clamoroso appena ne ho avuto l’occasione. La memoria è utile, ma a volte è un aratro che ti trascini dietro».
Alcune pagine molto forti le hai dedicate all’incontro con lo sconosciuto che dice di essere tuo padre. Se da un lato chiedi scusa alla tua compagna, dall’altro c’è chi chiede perdono a te…
«Io ci ho messo una vita per costruirmi il babbo ed era davvero il papà più forte del mondo: era Cyrano, era D’Artagnan, era mia madre quando si arrabbia e quando ride, era i miei nonni e i miei amici, era tutti loro insieme… solo che, in realtà, nessun padre può essere così. Ma finché scrivevo quelle pagine pensavo soprattutto a me stesso, perché oggi sono un papà che potrà sì veder crescere suo figlio, ma non minuto per minuto. È il prezzo che devo pagare per essere stato fatto a testa in giù».
Nel libro, davanti al dolore, ti rivolgi subito Dio e improvvisi dei “patti” con Lui.
«In tutti i miei romanzi si sente che sono cresciuto in una famiglia molto cattolica e penso di esserlo anch’io: non so quanti hanno letto la Bibbia dalla prima all’ultima pagina… io sì. Sono cresciuto insieme a questo Dio che per me esisteva ed esiste concretamente, un po’ come un super-vigile urbano che tiene d’occhio tutte le faccende. Per cui, appena mi succede qualcosa di forte, il primo pensiero è di andare a Lui. Ma quando tutto va bene rischi di dimenticartene, come anche delle persone a cui vuoi bene».
Dopo I frutti dimenticati sarà molto difficile tornare alla scrittura di prima, non credi?
«È stata una svolta necessaria e giusta. Ho scoperto che posso scrivere non solo di “C’era una volta”. Per il futuro… le storie che ho dentro sono contate – cinque o sei – e quattro le ho già raccontate: mi sto avvicinando alla fine delle cose che ho da dire, non ci ho mai tenuto a fare lo scrittore di mestiere. Chissà! Forse il vizio della scrittura mi lascerà, forse no… ma non è un problema, ho scelto di restare un ragazzo di campagna che continua a fare il pizzaiolo. Va bene così».
I frutti dimenticati di cui parli sono protagonisti di una festa di Casola, ma significano anche molto di più…
«Sì, in effetti a Casola si continuano a coltivare frutti assolutamente non commerciali, come le mele cotogne asprigne e per niente belle come quelle dei negozi dove andiamo a fare la spesa. I frutti dimenticati sono quelle persone che non sembrano adatte a uno smercio su larga scala, eppure, per qualche magia, continuano a sbocciare e a produrre frutti».
Paolo Pegoraro
CORRIERE DELLA SERA - Gennaio 2009
Il ritorno a casa di Cavina fra tisane e amori perduti
E’ tornato felicemente a casa, Cristiano Cavina. Non solo perché lo sfondo dei Frutti dimenticati è Casola Valsenio, il Paese delle Erbe; o perché,a differenza del passato, quando al centro del suo narrare “autobiograficissimo” era Bastiano Casaccia, stavolta lo scrittore si rimpossessa del proprio nome e cognome. E’ tornato a casa soprattutto come forma e tono di narrare, dopo la sfilacciata legnosità inventiva ed espressiva di Un’ultima stagione da esordienti. In tal senso I frutti dimenticati si ricollega al suo primo Alla grande, con una narrazione bilicata tra il presente del trentatreenne pizzaiolo e scrittore Cristiano Cavina alle prese con la paura di confessare ad Anna la fine del loro amore e il ricordo (qua e là con qualche insistenza di troppo) d’una infanzia tra i nonni Cristina e Gustì, don Elvis, i compagni, le tisane di suor Luca Maria ottenute dai frutti del tutto dimenticati. “frutti dimenticati” come metaforico collante del costante e speculare trapasso tra ieri e oggi. Perché anche Cristiano è un frutto dimenticato: da un padre mai conosciuto, invano sostituito con personaggi avventurosi, e che oggi ricompare in fin di vita. Così come frutto dimenticato rischia di essere Giovanni, il figlio forse gravemente malato di Cristiano che Anna porta in grembo. Di qui un romanzo intenso, in cui è soprattutto la lotta interiore tra amore, dolore, paura, rabbia, compassione, rimorso scandito ieri come oggi da rintocchi a morto delle campane, a dettare un tono insieme sorridente e malinconico.
Ermanno Paccagnini
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