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FULVIO
ERVAS Finché c'è prosecco c'è speranza |
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lecconotizie.com,
ottobre 2011
pareri
dei lettori: |
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Stefania Vitulli Il Foglio agosto 2010 Ferragosto di fuoco per l’ispettore Stucky in gita tra le colline del prosecco con le belle vicine di casa, si sveglia in un letto non suo, in posizione non consona. Unica certezza, le stelle. Di ritorno a Treviso, cercando conforto tra i calici, trova il suo oste di fiducia malinconico: non si capacita del suicidio plateale del conte Ancillotto, fornitore di vini d’eccellenza, Perché dovrebbe suicidarsi, un uomo che ama le donne, camminare, guardare il fuoco e, naturalmente, il vino? Quando ancora gli uffici marketing globali dormivano sonni tranquilli su aperitivi dai neologismi esotici e della durata media di una stagione pubblicitaria, l’ispettore Stucky si era lanciato da solo e da anni la sua propria moda dello spritz, biasimato da Secondo, il suo oste di fiducia, che in trent’anni aveva visto tanti bevitori da classificarli per come reggono il bicchiere. Secondo, gran protagonista di questo nuovo episodio delle avventure del detective nordestino, prova a ogni ingresso di cliente nella sua osteria nel centro di Treviso – belle sedie impagliate e bancone di marmo – irrefrenabile rimpianto per le ricerche semplici d’antan: “Una puntura!”, “Un goto de rosso!”, testimoni della ricerca, nel bicchiere, d’una iniezione di vita, un volume leggero di Spirito Santo”. È a personaggi come l’oste che si deve il sapor di domenica e polpettina di questi romanzi d’impagabile dimestichezza coi moti dell’animo e del costume italiano. “Finché c’è prosecco c’è speranza” è il quarto giallo della serie dell’ispettore Stucky – il personaggio inventato dallo scrittore veneto Ervas. |
Il vero interesse nell’operazione di “creazione di detective” da parte del trevigiano Ervas non è il profilo psicologico dell’eroe che attende solo d’ esser tradotto in sceneggiatura, l’intreccio da classifica o il fiuto copincollato da scandinavi & co. Se la serie di gialli con cui Ervas ci accompagna alle feste comandate (ci siamo già fatti con lui Natale, Pasqua e luglio veneziano con turisti, con questo episodio ci giochiamo Ferragosto, san Rocco e pure la rentrée, primi di settembre compresi) ha un pregio è il profumo di vigne e zolle, cancelli arrugginiti, biciclette, incenso e grappa: qualcuno direbbe di “territorio”. Leggere le avventure di Stucky, mezzo persiano e mezzo veneziano, è un modo per riscoprire quel nordest che sopravvive quasi intatto dietro i capannoni e infonde sufficienti energie analcoliche agli indigeni perché si accorgano da soli quando certe fabbriche si trasformano in qualcosa di orrorifico dove “si producono reddito e malattia con la stessa intensità”. Una di queste è il cementificio al centro dell’indagine, luogo di lavoro di uno dei morti del racconto, Tranquillo Spegiorin, ritrovato nel viale di casa, ucciso con una pistola da tiro. Ad aprire la serie dei decessi, però, è il conte viticoltore Ancillotto, ritrovato dal matto Pitusso disteso su una lastra tombale con un bicchiere accanto. Ma sarà davvero un bizzarro suicidio ad aver fatto “attraversare il Piave” (così si dice di chi ci lascia per sempre) al nobile fornitore di prosecco di Secondo? Se siete alla ricerca di degni eredi del commissario Pepe che rivaluti la tradizione senza dimenticare di sputtanare per bene la contemporaneità, fermatevi a Stucky. E gustatevelo tutto. Impossibile trovarne un altro che si accontenta di sedurre una vigilessa di rudi maniere quando ha due vicine di casa sorelle e tutte burro che si svegliano ogni mattina cinguettando al solo pensiero di trascinarlo sotto le lenzuola. |
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Maria Vittoria
Vittori Liberazione agosto 2010 «Questo Veneto ridotto ad un’immensa betoniera» Non mancano di sicuro i commissari nella nostra narrativa, da alcuni anni particolarmente sensibile al filone delle indagini poliziesche, però il commissario Stucky, protagonista dei libri di Fulvio Ervas, dal primo della serie intitolato Commesse di Treviso (Marcos y Marcos, 2006) fino al recentissimo Finché c’è prosecco c’è speranza (Marcos y Marcos, 2010 pp. 302 16,50) non è come gli altri. Figlio in egual misura dell’Iran e della Serenissima – con un retroterra di antiche tradizioni e nuovissimo disincanto – e domiciliato nel centro storico di Treviso, ha costituito una squadra che, tra Venezia Roma e Napoli, è un vero e proprio sberleffo alle smanie separatiste del Veneto. Non solo: in ogni romanzo (compresi Pinguini arrosto del 2008 e Buffalo Bill a Venezia del 2009) l’indagine poliziesca appare poco più che un pretesto per inoltrarsi più a fondo nella confusa commedia umana del nostro tempo. Commedia che va in scena in magnifici borghi assediati da cementifici, nelle calli di una Venezia prossima al collasso, oppure in un paesaggio reso irriconoscibile da capannoni industriali e centri commerciali che si susseguono senza soluzione di continuità; recitata giorno dopo giorno con toni sempre più bugiardi e arroganti che relegano al ruolo di comparsa chi non appartiene alla schiera dei furbetti e/o esibizionisti. Servendosi di una ben collaudata capacità di osservazione “sul campo” e di un’ironia sapientemente declinata in tutte le sue forme, dal fioretto all’arma da taglio, Ervas – agronomo prestato alla letteratura – racconta dunque, al di là dei casi risolti dal suo commissario, un duplice avvelenamento: dell’ecosistema naturale e dell’ecosistema umano, non meno fragile e delicato del primo. Parliamo di questo, e di altro ancora, nella cornice intatta di Cison di Valmarino, il borgo trevigiano sulle colline del prosecco che fa da sfondo al suo ultimo libro. Come nasce il personaggio di Stucky, commissario dalla doppia appartenenza? E’ un omaggio al mio migliore amico. Che è un medico del lavoro iraniano, vive a Padova ed è responsabile di un’associazione che si batte per il rispetto dei diritti umani. Le storie di famiglia del commissario – ma il cognome è un chiaro riferimento al veneziano Mulino Stucky – sono ispirati a quelle del mio amico, che viene da una famiglia di produttori di tappeti schierata contro il regime dello Scià. C’è sempre un controcanto dissonante nelle vicende: il diario, o le lettere, o le considerazioni di qualcuno che è e vuole rimanere fuori dal coro. Quanto è importante questa prospettiva, all’interno della narrazione? Conta molto, perché mi rappresenta. Trovo un personaggio che mi piace e gli faccio dire le cose che vorrei dire io. Questa prospettiva è la lucidità dello stravagante che mette il dito su ciò che la logica spesso nasconde sotto il tappeto. Così, in Commesse di Treviso è Max Pierini, gestore di discariche, che s’incarica di ricordare ai trevigiani che le loro camicie firmate e le loro belle vetrine trovano il loro riscontro nella spazzatura indiscriminata e tossica; la badante rumena di Pinguini arrosto è una che giocando intelligentemente sulle statistiche dice cose molto importanti sul nostro rapporto con i vecchi; Isacco Pitusso, personaggio del mio ultimo libro, ha nostalgia del passato e dunque effettua un lavoro di recupero, una sorta di Spoon River del paese. In questo mondo che spacca le comunità e che sta diventando sempre più cemento e supermarket è importante che ci sia qualcuno che ricorda di quando avevamo meno cose da scegliere ma più tempo per scegliere. |
Altra componente fondamentale delle sue storie è l’ambientalismo. In quanto agronomo non posso non amare moltissimo il territorio: la sua tessitura, la sua integrità. Il cambiamento è fisiologico, certo, ma produrre un cambiamento veloce è follia. Il territorio va conservato perché è un valore: una quercia non vale meno di una comodità. Come sono cambiati i luoghi delle sue storie e della sua vita? La Marca trevigiana è stata lungamente attraversata e raccontata da un poeta come Zanzotto. Ha quasi novant’anni e dunque ha potuto vedere un paesaggio ancora integro, un paesaggio che oggi è irriconoscibile. Nel suo ultimo libro Trevisan, per raccontarlo, adopera la metafora della betoniera. Questo Veneto è un’immensa betoniera: negli ultimi cinquant’anni c’è stata una trasformazione molto più intensa e veloce di quanto il territorio possa sopportare. Gli scrittori veneti manifestano da sempre una forte sensibilità verso questa tematica, a partire da Rigoni Stern e da Zanzotto per arrivare a Mauro Corona, Trevisan, Carlotto che ha approfondito il discorso sulla criminalità del Nord est. Io vedo fiumi rovinati, boschi tagliati, cemento e capannoni ovunque e sono colpito soprattutto dallo stretto rapporto che c’è tra la speculazione edilizia, lo smaltimento dei rifiuti e l’infiltrazione criminale. Una parola chiave, in quello che scrive, sembra essere biodiversità: non solo delle specie vegetali e animali, ma anche della specie umana. Bisognerebbe partire dalla mucca Burlina, sulla cui salvaguardia ho scritto la mia tesi di laurea. E’ una mucca autoctona, di dimensioni piccole che consuma poco ma produce un ottimo latte. Una vacchetta sopravissuta, un po’ come la gente che riesce a sopravvivere al di fuori dei meccanismi dell’omogeneizzazione e del mercato. Mi piacciono quelle persone che sono sempre un po’ distaccate dal contingente, che guardano a sghimbescio, hanno magari delle piccole manie eppure riescono a cogliere e valorizzare i piccoli dettagli del mondo. C’è una teologia della resistenza, in tutto questo. Ma per teologia intendo qualcosa di diverso dall’accezione usuale: la spiritualità di quegli esseri che hanno ancora una quota di umanità in azionariato di maggioranza, un fuoco che non si piega alle mode e all’omogeneità. Lei insegna da molti anni e alla scuola ha dedicato un libro significativamente intitolato “Follia docente”. A che punto è la notte, nell’impero della Pubblica Istruzione? E’ molto profonda, perché quando si toglie dalla narrazione della scuola il concetto di formazione, la scuola si trasforma in un luogo alienato e assurdo. I docenti diventano una specie di tritacarne che macina insensatamente nozioni di ogni genere e poi finiscono anch’essi nel meccanismo. L’unica strada percorribile consiste nell’intercettare quel bisogno di relazioni che viene alimentato ancora da molti ragazzi. Dobbiamo tornare ad essere maestri di relazioni umane, stare davvero dentro una classe, sporcarci le mani. A quasi cento cinquant’anni dall’Unità e dalla prospettiva di un Veneto che sembra sempre più intenzionato a mollare gli ormeggi, come le appare la situazione di questo paese? Il Veneto è una regione particolare. Si ricorda di quando i Serenissimi scalarono il campanile di San Marco? Ci fu un errore di analisi. Quella era la coda di un leghismo veneto che andava a canalizzarsi in un partito. Era la fine di un ciclo, non l’inizio. I leghisti sono abilissimi a giocare sul malcontento, a creare parole d’ordine e strategie che attirino l’attenzione mediatica; aizzano il discorso sulla secessione ma il loro vero obiettivo, al di là di certo folclore non privo di danni, è il federalismo fiscale. Detto in parole povere: le tasse ce le teniamo qua. In quanto al profilo dell’Italia, mi sembra quello di un paese in grande difficoltà, con una storia complicata, una classe dirigente che arranca, uno scadimento etico sempre più evidente. Al tempo stesso ci sono grandi risorse e una grande capacità di reagire. Non rendono come dovrebbero, però, perché facciamo fatica a fare squadra: quello che manca, soprattutto, è l’idea di Stato. |
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Antonio Prudenzano Blow up Settembre 2010 In Italia i giallisti spuntano come funghi e non è facile districarsi in una tale quantità di autori spesso indegni d’attenzione. Quella di Fulvio Ervas, classe ‘55, è senz’altro una delle rare voci interessanti. Il suo ispettore Stucky, metà veneto e metà persiano, è da poco tornato nelle librerie con Finché c’è prosecco c’è speranza – titolo che non può non stimolare simpatia – dopo Commesse di Treviso, Pinguini arrosto e Buffalo Bill a Venezia. Siamo nelle colline trevigiane, dove le distese di vigneti dominano il panorama e la sensazione, per fortuna, è che almeno qui la modernità fatichi a imporsi (resiste e anzi avrà un ruolo decisivo la figura dell’oste, tanto per capirci). Nel bel mezzo di un’estate torrida Stucky si ritrova a indagare sulla morte più che misteriosa del conte Ancillotto, noto ed eccentrico viticoltore, e sull’omicidio dell’ingegner Speggiorin, direttore di un cementificio che forse nasconde qualcosa in più di un semplice regolamento di conti. |
Da queste parti tanta violenza non è all’ordine del giorno e l’ispettore ci metterà un po’ prima di trovare la strada giusta. Ma Ervas nel frattempo non perde mai il ritmo, i dialoghi sono a tratti irresistibili e il lettore non dimenticherà facilmente alcuni dei personaggi: ad esempio, il prete che custodisce le armi dei parrocchiani che intendono sbarazzarsene e soprattutto Celinda Salvatierra, vulcanica erede del conte che arriva dalle Ande a scompaginare tutti gli equilibri, arciconvinta di poter abbattere i vigneti per piantare banane. Più che il giallo in sé, nei libri dello scrittore nato nell’entroterra veneziano contano gli odori, i colori, le risate che spesso le sue pagine regalano. E poi qui in particolare conta il prosecco, delle cui varianti alla fine si diventa anche esperti. Un noir ubriacante, letteralmente, intervallato da un romanzo nel romanzo che gioca tutto sul refrain a ritmo blues “mi grato”, che è inutile provare a spiegare: meglio goderselo di persona. |
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Gianluca
Veltri L’autore torna a sguinzagliare il suo ispettore mezzo persiano Stucky, in Finché c’è prosecco c’è speranza, giallo veneto a sfondo enologico e ecologico. Il conte Ancillotto, “rinomato cavaliere delle bollicine”, viene trovato morto suicida. A pochi giorni di distanza viene assassinato un industriale, che col suo cementificio emanava miasmi nell’atmosfera. L’uscita del libro è l’occasione per una bella chiacchierata. Perché
il prosecco? In
Finché c’è prosecco c’è speranza, il vero protagonista del
romanzo (oltre al vino) è il conte Ancillotto, che non vediamo mai da
vivo. Un
altro intellettuale del vino è l’oste Secondo. A un certo punto fai
pronunciare all’oste parole che ho trovato molto belle. “Quel che
vale veramente è la sapienza dei viticoltori, la composizione del
suolo, il tipo di luce, l’inclinazione di certi tramonti, lo spessore
delle gocce di pioggia”. Torniamo
un attimo indietro. Come sei arrivato a creare il personaggio di Stucky? Hai
scritto anche un libro ambientato nel mondo della scuola, Follia
docente.
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Sei
un lettore accanito? Anche di gialli? Chi sono i tuoi autori preferiti? Sulla
tua pagina di MySpace indichi fra i tuoi interessi prima: “Scrivere e
orto, scrivere nell’orto, orteggiare scrivendo. Raccogliere more e
fiori di zucca”. Cos’hanno in comune nella tua esperienza,
quotidiana e di vita, la scrittura e la terra? Sei
veneto, vivi in Veneto e ami la tua regione. Sei un osservatore attento
della politica. Come vivi il fatto che il Veneto sia una regione a forte
connotazione leghista?
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Sergio
Pent |
Sorrisi
più inebriati per Fulvio Ervas e il suo ispettore Stucky, mezzo
persiano, mezzo veneziano. Tra le colline del prosecco trevigiano si
incrociano bevute in bettola e omicidi, ma con la consueta generosa
affabulazione di questo autore che sembra il primo a divertirsi
raccontando il suo fazzoletto di mondo.
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Massimiliano
Jattoni Dall'Asén Corriere della sera.it agosto 2010 Torna l’ispettore Stucky in un giallo veneto a
sfondo enologico ed ecologico. Il conte Ancillotto viene trovato morto
suicida. Perché lo ha fatto? Qualche giorno dopo anche l’ingegner
Speggiorin, direttore del cementificio che rilascia miasmi nell’aria,
ci resta secco. Chi lo ha ucciso? Stukcy sa che la risposta è nei gas,
nel vento, nelle bollicine del prosecco. |
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Alessandro
Carlassare saggibevitoriblog.it agosto 2010 La frase scritta nel titolo di questo post non è una sorta di augurio scaramantico per il prossimo futuro (almeno non in toto...) ne il motto araldico che vorrei un mio avo avesse fatto incidere nello stemma di famiglia (se fossi io stato di origine gentilizia, ovvio) bensì il titolo dell'ultimo romanzo di Fulvio Ervas. Romanzo che ho letto con grande soddisfazione nei giorni appena trascorsi. Un titolo così affascinante non può rimanere indifferente a chi ama il Prosecco, ma in questo caso a spingermi verso la lettura di Ervas, autore che non conoscevo, non è stato il piacevole titolo bensì la convincente segnalazione di Lorella Zago, attenta ed affezionata lettrice di Fulvio Ervas, "dentro le sue righe si possono trovare cose infinite...", e forse sarò influenzabile ma con una simile presentazione non potevo esimermi dall'acquisto! Forse perché poco incline nel leggere libri solamente perché consigliati, (così come non amo bere vini unicamente perché consigliati) devo confessare di aver incontrato qualche difficoltà nelle prime pagine: trovavo la parte introduttiva eccessivamente leggera e priva di fascino, quasi banale, invece, ora lo posso dire, non mi ero reso conto di come questo libro fosse simile ad grande vino, il quale appena aperto non fa nulla per vincere e convincere. Ben presto la piacevolezza narrativa e la fluidità dello scritto hanno fugato ogni mio dubbio: Ervas è maestro nel raccogliere l'attenzione del lettore senza impiegare vocaboli inusitati, impossibili colpi di scena o inspiegabili stravolgimenti di trama, affida principalmente alla sua ottima capacità di descrizione (e quindi di osservazione) e ad una velata ma pungente ironia il piacere di farsi leggere. |
Il libro, un giallo, è il quarto della serie dedicata all'ispettore Stucki: personaggio quasi agli antipodi rispetto alla figura fisica e dannata che (purtroppo) molti scrittori nord americani hanno imposto: è uomo pacato ed ironico (sicuramente ironico come lo scrittore che l'ha inventato) attento ed acuto, e si trova quasi casualmente coinvolto nell'indagare sullo strano suicidio del conte Ancillotto, possidente terriero, amante del vino e donnaiolo impenitente. La breve indagine si sarebbe certamente conclusa in nulla di fatto se a breve distanza, e nello steso paese dove il Conte risiedeva, non fosse stato assassinato l'ingegner Speggiorin unico direttore del grande cementificio, e se l'arma utilizzata per tale omicidio (una poco comune Bernardelli 69 calibro 22) non fosse identica a quella che possedeva il Conte Ancillotto.... Pur mantendendo lo stile del giallo il romanzo si trasforma in commedia, commedia in cui Ervas colloca personaggi che per il lettore assumono una precisa identità: Secondo è l'oste filosofo che ogni enofilo vorrebbe avere come oste di fiducia, Don Ambrosio ricorda il prete che insegnava dottrina alle elementari, Celinda Salvatierra la vicina (di vigneto) che mai vorresti avere, e Francesca Del Santo... beh, qui sorvoliamo!Bel libro, bel libro sul serio: mai troppo impegnativo ma così ben scritto che non ti prende la smania di arrivare alla fine per scoprire chi è il colpevole, perché godi dello scorrere delle pagine senza alcuna fretta. Bellissimo il fatto che sia ambientato tra i colli del Prosecco e nella splendida Cison di Valmarino: per me è stato divertente girare per quel paese nella sere di agosto cercando di capire in quale casa poteva risiedere Speggiorin, qual'era la villa di Ancillotto, oppure dove fosse la terrazza su cui giocavano a calcio balilla i kosovari. Emozionante infine arrivare a pagina 198 e leggere che il Conte "polemizzava, anche scrivendo di tanto in tanto su una specie di sito, il Circolo dei saggi bevitori. Quando compariva la firma Prosecco blues era il Conte. Lagnanze, soprattutto. Frecciatine ma anche colpi di alabarda. Il conte voleva più qualità e meno quantità..." E lo scriveva in una specie di sito, il Circolo dei saggi bevitori... allora è proprio vero: finché c'è prosecco c'è speranza! |
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lecconotizie.com |
Durante la serata conclusiva, sarà inoltre assegnato il premio Opera prima – sezione Raffaele Crovi, dedicato al miglior libro di esordio nella narrativa di genere italiana, anche in questo caso selezionato dalla Giuria dei Letterati tra le opere in concorso. Dopo lo spoglio delle 100 schede, la Giuria dei Letterati commenterà il lavoro svolto e i libri in concorso nell’edizione 2011: a Filippo Tuena (Presidente), Erica Arosio (giornalista di Gioia), Pepa Cerutti (editor), Sergio Pent (giornalista de La Stampa) e Enrico Rotondi (giornalista Rai) il compito di indagare il senso della narrazione degli scrittori presenti, interpretando le curiosità del pubblico in sala. Infine, ma non da ultimo, ricordiamo che sabato 8 ottobre, i finalisti e il vincitore della sezione Opera prima, saranno ospiti del festival di narrativa poliziesca “La passione per il delitto”, giunta al decimo anno, che si svolge a Villa Greppi di Monticello Brianza (25 settembre – 9 ottobre). Il Premio Azzeccagarbugli al Romanzo Poliziesco è organizzato dalla Provincia di Lecco con il Gruppo Giovani Imprenditori di Confindustria Lecco e con il contributo di: Camera di Commercio di Lecco, Fondazione Cariplo, Confindustria Lecco, Union Service Srl, Autotorino, Esedra, Innext, Fire – Web Projects in collaborazione con: Fondazione Monastero S. Maria del Lavello, Consorzio Brianteo Villa Greppi, Comune di Lecco e con il patrocinio di: Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Regione Lombardia, Unione delle, Province Italiane, Provincia di Monza e Brianza. |
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Gianfranco
Colombo La Provincia di Lecco luglio 2011 Finché c’è giallo ci sono lettori. Le idee dell’Azzeccagarbugli Come ormai si sa per i lettori l’estate è soprattutto gialla. È questo il genere che più di ogni altro incontra l’interesse di coloro che d’estate trovano il tempo di dedicarsi alla lettura. Da sette anni, poi, a Lecco, grazie al Premio Azzeccagarbugli, l’estate è più gialla che altrove. All’inizio di luglio la Giuria dei letterati ha indicato le quattro opere finaliste: Fulvio Ervas con “Finché c’è prosecco c’è speranza” (Marcos y Marcos), Alfredo Colitto, con “Il libro dell’Angelo” (Piemme), Giancarlo Narciso con “Otherside” (Perdisa) e Marco Malvaldi con “Il re dei giochi” (Sellerio). Ora la palla è passata alla giuria popolare composta da cento lettori, estratti a sorte tra i più di quattrocento che ne avevano fatto richiesta. Anche questo un dato evidente del successo che l’Azzeccagarbugli e la sua formula continuano ad avere. Secondo il nuovo regolamento, entrato in vigore quest’anno, la Giuria popolare è composta da 64 lettori che abitano in provincia di Lecco, 25 che arrivano da fuori e 10 studenti. Saranno loro a indicare su una scheda le loro preferenze. Lo spoglio avverrà in diretta venerdì 7 ottobre al Teatro della Società di Lecco e determinerà il vincitore di questa settima edizione dell’Azzeccagarbugli. Ma vediamo chi sono i finalisti. “Finché c’è prosecco c’è speranza” (Marcos y Marcos) di Fulvio Ervas, mantiene tutte le promesse del titolo. Il protagonista è l’ispettore Stucky, mezzo persiano e mezzo veneziano, che si trova a indagare intorno allo strano suicidio del conte Ancillotto, produttore raffinatissimo di prosecco. Si parte da questa inaspettata dipartita per arrivare a sviluppi sorprendenti, che coinvolgono un’intera comunità, non esclusa la Confraternita del prosecco. |
Tra generose bevute, incontri inaspettati e personaggi molto sui generis, Stucky si troverà a compiere un’inchiesta che sarà anche un viaggio insolito tra preziose vigne e bicchieri consolatori. Su tutti emerge la figura di Pitusso, il matto del paese, dedito a un’attività unica, quella di grattare la ruggine dalle tombe di alcuni suoi compaesani. Le sue riflessioni, una specie di Spoon River delle colline venete, sono uno dei momenti alti del romanzo. Anche “Il re dei giochi” (Sellerio) di Marco Malvaldi, ci presenta un’inchiesta fuori dalle regole, visto che a portarla avanti sono quattro vecchietti, clienti inossidabili del bar Lume, da tutti chiamato il bar di Massimo, dal nome del proprietario. Dediti quotidianamente al gioco del biliardo e ad una chiacchierata infinita, dalla loro postazione apparentemente defilata, tra un colpo di stecca ed un aperitivo, i quattro arzilli pensionati riescono a scatenare il putiferio, alzando il velo su un omicidio che coinvolge la politica locale. Sarà il loro eloquio infinito e la loro arguzia di toscani a dare una svolta sorprendente ad un incidente automobilistico. Un giallo storico è invece quello di Alfredo Colitto, vecchia conoscenza dell’Azzeccagarbugli, visto che l’anno scorso con “I discepoli del fuoco” (Piemme) era arrivato secondo dopo Marco Vichi. Quest’anno Colitto è in finale con “Il libro dell’Angelo” (Piemme). La storia vede ancora come protagonista Mondino de’ Liuzzi, il medico anatomista dello Studium di Bologna, che nel maggio 1313 viene chiamato a risolvere l’atroce omicidio di tre bambini. Anche in questa vicenda Mondino si scontrerà con i poteri che reggono la grande Venezia ma anche con forze oscure, implacabili nel voler nascondere i loro segreti. Infine, a chiudere la quartina dei finalisti, c’è Giancarlo Narciso con il suo “Otherside”. Diversissimo dagli altri, il giallo di Narciso è molto vicino al mondo pulp e non a casa la Giuria letteraria ha spesso citato il nome di Tarantino nel presentarlo. Con Narciso il protagonista ci porta in giro per mezzo mondo; in fuga da chi lo vuol far fuori, inseguirà. |
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Carlotta
Romano Due morti e un viaggio nel vino L’ultimo libro di Fulvio Ervas “Finché c’è prosecco c’è speranza” (ed. Marcos y Marcos) riporta al lettore le indagini dell’ispettore Stucky. Un viaggio per scoprire la verità su due uomini assassinati, il conte Lancillotto e un imprenditore poco scrupoloso nei confronti della terra che lo ospita. Ma anche un percorso di buone bevute e donne moleste. Un modo ironico di parlare della vita e della morte, mescolandole a quelle leggere amenità che fanno del vivere una grande cosa. E il vino prima di tutte, tanto che insieme alle indagini prende il via un viaggio fra osti e vitigni, oltre che fra pazzi e savi. L’ispettore incontra caratteri e caricature, sapendo forse fin da subito che l’ultima risposta non sta (o non solo) negli intrighi mondani. E meno che mai non nel pericolo che le vigne del conte vengano soppiantate da filari di banani: piuttosto la risposta è nel vento e nelle bollicine del prosecco, nella ruggine, nella polvere del cementificio che «si posa su insalate, acque e grappoli dorati»
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Marianna
Corte Gentleman luglio 2010 Quando l’oste chiede all’ispettore Stucky se il Prosecco lo vuole tranquillo, frizzante, fermentato in autoclave o in bottiglia, rimane deluso dalla risposta distratta di chi non sa decidere né forse distinguere un’etichetta da un’altra. D’altra parte, non è il vino la ragione di interesse dell’ispettore, ma la ricerca del movente di un suicidio che non convince e di un omicidio fin troppo chiaro. Questa la trama del libro Finché c’è prosecco c’è speranza di Fulvio Ervas (ed. Marcos y Marcos, 16,50 euro), autore nato nell’entroterra veneziano, già vincitore del premio Calvino nel 2001. Un libro frizzante come il vino che evoca. Un testo divertente che è anche un buon pretesto per volare con la mente tra i filari assolati del Veneto. In attesa della prossima vendemmia. |
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Marilù
Oliva |
I nomi dei personaggi dei tuoi romanzi sono molto pittoreschi, a partire — in “Finché c’è prosecco c’è speranza” — dal conte Ancillotto, per continuare con gli agenti Spreafico e Landrulli. Come li scegli, intuizioni improvvise o lunghe meditazioni? Suoni occasionali, cantilene: assemblaggi di parole e nomi che emergono all’improvviso, da una scatola di biscotti, una trasmissione radiofonica, dal campanello di un condominio. Sempre per Marcos y Marcos hai scritto “Follia docente”, un libro che racconta la scuola attuale con le sue problematiche inerenti gli alunni di oggi ma non solo, e che supera i luoghi comuni. Forse questo libro non sarebbe nato se tu non fossi stato anche professore? Ho cercato di raccontare la scuola proprio nei suoi aspetti di illogicità e, per molti aspetti, di caos sul piano formativo ed educativo. È uno dei macrosistemi collettivi su cui si discute astrattamente, si migliora poco, si distrugge molto. Ma mi chiedevo anche, mentre scrivevo, a chi diavolo veramente interessi un sistema scolastico che faccia maturare esseri umani e formi cittadini sensati. C’è davvero una quantità significativa di adulti che desideri, profondamente, che i giovani siano migliori della generazione che li ha prodotti? O soltanto che abbiano un po’ di più? Se tu venissi nominato ministro dell’istruzione, quali sono i primi provvedimenti che prenderesti? Istituirei l’insegnamento dell’Idiozia, peraltro già spalmato in molte discipline. Mi sembrerebbe un contributo interdisciplinare per far cogliere la stupidità che governa una quota importante delle attività umane. L’ironia nella tua produzione: la inserisci spontaneamente, hai scelto i dialoghi come luogo d’elezione, la valuti con attenzione... Cerco di aumentare il tasso di ironia a scapito del sangue: appartengo ad una generazione sottoposta ai ricatti di cortine di ferro, pericoli nucleari ed altre bazzecole. Ad essere terrorizzati dall’alto ci si stanca. Ad un certo punto sento di dover mettere un po’ a riposo le ghiandole surrenali e produrre meno adrenalina. Soprattutto godermi un bel sorriso. Sono anche convinto che l’ironia produca ferite che infettano, socialmente, assai meno del terrore. Ci fa vivere più sani. Una citazione da “Finché c’è prosecco c’è speranza” Una delle frasi di Isacco Pitusso, il matto del paese: “… il mondo dovrebbe essere governato dai matti, purtroppo non ce ne sono abbastanza. Allora bisognerebbe lasciare il timone ai potatori. Perché solo i potatori conoscono il passato, producono il presente e riescono ad immaginare il futuro”. Ad maiora…
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Fabrizio
Quadranti Suicidio al prosecco Finché c’è prosecco c’è speranza, di Fulvio Ervas: l’ispettore Stucky, morti innaturali e intrighi nella regione del prosecco. Cominciamo dai difetti: Finché c’è prosecco c’è speranza, di Fulvio Ervas, ed. Marcos y Marcos, non è un capolavoro ed i giallisti incalliti, nel susseguirsi delle pagine, scuotono spesso la testa. Il profilo del protagonista, l’ispettore Stucky, è relativamente tratteggiato (troppo poche cose su di lui si vengono a sapere) e diversi personaggi sembrano improbabili (la pazza che vorrebbe trasformare le ricche vigne in bananeti, Celinda Salvatierra, la nipote ereditiera di un altro originale trovato suicida sulla tomba di famiglia!). Però c’è un qualcosa che impedisce al lettore l’abbandono. Sono i capitoli in corsivo, il diario del pazzo del paese che, grattando la ruggine delle tombe, propone una sorta di Spoon River della regione del prosecco. E qui il romanzo assume altre connotazioni. Nel senso che la coralità di fondo si afferma pagina dopo pagina. E non è solo una questione di bollicine, ma anche di polvere, cioè di veleno che tutti respirano quotidianamente…
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La risposta è nel vento, ma questa è un’altra storia: per dire della sottile ironia che agisce nel testo ma anche nell’ipertesto. E il male non è tanto il finto o vero suicidio, l’occasione che smuove tutta la narrazione, e nemmeno il successivo omicidio dell’ingegnere. Il male che corrode è la corsa al denaro di tutta una regione. E l’ispettore trevigiano Stucky, di origini iraniane (i fans di Ervas già lo conoscono: è alla sua quarta avventura), rincorre ogni ipotesi con dialoghi che non sono interrogatori e pensieri che sembrano scappare da tutte le parti, ma che, dopo, hanno una loro affascinante logica. Un romanzo leggero quasi come il vino del titolo, specialmente in estate: lo si inizia a bere come gazzosa ma poi, quando non ci si bada, diventa pesante, lasciando non poche scorie. Con un finale consolatorio che ci si aspetta, se non fosse che… |
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Arianna e Selena Mannella thrillercafe.it settembre 2010 Abbiamo raggiunto telefonicamente l’autore Fulvio
Ervas in procinto di partire per la Sardegna dove andrà
a presentare il romanzo di cui parliamo oggi “Finché
c’è prosecco c’è speranza” edito da Marcos y
Marcos (nota di ThrillerCafe: l’intervista è stata realizzata qualche
settimana, ma pubblicata solo ora per piccoli inconvenienti tecnici). Perché
un thriller ambientato tra i vigneti delle colline venete? Qual è
l’ambientazione più giusta per creare un thriller? Come mai
ha deciso di dare un tono ironico a una storia nera? E’ così
simpatico anche nella vita? Allora
diremmo proprio che ci sono delle buone premesse… Il titolo del
romanzo suggerisce che lei sia un intenditore di vini, è così? |
Perché
non ha parlato per esempio di un vino rosso che poteva magari suggerire
meglio l’idea del noir? Il
romanzo tratta un tema attuale come quello dell’inquinamento, quanto
si sente coinvolto da questo tema? Preferisce
scrivere da solo o in coppia con sua sorella come è avvenuto per altri
suoi romanzi? Oltre a
scrivere legge… Narrativa?
Quella tipica da ombrellone? Però
sappiamo che sta per partire per la Sardegna… Una
società multirazziale ha ancora molta diffidenza verso il prossimo? Lei
per esempio introduce la figura di kosovari e boliviani nel romanzo… Che
importanza ha la scrittura nella sua vita Una cosa
curiosa che può dirci legata alla sua scrittura? Vuole
fare un saluto agli amici di Thriller Café Grazie davvero Fulvio per la simpatia dimostrataci e la piacevole chiacchierata senza interferenze! |
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Cristina
Marra strill.it luglio 2010 È arrivata l’estate e alla questura di Treviso l’ispettore Stucky “arranca nel suo ufficio senza aria condizionata tra scartoffie e ritagli di giornale” in attesa del Ferragosto “uno di quelli in cui anche il crimine si stende sotto l’ombrellone, si abbronza e torna e torna più agguerrito di prima”. Unica consolazione è bere un bicchierino all’osteria di Secondo, un’istituzione in città. “Finchè c’è prosecco c’è speranza” è il quarto giallo che Fulvio Ervas dedica all’ispettore Stucky. Veneto di origini persiane, Stucky, scapolo e attraente, lettore di Manganelli e in perenne competizione col commissario Leonardi che rivendica di “essere il perno della omicidi” stavolta, subito dopo un caldo Ferragosto tra le colline trevigiane, si trova a indagare nel mondo e nei luoghi del prosecco. Il suicidio di Ancillotto Desideri produttore e fornitore di vini pregiati, turba l’oste Secondo e anche l’ispettore è convinto che ci sia “troppo ordine in quella tragedia”. Sempre a Cison di Valmarino, paese di Ancillotto e patria del prosecco è rinvenuto il cadavere dell’ingegnere Tranquillo Speggiorin, direttore del cementificio. Un suicidio che ha tutta l’aria di mascherare un omicidio e un omicidio che riconduce ai luoghi e indirettamente alla produzione del prosecco. Le indagini portano allo scoperto speculazioni di uomini senza scrupoli che come killers silenziosi colpiscono e compromettono o intaccano la salute degli abitanti delle campagne trevigiane. |
Stucky, affidandosi al suo intuito e alla tecnica dei due cestini che contengono le domande e via via le risposte che emergono dal caso, scopre il modus vivendi nei paesini del prosecco, le abitudini, i riti ma anche i dubbi e le paure e la voglia di riscatto di coloro che si oppongono e contrastano i giochi di potere. Ancora una volta Ervas, col suo esilarante stile narrativo e il suo particolare uso del linguaggio, si cimenta in un romanzo in cui il plot giallo offre lo spunto per tratteggiare una realtà sociale e per raccontare uno stile di vita ancora possibile. Vino e cemento. I procedimenti per produrli a confronto con le relative speculazioni. Tradizione e innovazione spregiudicata, chi ha la meglio? La tradizione, in alcune nicchie di produzione ( come vino ed altri alimenti) resiste. Minacciata, magari, ma non vinta. Certo, la spinta a fare solo soldi con il vino ed altro, cioè a fare del profitto ad ogni costo, è fortissima. Ma le filiere alimentari sono questioni molto complesse e i romanzi, davvero, non hanno strumenti per narrarle compitamente. Nel romanzo ci sono morti violente che diventano casi eclatanti e altre che si perpetuano in silenzio ma che sono ancora più tremende. Il romanzo fa anche denuncia? Uccidono di più le automobili, l’amianto e il monoclururo di vinile che tutti i serial killer del mondo. Ma le morti “diluite”, un po’ occultate, non suscitano attenzione e repulsione come il colpo di pistola dell’assassino. La rete di responsabilità diffuse ci confonde e si confonde. Non vogliamo accettare e riconoscere che il rischio di malattia e morte è persistente nel tempo e nello spazio ed esigerebbe una grande attenzione collettiva. Vino e cultura sono il binomio perfetto? Buona terra, buon vino, ozio e buoni libri. Che splendore la vita!
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Marilù
Oliva carmillaonline.com luglio 2010 Sono le colline venete del prosecco l’ambientazione di “Finché c’è prosecco c’è speranza” (Marcos y Marcos, 2010, euro 16,50), di Fulvio Ervas, classe 1955, nato a Musile di Piave, piccolo centro agricolo tra Venezia e Treviso. E proprio a Treviso l’ispettore Stucky, mezzosangue persiano e veneziano, protagonista di questo e di tre precedenti romanzi, tenterà di risolvere alcunimisteri, in primis quello dell’apparente suicidio del conte Ancillotto, fornitore di vini pregiati. Sembra strano anche all’ispettore Stucky che si sia tolto la vita proprio un uomo amante delle donne e soprattutto del vino, simbolo per eccellenza della vitalità. Sarà la bevanda degli dei il protagonista, silenzioso ed effervescente, a scorrere in sottofondo, metonimia di un tutto compreso tra la vigna – e la particella di terra – e il legno della botte, la bottiglia finale, la dedizione del viticoltore, l’umore –e l’amore- del consumatore finale. Stucky, col suo intercalare “Antimama!” e col suo sguardo apparentemente disteso sul mondo, condurrà interrogatori non proprio formali e attraverserà paesaggi descritti con pennellate veloci e intense. Che portano, nella loro descrizione, l’allegria del vino e la malinconia della bevuta che passa: «Stucky vedeva a stento i cartelli stradali, Ponte della Priula sul lungo letto ghiaioso del Piave, poi a sinistra, costeggiando il fiume, tra i nomi famosi della Grande guerra, Nervesa e Sernaglia della Battaglia, ancora a lato del fiume Soligo, dove il percorso non era esattamente una linea retta, piuttosto anse improvvise, bordi fittamente alberati, graziose osterie e clienti ondeggianti sul ciglio della strada. [...]
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Lui seguiva i profili delle colline, lo sfondo di verde cartapesta che faceva dimenticare la pianura, accompagnava lo sguardo verso il cielo e, come una rampa, lo lanciava lontano». Ma accanto a questi scorci intatti, Ervas introduce con delicatezza anche la piaga del progresso, luoghi-non luoghi tetri come il cementificio dai camini svettanti: «Certe fabbriche hanno qualcosa di orrorifico, si capisce subito, al primo sguardo, che non sono luoghi sani, che vi si producono reddito e malattia con la stessa intensità. Invece il cementificio non aveva un aspetto maligno, vi si accedeva da una strada alberata, ottimamente collegata alla rete viaria poiché il flusso di camion, in entrata e uscita, era considerevole. Stucky la percorse piano, osservando la lieve patina di polvere, come un velo di zucchero, che ricopriva la zona. Polveri sottili. Le case più vicine distavano un chilometro in linea d’aria. Chissà se quella polvere gli condiva l’insalata». O come cave di ghiaia, ditte di smaltimento, discariche, tutte collegate da reti di interessi che si fanno beffe del libero mercato e dei principi d’onestà, spesso con la compiacenza di amministrazioni locali. Un romanzo scorrevole, piacevole, con punte d’ironia e con la freschezza del prosecco. Un prosecco provvidenziale, in questo caso. Perché, se è assodato che in vino veritas, allora non c’è dubbio che in vino spes! |
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Cristina
Marra liberidiscrivere.com luglio 2010 Ferragosto caldo, anzi caldissimo per Stucky, l’ispettore veneto di origini persiane, protagonista dei gialli di Fulvio Ervas. Dopo “Commesse di Treviso”, “Pinguini arrosto” e “Buffalo Bill a Venezia”, l’ironia e l’esilarante tecnica narrativa di Ervas si “trasferiscono” sulle colline del prosecco. Stucky si aspettava “un noioso ferragosto, uno di quelli in cui anche il crimine si stende sotto l’ombrellone” e invece si ritrova in gita sulle colline trevigiane in compagnia delle attraenti vicine di casa, “le sorelle di vicolo Dotti” che a distanza ravvicinata “erano pericolose come una daga affilata”. Al suo ritorno comincia a indagare su una morte sospetta: il suicidio del conte Desiderio Ancillotto, fornitore di vini pregiati. “C’era troppo ordine in quella tragedia” e anche in mancanza di un biglietto e di una firma, per Stucky “c’era un messaggio in quella morte”. Dopo qualche giorno è rinvenuto il cadavere dell’ingegnere Tranquillo Speggiorin, direttore del cementificio di Cison di Valmarino, patria del prosecco e paese del conte Ancillotto. C’è un nesso tra le due morti?Cosa si nasconde dentro il cementificio? In competizione col commissario Leonardi che rivendica di “essere il perno della omicidi” e affidandosi alla sperimentata tecnica dei due cestini, “metteva tutte le domande che si poneva nel corso dell’indagine nel primo e le passava nell’altro via via che trovava la risposta”, Stucky si “immerge” nei luoghi del prosecco e si barcamena tra indizi e supposizioni. Pur non essendo un intenditore di vini, Stucky non disdegna un bicchierino all’osteria di Secondo e “illuminato” dalle lezioni dell’oste e dagli interrogatori ai membri della Confraternita del prosecco, scopre l’affascinante mondo che ruota intorno alla produzione dei vini ma anche quel “male” provocato dall’avidità umana che si insinua sulle colline, ne intacca la terra, si libra nell’aria e colpisce le persone. “Per Stucky il prosecco è un vino simpatico, per gli esperti è “un vino per una stagione sociale”, perché lo ha scelto come “protagonista” del suo romanzo?” ”Perché è stata la principale attività produttiva del Veneto ad essere cresciuta nell’anno 2009, cioè in piena crisi economica. Perciò è un simbolo: di imprenditorialità, di rapporto con il territorio, di immagine. Perché è una monocultura e dopo essermi occupato, con Buffalo Bill a Venezia della monocultura turistica, mi piaceva ricordare che le monoculture esigono un’attenzione, una cura, un’intelligenza compensatoria di altissimo livello. Il prosecco rappresenta una sfida: mi è piaciuto narrarla.” |
Quanto sono influenti e quanto contano le sue origini persiane di Stucky nel suo modus operandi? Ostinato e cortese, un poco seduttore come certi venditori di tappeti persiani, attento ai dettagli del comportamento umano, sensibile al non detto, amante delle bellezze del mondo: anche molto veneziano. Un incrocio tra grandi tradizioni di civiltà. “Le due vittime. Desiderio Ancillotto e Tranquillo Speggiorin. Me ne tratteggia brevemente le caratteristiche?” Il conte Ancillotto è il grande vignaiolo, rappresenta il conservatore che s’accorge che il mondo che ha amato e difeso rischia di svanire. Ne imputa la colpa al meccanismo sociale di cui egli stesso è stato propugnatore. L’ingegner Speggiorin, che dirige il cementificio, è l’uomo del PIL sempre in crescita, dei bilanci in attivo, dell’efficienza produttiva ad ogni costo. Una locusta con il telefonino. Vino e cemento. I procedimenti per produrli a confronto con le relative speculazioni. Tradizione e innovazione spregiudicata, chi ha la meglio? La tradizione, in alcune nicchie di produzione (come vino ed altri alimenti) resiste. Minacciata, magari, ma non vinta. Certo, la spinta a fare solo soldi con il vino ed altro, cioè a fare del profitto ad ogni costo, è fortissima. Ma le filiere alimentari sono questioni molto complesse e i romanzi, davvero, non hanno strumenti per narrarle compitamente. Nel romanzo ci sono morti violente che diventano casi eclatanti e altre che si perpetuano in silenzio ma che sono ancora più tremende. Il romanzo fa anche denuncia? Uccidono di più le automobili, l’amianto e il monoclururo di vinile che tutti i serial killer del mondo. Ma le morti “diluite”, un po’ occultate, non suscitano attenzione e repulsione come il colpo di pistola dell’assassino. La rete di responsabilità diffuse ci confonde e si confonde. Non vogliamo accettare e riconoscere che il rischio di malattia e morte è persistente nel tempo e nello spazio ed esigerebbe una grande attenzione collettiva. |
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Estnord
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Lanfranco
Franchi “Io sono un sostenitore
della matrice collinare e autoctona del prosecco! Perché quel che vale
veramente è la sapienza dei viticoltori, la composizione del suolo, la
luce, l'inclinazione di certi tramonti, lo spessore delle gocce di
pioggia che in questo territorio non hanno paragoni”. Ferragosto. Non manca molto, a ben guardare. Il clima è già quello, con brillante e poco italico anticipo. Se avete voglia di leggervi un buon giallo satirico e fedele al territorio (il Veneto), disimpegnandovi senza spegnervi ed emozionandovi non poco – soprattutto se siete convinti che tra voi e un sommelier ci siano poche differenze: tutte da dimostrare – allora potete puntare dritto su “Finché c'è prosecco c'è speranza” dell'outsider Fulvio Ervas, autore Marcos Y Marcos, classe 1955. Si tratta della quarta avventura del suo ispettore Stucky, mezzo persiano e mezzo veneziano. È un buon bevitore, senza essere un intenditore, buon lettore (Manganelli), uno scapolone molto ricercato. Stavolta indaga sulla misteriosa morte del conte Ancillotto, fornitore di prosecco dell'osteria di Secondo, grande amico dell'ispettore. È uno strano suicidio, perché il conte era uno che amava le donne, camminare, guardare il fuoco e il buon vino: uno così non vorrebbe mai uccidersi. Lascia una bella eredità, ettari di collina. E il mistero d'un suicidio un po' troppo coreografico. Di lì a poco, Stucky si ritroverà a indagare su un'altra morte – stavolta, un assassinio – tutt'altro che naturale: quella dell’ingegner Speggiorin, direttore del cementificio.
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… ed è andata proprio così. Esperienza estetica piacevole. Frizzantina.
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Anna
Renda Ervas:«Nei miei libri il Nordest bello e caotico» Scrive gialli, gialli nostrani
e divertenti, ambientati tra la Marca Trevigiana e la provincia di
Venezia. Fulvio Ervas vive a Istrana ma è nato a Musile di Piave
cinquantacinque anni fa. Dotato di una mente scientifica e di un sincero
amore per gli animali, oltre che di un grande senso dell’ironia,si
iscrive a Scienze Agrarie e si laurea con una tesi sulla mucca Burlina.
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Cosa sognava di fare da
grande? L’errore che non
rifarebbe? Qualcosa che vorrebbe non
aver scritto? Tre libri che vorrebbe con
sé se si trovasse su un’isola deserta. Adesso cosa sta leggendo? Destra o sinistra? Cos’è per lei il
Nordest? E Venezia? Progetti per l’immediato
futuro?
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Orietta
Possanza Terra giugno 2010 Killer e bollicine. Lo spietato Nordest di Ervas NARRATIVA. In libreria per Marcos y Marcos "Finché c’è prosecco c’è speranza". Dopo "Commesse di Treviso" e "Pinguini arrosto" un nuovo capitolo della fortunata saga noir che ha come protagonista l’ispettore Stucky. Ci aveva avvertito al tempo di Buffalo Bill a
Venezia: «Stucky rimarrà in scena ancora a lungo». Eccolo difatti
puntuale, tornare in libreria per Marcos y Marcos, con una nuova
avvincente indagine, Finché c’è prosecco c’è speranza. Un titolo
che la dice lunga sul quarto giallo del simpatico ispettore della
questura di Treviso. Mezzo veneto e mezzo persiano, nato dalla penna
dello scrittore veneto Fulvio Ervas, Stucky stavolta, si ritrova a dipanare un’intrigata matassa nella
terra del prosecco, una terra popolata da personaggi d’antant,
stravaganti e senza alcun dubbio divertenti che vanno ad arricchire
quelli di Commesse di Treviso e Pinguini arrosto.
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“L’affare” si complica ulteriormente, poiché poco lontano c’è il cementificio dell’ingegner Speggiorin che va come il vento, spargendo polveri inquinanti sulle colline del prosecco e gettando il panico fra la gente. In una notte di temporale, Speggiorin viene freddato da tre colpi di pistola. Stucky dovrà andare ben al di là delle osterie e delle solite macchinazioni di paese, quali corna, rivalità, vendetta, per arrivare alla soluzione, poiché in verità, noti politici della zona, sarebbero implicati nella faccenda. Chi saranno i colpevoli? Ci fermiamo qui e non riveliamo oltre. Di sicuro, il principale protagonista della storia è il vino con i suoi fermenti e le sue bollicine, i suoi produttori e i suoi osti, colui che “bagna” le giornate e addolcisce la vita della persone e di Stucky. «Il prosecco è il simbolo di questo nostro Nordest - ha detto Ervas in una recente intervista - frizzante, pungente, votato al cazzeggio… In epoca di crisi economica, il prosecco è uno dei pochi comparti che tiene, anzi che cresce», nonostante «la polemica scoppiata sugli inquinanti riportata da La tribuna di Treviso. Sarà anche vero che ora usano meno pesticidi e fertilizzanti ma io vedevo fare trattamenti ogni due giorni...». Tanti i personaggi che fanno da sfondo in questo noir: c’è il matto del paese, qui occupato a “grattare” tombe e a creare epitaffi che scandiscono la storia, un originale racconto nel racconto: «E mi grato la tomba dell’oste Berto, gran mescitore del paese»; c’è la bella poliziotta veneziana, il superiore che vorrebbe controllare il caso, l’oste di fiducia. Ervas scrive con gusto, ritmo ed ironia, ti fa immergere con leggerezza in questa sua contraddittoria terra che ama profondamente e di cui conosce le molteplici sfaccettature socio-culturali. |
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Valeria
Parrella Grazia maggio 2010 Il prosecco può costare la vita... Ritorna l’ispettore Stucky di Fulvio Ervas con Finché c’è prosecco c’è speranza, insolito giallo tra vigneti, osterie e sottilissime differenze tra vini che possono costare anche la vita. Tutto ha inizio con il conte Ancillotto, ricco magnate del vino, e amante delle belle donne, che una notte mette in scena il suo suicidio, bardato come un antico cavaliere, e una magnum di champagne sottobraccio. Indaga l’ispettore Stucky, assediato dalla calura estiva e da una folla di donne fatali. Tra queste l’enigmatica Celinda Salvatierra, unica erede del conte, che è sul punto di cedere gli storici vigneti a una cooperativa di indios, che vuole coltivare banane. Il panico si diffonde tra le colline del prosecco, anche perché poco lontano, continua a funzionare il cementificio dell’ingegner Speggiorin che inquina la terra. Una notte Speggiorin viene ucciso, e Stucky deve andare ben oltre le osterie per giungere alla soluzione.
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Nino
Mastrototaro Non si fa in tempo a smaltire La principessa di ghiaccio di Camilla Lackberg ed ecco Il bambino della città ghiacciata di Olle Lonnaeus... Dopo tanto rigore nordico, scaldiamoci con un giallo di casa nostra: Finché c’è prosecco c’è speranza di Fulvio Ervas (Marcos y Marcos) si snoda svelto e convincente tra i molti misteri della zona di Treviso. Tanto local da risultare snob.
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Giovanni
Dozzini Un buon prosecco ci salverà Le
colline del prosecco sono la pelle increspata della marca trevigiana,
dove il vino bianco che si anima di bollicine è cultura, memoria e
filosofia di vita. Fulvio Ervas c’ha scritto su quello che si potrebbe
anche definire un giallo a sfondo enologico, che ammicca fin dalla
copertina, con quelle bottiglie di vino e quel serpente tentatore che
regge in bocca un grappolo d’uva, e dal titolo. Finché c’è
prosecco c’è speranza (Marcos y Marcos, 304 pp., 16,50 euro) è il
quarto romanzo in cui si raccontano le vicende dell’ispettore Stucky,
mezzo persiano e mezzo veneziano, un Montalbano meno smaliziato e forse
appena un po’ più dimesso, che piace alle donne, apprezza la buona
tavola e i buoni bicchieri. |
Ci sono osti che parlano sempre e altri che lo fanno solo per lo stretto necessario, clienti abituali che si perdono nei loro calici e avventori occasionali che da quelle parti non ripasseranno mai più. E c’è, fuori, un mondo che sta impazzendo un po’, in cui gli interessi accecano, il denaro comanda le azioni e la politica pensa solo a giocare a dama col potere. Stucky, stavolta, si ritrova a indagare su un suicidio che a qualcuno non sembra un suicidio, e su un morto ammazzato che con quel suicidio, di sicuro, finirà per entrarci qualcosa. La scrittura è ironica, color pastello, Ervas si serve di modelli letterari consolidati – un vecchio nobile che si batte per difendere la tradizione, il matto del paese che va in giro a grattar via la ruggine dalle tombe, il prete di campagna che interpreta il ruolo con necessaria disinvoltura – e butta là qualche denuncia neanche troppo stemperata. Se la prende cogli inceneritori travestiti da cementifici che avvelenano l’aria e le carni degli uomini, architetta una messa in scena redentrice e offre occasione di riscatto a svitati ed emarginati. Più di tutto piace questo tono lieve con cui dà forma a un Nord-Est meno plumbeo e disilluso di quello spiattellato da altri autori, su tutti Massimo Carlotto, di cui Ervas può essere visto come un controcanto edulcorato e per certi versi complementare. E questo libro ti fa venir voglia di farci un salto, in quelle terre. Magari passata la vendemmia. |
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Antonio
Prudenzano Con Fulvio Ervas e
il suo ispettore Stucky il prosecco diventa un giallo...
La
lettura di "Finché c'è prosecco c'è speranza", il quarto
giallo della serie dell'ispettore Stucky - il personaggio inventato
dallo scrittore veneto Fulvio Ervas -, è un'esperienza purificante. Che
di questi tempi (e di questi libri...) non è poco. Non solo ci si
confronta con un libro di genere che rispetta (e disattende con affetto
e leggerezza sinceri) le regole del giallo, ma si compie anche un
viaggio avvincente (in cui si ride parecchio) nella terra del prosecco,
un universo di provincia pieno di personaggio d'altri tempi, spesso
bizzarri, di certo mai noiosi. E poi c'è Stucky, che torna in azione
dopo "Commesse di Treviso", "Pinguini arrosto" e
"Buffalo Bill a Venezia": poliziotto tosto, arguto, simpatico,
mezzo veneto e mezzo persiano, a cui non ci si può non voler bene. |
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Giorgia
Taffarelli Un
nuovo giallo, ma con le bollicine Sta per finire
l’attesa dei fan dell’ispettore Stucky, il poliziotto della Questura
di Treviso, mezzo veneziano e mezzo persiano, le cui indagini raccontano il Veneto di oggi con tutte le sue contraddizioni. Perché i
polizieschi di Fulvio Ervas sono sui generis, come ammette lo stesso
autore: «Il colpevole è il mio lato debole, ho sempre un atteggiamento
di pietas nei suoi confronti. D’altro canto mi chiedo perché a una
morte finta devo mettere un colpevole vero?».
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Barbara Caffi La Provincia giugno 2010 Delitti e bollicine
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Dopo essersi ritrovato senza sapere come nel letto delle due belle vicine di casa, l'ispettore si imbatte nella malinconia di un suo amico oste, che non si capacita del suicidio del conte Lancillotto, benemerito viticoltore. Tre sere dopo, mentre infuria un temporale, nello stesso amabile paesino del conte viene ammazzato il direttore di un cementificio. Parte l'indagine e prosegue un po' sbilenca, tra belle prostitute ed ereditiere andine che vorrebbero piantar banani al posto delle viti, fino alla soluzione del caso. E a fare da controcanto c'è Isacco Pitusso, alcolista e matto del villaggio, che grata la ruggine dalle tombe, novello Edgar Lee Masters che ricorda vizi e virtù dei compaesani. Ma intanto si riflette: sulle adulterazioni alimentari, sull'inquinamento, sul traffico di rifiuti tossici, sulle violenze che si infliggono all'ambiente in nome di un più facile profitto. Oltre alle bollicine, c'è di più. |
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Diego
Freri e Giuseppe Soccini Sulle colline trevigiane il teatrale suicidio del conte Ancillotto, egocentrico produttore di prosecco, scuote la piccola comunità. Poco dopo è l’ingegner Speggiorin, direttore di un cementificio, a trovare la morte in circostanze poco chiare. Quale il legame tra le due morti? Quanti segreti emergeranno a poco a poco? Tocca all’ispettore Stucky (per metà iraniano e per metà veneziano) districarsi tra gli originalissimi personaggi che si ritagliano il loro ruolo, mai banale, all’interno del romanzo e scovare la verità. Molto apprezzabili i numerosi capitoli che spezzano il racconto nei quali è il matto del paese a prendere la parola per recitare epitaffi in prosa a diversi personaggi che hanno popolato queste antiche terre. E proprio queste terre si ritagliano il ruolo di protagonista del libro, descritte con precisione ed evidente passione dall’autore. Le bollicine del prosecco con tutto il loro fascino e tutta la loro eleganza accompagnano le indagini e l’evolversi della storia. Una piacevole e coinvolgente sorpresa per chi, come me, non conosceva Fulvio Ervas e ideale per il periodo estivo. Credo proprio che recupererò i tre precedenti romanzi che vedono per protagonista questo singolare quanto estroverso ispettore.
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ll Bicchiere
Di_verso luglio 2010 Qualcuno
si starà già godendo le spiagge e il mare, oppure la montagna,
insomma, qualcuno è già alle prese con il relax e noi proponiamo
qualche libro per godersi ancora di più il meritato Otium Vitae.
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librinews.com Quarto
episodio della serie dedicata all’ispettore Stucky, ‘Finché c’è
prosecco c’è speranza’ di Fulvio Ervas, pubblicato nel mese di
maggio del corrente anno dalla Marcos y Marcos, affida ancora una volta
a questo strano detective veneto di origini persiane, il compito di
guidare il lettore tra gli odori, i sapori e i colori del Nordest. |
Cosa può spingere un ricco viticoltore, amante delle belle donne e del buon vino, a prendere una decisione così nera?L’ispettore Stucky si aggira perplesso per stradine tortuose lungo i magnifici pendii delle colline del prosecco. Complice l’estate calda e luminosa, è più sensibile del solito al fascino femmile, variamente distribuito tra le aitanti vicine di casa (le impagabili sorelle di vicolo Dotti), la bella amante del conte defunto, e l’agente Brunetti, discretamente innamorata. Di fascino tellurico è altresì dotata la nipote e unica erede del conte Ancillotto, Celinda Salvatierra, che getta scompiglio tra i borghi minacciando di estirpare i vigneti dalle terre avute per affidarle a una cooperativa di indios coltivatori di banane. Nella piana, non distante dal magico mondo collinare, si ergono i camini del cementificio. Si vocifera che funga anche da inceneritore, e che diaboliche molecole di diossina finiscano per approdare sugli acini ignari. E quando l’ingegner Speggiorin, direttore del cementificio, viene ucciso con un colpo di pistola, la pista amorosa sembra subito inconsistente. Chi di inceneritore colpisce Tra le tante morti violente che si susseguono nel romanzo, una sola cosa è certa per l’ispettore Stucky, uccidono di più le automobili, l’amianto e il monocloruro di vinile che tutti i serial killer del mondo. |
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Monica
Sommacampagna Sull’onda dell’interesse mediatico che il mondo del vino ha suscitato da dieci anni a questa parte e strizzando l’occhio a libri e film di successo (Sideways in primis), lo scrittore veneziano Fulvio Ervas ha presentato il romanzo Finché c’è Prosecco c’è speranza, nell’ambito dell’annuncio delle attività di comunicazione del Consorzio Prosecco Doc. Un giallo che vede al centro uno dei fortunati protagonisti della produzione letteraria di questo autore, che nasce come agronomo e si scopre scrittore: l’ispettore Stucky, mezzo persiano e mezzo veneziano. In gita tra le colline del Prosecco con belle ma ardite vicine di casa, l’uomo, confortato dai calici del suo oste di fiducia, si trova inaspettatamente a dover sciogliere l’enigma legato al suicidio del conte Ancillotto, fornitore di vini d’eccellenza. Tra i quesiti irrisolti che dovrà affrontare, morti innaturali e la minaccia insidiosa di banani in colline vocate per la viticoltura. La risposta avrà a che fare con il Prosecco, naturalmente. Lo stile è graffiante e ironico. Piacevolissimi gli equivoci su alcuni termini vitivinicoli, legati alla buffa ignoranza di Stucky in materia: il “brut”, ad esempio, per lui è un “vino che non ha superato un concorso di bellezza” mentre il ”demi sec” è definito “un vino dopo una lunga dieta”. |
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RimbaBit Bello
bello! |
A volte sembra di sentire l’odore della terra e dell’uva, delle muffe e delle botti nelle cantine; immagini di essere lì seduto nell’osteria con la luce soffusa, a bere a fianco dei personaggi del romanzo e di avvertire il rumore della bottiglia che si poggia al bicchiere, il fluire del vino, il suo odore, il suo sapore, il retrogusto che ti lascia in bocca e il calore che sprigiona nel corpo quando viene assimilato. Finchè c’è prosecco c’è speranza è, dunque, l’intreccio di due storie, quella del vino e quella dei misteri di Cison di Valmarino, condite con un ottimo stile, una trama ben congegnata, mai troppo intricata. E’ una di quelle piacevoli scoperte che ti fanno chiedere come mai non hai mai letto nulla di questo autore. L’importante è che mi abbia lasciato la curiosità di approfondirne la conoscenza e che mi abbia insegnato quali siano i quattro troppo del vino: “Non offrirne troppo, non mescolare troppo bianchi e rossi, non berne troppo e non pagarlo troppo poco” (p.45). |