JaKob ARJOUNI

Kismet-Destino


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recensioni

Helena Zaugg,
Cucina di stagione, settembre 2009

Antonella Fabiani, Polizia moderna, giugno 2009
Rumore, aprile 2009
Damir Ivic, Il mucchio, aprile 2009 (intervista)
Maria Ghedini, L'Indice, aprile 2009
Enzo Cosentino, L'Opinione, marzo 2009
Mariarosa Delleani, Pulp, marzo 2009
Luca Crovi,
Il Giornale, marzo 2009
Ana Ciurans, La nota del traduttore, marzo 2009
Laura Grimaldi, Il Sole 24ore, febbraio 2009
Felice Modica, Il Giornale, febbraio 2009
Riccardo Melito, Stile, febbraio 2009
Damir Ivic, Il mucchio selvaggio, febbraio 2009
Opinionista, febbraio 2009
Marta Cervino, Marie Claire, febbraio 2009
l'Unità, Fumetto di Marco Petrella
Luca Crovi, Tutti i colori del giallo - Radio Rai2, gennaio 2009 (intervista)
Enzo Baranelli, Che giorno è oggi, gennaio 2009
Anna Zizola, WUZ, gennaio 2009
Internazionale, gennaio 2009
Marco Romani, Il venerdì di Repubblica, gennaio 2009 (intervista)
Valeria Parrella, Grazia, gennaio 2009
Marco Lodoli, Repubblica, gennaio 2009

Marco Lodoli
la Repubblica
gennaio 2009

Jakob Arjouni è il più importante scrittore tedesco di romanzi noir. Già nel 1985, quando il genere non era ancora trionfante come oggi, diede vita al detective privato Kemal Kayankaya, turco da sempre residente a Francoforte, un duro dal cuore tenero che a modo suo rappresenta la nuova Europa, miscela di genti e culture diverse, di milioni di persone comunque e sempre alla disperata ricerca di una soluzione per sbarcare il lunario.
Nell’ultima sua avventura, Kimet-Destino, Kayankaya affronta l’Esercito della Ragione, gruppo paramilitare mezzo tedesco e mezzo croato che raccoglie fondi taglieggiando i negozianti del quartiere a luci rosse di Francoforte: i cattivoni si servono di manovalanza bosniaca, poveri profughi minacciati crudelmente e camuffati con parrucche bionde e cipria sul viso.
La trama più o meno regge, le pagine scorrono rapide, risse, accoppamenti, rivelazioni improvvise, alcol e cicche tengono vivo il racconto e lo sospingono verso la soluzione finale. 
Per gli amanti del genere è una pacchia, perché nel bravo detective turco potranno ritrovare pari pari tutti i cliché letti e amati mille volte: Kemal è coraggioso e scanzonato, cinico e brillante, malinconico e solitario, sprezzante e onesto come tanti scalcinati Marlowe cha hanno attraversato romanzi e film negli ultimi cinquant’anni. Niente di nuovo, dunque, solo conferme cucinate in salsa etnica. Per intenderci, Arjouni descrive così un picchiatore: “Era alto un po’ più di due metri e per guardarlo da spalla a spalla dovevo girare la testa da destra a sinistra come quando si assiste a una partita di tennis”. Ogni frase è iperbolica, sarcastica, ruvida. Ogni pagina è un gradino che cala con soddisfazione nella fogna del nostro tempo, e Kayankaya va fino in fondo alla ricerca della verità. Con timore misto a divertimento. Lui sa come sono fatti gli uomini, sa quale melma scivolosa sostiene il nostro continente.

 

Valeria Parrella
Grazia

gennaio 2009

Nuove mafie e nuovi detective

La sua biografia ha del romanzesco: si dice che, scappato dal collegio si sia rifugiato tra le braccia della letteratura e poi, da lì, in quelle di un illuminato editore tedesco. Fatto sta che oggi Arjouni è attesissimo a ogni nuovo romanzo. Kismet/Destino è il quarto di una serie che molti accostano a Chandler, ma ha molto più di Jean Claude Izzo, dei personaggi sgangherati e neri della sua Trilogia di Marsiglia.
Il protagonista è Kemal Kayankaya, detective turco con passaporto tedesco, che stana ed elimina un'associazione a delinquere di croati che taglieggiano i commercianti di Francoforte.


Internazionale

gennaio 2009

Kemal Kayankaya, detective privato turco con passaporto tedesco, non è un Derrick di sinistra. È più che altro un cugino di Marlowe: idealista disilluso e incorruttibile, che ha perso ogni fiducia negli uomini ma non la speranza di raddrizzare un po', indagine dopo indagine, l'ordine del mondo. Kismet è il caso più sanguinoso nella carriera di Kayankaya, abbonda di scazzottate, bombe e autentici massacri. Raramente l'autore dà alle azioni che racconta spiegazioni logiche o psicologiche. "Ragioni ce ne sono sempre", dice il detective. "Ma sono in genere la cosa più noiosa". I punti di forza di Arjouni non sono nella trama o nell'aspetto satirico, ma nelle descrizioni di ambienti, nei ritratti e nei dialoghi.–Frankfurter Allgemeine Zeitung

Marco Romani
Il venerdì di Repubblica

gennaio 2009

In Germania l'investigatore privato Kemal Kayankaya, il protagonista di quattro romanzi scritti da Jakob Arjouni, è famoso quanto da noi il commissario Montalbano. E ora anche in Inghilterra i suoi fan sono sempre più numerosi, tanto che la critica britannica ha definito il suo autore "il nuovo Raymond Chandler". 
Origini turche (ma non sa una parola della lingua di Ankara", cresciuto a Francoforte, gran bevitore e fumatore incallito, L'investigatore Kayankaya si muove in una Germania fatta di grandi affari e di bordelli, di neonazisti e di mafiosi. Kismet, il quarto capitolo della serie (i primi tre sono usciti in Italia più di dieci anni fa, un po' in sordina), arriva ora in libreria (Marcos y Marcos, pp.288, euro 15, dal 22 gennaio) a otto anni dalla prima edizione tedesca, forte del successo europeo. Un thriller etno-metropolitano in cui il detective si trova ad affrontare una banda di ricattatori croati che chiedono il pizzo al suo amico brasiliano Romario.
Classe 1964, Arjouni (il vero cognome è Bothe) ha inventato il suo personaggio quando aveva quattordici anni, "Siamo cresciuti insieme, entrambi a Francoforte" dice lo scrittore, "ma non so se abbiamo delle cose in comune, a partire dal carattere".

Il suo personaggio è influenzato dalle origini turche?

"L'origine etnica per Kayankaya conta poco. Il suo carattere è definibile piuttosto attraverso il suo lavoro, i suoi amori, la sua disastrosa situazione economica. E da quanto ha dormito".

In Kismet troviamo una Germania attraversata da tensioni etniche, poliziotti corrotti e violente bande di nazionalisti croati. E' davvero un paese così infernale?

"E' difficile dire con precisione come sia fatto un Paese con più di ottanta milioni di persone, ognuno con la sua vicenda personale e la sua verità. In Kismet volevo solo raccontare , da scrittore, quella storia".

A vent'anni dalla caduta di Berlino (raccontata dal suo romanzo Magic Hoffman), la Germania è ora riunificata?

"Tecnicamente sì. Ma a un altro livello credo che non lo sarà mai. Resterà sempre un Paese diviso in molte regioni. Un po' come il Nord e Sud Italia".

Sta pensando a una nuova avventura per il suo investigatore?

"Per il momento no. Sia io che lui abbiamo bisogno di tempo per crescere e per cambiare. La scrittura non è solo una questione di trama ma un continuo approfondimento sull'esistenza umana".

Anna Zizola
WUZ

gennaio 2009

Una città che pullula di immigrati, un’atmosfera in cui predomina un odore acre di miseria, razzismo semidichiarato, disordine, a volte disperazione. Il protagonista, Kemal, ci si presenta rannicchiato in un armadio, intento a svolgere una missione a cui non è preparato, bloccare due esponenti della mafia locale. Ride di sé e dell’assurdità di quella situazione. Ride della sua incompetenza e subito sfoggia un’autoironia singolare, che caratterizza fortemente il tono originale di tutto il romanzo, quarto della serie di etno - thriller consacrata nel 1985 dallo scrittore turco -tedesco Jakob Arjouni.
Kemal, detective privato di scarso successo, turco di origine, si sta cacciando in un guaio per aiutare un amico brasiliano, proprietario di un ristorante di serie C. Tutto inizia da una minaccia proveniente da due insoliti individui giovani, incipriati, apparentemente muti, o incapaci di comunicare, se non attraverso bigliettini scritti. Chiedono seimila euro, cifre impossibili da pagare per i localacci che si trovano nei pressi della stazione di Francoforte, punti di ritrovo di piccole bande criminali o dei poveri di quartiere. Il giovane immigrato riesce a salvare, seppur tragicamente, l’amico, ma non riesce a resistere alla tentazione di saperne di più…
Kismet Destino è un romanzo che incespica nei primi capitoli per poi imboccare una via più mirata e incalzare verso la metà, tenendo il lettore incollato al susseguirsi di una serie di rivelazioni, colpi di scena, intrighi, complicazioni, chiarimenti.
Nel bel mezzo di un intreccio tipicamente noir, l’autore non manca di distinguersi infilando sprazzi di realtà, quella delle periferie cittadine, della criminalità difficile da controllare e soprattutto della difficoltà di integrazione che degenera in episodi di razzismo. Il linguaggio colloquiale non manca di rimarcare le imperfezioni linguistiche degli stranieri coinvolti, delineandone la storia, spesso travagliata, segnata da traumi infantili e aspettative deluse. L’uso di certi vocaboli accresce anche la durezza delle situazioni in cui tutti si trovano intrappolati.
Appaiono nel corso della narrazione alcune macchiette, le quali aiutano ancor più a entrare nel clima del contesto in cui si svolge. Una di queste è il vicino di casa, fruttivendolo, emblema del signore di cultura medio bassa terrorizzato dal diverso, bisognoso di trovare un capro espiatorio a ogni problema della sua nazione. Kemal, reso irriconoscibile dalla polvere che gli ricopre il volto, di fronte all’esplosione del suo ufficio, ammicca con un conoscente e scopre cosa pensa di lui: quella specie di detective negro![...] che gente. Adesso ci manca solo la polizia dei negri…(p.181). L’atteggiamento di superiorità e ironia da parte dell’autore nell’affrontare queste tematiche arricchisce ancor più il contenuto già avvincente del romanzo, lasciando spazio, tra un’immagine brutale e l’altra, a un sorriso spontaneo e tanto affetto per un personaggio impacciato, sfortunato, rinnegato, il quale, nonostante tutto, non ha perso la capacità di amare, essere amato e affrontare ogni giornata con entusiasmo.

Enzo Baranelli
Chegiornooggi
23 gennaio 2009


Kismet”, da poco pubblicato in Italia, è il quarto romanzo della serie dedicata al detective privato Kemal Kayankaya. Lo scrittore Jakob Arjouni cucina un piatto turco con contorno di crauti tedeschi e zuppe croate.
Nel quartiere a luci rosse si sta assistendo a una lotta tra bande per la conquista del potere:
Si aveva la sensazione che nella zona della stazione di Francoforte si stesse tenendo una sorta di olimpiadi del crimine. L’importante era partecipare”.
Insieme all’ex pusher Slibulsky, ora a capo di una catena di gelaterie ambulanti, Kemal cercherà di proteggere un amico, sebbene non nutra per lui particolari simpatie e s’imbatterà in un traffico di persone, finanziamenti statali, documenti, estorsioni. Un’allegra banda di nazionalisti croati con la passione per gli esplosivi animerà l’intera trama, lasciando, ovviamente, qualche cratere qui e là.
Arjouni è molto abile nel tratteggiare i personaggi. E anche l’ambiente è reso con spessore e luminosità. 



 

Quando si reca ad Offenbach, la sua descrizione si è subito intrecciata con i miei ricordi di Essen, un posto in cui per attraversare il corso centrale si fa prima a prendere un taxi. I pedoni fuori dalle strisce sono come birilli in un gioco a premi. Evidente che nella noia cittadina di boulevard enormi, e piccole vie con sexy shop e ristoranti turchi o slavi o steak house di catena, si volesse creare uno sport alternativo per i potenti motori tedeschi. Kemal, non c’è bisogno di dirlo, guida una opel sputacchiante fumo. Ambientato nel 1998, ma scritto nel 2001, “Kismet – Destino” rappresenta uno dei maggiori successi dell’autore tedesco. Il titolo è dovuto alla figura di Leila, una ragazzina croata allo sbando, e alle strane coincidenze della vita: la ricerca della madre di Leila si concluderà in modo inaspettato, ma nel destino sono scritte molte cose, alcune si possono cambiare, altre invece occorre accettarle come sono, e voltare pagina. Pagine che volano in questo romanzo, leggero, ma non vuoto, raccontato in prima persona da Kemal con la giusta dose di ironia e cinismo: “Questo è il fulcro di tutto: varcare una soglia oppure no. Di motivi ce ne sono sempre. I motivi sono la cosa più noiosa del mondo”.

Luca Crovi
Tutti i colori del giallo - Radio Rai2
gennaio 2009

Il destino di un detective turco

Qualche anno fa, passando come al solito di proposito alla Libreria del Giallo di Milano, mi capitò fra le mani il romanzo di debutto di Jakob Arjouni che metteva per la prima volta in scena il suo strampalato detective turco Kayanakaya, costretto a sopravvivere fra le strade di Francoforte fra le pagine di “Happy Birthday, turco“! Mi colpì immediatamente l’originalità dell’invenzione di un detective così etnico e mi colpì il ritratto che dava della Germania contemporanea. In questi giorni Marcos Y Marcos pubblica la quarta avventura di quell’originale investigatore (“Kismet– Destino”) e in attesa di proporvi ai microfoni di Radiodue un’intervista con Arjouni, ve ne propongo  una che abbiamo realizzato durante le vacanze natalizie via mail e che ci svela molte curiosità sul mondo di Kayanakaya e del suo creatore.

Luca

 E’ vero che da ragazzino scappavi sempre dal collegio per andare a giocare a bigliardo?

No. Ma giocavo  spesso a biliardo a Francoforte, quando avevo quindici o sedici anni.

Quando si è accesa in te la passione per la letteratura noir?

Ho letto il mio primo romanzo di Agatha Christie a nove anni, Piombo e sangue di Dashiell Hammett a undici. È stato un momento cruciale. Mi sentivo come Cristoforo Colombo alla scoperta di un nuovo mondo. Anche se non riuscivo a capire tutto, sapevo che un giorno ce l’avrei fatta. Hammett è ancora molto importante per me.

Com’è nata la serie di Kemal Kayankaya?

 Avevo diciannove anni quando scrissi il primo romanzo della serie, Happy birthday, turco! Ero nel Sud della Francia, frequentavo l’università, ma ben presto capii che non ero fatto per studiare. Non parlavo la lingua e non conoscevo nessuno. Dando vita a Kayankaya, ho creato un amico per me. Mentre scrivevo il libro, ho capito che Kayankaya è un ottimo amico, così ho iniziato il secondo romanzo, Troppa birra, detective!

Perchè hai scelto un detective che fosse di origine turca?

Come scrittore non so mai perché mi viene un’idea piuttosto che un’altra. Come in amore: non si sa perché si ama qualcuno e non qualcun altro. Quel qualcun altro, forse, in teoria, potrebbe essere più giusto, più bello, potrebbe cucinare meglio, ma non si tratta di questo. Kayankaya è entrato nei miei pensieri e io ho voluto passare del tempo con lui. Certo, ci sono motivazioni legate al mio modo di pensare, alla storia della mia vita se ho scelto un ragazzo di Francoforte, tedesco con origini turche. Ma, primo: non sono interessato al perché. Secondo: ci vorrebbe ben più dello spazio di questa intervista per spiegarlo.

Come hai costruito il suo passato?

Quando ho in testa un personaggio, voglio scrivere di lui, quasi mi trasformo in lui. Sento i suoi bisogni e patisco le sue ansie, vado con lui al lavoro e nei bar, e pagina dopo pagina scopro lui e me, sempre di più. È un processo che coinvolge i sensi e l’istinto piuttosto che il cervello.

Come ha fatto a scoprirti l’editore Diogenes e perchè ti ha subito considerato il nuovo interprete del noir contemporaneo tedesco?

Happy birthday, turco! inizialmente venne pubblicato da una piccola casa editrice di Amburgo. Per mia fortuna quella casa editrice fallì e io spedii Happy birthday, turco! e il manoscritto di Troppa birra, detective! a Diogenes, che decisero di pubblicarli. Sono con loro da ventidue anni, e per quanto mi riguarda posso dire che è proprio un matrimonio felice.

Perché pensarono che rappresentassi qualcosa di nuovo? Dovrebbe chiederlo a loro.

Quanto pensi che la caduta del muro di Berlino abbia riacceso in Germania certi odi e razzismi?

Siccome la caduta del muro di Berlino fu un evento sia nazionale che nazionalista, e nazionalismo e razzismo vanno sempre a braccetto, il razzismo è diventato qualcosa di scontato e di cui, quasi, non ci si vergogna più. Il problema è che – come per tutto, più o meno – ci si fa l’abitudine. Oggi a Berlino e nell’Est della Germania, ci sono zone in cui non si va, perché ci si potrebbe imbattere in neonazisti. È incredibile, in Germania, sessant’anni dopo l’Olocausto – ma ti ci abitui. Perché non hai tempo, perché devi andare a comperare il pane, a portare tuo figlio a scuola, al lavoro.      



 

Com’è la Francoforte in cui si muove il tuo protagonista, si può dire che nei suoi confronti Kemal nutra sia un forte affetto che un forte disprezzo?

Francoforte è casa sua. Kayankaya è un figlio della città. Ed è certo, per Francoforte prova odio e amore allo stesso tempo. È quello che fa chiunque con i luoghi  e le città che conosce meglio.  Più conosci qualcosa, più chiaramente ne vedi i difetti. Questo non significa che non si arrivi poi ad amare quei difetti. Kayankaya è un francofortese vero. Che talvolta altri non la pensino così, perché ha un nome turco e i capelli neri, non cambia le cose.

Come si incontrano e si scontrano le etnie a Francoforte?

Come altrove, credo. Soprattutto in tempi di crisi – come accade oggi al mondo su vari livelli: economico, filosofico, dove stiamo andando, cosa vogliamo, cosa sogniamo – l’inquietudine induce nelle persone la tendenza a definirsi e a mettersi al sicuro divenendo parte di un gruppo – una religione, un movimento politico, la famiglia. E più le persone si definiscono in riferimento a un gruppo di appartenenza, più si perde il senso della responsabilità individuale, e più diventa facile essere pronti a rompere il contratto sociale per ottenere una fetta più grande della torta. 

 Perchè hai scelto come teatro di molte delle tue storie proprio il quartiere a luci rosse della città?

 Perché conoscevo e amavo quella zona. È stato il primo luogo internazionale che io abbia conosciuto. Quando avevo sette od otto anni, spesso mio padre mi portava con lui in ristoranti stranieri in quel quartiere. Era il 1971, 1972, e a quei tempi a Francoforte potevi mangiare solo lì i carciofi, l’avocado, le cozze o le lumache. Forse è proprio per nostalgia, ma ricordo quel quartiere come un posto alla Irma la dolce. Negli anni Ottanta, con la grande diffusione delle droghe pesanti – crack ed eroina – l’aspetto romantico si è perso.

Perchè secondo te la tradizione del noir in Germania è stata nel tempo così povera rispetto ad altri paesi europei, cosa ha impedito che si potesse sviluppare di più?

Non lo so. Non mi interesso di movimenti letterari. Mi piacciono o amo i singoli libri e le singole storie.

Sei considerato un po’ il portabandiera dell’etno thriller europeo, trovi più affinità trovi fra le tue storie e quelle di altri narratori europei o ti senti più vicino ai modelli Americani?

Né agli uni né agli altri.

Trovi di avere affinità con scrittori come Yasmina Kadra, Massimo Carlotto, Manuel Vazquez de Montalban, Camilleri, Jean-Claude Izzo, Petros Markaris che appartengono tutti al bacino del noir mediterraneo?

No. Alcuni mi piacciono, ma non vedo me né gli altri scrittori come parte di un gruppo o di un genere. Non sono specializzato nella scrittura di crime story, e non sono neppure un lettore appassionato del genere – questa è solo una delle cornici possibili per raccontare la storia di qualcuno. Per quanto mi riguarda, io volevo scrivere di Kayankaya e per varie ragioni la struttura dei romanzi che ho scritto è quella di una crime story. È come per il cibo: mi piace tutto quando è buono.

In quale misura realismo e ironia devono mescolarsi nelle storie del tuo protagonista?

Qualcun altro dovrebbe rispondere. I miei libri, io li scrivo. Non posso spiegarli.

Ma esistono davvero gang come quella dell’Esercito della ragione che descrivi in “Kismet”?

Esistono organizzazioni criminali che non si presentino come strutture razionali e pronte addirittura ad aiutare la gente, o almeno i propri membri? Pensi a ogni mafia del mondo. E dall’altro lato: esiste un movimento nazionalista, rivoluzionario o religioso che in fin dei conti non si batta per qualcosa di diverso dai soldi e dal potere?

Come si è trasformata la criminalità a Francoforte negli ultimi anni, quali sono i mercati in cui si è espansa?

Non sto più abbastanza a Francoforte, ormai, per darle una risposta.

E’ vero che i tedeschi (come sostiene il corrotto agente dell’ufficio passaporti descritto nel tuo libro) sono convinti che nel loro paese la criminalità sia solo di importazione (croati, turchi, slavi, marocchini, etc.) e non autoctona?

Ogni gruppo del mondo pensa che i veri criminali stiano nell’altro gruppo.

Cosa vuol dire esattamente la parola “Kismet”?

Sarà quel che sarà. È la vita. Quel che deve succedere succede.

Marta Cervino
Marie Claire
febbraio 2009

Cosa ci fanno il detective Kemal Kayankaya e il suo amico Slibulsky dentro l’armadio del ristorante Saudade? Proteggono (si fa per dire) il proprietario del locale da due loschi esattori del pizzo. Ma in un nano secondo i malviventi finiscono crivellati e i nostri eroi nei casini. Da lì parte una vicenda fatta di criminali croati, donne da salvare, uffici che esplodono, inseguimenti serrati. Ritmo (incalzante) e cuore (tedesco-finto turco) nell’ultimo giallo di uno scrittore da fan club.




Damir Ivic

Il mucchio selvaggio

febbraio 2009

Abbiamo una speranza: ora che in Italia si è finalmente (ri) scoperto il noir e che uno come Lucarelli è così famoso da essere imitato nei programmi della Gialappa's, forse è la volta buona che Jakob Arjouni si prenda pure dalle nostre parti l'apprezzamento che si merita. Le avventure del detective privato Kemal Kayankaya erano in effetti già apparse su Marcos y Marcos a fine '90, senza però suscitare eccessivo interesse, lì dove invece Arjouni in patria vale più o meno quello che Camilleri vale per noi. Per patria intendiamo la Germania: Arjouni intatti, come il personaggio da lui creato, è francofortese, espressione di quel meticciato culturale che ormai è stato assorbito dalla terra ospitante, concedendosi in un modo sospeso tra ironia, indifferenza e affetto. L'Europa multiculturale, insomma, nella sua espressione meno retorica possibile. al di là di questo, il talento di Arjouni è meraviglioso. La sua capacità di rendere al meglio il sottobosco criminale e non solo quello, è sublime. Troppi aggettivi e troppo magniloquenti? Leggete Kismet, e poi fateci sapere. Più di duecentocinquanta pagine che si leggono tutte d'un fiato, con una trama costruita benissimo, con sfaccettature psicosociologiche di ogni singolo personaggio tratteggiate alla perfezione, con una descrizione delle truppe mafiose slave ed albanesi alla conquista dell'Europa assolutamente perfetta (e chi scrive queste righe su mafie e psicologie slave un po' di conoscenze le ha). Un fuoco d'artificio continuo curato però in ogni particolare, senza mai spararla troppo grossa e senza mai andare fuori regime, lavorando sia sul registro sanguinario ed efferato che su quello dell'ironia e della brillantezza di scrittura. In una parola: il miglior noir che ci sia mai capitato fra le mani da anni a questa parte, almeno a nostro modesto modo di vedere.

 


Opinionista

febbraio 2009

Va tanto di moda il noir "etnico" e la Marcos y Marcos si è sempre dimostrata attenta a una produzione culturale che si discosta da quello che siamo abituati a vedere nelle librerie, presentando in tempi non sospetti autori come Jakob Arjouni, creatore della saga del detective privato Kemal Kayankaya, di origine turca ma tedesco di Francoforte.
Orbene, chi come me apprezza quell'enorme porcata che è "Squadra Speciale Cobra 11" - telefilm poliziesco in onda su Rai 2 che ha fra i suoi protagonisti un agente della polizia autostradale [!!] tedesca di origine turca - trova in questo autore una piacevole sorpresa: se già mi ero trastullato con i vari Fforde, Lembel ma soprattutto Toole "una banda di idioti" è un capolavoro, fidatevi], ho acquistato senza alcuna remora questa ultima uscita che ha come protagonista un investigatore privato spaccone e gradasso, che si muove nei sobborghi di Francoforte con inaspettata fluidità.
E' un'Europa meticcia, fra immigrati brasiliani che aprono ristoranti e malavite di tutto il mondo che convergono nella "Grande Mela" tedesca, centro finanziario dell'economia teutonica nonchè della produzione del sidro.
Questo libro, il quarto della serie che ha consacrato Arjouni come un autore culto e come colui che ha saputo rilanciare il "giallo" tedesco, parte da un favore, quello che il ristoratore brasiliano Romario chiede a Kemal e al suo amico Slibulsky [imprenditore nel magico mondo dei gelati... come vedete, nomi e cognomi non propriamente tedeschi...]. Una strana coppia di malviventi chiede il pizzo al ristorante di Romario che chiama in aiuto i due amici: finisce con i criminali bucherellati e seppelliti in un campo. 
Da lì Kemal ne vuole sapere di più di questi taglieggiatori, incipriati e imparruccati e stranamente muti e viene a scoprire l'esistenza di un fantomatico "Esercito della Ragione", banda che sta prendendo piede nelle strade di Francoforte. La sua indagine si dipana in una città grigia e sonnolenta, fra ostelli per profughi e echi di guerre balcaniche, con uno stile tagliente e ironico che fa del detective Kayankaya un personaggio molto godibile, amaro ma nello stesso tempo vivace e disincantato, figlio di un Europa in continuo mutamento.
La critica sociale traspare nel libro stesso quando denuncia tutti gli stereotipi razzisti che i tedeschi hanno, riuscendo a strappare il sorriso in una storia sordida e disperata, per un libro che si rivela una piacevole sorpresa per lo stile ed il linguaggio colorito con il quale è scritto, versando fiumi di veleno sulla città dell'Assia, una delle più ricche città da vetrina dell'Europa unita, ancora tremendamente provinciale e nascosta nelle sue vie più scure.

Riccardo Melito
www.stile.it

06 febbraio 2009

Le mirabolanti avventure di un turco tedesco

Il nuovo libro di Jakob Arjouni ha l’inconfondibile sapore della post-modernità. Non un vero e proprio sapore netto e ben definito, quanto piuttosto un insieme di fragranze e di gusti provenienti dalle parti più disparate del globo. Come mangiare del ramen, sorseggiando una weissbier, per passare poi ad addentare un kofta mentre si attraversa il quartiere a luci rosse. La stessa sensazione che si ha passeggiando per le strade di una metropoli occidentale, come è Francoforte, teatro del dramma del libro e città natale dell’autore.

Così Arjouni nel suo nuovo romanzo Kismet - Destino, il quarto della serie dedicata al detective privato turco-tedesco Kemal Kayankaya, mescola i generi letterari creando un noir dalle forti tinte ironiche e realiste. Questa volta il detective Kemal si trova coinvolto insieme al suo amico ex spacciatore, ora boss di gelaterie ambulanti, Slibulsky, nelle attività illecite di un gruppo nazionalista croato, il tutto per difendere il suo amico brasiliano Rosario dal pizzo. Sul loro cammino incroceranno una ragazzina croata, Leila, che di garantito, nel proprio destino – Kismet in turco, appunto - avrebbe solo il bordello.
Attraverso conflitti etnici, traffico di documenti falsi e di anime, braccianti, armi, ragazzine, l’autore tratteggia un ritratto della contemporaneità al fulmicotone, tagliente ed amaro, ma carico di quella ironia (soprattutto “auto”) che ci permette di affrontare le peggiori disgrazie con un sorrisetto beffardo.

 



 

  Affronta così lo scottante tema dell’integrazione e le sue complesse sfaccettature in un paese molto tollerante ed aperto come la Germania, ma dove alcune volte si è ancora “stranieri” nonostante il passaporto dica il contrario.

Nato a Francoforte nel 1964, Jakob Arjouni,  da ragazzo preferiva il biliardo allo studio, leggeva romanzi di Hammett, Chandler e gli piacevano i film di Sergio Leone. Ha studiato in Francia e ha frequentato la scuola di recitazione di Berlino. Ma viene consacrato “enfant prodige” con il primo romanzo dedicato al detective Kemal: “Happy birthday, turco!”.

Questo suo ultimo lavoro ha tutti i numeri per far trascorrere piacevoli ore nei vicoli di Francoforte evitando pallottole e cazzotti. Sicuramente meglio che perderle davanti alla deprimente tv italiana, soprattutto in tempi come i nostri, dove come ha dichiarato l’autore in una recente intervista: “In tempi di crisi l’inquietudine induce nelle persone la tendenza a definirsi e a mettersi al sicuro divenendo parte di un gruppo – una religione, un movimento politico, la famiglia. E più le persone si definiscono in riferimento a un gruppo di appartenenza, più si perde il senso della responsabilità individuale, e più diventa facile essere pronti a rompere il contratto sociale per ottenere una fetta più grande della torta”.
Felice Modica
Il Giornale

01 febbraio 2009

Cose turche a Francoforte

Una volta i detective si chiamavano Holmes, Maigret, Wolfe, Marlowe, Hammer, Spade. Al più Basettoni e Manetta... Oggi è inevitabile facciano capolino gli Alì e i Mohamed... L'ultimo della serie è Kemal Kayankaya, di Jakob Arjouni. Per la verità è un rentrée: era già apparso negli anni '90 in tre romanzi: Happy birthday, turco!, Troppa birra detective e Carta straccia. Ora Kismet-Destino è fresco di stampa (ancora per Marcos y Marcos) e ha per protagonista il turco-tedesco (molto popolare in patria), detective simpatico e spaccone in una Francoforte a luci rosse. Divertente, chandleriano, "classico". Tanto che avrebbe potuto chiamarsi Sam, Dick, o perfino Montalbano...

Laura Grimaldi
Il Sole 24ore
15 febbraio 2009

A Francoforte indaga il turco

La lettura dà spesso risultati finali sorprendenti. Capita di leggere un libro come Kismet di Jakob Arjouni e all’inizio se ne notano soprattutto i difetti. Il romanzo è leggermente sgangherato, ha un protagonista sempre in scena - come ripreso da una telecamera fissa - che per giunta fa cose terribili e soprattutto inspiegabili; la storia procede veloce, ma come se dovesse deragliare da un momento all’altro. L’ultima annotazione che viene in mente è che Arjouni dà per scontato che qualunque uomo sia disposto a commettere gli atti più efferati, ma poi non fornisce motivi, neppure di astratta filosofia, che possano giustificare un’ipotesi tanto impegnativa.
Un romanzo sbagliato, si direbbe, e almeno stando alle regole base delle tecniche narrative classiche verrebbe di rispondere di sì. Eppure è una storia divertente. Eppure il suo protagonista Kemal Kayankaya (lui sì sgangherato), che come l’autore è turco di cittadinanza tedesca, risulta simpatico. Come simpatico è il suo socio e complice Slibulsky, anche lui turco, ma con permesso di soggiorno scaduto, ex piccolo spacciatore che truffa la dabbenaggine dei tedeschi vendendo su larga scala gelati “italiani” fatti di polverine e uova liofilizzate.
Kayankaya è un investigatore privato, ma date le sue origini e data la sua promiscuità con piccoli delinquenti e immigrati (buoni e cattivi) viene assunto solo da poveracci. La città in cui vive è le Francoforte del quartiere attorno alla stazione ferroviaria, quello con il più alto tasso di criminalità e di prostituzione.
Da queste parti sta Romario, un brasiliano proprietario di un ristorantino che senza troppa fantasia ha chiamato Saudade. 

 



 

Romario, per non pagare il pizzo astronomico che gli è stato richiesto, si rivolge a Kayankaya.
La vicenda comincia da qui, con Kayankaya strizzato dentro una credenza della cucina del ristorante insieme a Slibulsky. Il piano è di schizzare fuori, pistole alla mano, quando entreranno i due estorsori. Kayankaya vuole semplicemente spaventarli, convinto che siano improvvisati membri di un’organizzazione inesistente. Ma è costretto a ricredersi e a sparare, e i due malviventi crollano a terra, lordando di sangue l’intera cucina del ristorante.
Invece di chiamare la polizia (dopotutto, i due criminali sono entrati, pistole in pugno, nella proprietà di Romario), Kayankaya e Slibulsky si affrettano a far sparire i due cadaveri. Dopo di che, Kayankaya sembra aver trovato il moto perpetuo: per scoprire qual è la nuova, pericolosa organizzazione che taglieggia la città, schizza da tutte le parti (non sempre con una ragione valida), si insinua negli uffici altrui e ha anche la sfrontatezza di interrogare e accusare chi ci lavora. E intanto Arjouni semina nella trama diversi personaggi. Alcuni indovinati, altri risaputi. Alcuni necessari, altri superflui.
In quanto alle donne, sono semplici comparse: un’archeologa che per pagarsi gli studi ha fatto la maestra di ballo e ora, fra uno scavo e l’altro, intrattiene Slibulsky. Peccato che ci venga presentata e poi sottratta nel giro di mezza pagina. Poi, un paio di prostitute (of course) e, nelle ultime pagine, una ragazzina destinata a finire male e salvata da Kayankaya.
Se Arjouni ha voluto divertirsi e divertire mettendo in scena quella parte di Germania che Germania non è, ci è riuscito. Ma non parliamo di giallo.

 

Ana Ciurans
www.lanotadeltraduttore.it

02 marzo 2009

La redazione:

Kemal Kayankaya, erede di Philippe Marlowe e parente più alla lontana di Fabio Montale e Pepe Carvalho, calza alla perfezione nel ruolo di protagonista dell’hard boiled Kismet, ultimo libro della saga dedicata al detective turco con cittadinanza tedesca. Jakob Arjouni d’altronde non nega di aver frequentato Chandler e compagnia fin da ragazzo. Sono invece la condizione di straniero e al contempo la simbiosi viscerale con sua la città a legarlo agli altri due eroi del «noir mediterraneo», dei quali non riesce, nonostante le assonanze, a cogliere la seduzione. Kemal Kayankaya fa a modo suo.
Tutte storie di duri solitari, di loser irriducibili alle prese con un passato che ingombra ognuno dei giorni del loro presente e compromette il loro futuro. Analfabeti sentimentali, frequentatori di bassifondi e dark ladies, per dirla in modo elegante. Si nutrono di alcol e sigarette (a eccezione del detective gourmet, Pepe Carvalho), dormono vestiti e con la pistola sotto il cuscino, da svegli sono in conflitto permanente con la legge e con il mondo. In una parola, disadattati. Eppure depositari di una ferrea etica personalissima che non tradiscono (quasi) mai.
Kismet, ambientato nei quartieri malfamati della Francoforte del 1998, dai contorni sfuggenti, appena pubblicato in Italia da Marcos y Marcos, è il quarto romanzo della serie dedicata al detective privato Kemal Kayankaya, «il più ruvido e spietato».
La trama si aggroviglia intorno a un favore che Kemal Kayankaya fa all’amico Romario, il brasiliano titolare del Saudade, misero ristorantino con le piastrelle in finto marmo e le tovaglie a quadretti in poliestere, intimato a pagare il pizzo da due esattori dall’apparenza grottesca e di appartenenza mafiosa incerta. Aiutato dall’ex pusher, ex buttafuori, ex dj ed ex guardia del corpo Slibulsky, ora proprietario di una catena di gelaterie ambulanti, Kemal cerca di proteggere l’amico, ma ci scappa il morto e si scatena l’inferno. Tra estorsioni, tratta di profughi, esplosioni e incendi, Kemal riuscirà a districare la matassa e a salvare la propria pelle, quella di Slibulsky e quella di Leila, ragazzina croata destinata a finire nel racket della prostituzione, da una gang paramilitare croata, l’Esercito della Ragione, infiltrata saldamente nel mondo industriale e istituzionale di Francoforte.
Non c’è che dire, Arjouni, acclamato come il più importante scrittore tedesco di romanzi noir, nel 1985 apriva il filone europeo dell’etno-thriller, sa il fatto suo, la struttura narrativa regge e ha un ritmo serrato e duro da far saltare per aria personaggi e pagine velocemente. Il tutto in prima persona e con descrizioni fisiche dettagliatissime (con un debole per le acconciature). E come nel più ortodosso stile hard boiled l’iperbole riesce a strappare un sorriso all’amarezza. «Se Marilyn Monroe avesse trascorso l’esistenza a fianco di una sorella bassa, secca, brufolosa e munita di apparecchio ai denti vita natural durante, si sarebbe potuto dire che, messe l’una accanto all’altra, Offenbach e Francoforte facevano l’effetto delle due sorelle Monroe». Senza aggiungere niente di nuovo al genere, Arjouni ci porta a riflettere sulla condizione degli immigrati, lo sciacallaggio di cui i profughi sono vittime e la realtà di una nuova Europa in cui c’è del marcio: «Sono vent’anni che vivo qui, ci lavoro, ci abito, eccetera. Ogni anno devo andare all’ufficio stranieri e farmi prorogare il permesso di soggiorno da tizi che spesso non sono a questo mondo da quanto io a Francoforte, tizi a cui fa lo stesso starsene qui o a Bielefeld. A me non fa lo stesso. A Francoforte ho guadagnato i miei primi quattrini, ho affittato il mio primo appartamento e sono stato davvero innamorato per la prima volta. Non che mi sia rimasto molto di tutto questo, ma la città mi ricorda che è possibile cominciare qualcosa e che è possibile trovarsi un posto al sole. E nonostante tutto ne sono orgoglioso. Ho imparato la sua lingua», dice amaramente Romario. Amara, appunto, la solita guerra tra poveri.
Un romanzo duro e imperdibile, per gli amanti del genere.

Lisa Scarpa
www.lanotadeltraduttore.it
02 marzo 2009

La traduttrice:

«Kismet! Facciamocene una ragione, non c’è niente da fare!» recita il Duden sotto senso figurato. Propriamente Kismet è il destino che Allah assegna a ognuno, e Kismet è il titolo del romanzo che un caso non ineluttabile, ma imperscrutabile ha affidato a me. Protagonista ne è Kemal Kayankaya, investigatore turco di nome, ma verace francofortese di fatto, lingua tagliente e cuore morbido, che si trova coinvolto suo malgrado in una spietata guerra tra bande nei bassifondi di Francoforte.
Non avevo letto niente di Jakob Arjouni e per prima cosa ho studiato le traduzioni già pubblicate in Italia. In parallelo leggevo gialli, soprattutto Chandler e il suo Marlowe che spesso viene accostato al detective turco-tedesco. Più che leggerlo, ho ascoltato Chandler, perché volevo carpirgli non vocaboli, ma una voce.
In effetti i miei intenti predominanti sono stati da un lato traghettare l’umorismo e i momenti esilaranti di una storia di per sé truculenta, dall’altro restituire la vivezza dei dialoghi e l’incisività della lingua peculiare parlata da ciascuno dei personaggi. La voce di Kayankaya, l’io narrante che permea l’intera opera, è secca e caustica, sa di eterna sigaretta, vodka e caffè lungo. C’è poi la spalla di Kemal, Slibulsky, imprenditore del gelato ed ex spacciatore: impossibile non amare le sue espressioni ispide e sagaci, i fulminanti scambi di battute con l’amico. Tra i dispersi nella battaglia della traduzione devo annoverare le pesanti parlate regionali, il dialetto dell’Assia, il berlinese, che nell’originale danno ai cattivi un’impronta di ferocia, ma anche di involontaria comicità. Mi è andata meglio nel caratterizzare Leila, la ragazzina nata in Bosnia da padre croato e madre serba - vero prodotto del crogiuolo balcanico - e finita a Francoforte in uno squallido centro di accoglienza per stranieri. Mastica ancora male il tedesco e ho dunque infiorettato le sue frasi di solecismi, ripensando ai tipici errori che conosco dal mio insegnamento dell’italiano a stranieri, come l’imperante verbo alla terza persona, le preposizioni senza l’articolo, le geminazioni mancanti… Ma il vero divertimento è stato pennellare un personaggio tanto fragile nell’aspetto quanto rude nell’eloquio capace di lasciare basito persino Kayankaya.
Leggendo Kismet si ride spesso, ma il riso diventa agro ogni volta che Arjouni mostra quanto poco roseo sia l’incontro con lo straniero, a dispetto dei cartelloni della chiesa evangelica appesi al centro di accoglienza «sui quali ragazzi bianchi e di colore saltellavano per strade, scale e prati accompagnati da scritte dai colori squillanti come « Ehi, che figata l’amore per il prossimo tuo!» oppure « Viva l’incontro fra i popoli!». Né sono possibili facili manicheismi: tra gli stranieri ci sono sia vittime che carnefici, tra gli autoctoni scoppiano ostilità tedesco-tedesche, come dimostra la divertente macchietta del verduraio filonazista che accantona la xenofobia soltanto per sfogarsi contro il nuovo straniero, gli abitanti dell’ex Repubblica Democratica Tedesca, « quelli là dell’est ».
Un recente articolo di Magris notava che la nuova pianta proveniente dall’America venne chiamata granturco perché « fino alla sconfitta definitiva degli Ottomani nel 1683 sotto le mura di Vienna, il “turco” è l’altro, il diverso, il “forestiero”, e pure il nemico, per eccellenza ». Kayankaya è il turco, l’estraneo che in verità è locale al cento per cento, e con il suo emblematico ibridismo sta a ricordarci che l’Altro non è poi così diverso da noi.


Mariarosa Delleani
Pulp

marzo 2009

Il un ristorante brasiliano del quartiere a luci rosse di Francoforte, un investigatore turco di Germania e un ex pusher croato uccidono in uno scontro a fuoco due mafiosi membri del fantomatico Esercito della ragione che riscattono Romario, un loro amico brasiliano che vive in città da vent'anni.
L'investigatore è Kemal Kayankaya, personaggio famoso in Germania quanto da noi il commissario Montalbano , ma che ha ben poco in comune con quest'ultimo, a partire dallìassoluta mancanza di gusto nel mangiare (le cene di Kayankaya nel suo appartamento consistono solitamente in sardine in scatola seguite da una bella sbronza a base di vodka).
Kayankaya è talmente famoso che l'editore di lingua tedesca, Diogenes, acccompagna ogni romanzo di Arjouni che ha lui come protagonista con il sottotitolo "ein Kayankaya Roman".
Kayankaya è trasandato, disordinato, spiantato, un perdente quanto la Germania descritta da Arjouni che sorprendentemente non corrisponde affatto all'immagine stereotipata di Paese ordinato, pulito, retto.
La Germania che emerge da questo romanzo assomiglia a un quartiere della periferia di Napoli popolata da strozzini, assassini, mafiosi che chiedono il pizzo, prostitute e straniere che vengono da ogni dove. Stranieri che popolano una Germania arruffata, colorata e vivace, ma anche razzista e piccolo-borghese.
Spesso Kayankaya, a causa delle sue origini turche (è nato in Germania da genitori turchi, ma è stato adottato da una famiglia tedesca), è costretto a confrontarsi, senza retorica, ma con molta ironia, con il gretto razzismo delle persone che incontra, come il verduriere suo vicino di casa che smette di storpiare il suo nome in "Kayakaya" solo quando ha bisogno del suo aiuto per risolvere un problema.
Ad Arjouni piace giocare con le identità dei suoi personaggi, a partire dalla propria. Molti infatti sono indotti a pensare che Arjouni stesso sia un turco di Germania, in realtà il suo vero nome è Jakob Bothe e non ha la benchè minima origine turca.

 

Enzo Cosentino 
www.opinione.org

marzo 2009

Marcos Y Marcos pubblica un bel libro: “Kismet/ Destino” di Jakob Arjouni. E’ un giallo, ma non rompicapo. Leggero, senza percorsi narrativi tortuosi. C’è una variegata umanità che si muove “nel profondo rosso del quartiere a luci rosse” di Francoforte. I personaggi di questo romanzo, che escono dalla fantasia, talvolta irriverente, talvolta agrodolce, di Jakob Arjouni, o li trovi simpatici, subito, oppure è difficile “digerirli”. Molto dipende dall’approccio che il lettore di “Kismet” ha con il detective Kemal Kayankaya, un turco integratosi nei bassifondi della metropoli tedesca. Kemal è svelto con la pistola e non è ritardato nel capire le situazioni in cui Arjouni lo colloca. Il suo “parlare”, un po’ sgangherato, gli procura simpatie. Nelle sue investigazioni Kemal ha una “spalla” che lo segue come un’ombra: Slibulsky, anche lui un turco di origine che ha fatto quattrini a palate in Germania, Paese che potrebbe dover lasciare da un momento all’altro (permesso di soggiorno scaduto). Sarebbe una specie di liberazione per i tedeschi di Francoforte; ne ha truffato tantissimi con un marchingegno: la vendita su larga scala di gelati fatti con intrugli liofilizzati e spacciati per “gelati italiani” che da quelle parti piacciono tanto.
Il destino porta i due personaggi a contatto di Romario, un brasiliano, pure lui trapiantato da tempo in Francoforte con attività mediocre nella ristorazione ed alle prese con una banda che pretende un’ingente somma di denaro per il “pizzo”. Non è una banda italiana. Kemal ed il suo amico sono assunti a titolo gratuito da Romario, per affrontare due malviventi quando si recheranno nel ristorante del brasiliano per riscuotere. Kemal e Slibulsky sono nascosti in un grande armadio, pistole e fucile in pugno. Per intimidire i due fannulloni e costringerli alla fuga dal locale, il giorno dell’esazione. Un segnale convenuto di Romario e i due poliziotti privati salteranno fuori dal nascondiglio. La scena, che è quella d’avvio di “Kismet”, si macchia subito di rosso sangue. Kemal e l’aiutante escono dall’armadio. I due “banditi” sono armati,potrebbero far fuoco ma i detective sono più lesti e sparano. Uccidono i banditi. La matassa narrativa si aggroviglia e Jakob Arjouni la dipana abilmente pagina dopo pagina. Senza far perdere il senso dell’umorismo ai due personaggi intenzionati a proseguire, con i loro metodi, le indagini per smascherare il mistero della banda. I due insomma vivono una intricata avventura che sicuramente divertirà i lettori di “Kismet/Destino”.

Marina Ghedini
L’Indice

aprile 2009

Arjouni, che usa il cognome della prima moglie turca invece di quello del padre, noto drammaturgo tedesco, esordì giovanissimo nel 1985 con Happy Birthday, turco!,  che venne filmato da Doris Dörrie e rivitalizzò il noir tedesco, introducendo un detective di origine turca. Oggi la maggiore comunità straniera è ben rappresentata anche in TV, cfr. le serie Squadra speciale Cobra 11 e  Kebab a colazione, trasmesse anche in Italia, entrambe  con un poliziotto turco come protagonista. Questo è il quarto romanzo dell’investigatore privato Kayankaya, pubblicato come i precedenti da Marcos y Marcos, sulla scia del grande successo in Gran Bretagna, paese notoriamente impermeabile ai gialli europei, avendo una produzione autoctona di tutto rispetto. L’azione parte dalla richiesta di aiuto di un ristoratore brasiliano contro gli esattori del pizzo nel quartiere a luci rosse intorno alla stazione di Francoforte. 

 



 

La mafia si è fatta sempre più internazionale e brutale, e questa volta Kemal corre davvero il rischio di lasciarci la pelle. L’organizzazione tedesco-bosniaca che ha preso il sopravvento nel quartiere si serve di taglieggiatori che non parlano e hanno visi incipriati e parrucche bionde. Nel corso dell’investigazione Kayankaya si imbatte in una ragazzina serbo-croata in cerca della madre che ha imparato il tedesco dai porno. Le due vicende sono strettamente e tragicamente collegate: questo è il “destino” del titolo. Il romanzo è fedele al genere, esagerato, talvolta grandguignolesco, ma ciò che colpisce maggiormente in Kayankaya, detective stazzonato, fumatore e bevitore, perennemente al verde, coraggioso e con un gran cuore, è il suo spirito: non ci si aspetterebbe di ridere in un hard boiled, per di più tedesco.  

Damir Ivic
Il mucchio
aprile 2009

Libro godibilissimo, un noir intriso di humor (nero e non) che tra le altre cose ha anche il pregio di essere un convincente ritratto della società europea nell’era che stiamo vivendo, ovvero quella della multiculturalità. Raggiunto per un’intervista l’autore, Jakob Arjouni, abbiamo effettuato una ricognizione sulla sua personale biografia (per scoprire che forse non è possibile ce ne sia una), su quale può essere il senso delle identità nazionali (e forse non ve n’è uno) e su come un calciatore e un tennista possano giocare sullo stesso campo da gioco, contrariamente a quello che si fa di solito.

L’Italia è un paese dove la gente è considerata giovane quando ha già superato i quarantacinque anni... Però tu giova lo eri per davvero, quando è uscito il tuo primo libro, parliamo di più di vent’anni fa. Cosa ti ricordi di quel periodo? Era più problematico o divertente?

Scrivere il mio primo libro, Happy birthday, Turco! È stato assai facile... l’ho scritto esattamente come se stessi scrivendo una lettera a un buon amico. Tipo quando vuoi raccontargli come ti sta andando nella vita, quali le tue paure e i tuoi desideri, e vuoi farlo in modo non troppo noioso. L’unica differenza è che in questa situazione di scrittura il buon amico a cui stai scrivendo sei tu stesso! Andando avanti invece le cose si sono un pò complicate, perchè cominci a riflettere su quello che stai facendo. Oggi però mi pare di essere tornato alla spontaneità degli esordi: scrivo per divertire me stesso, per raccontare cose che è a me che interessano, per creare un mondo che sia il mio, di mondo. E ho smesso di pormi il problema se questo modo di agire sia giusto o sbagliato.

Perchè come personaggio principale del romanzo hai scelto un detective turco?

Ventisei anni fa, quando il personaggio di Kayankaya ha cominciato per la prima volta a farsi largo nella mia mente, i turchi erano in Germania al livello più basso della piramide sociale. La Destra odiava lo spazzino turco, lo chiamava “lavoratore ospite” e voleva prima di tutto mandarlo via a calci nel sedere. La Sinistra invece diveva di apprezzarlo, ascoltava la sua musica, gustava la sua zuppa di lenticchie; però anche per lei, quel turco lì doveva essere semplicemente uno spazzino. Questo era il ruolo che gli era assegnato in società. Ecco perchè mi divertiva l’idea di un detective turco!

So che appena diplomato ti sei trasferito dalla Germania alla Francia. Come mai?

Dopo tredici anni di scuola, volevo dare un’occhiata al mondo, soprattutto quella parte di mondo dotata di mare e sole. Ho dato un’occhiata alla mappa geografica e il mio sguardo è caduto a Montpellier. C’ho messo pochissimo tempo ad innamorami della città e del suo circondario, una volta che ci sono arrivato...

Ti vedi come un europeo? Anzi, è effettivamente possibile considerarsi europei?

Io mi vedo come, beh, Jakob. Non mi interessa molto parlare di origini o retaggi culturali. Certo, se vuoi in me puoi trovare caratteristiche che sono dei noiosi clichè, e più ci fai affidamento più ne diventi schiavo. Non mi pare un grande affare.

Quanto è cambiata Francoforte rispetto agli anni di Happy birthday, Turco!? Se ci sono stati dei cambiamenti, quali sono stati secondo te i più significativi?

Non lo so. Per me personalmente è sempre la stessa Francoforte. Gli stessi grattacieli, un pò di sushi bar in più. Lo spirito di una città così come quello dei suoi abitanti non cambiano tanto velocemente.

Ora dove vivi? Potendo scegliere, dove ti piacerebbe vivere?

Ho passato gli ultimi quattro anni tra Parigi e il sud della Francia. Ora, al posto di Parigi, c’è Berlino, così come continua ad esserci la Francia meridionale. Sono nato a Francoforte, ma il grosso della mia permanenza in Germania è legata a Berlino. È la mia città, che io lo voglia o meno (e per un sacco di tempo non lo volevo). Al contrario di Francoforte, Berlino negli ultimi anni è cambiata radicalmente, a causa della caduta del Muro. Prima Berlino Ovest era una specie di zoo per studenti, attori, scrittori. Nessuno lavorava per davvero, i bar la sera non chiudevano mai e la mattina nessuno si azzardava ad aprire prima delle dieci o undici. Beh, a me piace la gente che lavora, ecco.



 

Sei stato in Italia? Che opinione hai del nostro Paese? La sua letteratura, la sua politica, il suo atteggiamento verso la vita...

Fin da quanto ero ragazzino sono passato per l’Italia più volte. Inizialmente ogni estate con i miei in vacanza a Sperlonga; poi Roma, Milano, Perugia, Bologna. A Bologna addirittura mi ero messo a cercare casa... Comunque: cosa puoi dire di una nazione con milioni di abitanti? Bel clima? Ottimo cibo? Pessimo Presidente del consiglio? Non è il mio modo di approcciare la questione, questo. 

Quanto sarebbe cambiato Kayankaya se fosse stato italiano invece che turco?

Probabilmente sarebbe cambiato solo il suo nome, e il suo modo in cui la gente avrebbe guardato a lui. Perché Kayankaya è un turco – qualsiasi cosa questo significhi – solo agli occhi della gente che lo circonda. Per se stesso e per la realtà dei fatti, lui è semplicemente un tizio di Francoforte. Perchè Francoforte è la città dove vive, la città che ama, la città dove ha il lavoro che gli dà da mangiare. Questi sono i fattori che definiscono l’identità di una persona. 

Hai mai avuto paura che Kayankaya, il tuo personaggio più famoso, ti stesse intrappolando come scrittore?

I romanzi con Kayankaya  protagonista sono solo una parte della mia produzione letteraria. Non mi sono mai sentito obbligato ascrivere di lui, o a cercare una storia che fosse tagliata apposta su di lui o solo su di lui. E’ lui che arriva quando gli pare; non sono mai io che lo vado a cercare.

In Italia non si parla moltissimo della letteratura contemporanea tedesca. Quali sono le cose più interessanti che sta offrendo oggi come oggi, per come la vedi tu?

Non sono molto aggiornato su quello che sta succedendo oggi in campo letterario. Sai, per me i libri sono come storie d’amore, o alla peggio amicizie: se sento che a occhio un libro non è significativo per me, non lo leggo. Il risultato è che ci sono sicuramente moltissimi libri oggettivamente di grande qualità che io, senza il minimo rimorso, trascuro di leggere. Non sono un collezionista, sono uno che ama selezionare, e farlo con personalissimi criteri. La vita è corta, no? In questo momento le letture che mi appassionano di più sono Isaac B. Singer, Simenon e Tobias Wolff.

Come scrittore di crime fiction, immagino sarai stato corteggiato più e più volte dall’industria cinematografica. So ad esempio che il tuo primo libro ha avuto una trasposizione sul grande schermo. Sei mai stato coinvolto nella scrittura di sceneggiature per il cinema, tratte o meno dai tuoi libri?

Ho provato, a scrivere una sceneggiatura per il cinema, e ho capito subito che non era roba per me. E’ come chiedere ad un tennista di giocare a calcio. Uno sport completamente diverso. In effetti ci sono sempre un sacco di progetti di resa cinematografica attorno ai miei libri. Appunto: progetti. Prima che nel campo del cinema qualcosa parta davvero, ci vuole una quantità enorme di tempo e denaro. Per iniziare a scrivere un libro, bastano un tavolo, una penna e un po’ di fogli di carta.

Di solito ti piacciono i personaggi che crei? Provi simpatia per loro? Penso anche e soprattutto a quelli negativi...

Come scrittore, devi avere la predisposizione a metterti nei panni della gente più diversa. C’è qualcosa di mio in ogni personaggio...poi, se tutto va bene, a libro finito torno ad essere me stesso. Però chissà. Francis Scott Fitzgerald diceva: “Non c’è mai stata una buona biografia di uno scrittore che valesse. Né ci potrà mai essere. Perché se uno scrittore è bravo davvero, allora non può che essere più persone contemporaneamente”.

Ora in cosa sei impegnato? Quali sono i tuoi progetti per il prossimo futuro?

Al momento sto scrivendo un libro su un’amicizia tra un ragazzo diciottenne e un bimbo di due anni. A breve, inizierò un tour per la Germania per presentare il mio ultimo libro: un romanzo che parla di un ladruncolo berlinese che per sbaglio ammazza un uomo e poi, tanto per complicare le cose, si innamora della sua figlia...

Antonella Fabiani
Polizia moderna

giugno 2009

Sbarcato in Italia senza troppi clamori, il personaggio di  Kayankaya, investigatore tedesco di origini turche, spaccone e maldestro quel tanto che basta per trasformare ogni inchiesta in una sarabanda di (dis)avventure, è pian piano diventato un vero e proprio cult per i lettori appassionati di noir con sfumature etniche. Destino, quarto romanzo della serie, ci mostra il detective Kayankaya, spalleggiato dall’inseparabile amico Slibulsky, alle prese con una feroce banda di nazionalisti croati, l’Esercito della ragione, che taglieggia i commercianti di una Francoforte multietnica e variopinta. Un libro intrigante, divertente e drammatico che conferma il talento di uno scrittore tutto da scoprire.

Helena Zaugg
Cucina di stagione

settembre 2009

Kemal Kayankaya, professione detective, non è certo un buongustaio. Il suo frigo è spesso vuoto. Cena davanti alla TV con piatti unici a base di fagioli e cioccolata (ma non insieme...). pranza con cracker e sardine, mentre nella pancia gorgoglia un misto di caffè, birra e sidro. Il destino kismet, in turco) vuole che Kemal Kayankaya, si ritrovi nella cucina di un ristorante brasiliano. con la pistola pronta a sparare, per difendere il proprietario, minacciato da un fantomatico Esercito della Ragione.
Quest'ultimo ha imposto il pagamento del "pizzo" a tutti i locali del quartiere, dal chioschetto delle salsicce ai ristoranti con tovaglie bianche e carta dei vini. Inizia così il quarto dei romanzi che ha per protagonista il detective Kayankaya, turco con passaporto tedesco. Un'avventura che lo porterà a visitare una fabbrica di minestre in busta e budini in polvere, un ristorante yugoslavo di periferia, un pub irlandese con illuminazione da luci d'emergenza e moquette ispida. Il tutto in una metropoli dove s'incontrano malviventi da ogni parte del mondo.

Scheda del libro

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