STANISLAW LEM
Il congresso di futurologia


Recensioni

 

Francesco Màndica
Talpa Libri. Alias. Il Manifesto 
Marco Belpoliti
L'Espresso
Domenico Gallo
Pulp

Giuseppe O. Longo
Letture

 

Francesco Màndica
Talpa Libri. Alias. Il Manifesto 
Gennaio 2004

Narratore sci-fi di culto, sovieticamente utopico, occidentalmente dispotico. Il polacco Stanislaw Lem è stato il creatore del Solaris di Tarkovskij (di cui anche Hollywood ha declinato una recente variante), che è il manifesto di un anti-rinascimento, proiettato nel futuro e aderente ai modelli anti-utopici della letteratura socialista. Ora Marcos y Marcos – insieme ai comici racconti di Cyberiade, tradotti per la prima volta (e di cui ci occuperemo presto) – ripropone dopo circa dieci anni nella traduzione di Sandra Cecchi Il congresso di futurologia.
Il racconto lungo, uscito nel 1971 (dieci anni dopo Solaris) e privo del carattere magniloquente che può sedurre il grande schermo, è la parodia di un futuro anteriore, governato dalla chimica farmaceutica. Ijon Tichy è un glorioso astronauta invitato a un congresso di futurologia in uno stato centroamericano (che l’autore chiama Costaricana e che molto ricorda il coevo Bananas alleniano). Un salone dell’astronautica in un mastodontico albergo lounge dove la rivoluzione che imperversa 

 

nelle strade non sembra troppo preoccupare gli invitati. Tichy viene prelevato dagli americani, ibernato e scongelato nel 2039. Si ritrova in un mondo in balia della farmacopea. Un mondo che cambia a seconda delle sofisticazioni lisergiche. E dove i defrizzoni, gli scongelati, sono i nuovi emarginati che cercano librerie e non le trovano, i giornali, anch’essi manipolati chimicamente, si volatilizzano nello spazio di ventiquattro ore: non è dunque la comunicazione e il suo futuribile prolasso a governare il mondo né tantomeno i robot, servi sciocchi (quelli da bagno, quelli lustrascarpe e i robots de voyage) che non possono fruire della chimicocrazia. Potere di farmaci e pillole, di psicochimici che alterano ogni funzione vitale.
È l’orizzonte lessicale che colpisce nel libro di Lem: la continua, esasperata ricerca neologica, questo collasso della parola che si trasforma, anch’essa alterata, e dunque funzionale allo sviluppo narrativo del testo. L’orizzonte utopico è quindi garantito da questa accelerazione mescalinica, mentre – distopicamente – Lem vaticina futuri possibili: parla, nel 1971, di un attentato al papa e di sceriffi dell’aria, prevede e anticipa le connessioni virtuali e l’apprensione per il grande fratello.

Marco Belpoliti
L'Espresso

febbraio 2004

Poeta, autore di saggi, ma soprattutto scrittore di fantascienza, Stanislaw Lem, nato in Polonia nel 1921, è, insieme a Philip Dick e a Kurt Vonnegut, uno dei grandi narratori dell'anti-utopia contemporanea. Questi tre autori hanno descritto con anticipo di venti-trent'anni il destino antropologico delle società occidentali, in cui scienza e tecnologia la fanno da padrone. "Il congresso di futurologia", uscito nel 1971, sembra stampato solo qualche ora fa.
Un astronauta, Ijon Tichy, si reca al congresso di futurologi che si tiene in uno Stato del Centro America, dove è in corso una guerra civile, funestata da atti di terrorismo, interventi dell'esercito e incursioni di militari americani. La prima parte del romanzo è un succedersi di colpi di scena con distruzioni di alberghi e fuga attraverso le fogne. Il tono del racconto è paradossale e grottesco. Il lettore si abbandona divertito alle descrizioni in prima persona di Ijon, antieroe timido, che comincia a non distinguere più tra realtà e allucinazione.
Trasportato da un elicottero americano, dopo un'operazione e una lunga ibernazione, l'astronauta si risveglia nel 2039. 
È a New York e vive in una società in cui sono

 stati eliminati i conflitti e le guerre.Con il suo diario Ijon Tichy ci rivela, dettaglio dopo dettaglio, la realtà di una società dominata dagli psicofarmaci: a una serata mondana un commensale gli getta nel tè una sostanza e subito Ijon si mette ad adorare il tovagliolo. Tutto è regolato da pastiglie e sostanze chimiche. In questa anti-utopia anche il linguaggio è manipolato mediante trasformazioni: ogni vecchio termine è tradotto in un nuovo linguaggio che altera le parole originarie. Il suo mentore, il professor Trottelreiner, proveniente come lui dal congresso di futurologia, gli spiega che la nuova realtà è solo una falsificazione ottenuta attraverso un gioco e controgioco di sostanze: la realtà non è bella e accogliente, bensì squallida e orrenda. Sogno dentro il sogno, l'astronauta ci descrive un mondo che è simile al nostro, solo un po' più allucinato e paradossale, ma non più di tanto.
Lem è uno scrittore satirico, capace di rinnovare non solo il genere fantascientifico, ma anche di recuperare la lezione delle avanguardie polacche dei primi decenni del Novecento, oltre a quella di scrittori originali come Witkiewicz e Schulz. La forza del suo modo di raccontare, come mostra questo godibile romanzo, sta nell'intreccio di comicità ed etica, e in umorismo leggero ma perforante.

Domenico Gallo
Pulp 
gennaio-febbraio 2004

Una storia incredibile. I partecipanti a un congresso di futurologia, chiusi nel loro Hilton in una città del Centro America, si scontrano e si accapigliano su quale sarà il futuro del mondo. Per le strade, intanto, infuria la guerriglia. Due mondi paralleli e indifferenti destinati a venire in contatto. Un astronauta, ospite del congresso, finisce coinvolto negli scontri e, incredibilmente, si ritrova nel futuro. Storia di fantascienza classica, assume un tono particolare grazie all’inventiva di Lem, autore polacco del molto noto Solaris, con uno stile e una fantasia che lo affianca a Kurt Vonnegut, anche se non è lontano dalle estrapolazioni più rigorose di Herbert George Welles (ricordiamo Il risveglio del dormiente). Tra i futuri possibili, Lem ce ne descrive uno destinato a farci riflettere (anche pensando a quel polpettone di Matrix), visto che la nostra società mondiale, almeno per gli occidentali, 

 

sta già predisponendo un sostanzioso apparato consolatorio e illusorio. 
Una neurochimica particolarmente sviluppata è in grado di alterarci completamente la realtà, particolari sostanze ci consentirebbero di farci vedere il lusso più sfrenato al posto di un’orrida catapecchia, illuderci di guidare una macchina di grossa cilindrata mentre stiamo spingendo a fatica un traballante carretto. Quale antiutopia è più perfetta di quella che opprimendoci è anche in grado di illuderci di stare vivendo una radiosa utopia? Lem, intellettuale razionalista tra i più rigorosi, non manca di chiedersi come debba definirsi la libertà dell’uomo in circostanze in cui, come accadeva sul pianeta Solaris, siano ridefiniti i parametri percettivi. Dai simulacri di Solaris, alla sparizione dei cadaveri del romanzo L’indagine, alla realtà artificiale de Il congresso di futurologia, Lem impone ai lettori di impegnarsi a scoprire cosa si celi dietro all’apparenza dei fenomeni. Questi filosofici complessi che Lem è in grado di sviluppare in una narrativa divertente, satirica, al limite del no-sense.
Giuseppe O. Longo
Letture

febbraio 2004

Dopo Cyberiade, l'editore Marcos y Marcos ci propone un altro testo esemplare dello scrittore di fantascienza polacco, forse il più originale ed eterodosso rispetto alla tradizione occidentale. Ricorrendo a una ironia scintillante, a una pirotecnica creatività linguistica e a una fervida e grottesca immaginazione, Lem ci presenta un mondo futuro in cui la percezione della realtà da parte degli umani è del tutto alterata.
A differenza di certe rivisitazioni attuali del tema (il film Matrix e successori), l'allucinazione non è creata da una manipolazione informatica,
bensì da prodotti psicochimici. Grazie a queste droghe, i 30 miliardi di umani che affollano un pianeta prossimo al collasso credono di vivere,
pacifici e appagati, in un mondo rutilante, 
serviti da robot. 
Ed è in questa fittizia realtà che approda il protagonista, dopo essere stato strappato da una sommossa a un bizzarro Congresso di Futurologia nell'immenso Hotel
Hilton, e dopo aver trascorso una settantina d'anni in ibernazione.Dopo qualche mese, incontra un altro dei partecipanti al congresso, il professor Trottelreiner, che gli fa da guida nel labirinto degli psicofarmaci. Poi Trottelreiner fa assumere al nostro «un anticol del gruppo
dei riscuotenti» che gli consente di vedere la realtà vera, sordida e cadente, che lo circonda. Dopo qualche altra avventura, il protagonista si ritrova nei sotterranei dell'Hilton: sta per cominciare la seconda giornata del congresso e bisogna prepararsi. Ma gli resta il dubbio (che è anche del lettore) se l'escursione nel futuro sia stata un sogno, una visione, un viaggio allegorico, o una visita reale a un mondo che, assai presto, potrebbe essere il nostro.

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