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JaKob
ARJOUNI |
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| Marco
Lodoli la Repubblica gennaio 2009 Jakob Arjouni è il più importante scrittore tedesco di romanzi noir. Già nel 1985, quando il genere non era ancora trionfante come oggi, diede vita al detective privato Kemal
Kayankaya, turco da sempre residente a Francoforte, un duro dal cuore tenero che a modo suo rappresenta la nuova Europa, miscela di genti e culture diverse, di milioni di persone comunque e sempre alla disperata ricerca di una soluzione per sbarcare il lunario.
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Valeria
Parrella Nuove mafie e nuovi detective La sua biografia ha del romanzesco: si
dice che, scappato dal collegio si sia rifugiato tra le braccia della
letteratura e poi, da lì, in quelle di un illuminato editore tedesco.
Fatto sta che oggi Arjouni è attesissimo a ogni nuovo romanzo. Kismet/Destino
è il quarto di una serie che molti accostano a Chandler, ma ha molto più
di Jean Claude Izzo, dei personaggi sgangherati e neri della sua Trilogia
di Marsiglia. |
| Marco
Romani Il venerdì di Repubblica gennaio 2009 In Germania l'investigatore privato Kemal
Kayankaya, il protagonista di quattro romanzi scritti da Jakob Arjouni, è
famoso quanto da noi il commissario Montalbano. E ora anche in Inghilterra
i suoi fan sono sempre più numerosi, tanto che la critica britannica ha
definito il suo autore "il nuovo Raymond Chandler". Il suo personaggio è influenzato dalle origini turche? "L'origine etnica per Kayankaya conta poco. Il suo carattere è definibile piuttosto attraverso il suo lavoro, i suoi amori, la sua disastrosa situazione economica. E da quanto ha dormito". In Kismet troviamo una Germania attraversata da tensioni etniche, poliziotti corrotti e violente bande di nazionalisti croati. E' davvero un paese così infernale? "E' difficile dire con precisione come sia fatto un Paese con più di ottanta milioni di persone, ognuno con la sua vicenda personale e la sua verità. In Kismet volevo solo raccontare , da scrittore, quella storia". A vent'anni dalla caduta di Berlino (raccontata dal suo romanzo Magic Hoffman), la Germania è ora riunificata? "Tecnicamente sì. Ma a un altro livello credo che non lo sarà mai. Resterà sempre un Paese diviso in molte regioni. Un po' come il Nord e Sud Italia". Sta pensando a una nuova avventura per il suo investigatore? "Per il momento no. Sia io che lui abbiamo bisogno di tempo per crescere e per cambiare. La scrittura non è solo una questione di trama ma un continuo approfondimento sull'esistenza umana". |
Anna
Zizola Una città che pullula di immigrati, un’atmosfera
in cui predomina un odore acre di miseria, razzismo semidichiarato,
disordine, a volte disperazione. Il protagonista, Kemal, ci si presenta
rannicchiato in un armadio, intento a svolgere una missione a cui non è
preparato, bloccare due esponenti della mafia locale. Ride di sé e dell’assurdità
di quella situazione. Ride della sua incompetenza e subito sfoggia un’autoironia
singolare, che caratterizza fortemente il tono originale di tutto il
romanzo, quarto della serie di etno - thriller consacrata nel 1985 dallo
scrittore turco -tedesco Jakob Arjouni. |
| Enzo
Baranelli Chegiornooggi 23 gennaio 2009 “Kismet”, da poco pubblicato in Italia, è il quarto romanzo della serie dedicata al detective privato Kemal Kayankaya. Lo scrittore Jakob Arjouni cucina un piatto turco con contorno di crauti tedeschi e zuppe croate. Nel quartiere a luci rosse si sta assistendo a una lotta tra bande per la conquista del potere: “Si aveva la sensazione che nella zona della stazione di Francoforte si stesse tenendo una sorta di olimpiadi del crimine. L’importante era partecipare”. Insieme all’ex pusher Slibulsky, ora a capo di una catena di gelaterie ambulanti, Kemal cercherà di proteggere un amico, sebbene non nutra per lui particolari simpatie e s’imbatterà in un traffico di persone, finanziamenti statali, documenti, estorsioni. Un’allegra banda di nazionalisti croati con la passione per gli esplosivi animerà l’intera trama, lasciando, ovviamente, qualche cratere qui e là. Arjouni è molto abile nel tratteggiare i personaggi. E anche l’ambiente è reso con spessore e luminosità. |
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Luca Crovi Il destino di un detective turcoQualche anno fa, passando come al solito di proposito alla Libreria del Giallo di Milano, mi capitò fra le mani il romanzo di debutto di Jakob Arjouni che metteva per la prima volta in scena il suo strampalato detective turco Kayanakaya, costretto a sopravvivere fra le strade di Francoforte fra le pagine di “Happy Birthday, turco“! Mi colpì immediatamente l’originalità dell’invenzione di un detective così etnico e mi colpì il ritratto che dava della Germania contemporanea. In questi giorni Marcos Y Marcos pubblica la quarta avventura di quell’originale investigatore (“Kismet– Destino”) e in attesa di proporvi ai microfoni di Radiodue un’intervista con Arjouni, ve ne propongo una che abbiamo realizzato durante le vacanze natalizie via mail e che ci svela molte curiosità sul mondo di Kayanakaya e del suo creatore. Luca E’ vero che da ragazzino scappavi sempre dal collegio per andare a giocare a bigliardo? No. Ma giocavo spesso a biliardo a Francoforte, quando avevo quindici o sedici anni. Quando si è accesa in te la passione per la letteratura noir? Ho letto il mio primo romanzo di Agatha Christie a nove anni, Piombo e sangue di Dashiell Hammett a undici. È stato un momento cruciale. Mi sentivo come Cristoforo Colombo alla scoperta di un nuovo mondo. Anche se non riuscivo a capire tutto, sapevo che un giorno ce l’avrei fatta. Hammett è ancora molto importante per me. Com’è nata la serie di Kemal Kayankaya? Avevo diciannove anni quando scrissi il primo romanzo della serie, Happy birthday, turco! Ero nel Sud della Francia, frequentavo l’università, ma ben presto capii che non ero fatto per studiare. Non parlavo la lingua e non conoscevo nessuno. Dando vita a Kayankaya, ho creato un amico per me. Mentre scrivevo il libro, ho capito che Kayankaya è un ottimo amico, così ho iniziato il secondo romanzo, Troppa birra, detective! Perchè hai scelto un detective che fosse di origine turca? Come scrittore non so mai perché mi viene un’idea piuttosto che un’altra. Come in amore: non si sa perché si ama qualcuno e non qualcun altro. Quel qualcun altro, forse, in teoria, potrebbe essere più giusto, più bello, potrebbe cucinare meglio, ma non si tratta di questo. Kayankaya è entrato nei miei pensieri e io ho voluto passare del tempo con lui. Certo, ci sono motivazioni legate al mio modo di pensare, alla storia della mia vita se ho scelto un ragazzo di Francoforte, tedesco con origini turche. Ma, primo: non sono interessato al perché. Secondo: ci vorrebbe ben più dello spazio di questa intervista per spiegarlo. Come hai costruito il suo passato? Quando ho in testa un personaggio, voglio scrivere di lui, quasi mi trasformo in lui. Sento i suoi bisogni e patisco le sue ansie, vado con lui al lavoro e nei bar, e pagina dopo pagina scopro lui e me, sempre di più. È un processo che coinvolge i sensi e l’istinto piuttosto che il cervello. Come ha fatto a scoprirti l’editore Diogenes e perchè ti ha subito considerato il nuovo interprete del noir contemporaneo tedesco? Happy birthday, turco! inizialmente venne pubblicato da una piccola casa editrice di Amburgo. Per mia fortuna quella casa editrice fallì e io spedii Happy birthday, turco! e il manoscritto di Troppa birra, detective! a Diogenes, che decisero di pubblicarli. Sono con loro da ventidue anni, e per quanto mi riguarda posso dire che è proprio un matrimonio felice. Perché pensarono che rappresentassi qualcosa di nuovo? Dovrebbe chiederlo a loro. Quanto pensi che la caduta del muro di Berlino abbia riacceso in Germania certi odi e razzismi? Siccome la caduta del muro di Berlino fu un evento sia nazionale che nazionalista, e nazionalismo e razzismo vanno sempre a braccetto, il razzismo è diventato qualcosa di scontato e di cui, quasi, non ci si vergogna più. Il problema è che – come per tutto, più o meno – ci si fa l’abitudine. Oggi a Berlino e nell’Est della Germania, ci sono zone in cui non si va, perché ci si potrebbe imbattere in neonazisti. È incredibile, in Germania, sessant’anni dopo l’Olocausto – ma ti ci abitui. Perché non hai tempo, perché devi andare a comperare il pane, a portare tuo figlio a scuola, al lavoro. |
Com’è la Francoforte in cui si muove il tuo protagonista, si può dire che nei suoi confronti Kemal nutra sia un forte affetto che un forte disprezzo? Francoforte è casa sua. Kayankaya è un figlio della città. Ed è certo, per Francoforte prova odio e amore allo stesso tempo. È quello che fa chiunque con i luoghi e le città che conosce meglio. Più conosci qualcosa, più chiaramente ne vedi i difetti. Questo non significa che non si arrivi poi ad amare quei difetti. Kayankaya è un francofortese vero. Che talvolta altri non la pensino così, perché ha un nome turco e i capelli neri, non cambia le cose. Come si incontrano e si scontrano le etnie a Francoforte? Come altrove, credo. Soprattutto in tempi di crisi – come accade oggi al mondo su vari livelli: economico, filosofico, dove stiamo andando, cosa vogliamo, cosa sogniamo – l’inquietudine induce nelle persone la tendenza a definirsi e a mettersi al sicuro divenendo parte di un gruppo – una religione, un movimento politico, la famiglia. E più le persone si definiscono in riferimento a un gruppo di appartenenza, più si perde il senso della responsabilità individuale, e più diventa facile essere pronti a rompere il contratto sociale per ottenere una fetta più grande della torta. Perchè hai scelto come teatro di molte delle tue storie proprio il quartiere a luci rosse della città? Perché conoscevo e amavo quella zona. È stato il primo luogo internazionale che io abbia conosciuto. Quando avevo sette od otto anni, spesso mio padre mi portava con lui in ristoranti stranieri in quel quartiere. Era il 1971, 1972, e a quei tempi a Francoforte potevi mangiare solo lì i carciofi, l’avocado, le cozze o le lumache. Forse è proprio per nostalgia, ma ricordo quel quartiere come un posto alla Irma la dolce. Negli anni Ottanta, con la grande diffusione delle droghe pesanti – crack ed eroina – l’aspetto romantico si è perso. Perchè secondo te la tradizione del noir in Germania è stata nel tempo così povera rispetto ad altri paesi europei, cosa ha impedito che si potesse sviluppare di più? Non lo so. Non mi interesso di movimenti letterari. Mi piacciono o amo i singoli libri e le singole storie. Sei considerato un po’ il portabandiera dell’etno thriller europeo, trovi più affinità trovi fra le tue storie e quelle di altri narratori europei o ti senti più vicino ai modelli Americani? Né agli uni né agli altri. Trovi di avere affinità con scrittori come Yasmina Kadra, Massimo Carlotto, Manuel Vazquez de Montalban, Camilleri, Jean-Claude Izzo, Petros Markaris che appartengono tutti al bacino del noir mediterraneo? No. Alcuni mi piacciono, ma non vedo me né gli altri scrittori come parte di un gruppo o di un genere. Non sono specializzato nella scrittura di crime story, e non sono neppure un lettore appassionato del genere – questa è solo una delle cornici possibili per raccontare la storia di qualcuno. Per quanto mi riguarda, io volevo scrivere di Kayankaya e per varie ragioni la struttura dei romanzi che ho scritto è quella di una crime story. È come per il cibo: mi piace tutto quando è buono. In quale misura realismo e ironia devono mescolarsi nelle storie del tuo protagonista? Qualcun altro dovrebbe rispondere. I miei libri, io li scrivo. Non posso spiegarli. Ma esistono davvero gang come quella dell’Esercito della ragione che descrivi in “Kismet”? Esistono organizzazioni criminali che non si presentino come strutture razionali e pronte addirittura ad aiutare la gente, o almeno i propri membri? Pensi a ogni mafia del mondo. E dall’altro lato: esiste un movimento nazionalista, rivoluzionario o religioso che in fin dei conti non si batta per qualcosa di diverso dai soldi e dal potere? Come si è trasformata la criminalità a Francoforte negli ultimi anni, quali sono i mercati in cui si è espansa? Non sto più abbastanza a Francoforte, ormai, per darle una risposta. E’ vero che i tedeschi (come sostiene il corrotto agente dell’ufficio passaporti descritto nel tuo libro) sono convinti che nel loro paese la criminalità sia solo di importazione (croati, turchi, slavi, marocchini, etc.) e non autoctona? Ogni gruppo del mondo pensa che i veri criminali stiano nell’altro gruppo. Cosa vuol dire esattamente la parola “Kismet”? Sarà quel che sarà. È la vita. Quel che deve succedere succede. |
| Marta
Cervino Marie Claire febbraio 2009 Cosa ci fanno il detective Kemal Kayankaya e il suo amico Slibulsky dentro l’armadio del ristorante Saudade? Proteggono (si fa per dire) il proprietario del locale da due loschi esattori del pizzo. Ma in un nano secondo i malviventi finiscono crivellati e i nostri eroi nei casini. Da lì parte una vicenda fatta di criminali croati, donne da salvare, uffici che esplodono, inseguimenti serrati. Ritmo (incalzante) e cuore (tedesco-finto turco) nell’ultimo giallo di uno scrittore da fan club. Damir Ivic Il mucchio selvaggio febbraio 2009 Abbiamo una speranza: ora che in Italia si è finalmente (ri) scoperto il noir e che uno come Lucarelli è così famoso da essere imitato nei programmi della Gialappa's, forse è la volta buona che Jakob Arjouni si prenda pure dalle nostre parti l'apprezzamento che si merita. Le avventure del detective privato Kemal Kayankaya erano in effetti già apparse su Marcos y Marcos a fine '90, senza però suscitare eccessivo interesse, lì dove invece Arjouni in patria vale più o meno quello che Camilleri vale per noi. Per patria intendiamo la Germania: Arjouni intatti, come il personaggio da lui creato, è francofortese, espressione di quel meticciato culturale che ormai è stato assorbito dalla terra ospitante, concedendosi in un modo sospeso tra ironia, indifferenza e affetto. L'Europa multiculturale, insomma, nella sua espressione meno retorica possibile. al di là di questo, il talento di Arjouni è meraviglioso. La sua capacità di rendere al meglio il sottobosco criminale e non solo quello, è sublime. Troppi aggettivi e troppo magniloquenti? Leggete Kismet, e poi fateci sapere. Più di duecentocinquanta pagine che si leggono tutte d'un fiato, con una trama costruita benissimo, con sfaccettature psicosociologiche di ogni singolo personaggio tratteggiate alla perfezione, con una descrizione delle truppe mafiose slave ed albanesi alla conquista dell'Europa assolutamente perfetta (e chi scrive queste righe su mafie e psicologie slave un po' di conoscenze le ha). Un fuoco d'artificio continuo curato però in ogni particolare, senza mai spararla troppo grossa e senza mai andare fuori regime, lavorando sia sul registro sanguinario ed efferato che su quello dell'ironia e della brillantezza di scrittura. In una parola: il miglior noir che ci sia mai capitato fra le mani da anni a questa parte, almeno a nostro modesto modo di vedere.
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Opinionista febbraio 2009 Va tanto di moda il noir "etnico" e la Marcos
y Marcos si è sempre dimostrata attenta a una produzione culturale
che si discosta da quello che siamo abituati a vedere nelle librerie,
presentando in tempi non sospetti autori come Jakob
Arjouni, creatore della saga del detective privato Kemal Kayankaya, di
origine turca ma tedesco di Francoforte. |
| Riccardo
Melito www.stile.it 06 febbraio 2009 Le mirabolanti avventure di un turco tedesco
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Nato a Francoforte nel 1964, Jakob Arjouni, da ragazzo preferiva il biliardo allo studio, leggeva romanzi di Hammett, Chandler e gli piacevano i film di Sergio Leone. Ha studiato in Francia e ha frequentato la scuola di recitazione di Berlino. Ma viene consacrato “enfant prodige” con il primo romanzo dedicato al detective Kemal: “Happy birthday, turco!”. Questo suo ultimo lavoro ha tutti i numeri per far trascorrere piacevoli ore nei vicoli di Francoforte evitando pallottole e cazzotti. Sicuramente meglio che perderle davanti alla deprimente tv italiana, soprattutto in tempi come i nostri, dove come ha dichiarato l’autore in una recente intervista: “In tempi di crisi l’inquietudine induce nelle persone la tendenza a definirsi e a mettersi al sicuro divenendo parte di un gruppo – una religione, un movimento politico, la famiglia. E più le persone si definiscono in riferimento a un gruppo di appartenenza, più si perde il senso della responsabilità individuale, e più diventa facile essere pronti a rompere il contratto sociale per ottenere una fetta più grande della torta”. |
| Felice
Modica Il Giornale 01 febbraio 2009 Cose turche a Francoforte |
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Laura
Grimaldi A Francoforte indaga
il turco
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Romario, per non pagare il pizzo astronomico
che gli è stato richiesto, si rivolge a Kayankaya.
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Ana
Ciurans www.lanotadeltraduttore.it 02 marzo 2009 La redazione: |
Lisa Scarpa www.lanotadeltraduttore.it 02 marzo 2009 La traduttrice: |
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Mariarosa
Delleani Pulp marzo 2009
Il un ristorante brasiliano del quartiere a luci rosse di Francoforte, un
investigatore turco di Germania e un ex pusher croato uccidono in uno
scontro a fuoco due mafiosi membri del fantomatico Esercito della ragione
che riscattono Romario, un loro amico brasiliano che vive in città da
vent'anni.
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Enzo
Cosentino www.opinione.org marzo 2009 Marcos Y Marcos pubblica un bel libro:
“Kismet/ Destino” di Jakob Arjouni. E’ un giallo, ma non rompicapo.
Leggero, senza percorsi narrativi tortuosi. C’è una variegata umanità
che si muove “nel profondo rosso del quartiere a luci rosse” di
Francoforte. I personaggi di questo romanzo, che escono dalla fantasia,
talvolta irriverente, talvolta agrodolce, di Jakob Arjouni, o li trovi
simpatici, subito, oppure è difficile “digerirli”. Molto dipende
dall’approccio che il lettore di “Kismet” ha con il detective Kemal
Kayankaya, un turco integratosi nei bassifondi della metropoli tedesca.
Kemal è svelto con la pistola e non è ritardato nel capire le situazioni
in cui Arjouni lo colloca. Il suo “parlare”, un po’ sgangherato, gli
procura simpatie. Nelle sue investigazioni Kemal ha una “spalla” che
lo segue come un’ombra: Slibulsky, anche lui un turco di origine che ha
fatto quattrini a palate in Germania, Paese che potrebbe dover lasciare da
un momento all’altro (permesso di soggiorno scaduto). Sarebbe una specie
di liberazione per i tedeschi di Francoforte; ne ha truffato tantissimi
con un marchingegno: la vendita su larga scala di gelati fatti con
intrugli liofilizzati e spacciati per “gelati italiani” che da quelle
parti piacciono tanto. |
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Marina
Ghedini Arjouni, che usa il cognome della prima moglie turca invece di quello del padre, noto drammaturgo tedesco, esordì giovanissimo nel 1985 con Happy Birthday, turco!, che venne filmato da Doris Dörrie e rivitalizzò il noir tedesco, introducendo un detective di origine turca. Oggi la maggiore comunità straniera è ben rappresentata anche in TV, cfr. le serie Squadra speciale Cobra 11 e Kebab a colazione, trasmesse anche in Italia, entrambe con un poliziotto turco come protagonista. Questo è il quarto romanzo dell’investigatore privato Kayankaya, pubblicato come i precedenti da Marcos y Marcos, sulla scia del grande successo in Gran Bretagna, paese notoriamente impermeabile ai gialli europei, avendo una produzione autoctona di tutto rispetto. L’azione parte dalla richiesta di aiuto di un ristoratore brasiliano contro gli esattori del pizzo nel quartiere a luci rosse intorno alla stazione di Francoforte.
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La mafia si è fatta sempre più internazionale e brutale, e questa volta Kemal corre davvero il rischio di lasciarci la pelle. L’organizzazione tedesco-bosniaca che ha preso il sopravvento nel quartiere si serve di taglieggiatori che non parlano e hanno visi incipriati e parrucche bionde. Nel corso dell’investigazione Kayankaya si imbatte in una ragazzina serbo-croata in cerca della madre che ha imparato il tedesco dai porno. Le due vicende sono strettamente e tragicamente collegate: questo è il “destino” del titolo. Il romanzo è fedele al genere, esagerato, talvolta grandguignolesco, ma ciò che colpisce maggiormente in Kayankaya, detective stazzonato, fumatore e bevitore, perennemente al verde, coraggioso e con un gran cuore, è il suo spirito: non ci si aspetterebbe di ridere in un hard boiled, per di più tedesco. |
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Damir
Ivic Libro godibilissimo, un noir intriso di humor (nero e non) che tra le altre cose ha anche il pregio di essere un convincente ritratto della società europea nell’era che stiamo vivendo, ovvero quella della multiculturalità. Raggiunto per un’intervista l’autore, Jakob Arjouni, abbiamo effettuato una ricognizione sulla sua personale biografia (per scoprire che forse non è possibile ce ne sia una), su quale può essere il senso delle identità nazionali (e forse non ve n’è uno) e su come un calciatore e un tennista possano giocare sullo stesso campo da gioco, contrariamente a quello che si fa di solito. L’Italia
è un paese dove la gente è considerata giovane
quando ha già superato i quarantacinque anni... Però tu giova lo eri per
davvero, quando è uscito il tuo primo libro, parliamo di più di
vent’anni fa. Cosa ti ricordi di quel periodo? Era più problematico o
divertente? Perchè
come personaggio principale del romanzo hai scelto un detective turco? So che appena diplomato ti sei trasferito dalla Germania alla Francia. Come mai? Dopo tredici anni di scuola, volevo dare un’occhiata al mondo, soprattutto quella parte di mondo dotata di mare e sole. Ho dato un’occhiata alla mappa geografica e il mio sguardo è caduto a Montpellier. C’ho messo pochissimo tempo ad innamorami della città e del suo circondario, una volta che ci sono arrivato... Ti vedi come un europeo? Anzi, è effettivamente possibile considerarsi europei? Io mi vedo come, beh, Jakob. Non mi interessa molto parlare di origini o retaggi culturali. Certo, se vuoi in me puoi trovare caratteristiche che sono dei noiosi clichè, e più ci fai affidamento più ne diventi schiavo. Non mi pare un grande affare. Quanto è cambiata Francoforte rispetto agli anni di Happy birthday, Turco!? Se ci sono stati dei cambiamenti, quali sono stati secondo te i più significativi? Non lo so. Per me personalmente è sempre la stessa Francoforte. Gli stessi grattacieli, un pò di sushi bar in più. Lo spirito di una città così come quello dei suoi abitanti non cambiano tanto velocemente. Ora dove vivi? Potendo scegliere, dove ti piacerebbe vivere? Ho passato gli ultimi quattro anni tra Parigi e il sud della Francia. Ora, al posto di Parigi, c’è Berlino, così come continua ad esserci la Francia meridionale. Sono nato a Francoforte, ma il grosso della mia permanenza in Germania è legata a Berlino. È la mia città, che io lo voglia o meno (e per un sacco di tempo non lo volevo). Al contrario di Francoforte, Berlino negli ultimi anni è cambiata radicalmente, a causa della caduta del Muro. Prima Berlino Ovest era una specie di zoo per studenti, attori, scrittori. Nessuno lavorava per davvero, i bar la sera non chiudevano mai e la mattina nessuno si azzardava ad aprire prima delle dieci o undici. Beh, a me piace la gente che lavora, ecco. |
Sei stato in Italia? Che opinione hai del nostro Paese? La sua letteratura, la sua politica, il suo atteggiamento verso la vita... Fin da quanto ero ragazzino sono passato per l’Italia più volte. Inizialmente ogni estate con i miei in vacanza a Sperlonga; poi Roma, Milano, Perugia, Bologna. A Bologna addirittura mi ero messo a cercare casa... Comunque: cosa puoi dire di una nazione con milioni di abitanti? Bel clima? Ottimo cibo? Pessimo Presidente del consiglio? Non è il mio modo di approcciare la questione, questo. Quanto sarebbe cambiato Kayankaya se fosse stato italiano invece che turco? Probabilmente sarebbe cambiato solo il suo nome, e il suo modo in cui la gente avrebbe guardato a lui. Perché Kayankaya è un turco – qualsiasi cosa questo significhi – solo agli occhi della gente che lo circonda. Per se stesso e per la realtà dei fatti, lui è semplicemente un tizio di Francoforte. Perchè Francoforte è la città dove vive, la città che ama, la città dove ha il lavoro che gli dà da mangiare. Questi sono i fattori che definiscono l’identità di una persona. Hai mai avuto paura che Kayankaya, il tuo personaggio più famoso, ti stesse intrappolando come scrittore? I romanzi con Kayankaya protagonista sono solo una parte della mia produzione letteraria. Non mi sono mai sentito obbligato ascrivere di lui, o a cercare una storia che fosse tagliata apposta su di lui o solo su di lui. E’ lui che arriva quando gli pare; non sono mai io che lo vado a cercare. In Italia non si parla moltissimo della letteratura contemporanea tedesca. Quali sono le cose più interessanti che sta offrendo oggi come oggi, per come la vedi tu? Non sono molto aggiornato su quello che sta succedendo oggi in campo letterario. Sai, per me i libri sono come storie d’amore, o alla peggio amicizie: se sento che a occhio un libro non è significativo per me, non lo leggo. Il risultato è che ci sono sicuramente moltissimi libri oggettivamente di grande qualità che io, senza il minimo rimorso, trascuro di leggere. Non sono un collezionista, sono uno che ama selezionare, e farlo con personalissimi criteri. La vita è corta, no? In questo momento le letture che mi appassionano di più sono Isaac B. Singer, Simenon e Tobias Wolff. Come scrittore di crime fiction, immagino sarai stato corteggiato più e più volte dall’industria cinematografica. So ad esempio che il tuo primo libro ha avuto una trasposizione sul grande schermo. Sei mai stato coinvolto nella scrittura di sceneggiature per il cinema, tratte o meno dai tuoi libri? Ho provato, a scrivere una sceneggiatura per il cinema, e ho capito subito che non era roba per me. E’ come chiedere ad un tennista di giocare a calcio. Uno sport completamente diverso. In effetti ci sono sempre un sacco di progetti di resa cinematografica attorno ai miei libri. Appunto: progetti. Prima che nel campo del cinema qualcosa parta davvero, ci vuole una quantità enorme di tempo e denaro. Per iniziare a scrivere un libro, bastano un tavolo, una penna e un po’ di fogli di carta. Di solito ti piacciono i personaggi che crei? Provi simpatia per loro? Penso anche e soprattutto a quelli negativi... Come scrittore, devi avere la predisposizione a metterti nei panni della gente più diversa. C’è qualcosa di mio in ogni personaggio...poi, se tutto va bene, a libro finito torno ad essere me stesso. Però chissà. Francis Scott Fitzgerald diceva: “Non c’è mai stata una buona biografia di uno scrittore che valesse. Né ci potrà mai essere. Perché se uno scrittore è bravo davvero, allora non può che essere più persone contemporaneamente”. Ora in cosa sei impegnato? Quali sono i tuoi progetti per il prossimo futuro? Al momento sto scrivendo un libro su un’amicizia tra un ragazzo diciottenne e un bimbo di due anni. A breve, inizierò un tour per la Germania per presentare il mio ultimo libro: un romanzo che parla di un ladruncolo berlinese che per sbaglio ammazza un uomo e poi, tanto per complicare le cose, si innamora della sua figlia... |
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Antonella
Fabiani Sbarcato in Italia senza troppi clamori, il personaggio di Kayankaya, investigatore tedesco di origini turche, spaccone e maldestro quel tanto che basta per trasformare ogni inchiesta in una sarabanda di (dis)avventure, è pian piano diventato un vero e proprio cult per i lettori appassionati di noir con sfumature etniche. Destino, quarto romanzo della serie, ci mostra il detective Kayankaya, spalleggiato dall’inseparabile amico Slibulsky, alle prese con una feroce banda di nazionalisti croati, l’Esercito della ragione, che taglieggia i commercianti di una Francoforte multietnica e variopinta. Un libro intrigante, divertente e drammatico che conferma il talento di uno scrittore tutto da scoprire. |
Helena
Zaugg Cucina di stagione settembre 2009 Kemal Kayankaya, professione detective, non è certo un buongustaio. Il suo frigo è spesso vuoto. Cena davanti alla TV con piatti unici a base di fagioli e cioccolata (ma non insieme...). pranza con cracker e sardine, mentre nella pancia gorgoglia un misto di caffè, birra e sidro. Il destino kismet, in turco) vuole che Kemal Kayankaya, si ritrovi nella cucina di un ristorante brasiliano. con la pistola pronta a sparare, per difendere il proprietario, minacciato da un fantomatico Esercito della Ragione. Quest'ultimo ha imposto il pagamento del "pizzo" a tutti i locali del quartiere, dal chioschetto delle salsicce ai ristoranti con tovaglie bianche e carta dei vini. Inizia così il quarto dei romanzi che ha per protagonista il detective Kayankaya, turco con passaporto tedesco. Un'avventura che lo porterà a visitare una fabbrica di minestre in busta e budini in polvere, un ristorante yugoslavo di periferia, un pub irlandese con illuminazione da luci d'emergenza e moquette ispida. Il tutto in una metropoli dove s'incontrano malviventi da ogni parte del mondo. |