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menéndez salmón Gridare |
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ascolta www.radioalt.it, intervista, aprile 20 |
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Ado
Zeno L'altro agosto 2009 Esiste, evidentemente, una tensione emotiva che in certi casi non può fare a meno di andare a braccetto con l'ammirazione, accompagnandone passi e movenze durante l'intera strada che ha deciso di percorrere al suo fianco. È pur vero che la si intravede appena: le sue squame opache non riflettono nemmeno una frazione minima del lucore che anima il manto della compagna, insomma nessuno se ne accorge – tanto meno il malcapitato che la sta calzando come un frack invisibile – perché lei, innominabile e rabbiosa clandestina, se ne sta in disparte, covando in segreto il rancore che le è proprio, insomma che è proprio dell'invidia, perché è di lei, della sua tragica insubordinazione che stiamo parlando, ossia dell'abilità con cui riesce a insinuarsi anche (soprattutto) nello sguardo esterrefatto di chi si è appena trovato al cospetto di una piccola, portentosa meraviglia. E sembra proprio impossibile non ammettere di essere caduti in questo miracoloso tranello dopo aver chiuso Gridare, seconda opera di Ricardo Menéndez Salmón tradotta in italiano da Marcos y Marcos (l'anno scorso era stato dato alle stampe “L'offesa”, tanto breve quanto strabiliante romanzo, celebrato in patria come “Fenomeno letterario del 2007”). E allora diciamolo, facciamo pubblica ammenda, confessiamo già da subito l'inconfessabile: la bellezza di questo libro ci gonfia di ammirazione, sì, ma nel profondo ci avvelena di invidia. Perché è mai possibile che luoghi letterari ipervisitati, inflazionatissimi e usuranti come il male, la morte, o la solitudine dei corpi fra corpi riescano a sembrare ancora inediti, nuovi, scoperti ora per la prima volta grazie alle lenti di uno scrittore asturiano contemporaneo? Possibile che su argomenti così disonestamente consueti qualcuno sappia ancora ricamare geografie inedite? Ebbene sì, è possibile, e questo libro praticamente perfetto ne è la prova. |
Dieci storie che si rincorrono, bruciano, esplodono, gridano in silenzio. Parlando, appunto, delle solite cose: la vita, la passione, le sue illusioni, la morte delle illusioni stesse, il capitombolo definitivo nel terrore della fine. Dieci ritratti brevi, lucidamente visionari, di esistenze a due passi dalla deriva, ma ferme nella loro costanza, e perché no nella loro ironia più o meno spietata. Un uomo e una donna che consumano il proprio neonato amore scambiandosi urla in una stanza ovattata; un sondaggista scrittore che incontra il proprio alter-ego profeta di tragici fallimenti; un figlio che assiste il padre moribondo osservando il mondo fuori che brucia, si dissolve e rinasce; un tizio comune che abbandona grossi pezzi di sé per trasformarsi in assassino. Indimenticabili prigionieri di territori ai confini tra il sogno e la realtà, abitatori di incubi privati, combattenti: sono questi i personaggi che si contorcono fra le parole del loro autore, parole affilate come zampe di ragno, levigatissime, ordite con una perizia chirurgica in grado di restituire la certezza che in mezzo a tanta eleganza non ci sia nulla di superfluo, niente di inutile. Perché sì, questo libro che si legge in un ora o poco più, oltre a regalare visioni di indiscutibile potenza è scritto in modo eccelso, e non basterà certo la pur evidente scienza della traduttrice per giustificare la sensazione di una prosa tanto vicina alla perfezione. Nato a Gijón nel 1971, Salmón ha già all'attivo una ventina di volumi tra romanzi, racconti, poesie, saggi e teatro, insomma una furia eclettica, il cui talento è del resto confermato da un'impressionante quantità di riconoscimenti vinti, tra cui il Premio Asturias Joven de Narrativa e il prestigioso Juan Rulfo. Ci si potrà aspettare che ulteriori rivelazioni riescano a raggiungere le nostre librerie quanto prima? Speriamo proprio di sì, restiamo in attesa. Ammirati e invidiosi.
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Fulvio
Panzeri Nato
nel 1971, Ricardo Menéndez Salmón riesce a dare forza alla sua
scrittura attraverso un linguaggio secco e teso, ma sempre palpitante di
una necessità di trovare chiarezza nei sentimenti lacerati dell’uomo
contemporaneo.
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Gridare è anche il titolo dell’intera raccolta che, non a caso, si apre su una paradossale offerta, quella di una stanza da affittare, in cui è possibile gridare per placare le proprie inquietudini esistenziali, quelle di un uomo che si abbevera continuamente ad una fonte di insoddisfazione e non riesce a trovare mai la pienezza. L’unitarietà della raccolta, oltre ad alcuni riferimenti ricorrenti, quali ad esempio il tema dell’arte che ricorre come citazione, ma anche come professione di molti personaggi di questi racconti, è data dal fatto che ogni storia risulta essere la tappa di un itinerario che indaga la sostanza degli amori e il fondamento del dolore, l’ossessione per il Male, la tenerezza della normalità del rifugio familiare, il desiderio di sconfiggere la solitudine, la fragilità della vita. Sono racconti perfetti (del resto in Spagna hanno ricevuto importanti premi, fino al prestigioso Juan Rulfo , assegnato a «I cavalli blu», sul tema dell’identità, terribile sia nel difetto che nell’eccesso) che lanciano sfide, ma lasciano in sospeso le risposte, in una indefinita landa fatta di mondi diversi che si incrociano e si confrontano soprattutto nella descrizione di «quanto dolore nascosto esiste in ogni vita che ci circonda: quella delle donne che aspettano, dei figli che perdono i genitori, degli uomini in fiamme». «In un mondo da incubo, la grazia non si concede. Si conquista»: è il punto di vista di uno degli scrittori spagnoli più interessanti |
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Lara Crinò D - La Repubblica 11 aprile 2009 Talento e grida È una scrittura saggia, quella di Salmón, così consapevole da far dire al giornale catalano La Vanguardia che il suo talento "sfiora l'arroganza". A leggere i racconti di Gridare non è difficile convincersi che in ogni sua pagina si nasconde una verità che ci era sfuggita. Nella storia del titolo un uomo risponde a uno strambo annuncio e si ritrova a gridare nella stanza che un signore gentile affitta a sconosciuti, mezz'ora alla volta. Sulle scale incontra una donna e comincia un amore fatto di silenzi e grida, degno d'un quadro di Magritte. La stessa qualità pittorica e la volontà di giocare col tempo si ritrova in tutti racconti, nella certezza che "ogni uomo è uno sconosciuto per se stesso" e che "la valigia temporale che trasporta nella sua memoria rappresenta un abisso insondabile". E alcuni sono fulminanti apologhi sui sentimenti, come Ai nostri amori, dove un giovane artista si adatta all'amore della moglie mediocre, pronta a rinunciare come una "Emily Brontë davanti a un piatto di lenticchie".
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Angel Basanta Internazionale marzo 2009 Una raccolta di dieci racconti che testimoniano la maturità artistica raggiunta dal giovane autore asturiano Ricardo Menéndez Salmòn, oltre che la sua innegabile qualità di scrittura. Tutte le storie sono narrate in prima o in terza persona e sono accomunate da un grande cosmopolitismo: le ambientazione spaziano da Madrid a Sao Paulo, passando per Firenze, Amsterdam, Praga e Boston. E tutte, senza eccezioni, esibiscono una prosa impeccabile nella sua fattura classica, capace anche, in alcuni brani, di sfruttare la narrazione orale. Tra i temi affrontati in Gridare, spiccano quelli legati alla memoria: i ricordi invadono il presente di alcuni personaggi, che vengono descritti come naufraghi nel tempo. Molte altre ossessioni ricorrono in questi racconti come il desiderio insopprimibile di creare, l'arte, la follia, il mistero. (da El cultural) |
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Gianfranco
Franchi Amato “L’offesa”, difficile resistere alla tentazione di scoprire un nuovo libro del narratore spagnolo Ricardo Menéndez Salmón, classe 1971, giovane modello d’una scrittura scabra, essenziale e misurata: “Gridare” è una raccolta di racconti a metà strada tra l’evoluto esercizio di stile e l’espressione, quando isolata quando reiterata, delle voci dell’inconscio dell’autore; in altre parole, del suo immaginario. In RMS s’annidano meditazioni sulla schizofrenia e sull’identità (“Se vuole parliamo di Joyce”, “Cavalli blu”), angoscia della creazione artistica (“Per una storia privata della Letteratura”), perplessità sull’appartenenza al presente, e a un presente colorato da una donna diversa da quella perduta o sognata (“Ai nostri amori”, “Gli avi”), infine desiderio di restituire vita e senso agli istinti primitivi, da tutti i punti di vista, come nel racconto eponimo: “Gridare”. “Gridare” è la storia del cittadino medio Balboa; un giorno legge un annuncio: affittano una camera (economica) per gridare. Massima discrezione. Il locatario non vuole conoscere il suo nome: a patto che lui non chieda il suo. Balboa si prende la mano, nell’arco di un mese: è soddisfatto della qualità delle sue urla ma sente che manchi ancora qualcosa. Un testimone. Il locatario è disponibile. Dal terzo mese, griderà assieme agli altri occasionali affittuari. Tra di loro, la donna dei suoi sogni. Favolosa urlatrice. Sarà amore a prima vista. Si ritroveranno a fare colazione tra un barrito e l’altro, finalmente liberi di essere primitivi. Che significa gridare? “Il grido, così ancestrale, ci infiamma di vergogna. Pochi atti ci permettono di riscontrare fino a che punto abbiamo dimenticato la nostra animalità e il nostro passato, i luoghi da cui proveniamo, come il grido (…) Solo i bambini, che hanno un’esperienza della libertà che noi adulti abbiamo dimenticato, e gli agonizzanti, che non subiscono l’influsso delle buone maniere, gridano senza vergognarsi” (p. 15). Tendenzialmente, gridiamo ciò che non abbiamo (p. 18). Mi sembra che in questo frangente non servano glosse, il significato è eccezionalmente chiaro. Avanziamo. “Ai nostri amori” è la storia di un pittore prossimo alla prima mostra nella capitale, Madrid. Emozionato, sbarca nella capitale – il pensiero va subito alla possibilità che la sua vita stia cambiando – assieme alla moglie. È passato qualche tempo da quando conviveva là assieme a Julia: adesso c’è Sara, e il pittore giura di aver dimenticato tutto. Non è esattamente così. Tornera sui suoi passi, punterà la vecchia casa, cercando senso e significati del suo passato, e scoprirà una verità che non avrebbe voluto sapere. E che forse rifiuta, considerando quanto dirà infine alla moglie, post mostra, stranamente consapevole che la loro storia è destinata all’eternità: ha dimenticato la sua essenza; meglio, l’essenza dell’amore, la perduta appartenenza. Chiave di volta per una sua lettura plausibile – rimpianto, verità smarrita – il settimo pezzo, “Le notti della contessa Bruni”. Mi saprete dire.
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Il sesto racconto, “Gli avi”, ha elementi in comune con “Ai nostri amori”: protagonista assoluta, la pittura. È la vicenda dello stupendo incontro tra uno storico dell’arte e una misteriosa visitatrice, prigioniera d’una tela da secoli. Lui – esperto di Pieter il Rosso, sta per ascoltare una verità incredibile: la sua ospite è la prima moglie del pittore, vissuta quasi cinquecento anni prima; raffigurata in un quadro. Domanda d’essere liberata: cancellata dal quadro per non più attraversare il tempo, come uno spettro. Al critico e alla moglie spetterà una decisione fiabesca, lirica, allegorica. Notevole. Il terzo racconto, “Se vuole parliamo di Joyce” è la storia di Martin, che sogna di diventare scrittore e intanto si guadagna da vivere facendo sondaggi. Un giorno, si ritrova a intervistare un suo alter ego cinquantenne. Ascolterà la triste voce della vita di un uomo che ha fallito, e si ritrova a vivere, in una casa senza specchi, in compagnia di una sola immagine: è la foto del grande Joyce, immortalato mentre corregge le bozze. Moglie e figlio non ci sono più. Quando Martin esce, ritrovandosi per strade sconvolte da un attentato (o da un incidente…) ha ricevuto il messaggio che non avrebbe mai voluto ascoltare. Non sarebbe mai diventato uno scrittore, ha detto il sé stesso adulto – la morte aveva voluto soltanto accarezzarlo. Nel nono pezzo, “Per una storia privata della Letteratura”, l’argomento si amplia: la smania di perfezione e compiutezza massacra un letterato, vittima del “mal dei costruttori”; si delinea un quadro di compiaciuta descrizione del malessere di chi agogna il capolavoro e la dedizione assoluta all’opera d’arte. Non male. Il tema del doppio è centrale nell’ultimo racconto, “Cavalli blu”: divertissement tra Pessoa e Borges. C’è un Menéndez Salmón che non ha capito quanto talento ha, e un Menéndez Salmón che sogna d’essere decisamente qualcosa di diverso. Una parte di sé è prigioniera della Letteratura, e della smania d’essere tra i grandi, e di dare vita a qualcosa di perfetto – a qualcosa che vada al di là del tempo; un’altra, probabilmente, vagheggia un precipizio silenzioso e borghese, vellicando la bellezza del fallimento – della sconfitta. Finalmente, ecco “La vita in fiamme”: sintetica e micidiale vicenda allegorica di un narratore che sta assistendo il padre sul letto di morte, leggendogli pagine di un libro di cui non ricorda più il nome. Proprio qualche minuto prima che il padre se ne vada, vede una curiosa torcia umana lanciarsi, silenziosa, nella sua piscina: silenziosa verrà raccolta dall’ambulanza, senza neppure un gemito. È la vita che combatte il male – e intanto il vicino, tutto felice, annuncia la prossima nascita di un bambino. Avrà il nome di suo padre. L’ottavo racconto, “Terrore”, ha uno spirito analogo; cronaca di una morte annunciata (e ascoltata) per errore. Aleggia un senso di predestinazione prodromico a un grande romanzo fatalista. Tragico ma senza artificio. Attendiamocelo. Pittore forse d’un’anima soltanto – la sua - Ricardo Menéndez Salmón è una sicura promessa della narrativa europea. Si lascia leggere e interiorizzare con naturalezza, scorre fresco come acqua di montagna, scivola sulla maniera ma non s’arresta. A valle, terra fertile per letteratura nuova.
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Sergio
Palumbo
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Fabio
Calderola Ci sono narratori,
affabulatori, brillanti giornalisti. Poi ci sono gli scrittori Uno dei racconti più curiosi di “Gridare” parte da una situazione allo stesso tempo comica ed inquietante: la lettura di un annuncio economico che propone l’affitto di un locale per gridare. Annuncio serio, comunque, che promette e chiede la massima discrezione a chi risponde: nessuna ricerca sul nome di chi arriva, ma anche nessuna possibilità di venire a sapere chi è il locatario. Un cittadino qualunque, Balboa, affitta la camera e comincia ad urlare senza freni, ma dopo un mese si accorge che la sua qualità di urlatore è scadente. Infatti manca un elemento essenziale all’urlo … qualcuno che lo ascolti e lo continui. Questo poi succederà con una serie incredibile di altri personaggi. Che cosa significa oggi “gridare”? Ecco alcune frasi tratte da questo originale e godevole brano: “Il grido, così ancestrale, ci infiamma di vergogna. Pochi atti ci permettono di riscontrare fino a che punto abbiamo dimenticato la nostra animalità e il nostro passato, i luoghi da cui proveniamo, come il grido (…). Solo i bambini, che hanno un’esperienza della libertà che noi adulti abbiamo dimenticato, e gli agonizzanti, che non subiscono l’influsso delle buone maniere, gridano senza vergognarsi … Tendenzialmente, gridiamo ciò che non abbiamo”. Questo è solo uno degli scritti, quello che mi ha colpito di più del libro. Un altro parla della ricerca del perduto amore da parte di un pittore a Madrid, un altro illustra l’ossessione per il Male e via tra storie, sentimenti e riflessioni sulla vita per 10 racconti.
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Grazia
Casagrande www.wuz.it 15 Aprile 2009 "L'amicizia
è un enigma, come tutte le forme dell'amore. Accade e la si accetta. E
quando se ne va, fa male ma si dimentica, come tutte le forme
dell'amore." |
L'idea
di letteratura di Ricardo Menéndez Salmón, come ha detto lui stesso, si
basa su due fondamenti: la letteratura come "genalogia", cioè
come accesso che consente di capire da dove si proviene, e come forma
di vasi comunicanti (scopri scrittori che conducono ad altri
scrittori, libri che conducono ad altri libri, poetiche ad altre poetiche).
Ponendosi dalla parte del lettore, nell'inevitabile soggettività delle
esperienze personali, ognuno quindi può trovare un suo percorso, risalire
ad altre voci, sentire echi (voluti) di altri autori. |
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Alessandra
Iadicicco Le persone sono dettagli Dieci storie dedicate a una diversa persona amica citata con nome e cognome dopo il titolo. Tutte raccontate «con economia esemplare, con le parole giuste e la pause esatte»; e valga per tutta la raccolta quel che l’autore dice della narrazione di uno dei personaggi. Scrittura mirata, tesa e precisa, quella dello spagnolo Ricardo Menéndez Salmón. Sia che scovi nella mitezza di una moglie «un’anima da impiegata»; sia che scorga nel dettaglio di un dipinto rinascimentale - La Dormizione della Vergine - «una mano languida come un’ala di cigno»; sia che colga l’enigma di ogni amicizia: «accade e la si accerta». O che attinga nel fondo di ogni amore e dolore, la stessa forza che induce a Gridare.
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Matteo
Baldi RadioAlt aprile 2009 Togliere. Se un altro verbo, oltre a
quello scelto come titolo, potesse riassumere la tensione che dà forma ai
racconti contenuti in Gridare, forse questo verbo sarebbe
"togliere". Ridurre la prosa all'essenziale, addensando suono e
senso fino a quando non rimangano che le parole giuste, a esprimere una
verità che è la verità di ogni narrazione autentica. |
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Enzo
Di Mauro Menéndez
Salmón sublima uomini in fiamme
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Sarà lì allora che scopre, di sé, la vocazione alla rivolta e al rifiuto verso il mondo, insieme a una donna a lui simile per fattura morale e esistenziale, così da capire infine “cosa avevano conquistato” con quel “gridare a tutte le ore, senza cerimoniale, senza intervalli prestabiliti, senz’altro impulso che l’espressione del loro amore”, al pari dei “primi uomini” che popolarono il pianeta. Oppure, a seguire, in “Ai nostri amori”, in cui la ricerca di una donna amata tanti anni prima, e poi abbandonata, si rivela come un viaggio a perdere della memoria sbigottita e sfrangiata il cui approdo non può che darsi come sconfitta e, al tempo stesso, come adattamento al più semplice e raggiungibile e presente amore maritale. Tutti i protagonisti dei dieci racconti sono – così li chiama il loro creatore – “uomini in fiamme” che sublimano gli impulsi e i desideri e le private battaglie in una sorta di accoglienza dell’umana fragilità , segnati tuttavia a dito da un irripetibile passato di gloria e d’avventura. Non di resa, però, si tratta. Le presenze, i fuochi, le tempeste e i fantasmi che accesero l’esistenza di questi uomini non si cancellano e anzi restano stampate e sigillate nelle loro rispettive genealogie – che qui sono al dunque genealogie letterarie e stemmi del moderno. Ci pareva che i racconti seguissero una cifra molto diversa da quella del romanzo L’offesa. Non è affatto così. Come ha detto John Giorno, per poter risplendere bisogna prima bruciare.
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Diego
Freri e Margherita Martinelli Sono dieci racconti, dieci differenti situazioni di relazioni umane, di necessità e bisogni primari legati all’amore, alla nostalgia e alla memoria. Dal titolo Gridare troviamo l’omonimo racconto, una singolare vicenda dove prende sfogo l’urlo del protagonista: “si affitta camera per gridare. Economica. Assoluta discrezione”. Una stanza a disposizione di chi vuole gridare! Il grido per ritrovare un valore ancestrale, per non dimenticare la nostra animalità e i luoghi da cui proveniamo. Balboa, il protagonista di questo singolare racconto, ogni venerdì immancabilmente si reca per la sua mezz’ora di urla e grida in questa stanza, dove da pieno sfogo alle sue emozioni. Altra particolare storia è il racconto nostalgico di un pittore che torna a Madrid per una sua mostra, cercando di rivivere le tracce di un amore ormai passato. Qui si intrecciano il rimorso e il rimpianto delle famose “occasioni mancate”, delle scelte prese in gioventù che poi lasciano la facoltà del dubbio. Il pittore vaga per Madrid alla ricerca di brandelli di esperienze passate, per trovare dentro di sé delle risposte, delle motivazioni alle scelte prese da lui stesso.
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Isabella
Borghese È curioso che questa seconda pubblicazione italiana di Ricardo Menéndez Salmón propostaci da Marcos y Marcos, mentre conferma il suo innegabile talento, sembri prendere una direzione totalmente opposta al messaggio colto nell’Offesa. A un silenzio profondo che impera in quel romanzo risponde infatti Gridare: racconti che si consegnano al lettore con l’urgenza di dare spazio a questioni umane, ma senza mai approdare al silenzio. Gridare lascia immaginare luoghi, situazioni, sguardi, pensieri. Mentre tutto è sempre in movimento tra passato e presente, ci fa porre numerosi interrogativi: si ama semplicemente per uscire dalla solitudine?, bisogna davvero cercare la complicità di qualcuno per liberarci e “gridare”?, i sentimenti e i ricordi ci colgono a farci scoprire “sconosciuti con noi stessi”?, l’amore è comprensione e conoscenza di sé? E il dolore? Resta una questione universale che circonda tanto le donne che aspettano, quanto i figli che perdono i genitori e gli uomini in fiamme. Non stupisce che L’offesa sia stato premiato come la migliore opera di narrativa pubblicata in Spagna nel 2007 né tanto meno che Gridare, La vita in fiamme e Gli avi abbiano ricevuto diversi premi. Ai racconti appartiene un ritmo godibile, una scrittura che ricerca la perfezione ma soprattutto la volontà chiara e riuscita di intrattenere il lettore oltre le storie che racconta. |
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Andrea
di Carlo Mangialibri.com settembre 2009 Balboa scopre su un giornale che esiste una stanza in affitto in cui si può gridare a proprio piacimento: il proprietario concede il tempo che si desidera e spesso accetta di subire silenziosamente la scarica di urla, improperi, maledizioni che i clienti decidono di rigurgitare. Bosco Van Rijn é l'unico discendente di un grande pittore olandese da cui ha ereditato un quadro che ha studiato e ammirato per anni, di cui però scopre, con suo grande stupore, di non conoscere ogni minimo dettaglio. Il grande scrittore e letterato americano Joshua McNaughton racconta per la prima volta al nipote Richard una storia del suo passato, in bilico tra fantasia e verosimiglianza, tra ricordo e sogno; un incontro indimenticabile con una donna fuori dall'ordinario, che sembra essere uscito da uno dei suoi romanzi di successo e che invece con difficoltà verrà cancellato dalla sua memoria. Un uomo scopre di portare con sé indesiderati strascichi di una vita passata, lontana da quella attuale di gioielliere e marito irreprensibile: un'altra identità che ha seppellito con difficoltà per un misterioso accordo con un altrettanto misterioso figuro, a cui ha accettato di affidare il proprio destino... Lo stile di Ricardo Menéndez Salmón è impeccabile: non è da tutti condensare in racconti di poche pagine una storia intera e, soprattutto, lasciarla totalmente nelle mani del lettore, che scopre di possedere la libertà totale di decisione sul finale. Questi dieci racconti nascono e finiscono in sospeso, prodotti di una narrazione fuori dagli schemi, che si dimostra invece in linea con il risultato che produce: una temporanea astrazione dalla realtà dei fatti, elemento fondamentale per un genere come quello fantastico, nell’accezione todoroviana del termine, in cui meravigliarsi deve coincidere con lo straniamento del lettore. E questa preziosa antologia rientra senza dubbio e di diritto in questo genere, dato che in ognuna delle storie che la compongono si percepisce la presenza di entità altre che irrompono nel mondo tangibile pur non appartenendovi (o essendovi appartenute in passato), alla maniera di Borges o di Calvino; dimensioni esterne che entrano senza far rumore in quella in cui i protagonisti vivono, lasciando un segno indelebile nella loro esistenza. L'uomo, di conseguenza, si ritrova davanti un mondo di sorprese inaspettate che non è pronto ad accettare o gestire e con cui, suo malgrado, deve fare i conti per continuare a sopravvivere. |