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Riccardo
Melito
www.stile.it
aprile 2009
L’orgoglio di
genere brasiliano
“Ci sono donne che tentano di sfuggire alle tenaglie di tradizioni
bigotte, doveri assurdi, mariti codardi; donne che osano cercare l’amore
e finiscono…”
Il Brasile è sempre stato nell’immaginario occidentale un terra ricca
di musica, colori, danza e belle donne. Ma, come ogni generalizzazione ed
idealizzazione è riduttiva, così quella splendida terra è molto di più
ed è molto più complessa. Non solo per la sua vastità e quindi per
l’eterogeneità di paesaggi, climi e persone; ma anche e soprattutto per
la sua storia fatta di continue stratificazioni. Quella locale degli
indios, che si fonde con quella yoruba africana degli schiavi, che a loro
volta si fondono con quella dominante dei colonizzatori europei. Una tale
mistura ha dato vita a quel magico sincretismo che domina quella terra e a
quel miscuglio di razze che la abita.
Proprio un tale incantato sentore spira dalle pagine di Heloneida Studart,
dalle righe della traduzione italiana di “Francobollo d’addio”, in
uscita per la Marcos y Marcos il prossimo 23 aprile.
Heloneida Studart è una tra le donne più importanti della storia
brasiliana moderna. Nata a Fortaleza, nello splendido Nordest, il 3 aprile
1932. Da quella che viene considerata come la zona più affascinate del
Brasile, una giovane Heloneida si sposta verso l’allora capitale Rio de
Janeiro. Lì compie i suoi studi ed i suoi primi passi nel mondo del
giornalismo. Eletta nel 1966 presidente del Sindacato delle Associazioni
Culturali (Senambra), fu arrestata e destituita dall’incarico nel 1969,
per essersi opposta alla dittatura. Durante la sua prigionia fu anche
torturata. Quella terribile esperienza è raccolta in quella che viene
definita la “Trilogia della tortura”,
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composta da “La libertà è un
passero azzurro” (pubblicato in Italia sempre da Marcos y Marcos nel
2008), “Lo stendardo dell’agonia”( ispirato dalla vita della sua
amica Zuzu Angel) e da “Il torturatore nella processione”. Autrice
anche di numerosi saggi sulla condizione femminile, nel 1978 viene eletta
per il suo primo mandato come deputata dello stato di Rio de Janeiro per
il Partito dei Lavoratori. Durante la sua carriera politica, lunga ben sei
mandati, la Studart si contraddistingue per la lotta a sostegno dei
diritti delle donne, tanto che nel 1975 fonda il Centro delle Donne
Brasiliane, la prima entità femminista del paese, ed il Centro Statale
dei Diritti delle Donne (Cedim).
Si spegne per un attacco cardiaco il 3 dicembre 2007.
Il romanzo “Francobollo d’addio”, mantiene la sua sensibilità verso
il mondo femminile e narra le vicende di due donne Mariana e Leonor,
sorelle, e della loro famiglia i Nogueira Alencar (come nella migliore
tradizione letteraria brasiliana). Narra soprattutto le difficoltà che le
donne incontravano (e forse ancora incontrano) nella società brasiliana,
i loro tentativi di fuga dai lazzi delle tradizioni bigotte, dei doveri
sessisti, dei matrimoni falliti e dei mariti padroni. Così quando Leonor,
si vendica del trattamento da schiava subito, uccidendo il marito, Mariana
– che è avvocato – decide di difenderla anche per riscattare
l’oppressione del suo genere.
Così l’autrice attraverso la storia di un omicidio perpetrato per
vendetta compone un passionale inno all’amore ed al riconoscimento del
ruolo della donna. Il tutto incorniciato da un Brasile meraviglioso, ma
sfiancato dalla corruzione e dai criminali. Comunque irresistibilmente
magico.
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Amina
di Munno
La nota del traduttore
25 aprile 2009
Ha
il suono di un nome straniero, Heloneida Studart, ma in Brasile il dato
non stupisce, poiché la multietnicità è il fattore costitutivo della
popolazione del Nuovo Mondo. Nata a Fortaleza, capitale del Ceará,
Heloneida discendeva, dal ramo materno, dal Barone Studart, giovane
inglese stabilitosi nel Ceará alla fine del 1840 e, da quello paterno,
dall’illustre geografo Antonio Bezerra de Meneses. Allieva del collegio
di suore dell’Immacolata Concezione, a nove anni scriveva una storia
infantile: La bambina che fuggì dal freddo. Quel momento segnò
il suo futuro di scrittrice!
Molte pagine dei racconti di Heloneida Studart sono frutto di esperienze
personali. Alcuni personaggi della finzione letteraria e la loro posizione
sociale sono speculari di una realtà alla quale la scrittrice di fatto
apparteneva. Francobollo d'addio, secondo romanzo della Studart,
che le edizioni Marcos y Marcos propongono ora al lettore italiano, segna
anche il mio secondo incontro come traduttrice con la scrittrice
nordestina. Impegnata politicamente, Heloneida scrive cronache e articoli
giornalistici in favore dei diseredati e dei diritti della donna. Sotto il
regime militare si imbatte nelle maglie della censura e arriva a conoscere
il carcere.
Il ritmo narrativo dei suoi romanzi è musicale e a tratti poetico. Francobollo
d'addio racchiude in sé due storie narrate sincronicamente, con
episodi che contemplano lo scarto di due generazioni, attraverso
l’espediente della lettura da parte della protagonista Mariana di una
sorta di diario, recapitatole per posta, della zia Maria das Graças,
morta suicida.
Amori proibiti e tragici accomunano Mariana e Maria das Graças, nipote e
zia, simili fra loro e destinate dalla famiglia al nubilato. Mariana
è ossessionata dal ricordo di Vasco, non dimentica che si può essere
torturati e uccisi a ventidue anni dalla violenza di una dittatura.
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Leonor,
tramite le nozze, avrebbe dovuto salvare le sorti della sua illustre e
antica famiglia, dissestata da un’interminabile Causa contro la Banca
del Brasile. Il matrimonio si rivela un fallimento e si conclude con un
omicidio per avvelenamento.
Fortissimo è il senso dell’onore e dell’orgoglio: Melba, per essersi
concessa all’uomo amato, è rinchiusa nel Convento del Buon Pastore.
Nella concezione di un padre dai rigidi principi, il valore della donna è
la sua verginità, così qui si racconta di un episodio al quale Heloneida
aveva nella realtà assistito da ragazzina: a seguito di una traumatica
visita ginecologica, ecco la diagnosi, sotto forma di condanna, emessa dal
medico “per iscritto e siglata: ‘Imene dilacerato. Deflorazione
recente’”.
Personaggi e circostanze ruotano attorno alla(e) storia(e) centrale(i) e
si intersecano creando una fitta trama che genera suspense e tensione.
Sullo sfondo dei fatti narrati aleggiano i sogni e la magia, le delusioni
e le speranze, le passioni segrete e i timori. Tratteggiate con le tinte
forti che caratterizzano la geografia locale, da un lato c’è Fortaleza,
con la sua storia e le sue tradizioni, dall’altro Rio, con le sue piazze
affollate e i palazzi un tempo sedi del governo. Il paesaggio tropicale,
con la jandaia, il Giardino Botanico, gli alberi e i palmeti
centenari, fa da contrappunto alle note di folclore, credenze popolari,
macumba, ebó e recite di rosario.
Nella ricodifica del testo in italiano, voglio sperare che ci siano,
secondo le buone norme della traduttologia, le minori perdite possibili,
affinché siano godibili, così come nell’originale, anche le pieghe più
nascoste del puntuale affresco di un Brasile contraddittorio, ma di grande
spessore e indiscutibile fascino.
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Raffaella
Lops
Tiffany - Radio2 Rai
25 aprile 2009
Una
donna che piange il suo vero amore, trucidato dal potere.
La rabbia di sua sorella, oppressa dal marito, che sfocia in un orrendo
delitto.
Sullo sfondo, un Brasile splendido, sfiancato dalla corruzione e dai
trafficanti di droga.
Un
romanzo che incanta e che brucia.
Un appello alla libertà delle donne, da una penna appassionata e
sovversiva.
Heloneida Studart, uno dei miti del femminismo brasiliano.
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Antonella
Ottolina
"A"- Anna
28 maggio 2009
Quella
dell'autrice è stata una vita dedicata alla difesa dei diritti delle
donne, in Brasile.
Mariana e Leonor, sue creature letterarie in questo romanzo, sono il
simbolo di quella lotta. Che si scatena, come una furia cieca, di fronte
all'ennesimo abuso di un marito oppressore.
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Marta
Cervino
Marie Claire
maggio 2009
Marina
e Leonor, le sorelle Nogueira Alencar, sembrano condurre un’esistenza
invidiabile. In realtà sono vittima di una madre egoista e di matrimoni
infelici. La prima è sposata con un ricco armatore (che colleziona
orologi quasi a scandire ogni secondo che la moglie non lo ama), la
seconda con un gretto professore nei confronti di cui alleva un odio
letale. I diari che zia Maria lascia a Marianan sono l’inizio. Il resto
è una storia di famiglia (delitti, segreti e bugie) tutta al femminile.
Donne forti, ribelli. E che ieri come oggi – vivaddio! – amano troppo.
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buoneletture.wordpress.com
30 maggio 2009Chi
ama i caratteri tipici delle letterature sudamericane, le geografie
improbabili di Garcia Marquez o Jorge Amado, non dovrebbe mancare
l’appuntamento con Heloneida Studart, di cui Marcos Y marcos propone ora Francobollo
d’addio dopo averci fatto conoscere l’autrice con La
libertà è un passero blu.
Il linguaggio e le atmosfere danno vita in questo vibrante romanzo ad un
connubio saggiamente in equilibro tra il reale e l’ irreale (ma
possibile).
Come in molte parti del mondo, neppure in Brasile i diritti delle donne
ottengono rispetto assoluto, e Francobollo d’addio (come del resto
l’intera vita e opera di Heloneida, vera e propria icona del femminismo
locale) è un vero e proprio inno alla libertà delle donne, alla capacità
di coalizzarsi per difendersi dalle difficoltà, tematiche non fini a se
stesse, che emergono da una gran bella storia, affascinante come la terra da
cui proviene, leggera e profonda al tempo stesso: la sorte di Mariana e
Leonor, due sorelle molto diverse, e della loro famiglia cattura subito il
cuore del lettore dalle prime pagine.
Leggere solo e soltanto autori sudamericani può risultare eccessivo, ma
ritrovare ogni tanto il particolare clima che si sprigiona dalle pagine da
quegli scrittori, è impagabile!
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Claudia
Caramaschi
wuz.it
9 giugno 2009
Intervista
a Claudia Tarolo
La casa editrice Marcos y Marcos ha due editori, Claudia Tarolo e
Marco Zapparoli, che leggono, selezionano, pubblicano libri (in
numero volutamente limitato) che garantiscano qualità e originalità.
Ecco dalle parole di Claudia come è caduta la scelta su Francobollo
d'addio, romanzo di Heloneida Studart, scrittrice brasiliana
scomparsa quasi due anni fa e di cui la Marcos y Marcos aveva già
pubblicato un altro romanzo, La libertà è un passero blu.
Ci racconti perchè hai deciso di pubblicare Heloneida Studart?
Ci ha colpito la sua passione, tanto generosa e femminile: sa unire
magistralmente un'aspirazione generale alla pace come libera coesistenza
tra diversi, con la passione amorosa, erotica, che nei suoi romanzi occupa
il posto che merita senza mai diventare egoistica miopia. Altrettanto
bella è la sua scrittura, ruvida e penetrante. Sono libri che lasciano il
segno, entrano a far parte di noi: i libri che vogliamo pubblicare.
A quale personaggio del libro ti senti più vicina?
Certamente al personaggio di Mariana, la sorella forte e intelligente,
capacissima di reggersi sulle proprie gambe, di prendersi le proprie
responsabilità e di agire, eppure consapevole della necessità di
abbandonarsi al richiamo delle emozioni, del cuore.
Come descriveresti Heloneida Studart?
Come una donna coraggiosa, impegnata per tutta la vita nella difesa dei
deboli, dei poveri, delle donne, in un paese come il Brasile dove questo
ha significato anche persecuzione vera, prigione. Tutto questo senza
rinunciare alla propria femminilità, ad essere moglie e madre, senza
rinunciare a sognare, a lasciar correre la fantasia nei suoi romanzi.
La libertà è un passero blu o un Francobollo d'Addio?
La libertà è un passero blu, un sogno semplice, un'utopia
quotidiana. È già tanto conoscere e accettare i propri limiti, non farsi
spegnere e soffocare dalle infinite, invisibili dipendenze che ci legano,
alimentare un'allegra lucidità. La libertà è un francobollo d'addio,
perché bisogna saper chiudere, dire di no quando è necessario, nella
consapevolezza di poter e dover scegliere per tutta la vita.
La condizione della donna in Brasile oggi rispetto a ieri?
Questo andrebbe chiesto a Heloneida, se potesse ancora rispondere. Nei
suoi romanzi ripete "Possibile che per le donne non arrivi mai la
libertà?". Alcuni aspetti sono di certo migliorati, la famiglia non
esercita più un potere assoluto di vita o di morte sulle figlie femmine,
la verginità non è più un valore quasi sacro; eppure molti vincoli
persistono, vischiosi e impercettibili, in Brasile, in Italia, in tutto il
mondo. Soprattutto la condanna a dover scegliere tra femminilità e
indipendenza.
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Ci saranno altri libri di Studart
Heloneida da pubblicare?
Ne abbiamo già uno in programmazione per il 2010, molto bello e molto duro,
dove si parla ancora di amore ma anche di boia, di tortura.
L'importanza della grafica delle vostre copertine: si ha sempre la
sensazione che il grafico legga prima ogni libro che illustra. Cosa quasi
unica in Italia.
La
verità è che la nostra è una casa editrice "a conduzione
familiare”, dove la nostra impronta personale è dappertutto: la copertina
nasce da una collaborazione più che collaudata tra noi (io e Marco
Zapparoli, i due editori) che conosciamo intimamente il libro e il nostro
illustratore, Lorenzo Lanzi, che trasforma creativamente in immagini le
nostre idee.
Tra i vostri meriti l'aver tolto dall'oblio e dalla polvere autori come
John Fante.
È uno dei nostri marchi di fabbrica: ridare vita a gioielli sepolti sotto
la polvere. È stato il caso di John Fante, ma anche di Vian, di John
Kennedy Toole, di Dürrenmatt e di tanti altri. La velocità scriteriata che
domina questo mercato di mordi e fuggi rischia di lasciare indietro
meraviglie che sta a noi editori indipendenti, meno schiavi del mercato,
proteggere, salvare, rilanciare, per il piacere dei tanti lettori forti ed
esigenti che esistono pur sempre nel nostro paese.
L'intuito di trovare fenomeni editoriali come Jasper Fforde...
Si tratta sempre di saper rischiare: Jasper Fforde veniva ritenuto dai
grandi editori troppo difficile da tradurre, o più in generale da
importare, con tutte le sue invenzioni linguistiche e i riferimenti
letterari. Noi abbiamo creduto di poter fare, con dedizione, fatica e
parecchia inventiva, un buon lavoro, e i lettori entusiasti del mondo
inventato da Jasper Fforde ci hanno dato ragione.
Il mondo editoriale oggi dove sta andando?
C'è una tendenza prevalente a puntare su pochi libri, a farne potentissimi
bestseller, assi pigliatutto. Noi, come Heloneida Studart, crediamo nella
diversità, nella varietà delle voci, nei mille rivoli da difendere nella
loro unicità, e la resistenza di tanti editori indipendenti ci aiuta a
sperare.
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Marilia
Piccone
wuz.it
9 giugno 2009
Ci sono dei
romanzi di cui si legge la prima frase e si sa immediatamente, senza
incertezze, che si proseguirà la lettura, che non si riuscirà a posare
il libro prima di averlo terminato.
“Mariana stava
per compiere quarant’anni quando
le inviarono per posta, da Fortaleza, gli scritti di una zia rimasta
zitella, Maria das Graças Nogueira de Alencar. La vecchia era appena
morta, non per volontà di Dio, ma per la propria.” Incomincia così
Francobollo d’addio della
scrittrice brasiliana Heloneida Studart, una donna dalla
vita così interessante da poter diventare lei stessa protagonista di un
romanzo. Sono tre righe scarse in cui ci
vengono presentati due personaggi, una zia anziana che non
si è mai sposata ed è morta suicida e la
nipote che si avvicina alla soglia della mezza età.
La zia dal nome altisonante ha scritto qualcosa - un diario? un romanzo? -
e Mariana prima o poi lo leggerà: in questo doppio di zia
e nipote si annuncia anche una doppia storia, nel presente e nel passato.
E noi restiamo incatenati alla lettura.
Francobollo d’addio è una storia di
famiglia, ma soprattutto una storia di donne -
povere donne che passano dalla potestà del padre a quella del marito,
oppure sono destinate a restare sotto il giogo materno, scelte fin dalla
nascita come future infermiere della genitrice anziana. Impossibile
ribellarsi - qualunque colpo di testa,
qualunque comportamento giudicato scorretto o immorale veniva
punito con la reclusione in un convento
che non era altro che una prigione con crocifissi e statue della Vergine.
Le vicende delle tre sorelle
Nogueira de Alencar nel tempo appena precedente la seconda guerra mondiale
sono raccontate come costante contrappunto a quelle di Mariana
e Leonor, figlie di Donna Mimi Nogueira de Alencar, nel presente.
E restiamo turbati nel renderci conto di quanto poco sia
cambiata la società, di quali sforzi
debba fare una donna semplicemente per ‘essere’, ‘essere’
senza il connotato di ‘moglie’.
Mariana è quella che ce l’ha fatta - forse ha ereditato tutti i geni
ribelli della famiglia, a partire da quelli dell’eroina della
Confederazione dell’Ecuador, Barbara de Alencar. Perché Mariana,
destinata a fare assistenza alla madre, si era laureata in giurisprudenza,
seguiva la famosa Causa di famiglia contro la Banca del Brasile che li
aveva impoveriti, e aveva sposato un ricco imprenditore.
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Intanto Vasco,
il suo grande amore dei vent’anni, era stato arrestato, torturato e
gettato giù da un aereo - quindi uno valeva
l’altro, tant’è sposare l’uomo che avrebbe voluto
sposare sua sorella. Perché invece la
bionda Leonor, che aveva avuto in eredità i gioielli che spettavano di
diritto alle donne belle di famiglia, si era incapricciata di un professore
universitario, fervente cattolico e nemico dei comunisti. Lo aveva sposato,
per pentirsene prestissimo - Alfredo si era rivelato un uomo
gretto, meschino, bigotto, incapace di
amore, incapace di sesso. Non riesce difficile capire come Leonor, umiliata
ed esasperata, finisca per ricorrere ad una soluzione che pare una variante
brasiliana del film di Germi Divorzio all’italiana
con un tocco di Agata Christie.
Mentre le scene ambientate nel presente sono alleviate
da un umorismo che rende divertenti anche episodi tristemente grotteschi,
quelle del passato - che leggiamo insieme a Mariana nei quaderni della zia-
sono ben più sconvolgenti. Donna Mimi, la madre di Mariana e
Leonor, che ora passa il tempo a letto
mangiando cioccolatini, amava i dolci anche mezzo secolo prima; era
la sorella maggiore, invidiosa della bellezza e della vivacità di Melba,
la più piccola delle tre. Mentre nessuno faceva caso a Maria
das Graças, la figlia di mezzo, l’intellettuale destinata a restare
zitella. Ci sono dei parallelismi
sconcertanti tra presente e passato: Maria das Graças amava di nascosto il
giovane Cid che però si era lasciato tentare da Melba…Che il matrimonio
di Leonor sia una prigione è vero, però se l’è scelta lei; che Melba,
denunciata da Mimi, venga rinchiusa al Buon Pastore dopo un’umiliante
visita ginecologica, è un sopruso che ci strazia.
E allora benvenuta la vendetta di Leonor, se Melba invece - proprio Melba
che ha avuto in dono l’allegria alla nascita - muore di tisi, malattia
contratta nel carcere convento.
Anche al lettore succede come a
Mariana, che resta per ore a guardare i quaderni, dopo aver finito di
leggerli. E quando il sole batte forte, apre
l’ombrellone e continua a restare lì. Anche noi
continuiamo a sentire le voci di questi personaggi - indimenticabili.
E resta aperta l’interpretazione sul perché duri il matrimonio di
Mariana,: “Ora puoi chiedere il divorzio. Sei più ricca di me.”, le
dice il marito. “Non voglio divorziare”, risponde lei.
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Maria Vittoria
Vittori
Liberazione
16 maggio 2009
La
scrittrice brasiliana, femminista, ricostruisce la storia delle sue
antenate
Heloneida Studart, una sovversiva che racconta altre sovversive
“Francobollo d’addio”: da chi, da che cosa si sta congedando
Heloneida Studart, con questo suo romanzo?
Sono molteplici i congedi, come vedremo: ma va detto anzitutto che
Heloneida Studart, nata a Fortaleza nel 1932 e morta a Rio de Janeiro nel
dicembre 2007, non è soltanto una scrittrice, per quanto d’indubbio
valore – come stiamo imparando a conoscere dalla pubblicazione dei suoi
libri, avviata 2007 da Marcos y Marcos con La
libertà è un passero blu e proseguita con Francobollo d’addio (pp. 246, euro 15,00) - ; è stata pioniera
del movimento femminista brasiliano, detenuta politica durante la
dittatura militare e dal 1978, deputato per il Partito dei Lavoratori
brasiliano. Una donna che riesce a trovare, per questo suo impegno, forme
espressive di grande naturalezza , prive di ogni appesantimento
ideologico, che non pretendono di spiegare il reale ma che si aprono,
piuttosto, alla sua inesauribile complessità. L’unica mentalità da cui
questa scrittrice, così aperta alle ragioni e ai sentimenti altrui, vuole
congedarsi è quell’ipocrita perbenista che per tanti anni ha avvolto in
una cappa soffocante la società del suo paese. E non a caso la vicenda si
apre su una stanza perfettamente sigillata e satura di gas: questa la
morte che ha scelto per sé la protagonista occulta della storia, Maria
das Gracas Nogueira de Alencar. Discendente di un’antica famiglia, morta
a settant’anni ancora
vergine, perché almeno una per famiglia doveva essere immolata
all’altare della devozione materna: Maria, però, non è tipo da
rassegnarsi facilmente, e invece di confezionare conserve e ricamare
lenzuola ricostruisce la storia delle sue antenate sovversive come Barbara
de Alencar, l’eroina della Confederazione dell’Ecuador, e la prozia
Francisca Clotilde, la prima donna a pubblicare un libro nel Cearà.
Entrambe capaci, tra le persecuzioni, di continuare ad abbeverarsi al filo
d’aria delle idee e della scrittura che le consente di mantenersi in
vita e di passare il testimone a chi verrà dopo di loro. Allo stesso modo
farà Maria, affidando il suo quaderno sigillato alla nipote Mariana, la
primogenita di sua sorella Mimi. Mariana esercita la professione
d’avvocato, ha sposato quello che si dice un buon partito, vive in
libertà; eppure conosce bene anche lei la ferita della perdita, inferta né
dalla famiglia né da un uomo ma dal potere: il ragazzo dei suoi
vent’anni, Vasco, è stato risucchiato nella voragine dei desaparecidos.
Mariana non vorrà altri amori: è lei la persona più adatta a
raccogliere il testimone dalle mani di sua zia, quel quaderno che è un
francobollo d’addio alla vita e insieme una rivelazione. L’anima nera
del potere non si annida soltanto nei palazzi governativi e nelle uniformi
dei generali: Mariana incomincia a ravvisarla, pagina dopo pagina,
all’interno della sua famiglia, nei lineamenti di sua madre, livellati
dal grasso e dall’indifferenza, nell’ipocrita brutalità dei suoi
nonni che hanno sacrificato le loro figlie sull’altare dell’onore, di
quel particolare tipo d’onore sigillato tra le gambe delle donne.
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Orribili i primi anni Quaranta nel
Brasile: ma non soltanto per la guerra, che lì arrivava di riflesso,
quanto per quella sorda guerra civile combattuta contro le donne. E che
diventa più feroce con l’arrivo delle truppe americane: avere una
storia con un americano significa condannarsi a morte. Sospettate e
indagate, le donne subiscono l’oltraggio di una verifica ginecologica: e
se l’esito è quello temuto si aprono le porte del Buon Pastore. Un nome
che suona beffardo: per queste pecorelle smarrite non c’è alcun buon
pastore, piuttosto lupi travestite da monache. Questa è anche la sorte di
Melba, la sorella di Mimi e Maria. La sua è una di quelle storie
esemplari di delitto e castigo, anche se il suo unico delitto è quello di
aver amato le canzoni, la vita, la gioia, la sessualità. E anche Maria si
sente coinvolta nella sua storia perché il ragazzo che la sorella ha
amato non è americano, è un vicino di casa di cui lei stessa è
innamorata, Cid: e anche di queste ombre e di questa sotterranea rivalità
è intessuto il loro rapporto. Ma la pietà – suggerisce Heloneida
Studart – non prescinde dalla comprensione delle contraddizioni proprie,
prima ancora che altrui. Altrimenti si diventa come Leanor, la sorella
minore di Mariana protagonista di un’altra storia esemplare: quella di
una donna avvelenata da un rapporto matrimoniale fatto di prepotenza e
crudeltà che decide di applicare la legge del taglione, avvelenando
gradualmente il suo persecutore, l’illustre professore nonché
“cattolico apostolico romano” Alfredo Sampaio. E intorno alla vicenda
di sopraffazione che si sprigiona dal quaderno di Maria das Gracas e
intorno a quest’altra d’odio silenzioso che si svolge in parallelo, si
accampa un folto paesaggio umano costituito da uomini cresciuti
all’ombra di donne avvelenate e soffocanti. Sempre ci sono le donne,
anche quando la scrittrice punta l’attenzione sugli uomini: e sono donne
che a volte deformano sé stesse e i loro figli perché sono state le
prime a subire una deformazione. La stessa Maria das Gracas che ha scritto
di persone libere, di quella libertà non ha potuto respirare niente. E
non è un caso che nel suo quaderno s’accampi come un miraggio la figura
della madre di Cid, la sarta Lica. Una ragazza madre, una poco di buono
nell’ottica dei tempi e nel giudizio di tutti, che pure riverbera un
alone di felicità. Puro, istintivo, sensuale: l’unico che si possa
rintracciare nei tanti personaggi femminili del romanzo. Mi sembra questo,
a ben guardare, l’ulteriore congedo, il vero francobollo d’addio di
Heloneida Studart. La libertà, quella autentica, quella che fonda i
diritti civili, sociali, politici e la stessa possibilità di convivenza
nasce da dentro. E’ la libertà di stare dentro sè stesse, nel
riconoscimento e nella pienezza dei propri desideri.
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Claudia
Caramaschi
www.milanonera.com
giugno 2009
“In realtà, l’unica attenuante della suicida,
di fronte alla giustizia divina, era il suo istinto di ribellione al
destino che la madre, donna Pequenina, aveva scelto per lei. In tutte le
generazioni dei Nogueira, una delle figlie era predestinata al nubilato e
ad assistere la madre nella vecchiaia. Alla prescelta veniva negato
ogni simbolo di femminilità e nessuno poteva farle omaggio di un
complimento, un braccialetto, un paio di orecchini, una boccetta di
profumo.”
Questa la sorte futura destinata all’anima ribelle di Maria das Graças.
Eppure solo l’amore per la scrittura le permise di salvarsi da quella
prigione già annunciata: “Ma il vicario scorse la ribellione nel
luccichio dei suoi occhi. Era di quelle che preferisco scrivere
piuttosto che essere felici”. Il gas fu l’ultimo gesto di una vita
soffocata e un grande pacco di carta scura coperto di francobolli.
Un documento di vita che lega generazioni di donne con lo stesso sangue,
carattere e destino: “Mariana esitava ad aprire i quaderni e leggere i
primi paragrafi, scritti con grafia piccola e compatta. Temeva di
ritrovarsi in quelle frasi, di vedere i suoi dubbi registrati, cinquant’anni
prima, da una donna del suo stesso sangue e temperamento, perché anche
lei era stata allevata per essere la figlia zitella di sua madre.”
Ma ancora una volta l’audacia e l’intelligenza di una donna
prevalsero. Mariana, laureata in legge diviene un’ottima avvocatessa e
si sposa con Bento Assunçao, ultimo discendente di una famiglia di
armatori, seppellendo in un cassetto, ma mai nel cuore, l’amore per
Vasco, giovane “ribelle” politico, sconfitto dalla tortura
istituzionalizzata e gettato da un aereo nel mare della baia di Sepetiba.
“Mariana aveva la sensazione che lui fosse deposto in lei come la spuma
sull’onda, come la rugiada sul fiore; e quel sentimento era così forte
che, anche dopo essersi convinta della sua morte, gli parlava ancora a
bassa voce, nelle notti di nostalgia.”
Mariana che per amore di Leonor, sorella minore a cui tutto è sempre
stato permesso e sposa diabolica e infelice “sposata per vanità e
perché non ne poteva più delle insinuazioni si sua madre che, ogni
giorno, le ricordava che aveva venticinque anni suonati” si improvvisa
difensore “disposto” a tutto, come se l’unica certezza della
famiglia dalle “buone maniere” fosse un dilemma violento “uccidere o
morire”.
Un omicidio diventato inno disperato alla libertà sottratta
quotidianamente e una causa di famiglia si risolvono solo nelle ultime
pagine di questo breve romanzo che vuole essere sfogo e testimonianza di
donne divorate dal bisogno di esprimersi per uscire dall’idea folle che
“solo il matrimonio o la morte” lavano l’onore di una donna smarrita.
Una scrittura cristallina , rapida “come un fiammifero che si spegne”,
preziosa come “una collana di smeraldi”, gioiello delle donne belle
della famiglia che portò infelicità, odio e gloria nefasta.
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Laura
Lazzari
Cartabianca
giugno 2009
"Mariana stava per compiere quarant'anni quando le inviarono per
posta, da Fortaleza, gli scritti di una zia rimasta zitella, Maria das
Graças Nogueira de Alencar. La vecchia era appena morta, non per volontà
di Dio, ma per la propria".
Un sottile filo lega la vita di Mariana a quella della zia, morta
suicida. Le vicende delle due donne presentano affinità sorprendenti che
la nipote scopre lentamente, leggendo le memorie della parente e
ripercorrendo, pagina dopo pagina, la storia della propria famiglia.
Rivede parte di sé in quella zia combattiva, ribelle e intelligente, ma
inesorabilmente destinata all'infelicità, che dopo aver perso
tragicamente il suo primo, unico grande amore, non è più riuscita a
trovare la pace. Rivive il suo rapporto con una madre indolente ed
egoista, che l'ha umiliata e disprezzata e riscopre il valore della
solidarietà femminile in un mondo dove la libertà, almeno per le donne,
è ancora lusso. Ambientato in un Brasile corrotto e violento,
prigioniero di tradizioni bigotte, questo romanzo mette in luce le
contraddizioni più intime della società, dove le madri sono buone e
amorevoli solo con i figli maschi e le bambine sono costrette a cercare
affetto nelle braccia delle domestiche. Gli uomini sono deboli, meschini e
vigliacchi fuori casa, ma detengono tutto il potere all'interno delle mura
domestiche, veri padri padroni che decidono il destino di mogli e figlie.
Non è un caso che questo bellissimo romanzo di denuncia della condizione
femminile sia stato scritto da Heloneida Studart, giornalista, attivista
politica di stampo femminista e deputata del Partito dei lavoratori
brasiliano, scomparsa nel 2007. Una donna che alla lotta contro ogni forma
di discriminazione e di oppressione ha dedicato tutta la vita, pagando
anche con il carcere il suo coraggio.
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Chiara
Valentini
L'Espresso
9 luglio 2009
L'altra
metà del cielo brasiliano
Chissà se è proprio vero che Heloneida Studart era diventata scrittrice
per le tante ore passate ad ascoltare storie fantastiche e crudeli dalla
sua tata nera a Fortaleza, nel Nord-est brasiliano, dove era nata nel
1932. Forse è solo uno dei tanti miti circolati attorno a questa pioniera
del femminismo sudamericano, che nella sua vita avventurosa ha conosciuto
la prigione e la tortura, è stata dirigente del Partito dei lavoratori,
ma ha anche saputo raccontare da scrittrice autentica l'esistenza lacerata
delle donne del suo paese. "Francobollo d'addio" (Marcos y
Marcos, traduzione di Amina Di Munno, pp. 245, €15) ha come nucleo
centrale la storia di due sorelle, Mariana e Leonor, ultime discendenti di
una grande famiglia, i Nogueira Alençar, dove le donne disubbidienti
finivano segregate in convento. In un Brasile ancora sospeso fra cupe
tradizioni e stentate modernità, che si è lasciato alle spalle la
dittatura militare, ma dove la tradizione pesa ancora, le due sorelle
cercano in modi diversi di ribellarsi. Non è padrona di se stessa
Mariana, brillante avvocato ossessionata dal ricordo del giovane Vasco, il
suo amore giovanile torturato e ucciso dai militari, e poi costretta a un
matrimonio di convenienza con un ricco armatore che più estraneo non
potrebbe esserle. Ed è vittima di un marito ossessivo e sadico la bionda
Leonor, che per liberarsene arriva al delitto. Ma per questa Teresa
Batista che uccide il suo persecutore con il veleno invece che con il
coltello è proprio nel suo gesto estremo l'unica identità possibile.
Leonor diventa un'eroina dei rotocalchi, la "belva bionda"
assediata dai giornalisti, e sceglie la prigione che con l'aiuto della
sorella e del potente cognato potrebbe evitare, perché lì finalmente
esiste in quanto persona. Riscattando allo stesso tempo le sue antenate
oppresse.
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Gian
Paolo Grattarola
Mangialibri.com
settembre 2009
Giunta alla soglia dei quarant’anni
Mariana riceve da Fortaleza un grande pacco di carta scura contenente gli
scritti proibiti appartenuti alla zia Maria das Graças Nogueira de
Alencar, che si è appena tolta la vita nell’antica abitazione di
famiglia. Dietro ai racconti della zia si cela il dolore di una donna alla
quale, per usanze familiari, è stato impedito di frequentare
l’università, di sviluppare e rendere pubblica la propria ansia di
scrivere, di aiutare la sorella Melba ad uscire da un riformatorio
religioso, in cui era stata reclusa per espiare peccati carnali. Ma
soprattutto le è stato imposto di sacrificare i propri sentimenti e
restare zitella per accudire la madre. Mariana percorre le pagine di
questo diario, tenuto nascosto in un cassetto per tutta la vita insieme
con il ricordo di un amore mai sbocciato, accarezzando teneramente le
segrete memorie personali di chi a sua volta custodisce, da lungo tempo,
tra le pieghe del cuore il pesante trauma della scomparsa di Vasco. Il
fidanzato che, inviso alla dittatura politica, molti anni prima fu portato
al Campo dos Afonsos e gettato in mare da un aereo. Destini lontani quelli
delle due donne, eppure indissolubilmente accomunati dallo stesso sangue e
dallo stesso temperamento. Una condizione che non impedisce, tuttavia,
alla nipote di disobbedire alle ingiunzioni dei propri genitori,
laureandosi in giurisprudenza e sposandosi con Benito Assunçao, ultimo
erede di una ricca famiglia di armatori. Riuscendo in tal modo a sostenere
economicamente l’endemica causa dei Nogueira de Alencar contro la Banca
del Brasile e di aiutare la sorella Leonor, nel momento in cui questa
deciderà di mettere fine, nella maniera più tragica, a un matrimonio
contratto con un uomo gretto e meschino…
Autrice di numerosi romanzi, Heloneida Studart è stata una delle voci
femminili più significative della letteratura brasiliana del secolo
scorso, di cui purtroppo in Italia è arrivato pochissimo. Giornalista e
attivista politica ha lungamente contribuito a combattere la putredine dei
quartieri poveri di Rio de Janeiro e la discriminazione sociale nei
confronti delle donne. Ma a leggere Francobollo d’addio, il secondo bel
romanzo che Marcos y Marcos pubblica in Italia dopo La libertà è un
passero blu, nella piacevole traduzione di Amina Di Munno, il suo lungo
itinerario sullo sfondo del Novecento sembra condensarsi in una dimensione
domestica, dissolversi in una scrittura intensa e vibrante, in un arabesco
che cattura con soffice intuizione tanto i malinconici disagi dell’anima
quanto gli amari risvolti della vita. Perché questa è la storia di due
intense figure femminili, che hanno compresso entrambe la propria vita in
un lungo periodo di coatto servizio silenzioso alle esigenze famigliari,
attraverso percorsi esistenziali diversi e in qualche modo speculari. Ma
anche l’evocazione di una tradizione sociale, che - lungo il pur
tormentato crinale della storia brasiliana - è stata ed è rimasta
profondamente maschilista, nelle sue regole non scritte come nelle sue
leggi esplicite. E’ da tali profondità che prende consistenza
un’intensa vena descrittiva, che si attarda a raccogliere sfumature
psicologiche, per affastellarle in una tensione narrativa che si nutre di
un mondo dove egoismo e solidarietà, solitudine e amore, protervia e
docilità si attraggono e si respingono in infinite variazioni.
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