FULVIO ERVAS

Finché c'è prosecco c'è speranza

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lecconotizie.com, ottobre 2011
Gianfranco Colombo,
La provincia di Lecco, luglio 2011

Danilo Zanetti, Libreria Zanetti, L'informazione sostenibile, giugno 2011

RimbaBit, Open AR.S. A spasso tra i libri, maggio 2011
Monica Sommacampagna, civiltàdelbere.com, novembre 2010
Carlo Martinelli,
Il Trentino, novembre 2010

Gianfranco Franchi,
Il Turismo Culturale, ottobre 2010

Pia Meda,
Gardenia, ottobre 2010

Arianna e Serena Mannella, thrillercafe.it, settmbre 2010 -
intervista
Antonio Prudenzano,
Blow up, settembre 2010

Estnord, estnord.it, settembre 2010
Stefania Vitulli, Il Foglio, agosto 2010
Maria Vittoria Vittori,
Liberazione, agosto 2010

Sergio Pent,
La Stampa Tuttolibri, agosto 2010

Giovanni Dozzini, Europa.it, agosto 2010
Maria Vittoria Dalla Cia,
Cucina Italiana, agosto 2010

librinews.com, agosto 2010
Diego Freri e Giuseppe Soccini, cremaonline.it, agosto 2010
Massimiliano Jattoni Dall'Asén, Corriere della sera.it , agosto 2010

Marilù Oliva, thrillermagazine.it, luglio 2010 -
intervista
Cristina Marra, strill.it, luglio 2010
Marilù Oliva, carmillaonline.com, luglio 2010
Carlotta Romano, La Sicilia, luglio 2010

Marianna Corte, Gentleman, luglio 2010

Fabrizio Quadranti, Cooperazione, luglio 2010
Cristina Marra, liberidiscrivere.com, luglio 2010
Gianfranco Franchi, Lankelot.eu, luglio 2010

Gianluca Veltri, Il Mucchio, giugno 2010 -
intervista
pagina 1 pagina 2
Barbara Caffi,
La Provincia, giugno 2010
Orietta Possanza, Terra, giugno 2010
Anna Renda,
Il Gazzettino, maggio 2010 - intervista
Valeria Parrella, Grazia, maggio 2010

Nino Mastrototaro, Flair, maggio 2010

Antonio Prudenzano, Affaritaliani.it, maggio 2010 
Giorgia Taffarelli, Il mattino di Padova, maggio 2010

 

pareri dei lettori:
Alessandro Carlassare, saggibevitoriblog.it, agosto 2010
Il Bicchiere Di_verso, luglio 2010

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   Radio 3, Fahrenheit , intervista a Fulvio Ervas

Radio Marconi, intervista a Fulvio Ervas
parte 1
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Stefania Vitulli
Il Foglio
agosto 2010



Ferragosto di fuoco per l’ispettore Stucky in gita tra le colline del prosecco con le belle vicine di casa, si sveglia in un letto non suo, in posizione non consona. Unica certezza, le stelle. Di ritorno a Treviso, cercando conforto tra i calici, trova il suo oste di fiducia malinconico: non si capacita del suicidio plateale del conte Ancillotto, fornitore di vini d’eccellenza, Perché dovrebbe suicidarsi, un uomo che ama le donne, camminare, guardare il fuoco e, naturalmente, il vino?
Quando ancora gli uffici marketing globali dormivano sonni tranquilli su aperitivi dai neologismi esotici e della durata media di una stagione pubblicitaria, l’ispettore Stucky si era lanciato da solo e da anni la sua propria moda dello spritz, biasimato da Secondo, il suo oste di fiducia, che in trent’anni aveva visto tanti bevitori da classificarli per come reggono il bicchiere.
Secondo, gran protagonista di questo nuovo episodio delle avventure del detective nordestino, prova a ogni ingresso di cliente nella sua osteria nel centro di Treviso – belle sedie impagliate e bancone di marmo – irrefrenabile rimpianto per le ricerche semplici d’antan: “Una puntura!”, “Un goto de rosso!”, testimoni della ricerca, nel bicchiere, d’una iniezione di vita, un volume leggero di Spirito Santo”. È a personaggi come l’oste che si deve il sapor di domenica e polpettina di questi romanzi d’impagabile dimestichezza coi moti dell’animo e del costume italiano.
“Finché c’è prosecco c’è speranza” è il quarto giallo della serie dell’ispettore Stucky – il personaggio inventato dallo scrittore veneto Ervas. 






Il vero interesse nell’operazione di “creazione di detective” da parte del trevigiano Ervas non è il profilo psicologico dell’eroe che attende solo d’ esser tradotto in sceneggiatura, l’intreccio da classifica o il fiuto copincollato da scandinavi & co. 
Se la serie di gialli con cui Ervas ci accompagna alle feste comandate (ci siamo già fatti con lui Natale, Pasqua e luglio veneziano con turisti, con questo episodio ci giochiamo Ferragosto, san Rocco e pure la rentrée, primi di settembre compresi) ha un pregio è il profumo di vigne e zolle, cancelli arrugginiti, biciclette, incenso e grappa: qualcuno direbbe di “territorio”.
Leggere le avventure di Stucky, mezzo persiano e mezzo veneziano, è un modo per riscoprire quel nordest che sopravvive quasi intatto dietro i capannoni e infonde sufficienti energie analcoliche agli indigeni perché si accorgano da soli quando certe fabbriche si trasformano in qualcosa di orrorifico dove “si producono reddito e malattia con la stessa intensità”.
Una di queste è il cementificio al centro dell’indagine, luogo di lavoro di uno dei morti del racconto, Tranquillo Spegiorin, ritrovato nel viale di casa, ucciso con una pistola da tiro. Ad aprire la serie dei decessi, però, è il conte viticoltore Ancillotto, ritrovato dal matto Pitusso disteso su una lastra tombale con un bicchiere accanto. Ma sarà davvero un bizzarro suicidio ad aver fatto “attraversare il Piave” (così si dice di chi ci lascia per sempre) al nobile fornitore di prosecco di Secondo?
Se siete alla ricerca di degni eredi del commissario Pepe che rivaluti la tradizione senza dimenticare di sputtanare per bene la contemporaneità, fermatevi a Stucky. E gustatevelo tutto. Impossibile trovarne un altro che si accontenta di sedurre una vigilessa di rudi maniere quando ha due vicine di casa sorelle e tutte burro che si svegliano ogni mattina cinguettando al solo pensiero di trascinarlo sotto le lenzuola.
Maria Vittoria Vittori
Liberazione

agosto 2010

«Questo Veneto ridotto
ad un’immensa betoniera»


Non mancano di sicuro i commissari nella nostra narrativa, da alcuni anni particolarmente sensibile al filone delle indagini poliziesche, però il commissario Stucky, protagonista dei libri di Fulvio Ervas, dal primo della serie intitolato Commesse di Treviso (Marcos y Marcos, 2006) fino al recentissimo Finché c’è prosecco c’è speranza (Marcos y Marcos, 2010 pp. 302 16,50) non è come gli altri. Figlio in egual misura dell’Iran e della Serenissima – con un retroterra di antiche tradizioni e nuovissimo disincanto – e domiciliato nel centro storico di Treviso, ha costituito una squadra che, tra Venezia Roma e Napoli, è un vero e proprio sberleffo alle smanie separatiste del Veneto. Non solo: in ogni romanzo (compresi Pinguini arrosto del 2008 e Buffalo Bill a Venezia del 2009) l’indagine poliziesca appare poco più che un pretesto per inoltrarsi più a fondo nella confusa commedia umana del nostro tempo. Commedia che va in scena in magnifici borghi assediati da cementifici, nelle calli di una Venezia prossima al collasso, oppure in un paesaggio reso irriconoscibile da capannoni industriali e centri commerciali che si susseguono senza soluzione di continuità; recitata giorno dopo giorno con toni sempre più bugiardi e arroganti che relegano al ruolo di comparsa chi non appartiene alla schiera dei furbetti e/o esibizionisti. Servendosi di una ben collaudata capacità di osservazione “sul campo” e di un’ironia sapientemente declinata in tutte le sue forme, dal fioretto all’arma da taglio, Ervas – agronomo prestato alla letteratura – racconta dunque, al di là dei casi risolti dal suo commissario, un duplice avvelenamento: dell’ecosistema naturale e dell’ecosistema umano, non meno fragile e delicato del primo. Parliamo di questo, e di altro ancora, nella cornice intatta di Cison di Valmarino, il borgo trevigiano sulle colline del prosecco che fa da sfondo al suo ultimo libro. Come nasce il personaggio di Stucky, commissario dalla doppia appartenenza? E’ un omaggio al mio migliore amico. Che è un medico del lavoro iraniano, vive a Padova ed è responsabile
di un’associazione che si batte per il rispetto dei diritti umani. Le storie di famiglia del commissario – ma il cognome è un chiaro riferimento al veneziano Mulino Stucky – sono ispirati a quelle del mio amico, che viene da una famiglia di produttori di tappeti schierata contro il regime dello Scià. C’è sempre un controcanto dissonante nelle vicende: il diario, o le lettere, o le considerazioni di qualcuno che è e vuole rimanere fuori dal coro. Quanto è importante questa prospettiva, all’interno della narrazione? Conta molto, perché mi rappresenta. Trovo un personaggio che mi piace e gli faccio dire le cose che vorrei dire io. Questa prospettiva è la lucidità dello stravagante che mette il dito su ciò che la logica spesso nasconde sotto il tappeto. Così, in Commesse di Treviso è Max Pierini, gestore di discariche, che s’incarica di ricordare ai trevigiani che le loro camicie firmate e le loro belle vetrine trovano il loro riscontro nella spazzatura indiscriminata e tossica; la badante rumena di Pinguini arrosto è una che giocando intelligentemente sulle statistiche dice cose molto importanti sul nostro rapporto con i vecchi; Isacco Pitusso, personaggio del mio ultimo libro, ha nostalgia del passato e dunque effettua un lavoro di recupero, una sorta di Spoon River del paese.
In questo mondo che spacca le comunità e che sta diventando sempre più cemento e supermarket è importante che ci sia qualcuno che ricorda di quando avevamo meno cose da scegliere ma più tempo per scegliere. 








 Altra componente fondamentale delle sue storie è l’ambientalismo. In quanto agronomo non posso non amare moltissimo il territorio: la sua tessitura, la sua integrità. Il cambiamento è fisiologico, certo, ma produrre un cambiamento veloce è follia. Il territorio va conservato perché è un valore: una quercia non vale meno di una comodità. Come sono cambiati i luoghi delle sue storie e della sua vita? La Marca trevigiana è stata lungamente attraversata e raccontata da un poeta come Zanzotto. Ha quasi novant’anni e dunque ha potuto vedere un paesaggio ancora integro, un paesaggio che oggi è irriconoscibile. Nel suo ultimo libro Trevisan, per raccontarlo, adopera la metafora della betoniera. Questo Veneto è un’immensa betoniera: negli ultimi cinquant’anni c’è stata una trasformazione molto più intensa e veloce di quanto il territorio possa sopportare. Gli scrittori veneti manifestano da sempre una forte sensibilità verso questa tematica, a partire da Rigoni Stern e da Zanzotto per arrivare a Mauro Corona, Trevisan, Carlotto che ha approfondito il discorso sulla criminalità del Nord est. 

Io vedo fiumi rovinati, boschi tagliati, cemento e capannoni ovunque e sono colpito soprattutto dallo stretto rapporto che c’è tra la speculazione edilizia, lo smaltimento dei rifiuti e l’infiltrazione criminale. Una parola chiave, in quello che scrive, sembra essere biodiversità: non solo delle specie vegetali e animali, ma anche della specie umana. Bisognerebbe partire dalla mucca Burlina, sulla cui salvaguardia ho scritto la mia tesi di laurea. E’ una mucca autoctona, di dimensioni piccole che consuma poco ma produce un ottimo latte. Una vacchetta sopravissuta, un po’ come la gente che riesce a sopravvivere al di fuori dei meccanismi dell’omogeneizzazione e del mercato. Mi piacciono quelle persone che sono sempre un po’ distaccate dal contingente, che guardano a sghimbescio, hanno magari delle piccole manie eppure riescono a cogliere e valorizzare i piccoli dettagli del mondo. C’è una teologia della resistenza, in tutto questo. Ma per teologia intendo qualcosa di diverso dall’accezione usuale: la spiritualità di quegli esseri che hanno ancora una quota di umanità in azionariato di maggioranza, un fuoco che non si piega alle mode e all’omogeneità. Lei insegna da molti anni e alla scuola ha dedicato un libro significativamente intitolato “Follia docente”. A che punto è la notte, nell’impero della Pubblica Istruzione? E’ molto profonda, perché quando si toglie dalla narrazione della scuola il concetto di formazione, la scuola si trasforma in un luogo alienato e assurdo. I docenti diventano una specie di tritacarne che macina insensatamente nozioni di ogni genere e poi finiscono anch’essi nel meccanismo. L’unica strada percorribile consiste nell’intercettare quel bisogno di relazioni che viene alimentato ancora da molti ragazzi. Dobbiamo tornare ad essere maestri di relazioni umane, stare davvero dentro una classe, sporcarci le mani. A quasi cento cinquant’anni dall’Unità e dalla prospettiva di un Veneto che sembra sempre più intenzionato a mollare gli ormeggi, come le appare la situazione di
questo paese? Il Veneto è una regione particolare. Si ricorda di quando i Serenissimi scalarono il campanile di San Marco? Ci fu un errore di analisi. Quella era la coda di un leghismo veneto che andava a canalizzarsi in un partito. Era la fine di un ciclo, non l’inizio. I leghisti sono abilissimi a giocare sul malcontento, a creare parole d’ordine e strategie che attirino l’attenzione mediatica; aizzano il discorso sulla secessione ma il loro vero obiettivo, al di là di certo folclore non privo di danni, è il federalismo fiscale. Detto in parole povere: le tasse ce le teniamo qua. In quanto al profilo dell’Italia, mi sembra quello di un paese in grande difficoltà, con una storia complicata, una classe dirigente che arranca, uno scadimento etico sempre più evidente. Al tempo stesso ci sono grandi risorse e una grande capacità di reagire. Non rendono come dovrebbero, però, perché facciamo fatica a fare squadra: quello che manca, soprattutto, è l’idea di Stato.
Antonio Prudenzano
Blow up
Settembre 2010

In Italia i giallisti spuntano come funghi e non è facile districarsi in una tale quantità di autori spesso indegni d’attenzione. Quella di Fulvio Ervas, classe ‘55, è senz’altro una delle rare voci interessanti. Il suo ispettore Stucky, metà veneto e metà persiano, è da poco tornato nelle librerie con Finché c’è prosecco c’è speranza – titolo che non può non stimolare simpatia – dopo Commesse di Treviso, Pinguini arrosto e Buffalo Bill a Venezia. Siamo nelle colline trevigiane, dove le distese di vigneti dominano il panorama e la sensazione, per fortuna, è che almeno qui la modernità fatichi a imporsi (resiste e anzi avrà un ruolo decisivo la figura dell’oste, tanto per capirci). Nel bel mezzo di un’estate torrida Stucky si ritrova a indagare sulla morte più che misteriosa del conte Ancillotto, noto ed eccentrico viticoltore, e sull’omicidio dell’ingegner Speggiorin, direttore di un cementificio che forse nasconde qualcosa in più di un semplice regolamento di conti.




Da queste parti tanta violenza non è all’ordine del giorno e l’ispettore ci metterà un po’ prima di trovare la strada giusta. Ma Ervas nel frattempo non perde mai il ritmo, i dialoghi sono a tratti irresistibili e il lettore non dimenticherà facilmente alcuni dei personaggi: ad esempio, il prete che custodisce le armi dei parrocchiani che intendono sbarazzarsene e soprattutto Celinda Salvatierra, vulcanica erede del conte che arriva dalle Ande a scompaginare tutti gli equilibri, arciconvinta di poter abbattere i vigneti per piantare banane. Più che il giallo in sé, nei libri dello scrittore nato nell’entroterra veneziano contano gli odori, i colori, le risate che spesso le sue pagine regalano. E poi qui in particolare conta il prosecco, delle cui varianti alla fine si diventa anche esperti. Un noir ubriacante, letteralmente, intervallato da un romanzo nel romanzo che gioca tutto sul refrain a ritmo blues “mi grato”, che è inutile provare a spiegare: meglio goderselo di persona.

Gianluca Veltri
Il Mucchio
giugno 2010

L’autore torna a sguinzagliare il suo ispettore mezzo persiano Stucky, in Finché c’è prosecco c’è speranza, giallo veneto a sfondo enologico e ecologico. Il conte Ancillotto, “rinomato cavaliere delle bollicine”, viene trovato morto suicida. A pochi giorni di distanza viene assassinato un industriale, che col suo cementificio emanava miasmi nell’atmosfera. L’uscita del libro è l’occasione per una bella chiacchierata.

Perché il prosecco?
Lo scorso anno ho fatto un lungo viaggio, dal Veneto alla Puglia e Campania, in compagnia di due esperti di vigneti e ho visto un universo. Mi è venuto il desiderio di scrivere qualcosa sull’intricato mondo del vino. Il prosecco è il vino più noto della Marca trevigiana, per certi aspetti assunto a simbolo di stile di vita, veloce, frizzante, un poco frivolo. Volevo giocare sulla contrapposizione tra il momento sociale che viviamo, anche in Veneto, e l’illusoria beatitudine delle bollicine.

In Finché c’è prosecco c’è speranza, il vero protagonista del romanzo (oltre al vino) è il conte Ancillotto, che non vediamo mai da vivo.
Il conte Ancillotto è lo spirito che aleggia sopra le colline del prosecco. Il fantasma del vignaiolo che ama tutta la filiera, non tanto e non solo l’etichetta sulla bottiglia, ma il processo, dalla terra alla vite al grappolo. Ancillotto è il flusso della passione, che è conservazione di un territorio: memoria, conoscenza, rispetto. Coordinate di riferimento che devono stare “sopra” l’azione narrata.

Un altro intellettuale del vino è l’oste Secondo. A un certo punto fai pronunciare all’oste parole che ho trovato molto belle. “Quel che vale veramente è la sapienza dei viticoltori, la composizione del suolo, il tipo di luce, l’inclinazione di certi tramonti, lo spessore delle gocce di pioggia”.
Credo che tutte le cose buone, soprattutto alimenti, siano un intreccio di fili, ciascuno dei quali se ben curato porta in dote una speciale qualità propria, irripetibile. Una delle missioni a cui l’uomo potrebbe aspirare è quella di capire quali gioielli poter estrarre esercitando il proprio talento: un vino, una zucchina, uno scorcio di immagini per l’anima, un volo di farfalle. Escluderei capannoni e discariche.

Torniamo un attimo indietro. Come sei arrivato a creare il personaggio di Stucky?
Stucky nasce inizialmente senza l’idea di una continuità. Appare in un piccolo giallo, Commesse di Treviso, uno sguardo ironico sulla città. Era nato per svanire dentro un’unica storia. Poi qualche mio neurone ha formato “il comitato per la salvezza di Stucky”, abbiamo discusso,ho preso tempo, i neuroni hanno scioperato e ho ceduto costruendo un secondo episodio. E poi via. Sta diventando un osservatore attento, nella frenesia del Nordest non perde la bussola e rimane capace di ironizzare sul mondo, sui tic umani, guardando all’umanità come a una specie sopravvalutata, ma riscattabile attraverso l’intelligenza e il buon senso.

Hai scritto anche un libro ambientato nel mondo della scuola, Follia docente.
L’insegnamento è il lavoro che scelto, rinunciando a progettare reggiseno per mucche da latte o calcolare il baricentro delle uova per panettoni. Non avrei la stessa fantasticheria nella scrittura, senza le ore passate nella trincea dell’Impero della Pubblica Istruzione.

 

 





L’ispettore prende lezioni da sommelier dall’oste, ed è tutto un fioccare di cuvée e bouquet, extra dry e terroir. Sei sempre stato così addetto alla materia? Cosa pensi della cultura moderna del vino, del sentore di vaniglia, delle note di frutta secca, di recensioni vinarie e assaggiatura consapevole?
Sono un laureato in Scienze Agrarie e benché mi sia specializzato in mucche burline e maiali,ho studiato viticoltura. Mi piace un buon bicchiere di vino. Nel viaggio che ho ricordato prima, sono stato guidato ad assaporare vini fantastici. È vero: non è facile arrivare a grandi vini senza un po’ di preparazione (i grandi vini bisogna un poco cercarli e non fidarsi solo delle etichette). Ma se bevi nel contesto giusto, con la dovuta attenzione e con una deliziosa compagnia, i vini buoni ti si svelano anche se non sei un sommelier. Il vino è avviluppato alla cultura: si rafforza il linguaggio, la narrazione,l’immaginazione. Il buon bere è sempre un rito elegante, quando non è altezzoso scuotimento di calici. Talvolta, però, ci sono più parole che aromi e talvolta molti aromi sono eccessivi, come troppe parole. Il sentore di vaniglia non l’ho ancora percepito, sarà per debolezza dei sensi o forse non ho trovato il sommelier del cuore.

Sei un lettore accanito? Anche di gialli? Chi sono i tuoi autori preferiti?
Un buon lettore di saggi scientifici. Un discreto lettore di romanzi e di gialli. Mi piace Vargas, perché è deliziosamente eccessiva ed immaginifica, senza sprecare troppe frattaglie sanguinolente. Carlotto mi fa sempre, piacevolmente, pensare.

Sulla tua pagina di MySpace indichi fra i tuoi interessi prima: “Scrivere e orto, scrivere nell’orto, orteggiare scrivendo. Raccogliere more e fiori di zucca”. Cos’hanno in comune nella tua esperienza, quotidiana e di vita, la scrittura e la terra?
Adesso sto raccogliendo spinaci e insalata. Tutto bio. Coltivare con le mie forze significa avere cura di me e della mia famiglia. Una forma di indipendenza e di utilità. Che esiste un tempo per gli spinaci e uno per i pomodori. Significa imparare ad attendere e a non sprecare il tempo, perché perdi un raccolto e devi saper operare delle scelte. Per quasi tutto l’anno le mie due principali, certo non uniche, attività creative sono stare nell’orto e scrivere. Non potrei separarle, credo. Non c’è visione narrativa, senza spere che poi esco all’aria aperta.

Sei veneto, vivi in Veneto e ami la tua regione. Sei un osservatore attento della politica. Come vivi il fatto che il Veneto sia una regione a forte connotazione leghista?
Il Veneto di cui scrivo è, in realtà, la sequenza di frammenti di un territorio che era bellissimo e che è fortemente antropizzato. È come se, nelle mie pagine, rimuovessi certi scempi del paesaggio per ricordare il Veneto com’era. La Lega è forte ma non è il Veneto, non ancora. La Lega è partita dalla “periferia” meno industrializzata, dai piccoli centri, dalle aree collinari e montane meno trasformate. Poi ha dilagato in pianura, in grandi città come Verona, Vicenza, Treviso. Annaspa a Venezia. È cresciuta via via che il Veneto ha percepito un ridimensionamento della sua grandezza economica. È un grande contenitore di amarezze, , disillusioni, paure. Le paure di una terra ricca, che molto ha ottenuto in questi ultimi trent’anni e che sente minacciate queste conquiste: mutamento dei mercati, difficoltà delle piccole aziende, crescita dell’immigrazione. La Lega catalizza il sentimento di disagio e offre come palliativo l’idea che un Veneto che trattenga per sé la sua ricchezza possa diventare un Regno Serenissimo di Bengodi. Tutto funzionerà, non perderemo la ricchezza, non saremo disturbati dai forestieri. È un laboratorio sociale interessante e io sto raccogliendo le cronache del Veneto leghista e me le conservo. Come le affermazioni, in sé condivisibili, del governatore Zaia (nato tra le colline del prosecco): no OGM, no nucleare, territorio troppo antropizzato. 
Ottimo: allora agiamo subito!

 

Sergio Pent
La Stampa, Tuttolibri
agosto 2010

Provincia d’Italia Giocosa Ironia, oltre i luoghi comuni metropolitani.
Un brindisi per l’attore e l’ispettore

Province malate, alcoliche, delittuose, disoccupate, province da trafiletto in cronaca, raccontate con giocosa ironia, oltre i soliti luoghi comuni metropolitani.
Per la serie “ma questa faccia dove l’ho già vista?”, Antonio Petrocelli ci narra le esilaranti – ma complessivamente tragiche – odissee lavorative di uno che – ai tempi grandiosi dell’Italia a tutto schermo – non avrebbe di certo faticato nel suo mestiere. Jonio Castellucci è un caratterista, un attore “minore”, uno che compare in pellicola per il tempo di una battuta, sempre che non venga tagliata di brutto in fase di montaggio.
Jonio ha lavorato con i grandi del cinema, ma il cinema adesso – come il resto degli italiani che sopravvivono fiduciosi che nessuno abbia messo le mani nelle loro tasche – è in piena crisi.
Jonio è bravo, ha talento, si accontenterebbe di lavorare una tantum e di mantenere la famiglia, che invece va avanti grazie all’impiego della moglie, mentre lui bada come può ai tre figli e fa il pendolare fra Tavernicci – in periferia di Firenze – e Roma, dove si fionda sovente in cerca di qualche occasione. Ma i tempi dorati sono alle spalle, i registi sono disoccupati e le parti minori sempre meno necessarie.
La limpida lamentazione di Jonio è lo specchio di questa Italia smarrita in cui non bastano più amicizie e favori per portare a casa la propria dignità. 





Non è un romanzo sul cinema, quello di Petrocelli, ma la storia di un protagonista sotterraneo senza fama e senza volto, che si muove cercando una traccia di vita – una traccia di sé – tra le depressioni e le meschinità di un cinema in disarmo, che chiede aiuto per sopravvivere, per far capire a chi ci governa che la cultura italiana – in anni anche troppo remoti – ha dato lustro al paese e ispirato artisti di tutto il pianeta. Un romanzo che qualcuno magari leggerà in chiave autobiografica – Petrocelli è uno dei più gettonati caratteristi di casa nostra – ma che abbiamo invece visto, nella sua cadenza dolorosamente caricaturale, come un inno alla volontà di vivere cercando un posto sicuro nel mondo, con qualcuno che ti guardi in faccia e sappia chi sei.

Sorrisi più inebriati per Fulvio Ervas e il suo ispettore Stucky, mezzo persiano, mezzo veneziano. Tra le colline del prosecco trevigiano si incrociano bevute in bettola e omicidi, ma con la consueta generosa affabulazione di questo autore che sembra il primo a divertirsi raccontando il suo fazzoletto di mondo.
Stucky è alle prese con il suicidio del donnaiolo conte Ancelotti, proprietario di ampi vigneti, e con l’omicidio del direttore di un cementificio. I fatti, come si vedrà, sono ovviamente collegati, ma scorrono ettolitri di vinello frizzante e logoranti andirivieni tra le colline, prima che si trovi l’adeguata, doverosa soluzione. Senza contare che dal lontano Cile sbuca una vulcanica donna, Celinda Salvatierra, che si dichiara erede del conte e vorrebbe spianare i biblici vigneti per impiantare banane. La logica del giallo è lineare, rilassata, ma le pagine serene e amichevoli di Ervas mettono sete, in quest’estate tropicale, e viene voglia di scorrerle sorseggiando un bel prosecchino fresco.

 

Massimiliano Jattoni Dall'Asén
Corriere della sera.it  
agosto 2010

Torna l’ispettore Stucky in un giallo veneto a sfondo enologico ed ecologico. Il conte Ancillotto viene trovato morto suicida. Perché lo ha fatto? Qualche giorno dopo anche l’ingegner Speggiorin, direttore del cementificio che rilascia miasmi nell’aria, ci resta secco. Chi lo ha ucciso? Stukcy sa che la risposta è nei gas, nel vento, nelle bollicine del prosecco.

Alessandro Carlassare
saggibevitoriblog.it
agosto 2010

La frase scritta nel titolo di questo post non è una sorta di augurio scaramantico per il prossimo futuro (almeno non in toto...) ne il motto araldico che vorrei un mio avo avesse fatto incidere nello stemma di famiglia (se fossi io stato di origine gentilizia, ovvio) bensì il titolo dell'ultimo romanzo di Fulvio Ervas. Romanzo che ho letto con grande soddisfazione nei giorni appena trascorsi.
Un titolo così affascinante non può rimanere indifferente a chi ama il Prosecco, ma in questo caso a spingermi verso la lettura di Ervas, autore che non conoscevo, non è stato il piacevole titolo bensì la convincente segnalazione di Lorella Zago, attenta ed affezionata lettrice di Fulvio Ervas, "dentro le sue righe si possono trovare cose infinite...", e forse sarò influenzabile ma con una simile presentazione non potevo esimermi dall'acquisto!
Forse perché poco incline nel leggere libri solamente perché consigliati, (così come non amo bere vini unicamente perché consigliati) devo confessare di aver incontrato qualche difficoltà nelle prime pagine: trovavo la parte introduttiva eccessivamente leggera e priva di fascino, quasi banale, invece, ora lo posso dire, non mi ero reso conto di come questo libro fosse simile ad grande vino, il quale appena aperto non fa nulla per vincere e convincere.
Ben presto la piacevolezza narrativa e la fluidità dello scritto hanno fugato ogni mio dubbio: Ervas è maestro nel raccogliere l'attenzione del lettore senza impiegare vocaboli inusitati, impossibili colpi di scena o inspiegabili stravolgimenti di trama, affida principalmente alla sua ottima capacità di descrizione (e quindi di osservazione) e ad una velata ma pungente ironia il piacere di farsi leggere.





Il libro, un giallo, è il quarto della serie dedicata all'ispettore Stucki: personaggio quasi agli antipodi rispetto alla figura fisica e dannata che (purtroppo) molti scrittori nord americani hanno imposto: è uomo pacato ed ironico (sicuramente ironico come lo scrittore che l'ha inventato) attento ed acuto, e si trova quasi casualmente coinvolto nell'indagare sullo strano suicidio del conte Ancillotto, possidente terriero, amante del vino e donnaiolo impenitente. La breve indagine si sarebbe certamente conclusa in nulla di fatto se a breve distanza, e nello steso paese dove il Conte risiedeva, non fosse stato assassinato l'ingegner Speggiorin unico direttore del grande cementificio, e se l'arma utilizzata per tale omicidio (una poco comune Bernardelli 69 calibro 22) non fosse identica a quella che possedeva il Conte Ancillotto....
Pur mantendendo lo stile del giallo il romanzo si trasforma in commedia, commedia in cui Ervas colloca personaggi che per il lettore assumono una precisa identità: Secondo è l'oste filosofo che ogni enofilo vorrebbe avere come oste di fiducia, Don Ambrosio ricorda il prete che insegnava dottrina alle elementari, Celinda Salvatierra la vicina (di vigneto) che mai vorresti avere, e Francesca Del Santo... beh, qui sorvoliamo!Bel libro, bel libro sul serio: mai troppo impegnativo ma così ben scritto che non ti prende la smania di arrivare alla fine per scoprire chi è il colpevole, perché godi dello scorrere delle pagine senza alcuna fretta.
Bellissimo il fatto che sia ambientato tra i colli del Prosecco e nella splendida Cison di Valmarino: per me è stato divertente girare per quel paese nella sere di agosto cercando di capire in quale casa poteva risiedere Speggiorin, qual'era la villa di Ancillotto, oppure dove fosse la terrazza su cui giocavano a calcio balilla i kosovari.
Emozionante infine arrivare a pagina 198 e leggere che il Conte "polemizzava, anche scrivendo di tanto in tanto su una specie di sito, il Circolo dei saggi bevitori. Quando compariva la firma Prosecco blues era il Conte. Lagnanze, soprattutto. Frecciatine ma anche colpi di alabarda. Il conte voleva più qualità e meno quantità..."
E lo scriveva in una specie di sito, il Circolo dei saggi bevitori... allora è proprio vero: finché c'è prosecco c'è speranza! 

lecconotizie.com
ottobre 2011

Azzeccagarbugli, domani s’incorona il vincitore
Rush finale per il Premio Azzeccagarbugli al Romanzo Poliziesco, giunto alla sua settima edizione, promosso dalla Provincia di Lecco e dal Gruppo Giovani Imprenditori di Confindustria Lecco, divenuto ormai un appuntamento fisso per gli appassionati di thriller e di letture noir.
Dopo la nomina dei quattro finalisti avvenuta a luglio, c’è grande attesa per l’appuntamento di domani sera, venerdì 7, quando al Teatro della Società di Lecco ci sarà in diretta lo spoglio delle schede votate dai 100 lettori della Giuria popolare, e alla presenza della Giuria dei Letterati, avverrà la proclamazione del vincitore.
Alla serata, condotta come consuetudine da Alessandra Casella, ormai “madrina” della manifestazione, parteciperanno gli scrittori Fulvio Ervas (‘Finche’ c’è prosecco c’è speranza’, Marcos y Marcos), Alfredo Colitto (‘Il libro dell’angelo’, Piemme), Giancarlo Narciso (‘Othersid’, Perdisa) e Marco Malvaldi (‘Il re dei giochi’, Sellerio).
Francisco Perez Gandul, autore di ‘Cella 211’ (Marsilio) è stato votato dalla Giuria come autore della migliore opera straniera del paese ospite di questa edizione, la Spagna.




Durante la serata conclusiva, sarà inoltre assegnato il premio Opera prima – sezione Raffaele Crovi, dedicato al miglior libro di esordio nella narrativa di genere italiana, anche in questo caso selezionato dalla Giuria dei Letterati tra le opere in concorso. Dopo lo spoglio delle 100 schede, la Giuria dei Letterati commenterà il lavoro svolto e i libri in concorso nell’edizione 2011: a Filippo Tuena (Presidente), Erica Arosio (giornalista di Gioia), Pepa Cerutti (editor), Sergio Pent (giornalista de La Stampa) e Enrico Rotondi (giornalista Rai) il compito di indagare il senso della narrazione degli scrittori presenti, interpretando le curiosità del pubblico in sala.
Infine, ma non da ultimo, ricordiamo che sabato 8 ottobre, i finalisti e il vincitore della sezione Opera prima, saranno ospiti del festival di narrativa poliziesca “La passione per il delitto”, giunta al decimo anno, che si svolge a Villa Greppi di Monticello Brianza (25 settembre – 9 ottobre).
Il Premio Azzeccagarbugli al Romanzo Poliziesco è organizzato dalla Provincia di Lecco con il Gruppo Giovani Imprenditori di Confindustria Lecco e con il contributo di: Camera di Commercio di Lecco, Fondazione Cariplo, Confindustria Lecco, Union Service Srl, Autotorino, Esedra, Innext, Fire – Web Projects in collaborazione con: Fondazione Monastero S. Maria del Lavello, Consorzio Brianteo Villa Greppi, Comune di Lecco e con il patrocinio di: Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Regione Lombardia, Unione delle, Province Italiane, Provincia di Monza e Brianza.
Gianfranco Colombo
La Provincia di Lecco

luglio 2011

Finché c’è giallo ci sono lettori. Le idee dell’Azzeccagarbugli
Come ormai si sa per i lettori l’estate è soprattutto gialla. È questo il genere che più di ogni altro incontra l’interesse di coloro che d’estate trovano il tempo di dedicarsi alla lettura. Da sette anni, poi, a Lecco, grazie al Premio Azzeccagarbugli, l’estate è più gialla che altrove. All’inizio di luglio la Giuria dei letterati ha indicato le quattro opere finaliste: Fulvio Ervas con “Finché c’è prosecco c’è speranza” (Marcos y Marcos), Alfredo Colitto, con “Il libro dell’Angelo” (Piemme), Giancarlo Narciso con “Otherside” (Perdisa) e Marco Malvaldi con “Il re dei giochi” (Sellerio).
Ora la palla è passata alla giuria popolare composta da cento lettori, estratti a sorte tra i più di quattrocento che ne avevano fatto richiesta. Anche questo un dato evidente del successo che l’Azzeccagarbugli e la sua formula continuano ad avere. Secondo il nuovo regolamento, entrato in vigore quest’anno, la Giuria popolare è composta da 64 lettori che abitano in provincia di Lecco, 25 che arrivano da fuori e 10 studenti. Saranno loro a indicare su una scheda le loro preferenze. Lo spoglio avverrà in diretta venerdì 7 ottobre al Teatro della Società di Lecco e determinerà il vincitore di questa settima edizione dell’Azzeccagarbugli.
Ma vediamo chi sono i finalisti. “Finché c’è prosecco c’è speranza” (Marcos y Marcos) di Fulvio Ervas, mantiene tutte le promesse del titolo. Il protagonista è l’ispettore Stucky, mezzo persiano e mezzo veneziano, che si trova a indagare intorno allo strano suicidio del conte Ancillotto, produttore raffinatissimo di prosecco. Si parte da questa inaspettata dipartita per arrivare a sviluppi sorprendenti, che coinvolgono un’intera comunità, non esclusa la Confraternita del prosecco.




Tra generose bevute, incontri inaspettati e personaggi molto sui generis, Stucky si troverà a compiere un’inchiesta che sarà anche un viaggio insolito tra preziose vigne e bicchieri consolatori. Su tutti emerge la figura di Pitusso, il matto del paese, dedito a un’attività unica, quella di grattare la ruggine dalle tombe di alcuni suoi compaesani. Le sue riflessioni, una specie di Spoon River delle colline venete, sono uno dei momenti alti del romanzo. Anche “Il re dei giochi” (Sellerio) di Marco Malvaldi, ci presenta un’inchiesta fuori dalle regole, visto che a portarla avanti sono quattro vecchietti, clienti inossidabili del bar Lume, da tutti chiamato il bar di Massimo, dal nome del proprietario. Dediti quotidianamente al gioco del biliardo e ad una chiacchierata infinita, dalla loro postazione apparentemente defilata, tra un colpo di stecca ed un aperitivo, i quattro arzilli pensionati riescono a scatenare il putiferio, alzando il velo su un omicidio che coinvolge la politica locale. Sarà il loro eloquio infinito e la loro arguzia di toscani a dare una svolta sorprendente ad un incidente automobilistico. Un giallo storico è invece quello di Alfredo Colitto, vecchia conoscenza dell’Azzeccagarbugli, visto che l’anno scorso con “I discepoli del fuoco” (Piemme) era arrivato secondo dopo Marco Vichi. Quest’anno Colitto è in finale con “Il libro dell’Angelo” (Piemme). La storia vede ancora come protagonista Mondino de’ Liuzzi, il medico anatomista dello Studium di Bologna, che nel maggio 1313 viene chiamato a risolvere l’atroce omicidio di tre bambini. Anche in questa vicenda Mondino si scontrerà con i poteri che reggono la grande Venezia ma anche con forze oscure, implacabili nel voler nascondere i loro segreti. Infine, a chiudere la quartina dei finalisti, c’è Giancarlo Narciso con il suo “Otherside”. Diversissimo dagli altri, il giallo di Narciso è molto vicino al mondo pulp e non a casa la Giuria letteraria ha spesso citato il nome di Tarantino nel presentarlo. Con Narciso il protagonista ci porta in giro per mezzo mondo; in fuga da chi lo vuol far fuori, inseguirà.

Carlotta Romano
La Sicilia
luglio 2010

Due morti e un viaggio nel vino

L’ultimo libro di Fulvio Ervas “Finché c’è prosecco c’è speranza” (ed. Marcos y Marcos) riporta al lettore le indagini dell’ispettore Stucky. Un viaggio per scoprire la verità su due uomini assassinati, il conte Lancillotto e un imprenditore poco scrupoloso nei confronti della terra che lo ospita. Ma anche un percorso di buone bevute e donne moleste. Un modo ironico di parlare della vita e della morte, mescolandole a quelle leggere amenità che fanno del vivere una grande cosa. E il vino prima di tutte, tanto che insieme alle indagini prende il via un viaggio fra osti e vitigni, oltre che fra pazzi e savi. L’ispettore incontra caratteri e caricature, sapendo forse fin da subito che l’ultima risposta non sta (o non solo) negli intrighi mondani. E meno che mai non nel pericolo che le vigne del conte vengano soppiantate da filari di banani: piuttosto la risposta è nel vento e nelle bollicine del prosecco, nella ruggine, nella polvere del cementificio che «si posa su insalate, acque e grappoli dorati»

 

Marianna Corte
Gentleman

luglio 2010

Quando l’oste chiede all’ispettore Stucky se il Prosecco lo vuole tranquillo, frizzante, fermentato in autoclave o in bottiglia, rimane deluso dalla risposta distratta di chi non sa decidere né forse distinguere un’etichetta da un’altra. D’altra parte, non è il vino la ragione di interesse dell’ispettore, ma la ricerca del movente di un suicidio che non convince e di un omicidio fin troppo chiaro. Questa la trama del libro Finché c’è prosecco c’è speranza di Fulvio Ervas (ed. Marcos y Marcos, 16,50 euro), autore nato nell’entroterra veneziano, già vincitore del premio Calvino nel 2001. Un libro frizzante come il vino che evoca. Un testo divertente che è anche un buon pretesto per volare con la mente tra i filari assolati del Veneto. In attesa della prossima vendemmia.




Marilù Oliva
thrillermagazine.it
luglio 2010

Oggi vivi in provincia di Treviso ma hai vissuto a Venezia, la tua famiglia materna è di origine montenegrina e quella paterna discende dai magiari. L’ispettore Stucky, tua creatura letteraria, è mezzo persiano, mezzo veneziano. Un omaggio all’integrazione?
Un’applicazione della biodiversità, l’esaltazione del valore dell’incrocio. Ma anche un omaggio all’amicizia, al rapporto fraterno che mi lega ad un medico iraniano da cui ho molto imparato. Un richiamo a quella terra tormentata che è l’Iran di questi anni.

Come ti sembra che sia oggi l’atteggiamento della gente in generale, e della politica in particolare, verso la diversità?
C’ è una straordinaria schizofrenia: come consumatori vogliamo la massima discrezionalità di scegliere oggetti sempre cangianti e come cittadini siamo infastiditi da ciò che non riusciamo ad assimilare a noi, alle nostre generali convinzioni, ai nostri stili di vita, persino al nostro colore di pelle, ai suoni quotidiani del nostro linguaggio. Siamo scelti da una miriade di oggetti inutili, che ci fanno perdere il senso di quello che siamo e crediamo di mantenere la nostra identità opponendoci, anche con violenza, a chi è diverso. Due compensazioni per una stessa malattia.

In “Finché c’è prosecco c’è speranza” il vino (e le sue bollicine) scorre in sottofondo come una frizzante metafora. Del piacere della vita e della sua bellezza?
Della bellezza, rappresentata dalla conservazione della struttura del territorio e dal suo godimento.

“Finché c’è prosecco c’è speranza” ruota attorno all’apparente suicidio del conte Ancillotto: c’è un giallo quindi, da chiarire. Cosa rispondi a coloro che ritengono il giallo un genere di seconda categoria?
Non sono un giallista nel senso stretto della parola. Mi interessa inventare: tentare di metterci un po’ di brio, annotazioni scientifiche in sottotraccia, un po’ di umana commedia, far riflettere sorridendo. Può essere che il giallo sia un genere di seconda categoria. Tuttavia, leggendo, mi impantano in certe scritture, che dovrebbero appartenere alla Prima Categoria, ed allora sono portato a credere che in seconda categoria ci si annoi meno e si prenda meno in giro il lettore.






I nomi dei personaggi dei tuoi romanzi sono molto pittoreschi, a partire — in “Finché c’è prosecco c’è speranza” — dal conte Ancillotto, per continuare con gli agenti Spreafico e Landrulli. Come li scegli, intuizioni improvvise o lunghe meditazioni?

Suoni occasionali, cantilene: assemblaggi di parole e nomi che emergono all’improvviso, da una scatola di biscotti, una trasmissione radiofonica, dal campanello di un condominio.

Sempre per Marcos y Marcos hai scritto “Follia docente”, un libro che racconta la scuola attuale con le sue problematiche inerenti gli alunni di oggi ma non solo, e che supera i luoghi comuni. Forse questo libro non sarebbe nato se tu non fossi stato anche professore?

Ho cercato di raccontare la scuola proprio nei suoi aspetti di illogicità e, per molti aspetti, di caos sul piano formativo ed educativo. È uno dei macrosistemi collettivi su cui si discute astrattamente, si migliora poco, si distrugge molto. Ma mi chiedevo anche, mentre scrivevo, a chi diavolo veramente interessi un sistema scolastico che faccia maturare esseri umani e formi cittadini sensati. C’è davvero una quantità significativa di adulti che desideri, profondamente, che i giovani siano migliori della generazione che li ha prodotti? O soltanto che abbiano un po’ di più?

Se tu venissi nominato ministro dell’istruzione, quali sono i primi provvedimenti che prenderesti?
Istituirei l’insegnamento dell’Idiozia, peraltro già spalmato in molte discipline.
Mi sembrerebbe un contributo interdisciplinare per far cogliere la stupidità che governa una quota importante delle attività umane.

L’ironia nella tua produzione: la inserisci spontaneamente, hai scelto i dialoghi come luogo d’elezione, la valuti con attenzione...
Cerco di aumentare il tasso di ironia a scapito del sangue: appartengo ad una generazione sottoposta ai ricatti di cortine di ferro, pericoli nucleari ed altre bazzecole. Ad essere terrorizzati dall’alto ci si stanca. Ad un certo punto sento di dover mettere un po’ a riposo le ghiandole surrenali e produrre meno adrenalina. Soprattutto godermi un bel sorriso. Sono anche convinto che l’ironia produca ferite che infettano, socialmente, assai meno del terrore. Ci fa vivere più sani.

Una citazione da “Finché c’è prosecco c’è speranza”
Una delle frasi di Isacco Pitusso, il matto del paese: “… il mondo dovrebbe essere governato dai matti, purtroppo non ce ne sono abbastanza. Allora bisognerebbe lasciare il timone ai potatori. Perché solo i potatori conoscono il passato, producono il presente e riescono ad immaginare il futuro”. Ad maiora…

 

Fabrizio Quadranti
Cooperazione

luglio 2010

Suicidio al prosecco

Finché c’è prosecco c’è speranza, di Fulvio Ervas: l’ispettore Stucky, morti innaturali e intrighi nella regione del prosecco.

Cominciamo dai difetti: Finché c’è prosecco c’è speranza, di Fulvio Ervas,  ed. Marcos y Marcos, non è un capolavoro ed i giallisti incalliti, nel susseguirsi delle pagine, scuotono spesso  la testa. Il profilo del protagonista, l’ispettore Stucky, è relativamente tratteggiato (troppo poche cose su di lui si vengono a sapere) e diversi personaggi sembrano improbabili (la pazza che vorrebbe trasformare le ricche vigne in bananeti, Celinda Salvatierra, la nipote ereditiera di un altro originale trovato suicida sulla tomba di famiglia!). Però c’è un qualcosa che impedisce al lettore l’abbandono. Sono i capitoli in corsivo, il diario del pazzo del paese che, grattando la ruggine delle tombe, propone una sorta di Spoon River della regione del prosecco. E qui il romanzo assume altre connotazioni. Nel senso che la coralità di fondo si afferma pagina dopo pagina. E non è solo una questione di bollicine, ma anche di polvere, cioè di veleno che tutti respirano quotidianamente… 

 











La risposta è nel vento, ma questa è un’altra storia: per dire della sottile ironia che agisce nel testo ma anche nell’ipertesto. E il male non è tanto il finto o vero suicidio, l’occasione che smuove tutta la narrazione, e nemmeno il successivo omicidio dell’ingegnere. Il male che corrode è la corsa al denaro di tutta una regione. E l’ispettore trevigiano Stucky, di origini iraniane (i fans di Ervas già lo conoscono: è alla sua quarta avventura), rincorre ogni ipotesi con dialoghi che non sono interrogatori e pensieri che sembrano scappare da tutte le parti, ma che, dopo, hanno una loro affascinante logica. Un romanzo leggero quasi come il vino del titolo, specialmente in estate: lo si inizia a bere come gazzosa ma poi, quando non ci si bada, diventa pesante, lasciando non poche scorie. Con un finale consolatorio che ci si aspetta, se non fosse che…
Arianna e Selena Mannella
thrillercafe.it
settembre 2010

Abbiamo raggiunto telefonicamente l’autore Fulvio Ervas in procinto di partire per la Sardegna dove andrà a presentare il romanzo di cui parliamo oggi “Finché c’è prosecco c’è speranza” edito da Marcos y Marcos (nota di ThrillerCafe: l’intervista è stata realizzata qualche settimana, ma pubblicata solo ora per piccoli inconvenienti tecnici).
Con l’occasione veniamo a sapere che Ervas vive vicino all’aeroporto militare e che le sue onde interferiscono con la linea telefonica, subito non gli crediamo, così lo chiamiamo sul telefono fisso. Dall’altra parte ci giungono dei suoni poco chiari, forse Fulvio ci sta dicendo che è il caso di credergli. Tentiamo ancora una volta, non si mai che le interferenze militari non stiano captando qualche altro segnale facendoci fare il nostro lavoro senza troppi intoppi. Ci guardiamo basite senza capire una parola di ciò che ci viene detto, il vivavoce del telefono funziona a perfezione, a quel punto decidiamo di chiamare senza tariffa agevolata sul cellulare dell’autore. Sentire la voce nitida e pulita non ha prezzo! La prima domanda è spontanea… ma con questi disguidi il canone del telefono lo dovete pagare lo stesso?
(ride) Direi di sì, siamo masochisti…
A questo punto iniziamo con l’intervista vera e propria…
Ervas non è nuovo a questo genere di romanzo ecco perché fin dalle prime battute ci troviamo davanti un thriller che nella sua schiettezza narrativa ci regala anche della sottile ironia, caratteristica sempre apprezzata quando miscelata a dovere con una trama ben orchestrata.

Perché un thriller ambientato tra i vigneti delle colline venete?
Perché le colline sono belle, sono uno sfondo meraviglioso e il prosecco è buono! Così ho fatto questo gioco di parole…

Qual è l’ambientazione più giusta per creare un thriller?
Adoro il territorio quindi immagino una serie di crimini ambientali, cattivi che inquinano, un poliziotto simpatico e poco sangue perché l’adrenalina arriva anche senza un’immagine troppo violenta.

Come mai ha deciso di dare un tono ironico a una storia nera?
Un po’ così… perché credo di essere una persona che si gode le cose, per giocare e poi mi ha preso la mano, non è stato un pensiero razionale, è solo il mio modo di vedere le cose, di ironizzare.

E’ così simpatico anche nella vita?
Ancora meglio nella vita.

Allora diremmo proprio che ci sono delle buone premesse… Il titolo del romanzo suggerisce che lei sia un intenditore di vini, è così?
Sono un agronomo pertanto conosco le cose di cui parlo, mi sono occupato anche di prosecco nello specifico per conto mio, volevo poi scrivere anche un saggio sul vino ma ho scoperto che era troppo impegnativo e ho lasciato stare, devo dire che ho viaggiato in tutta Italia per questo motivo con dei veri esperti…



Perché non ha parlato per esempio di un vino rosso che poteva magari suggerire meglio l’idea del noir?
Ho giocato sul vino bianco perché secondo gli esperti, il bianco è utilizzato in periodi di crisi economica. Ho scritto il romanzo nel 2009, nel pieno della crisi economica. Il rosso corposo, più caro, è sinonimo di un migliore tenore di vita, inserire il prosecco è stato un voler raccontare attraverso il vino l’atteggiamento del nostro paese. Io comunque preferisco i vini rossi.

Il romanzo tratta un tema attuale come quello dell’inquinamento, quanto si sente coinvolto da questo tema?
E’ una delle mie passioni che chiamerei civili, insegno chimica a scuola e insisto molto sul riciclaggio, poi possiedo due orti biologici, sono un amante della terra, ho seicento metri quadri e faccio tutto a mano. Tra scuola e orto e scrittura ho una vita piena.

Preferisce scrivere da solo o in coppia con sua sorella come è avvenuto per altri suoi romanzi?
E’ stata un’esperienza interessante che è sfumata, ormai scrivo da tre romanzi da solo, ma non è cambiato molto da prima perché sento sempre il bisogno di scrivere.

Oltre a scrivere legge…
Molti saggi, soprattutto per lavoro, che riguardano la chimica e gli atomi ecc.

Narrativa? Quella tipica da ombrellone?
Pochino… ho fatto poche vacanze anche se quando posso vado in Croazia, ha dei paesaggi bellissimi.

Però sappiamo che sta per partire per la Sardegna…
Sì ma solo per lavoro, anche se ne approfitto per godermi l’Italia.

Una società multirazziale ha ancora molta diffidenza verso il prossimo? Lei per esempio introduce la figura di kosovari e boliviani nel romanzo…
Domanda complessa, qui da noi non puoi prescindere dallo straniero, sono molti. Forzandolo lo inserisco nei romanzi. E’ un lungo percorso che abbiamo appena iniziato anche se dal punto di vista istituzionale, non siamo partiti bene. Anche tra di loro tuttavia ci sono persone buone.

Che importanza ha la scrittura nella sua vita
Orto scrivo, orto scrivo… (ride) senza leggere e scrivere mi sentirei in prigione, non potrei farne a meno.

Una cosa curiosa che può dirci legata alla sua scrittura?
Invento di solito le mie storie a Maggio, poi le scribacchio in estate e le aggiusto a Settembre, Ottobre. Tutto ciò che scrivo è un argomento, qualcosa che mi deve interessare.

Vuole fare un saluto agli amici di Thriller Café
Innanzi tutto vi saluto entrambe dato che siete in due… Agli amici di Thriller Cafè dico che mi auguro leggiate i miei libri, ma se non lo fate è lo stesso e poi vi auguro di divertirvi perché l’estate è brevissima e divertirsi è il modo migliore per affrontare le difficoltà!

Grazie davvero Fulvio per la simpatia dimostrataci e la piacevole chiacchierata senza interferenze!

Cristina Marra
strill.it

luglio 2010

È arrivata l’estate e alla questura di Treviso l’ispettore Stucky “arranca nel suo ufficio senza aria condizionata tra scartoffie e ritagli di giornale” in attesa del Ferragosto “uno di quelli in cui anche il crimine si stende sotto l’ombrellone, si abbronza e torna e torna più agguerrito di prima”. Unica consolazione è bere un bicchierino all’osteria di Secondo, un’istituzione in città. “Finchè c’è prosecco c’è speranza” è il quarto giallo che Fulvio Ervas dedica all’ispettore Stucky. Veneto di origini persiane, Stucky, scapolo e attraente, lettore di Manganelli e  in perenne competizione col commissario Leonardi che rivendica di “essere il perno della omicidi” stavolta, subito dopo un caldo Ferragosto tra le colline trevigiane, si trova a indagare nel mondo e nei luoghi del prosecco. Il suicidio di Ancillotto Desideri  produttore e fornitore di vini pregiati, turba l’oste Secondo e anche l’ispettore è convinto che ci sia “troppo ordine in quella tragedia”. Sempre a Cison di Valmarino, paese di Ancillotto e patria del prosecco è rinvenuto il cadavere dell’ingegnere Tranquillo Speggiorin, direttore del cementificio. Un suicidio che ha tutta l’aria di mascherare un omicidio e un omicidio che riconduce ai luoghi e indirettamente alla produzione del prosecco. Le indagini portano allo scoperto speculazioni di uomini senza scrupoli che come killers silenziosi colpiscono e compromettono o intaccano la salute degli abitanti delle campagne trevigiane. 




Stucky, affidandosi al suo intuito e alla tecnica dei due cestini che contengono le domande e via via le risposte che emergono dal caso, scopre il modus vivendi nei paesini del prosecco, le abitudini, i riti ma anche i dubbi e le paure e la voglia di riscatto di coloro che si oppongono e contrastano i giochi di potere. Ancora una volta Ervas, col suo esilarante stile narrativo e il suo particolare uso del linguaggio, si cimenta in un romanzo in cui il plot giallo offre lo spunto per tratteggiare una realtà sociale e per raccontare uno stile di vita ancora possibile. 
Vino e cemento. I procedimenti per produrli a confronto con le relative speculazioni. Tradizione e innovazione spregiudicata, chi ha la meglio?  La tradizione, in alcune nicchie di produzione ( come vino ed altri alimenti) resiste.  Minacciata, magari, ma non vinta. Certo, la spinta a fare solo soldi con il vino ed altro, cioè a fare del profitto ad ogni costo, è fortissima. Ma le filiere alimentari sono  questioni   molto complesse e i romanzi, davvero, non hanno strumenti per narrarle compitamente.
Nel romanzo ci sono morti violente che diventano casi eclatanti e altre che si perpetuano in silenzio ma che sono ancora più tremende. Il romanzo fa anche denuncia?  Uccidono di più le automobili, l’amianto e il monoclururo di vinile che tutti i serial killer del mondo.  Ma le morti “diluite”, un po’ occultate, non suscitano attenzione e repulsione come il colpo di pistola dell’assassino.  La rete di responsabilità diffuse  ci confonde e si confonde. Non vogliamo accettare e riconoscere che il rischio di  malattia e morte  è  persistente nel tempo e nello spazio ed esigerebbe una grande attenzione collettiva.
Vino e cultura sono il binomio perfetto?  Buona terra, buon vino, ozio e  buoni libri. Che splendore la vita!

 

Marilù Oliva
carmillaonline.com

luglio 2010

Sono le colline venete del prosecco l’ambientazione di “Finché c’è prosecco c’è speranza” (Marcos y Marcos, 2010, euro 16,50), di Fulvio Ervas, classe 1955, nato a Musile di Piave, piccolo centro agricolo tra Venezia e Treviso. E proprio a Treviso l’ispettore Stucky, mezzosangue persiano e veneziano, protagonista di questo e di tre precedenti romanzi, tenterà di risolvere alcunimisteri, in primis quello dell’apparente suicidio del conte Ancillotto, fornitore di vini pregiati. Sembra strano anche all’ispettore Stucky che si sia tolto la vita proprio un uomo amante delle donne e soprattutto del vino, simbolo per eccellenza della vitalità. Sarà la bevanda degli dei il protagonista, silenzioso ed effervescente, a scorrere in sottofondo, metonimia di un tutto compreso tra la vigna – e la particella di terra – e il legno della botte, la bottiglia finale, la dedizione del viticoltore, l’umore –e l’amore- del consumatore finale. Stucky, col suo intercalare “Antimama!” e col suo sguardo apparentemente disteso sul mondo, condurrà interrogatori non proprio formali e attraverserà paesaggi descritti con pennellate veloci e intense. Che portano, nella loro descrizione, l’allegria del vino e la malinconia della bevuta che passa: «Stucky vedeva a stento i cartelli stradali, Ponte della Priula sul lungo letto ghiaioso del Piave, poi a sinistra, costeggiando il fiume, tra i nomi famosi della Grande guerra, Nervesa e Sernaglia della Battaglia, ancora a lato del fiume Soligo, dove il percorso non era esattamente una linea retta, piuttosto anse improvvise, bordi fittamente alberati, graziose osterie e clienti ondeggianti sul ciglio della strada. [...] 

 





Lui seguiva i profili delle colline, lo sfondo di verde cartapesta che faceva dimenticare la pianura, accompagnava lo sguardo verso il cielo e, come una rampa, lo lanciava lontano». Ma accanto a questi scorci intatti, Ervas introduce con delicatezza anche la piaga del progresso, luoghi-non luoghi tetri come il cementificio dai camini svettanti: «Certe fabbriche hanno qualcosa di orrorifico, si capisce subito, al primo sguardo, che non sono luoghi sani, che vi si producono reddito e malattia con la stessa intensità. Invece il cementificio non aveva un aspetto maligno, vi si accedeva da una strada alberata, ottimamente collegata alla rete viaria poiché il flusso di camion, in entrata e uscita, era considerevole. Stucky la percorse piano, osservando la lieve patina di polvere, come un velo di zucchero, che ricopriva la zona. Polveri sottili. Le case più vicine distavano un chilometro in linea d’aria. Chissà se quella polvere gli condiva l’insalata».
O come cave di ghiaia, ditte di smaltimento, discariche, tutte collegate da reti di interessi che si fanno beffe del libero mercato e dei principi d’onestà, spesso con la compiacenza di amministrazioni locali. Un romanzo scorrevole, piacevole, con punte d’ironia e con la freschezza del prosecco. Un prosecco provvidenziale, in questo caso. Perché, se è assodato che in vino veritas, allora non c’è dubbio che in vino spes!
Cristina Marra
liberidiscrivere.com
luglio 2010


Ferragosto caldo, anzi caldissimo per Stucky, l’ispettore veneto di origini persiane, protagonista dei gialli di Fulvio Ervas. Dopo “Commesse di Treviso”, “Pinguini arrosto” e “Buffalo Bill a Venezia”, l’ironia e l’esilarante tecnica narrativa di Ervas si “trasferiscono” sulle colline del prosecco. Stucky si aspettava “un noioso ferragosto, uno di quelli in cui anche il crimine si stende sotto l’ombrellone” e invece si ritrova in gita sulle colline trevigiane in compagnia delle attraenti vicine di casa, “le sorelle di vicolo Dotti” che a distanza ravvicinata “erano pericolose come una daga affilata”. Al suo ritorno comincia a indagare su una morte sospetta: il suicidio del conte Desiderio Ancillotto, fornitore di vini pregiati. “C’era troppo ordine in quella tragedia” e anche in mancanza di un biglietto e di una firma, per Stucky “c’era un messaggio in quella morte”. Dopo qualche giorno è rinvenuto il cadavere dell’ingegnere Tranquillo Speggiorin, direttore del cementificio di Cison di Valmarino, patria del prosecco e paese del conte Ancillotto. C’è un nesso tra le due morti?Cosa si nasconde dentro il cementificio? In competizione col commissario Leonardi che rivendica di “essere il perno della omicidi” e affidandosi alla sperimentata tecnica dei due cestini, “metteva tutte le domande che si poneva nel corso dell’indagine nel primo e le passava nell’altro via via che trovava la risposta”, Stucky si “immerge” nei luoghi del prosecco e si barcamena tra indizi e supposizioni. Pur non essendo un intenditore di vini, Stucky non disdegna un bicchierino all’osteria di Secondo e “illuminato” dalle lezioni dell’oste e dagli interrogatori ai membri della Confraternita del prosecco, scopre l’affascinante mondo che ruota intorno alla produzione dei vini ma anche quel “male” provocato dall’avidità umana che si insinua sulle colline, ne intacca la terra, si libra nell’aria e colpisce le persone.

Per Stucky il prosecco è un vino simpatico, per gli esperti è “un vino per una stagione sociale”, perché lo ha scelto come “protagonista” del suo romanzo?”
”Perché è stata la principale attività produttiva del Veneto ad essere cresciuta nell’anno 2009, cioè in piena crisi economica. Perciò è un simbolo: di imprenditorialità, di  rapporto con il territorio, di immagine.  Perché è una monocultura e dopo essermi occupato, con Buffalo Bill a Venezia della monocultura turistica, mi piaceva ricordare che le monoculture esigono un’attenzione, una cura, un’intelligenza compensatoria di altissimo livello. Il prosecco rappresenta una sfida: mi è piaciuto narrarla.”





Quanto sono influenti e quanto contano le sue origini persiane di Stucky nel suo modus operandi?

Ostinato e cortese, un poco seduttore come certi venditori di tappeti persiani, attento ai dettagli del comportamento umano, sensibile al non detto, amante delle bellezze del mondo: anche molto veneziano. Un incrocio tra  grandi tradizioni  di civiltà.

“Le due vittime. Desiderio Ancillotto e Tranquillo Speggiorin. Me ne tratteggia brevemente le caratteristiche
?” 
Il conte Ancillotto è il grande vignaiolo, rappresenta il conservatore che s’accorge che il mondo che ha amato e difeso  rischia di svanire.  Ne imputa la colpa al meccanismo sociale di cui  egli stesso è stato propugnatore.   L’ingegner Speggiorin, che dirige il cementificio, è l’uomo del PIL sempre in crescita, dei bilanci in attivo, dell’efficienza produttiva ad ogni costo. Una  locusta con il telefonino.

Vino e cemento. I procedimenti per produrli a confronto con le relative speculazioni. Tradizione e innovazione spregiudicata, chi ha la meglio? 
La tradizione, in alcune nicchie di produzione (come vino ed altri alimenti) resiste.  Minacciata, magari, ma non vinta. Certo, la spinta a fare solo soldi con il vino ed altro, cioè a fare del profitto ad ogni costo, è fortissima. Ma le filiere alimentari sono  questioni   molto complesse e i romanzi, davvero, non hanno strumenti per narrarle compitamente.

Nel romanzo ci sono morti violente che diventano casi eclatanti e altre che si perpetuano in silenzio ma che sono ancora più tremende. Il romanzo fa anche denuncia? 
Uccidono di più le automobili, l’amianto e il monoclururo di vinile che tutti i serial killer del mondo.  Ma le morti “diluite”, un po’ occultate, non suscitano attenzione e repulsione come il colpo di pistola dell’assassino.  La rete di responsabilità diffuse  ci confonde e si confonde. Non vogliamo accettare e riconoscere che il rischio di  malattia e morte  è persistente nel tempo e nello spazio ed esigerebbe una grande attenzione collettiva.

Estnord
estnord.it
settembre 2010

L'ispettore Stucky è tornato ed è, vi assicuriamo, un'ottima notizia. «Finché c'è prosecco c'è speranza» è il titolo della nuova opera di Fulvio Ervas, uscita per le edizioni Marcos y Marcos in cui l'intreccio si annoda ai vitigni di prosecco dei colli trevigiani. E proprio attorno alla bevanda simbolo del Veneto, tanto più con il governo regionale dell'enologo Luca Zaia, si succedono vivide storie su questo tormentato territorio animato da personaggi memorabili - non solo il protagonista- vittima, il conte Ancillotto, nobiluomo d'altri tempi -, ma una tribù di personaggi - Berto il matto del paese, Leonida Saba il ragazzo, l'oste Secondo, Francesca la «escort» - disegnati con sobria perizia. La trama dell'inchiesta poliziesca è il pretesto per illuminare tante storie comuni di questo nordest: la terra avvelenata dai pesticidi, l'aria dalle cementerie e l'ignoranza e la sopraffazione a fare da contorno. Il tutto raccontato con una leggerezza calviniana, un trasporto con non cede al sentimentalismo, un prender parte lucido e consapevole. Il romanzo è arricchito da preziose perle incastonate tra un capitolo e il successivo: una Spoon river in riva al Sile, cantata dal matto del paese, ci offre il racconto delle vite dei sepolti nel locale cimitero e compone il giusto tempo di un intreccio a cui non puoi sottrarti fino alla fine.

 

Lanfranco Franchi
Lankelot.eu
luglio 2010

«“Qualcosa so” si difese l'ispettore. “E cosa? L'origine del prosecco? Lei sarà uno di quelli che mormorano sulle origini giuliane del prosek, o che si appellano all'analisi del DNA per dimostrare che il prosecco è identico al croato Teran Bijeli. Sarà uno di quelli con la puzza sotto il naso, perché per fare il prosecco si deve essere un po' bastardi e mescolare tracce di chardonnay e di verdiso nelle annate calde, e di bianchetta trevigiana in quelle più fredde”.

“Io sono un sostenitore della matrice collinare e autoctona del prosecco! Perché quel che vale veramente è la sapienza dei viticoltori, la composizione del suolo, la luce, l'inclinazione di certi tramonti, lo spessore delle gocce di pioggia che in questo territorio non hanno paragoni”.
“Secondo, mi illumini lei. Ma sinteticamente.”
L'oste spalancò sconsolato le braccia, e andò nel retrobottega, tornando con alcuni libri consunti.
“Legga tutta la notte e domattina ne parliamo”» (p. 183).

Ferragosto. Non manca molto, a ben guardare. Il clima è già quello, con brillante e poco italico anticipo. Se avete voglia di leggervi un buon giallo satirico e fedele al territorio (il Veneto), disimpegnandovi senza spegnervi ed emozionandovi non poco – soprattutto se siete convinti che tra voi e un sommelier ci siano poche differenze: tutte da dimostrare – allora potete puntare dritto su “Finché c'è prosecco c'è speranza” dell'outsider Fulvio Ervas, autore Marcos Y Marcos, classe 1955. Si tratta della quarta avventura del suo ispettore Stucky, mezzo persiano e mezzo veneziano. È un buon bevitore, senza essere un intenditore, buon lettore (Manganelli), uno scapolone molto ricercato. Stavolta indaga sulla misteriosa morte del conte Ancillotto, fornitore di prosecco dell'osteria di Secondo, grande amico dell'ispettore. È uno strano suicidio, perché il conte era uno che amava le donne, camminare, guardare il fuoco e il buon vino: uno così non vorrebbe mai uccidersi. Lascia una bella eredità, ettari di collina. E il mistero d'un suicidio un po' troppo coreografico. Di lì a poco, Stucky si ritroverà a indagare su un'altra morte – stavolta, un assassinio – tutt'altro che naturale: quella dell’ingegner Speggiorin, direttore del cementificio.

 





A intervallare il tutto, un libro nel libro: Ervas ha spiegato, giorni fa, sul Gazzettino, che: “All’interno di ogni romanzo di Stucky, io inserisco una seconda narrazione, un personaggio che racconta qualcosa di curioso, connesso con il tema del giallo, ma parallelo; stavolta sono i commenti di Isacco Pitusso, le sue orazioni ai morti, che rappresentano in realtà una panchina in cui io, autore, mi siedo per guardare controluce alcuni aspetti dell’esistenza e, così facendo, invito i frettolosi nordestini a rallentare, pensare, trovare risposte e soluzioni, anziché rincorrere i problemi”.
Pitusso è un matto (“matto da vin”, uno che sveniva non per i colpi di sole ma per i colpi delle ombre, p. 83) che ha trovato, per primo, il cadavere del conte Ancillotto, disteso su una lastra tombale, con un bicchiere accanto (p. 70). Mi fermo qua ed evito altri spoiler. Passiamo ad altri, non meno nobili aspetti.
Il dizionario dell'osteria. Il goto: “era un semplice bicchiere di vetro spesso e graffiato, diventato negli anni sottile e trasparente. Diventato calice, forse un tentativo cristiano di ricordarci che il vino è cultura e non solo merce” (p. 10). Una mathusalem: “Una champagnotta da sei litri”, “un bottiglione” (p. 33).
Poetica dell'osteria. Quando trionfano i vini bianchi, c'è la crisi. Quando trionfano i vini rossi, tutto va a gonfie vele. È una teoria.
Regole dell'osteria. Mai abbracciare il proprio oste di fiducia, nemmeno quando piange.
Regole del vino. I quattro troppo: “Non offrirne troppo, non mescolare troppo bianchi e rossi, non berne troppo e non pagarlo troppo poco” (p. 45).
Perché proprio il Prosecco protagonista dell'opera? Ervas ha dichiarato, in una recente intervista rilasciata al “Mucchio”: “Lo scorso anno ho fatto un lungo viaggio, dal Veneto alla Puglia e Campania, in compagnia di due esperti di vigneti e ho visto un universo. Mi è venuto il desiderio di scrivere qualcosa sull’intricato mondo del vino. Il prosecco è il vino più noto della Marca trevigiana, per certi aspetti assunto a simbolo di stile di vita, veloce, frizzante, un poco frivolo. Volevo giocare sulla contrapposizione tra il momento sociale che viviamo, anche in Veneto, e l’illusoria beatitudine delle bollicine”.

… ed è andata proprio così. Esperienza estetica piacevole. Frizzantina.

 

Anna Renda
Il Gazzettino

giugno 2010

Ervas:«Nei miei libri il Nordest bello e caotico»

Scrive gialli, gialli nostrani e divertenti, ambientati tra la Marca Trevigiana e la provincia di Venezia. Fulvio Ervas vive a Istrana ma è nato a Musile di Piave cinquantacinque anni fa. Dotato di una mente scientifica e di un sincero amore per gli animali, oltre che di un grande senso dell’ironia,si iscrive a Scienze Agrarie e si laurea con una tesi sulla mucca Burlina.
Da oltre vent’anni insegna ma nella testa ogni giorno gli si affollano storie di personaggi stravaganti che avanzano pretese letterarie. Ervas comincia così a scrivere veri romanzi, pubblicando nel 2006, insieme alla sorella Luisa, Commesse di Treviso, che dà avvio alle avventure dell’ispettore Stucky, un poliziotto mezzo veneziano e mezzo persiano che vive nella città del Sile. Da allora ogni anno un episodio, ma li scriverà da solo, e da tre giorni è in libreria con il quarto, Finché c’è prosecco c’è speranza (€16,50), forse il migliore della serie, edito come sempre da Marcos y Marcos.
Stavolta l’ispettore Stucky indaga a Cison di Valmarino per lo strano suicidio del conte Ancillotto, produttore di vini d’eccellenza, e per l’assassinio dell’ingegner Speggiorin, diretto del cementificio. Due fatti e due personaggi che sembrano non aver niente in comune.
E infatti il senso del è proprio questo. Nella serie Stucky, l’omicidio è accompagnato da crimini non meno gravi, quali l’alterazione del territorio e la stupidità. Il baricentro narrativo non è nell’inchiesta, ma negli spostamenti di Stucky che, indagando, ci mostra queste belle isole della terra veneta (da Cison a Venezia, da Possagno alle anse del Sile) ricordandoci che tra un’isola e l’altra di bellezza abbiamo seminato orrori urbanistici e caos abitativo.

Animali e piante hanno sempre un ruolo importante nei suoi gialli; in quest’ultimo il protagonista vegetale è l’uva e quei vigneti della pedemontagna trevigiana che l’erede boliviana del conte minaccia di distruggere per far spazio a una piantagione di banani...
I miei personaggi si muovono dentro a un ecosistema narrativo fatto di rapporti tra esseri - sia umani che animali e vegetali - che danno colore, suggestione e clima al romanzo. Senza questa rete di relazioni tra viventi, ogni storia si assottiglia. Come del resto credo credo accada per la nostra esistenza.

In quest’ultima storia la vicenda poliziesca si intreccia con una specie di Antologia di Spoon River in prosa, struggente e insieme ironica, che vede protagonista il matto che gratta la ruggine.
All’interno di ogni romanzo di Stucky, io inserisco una seconda narrazione, un personaggio che racconta qualcosa di curioso, connesso con il tema del giallo, ma parallelo; stavolta sono i commenti di Isacco Pitusso, le sue orazioni ai morti, che rappresentano in realtà una panchina in cui io, autore, mi siedo per guardare controluce alcuni aspetti dell’esistenza e, così facendo, invito i frettolosi nordestini a rallentare, pensare, trovare risposte e soluzioni, anziché rincorrere i problemi.

 

 

 

 


Ricorda l’incontro che le ha cambiato la vita?
Sono tre, tutti mi hanno dato spinte diverse per correggere la mia direzione: un insegnante di filosofia, mia moglie e un amico di sangue. Ma tutte le buone relazioni umane rendono la vita un continuo cambiamento.

Cosa sognava di fare da grande?
Cambiare il mondo.

L’errore che non rifarebbe?
Credere che si possa cambiare il mondo.

Qualcosa che vorrebbe non aver scritto?
Nessun pentimento, a parte qualche insufficienza nei registri.

Tre libri che vorrebbe con sé se si trovasse su un’isola deserta.
Giardini di Pouge Harrison perch è delicato; Il libro del vento di Lyall Watson perché porta lontano; un quaderno bianco perché le idee improvvise tengono compagnia.

Adesso cosa sta leggendo?
Non leggo mai (per prudenza) un libro alla volta: adesso sto completando Altai dei Wu Ming e In difesa del cibo di Pollan.

Destra o sinistra?
Sinistra, dove sta il cuore (benché il fegato stia a destra).

Cos’è per lei il Nordest?
L’involuzione moderna del Veneto.

E Venezia?
Vorrei sposarmela, ma sono già coniugato.

Progetti per l’immediato futuro?
Ho raccolto molte materie per una storia del vino in Italia dal dopoguerra in poi. Mi sembra un affresco interessante della società e della cultura italiana. Ma per ora manca il tempo. Un altro libro a quattro mani? No. Il periodo di collaborazione con mia sorella è stato strepitoso, ma il progetto di scrittura nel breve periodo è individuale. Certo, mai dire mai. Per l’immediato futuro aspiro al riposo; scrivere finché c’è prosecco c’è speranza è stata un’esperienza sufficientemente inebriante, ma adesso sogno le ferie! Poi si vedrà.

 

Orietta Possanza
Terra

giugno 2010

Killer e bollicine. Lo spietato Nordest di Ervas

NARRATIVA. In libreria per Marcos y Marcos "Finché c’è prosecco c’è speranza". Dopo "Commesse di Treviso" e "Pinguini arrosto" un nuovo capitolo della fortunata saga noir che ha come protagonista l’ispettore Stucky. 

Ci aveva avvertito al tempo di Buffalo Bill a Venezia: «Stucky rimarrà in scena ancora a lungo». Eccolo difatti puntuale, tornare in libreria per Marcos y Marcos, con una nuova avvincente indagine, Finché c’è prosecco c’è speranza. Un titolo che la dice lunga sul quarto giallo del simpatico ispettore della questura di Treviso. Mezzo veneto e mezzo persiano, nato dalla penna dello scrittore veneto Fulvio Ervas, Stucky stavolta, si ritrova a dipanare un’intrigata matassa nella terra del prosecco, una terra popolata da personaggi d’antant, stravaganti e senza alcun dubbio divertenti che vanno ad arricchire quelli di Commesse di Treviso e Pinguini arrosto.
Tra vigneti, osterie e vini d’intenditori, dunque, si snoda la vicenda coi suoi fitti misteri: tutto ha inizio con il suicidio del conte Ancillotto, un ricco industriale del vino, vero donnaiolo. Perché mai avrebbe dovuto suicidarsi un uomo amante delle donne, delle passeggiate e del buon vino? Così il nostro ispettore, oppresso da un ferragosto di fuoco, indaga in quel suo singolare modo, chiacchierando con i classici protagonisti del giallo di paese: la governante, l’amante di turno del conte e pure il prete. Tra le molte donne fascinose che girano intorno al caso, c’è anche un’enigmatica andina, Celinda Salvatierra, unica erede del conte, che vuole cedere gli storici vigneti ad una cooperativa di indios per avviare una coltivazione di banane.
 

 








“L’affare” si complica ulteriormente, poiché poco lontano c’è il cementificio dell’ingegner Speggiorin che va come il vento, spargendo polveri inquinanti sulle colline del prosecco e gettando il panico fra la gente. In una notte di temporale, Speggiorin viene freddato da tre colpi di pistola. Stucky dovrà andare ben al di là delle osterie e delle solite macchinazioni di paese, quali corna, rivalità, vendetta, per arrivare alla soluzione, poiché in verità, noti politici della zona, sarebbero implicati nella faccenda. Chi saranno i colpevoli? Ci fermiamo qui e non riveliamo oltre. Di sicuro, il principale protagonista della storia è il vino con i suoi fermenti e le sue bollicine, i suoi produttori e i suoi osti, colui che “bagna” le giornate e addolcisce la vita della persone e di Stucky.
«Il prosecco è il simbolo di questo nostro Nordest - ha detto Ervas in una recente intervista - frizzante, pungente, votato al cazzeggio… In epoca di crisi economica, il prosecco è uno dei pochi comparti che tiene, anzi che cresce», nonostante «la polemica scoppiata sugli inquinanti riportata da La tribuna di Treviso. Sarà anche vero che ora usano meno pesticidi e fertilizzanti ma io vedevo fare trattamenti ogni due giorni...».
Tanti i personaggi che fanno da sfondo in questo noir: c’è il matto del paese, qui occupato a “grattare” tombe e a creare epitaffi che scandiscono la storia, un originale racconto nel racconto: «E mi grato la tomba dell’oste Berto, gran mescitore del paese»; c’è la bella poliziotta veneziana, il superiore che vorrebbe controllare il caso, l’oste di fiducia. Ervas scrive con gusto, ritmo ed ironia, ti fa immergere con leggerezza in questa sua contraddittoria terra che ama profondamente e di cui conosce le molteplici sfaccettature socio-culturali.
Valeria Parrella
Grazia
maggio 2010

Il prosecco può costare la vita...

Ritorna l’ispettore Stucky di Fulvio Ervas con Finché c’è prosecco c’è speranza, insolito giallo tra vigneti, osterie e sottilissime differenze tra vini che possono costare anche la vita. Tutto ha inizio con il conte Ancillotto, ricco magnate del vino, e amante delle belle donne, che una notte mette in scena il suo suicidio, bardato come un antico cavaliere, e una magnum di champagne sottobraccio. Indaga l’ispettore Stucky, assediato dalla calura estiva e da una folla di donne fatali. Tra queste l’enigmatica Celinda Salvatierra, unica erede del conte, che è sul punto di cedere gli storici vigneti a una cooperativa di indios, che vuole coltivare banane. Il panico si diffonde tra  le colline del prosecco, anche perché poco lontano, continua a funzionare il cementificio dell’ingegner Speggiorin che inquina la terra. Una notte Speggiorin viene ucciso, e Stucky deve andare ben oltre le osterie per giungere alla soluzione.

 

Nino Mastrototaro
Flair
maggio 2010

Ancora noir svedesi?

Non si fa in tempo a smaltire La principessa di ghiaccio di Camilla Lackberg ed ecco Il bambino della città ghiacciata di Olle Lonnaeus... Dopo tanto rigore nordico, scaldiamoci con un giallo di casa nostra: Finché c’è prosecco c’è speranza di Fulvio Ervas (Marcos y Marcos) si snoda svelto e convincente tra i molti misteri della zona di Treviso. Tanto local da risultare snob.

 

Giovanni Dozzini 
Europa.it 

agosto 2010

Un buon prosecco ci salverà

Le colline del prosecco sono la pelle increspata della marca trevigiana, dove il vino bianco che si anima di bollicine è cultura, memoria e filosofia di vita. Fulvio Ervas c’ha scritto su quello che si potrebbe anche definire un giallo a sfondo enologico, che ammicca fin dalla copertina, con quelle bottiglie di vino e quel serpente tentatore che regge in bocca un grappolo d’uva, e dal titolo. Finché c’è prosecco c’è speranza (Marcos y Marcos, 304 pp., 16,50 euro) è il quarto romanzo in cui si raccontano le vicende dell’ispettore Stucky, mezzo persiano e mezzo veneziano, un Montalbano meno smaliziato e forse appena un po’ più dimesso, che piace alle donne, apprezza la buona tavola e i buoni bicchieri.
E sembra di entrarci davvero, nelle locande e nelle osterie di cui ci parla Ervas, cinquantacinquenne nato a due passi dalla laguna che di mestiere fa il professore di Scienze naturali al liceo e nel 2001 aveva vinto il Premio Calvino con un libro, La lotteria, scritto e pubblicato insieme alla sorella Luisa. 







Ci sono osti che parlano sempre e altri che lo fanno solo per lo stretto necessario, clienti abituali che si perdono nei loro calici e avventori occasionali che da quelle parti non ripasseranno mai più. E c’è, fuori, un mondo che sta impazzendo un po’, in cui gli interessi accecano, il denaro comanda le azioni e la politica pensa solo a giocare a dama col potere. Stucky, stavolta, si ritrova a indagare su un suicidio che a qualcuno non sembra un suicidio, e su un morto ammazzato che con quel suicidio, di sicuro, finirà per entrarci qualcosa. La scrittura è ironica, color pastello, Ervas si serve di modelli letterari consolidati – un vecchio nobile che si batte per difendere la tradizione, il matto del paese che va in giro a grattar via la ruggine dalle tombe, il prete di campagna che interpreta il ruolo con necessaria disinvoltura – e butta là qualche denuncia neanche troppo stemperata. Se la prende cogli inceneritori travestiti da cementifici che avvelenano l’aria e le carni degli uomini, architetta una messa in scena redentrice e offre occasione di riscatto a svitati ed emarginati.
Più di tutto piace questo tono lieve con cui dà forma a un Nord-Est meno plumbeo e disilluso di quello spiattellato da altri autori, su tutti Massimo Carlotto, di cui Ervas può essere visto come un controcanto edulcorato e per certi versi complementare. E questo libro ti fa venir voglia di farci un salto, in quelle terre. Magari passata la vendemmia. 

Antonio Prudenzano
Affaritaliani.it
maggio 2010

Con Fulvio Ervas e il suo ispettore Stucky il prosecco diventa un giallo...

Torna l'ispettore Stucky, il personaggio che ha reso famoso lo scrittore veneto Fulvio Ervas. Esce per Marcos y Marcos Finché c'è prosecco c'è speranza, il quarto giallo della serie: avvincente e impeccabile nel rispettare tutte le regole del genere, il romanzo è anche un viaggio nell'affascinante mondo del prosecco, con le sue regole antiche e i suoi personaggi bizzarri...

La lettura di "Finché c'è prosecco c'è speranza", il quarto giallo della serie dell'ispettore Stucky - il personaggio inventato dallo scrittore veneto Fulvio Ervas -, è un'esperienza purificante. Che di questi tempi (e di questi libri...) non è poco. Non solo ci si confronta con un libro di genere che rispetta (e disattende con affetto e leggerezza sinceri) le regole del giallo, ma si compie anche un viaggio avvincente (in cui si ride parecchio) nella terra del prosecco, un universo di provincia pieno di personaggio d'altri tempi, spesso bizzarri, di certo mai noiosi. E poi c'è Stucky, che torna in azione dopo "Commesse di Treviso", "Pinguini arrosto" e "Buffalo Bill a Venezia": poliziotto tosto, arguto, simpatico, mezzo veneto e mezzo persiano, a cui non ci si può non voler bene.








E' piena estate e il conte Ancillotto, donnaiolo e noto produttore di prosecco, sceglie una modalità insolita per suicidarsi... Ma non basta: pochi giorni dopo il direttore del cementificio, l'ingegner Speggiorin, viene misteriosamente ammazzato durante un temporale notturno. Entrambi eventi rarissimi in questa terra di vini e regole e modi di guardare alla vita che resistono da decenni, fregandosene della modernità, e in cui difficilmente si verificano fattacci di questo tipo. Nel frattempo le indagini sono già partite e Stucky si fa aiutare anche dalla dritte dell'oste Secondo, amico di vecchia data del conte. Intanto, a movimentare la già frenetiche e bollenti giornate, è arrivata l'indomabile Celinda Salvatierra che, ereditate le terre del conte, vuol sostituire le coltivazioni di prosecco con altre di banane (d'altronde arriva dalla Ande)... Indagini per nulla semplici, quelle dell'ispettore nato dalla penna di Ervas, ostacolate pure dal prete (che tiene in custodia le armi dei suoi parrocchiani quando scelgono di disfarsene), e dal suo superiore che vuol tenere sotto il proprio controllo il caso anche perché di mezzo ci sarebbero noti politici della zona...
Ervas non se la tira, scrive con ritmo e ironia, non si concede pause se non per l'esilarante "mini-romanzo nel romanzo" che scandisce la narrazione ("E mi grato..."). E' vero, di giallisti in Italia ce ne sono fin troppi. Ma solo pochi sanno regalare con originalità quel qualcosa in più che trasforma un noir in uno romanzo che non si dimentica e ti fa immergere in un mondo da cui alla fine non hai più voglia di separarti.

 

Giorgia Taffarelli
Il Mattino di Padova
maggio 2010

Un nuovo giallo, ma con le bollicine

Tra le colline del prosecco l’indagine dell’ispettore Stucky il poliziotto della Questura trevigiana raccontato da Fulvio Ervas

Sta per finire l’attesa dei fan dell’ispettore Stucky, il poliziotto della Questura di Treviso, mezzo veneziano e mezzo persiano, le cui indagini raccontano il Veneto di oggi con tutte le sue contraddizioni. Perché i polizieschi di Fulvio Ervas sono sui generis, come ammette lo stesso autore: «Il colpevole è il mio lato debole, ho sempre un atteggiamento di pietas nei suoi confronti. D’altro canto mi chiedo perché a una morte finta devo mettere un colpevole vero?».
Chi è il “colpevole” (o chi sono i “colpevoli”) di un suicidio poco credibile e di un omicidio certissimo, attorno ai quali ruotano le nuove indagini di Stucky, ovviamente non lo riveleremo. Ma sappiamo già che da domani arriveranno in libreria trecento nuove pagine tutte da assaporare.
Come potrebbe essere altrimenti con un libro che s’intitola Finché c’è prosecco c’è speranza? È lui, il vino della Marca gioiosa e laboriosa il vero protagonista, colui che permea le indagini di Stucky con i suoi lieviti e le sue bollicine, le sue colline e suoi paesi da Conegliano a Valdobbiadene, i suoi produttori e le sue cantine, i suoi osti e la sua Confraternita. «Il prosecco è il simbolo di questo nostro Nordest - spiega Ervas -: frizzante, pungente, votato al cazzeggio, che nasce nelle zone di Zaia ed è scintillante come la nostra agricoltura. In epoca di crisi economica, il prosecco è uno dei pochi comparti che tiene, anzi che cresce». Però non è tutto oro quello che luccica nei suoi grappoli. «La tribuna di Treviso - racconta Ervas - ha riportato nelle sue pagine la polemica scoppiata sugli inquinanti del prosecco. Sarà anche vero che ora usano meno pesticidi e fertilizzanti ma io vedevo fare trattamenti ogni due giorni...».

 

 







Il rispetto dell’ambiente è un tema fisso nei romanzi di Fulvio Ervas. E in quest’ultima opera diventa ancora più dolente perché l’inquinamento e l’offesa sono arrecati in luoghi di grande bellezza storica e paesaggistica come Cison di Valmarino, Follina, Refrontolo... Nel romanzo, il responsabile è un cementificio diventato un vero e proprio inceneritore ammorbante che sparge le sue polveri sottili sulle colline dello spumante e nel quale, per di più, si bruciano illegalmente rifiuti speciali che ammazzano più dei “normali” delinquenti che danno lavoro a Stucky. E quello che accade nella fiction non è così distante dalla realtà. «Prima di scrivere mi documento - racconta Ervas - Tutti i giorni mi siedo al bar e leggo i giornali locali, prendo spunto dalle cronache. L’inceneritore di Silea, ad esempio, è stato un forte tema di cronaca. Raccolgo e metto via le notizie. Anche se poi, quando scrivo un romanzo, le idee partono sempre dalle suggestioni, dagli incontri che mi colpiscono e mettono in moto la fantasia».
Nuove storie, nuovi personaggi, ma rimangono i “marchi di fabbrica” di Ervas. C’è ancora il matto del paese che in realtà vede più chiaro degli altri, qui impegnato a pulire tombe e comporre epitaffi che intervallano la narrazione: «È un omaggio all’Antologia di Spoon River - racconta Ervas - molto amata nei miei anni di furori giovanili. È anche un modo per commemorare e ricordare. Il personaggio che intermezza il racconto è la mia panchina dentro la narrazione. È lo spazio che mi concedo per guardare il mondo, pensare alle sue cose. Nel Nordest corriamo e io rallento la narrazione».
Chi è “cresciuto” è Stucky: «Mi sta diventando più simpatico, ora ha un dialogo con me, abbiamo delle nuove sintonie anche se non siamo uguali: io sono uno che si infastidisce, si irrita molto più di lui». Con Stucky è maturo anche lo stile di Ervas, asciutto e teatrale (o cinematografico) grazie ai molti dialoghi. «Mi rendo conto - continua Ervas - che lavorando impari. Cerco maggiore scioltezza nella scrittura e anche parlare con i lettori è un buon insegnamento». Qualche volta, però, i lettori condizionano: «Sulle questioni amorose di Stucky subisco la pressione del pubblico. Ma anche quella del personaggio stesso che ormai mi chiede: “E ora, me ‘a trovito o no ‘sta morosa?”». Ora l’ispettore sembra fare progressi nella liaison con la poliziotta veneziana ma Ervas è già pronto a cambiare le carte in tavola: «Nel prossimo romanzo sarei tentato di far innamorare per davvero Stucky. Magari di una cantante lirica di origine iraniana. Ne vedremo delle belle perché le donne iraniane, mi dicono, sono tostissime!».

 

 

Barbara Caffi
La Provincia
giugno 2010

Delitti e bollicine
Indaga Stucky


Il tono leggero dei romanzi di Fulvio Ervas non inganni. Si parla di inquinamento e adulterazioni alimentari

 Fulvio Ervas ha sempre un tono leggero nei suoi romanzi: ci si cura poco del morto di turno e ci si interessa quel tanto che basta all'assassino e al suo movente. Hanno, i gialli di Ervas, un che di frizzantino - soprattutto l'ultimo, Finché c'è prosecco c'è speranza - e tutto ruota attorno ai pensieri, invero un po' confusi, dell'ispettore Stucky. Eppure, sotto la patina briosa ( e accanto alla bella scrittura, che non guasta mai), nei romanzi di Ervas c'è anche altro. E non solo perché i gialli sono ormai da tempo il pretesto per svelare il lato oscuro della società, ma anche perché lo scrittore - tra un guizzo ironico e una battutina - instilla il dubbio nel lettore, lo costringe a riflettere e a guardarsi intorno. Un po' come fa Stucky, mezzo veneto e mezzo persiano, attitudine a inseguire riflessioni tutte sue.

 






Dopo essersi ritrovato senza sapere come nel letto delle due belle vicine di casa, l'ispettore si imbatte nella malinconia di un suo amico oste, che non si capacita del suicidio del conte Lancillotto, benemerito viticoltore. Tre sere dopo, mentre infuria un temporale, nello stesso amabile paesino del conte viene ammazzato il direttore di un cementificio. Parte l'indagine e prosegue un po' sbilenca, tra belle prostitute ed ereditiere andine che vorrebbero piantar banani al posto delle viti, fino alla soluzione del caso. E a fare da controcanto c'è Isacco Pitusso, alcolista e matto del villaggio, che grata la ruggine dalle tombe, novello Edgar Lee Masters che ricorda vizi e virtù dei compaesani. Ma intanto si riflette: sulle adulterazioni alimentari, sull'inquinamento, sul traffico di rifiuti tossici, sulle violenze che si infliggono all'ambiente in nome di un più facile profitto.
Oltre alle bollicine, c'è di più.  

Diego Freri e Giuseppe Soccini
cremaonline.it
agosto 2010

Sulle colline trevigiane il teatrale suicidio del conte Ancillotto, egocentrico produttore di prosecco, scuote la piccola comunità. Poco dopo è l’ingegner Speggiorin, direttore di un cementificio, a trovare la morte in circostanze poco chiare. Quale il legame tra le due morti? Quanti segreti emergeranno a poco a poco? Tocca all’ispettore Stucky (per metà iraniano e per metà veneziano) districarsi tra gli originalissimi personaggi che si ritagliano il loro ruolo, mai banale, all’interno del romanzo e scovare la verità. Molto apprezzabili i numerosi capitoli che spezzano il racconto nei quali è il matto del paese a prendere la parola per recitare epitaffi in prosa a diversi personaggi che hanno popolato queste antiche terre. E proprio queste terre si ritagliano il ruolo di protagonista del libro, descritte con precisione ed evidente passione dall’autore. Le bollicine del prosecco con tutto il loro fascino e tutta la loro eleganza accompagnano le indagini e l’evolversi della storia. Una piacevole e coinvolgente sorpresa per chi, come me, non conosceva Fulvio Ervas e ideale per il periodo estivo. Credo proprio che recupererò i tre precedenti romanzi che vedono per protagonista questo singolare quanto estroverso ispettore.

 

ll Bicchiere Di_verso
luglio 2010

Qualcuno si starà già godendo le spiagge e il mare, oppure la montagna, insomma, qualcuno è già alle prese con il relax e noi proponiamo qualche libro per godersi ancora di più il meritato Otium Vitae.
Per chi ha voglia di bollicine in campagna ecco direttamente da Marcos y Marcos il libro di Fulvio Ervas Finché c’è prosecco c’è speranza, in cui torna a indagare l’ispettore Stucky, favoloso piedipiatti mezzo persiano, capace di un’arguzia e di una fortuna cognitiva fuori dal normale, sulla morte del Conte Ancillotto, fornitore di prosecco d’eccellenza a Treviso. Un libro che si legge rigenerandosi, grazie alla bella penna di Ervas e ai personaggi italianissimi dei suoi romanzi (da non perdere anche i precedenti sempre pubblicati dalla Marcos y Marcos).

 

 

librinews.com
agosto 2010

Quarto episodio della serie dedicata all’ispettore Stucky, ‘Finché c’è prosecco c’è speranza’ di Fulvio Ervas, pubblicato nel mese di maggio del corrente anno dalla Marcos y Marcos, affida ancora una volta a questo strano detective veneto di origini persiane, il compito di guidare il lettore tra gli odori, i sapori e i colori del Nordest.
Un investigatore nato quasi per caso dalla fantasia di Ervas e che dalla prima apparizione in ‘Commesse di Treviso’ (Marcos y Marcos, 2006) si è praticamente conquistato in piena autonomia molta più scena e popolarità di quanto lo stesso autore era inizialmente disposto a concedergli.
Il secondo episodio della serie, ‘Pinguini arrosto’ (Marcos y Marcos, 2008), è venuto di conseguenza, quasi fosse una richiesta, o meglio, un’esigenza dello stesso protagonista per affermare le sue doti, e così è stato per il terzo volume, che andava a completare il detto del non c’è due senza tre, ‘Buffalo Bill a Venezia’ (Marcos y Marcos, 2009).
Ora, il nostro attento e ironico osservatore, si trova a districare i fili di un caso apparentemente semplice e senza ulteriori complicazioni, ma le apparenze si sa, a volte ingannano e questa sembra essere proprio una di quelle volte. Il conte Ancillotto Desideri, produttore e fornitore di vini pregiati, mette in scena un suicidio plateale: notte fonda, al cimitero, con tanto di spadone, guanti neri e magnum di champagne. 




Cosa può spingere un ricco viticoltore, amante delle belle donne e del buon vino, a prendere una decisione così nera?L’ispettore Stucky si aggira perplesso per stradine tortuose lungo i magnifici pendii delle colline del prosecco. Complice l’estate calda e luminosa, è più sensibile del solito al fascino femmile, variamente distribuito tra le aitanti vicine di casa (le impagabili sorelle di vicolo Dotti), la bella amante del conte defunto, e l’agente Brunetti, discretamente innamorata.
Di fascino tellurico è altresì dotata la nipote e unica erede del conte Ancillotto, Celinda Salvatierra, che getta scompiglio tra i borghi minacciando di estirpare i vigneti dalle terre avute per affidarle a una cooperativa di indios coltivatori di banane.
Nella piana, non distante dal magico mondo collinare, si ergono i camini del cementificio. Si vocifera che funga anche da inceneritore, e che diaboliche molecole di diossina finiscano per approdare sugli acini ignari. E quando l’ingegner Speggiorin, direttore del cementificio, viene ucciso con un colpo di pistola, la pista amorosa sembra subito inconsistente. Chi di inceneritore colpisce 
Tra le tante morti violente che si susseguono nel romanzo, una sola cosa è certa per l’ispettore Stucky, uccidono di più le automobili, l’amianto e il monocloruro di vinile che tutti i serial killer del mondo.

 Monica Sommacampagna
civiltàdelbere.com

novembre 2010 

Sull’onda dell’interesse mediatico che il mondo del vino ha suscitato da dieci anni a questa parte e strizzando l’occhio a libri e film di successo (Sideways in primis), lo scrittore veneziano Fulvio Ervas ha presentato il romanzo Finché c’è Prosecco c’è speranza, nell’ambito dell’annuncio delle attività di comunicazione del Consorzio Prosecco Doc. Un giallo che vede al centro uno dei fortunati protagonisti della produzione letteraria di questo autore, che nasce come agronomo e si scopre scrittore: l’ispettore Stucky, mezzo persiano e mezzo veneziano. In gita tra le colline del Prosecco con belle ma ardite vicine di casa, l’uomo, confortato dai calici del suo oste di fiducia, si trova inaspettatamente a dover sciogliere l’enigma legato al suicidio del conte Ancillotto, fornitore di vini d’eccellenza. Tra i quesiti irrisolti che dovrà affrontare, morti innaturali e la minaccia insidiosa di banani in colline vocate per la viticoltura. La risposta avrà a che fare con il Prosecco, naturalmente. Lo stile è graffiante e ironico. Piacevolissimi gli equivoci su alcuni termini vitivinicoli, legati alla buffa ignoranza di Stucky in materia: il “brut”, ad esempio, per lui è un “vino che non ha superato un concorso di bellezza” mentre il ”demi sec” è definito “un vino dopo una lunga dieta”.

RimbaBit
Open A
R.S. A spasso tra i libri
maggio 2011 

Bello bello!
Sono rimasto piacevolmente stupito da questo giallo di Fulvio Ervas, autore a me sconosciuto, almeno fino a quindici giorni fa. Non sono un gran bevitore, ma apprezzo il vino buono in piccole dosi, e leggendo mi è venuta voglia di assaggiare un buon bicchiere di prosecco!
Il romanzo è molto ben congegnato, i personaggi, ben caratterizzati, sono persone comuni che potremmo incontrare tutti i giorni in giro per la città. Il coprotagonista, l’ispettore Stucky, non è un superuomo, ma una persona che svolge bene il suo lavoro, con curiosità e con impegno e che, chiamato a risolvere un doppio mistero, lo farà in modo chiaro e divertente. L’altro protagonista è ovviamente il prosecco. Le ampie e dettagliate descrizioni che Ervas fa della fascia collinare trevigiana accompagnano il lettore alla scoperta delle terre del prosecco, da Conegliano a Valdobbiadene, da Cison di Valmarino a Povegliano, e lo portano a passeggio tra i vitigni. 





A volte sembra di sentire l’odore della terra e dell’uva, delle muffe e delle botti nelle cantine; immagini di essere lì seduto nell’osteria con la luce soffusa, a bere a fianco dei personaggi del romanzo e di avvertire il rumore della bottiglia che si poggia al bicchiere, il fluire del vino, il suo odore, il suo sapore, il retrogusto che ti lascia in bocca e il calore che sprigiona nel corpo quando viene assimilato.
Finchè c’è prosecco c’è speranza è, dunque, l’intreccio di due storie, quella del vino e quella dei misteri di Cison di Valmarino, condite con un ottimo stile, una trama ben congegnata, mai troppo intricata. E’ una di quelle piacevoli scoperte che ti fanno chiedere come mai non hai mai letto nulla di questo autore. L’importante è che mi abbia lasciato la curiosità di approfondirne la conoscenza e che mi abbia insegnato quali siano i quattro troppo del vino: “Non offrirne troppo, non mescolare troppo bianchi e rossi, non berne troppo e non pagarlo troppo poco” (p.45).

Scheda del libro

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