heloneida studart

Francobollo d'addio

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Gian Paolo Grattarola, Mangialibri.it, settembre 2009
Chiara Valentini, L'Espresso, luglio 2009
Laura Lazzari, Cartabianca, giugno 2009
Claudia Caramaschi, www.milanonera.com, giugno 2009
Marilia Piccone, www.wuz.it,  giugno 2009 
Claudia Caramaschi, www.wuz.it, giugno 2009,
intervista 
Maria Vittoria Vittori, Liberazione, maggio 2009
buoneletture.wordpress.it, maggio 2009 
Marta Cervino, Marie Claire, maggio 2009 
Antonella Ottolina, "A" - Anna, maggio 2009 
Raffaella Lops, Tiffany - Radio2 Rai, aprile 2009 
Amina Di Munno, La nota del traduttore, aprile 2009 
Riccardo Melito, www.stile.it, aprile 2009 


Riccardo Melito
www.stile.it
aprile 2009

L’orgoglio di genere brasiliano

“Ci sono donne che tentano di sfuggire alle tenaglie di tradizioni bigotte, doveri assurdi, mariti codardi; donne che osano cercare l’amore e finiscono…”
Il Brasile è sempre stato nell’immaginario occidentale un terra ricca di musica, colori, danza e belle donne. Ma, come ogni generalizzazione ed idealizzazione è riduttiva, così quella splendida terra è molto di più ed è molto più complessa. Non solo per la sua vastità e quindi per l’eterogeneità di paesaggi, climi e persone; ma anche e soprattutto per la sua storia fatta di continue stratificazioni. Quella locale degli indios, che si fonde con quella yoruba africana degli schiavi, che a loro volta si fondono con quella dominante dei colonizzatori europei. Una tale mistura ha dato vita a quel magico sincretismo che domina quella terra e a quel miscuglio di razze che la abita.
Proprio un tale incantato sentore spira dalle pagine di Heloneida Studart, dalle righe della traduzione italiana di “Francobollo d’addio”, in uscita per la Marcos y Marcos il prossimo 23 aprile.

Heloneida Studart è una tra le donne più importanti della storia brasiliana moderna. Nata a Fortaleza, nello splendido Nordest, il 3 aprile 1932. Da quella che viene considerata come la zona più affascinate del Brasile, una giovane Heloneida si sposta verso l’allora capitale Rio de Janeiro. Lì compie  i suoi studi ed i suoi primi passi nel mondo del giornalismo. Eletta nel 1966 presidente del Sindacato delle Associazioni Culturali (Senambra), fu arrestata e destituita dall’incarico nel 1969, per essersi opposta alla dittatura. Durante la sua prigionia fu anche torturata. Quella terribile esperienza è raccolta in quella che viene definita la “Trilogia della tortura”, 

 



 



composta da “La libertà è un passero azzurro” (pubblicato in Italia sempre da Marcos y Marcos nel 2008), “Lo stendardo dell’agonia”( ispirato dalla vita della sua amica Zuzu Angel) e da “Il torturatore nella processione”. Autrice anche di numerosi saggi sulla condizione femminile, nel 1978 viene eletta per il suo primo mandato come deputata dello stato di Rio de Janeiro per il Partito dei Lavoratori. Durante la sua carriera politica, lunga ben sei mandati, la Studart si contraddistingue per la lotta a sostegno dei diritti delle donne, tanto che nel 1975 fonda il Centro delle Donne Brasiliane, la prima entità femminista del paese, ed il Centro Statale dei Diritti delle Donne (Cedim).
Si spegne per un attacco cardiaco il 3 dicembre 2007.

Il romanzo “Francobollo d’addio”, mantiene la sua sensibilità verso il mondo femminile e narra le vicende di due donne Mariana e Leonor, sorelle, e della loro famiglia i Nogueira Alencar (come nella migliore tradizione letteraria brasiliana). Narra soprattutto le difficoltà che le donne incontravano (e forse ancora incontrano) nella società brasiliana, i loro tentativi di fuga dai lazzi delle tradizioni bigotte, dei doveri sessisti, dei matrimoni falliti e dei mariti padroni. Così quando Leonor, si vendica del trattamento da schiava subito, uccidendo il marito, Mariana – che è avvocato – decide di difenderla anche per riscattare l’oppressione del suo genere.
Così l’autrice attraverso la storia di un omicidio perpetrato per vendetta compone un passionale inno all’amore ed al riconoscimento del ruolo della donna. Il tutto incorniciato da un Brasile meraviglioso, ma sfiancato dalla corruzione e dai criminali. Comunque irresistibilmente magico.

Amina di Munno
La nota del traduttore

25 aprile 2009

Ha il suono di un nome straniero, Heloneida Studart, ma in Brasile il dato non stupisce, poiché la multietnicità è il fattore costitutivo della popolazione del Nuovo Mondo. Nata a Fortaleza, capitale del Ceará, Heloneida discendeva, dal ramo materno, dal Barone Studart, giovane inglese stabilitosi nel Ceará alla fine del 1840 e, da quello paterno, dall’illustre geografo Antonio Bezerra de Meneses. Allieva del collegio di suore dell’Immacolata Concezione, a nove anni scriveva una storia infantile: La bambina che fuggì dal freddo. Quel momento segnò il suo futuro di scrittrice!
Molte pagine dei racconti di Heloneida Studart sono frutto di esperienze personali. Alcuni personaggi della finzione letteraria e la loro posizione sociale sono speculari di una realtà alla quale la scrittrice di fatto apparteneva. Francobollo d'addio, secondo romanzo della Studart, che le edizioni Marcos y Marcos propongono ora al lettore italiano, segna anche il mio secondo incontro come traduttrice con la scrittrice nordestina. Impegnata politicamente, Heloneida scrive cronache e articoli giornalistici in favore dei diseredati e dei diritti della donna. Sotto il regime militare si imbatte nelle maglie della censura e arriva a conoscere il carcere.
Il ritmo narrativo dei suoi romanzi è musicale e a tratti poetico. Francobollo d'addio racchiude in sé due storie narrate sincronicamente, con episodi che contemplano lo scarto di due generazioni, attraverso l’espediente della lettura da parte della protagonista Mariana di una sorta di diario, recapitatole per posta, della zia Maria das Graças, morta suicida.
Amori proibiti e tragici accomunano Mariana e Maria das Graças, nipote e zia, simili fra loro e destinate dalla famiglia al nubilato. Mariana  è ossessionata dal ricordo di Vasco, non dimentica che si può essere torturati e uccisi a ventidue anni dalla violenza di una dittatura.

 



 

 Leonor, tramite le nozze, avrebbe dovuto salvare le sorti della sua illustre e antica famiglia, dissestata da un’interminabile Causa contro la Banca del Brasile. Il matrimonio si rivela un fallimento e si conclude con un omicidio per avvelenamento.
Fortissimo è il senso dell’onore e dell’orgoglio: Melba, per essersi concessa all’uomo amato, è rinchiusa nel Convento del Buon Pastore. Nella concezione di un padre dai rigidi principi, il valore della donna è la sua verginità, così qui si racconta di un episodio al quale Heloneida aveva nella realtà assistito da ragazzina: a seguito di una traumatica visita ginecologica, ecco la diagnosi, sotto forma di condanna, emessa dal medico “per iscritto e siglata: ‘Imene dilacerato. Deflorazione recente’”.
Personaggi e circostanze ruotano attorno alla(e) storia(e) centrale(i) e si intersecano creando una fitta trama che genera suspense e tensione. Sullo sfondo dei fatti narrati aleggiano i sogni e la magia, le delusioni e le speranze, le passioni segrete e i timori. Tratteggiate con le tinte forti che caratterizzano la geografia locale, da un lato c’è Fortaleza, con la sua storia e le sue tradizioni, dall’altro Rio, con le sue piazze affollate e i palazzi un tempo sedi del governo. Il paesaggio tropicale, con la jandaia, il Giardino Botanico, gli alberi e i palmeti centenari, fa da contrappunto alle note di folclore, credenze popolari, macumba, ebó e recite di rosario.
Nella ricodifica del testo in italiano, voglio sperare che ci siano, secondo le buone norme della traduttologia, le minori perdite possibili, affinché siano godibili, così come nell’originale, anche le pieghe più nascoste del puntuale affresco di un Brasile contraddittorio, ma di grande spessore e indiscutibile fascino.

Raffaella Lops
Tiffany - Radio2 Rai

25 aprile 2009

Una donna che piange il suo vero amore, trucidato dal potere.
La rabbia di sua sorella, oppressa dal marito, che sfocia in un orrendo delitto.
Sullo sfondo, un Brasile splendido, sfiancato dalla corruzione e dai trafficanti di droga.
Un romanzo che incanta e che brucia.
Un appello alla libertà delle donne, da una penna appassionata e sovversiva.
Heloneida Studart, uno dei miti del femminismo brasiliano.

 

Antonella Ottolina
"A"- Anna

28 maggio 2009

Quella dell'autrice è stata una vita dedicata alla difesa dei diritti delle donne, in Brasile.
Mariana e Leonor, sue creature letterarie in questo romanzo, sono il simbolo di quella lotta. Che si scatena, come una furia cieca, di fronte all'ennesimo abuso di un marito oppressore.

Marta Cervino 
Marie Claire

maggio 2009

Marina e Leonor, le sorelle Nogueira Alencar, sembrano condurre un’esistenza invidiabile. In realtà sono vittima di una madre egoista e di matrimoni infelici. La prima è sposata con un ricco armatore (che colleziona orologi quasi a scandire ogni secondo che la moglie non lo ama), la seconda con un gretto professore nei confronti di cui alleva un odio letale. I diari che zia Maria lascia a Marianan sono l’inizio. Il resto è una storia di famiglia (delitti, segreti e bugie) tutta al femminile. Donne forti, ribelli. E che ieri come oggi – vivaddio! – amano troppo.

 

 
buoneletture.wordpress.com

30 maggio 2009

Chi ama i caratteri tipici delle letterature sudamericane, le geografie improbabili di Garcia Marquez o Jorge Amado, non dovrebbe mancare l’appuntamento con Heloneida Studart, di cui Marcos Y marcos propone ora Francobollo d’addio dopo averci fatto conoscere l’autrice con La libertà è un passero blu.
Il linguaggio e le atmosfere danno vita in questo vibrante romanzo ad un connubio saggiamente in equilibro tra il reale e l’ irreale (ma possibile).
Come in molte parti del mondo, neppure in Brasile i diritti delle donne ottengono rispetto assoluto, e Francobollo d’addio (come del resto l’intera vita e opera di Heloneida, vera e propria icona del femminismo locale) è un vero e proprio inno alla libertà delle donne, alla capacità di coalizzarsi per difendersi dalle difficoltà, tematiche non fini a se stesse, che emergono da una gran bella storia, affascinante come la terra da cui proviene, leggera e profonda al tempo stesso: la sorte di Mariana e Leonor, due sorelle molto diverse, e della loro famiglia cattura subito il cuore del lettore dalle prime pagine.
Leggere solo e soltanto autori sudamericani può risultare eccessivo, ma ritrovare ogni tanto il particolare clima che si sprigiona dalle pagine da quegli scrittori, è impagabile!

 

Claudia Caramaschi
wuz.it

9 giugno 2009

Intervista a Claudia Tarolo

La casa editrice Marcos y Marcos ha due editori, Claudia Tarolo e Marco Zapparoli, che leggono, selezionano, pubblicano libri (in numero volutamente limitato) che garantiscano qualità e originalità. Ecco dalle parole di Claudia come è caduta la scelta su Francobollo d'addio, romanzo di Heloneida Studart, scrittrice brasiliana scomparsa quasi due anni fa e di cui la Marcos y Marcos aveva già pubblicato un altro romanzo, La libertà è un passero blu.


Ci racconti perchè hai deciso di pubblicare Heloneida Studart?
Ci ha colpito la sua passione, tanto generosa e femminile: sa unire magistralmente un'aspirazione generale alla pace come libera coesistenza tra diversi, con la passione amorosa, erotica, che nei suoi romanzi occupa il posto che merita senza mai diventare egoistica miopia. Altrettanto bella è la sua scrittura, ruvida e penetrante. Sono libri che lasciano il segno, entrano a far parte di noi: i libri che vogliamo pubblicare.

A quale personaggio del libro ti senti più vicina?
Certamente al personaggio di Mariana, la sorella forte e intelligente, capacissima di reggersi sulle proprie gambe, di prendersi le proprie responsabilità e di agire, eppure consapevole della necessità di abbandonarsi al richiamo delle emozioni, del cuore.

Come  descriveresti Heloneida Studart?
Come una donna coraggiosa, impegnata per tutta la vita nella difesa dei deboli, dei poveri, delle donne, in un paese come il Brasile dove questo ha significato anche persecuzione vera, prigione. Tutto questo senza rinunciare alla propria femminilità, ad essere moglie e madre, senza rinunciare a sognare, a lasciar correre la fantasia nei suoi romanzi.

La libertà è un passero blu o un Francobollo d'Addio?
La libertà è un passero blu, un sogno semplice, un'utopia quotidiana. È già tanto conoscere e accettare i propri limiti, non farsi spegnere e soffocare dalle infinite, invisibili dipendenze che ci legano, alimentare un'allegra lucidità. La libertà è un francobollo d'addio, perché bisogna saper chiudere, dire di no quando è necessario, nella consapevolezza di poter e dover scegliere per tutta la vita.

La condizione della donna in Brasile oggi rispetto a ieri?
Questo andrebbe chiesto a Heloneida, se potesse ancora rispondere. Nei suoi romanzi ripete "Possibile che per le donne non arrivi mai la libertà?". Alcuni aspetti sono di certo migliorati, la famiglia non esercita più un potere assoluto di vita o di morte sulle figlie femmine, la verginità non è più un valore quasi sacro; eppure molti vincoli persistono, vischiosi e impercettibili, in Brasile, in Italia, in tutto il mondo. Soprattutto la condanna a dover scegliere tra femminilità e indipendenza.


 

 

Ci saranno altri libri  di Studart Heloneida da pubblicare?
Ne abbiamo già uno in programmazione per il 2010, molto bello e molto duro, dove si parla ancora di amore ma anche di boia, di tortura.

L'importanza della grafica delle vostre copertine: si ha sempre la sensazione che il grafico legga prima ogni libro che illustra. Cosa quasi unica in Italia.
La verità è che la nostra è una casa editrice "a conduzione familiare”, dove la nostra impronta personale è dappertutto: la copertina nasce da una collaborazione più che collaudata tra noi (io e Marco Zapparoli, i due editori) che conosciamo intimamente il libro e il nostro illustratore, Lorenzo Lanzi, che trasforma creativamente in immagini le nostre idee.

Tra i vostri meriti l'aver tolto dall'oblio e dalla polvere autori come John Fante.
È uno dei nostri marchi di fabbrica: ridare vita a gioielli sepolti sotto la polvere. È stato il caso di John Fante, ma anche di Vian, di John Kennedy Toole, di Dürrenmatt e di tanti altri. La velocità scriteriata che domina questo mercato di mordi e fuggi rischia di lasciare indietro meraviglie che sta a noi editori indipendenti, meno schiavi del mercato, proteggere, salvare, rilanciare, per il piacere dei tanti lettori forti ed esigenti che esistono pur sempre nel nostro paese.

L'intuito di trovare fenomeni editoriali come Jasper Fforde...
Si tratta sempre di saper rischiare: Jasper Fforde veniva ritenuto dai grandi editori troppo difficile da tradurre, o più in generale da importare, con tutte le sue invenzioni linguistiche e i riferimenti letterari. Noi abbiamo creduto di poter fare, con dedizione, fatica e parecchia inventiva, un buon lavoro, e i lettori entusiasti del mondo inventato da Jasper Fforde ci hanno dato ragione.

Il mondo editoriale oggi dove sta andando?
C'è una tendenza prevalente a puntare su pochi libri, a farne potentissimi bestseller, assi pigliatutto. Noi, come Heloneida Studart, crediamo nella diversità, nella varietà delle voci, nei mille rivoli da difendere nella loro unicità, e la resistenza di tanti editori indipendenti ci aiuta a sperare.

Marilia Piccone
wuz.it
9 giugno 2009

Ci sono dei romanzi di cui si legge la prima frase e si sa immediatamente, senza incertezze, che si proseguirà la lettura, che non si riuscirà a posare il libro prima di averlo terminato.
“Mariana stava
per compiere quarant’anni quando le inviarono per posta, da Fortaleza, gli scritti di una zia rimasta zitella, Maria das Graças Nogueira de Alencar. La vecchia era appena morta, non per volontà di Dio, ma per la propria.”  Incomincia così Francobollo d’addio della scrittrice brasiliana Heloneida Studart, una donna dalla vita così interessante da poter diventare lei stessa protagonista di un romanzo. Sono tre righe scarse in cui ci vengono presentati due personaggi, una zia anziana che non si è mai sposata ed è morta suicida e la nipote che si avvicina alla soglia della mezza età. La zia dal nome altisonante ha scritto qualcosa - un diario? un romanzo? - e Mariana prima o poi lo leggerà: in questo doppio di zia e nipote si annuncia anche una doppia storia, nel presente e nel passato. E noi restiamo incatenati alla lettura.
Francobollo d’addio è una storia di famiglia, ma soprattutto una storia di donne - povere donne che passano dalla potestà del padre a quella del marito, oppure sono destinate a restare sotto il giogo materno, scelte fin dalla nascita come future infermiere della genitrice anziana. Impossibile ribellarsi - qualunque colpo di testa, qualunque comportamento giudicato scorretto o immorale veniva punito con la reclusione in un convento che non era altro che una prigione con crocifissi e statue della Vergine.
Le vicende delle tre sorelle Nogueira de Alencar nel tempo appena precedente la seconda guerra mondiale sono raccontate come costante contrappunto a quelle di Mariana e Leonor, figlie di Donna Mimi Nogueira de Alencar, nel presente. E restiamo turbati nel renderci conto di quanto poco sia cambiata la società, di quali sforzi debba fare una donna semplicemente per ‘essere’, ‘essere’ senza il connotato di ‘moglie’. Mariana è quella che ce l’ha fatta - forse ha ereditato tutti i geni ribelli della famiglia, a
partire da quelli dell’eroina della Confederazione dell’Ecuador, Barbara de Alencar. Perché Mariana, destinata a fare assistenza alla madre, si era laureata in giurisprudenza, seguiva la famosa Causa di famiglia contro la Banca del Brasile che li aveva impoveriti, e aveva sposato un ricco imprenditore.



 

Intanto Vasco, il suo grande amore dei vent’anni, era stato arrestato, torturato e gettato giù da un aereo - quindi uno valeva l’altro, tant’è sposare l’uomo che avrebbe voluto sposare sua sorella. Perché invece la bionda Leonor, che aveva avuto in eredità i gioielli che spettavano di diritto alle donne belle di famiglia, si era incapricciata di un professore universitario, fervente cattolico e nemico dei comunisti. Lo aveva sposato, per pentirsene prestissimo - Alfredo si era rivelato un uomo gretto, meschino, bigotto, incapace di amore, incapace di sesso. Non riesce difficile capire come Leonor, umiliata ed esasperata, finisca per ricorrere ad una soluzione che pare una variante brasiliana del film di Germi Divorzio all’italiana con un tocco di Agata Christie.
Mentre le scene ambientate nel presente sono alleviate da un umorismo che rende divertenti anche episodi tristemente grotteschi, quelle del passato - che leggiamo insieme a Mariana nei quaderni della zia- sono ben più sconvolgenti. Donna Mimi, la madre di Mariana e Leonor, che ora passa il tempo a letto mangiando cioccolatini, amava i dolci anche mezzo secolo prima; era la sorella maggiore, invidiosa della bellezza e della vivacità di Melba, la più piccola delle tre. Mentre nessuno faceva caso a Maria das Graças, la figlia di mezzo, l’intellettuale destinata a restare zitella. Ci sono dei parallelismi sconcertanti tra presente e passato: Maria das Graças amava di nascosto il giovane Cid che però si era lasciato tentare da Melba…Che il matrimonio di Leonor sia una prigione è vero, però se l’è scelta lei; che Melba, denunciata da Mimi, venga rinchiusa al Buon Pastore dopo un’umiliante visita ginecologica, è un sopruso che ci strazia. E allora benvenuta la vendetta di Leonor, se Melba invece - proprio Melba che ha avuto in dono l’allegria alla nascita - muore di tisi, malattia contratta nel carcere convento.
Anche al lettore succede come a Mariana, che resta per ore a guardare i quaderni, dopo aver finito di leggerli. E quando il sole batte forte, apre l’ombrellone e continua a restare lì. Anche noi continuiamo a sentire le voci di questi personaggi - indimenticabili. E resta aperta l’interpretazione sul perché duri il matrimonio di Mariana,: “Ora puoi chiedere il divorzio. Sei più ricca di me.”, le dice il marito. “Non voglio divorziare”, risponde lei.

Maria Vittoria Vittori
Liberazione

16 maggio 2009

La scrittrice brasiliana, femminista, ricostruisce la storia delle sue antenate
Heloneida Studart, una sovversiva che racconta altre sovversive

“Francobollo d’addio”: da chi, da che cosa si sta congedando Heloneida Studart, con questo suo romanzo?
Sono molteplici i congedi, come vedremo: ma va detto anzitutto che Heloneida Studart, nata a Fortaleza nel 1932 e morta a Rio de Janeiro nel dicembre 2007, non è soltanto una scrittrice, per quanto d’indubbio valore – come stiamo imparando a conoscere dalla pubblicazione dei suoi libri, avviata 2007 da Marcos y Marcos con La libertà è un passero blu e proseguita con Francobollo d’addio (pp. 246, euro 15,00) - ; è stata pioniera del movimento femminista brasiliano, detenuta politica durante la dittatura militare e dal 1978, deputato per il Partito dei Lavoratori brasiliano. Una donna che riesce a trovare, per questo suo impegno, forme espressive di grande naturalezza , prive di ogni appesantimento ideologico, che non pretendono di spiegare il reale ma che si aprono, piuttosto, alla sua inesauribile complessità. L’unica mentalità da cui questa scrittrice, così aperta alle ragioni e ai sentimenti altrui, vuole congedarsi è quell’ipocrita perbenista che per tanti anni ha avvolto in una cappa soffocante la società del suo paese. E non a caso la vicenda si apre su una stanza perfettamente sigillata e satura di gas: questa la morte che ha scelto per sé la protagonista occulta della storia, Maria das Gracas Nogueira de Alencar. Discendente di un’antica famiglia, morta a settant’anni  ancora vergine, perché almeno una per famiglia doveva essere immolata all’altare della devozione materna: Maria, però, non è tipo da rassegnarsi facilmente, e invece di confezionare conserve e ricamare lenzuola ricostruisce la storia delle sue antenate sovversive come Barbara de Alencar, l’eroina della Confederazione dell’Ecuador, e la prozia Francisca Clotilde, la prima donna a pubblicare un libro nel Cearà. Entrambe capaci, tra le persecuzioni, di continuare ad abbeverarsi al filo d’aria delle idee e della scrittura che le consente di mantenersi in vita e di passare il testimone a chi verrà dopo di loro. Allo stesso modo farà Maria, affidando il suo quaderno sigillato alla nipote Mariana, la primogenita di sua sorella Mimi. Mariana esercita la professione d’avvocato, ha sposato quello che si dice un buon partito, vive in libertà; eppure conosce bene anche lei la ferita della perdita, inferta né dalla famiglia né da un uomo ma dal potere: il ragazzo dei suoi vent’anni, Vasco, è stato risucchiato nella voragine dei desaparecidos. Mariana non vorrà altri amori: è lei la persona più adatta a raccogliere il testimone dalle mani di sua zia, quel quaderno che è un francobollo d’addio alla vita e insieme una rivelazione. L’anima nera del potere non si annida soltanto nei palazzi governativi e nelle uniformi dei generali: Mariana incomincia a ravvisarla, pagina dopo pagina, all’interno della sua famiglia, nei lineamenti di sua madre, livellati dal grasso e dall’indifferenza, nell’ipocrita brutalità dei suoi nonni che hanno sacrificato le loro figlie sull’altare dell’onore, di quel particolare tipo d’onore sigillato tra le gambe delle donne. 



 

Orribili i primi anni Quaranta nel Brasile: ma non soltanto per la guerra, che lì arrivava di riflesso, quanto per quella sorda guerra civile combattuta contro le donne. E che diventa più feroce con l’arrivo delle truppe americane: avere una storia con un americano significa condannarsi a morte. Sospettate e indagate, le donne subiscono l’oltraggio di una verifica ginecologica: e se l’esito è quello temuto si aprono le porte del Buon Pastore. Un nome che suona beffardo: per queste pecorelle smarrite non c’è alcun buon pastore, piuttosto lupi travestite da monache. Questa è anche la sorte di Melba, la sorella di Mimi e Maria. La sua è una di quelle storie esemplari di delitto e castigo, anche se il suo unico delitto è quello di aver amato le canzoni, la vita, la gioia, la sessualità. E anche Maria si sente coinvolta nella sua storia perché il ragazzo che la sorella ha amato non è americano, è un vicino di casa di cui lei stessa è innamorata, Cid: e anche di queste ombre e di questa sotterranea rivalità è intessuto il loro rapporto. Ma la pietà – suggerisce Heloneida Studart – non prescinde dalla comprensione delle contraddizioni proprie, prima ancora che altrui. Altrimenti si diventa come Leanor, la sorella minore di Mariana protagonista di un’altra storia esemplare: quella di una donna avvelenata da un rapporto matrimoniale fatto di prepotenza e crudeltà che decide di applicare la legge del taglione, avvelenando gradualmente il suo persecutore, l’illustre professore nonché “cattolico apostolico romano” Alfredo Sampaio. E intorno alla vicenda di sopraffazione che si sprigiona dal quaderno di Maria das Gracas e intorno a quest’altra d’odio silenzioso che si svolge in parallelo, si accampa un folto paesaggio umano costituito da uomini cresciuti all’ombra di donne avvelenate e soffocanti. Sempre ci sono le donne, anche quando la scrittrice punta l’attenzione sugli uomini: e sono donne che a volte deformano sé stesse e i loro figli perché sono state le prime a subire una deformazione. La stessa Maria das Gracas che ha scritto di persone libere, di quella libertà non ha potuto respirare niente. E non è un caso che nel suo quaderno s’accampi come un miraggio la figura della madre di Cid, la sarta Lica. Una ragazza madre, una poco di buono nell’ottica dei tempi e nel giudizio di tutti, che pure riverbera un alone di felicità. Puro, istintivo, sensuale: l’unico che si possa rintracciare nei tanti personaggi femminili del romanzo. Mi sembra questo, a ben guardare, l’ulteriore congedo, il vero francobollo d’addio di Heloneida Studart. La libertà, quella autentica, quella che fonda i diritti civili, sociali, politici e la stessa possibilità di convivenza nasce da dentro. E’ la libertà di stare dentro sè stesse, nel riconoscimento e nella pienezza dei propri desideri.

Claudia Caramaschi
www.milanonera.com

giugno 2009

“In realtà, l’unica attenuante della suicida, di fronte alla giustizia divina, era il suo istinto di ribellione al destino che la madre, donna Pequenina, aveva scelto per lei. In tutte le generazioni dei Nogueira, una delle figlie era predestinata al nubilato e ad assistere la madre nella vecchiaia.  Alla prescelta veniva negato ogni simbolo di femminilità e nessuno poteva farle omaggio di un complimento, un braccialetto, un paio di orecchini, una boccetta di profumo.”
Questa la sorte futura destinata all’anima ribelle di Maria das Graças. Eppure solo l’amore per la scrittura le permise di salvarsi da quella prigione già annunciata: “Ma il vicario scorse la ribellione nel luccichio dei suoi occhi.  Era di quelle che preferisco scrivere piuttosto che essere felici”. Il gas fu l’ultimo gesto di una vita soffocata e un grande pacco di carta scura coperto di francobolli.
Un documento di vita che lega generazioni di donne con lo stesso sangue, carattere e destino: “Mariana esitava ad aprire i quaderni e leggere i primi paragrafi, scritti con grafia piccola e compatta. Temeva di ritrovarsi in quelle frasi, di vedere i suoi dubbi registrati, cinquant’anni prima, da una donna del suo stesso sangue e temperamento, perché anche lei era stata allevata per essere la figlia zitella di sua madre.”
Ma ancora una volta l’audacia e l’intelligenza di una donna prevalsero. Mariana, laureata in legge diviene un’ottima avvocatessa e si sposa con Bento Assunçao, ultimo discendente di una famiglia di armatori, seppellendo in un cassetto, ma mai nel cuore, l’amore per Vasco, giovane “ribelle” politico, sconfitto dalla tortura istituzionalizzata e gettato da un aereo nel mare della baia di Sepetiba.
“Mariana aveva la sensazione che lui fosse deposto in lei come la spuma sull’onda, come la rugiada sul fiore; e quel sentimento era così forte che, anche dopo essersi convinta della sua morte, gli parlava ancora a bassa voce, nelle notti di nostalgia.”
Mariana che per amore di Leonor, sorella minore a cui tutto è sempre stato permesso e sposa diabolica e infelice “sposata per vanità e perché non ne poteva più delle insinuazioni si sua madre che, ogni giorno, le ricordava che aveva venticinque anni suonati” si improvvisa difensore “disposto” a tutto, come se l’unica certezza della famiglia dalle “buone maniere” fosse un dilemma violento “uccidere o morire”.
Un omicidio diventato inno disperato alla libertà sottratta quotidianamente e una causa di famiglia si risolvono solo nelle ultime pagine di questo breve romanzo che vuole essere sfogo e testimonianza di donne divorate dal bisogno di esprimersi per uscire dall’idea folle che “solo il matrimonio o la morte” lavano l’onore di una donna smarrita.
Una scrittura cristallina , rapida “come un fiammifero che si spegne”, preziosa come “una collana di smeraldi”, gioiello delle donne belle della famiglia che portò infelicità, odio e gloria nefasta.



Laura Lazzari
Cartabianca

giugno 2009

"Mariana stava per compiere quarant'anni quando le inviarono per posta, da Fortaleza, gli scritti di una zia rimasta zitella, Maria das Graças Nogueira de Alencar. La vecchia era appena morta, non per volontà di Dio, ma per la propria".

Un sottile filo lega la vita di Mariana a quella della zia, morta suicida. Le vicende delle due donne presentano affinità sorprendenti che la nipote scopre lentamente, leggendo le memorie della parente e ripercorrendo, pagina dopo pagina, la storia della propria famiglia. Rivede parte di sé in quella zia combattiva, ribelle e intelligente, ma inesorabilmente destinata all'infelicità, che dopo aver perso tragicamente il suo primo, unico grande amore, non è più riuscita a trovare la pace. Rivive il suo rapporto con una madre indolente ed egoista, che l'ha umiliata e disprezzata e riscopre il valore della solidarietà femminile in un mondo dove la libertà, almeno per le donne, è ancora  lusso. Ambientato in un Brasile corrotto e violento, prigioniero di tradizioni bigotte, questo romanzo mette in luce le contraddizioni più intime della società, dove le madri sono buone e amorevoli solo con i figli maschi e le bambine sono costrette a cercare affetto nelle braccia delle domestiche. Gli uomini sono deboli, meschini e vigliacchi fuori casa, ma detengono tutto il potere all'interno delle mura domestiche, veri padri padroni che decidono il destino di mogli e figlie. Non è un caso che questo bellissimo romanzo di denuncia della condizione femminile sia stato scritto da Heloneida Studart, giornalista, attivista politica di stampo femminista e deputata del Partito dei lavoratori brasiliano, scomparsa nel 2007. Una donna che alla lotta contro ogni forma di discriminazione e di oppressione ha dedicato tutta la vita, pagando anche con il carcere il suo coraggio.

Chiara Valentini
L'Espresso

9 luglio 2009

L'altra metà del cielo brasiliano

Chissà se è proprio vero che Heloneida Studart era diventata scrittrice per le tante ore passate ad ascoltare storie fantastiche e crudeli dalla sua tata nera a Fortaleza, nel Nord-est brasiliano, dove era nata nel 1932. Forse è solo uno dei tanti miti circolati attorno a questa pioniera del femminismo sudamericano, che nella sua vita avventurosa ha conosciuto la prigione e la tortura, è stata dirigente del Partito dei lavoratori, ma ha anche saputo raccontare da scrittrice autentica l'esistenza lacerata delle donne del suo paese. "Francobollo d'addio" (Marcos y Marcos, traduzione di Amina Di Munno, pp. 245, €15) ha come nucleo centrale la storia di due sorelle, Mariana e Leonor, ultime discendenti di una grande famiglia, i Nogueira Alençar, dove le donne disubbidienti finivano segregate in convento. In un Brasile ancora sospeso fra cupe tradizioni e stentate modernità, che si è lasciato alle spalle la dittatura militare, ma dove la tradizione pesa ancora, le due sorelle cercano in modi diversi di ribellarsi. Non è padrona di se stessa Mariana, brillante avvocato ossessionata dal ricordo del giovane Vasco, il suo amore giovanile torturato e ucciso dai militari, e poi costretta a un matrimonio di convenienza con un ricco armatore che più estraneo non potrebbe esserle. Ed è vittima di un marito ossessivo e sadico la bionda Leonor, che per liberarsene arriva al delitto. Ma per questa Teresa Batista che uccide il suo persecutore con il veleno invece che con il coltello è proprio nel suo gesto estremo l'unica identità possibile. Leonor diventa un'eroina dei rotocalchi, la "belva bionda" assediata dai giornalisti, e sceglie la prigione che con l'aiuto della sorella e del potente cognato potrebbe evitare, perché lì finalmente esiste in quanto persona. Riscattando allo stesso tempo le sue antenate oppresse.

 

Gian Paolo Grattarola
Mangialibri.com

settembre 2009

Giunta alla soglia dei quarant’anni Mariana riceve da Fortaleza un grande pacco di carta scura contenente gli scritti proibiti appartenuti alla zia Maria das Graças Nogueira de Alencar, che si è appena tolta la vita nell’antica abitazione di famiglia. Dietro ai racconti della zia si cela il dolore di una donna alla quale, per usanze familiari, è stato impedito di frequentare l’università, di sviluppare e rendere pubblica la propria ansia di scrivere, di aiutare la sorella Melba ad uscire da un riformatorio religioso, in cui era stata reclusa per espiare peccati carnali. Ma soprattutto le è stato imposto di sacrificare i propri sentimenti e restare zitella per accudire la madre. Mariana percorre le pagine di questo diario, tenuto nascosto in un cassetto per tutta la vita insieme con il ricordo di un amore mai sbocciato, accarezzando teneramente le segrete memorie personali di chi a sua volta custodisce, da lungo tempo, tra le pieghe del cuore il pesante trauma della scomparsa di Vasco. Il fidanzato che, inviso alla dittatura politica, molti anni prima fu portato al Campo dos Afonsos e gettato in mare da un aereo. Destini lontani quelli delle due donne, eppure indissolubilmente accomunati dallo stesso sangue e dallo stesso temperamento. Una condizione che non impedisce, tuttavia, alla nipote di disobbedire alle ingiunzioni dei propri genitori, laureandosi in giurisprudenza e sposandosi con Benito Assunçao, ultimo erede di una ricca famiglia di armatori. Riuscendo in tal modo a sostenere economicamente l’endemica causa dei Nogueira de Alencar contro la Banca del Brasile e di aiutare la sorella Leonor, nel momento in cui questa deciderà di mettere fine, nella maniera più tragica, a un matrimonio contratto con un uomo gretto e meschino…  
Autrice di numerosi romanzi, Heloneida Studart è stata una delle voci femminili più significative della letteratura brasiliana del secolo scorso, di cui purtroppo in Italia è arrivato pochissimo. Giornalista e attivista politica ha lungamente contribuito a combattere la putredine dei quartieri poveri di Rio de Janeiro e la discriminazione sociale nei confronti delle donne. Ma a leggere Francobollo d’addio, il secondo bel romanzo che Marcos y Marcos pubblica in Italia dopo La libertà è un passero blu, nella piacevole traduzione di Amina Di Munno, il suo lungo itinerario sullo sfondo del Novecento sembra condensarsi in una dimensione domestica, dissolversi in una scrittura intensa e vibrante, in un arabesco che cattura con soffice intuizione tanto i malinconici disagi dell’anima quanto gli amari risvolti della vita. Perché questa è la storia di due intense figure femminili, che hanno compresso entrambe la propria vita in un lungo periodo di coatto servizio silenzioso alle esigenze famigliari, attraverso percorsi esistenziali diversi e in qualche modo speculari. Ma anche l’evocazione di una tradizione sociale, che - lungo il pur tormentato crinale della storia brasiliana - è stata ed è rimasta profondamente maschilista, nelle sue regole non scritte come nelle sue leggi esplicite. E’ da tali profondità che prende consistenza un’intensa vena descrittiva, che si attarda a raccogliere sfumature psicologiche, per affastellarle in una tensione narrativa che si nutre di un mondo dove egoismo e solidarietà, solitudine e amore, protervia e docilità si attraggono e si respingono in infinite variazioni.

Scheda del libro

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