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CRISTINA
ALZIATI
Come non piangenti
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leggi
Piergiorgio Viti, 2duerighe.com,
maggio 2012
Daniele Barbieri, guardareleggere.wordpress.com,
febbraio 2012
Elio Grasso, Pulp
libri, gennaio 2012
Daniele Piccini, La
Lettura - Il Corriere della Sera,
gennaio 2012 
Romano Luperini, Domenica - Il Sole 24 ore, gennaio
2012
Paolo Febbraro, Il
Manifesto, dicembre 2011
Francesca Magni, Donna
Moderna, dicembre 2011
Enzo Golino, Il
Venerdì La Repubblica, dicembre 2011 
Carlotta Vissani, Rolling Stone, dicembre 2011
Giovanni Tesio, Tuttolibri
La Stampa, novembre 2011
L'Unità,
novembre 2011
Amedeo Anelli, Il Cittadino, novembre 2011 
Alba Donati, Saturno Il Fatto Quotidiano,
novembre 2011 
Antonio Prudenzano, affaritaliani.it,
novembre 2011
pareri dei
lettori
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ascolta
Cristina
Alziati ospite di Radio
3, Chiodo Fisso, marzo 2012
Radio
onda d'urto, Flatlandia
intervista di Sancho a Cristina Alziati
Radiotre,
suite
intervista di Monica d'Onofrio a Cristina Alziati
guarda
Iris
TV
video intervista di Marta
Perego a Cristina Alziati
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Romano Luperini
Domenica
- Il
Sole 24 Ore
gennaio
2012
C’è l’eco di Fortini
Cristina Alziati è al suo secondo libro di poesie, Come non piangenti,
che segue A compimento (Piero Manni Editore), uscito nel 2005. Ma
il suo esordio in un’antologia risale al 1992, e fu tenuto a battesimo
da Franco Fortini. E in effetti la lezione di Fortini è evidente sia in
alcuni riferimenti e citazioni testuali, sia in movenze stilistiche e
lessicali, come la tendenza a un linguaggio alto, ma mescidato con
riferimenti “bassi” al mondo della cronaca, soprattutto politica,
l’apostrofe non solo al “tu” consueto dell’istituzione lirica ma a
un “voi” quasi epico, increspature classicheggianti, riferimenti
biblici, vocazione civile.
Ma evidente è anche la lezione di Sereni e, più in generale, di una
linea che, appunto, attraverso Fortini e Sereni, da Montale giunge a
Pusterla, che non casualmente firma la quarta di copertina. Anche la
metrica mira a una cadenza quasi solenne (l’aggettivo è,
appunto, di Pusterla), pur essendo spesso impostata su un verso lungo
prosastico: di nuovo “alto” e “basso” uniti insieme, dunque.
La raccolta delinea una storia privata e una pubblica e vive nella
intersecazione di queste due dimensioni. La storia privata muove da una
tragedia familiare (cui sia allude in una delle poesie più intense, A mio
padre), da una malattia, un tumore, che
poteva essere
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mortale (e a cui è
dedicata una sezione, I riccioli della chemio) e che viene invece
sconfitto, dallo svelto profilo degli amici e di una figlia. Quella
pubblica evoca eventi di cronaca, dalla chiusura dei campi rom al
terremoto dell’Aquila, dalla fotografia del morto accanto ai bagnanti
alle Guerre del Golfo sino a quella recentissima in Libia. Così alla
figura della figlia può associarsi quella dei bambini, soldati e non,
attirati dalle mine che sembrano giocattoli. La poesia civile di Cristina
Alziati resta lontanissima dall’empito retorico proprio per questa
capacità di legarsi strettamente, intrinsecamente direi, alla esperienza
del vissuto.
Dunque, una linea a un tempo esistenziale e storica, fisica e metafisica,
astratta e realistica. Mi pare che Cristina Alziati si inserisca, con
grande autorità, in una tendenza forte della poesia di questi anni a
recuperare un rapporto con la concretezza della esperienza personale e
della storia pubblica e che riesca a farlo senza cedere a nessuna delle
facili tentazioni attraverso cui passa il cosiddetto «ritorno alla realtà»
di cui tanto si parla in questi mesi.
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Daniele Piccini
La Lettura – Il Corriere della sera
gennaio 2012
Versi sacri che costeggiano il
silenzio
Ogni poeta
impara da un poeta la propria nota, per poi trovare nel solco di
quell’avvio un canto singolare. Non c’è dubbio che Cristina Alziati
abbia misurato la parola su un maestro come Franco Fortini. Da lui, che fu
prototipo di un modo esigente di fare poesia, Alziati ha appreso una forma
di costruzione del discorso secca eppure musicale, in cui non sembra darsi
speranza o disperazione, ma il senso di una necessità: «Ciascuna delle
cose che non viene nominata / è per sempre perduta, mi hai detto. / Aveva
il suono di una preghiera. // Ti è promesso, consegnerò / ciascuna delle
cose. Anche ora, / dovesse tornare qualche essere alato, / ad occhi
chiusi, come una pista / - dovesse atterrare -, / ti scrivo». Fortini
tenne a battesimo l’esordio di questa poetessa milanese trapiantata a
Berlino e ancora, come un’ombra tutelare, sembra ispirare la sua voce
ferma e austera.
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Esseri
alati, sogni di resurrezione, parole sacre (il titolo di Come non
piangenti, Marcos y Marcos, pagine 112, euro 14,50, è tratto da San
Paolo) si mescolano alla ferita della storia contemporanea. «La poesia /
non muta nulla», diceva il maestro, «Nulla è sicuro, ma scrivi». C’è
nella Alziati un’arte singolare di costeggiare il silenzio, di far
scaturire rivelazioni dalla mutezza, come nei poeti tragici che hanno
sedimentato le bruciature del Novecento. E c’è il gesto di isolare un
termine oppure di sovvertire l’ordine della sequenza, non per artificio,
ma per un’aritmia in cui trova spazio un diverso respiro. È, quello, il
luogo di una visione; lì culmina una parola che è sì politica, ma anche
profetica, integrale, educata alla castità: «Il mendicante, anche se
giura / non verrà creduto. Lasciateci. / Che qui resti ancora a guardare,
e altri / attraverso il deserto dei rami / tralucano, alberi».
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Paolo
Febbraro
Il Manifesto
dicembre 2011
Resa e redenzione nei versi sottili di Cristina Alziati
Si può essere colpiti senza sentirsi offesi; ci si può sentire
ingombri, e persino ritrarsi, senza essere schiacciati; si può scendere
dal livello a cui gli altri ci hanno posto evitando con cura di sminuirsi,
e sminuire la propria capacità di ascoltare e contenere il mondo nel suo
ordinario, stupefacente apparire. Per riuscirci, bisogna avere la testa e
la lingua di una poetessa come Cristina Alziati, nata nel 1963, già
esordiente nel 1992 e ora alla sua terza pubblicazione rilevante con Come
non piangenti (Marcos y Marcos, pp. 112, euro 14,50). Nella quarta di
copertina, Fabio Pusterla afferma a chiare lettere: «Non vedo al momento
in Italia molti poeti in grado di tenere il passo di Cristina Alziati».
Basta leggere e si concorda, chiedendosi poi quale sia questo suo passo:
non quello di marcia della brillantezza, non quello di una pronuncia
immediata e vistosa che voglia imporsi, magari con leggerezze suadenti, o
formalismi o scarnificazioni liriche. «Lasciate ch'io qui / resti ancora
a chiamare per nome ogni cosa», dice un brano della poesia iniziale: e il
filo rosso della disponibilità all'esperienza percorre tutto il libro, in
un arrendersi vittorioso e mai incolume ai colpi severi e alle custodite
epifanie.
La poesia è l'arte connettiva per eccellenza, perché il verso - che
sembra isolarsi - serve (forse è proprio il verbo adatto) a sposare
oggetti diversi nel ritmo e nell'incidersi della visione. La lingua della
Alziati appare casta ed efficace: le rime sono interne, inappariscenti,
come una punteggiatura segreta; l'iperbato - quell'inversione che la
poesia opera sul normale corso della sintassi: «Sentivo fioche al
telefono le voci» - increspa appena e scolpisce in bassorilievo ciò che
viene pronunciato; spesso i finali fioriscono splendidi endecasillabi,
come «i gradini / che altri, salendo, calcheranno in me» o (da una
poesia dedicata a Etty Hillesum) «e tu / per questa terra a camminare in
volo».
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In ogni caso, tuttavia, la
Alziati lavora alla minuta redenzione delle storie personali che si
inoculano come sieri salvifici nel corpo difficile e ritorto della grande
Storia o in quello percosso del proprio corpo sofferente. Della Storia e
della cronaca in versi sono i capillari di luce, una trama coraggiosa e
precisa, una moralità non evasiva. Al loro proposito, viene in mente un
bellissimo - quanto controvertibile - libro di saggi di Giancarlo Gaeta,
storico del Cristianesimo e grande studioso di Simone Weil, uscito anni fa
presso Scheiwiller e intitolato Le cose come sono. Etica politica
religione. Questo anche per ribadire come nella poesia della Alziati c'è
tutto meno che la rinuncia: dicendo, la sua lingua non toglie peso ai
pensieri, agli oggetti e alla loro verità elementare, né sottrae
responsabilità e scelta alla funzione dell'autore.
Dalle finali Note dell'autore - al tempo stesso circostanziate ed evasive,
che sembrano precisare i pretesti poetici ma ne fanno i pallidissimi
originali di ben altre copie - veniamo informati che il titolo del libro
proviene da Paolo di Tarso che, nella Prima lettera ai Corinzi, dice «Questo
ora vi dico, fratelli: il tempo ormai si è fatto breve; d'ora innanzi,
quelli che hanno moglie, vivano come se non l'avessero; coloro che
piangono, come se non piangessero; ... perché passa la scena di questo
mondo!». Il tempo breve è sia quello biografico, minacciato dal male,
sia quello collettivo, consueto ma non eterno teatro della violenza. La
forza della Alziati è stata quella, allora, di opporre alla compatta ma
peritura uniformità dei tempi la propria paolina «stoltezza», il
proprio umanissimo e corporeo risorgere, l'essere accogliente nel momento
della sottrazione.
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Giovanni Tesio
Tuttolibri – La Stampa
novembre 2011
Alziati, se il dramma è un atto d’amore
Albe, alberi, erbe, bambini, animali, creature inermi. Ma anche la
malattia, anche angeli e spettri, anche e soprattutto la poesia che tutto
incorpora (e restituisce rinnovato) nel suo ritmo preciso, esatto, nel
rigore di una solennità «religiosamente» concepita. Questo, in estrema
sintesi, il tracciato di una poetessa di cui Fabio Pusterla nel risvolto
ha ben ragione di annunciare il passo irresistibile.
Il libro (secondo) di Cristina Alziati, appena pubblicato da Marcos Y
Marcos, s’intitola Come non piangenti
(pp. 108, euro 14,50) e rinvia - secondo una nota d’autore - a un passo
della Prima
lettera di San Paolo ai Corinzi. Perché è la poesia - appunto - che senza ombra di birignao
trasforma i drammi, le tragedie, gli orrori della storia in un atto
d’amore, di accoglienza, di inclusione.
Tutto però a partire da una magnifica vigilanza di scrittura, che si
dispone in versi nitidi, di fermo controllo formale, ricchi di sospensioni
(di esitanti e ad un tempo cantanti insenature, capaci di rappresentare in
forma di attesa gli echi di una prosodia di taglio classico-manierista,
fatta di posposizioni, torsioni, inversioni).
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Né predica né comizio, ma aperta nudità
interrogativa.
La poetica è chiara: e sta lì sulla soglia: «Lasciate ch’io qui/
resti ancora a chiamare per nome ogni cosa». Una soglia che ritorna nel
bel mezzo dei testi: «C’erano anche i nomi, credo/ quelli che uguali
diamo a ogni cosa ». In questo nesso di parola-cosa sta il senso della
poesia dell’Alziati, che aspira al riconoscimento del tutto in tutto: «dentro/
ciascuna ora del mondo senti/ gemere il tempo del tempo che resta». E
ancora: «Ogni cosa/ davvero succede, per sempre».
Accanto alla necessità di dire il male e il malessere «della terra
offesa», l’enorme commozione che l’accompagna. A partire da una
costante fisicità (i qui, i questo, gli adesso, le implosioni dell’oggi
e della vita) un libro che invera il principio secondo cui le parole di un
poeta si riferiscono a cose che senza le parole non esisterebbero. Nei
cunei di un’attesa creaturale, un’indifferibile ricerca di redenzione
e di gioia.
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Piergiorgio
Viti
2duerighe.com
maggio 2012
Il poeta è sempre civile, perché testimone della modernità e voce
autentica di un tempo, di uno spazio che ora si stanno dilatando sempre di
più, attraverso le moderne tecnologie. Ecco perché la poesia non ha
bisogno degli scritti “d’occasione” dedicati all’11 settembre o
alle guerre in Medio Oriente, i cui esiti sono spesso discutibili. Il
poeta, attraverso la sua visione del mondo (i dotti direbbero “Weltanschauung”),
elabora il suo poetabile che non è mai decontestualizzato e quindi avulso
dalla società di cui fa parte (o c’è qualcuno che crede ancora
all’idea del poeta-asceta?). Sono davvero perle preziose quelle poesie
in cui si indaga il contemporaneo e le sue emergenze con un’ottica
civile, di militanza, giungendo a risultati significativi.
Certo, Ungaretti, Sereni, Brecht e Quasimodo sono tra i pochi che hanno
affrontato il tema della guerra senza quella retorica ampollosa che porta
il verseggiare allo scadimento. Tra le perle più recenti sono da
annoverare quelle di Cristina Alziati, solida poetessa che nel suo “Come
non piangenti”, “passa da Nairobi alle Isole Eolie, dalle Dolomiti ai
romeni di Tor di Quinto” con risultati pregevoli.
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Il suo sguardo puntato sui drammi
odierni non è mai né compassionevole né estetizzante, anzi diventa uno
dei motivi per sondare l’alterità (molte poesie sono dedicate ad un
“tu” e, mutatis mutandis, questo “tu” in alcuni testi parrebbe
l’umanità intera). La sezione tuttavia più riuscita del libro è “I
riccioli della chemio” in cui l’autrice affronta, non senza una punta
di ironia (“Mamma, ora il cucciolo sei tu”/ esclamava Sofia al taglio
dei capelli, prima/ del primo ciclo di chemioterapia…”) il delicato
momento dell’inverno del corpo (per quale/ voce straordinaria dirti
l’inverno,/ quando l’inverno ero io?), e cioè la scoperta di un
tumore. Finalmente la poesia ritrova la sua voce umana, lirica, senza
artifici né mode, come rileva giustamente Pusterla nella presentazione.
La poesia è questo, soprattutto. Un dialogo con il lettore e non una
finzione, come purtroppo, molti, oggi, la intendono.
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Daniele Barbieri
guardareleggere.wordpress.com
febbraio 2012
Di Cristina Alziati e della
sovrapposizione dei tempi e delle cose
Il libro è Come non piangenti, di Cristina Alziati (Marcos y Marcos,
2011).
Sin dai primi versi del libro ci si accorge che queste poesie sono scritte
da una mano capace, e dai primi sino agli ultimi non posso fare a meno di
sentire risuonare in me l’eco del Montale di Satura, col suo accostare
ritmi e temi prosastici e quotidiani a temi e inarcature ritmiche più
tradizionalmente e drammaticamente sonore. Apprezzo molto, dopo poco,
anche un altro aspetto, cioè il fatto che, in maniera del tutto
insensibile, quasi di soppiatto, i temi della poesia civile si
accompagnano a quelli personali, pressoché senza differenza, senza cambio
di tono, senza nessuna retorica.
Non sarebbe questo, da solo, un motivo sufficiente per apprezzare questi
versi, ma è comunque un motivo di ammirazione. Diffido di solito della
poesia civile, specie quando ne condivido le ragioni, perché basta poco,
quando ci si confronta con la rabbia, l’indignazione, l’orrore, basta
poco, davvero poco per essere retorici, per farsi prendere la mano, per
trasformare la poesia in oratoria, in discorso persuasivo – mettendo
allo scoperto il gioco, rivelando l’intenzione, annullando la sorpresa,
la magia…
Qui, è invece ammirevole come l’orrore delle bombe al fosforo, dei
suicidi dei bambini, delle bombe travestite da bambole emerga sempre
all’improvviso, nel contesto di tutt’altre cose, magari più
tradizionalmente liriche, più montaliane. Non solo in questo sta la
sorpresa, il fascino di questi versi, ma certo anche in questo.
C’è un motivo che ricorre più volte nelle poesie della Alziati, quello
della contemporaneità delle epoche. Lo si ritrova, tra l’altro,
nell’ultima delle poesie riportate qui sotto, dove il male di oggi e
quello di ieri sembrano confondersi, essere lo stesso.
Ma non sono soltanto i tempi a confondersi. Benché questi componimenti
siano scritti più o meno tutti in prima persona, ci si accorge dopo un
poco a leggerli che l’io, cioè l’interiorità, non è né più né
meno protagonista del resto del mondo, dell’esteriorità. Non c’è
dunque grande differenza tra il sociale e il personale, tra la pena per il
sé e quella per il mondo. L’io, alla fin fine, è poco più che un
testimone, mentre il sé è già una parte del mondo, proprio come
l’immigrante annegato, come il bambino malato di leucemia.
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La
seconda delle poesie che riporto qui sopra appartiene a una sezione
intitolata “I riccioli della chemio”. In questa sezione si parla, con
relativo distacco, di cure ospedaliere, e di un tumore; ma sin dal primo
componimento (proprio questo) avviene il ribaltamento, e “il manto / di
neve ero io”, e “l’inverno ero io”. Di fronte a un dicembre
soleggiato è l’io lirico ad assumerne la reale identità.
D’altra parte, ancora in altri versi, l’autrice si rivela quasi non
come chi scrive, ma come chi voglia trasmettere un silenzio che le viene
dalle cose del mondo, piccole o grandi che siano – attraversata, quindi,
nemmeno da una voce, ma da quello che resta quando la voce si rifiuta.
Detto – e apprezzato – tutto questo, non siamo arrivati ancora alla
radice del perché questi versi mi colpiscono, lasciano il segno su di me.
Potrei aggiungere che c’è, certamente, il loro non cadere mai nella
banalità, nemmeno nelle banalità montaliane – non perché Montale
fosse mai banale, ma perché qualsiasi maniera, montaliana o non, finisce
prima o poi per ripetere per stanchezza qualcosa che inizialmente era
stato presente per necessità. Questo, nelle poesie della Alziati, non
succede; segno che l’eco montaliana non è epigonismo o, appunto,
maniera, bensì semmai una convergente adesione a un certo modo di
procedere.
Credo che il nocciolo del mio apprezzarle stia, alla fin fine, proprio in
un certo loro modo di accostare il quotidiano e l’aulico, nei temi come
nei ritmi. Questi ultimi, proprio come in Montale, si aggirano intorno
alle misure classiche dell’endecasillabo e del settenario, ma per
assumerle in maniera canonica solo in certi momenti risolutivi, mentre il
frequente allontanarsene introduce di continuo momenti più
quotidianamente colloquiali.
È forse in questo costante uscire e rientrare in quella che canonicamente
riconosciamo come poesia, che sta il cuore del fascino di questi versi. Un
uscire e rientrare che non permette al lettore di assestarsi in una
dimensione chiaramente riconosciuta, e lo tiene lì, sospeso tra io e
mondo, presente e eternità, endecasillabo e verso libero, dichiarazione
personale e attraversamento da parte delle cose. E queste diverse
dimensioni, su questi diversi piani, interagiscono, si intersecano, si
rispondono, ora si negano reciprocamente e ora si rafforzano.
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Enzo Golino
Il Venerdì – La Repubblica
dicembre
2011
Scorci di dolore in nome della pace
La guerra, le devastazioni provocate da micidiali strumenti di morte,
la violenza esercitata dalle istituzioni nel nome della pace sociale sono
tra i motori più attivi della poesia di Cristina Alziati (Milano
1963,studi filosofici, traduce dal tedesco e dallo spagnolo, vive a
Berlino). I primi versi ottengono consensi a largo raggio, il più alto di
Franco Fortini, attratto dalla dimensione politica della sua voce,
giudizio incluso nel libro di esordio, A compimento, Manni 2005.
Anche l'opera seconda, Come
non piangenti, - Marcos y Marcos, pp. 107, euro 14,50, nota di Fabio
Pusterla – al cospetto della belligeranza mondiale evita il pacifismo più
ovvio.
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Alziati
rappresenta eventi terribili, pubblici e privati (ad esempio un suicidio
per impiccagione), con l'ansia tranquilla che non è l'algido distacco
della resa ai fatti ma una potente fede nella parola: l'atto del nominare,
origine di ogni creazione immune da una sindrome diffusa, l'esaurimento
del linguaggio.
La natura, i bambini, gli esclusi, scorci di dolorosa autobiografia,
l'eterna conflittualità disegnano – scrittura emozionante – immagini
di forte intensività, a volte con un silenzio davvero esplosivo: «dentro
il sedimentarsi delle piccole/cose, e delle grandi, sono/l'anima ingombra
del loro farsi mute».
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Carlotta
Vissani
Rolling Stone
dicembre 2011
Esperti di poesia ve ne son pochi, lettori ancor meno, i poeti veri di
oggi si contano, come gli amici, sulle dita di una mano.
Se siete neofiti e profani del bel verso non temete, con Cristina Alziati
sarà colpo di fulmine: “I volti, potrei narrarne uno a uno. In pochi
fogli c'eravamo mia gazzella, tutti”. Ci siamo davvero tutti nella
raccolta Come non piangenti anche se si piange eccome perché la
vita è meraviglia, ma più spesso salita senza sperone roccioso cui
aggrapparsi con un'unghia. Racconta il mondo che sta dentro e fuori nello
stesso istante, lei che ai tempi ciclostilava con passione i suoi
pensieri, dona le parole che non si dicono ma che vanno pronunciate. Le
liriche si levano come preghiera, confessione, memoria, eco di cronaca
sicché ognuna «assomiglia a una scheggia del tempo, di quelle redente,
minute». Sfilano immagini d'autunno (“ho domandato alle chiome ossidate
nel giardino, è novembre. Sbrigatevi, andate”), reminiscenze di un
cancro da combattere (“ero quella faccenda di un congedo di me e da me,
che me, alla malattia sopravvissuta,
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salutasse”), il terremoto che ha colpito l'Aquila (“è l'Aquila,
rispondo, che pietra su pietra, che prima dell'alba si è piegata”), la
baraccopoli di Korogocho, periferia di Nairobi, dove i bambini si gettano
da un dirupo sopra un acquitrino (“vanno al suicidio i piccoli tenendosi
per mano, cieco grumo, ultimo amore che contro la notte ama”), il
genocidio degli ebrei incarnato dai diari citati a memora di Etty Hillesum
(“non riesco a inginocchiarmi, scrivevi e hai portato, dentro i giorni
dannati dei campi, per proteggere dio una gioia”). Attualità e sfalci
di vita personale si intrecciano tra cuore e lucido realismo, metafora
aggraziata per scelta lessicale, ma dura nel significato profondo. Belle,
necessarie, non c'è altro modo di definire l'urgenza estrinsecata in
sillabe di una donna amatissima, tra i molti, da Franco Fortini che fece
bene, 20 anni fa, a credere in lei.
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Alba
Donati
Saturno – Il Fatto Quotidiano
novembre 2011
Cristina Alziati ebbe al suo esordio una buona carta di presentazione:
Franco Fortini firmò l'introduzione alla sua prima raccolta di poesie.
Parlò di una scrittura a «denti stretti», e ne sottolineò la parte «politica»
e cioè di intervento sul visibile e sull'invisibile. Ma niente di questo
invisibile è metaforico. L'invisibile è ciò che ci sta accanto tutti i
giorni come i bambini che, nelle zone di guerra, camminano tra le mine dai
colori sgargianti e le scambiano per giocattoli. Come anche, in un'altra
poesia, i bambini che vivono a ridosso di una discarica di Naiorobi e che
cercano la morte gettandosi da un dirupo. Sfilano così, in questa poesia
compostamente classica, eroi negletti, minacciati: algerini impiccati agli
alberi del Bois de Boulogne e poi buttati nella Senna (la rattonade del
1961), corpi di cadaveri devastati da armi speciali nelle varie guerre, da
Falluja a Gaza.
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Insomma la Storia. In questa storia si
racconta anche di una chemioterapia, con i versi più belli che mi sia
capitato di sentire: «per quale/voce straordinaria dirti
l'inverno,/quando l'inverno ero io?» Perché c'è un compito che Cristina
Alziati sente come imperativo: nominare tutti, ciascuna cosa non nominata
«è per sempre perduta». È così che questo libro pazzesco, Come non
piangenti (Marcos y
Marcos), si deposita nel presente con la sua lingua strana, con una
sintassi chiara, tutta in togliere, ma al tempo stesso ricca, ornamentale.
Una lingua fatta di nomi e pronomi che girano intorno alle cose altrui per
farle proprie, eliminando il confine tra ieri e oggi, tra lontano e
vicino. La luce è fredda, a tratti livida, eppure è capace di scatenare
la sorprese del detto per la prima volta, che è poi il massimo di ogni
poesia.
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Amedeo Anelli
Il cittadino
novembre 2011
Dolore, vita e utopia nella poesia di Alziati
Come scrive Fabio Pusterla nel “retro“ copertina di Come non
piangenti, titolo dell'ultima raccolta di versi di Cristina Alziati:
«Riassume molte cose, le parole che lo compongono sono di Paolo di Tarso,
e suggeriscono contemporaneamente l'esistenza del dolore e la
relativizzazione del dolore; il male che ci accompagna e che dobbiamo
credere di poter superare; il realismo, la lucidità, ma insieme una
specie di utopia da difendere, e tutto questo con un tono leggermente
alto, leggermente solenne, ma di una solennità appena accennata».
Infatti questa della Alziati è una poesia di misura, limpidezza, potremmo
dire di “dizione” o meglio di intonazione. La materia anche di
derivazione biografica è scivolosa, a forte pericolo di debordamento, di
letterarietà: ecco che la Alziati agisce sulla narrazione, tempera i
registri, diviene sovrapersonale nella modulazione di “io” e “tu”,
diviene un'istantanea di una condizione.
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I versi sono ricchi di riferimenti
sociali e culturali in parte esplicitati nelle note, essi fanno da fondo
all'enunciazione che comunque in qualche modo si chiude su se stessa non
rimanendo mai aperta in un macrotessuto. Per tutte le poesie Ricapitolazione:
«In una notte come questa, e lontana / qualcosa mi aveva inciso nella
mente / come elenchi di nomi. Io da allora / quando chiamo la terra e la
casa / la dolcezza il pane, e dentro / c'è una notte come questa, io /
quando dico terra, / è disfarla, dico, la terra – è farla.// quando
dico mattina ed è questa / in cui guardo Sofia andare a scuola / con
altri bambini, e domando / dove saranno i bambini dei fuochi / i soldati
bambini, quando dico /mattina, e quegli altri, con i loro /
giocattoli-mina quando dico bambini».
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Antonio
Prudenzano
affaritaliani.it
novembre 2011
Marcos y Marcos, il coraggio di insistere con la poesia in un mercato dei
libri in crisi...
Quest'anno
la Marcos y Marcos di Claudia Tarolo e Marco Zapparoli ha festeggiato 30
anni di editoria indipendente. Il 3 novembre la casa editrice milanese
pubblica in contemporanea due raccolte di poesia (la riedizione di
"Pietra sangue" di Fabio Pusterla e "Come non
piangenti" di Cristina Alziati) e "La corsa dei mantelli",
l'unica prosa di Milo De Angelis.
Gli editori ad Affaritaliani.it spiegano dove trovano il coraggio di
insistere con la poesia ("...pubblicarli insieme, in edizione con
carte pregiate e grafica accurata, ci sembra il modo migliore per chiudere
in bellezza un cerchio lungo tre decenni, offrire ai lettori un segnale di
fiducia non solo nella poesia, ma nel libro tout court come strumento
ideale per godersi testi 'alti'..."), parlano dell'innamoramento per
i versi della Alziati ("...siamo stati immediatamente investiti dalla
sua purezza...) e della crisi del mercato editoriale: "Il momento è
difficile, non si può negare, anche Marcos y Marcos quest'anno ha sentito
l'incertezza del mercato, pur riuscendo a resistere nella tempesta".
Marcos y Marcos ha cominciato la sua avventura 30 anni fa pubblicando
poesia, genere letterario sempre meno considerato dal mercato dei libri
italiano.
Claudia Tarolo e Marco Zapparoli (nella foto sotto i due editori di Marcos
y Marcos, ndr), con che "coraggio" insistete proponendo
ancora poesia, e addirittura pubblicate in contemporanea (il 3 novembre)
la raccolta di Cristina Alziati, "Come non piangenti", la
riedizione di "Pietra sangue" di Fabio Pusterla e "La
corsa dei mantelli", l'unica prosa di uno dei poeti italiani
contemporanei più apprezzati dalla critica, Milo De Angelis?
"Per noi, il 2011 rappresenta l’anno della fierezza, l’anno in
cui festeggiamo la nostra indipendenza, il lavoro di anni e anni accanto
ai nostri autori. La poesia è un giacimento inesauribile di immagini,
pensieri, forze. Chi la ama la segue con una passione immutata, oggi come
trent’anni fa. La corsa dei mantelli di Milo De Angelis è uno
dei libri che più abbiamo ammirato e riletto da giovanissimi. Appena
prima che nascesse la casa editrice, ce lo siamo regalato con grande
amore. Si può immaginare cosa significhi per noi rilanciarlo oggi in
libreria in grande stile... Fabio Pusterla scrive poesie meravigliose, è
una splendida persona ed è vicino alla casa editrice da un quarto di
secolo. La riproposta di Pietra sangue si affianca perfettamente a
una pietra miliare come La corsa dei mantelli. A chiudere il
cerchio, Cristina Alziati, che per noi rappresenta la grande scoperta del
momento. Questi tre libri fanno famiglia, così come per noi la casa
editrice è davvero, soprattutto, una casa. Sottolineano il nostro amore
immutato nella forza delle parole; pubblicarli insieme, in edizione con
carte pregiate e grafica accurata, ci sembra il modo migliore per chiudere
in bellezza un cerchio lungo tre decenni, offrire ai lettori un segnale di
fiducia non solo nella poesia, ma nel libro tout court come strumento
ideale per godersi testi 'alti'. Il pubblico della poesia è fedelissimo,
e siamo certi che apprezzerà".
Cristina Alziati rappresenta una delle "nuove voci" più
interessanti della nostra poesia. Di lei hanno scritto in passato Fortini,
Siciliano, Cucchi e Raffelli, e il "vostro" Pusterla dice che
oggi "in Italia non ci sono molti poeti in grado di tenere il passo
di Cristina Alziati”. Da editori e appassionati di poesia, cosa vi
colpisce dei testi della Alziati?
"Noi non
ci sentiamo critici letterari, il nostro non è un lavoro teorico; siamo
prima di tutto lettori voraci, appassionati, onnivori. Ci piace la poesia,
da sempre, leggiamo i filosofi, ma amiamo molto anche gialli e noir; fare
l'editore significa stabilire un contatto molto fisico, quasi istintivo
con i testi. Crediamo che molti decenni di lettura 'spregiudicata' ci
abbiano trasmesso una forza primaria fondamentale: saper distinguere la
scrittura autentica, sorgiva, dalla scrittura artefatta, dalla pretenziosa
ricerca stilistica. In questo senso amiamo le parole nude, dirette, forti
di se stesse e della propria imperfezione. Forti di un messaggio
pressante, profondamente sentito. Leggendo le poesie di Cristina Alziati,
siamo stati immediatamente investiti da questa purezza. Dalla sua urgenza
di dare un nome alle cose, perché non vadano perdute; 'ultimo amore che
contro la notte ama'. Dal suo bisogno vero di prestare la propria voce
alle piccole cose che sedimentano e si fanno mute.
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Abbiamo amato il suo
sguardo limpido anche sulle cose terribili, persino quando la tragedia
riguarda proprio lei, il suo stesso corpo; forse la prova più difficile,
riuscire a rendere testimonianza sommessa e potentissima del momento in
cui si cessa di sentirsi eterni; con la precisione e la necessità del
'bisturi che da me me morente in me stagliava".
Una domanda più
generale: non è un momento facile per il mercato dei libri in Italia.
Come chiuderà il bilancio 2011 Marcos y Marcos? Siete ottimisti per il
futuro dell'editoria indipendente?
"Il momento è difficile, non si può negare; anche Marcos y Marcos
quest'anno ha sentito l'incertezza del mercato, pur riuscendo a resistere
nella tempesta. È un momento di passaggio, ma ce ne sono stati tanti:
l'importante è riconoscere, ogni volta, le tensioni positive che ci
proiettano in avanti. Nel bilancio positivo del 2011 contano molto le
centinaia di persone che hanno partecipato ai nostri incontri, che hanno
risposto con entusiasmo ai nostri modi vari di aprire le porte della casa
editrice, di far risuonare la voce e l'energia dei nostri testi anche al
di là delle pagine scritte. Ci sorregge, insomma, la convinzione di
soddisfare un bisogno essenziale: calarsi nel flusso della narrazione, che
apre la strada a incroci e collegamenti che che fanno vera rete, che
"connettono“ davvero. Il futuro della libreria dipende forse dalla
sua capacità di rappresentare sempre di più un luogo di incontro, un
terreno di scoperta; il nostro futuro di editori indipendenti dipende
dalla capacità di rispondere in modo vivo e coerente a questo desiderio
di scambio e confronto, reale e non virtuale, con un giusto tempo
rallentato, nel campo di forze del testo".
COSI' PUSTERLA SUL LIBRO DI CRISTINA ALZIATI: “La
mia impressione è questa: siamo di fronte a un’autrice vera, diversa
dai poeti ‘di moda’, potente nell’espressione, capace di condensare
in immagini lancinanti un pensiero di vasta portata, insieme lirico e, si
potrebbe quasi dire, epico, poiché sa attraversare la soggettività
individuale affilata da un’esperienza terribile (la malattia, un tumore,
di cui le poesie dicono parcamente ma chiaramente quel che si può dire,
senza pietismi o autocompiacimenti) e aprirsi a uno sguardo sugli altri,
sui sofferenti, sui minacciati, sui negati. Ne esce una poesia civile e
persino politica nel senso più ampio e più alto del termine; e basta
scorrere rapidamente le note conclusive per farsi un’idea chiara di
questo aspetto, e dell’ampiezza dello sguardo, che passa da Nairobi alle
isole Eolie, dalle Dolomiti ai romeni di Tor di Quinto, letti in
controluce con il comunicato nazista circa le Fosse Ardeatine, dai rom ai
bambini malati di cancro. Il titolo riassume molte cose; le parole che lo
compongono sono di Paolo di Tarso, e suggeriscono contemporaneamente
l’esistenza del dolore e la relativizzazione del dolore; il male che ci
accompagna e che dobbiamo credere di poter superare; il realismo, la
lucidità, ma insieme una specie di utopia da difendere; e tutto questo
con un tono leggermente alto, leggermente solenne, ma di una solennità
appena accennata. Poi, leggendo, ci si sorprende di scoprire in questi
versi una singolare commistione di realtà concreta, concretissima e
nominata senza paura, e di visionarietà. Non vedo al momento in Italia
molti poeti in grado di tenere il passo di Cristina Alziati”.
L'AUTRICE - Cristina Alziati è nata nel 1963 e ha studiato
filosofia. Il suo esordio poetico risale al 1992, quando una sua silloge,
presentata con grande convinzione da Franco Fortini, esce in
un’antologia.
Suoi versi vengono poi pubblicati in varie riviste di poesia, e lei stessa
distribuisce copie ciclostilate della sua prima raccolta poetica,
suscitando reazioni entusiastiche.
Nel 2005
pubblica il suo primo libro, A compimento (Manni), che si aggiudica
il Premio internazionale di poesia Pier Paolo Pasolini e giunge finalista
al Premio Viareggio.
Cristina Alziati vive a Berlino, traduce poesia e narrativa dal tedesco e
dallo spagnolo.
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