CRISTINA ALZIATI

Come non piangenti

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Fabio Zinelli, Semicerchio, aprile 2013

Marilena Renda, bookdetektor.com, gennaio 2013

Massimo Migliorati, Poesia, ottobre 2012

Sergio Rotino, Stilos.it, luglio 2012
Franca Grisoni, Il giornale di Brescia, luglio 2012
Maria Nadotti, Lo straniero, luglio 2012

Giuseppe Genna, giugenna.com, giugno 2012
Davide Dalmas, L'indice dei libri del mese, giugno 2012
Piergiorgio Viti, 2duerighe.com, maggio 2012

Daniele Barbieri, guardareleggere.wordpress.com, febbraio 2012

Elio Grasso,
Pulp libri, gennaio 2012

Daniele Piccini,
La Lettura - Il Corriere della Sera, gennaio 2012

Romano Luperini, Domenica - Il Sole 24 ore, gennaio 2012

Paolo Febbraro, Il Manifesto, dicembre 2011

Francesca Magni,
Donna Moderna, dicembre 2011

Enzo Golino,
Il Venerdì La Repubblica, dicembre 2011

Carlotta Vissani,
Rolling Stone, dicembre 2011

Giovanni Tesio, Tuttolibri La Stampa, novembre 2011

L'Unità
, novembre 2011

Amedeo Anelli, Il Cittadino, novembre 2011

Alba Donati, Saturno Il Fatto Quotidiano, novembre 2011
Antonio Prudenzano, affaritaliani.it, novembre 2011
Gian Paolo Grattarola, mangialibri.com, 2011

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Cristina Alziati ospite di Treviglio Poesia, maggio 2012

Cristina Alziati legge alcune sue poesie per Fahrenheit, Radio 3, aprile \ maggio 2012: 
Adesso
Dove giocano i bambini
Presto, dai vetri
Ora tu credi

Sono molto più vecchio

Cristina Alziati ospite di Il posto delle parole, maggio 2012

 Cristina Alziati ospite di Radio 3, Chiodo Fisso, marzo 2012

 
Radio onda d'urto, Flatlandia
intervista di Sancho a Cristina Alziati

  Radiotre, suite
intervista di Monica d'Onofrio a Cristina Alziati

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Cristina Alziati ospite di Treviglio Poesia, maggio 2012

Iris TV
video intervista di Marta Perego a Cristina Alziati

Romano Luperini
Domenica - Il Sole 24 Ore
gennaio 2012


C’è l’eco di Fortini

Cristina Alziati è al suo secondo libro di poesie, Come non piangenti, che segue A compimento (Piero Manni Editore), uscito nel 2005. Ma il suo esordio in un’antologia risale al 1992, e fu tenuto a battesimo da Franco Fortini. E in effetti la lezione di Fortini è evidente sia in alcuni riferimenti e citazioni testuali, sia in movenze stilistiche e lessicali, come la tendenza a un linguaggio alto, ma mescidato con riferimenti “bassi” al mondo della cronaca, soprattutto politica, l’apostrofe non solo al “tu” consueto dell’istituzione lirica ma a un “voi” quasi epico, increspature classicheggianti, riferimenti biblici, vocazione civile.
Ma evidente è anche la lezione di Sereni e, più in generale, di una linea che, appunto, attraverso Fortini e Sereni, da Montale giunge a Pusterla, che non casualmente firma la quarta di copertina. Anche la metrica mira a una cadenza quasi solenne (l’aggettivo è, appunto, di Pusterla), pur essendo spesso impostata su un verso lungo prosastico: di nuovo “alto” e “basso” uniti insieme, dunque.
La raccolta delinea una storia privata e una pubblica e vive nella intersecazione di queste due dimensioni. La storia privata muove da una tragedia familiare (cui sia allude in una delle poesie più intense, A mio padre), da una malattia, un tumore,
che poteva essere 





mortale (e a cui è dedicata una sezione, I riccioli della chemio) e che viene invece sconfitto, dallo svelto profilo degli amici e di una figlia. Quella pubblica evoca eventi di cronaca, dalla chiusura dei campi rom al terremoto dell’Aquila, dalla fotografia del morto accanto ai bagnanti alle Guerre del Golfo sino a quella recentissima in Libia. Così alla figura della figlia può associarsi quella dei bambini, soldati e non, attirati dalle mine che sembrano giocattoli. La poesia civile di Cristina Alziati resta lontanissima dall’empito retorico proprio per questa capacità di legarsi strettamente, intrinsecamente direi, alla esperienza del vissuto.
Dunque, una linea a un tempo esistenziale e storica, fisica e metafisica, astratta e realistica. Mi pare che Cristina Alziati si inserisca, con grande autorità, in una tendenza forte della poesia di questi anni a recuperare un rapporto con la concretezza della esperienza personale e della storia pubblica e che riesca a farlo senza cedere a nessuna delle facili tentazioni attraverso cui passa il cosiddetto «ritorno alla realtà» di cui tanto si parla in questi mesi.

Daniele Piccini
La Lettura – Il Corriere della sera
gennaio 2012

Versi sacri che costeggiano il silenzio

Ogni poeta impara da un poeta la propria nota, per poi trovare nel solco di quell’avvio un canto singolare. Non c’è dubbio che Cristina Alziati abbia misurato la parola su un maestro come Franco Fortini. Da lui, che fu prototipo di un modo esigente di fare poesia, Alziati ha appreso una forma di costruzione del discorso secca eppure musicale, in cui non sembra darsi speranza o disperazione, ma il senso di una necessità: «Ciascuna delle cose che non viene nominata / è per sempre perduta, mi hai detto. / Aveva il suono di una preghiera. // Ti è promesso, consegnerò / ciascuna delle cose. Anche ora, / dovesse tornare qualche essere alato, / ad occhi chiusi, come una pista / - dovesse atterrare -, / ti scrivo». Fortini tenne a battesimo l’esordio di questa poetessa milanese trapiantata a Berlino e ancora, come un’ombra tutelare, sembra ispirare la sua voce ferma e austera. 





Esseri alati, sogni di resurrezione, parole sacre (il titolo di Come non piangenti, Marcos y Marcos, pagine 112, euro 14,50, è tratto da San Paolo) si mescolano alla ferita della storia contemporanea. «La poesia / non muta nulla», diceva il maestro, «Nulla è sicuro, ma scrivi». C’è nella Alziati un’arte singolare di costeggiare il silenzio, di far scaturire rivelazioni dalla mutezza, come nei poeti tragici che hanno sedimentato le bruciature del Novecento. E c’è il gesto di isolare un termine oppure di sovvertire l’ordine della sequenza, non per artificio, ma per un’aritmia in cui trova spazio un diverso respiro. È, quello, il luogo di una visione; lì culmina una parola che è sì politica, ma anche profetica, integrale, educata alla castità: «Il mendicante, anche se giura / non verrà creduto. Lasciateci. / Che qui resti ancora a guardare, e altri / attraverso il deserto dei rami / tralucano, alberi».

Paolo Febbraro
Il Manifesto

dicembre 2011

Resa e redenzione nei versi sottili di Cristina Alziati 
Si può essere colpiti senza sentirsi offesi; ci si può sentire ingombri, e persino ritrarsi, senza essere schiacciati; si può scendere dal livello a cui gli altri ci hanno posto evitando con cura di sminuirsi, e sminuire la propria capacità di ascoltare e contenere il mondo nel suo ordinario, stupefacente apparire. Per riuscirci, bisogna avere la testa e la lingua di una poetessa come Cristina Alziati, nata nel 1963, già esordiente nel 1992 e ora alla sua terza pubblicazione rilevante con Come non piangenti (Marcos y Marcos, pp. 112, euro 14,50). Nella quarta di copertina, Fabio Pusterla afferma a chiare lettere: «Non vedo al momento in Italia molti poeti in grado di tenere il passo di Cristina Alziati». Basta leggere e si concorda, chiedendosi poi quale sia questo suo passo: non quello di marcia della brillantezza, non quello di una pronuncia immediata e vistosa che voglia imporsi, magari con leggerezze suadenti, o formalismi o scarnificazioni liriche. «Lasciate ch'io qui / resti ancora a chiamare per nome ogni cosa», dice un brano della poesia iniziale: e il filo rosso della disponibilità all'esperienza percorre tutto il libro, in un arrendersi vittorioso e mai incolume ai colpi severi e alle custodite epifanie.
La poesia è l'arte connettiva per eccellenza, perché il verso - che sembra isolarsi - serve (forse è proprio il verbo adatto) a sposare oggetti diversi nel ritmo e nell'incidersi della visione. La lingua della Alziati appare casta ed efficace: le rime sono interne, inappariscenti, come una punteggiatura segreta; l'iperbato - quell'inversione che la poesia opera sul normale corso della sintassi: «Sentivo fioche al telefono le voci» - increspa appena e scolpisce in bassorilievo ciò che viene pronunciato; spesso i finali fioriscono splendidi endecasillabi, come «i gradini / che altri, salendo, calcheranno in me» o (da una poesia dedicata a Etty Hillesum) «e tu / per questa terra a camminare in volo». 





In ogni caso, tuttavia, la Alziati lavora alla minuta redenzione delle storie personali che si inoculano come sieri salvifici nel corpo difficile e ritorto della grande Storia o in quello percosso del proprio corpo sofferente. Della Storia e della cronaca in versi sono i capillari di luce, una trama coraggiosa e precisa, una moralità non evasiva. Al loro proposito, viene in mente un bellissimo - quanto controvertibile - libro di saggi di Giancarlo Gaeta, storico del Cristianesimo e grande studioso di Simone Weil, uscito anni fa presso Scheiwiller e intitolato Le cose come sono. Etica politica religione. Questo anche per ribadire come nella poesia della Alziati c'è tutto meno che la rinuncia: dicendo, la sua lingua non toglie peso ai pensieri, agli oggetti e alla loro verità elementare, né sottrae responsabilità e scelta alla funzione dell'autore.
Dalle finali Note dell'autore - al tempo stesso circostanziate ed evasive, che sembrano precisare i pretesti poetici ma ne fanno i pallidissimi originali di ben altre copie - veniamo informati che il titolo del libro proviene da Paolo di Tarso che, nella Prima lettera ai Corinzi, dice «Questo ora vi dico, fratelli: il tempo ormai si è fatto breve; d'ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l'avessero; coloro che piangono, come se non piangessero; ... perché passa la scena di questo mondo!». Il tempo breve è sia quello biografico, minacciato dal male, sia quello collettivo, consueto ma non eterno teatro della violenza. La forza della Alziati è stata quella, allora, di opporre alla compatta ma peritura uniformità dei tempi la propria paolina «stoltezza», il proprio umanissimo e corporeo risorgere, l'essere accogliente nel momento della sottrazione.

Giovanni Tesio
Tuttolibri – La Stampa
novembre 2011

Alziati, se il dramma è un atto d’amore

Albe, alberi, erbe, bambini, animali, creature inermi. Ma anche la malattia, anche angeli e spettri, anche e soprattutto la poesia che tutto incorpora (e restituisce rinnovato) nel suo ritmo preciso, esatto, nel rigore di una solennità «religiosamente» concepita. Questo, in estrema sintesi, il tracciato di una poetessa di cui Fabio Pusterla nel risvolto ha ben ragione di annunciare il passo irresistibile.
Il libro (secondo) di Cristina Alziati, appena pubblicato da Marcos Y Marcos, s’intitola
Come non piangenti (pp. 108, euro 14,50) e rinvia - secondo una nota d’autore - a un passo della Prima lettera di San Paolo ai Corinzi. Perché è la poesia - appunto - che senza ombra di birignao trasforma i drammi, le tragedie, gli orrori della storia in un atto d’amore, di accoglienza, di inclusione.
Tutto però a partire da una magnifica vigilanza di scrittura, che si dispone in versi nitidi, di fermo controllo formale, ricchi di sospensioni (di esitanti e ad un tempo cantanti insenature, capaci di rappresentare in forma di attesa gli echi di una prosodia di taglio classico-manierista, fatta di posposizioni, torsioni, inversioni).





Né predica né comizio, ma aperta nudità interrogativa.
La poetica è chiara: e sta lì sulla soglia: «Lasciate ch’io qui/ resti ancora a chiamare per nome ogni cosa». Una soglia che ritorna nel bel mezzo dei testi: «C’erano anche i nomi, credo/ quelli che uguali diamo a ogni cosa ». In questo nesso di parola-cosa sta il senso della poesia dell’Alziati, che aspira al riconoscimento del tutto in tutto: «dentro/ ciascuna ora del mondo senti/ gemere il tempo del tempo che resta». E ancora: «Ogni cosa/ davvero succede, per sempre».
Accanto alla necessità di dire il male e il malessere «della terra offesa», l’enorme commozione che l’accompagna. A partire da una costante fisicità (i qui, i questo, gli adesso, le implosioni dell’oggi e della vita) un libro che invera il principio secondo cui le parole di un poeta si riferiscono a cose che senza le parole non esisterebbero. Nei cunei di un’attesa creaturale, un’indifferibile ricerca di redenzione e di gioia.

Giuseppe Genna
giugenna.com
giugno 2012

Conobbi Cristina Alziati a un corso di lettura poetica presso la Libreria Rinascita a Milano, più che vent'anni fa. Le lezioni erano parecchio deludenti; l'anno precedente - mi pare - avevo dovuto dare l'addio ad Antonio Porta, a me maestro, che aveva tenuto un corso di poesia strepitoso e assai potente a Milano: il confronto non reggeva. Tuttavia stare lì, alla Libreria Rinascita, era bello e caldo, come diceva Dionigi ecco che rialzava me, curvo sulla terra, una dolcezza che non si riconosceva nel fisico magrissimo e nodoso, bensì nello sguardo e nel desiderio che l'ansia di domanda e di affermazione investiva proprio me, mentre mi rialzava da terra: a compiere questo gesto di bellezza dolce e per nulla inerme era una poetessa guerriera e tragica, che si chiamava e chiama Cristina Alziati.
I suoi versi erano amatissimi da Franco Fortini, che ai tempi era sul punto di morire e lavorava a Composita solvantur (Einaudi), uno dei fondamentali della poesia dell'ultimo quarto di secolo, forse anche più. Ricordo una memorabile accelerazione al mito (uno slancio "ad Alcibiade"), ma vòlto politicamente, 





a una battaglia che è mito e storia indifferentemente: ricordo quei versi secchi e conflittuali, battuti a macchina neigli A4 che mi aveva fatto leggere Cristina Alziati. Per anni rimase una sorta di mitologia fuggita chissà in quali nebbie, presumibilmente nordiche. Ne ritrovo ora un libro, Come non piangenti, da cui traggo alcune poesie reperite in Rete. Il verso e il discorso si è disteso, si è fatto più diretto a volte, a volte antifrastico o apparentemente cortocicuitante, ma sempre pronto a sporgersi come oplita con la sua punta mortale, il richiamo mitologico e teologico sempre presente per pressione implicita o esplicitata in immagine e parola, la violenza delle ellissi e della retorica e degli scarti metrici: è proprio la poesia di Cristina Alziati. Sono felice di ritrovarla, di condividerla con chi legge queste pagine.

Piergiorgio Viti
2duerighe.com
maggio 2012

Il poeta è sempre civile, perché testimone della modernità e voce autentica di un tempo, di uno spazio che ora si stanno dilatando sempre di più, attraverso le moderne tecnologie. Ecco perché la poesia non ha bisogno degli scritti “d’occasione” dedicati all’11 settembre o alle guerre in Medio Oriente, i cui esiti sono spesso discutibili. Il poeta, attraverso la sua visione del mondo (i dotti direbbero “Weltanschauung”), elabora il suo poetabile che non è mai decontestualizzato e quindi avulso dalla società di cui fa parte (o c’è qualcuno che crede ancora all’idea del poeta-asceta?). Sono davvero perle preziose quelle poesie in cui si indaga il contemporaneo e le sue emergenze con un’ottica civile, di militanza, giungendo a risultati significativi.
Certo, Ungaretti, Sereni, Brecht e Quasimodo sono tra i pochi che hanno affrontato il tema della guerra senza quella retorica ampollosa che porta il verseggiare allo scadimento. Tra le perle più recenti sono da annoverare quelle di Cristina Alziati, solida poetessa che nel suo “Come non piangenti”, “passa da Nairobi alle Isole Eolie, dalle Dolomiti ai romeni di Tor di Quinto” con risultati pregevoli. 





Il suo sguardo puntato sui drammi odierni non è mai né compassionevole né estetizzante, anzi diventa uno dei motivi per sondare l’alterità (molte poesie sono dedicate ad un “tu” e, mutatis mutandis, questo “tu” in alcuni testi parrebbe l’umanità intera). La sezione tuttavia più riuscita del libro è “I riccioli della chemio” in cui l’autrice affronta, non senza una punta di ironia (“Mamma, ora il cucciolo sei tu”/ esclamava Sofia al taglio dei capelli, prima/ del primo ciclo di chemioterapia…”) il delicato momento dell’inverno del corpo (per quale/ voce straordinaria dirti l’inverno,/ quando l’inverno ero io?), e cioè la scoperta di un tumore. Finalmente la poesia ritrova la sua voce umana, lirica, senza artifici né mode, come rileva giustamente Pusterla nella presentazione. La poesia è questo, soprattutto. Un dialogo con il lettore e non una finzione, come purtroppo, molti, oggi, la intendono.

Franca Grisoni
Il Giornale di Brescia
luglio 2012

Talvolta ci si nutre talmente dei versi fino ad impararli a memoria: le ripetute letture del libro che ci pare non potremmo mai mettere sullo scaffale fanno sì che la poesia si faccia spazio dentro di noi, che prema fino ad allargare l’anima. Vorremmo avere più spazio per portare dentro le parole degli autori più amati e di quelli di cui ci siamo appena innamorati, quelli che ancora ci ingravidano con la fertilità dei loro versi. Ed è una fertilità contagiosa, che chiede di essere diffusa per condividere ritmi e parole così intensi da desiderare che siano nostri e che possano diventare anche di altri. Sì, ci sono ritmi e parole che ci permettono di conoscere e di conoscerci meglio. E ci sentiamo di acconsentire e diciamo: è vero! è vero! a cose che non avremmo saputo se la poesia non ce le avesse appena rivelate. 
E se ci viene in mente qualcuno che ha detto: «a me la poesia non piace», oppure: «non la capisco», vorremmo potergli dire: leggi qui! E ci pare che ognuno potrebbe conciliarsi con la poesia, anche solo per il bene che fa mandarla dentro a sorsate: dalla sua sonora oscurità alla nostra oscurità silenziosa, in un incontro che non può mancare di produrre scintille. Una prova? Apriamo l’ultimo libro di Cristina Alziati, Come non piangenti, (Marcos y Marcos, pp. 108, € 14,50)  e leggiamo: «Tu che dormi, ti affido la luce, / crescerà a breve fra la campagna e il noce. / Bevi al risveglio anche per me, / per questa mente impolverata dove / l’aculeo di una storia esangue giace». 
Quelli di Cristina Alziati sono paesaggi che includono «una stanza della diagnosi / e un vecchio oncologo» che ha comunicato all’autrice il tumore al quale è “sopravvissuta”, e zone di guerra, con armi chimiche e atomiche, con «i soldati bambini / […] / e quegli altri, / con i loro giocattoli-mina» costruiti proprio per attirare i bambini e straziarli. 





Ed ecco le scene di orrore della contemporaneità, con azioni criminali che si susseguono a diverse latitudini, ma ci sono anche paesaggi di  luce, con  l’affiorare della “bellezza”, come quella indicata da una bambina che non è sopravvissuta alla leucemia e che, nel mostrare «minuscole conchiglie, le tiene / in una mano. Guarda, mi spiega, / hanno milioni di anni, paiono nate appena».
Questa poesia afferma che l’essere umano sa portare insieme il “dono” e l’“offesa”, e che proprio nel deflagrare del male si può sperimentare la “gioia”, come quella verticale nella poesia dedicata ad Etty Hillesum, donna che davvero può essere annoverata tra i “non piangenti” del titolo, preso da San Paolo (1 Cor., 7): «il tempo ormai si è fatto breve; d’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l'avessero; coloro che piangono, come se non piangessero». E c’è di che piangere in queste poesie personali e civili, ma per chi sa che non c’è tempo, imperativo è fare come chi non piange e testimonia: «odo cantare uccelli sconosciuti / e provo intero il dolore, so la gioia intatta», in un atto d’amore che è per redenti e non redenti.

Maria Nadotti
Lo straniero
luglio 2012

Cristina Alziati, poeta italiana che da quasi vent'anni vive a Berlino, ha dato da qualche mese alle stampe un libro dal titolo limpido e arcano, Come non piangenti. Vi sono raccolti, divisi in quattro sezioni di misura fortemente divaricata (Vicoli, L'angelo smemorato, Breviario, In pochi fogli), i versi scritti tra il 2007 e il 2011. Ad accompagnarli, come un testo a sé stante, un ricco apparato di Note dell'autore, che collocano, spiegano, traducono, aggiungono, mettono in chiaro che la poesia si coniuga in un tempo dove passato e presente sono un'unica dimensione e lo spazio poetico una zona franca di condivisione, un territorio dove ci si incontra attraverso la trasparenza e l'esattezza dei rimandi e delle parole.  In questo volume, l'autrice piega la portata civile della sua cifra stilistica – una etichetta che la critica italiana insiste ad attribuirle – a una scrittura solo all'apparenza più privata e meno politica. L'esperienza del dolore e della perdita che attraversa le pagine non è più solo frutto di empatia e di una visione etica del mondo: i «non piangenti» si sono avvicinati al punto da coincidere con chi scrive, da essere la sua stessa voce che insieme all'altrui storia dice della propria. 





Se questo succede, tuttavia, non è perché alla capacità di cogliere la sofferenza e l'ingiustizia nell'imperfezione del mondo si è ora affiancata una nuda, ardita dimensione autobiografica. È la misura della scrittura a cambiare, la sua temperatura, il suo respiro. Qui l'intimità di cui è soffusa ogni cosa nasce da una cura inflessibile per il linguaggio, è frutto del lavoro del testo poetico, dell'unire in profondità ogni atto e nome ed evento e prospettiva  di cui il testo poetico parla. Ne l'Angelo smemorato, omaggio all'angelo della storia di Walter Benjamin che ha «il viso rivolto al passato e vorrebbe destare i morti e ricomporre l'infranto», Alziati scrive «Ora tu credi che basterebbe un niente, / sedere ad un tavolo sgombro / in un’ora propizia, e lavorare ai versi / lavorare ai frammenti. Io sono fatta invece / di questo non scrivere giorno per giorno; / dentro il sedimentarsi delle piccole / cose, e delle grandi, sono / l’anima ingombra del loro farsi mute». Le poesie scritte da Cristina Alziati fra il 2007 e il 2011 sono esattamente questo: un lancinante residuo di oscurità lanciato con mano ferma in piena luce. Non un atto di esibizione ma di vicinanza.

Daniele Barbieri
guardareleggere.wordpress.com
febbraio 2012

Di Cristina Alziati e della sovrapposizione dei tempi e delle cose

Il libro è Come non piangenti, di Cristina Alziati (Marcos y Marcos, 2011).
Sin dai primi versi del libro ci si accorge che queste poesie sono scritte da una mano capace, e dai primi sino agli ultimi non posso fare a meno di sentire risuonare in me l’eco del Montale di Satura, col suo accostare ritmi e temi prosastici e quotidiani a temi e inarcature ritmiche più tradizionalmente e drammaticamente sonore. Apprezzo molto, dopo poco, anche un altro aspetto, cioè il fatto che, in maniera del tutto insensibile, quasi di soppiatto, i temi della poesia civile si accompagnano a quelli personali, pressoché senza differenza, senza cambio di tono, senza nessuna retorica.
Non sarebbe questo, da solo, un motivo sufficiente per apprezzare questi versi, ma è comunque un motivo di ammirazione. Diffido di solito della poesia civile, specie quando ne condivido le ragioni, perché basta poco, quando ci si confronta con la rabbia, l’indignazione, l’orrore, basta poco, davvero poco per essere retorici, per farsi prendere la mano, per trasformare la poesia in oratoria, in discorso persuasivo – mettendo allo scoperto il gioco, rivelando l’intenzione, annullando la sorpresa, la magia…
Qui, è invece ammirevole come l’orrore delle bombe al fosforo, dei suicidi dei bambini, delle bombe travestite da bambole emerga sempre all’improvviso, nel contesto di tutt’altre cose, magari più tradizionalmente liriche, più montaliane. Non solo in questo sta la sorpresa, il fascino di questi versi, ma certo anche in questo.
C’è un motivo che ricorre più volte nelle poesie della Alziati, quello della contemporaneità delle epoche. Lo si ritrova, tra l’altro, nell’ultima delle poesie riportate qui sotto, dove il male di oggi e quello di ieri sembrano confondersi, essere lo stesso.
Ma non sono soltanto i tempi a confondersi. Benché questi componimenti siano scritti più o meno tutti in prima persona, ci si accorge dopo un poco a leggerli che l’io, cioè l’interiorità, non è né più né meno protagonista del resto del mondo, dell’esteriorità. Non c’è dunque grande differenza tra il sociale e il personale, tra la pena per il sé e quella per il mondo. L’io, alla fin fine, è poco più che un testimone, mentre il sé è già una parte del mondo, proprio come l’immigrante annegato, come il bambino malato di leucemia.





La seconda delle poesie che riporto qui sopra appartiene a una sezione intitolata “I riccioli della chemio”. In questa sezione si parla, con relativo distacco, di cure ospedaliere, e di un tumore; ma sin dal primo componimento (proprio questo) avviene il ribaltamento, e “il manto / di neve ero io”, e “l’inverno ero io”. Di fronte a un dicembre soleggiato è l’io lirico ad assumerne la reale identità.
D’altra parte, ancora in altri versi, l’autrice si rivela quasi non come chi scrive, ma come chi voglia trasmettere un silenzio che le viene dalle cose del mondo, piccole o grandi che siano – attraversata, quindi, nemmeno da una voce, ma da quello che resta quando la voce si rifiuta.
Detto – e apprezzato – tutto questo, non siamo arrivati ancora alla radice del perché questi versi mi colpiscono, lasciano il segno su di me. Potrei aggiungere che c’è, certamente, il loro non cadere mai nella banalità, nemmeno nelle banalità montaliane – non perché Montale fosse mai banale, ma perché qualsiasi maniera, montaliana o non, finisce prima o poi per ripetere per stanchezza qualcosa che inizialmente era stato presente per necessità. Questo, nelle poesie della Alziati, non succede; segno che l’eco montaliana non è epigonismo o, appunto, maniera, bensì semmai una convergente adesione a un certo modo di procedere.
Credo che il nocciolo del mio apprezzarle stia, alla fin fine, proprio in un certo loro modo di accostare il quotidiano e l’aulico, nei temi come nei ritmi. Questi ultimi, proprio come in Montale, si aggirano intorno alle misure classiche dell’endecasillabo e del settenario, ma per assumerle in maniera canonica solo in certi momenti risolutivi, mentre il frequente allontanarsene introduce di continuo momenti più quotidianamente colloquiali.
È forse in questo costante uscire e rientrare in quella che canonicamente riconosciamo come poesia, che sta il cuore del fascino di questi versi. Un uscire e rientrare che non permette al lettore di assestarsi in una dimensione chiaramente riconosciuta, e lo tiene lì, sospeso tra io e mondo, presente e eternità, endecasillabo e verso libero, dichiarazione personale e attraversamento da parte delle cose. E queste diverse dimensioni, su questi diversi piani, interagiscono, si intersecano, si rispondono, ora si negano reciprocamente e ora si rafforzano.

Enzo Golino
Il Venerdì – La Repubblica
dicembre 2011

Scorci di dolore in nome della pace
La guerra, le devastazioni provocate da micidiali strumenti di morte, la violenza esercitata dalle istituzioni nel nome della pace sociale sono tra i motori più attivi della poesia di Cristina Alziati (Milano 1963,studi filosofici, traduce dal tedesco e dallo spagnolo, vive a Berlino). I primi versi ottengono consensi a largo raggio, il più alto di Franco Fortini, attratto dalla dimensione politica della sua voce, giudizio incluso nel libro di esordio, A compimento, Manni 2005.
Anche  l'opera seconda, Come non piangenti, - Marcos y Marcos, pp. 107, euro 14,50, nota di Fabio Pusterla – al cospetto della belligeranza mondiale evita il pacifismo più ovvio. 




Alziati rappresenta eventi terribili, pubblici e privati (ad esempio un suicidio per impiccagione), con l'ansia tranquilla che non è l'algido distacco della resa ai fatti ma una potente fede nella parola: l'atto del nominare, origine di ogni creazione immune da una sindrome diffusa, l'esaurimento del linguaggio.
La natura, i bambini, gli esclusi, scorci di dolorosa autobiografia, l'eterna conflittualità disegnano – scrittura emozionante – immagini di forte intensività, a volte con un silenzio davvero esplosivo: «dentro il sedimentarsi delle piccole/cose, e delle grandi, sono/l'anima ingombra del
loro farsi mute».

Carlotta Vissani
Rolling Stone
dicembre 2011

Esperti di poesia ve ne son pochi, lettori ancor meno, i poeti veri di oggi si contano, come gli amici, sulle dita di una mano.
Se siete neofiti e profani del bel verso non temete, con Cristina Alziati sarà colpo di fulmine: “I volti, potrei narrarne uno a uno. In pochi fogli c'eravamo mia gazzella, tutti”. Ci siamo davvero tutti nella raccolta Come non piangenti anche se si piange eccome perché la vita è meraviglia, ma più spesso salita senza sperone roccioso cui aggrapparsi con un'unghia. Racconta il mondo che sta dentro e fuori nello stesso istante, lei che ai tempi ciclostilava con passione i suoi pensieri, dona le parole che non si dicono ma che vanno pronunciate. Le liriche si levano come preghiera, confessione, memoria, eco di cronaca sicché ognuna «assomiglia a una scheggia del tempo, di quelle redente, minute». Sfilano immagini d'autunno (“ho domandato alle chiome ossidate nel giardino, è novembre. Sbrigatevi, andate”), reminiscenze di un cancro da combattere (“ero quella faccenda di un congedo di me e da me, che me, alla malattia sopravvissuta, 





salutasse”), il terremoto che ha colpito l'Aquila (“è l'Aquila, rispondo, che pietra su pietra, che prima dell'alba si è piegata”), la baraccopoli di Korogocho, periferia di Nairobi, dove i bambini si gettano da un dirupo sopra un acquitrino (“vanno al suicidio i piccoli tenendosi per mano, cieco grumo, ultimo amore che contro la notte ama”), il genocidio degli ebrei incarnato dai diari citati a memora di Etty Hillesum (“non riesco a inginocchiarmi, scrivevi e hai portato, dentro i giorni dannati dei campi, per proteggere dio una gioia”). Attualità e sfalci di vita personale si intrecciano tra cuore e lucido realismo, metafora aggraziata per scelta lessicale, ma dura nel significato profondo. Belle, necessarie, non c'è altro modo di definire l'urgenza estrinsecata in sillabe di una donna amatissima, tra i molti, da Franco Fortini che fece bene, 20 anni fa, a credere in lei.

Alba Donati
Saturno – Il Fatto Quotidiano
novembre 2011

Cristina Alziati ebbe al suo esordio una buona carta di presentazione: Franco Fortini firmò l'introduzione alla sua prima raccolta di poesie. Parlò di una scrittura a «denti stretti», e ne sottolineò la parte «politica» e cioè di intervento sul visibile e sull'invisibile. Ma niente di questo invisibile è metaforico. L'invisibile è ciò che ci sta accanto tutti i giorni come i bambini che, nelle zone di guerra, camminano tra le mine dai colori sgargianti e le scambiano per giocattoli. Come anche, in un'altra poesia, i bambini che vivono a ridosso di una discarica di Naiorobi e che cercano la morte gettandosi da un dirupo. Sfilano così, in questa poesia compostamente classica, eroi negletti, minacciati: algerini impiccati agli alberi del Bois de Boulogne e poi buttati nella Senna (la rattonade  del 1961), corpi di cadaveri devastati da armi speciali nelle varie guerre, da Falluja a Gaza. 




Insomma la Storia. In questa storia si racconta anche di una chemioterapia, con i versi più belli che mi sia capitato di sentire: «per quale/voce straordinaria dirti l'inverno,/quando l'inverno ero io?» Perché c'è un compito che Cristina Alziati sente come imperativo: nominare tutti, ciascuna cosa non nominata «è per sempre perduta». È così che questo libro pazzesco, Come non piangenti  (Marcos y Marcos), si deposita nel presente con la sua lingua strana, con una sintassi chiara, tutta in togliere, ma al tempo stesso ricca, ornamentale. Una lingua fatta di nomi e pronomi che girano intorno alle cose altrui per farle proprie, eliminando il confine tra ieri e oggi, tra lontano e vicino. La luce è fredda, a tratti livida, eppure è capace di scatenare la sorprese del detto per la prima volta, che è poi il massimo di ogni poesia.

Amedeo Anelli
Il cittadino
novembre 2011

Dolore, vita e utopia nella poesia di Alziati
Come scrive Fabio Pusterla nel “retro“ copertina di Come non piangenti, titolo dell'ultima raccolta di versi di Cristina Alziati: «Riassume molte cose, le parole che lo compongono sono di Paolo di Tarso, e suggeriscono contemporaneamente l'esistenza del dolore e la relativizzazione del dolore; il male che ci accompagna e che dobbiamo credere di poter superare; il realismo, la lucidità, ma insieme una specie di utopia da difendere, e tutto questo con un tono leggermente alto, leggermente solenne, ma di una solennità appena accennata». Infatti questa della Alziati è una poesia di misura, limpidezza, potremmo dire di “dizione” o meglio di intonazione. La materia anche di derivazione biografica è scivolosa, a forte pericolo di debordamento, di letterarietà: ecco che la Alziati agisce sulla narrazione, tempera i registri, diviene sovrapersonale nella modulazione di “io” e “tu”, diviene un'istantanea di una condizione. 





I versi sono ricchi di riferimenti sociali e culturali in parte esplicitati nelle note, essi fanno da fondo all'enunciazione che comunque in qualche modo si chiude su se stessa non rimanendo mai aperta in un macrotessuto. Per tutte le poesie Ricapitolazione: «In una notte come questa, e lontana / qualcosa mi aveva inciso nella mente / come elenchi di nomi. Io da allora / quando chiamo la terra e la casa / la dolcezza il pane, e dentro / c'è una notte come questa, io / quando dico terra, / è disfarla, dico, la terra – è farla.// quando dico mattina ed è questa / in cui guardo Sofia andare a scuola / con altri bambini, e domando / dove saranno i bambini dei fuochi / i soldati bambini, quando dico /mattina, e quegli altri, con i loro / giocattoli-mina quando dico bambini».

Antonio Prudenzano
affaritaliani.it
novembre 2011

Marcos y Marcos, il coraggio di insistere con la poesia in un mercato dei libri in crisi...
 
Quest'anno la Marcos y Marcos di Claudia Tarolo e Marco Zapparoli ha festeggiato 30 anni di editoria indipendente. Il 3 novembre la casa editrice milanese pubblica in contemporanea due raccolte di poesia (la riedizione di "Pietra sangue" di Fabio Pusterla e "Come non piangenti" di Cristina Alziati) e "La corsa dei mantelli", l'unica prosa di Milo De Angelis.
Gli editori ad Affaritaliani.it spiegano dove trovano il coraggio di insistere con la poesia ("...pubblicarli insieme, in edizione con carte pregiate e grafica accurata, ci sembra il modo migliore per chiudere in bellezza un cerchio lungo tre decenni, offrire ai lettori un segnale di fiducia non solo nella poesia, ma nel libro tout court come strumento ideale per godersi testi 'alti'..."), parlano dell'innamoramento per i versi della Alziati ("...siamo stati immediatamente investiti dalla sua purezza...) e della crisi del mercato editoriale: "Il momento è difficile, non si può negare, anche Marcos y Marcos quest'anno ha sentito l'incertezza del mercato, pur riuscendo a resistere nella tempesta".
Marcos y Marcos ha cominciato la sua avventura 30 anni fa pubblicando poesia, genere letterario sempre meno considerato dal mercato dei libri italiano.

Claudia Tarolo e Marco Zapparoli (nella foto sotto i due editori di Marcos y Marcos, ndr), con che "coraggio" insistete proponendo ancora poesia, e addirittura pubblicate in contemporanea (il 3 novembre) la raccolta di Cristina Alziati, "Come non piangenti", la riedizione di "Pietra sangue" di Fabio Pusterla e "La corsa dei mantelli", l'unica prosa di uno dei poeti italiani contemporanei più apprezzati dalla critica, Milo De Angelis?

"Per noi, il 2011 rappresenta l’anno della fierezza, l’anno in cui festeggiamo la nostra indipendenza, il lavoro di anni e anni accanto ai nostri autori. La poesia è un giacimento inesauribile di immagini, pensieri, forze. Chi la ama la segue con una passione immutata, oggi come trent’anni fa. La corsa dei mantelli di Milo De Angelis è uno dei libri che più abbiamo ammirato e riletto da giovanissimi. Appena prima che nascesse la casa editrice, ce lo siamo regalato con grande amore. Si può immaginare cosa significhi per noi rilanciarlo oggi in libreria in grande stile... Fabio Pusterla scrive poesie meravigliose, è una splendida persona ed è vicino alla casa editrice da un quarto di secolo. La riproposta di Pietra sangue si affianca perfettamente a una pietra miliare come La corsa dei mantelli. A chiudere il cerchio, Cristina Alziati, che per noi rappresenta la grande scoperta del momento. Questi tre libri fanno famiglia, così come per noi la casa editrice è davvero, soprattutto, una casa. Sottolineano il nostro amore immutato nella forza delle parole; pubblicarli insieme, in edizione con carte pregiate e grafica accurata, ci sembra il modo migliore per chiudere in bellezza un cerchio lungo tre decenni, offrire ai lettori un segnale di fiducia non solo nella poesia, ma nel libro tout court come strumento ideale per godersi testi 'alti'. Il pubblico della poesia è fedelissimo, e siamo certi che apprezzerà".

Cristina Alziati rappresenta una delle "nuove voci" più interessanti della nostra poesia. Di lei hanno scritto in passato Fortini, Siciliano, Cucchi e Raffelli, e il "vostro" Pusterla dice che oggi "in Italia non ci sono molti poeti in grado di tenere il passo di Cristina Alziati”. Da editori e appassionati di poesia, cosa vi colpisce dei testi della Alziati?
"Noi non ci sentiamo critici letterari, il nostro non è un lavoro teorico; siamo prima di tutto lettori voraci, appassionati, onnivori. Ci piace la poesia, da sempre, leggiamo i filosofi, ma amiamo molto anche gialli e noir; fare l'editore significa stabilire un contatto molto fisico, quasi istintivo con i testi. Crediamo che molti decenni di lettura 'spregiudicata' ci abbiano trasmesso una forza primaria fondamentale: saper distinguere la scrittura autentica, sorgiva, dalla scrittura artefatta, dalla pretenziosa ricerca stilistica. In questo senso amiamo le parole nude, dirette, forti di se stesse e della propria imperfezione. Forti di un messaggio pressante, profondamente sentito. Leggendo le poesie di Cristina Alziati, siamo stati immediatamente investiti da questa purezza. Dalla sua urgenza di dare un nome alle cose, perché non vadano perdute; 'ultimo amore che contro la notte ama'. Dal suo bisogno vero di prestare la propria voce alle piccole cose che sedimentano e si fanno mute. 





Abbiamo amato il suo sguardo limpido anche sulle cose terribili, persino quando la tragedia riguarda proprio lei, il suo stesso corpo; forse la prova più difficile, riuscire a rendere testimonianza sommessa e potentissima del momento in cui si cessa di sentirsi eterni; con la precisione e la necessità del 'bisturi che da me me morente in me stagliava".
Una domanda più generale: non è un momento facile per il mercato dei libri in Italia. Come chiuderà il bilancio 2011 Marcos y Marcos? Siete ottimisti per il futuro dell'editoria indipendente?
"Il momento è difficile, non si può negare; anche Marcos y Marcos quest'anno ha sentito l'incertezza del mercato, pur riuscendo a resistere nella tempesta. È un momento di passaggio, ma ce ne sono stati tanti: l'importante è riconoscere, ogni volta, le tensioni positive che ci proiettano in avanti. Nel bilancio positivo del 2011 contano molto le centinaia di persone che hanno partecipato ai nostri incontri, che hanno risposto con entusiasmo ai nostri modi vari di aprire le porte della casa editrice, di far risuonare la voce e l'energia dei nostri testi anche al di là delle pagine scritte. Ci sorregge, insomma, la convinzione di soddisfare un bisogno essenziale: calarsi nel flusso della narrazione, che apre la strada a incroci e collegamenti che che fanno vera rete, che "connettono“ davvero. Il futuro della libreria dipende forse dalla sua capacità di rappresentare sempre di più un luogo di incontro, un terreno di scoperta; il nostro futuro di editori indipendenti dipende dalla capacità di rispondere in modo vivo e coerente a questo desiderio di scambio e confronto, reale e non virtuale, con un giusto tempo rallentato, nel campo di forze del testo".

COSI' PUSTERLA SUL LIBRO DI CRISTINA ALZIATI:
“La mia impressione è questa: siamo di fronte a un’autrice vera, diversa dai poeti ‘di moda’, potente nell’espressione, capace di condensare in immagini lancinanti un pensiero di vasta portata, insieme lirico e, si potrebbe quasi dire, epico, poiché sa attraversare la soggettività individuale affilata da un’esperienza terribile (la malattia, un tumore, di cui le poesie dicono parcamente ma chiaramente quel che si può dire, senza pietismi o autocompiacimenti) e aprirsi a uno sguardo sugli altri, sui sofferenti, sui minacciati, sui negati. Ne esce una poesia civile e persino politica nel senso più ampio e più alto del termine; e basta scorrere rapidamente le note conclusive per farsi un’idea chiara di questo aspetto, e dell’ampiezza dello sguardo, che passa da Nairobi alle isole Eolie, dalle Dolomiti ai romeni di Tor di Quinto, letti in controluce con il comunicato nazista circa le Fosse Ardeatine, dai rom ai bambini malati di cancro. Il titolo riassume molte cose; le parole che lo compongono sono di Paolo di Tarso, e suggeriscono contemporaneamente l’esistenza del dolore e la relativizzazione del dolore; il male che ci accompagna e che dobbiamo credere di poter superare; il realismo, la lucidità, ma insieme una specie di utopia da difendere; e tutto questo con un tono leggermente alto, leggermente solenne, ma di una solennità appena accennata. Poi, leggendo, ci si sorprende di scoprire in questi versi una singolare commistione di realtà concreta, concretissima e nominata senza paura, e di visionarietà. Non vedo al momento in Italia molti poeti in grado di tenere il passo di Cristina Alziati”.
L'AUTRICE - Cristina Alziati è nata nel 1963 e ha studiato filosofia. Il suo esordio poetico risale al 1992, quando una sua silloge, presentata con grande convinzione da Franco Fortini, esce in un’antologia.
Suoi versi vengono poi pubblicati in varie riviste di poesia, e lei stessa distribuisce copie ciclostilate della sua prima raccolta poetica, suscitando reazioni entusiastiche.
Nel 2005 pubblica il suo primo libro, A compimento (Manni), che si aggiudica il Premio internazionale di poesia Pier Paolo Pasolini e giunge finalista al Premio Viareggio.
Cristina Alziati vive a Berlino, traduce poesia e narrativa dal tedesco e dallo spagnolo.

Davide Dalmas
L'Indice dei libri del mese
giugno 2012

Nel tempo abbreviato

È possibile che un libro di poesia dove una sezione centrale si intitola I riccioli della chemio (e parla proprio di quello), dove dolorosamente emergono baracche di campi nomadi demolite da ruspe, cadaveri di assassinati, fosforo che distrugge, uranio impoverito, giocattoli-mina, rifiuti tossici e suicidi lasci al lettore una sensazione di gioia? In effetti la postura che il libro richiede al lettore è indicata fin dal titolo, Come non piangenti, un riferimento al «tempo ormai abbreviato» della prima lettera di Paolo ai Corinti, al capitolo 7: «Da ora in poi, anche quelli che hanno moglie siano come se non l'avessero; quelli che piangono, come se non piangessero; quelli che si rallegrano, come se non si rallegrassero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano di questo mondo, come se non ne usassero, perché la figura di questo mondo passa». Anche quando si piange, quindi, in questa urgenza del tempo, un questo presente di appello e di responsabilità, bisogna fare tamquam non flentes, come chi non piange.
Di questa indicazione possiamo ritrovare, nel libro, una necessità di contemplare con ciglio asciutto il male per meglio individuarlo, colpirlo, per non perderne le connessioni; ma quella paradossale sensazione di gioia che il lettore percepisce è sprigionata probabilmente soprattutto dall'esperienza di seguire una missione compiuta, un dovere realizzato. Compito e senso della poesia – e in modo particolarmente intenso di questa poesia – è nominare le cose, chiamarle con il loro vero, giusto nome. E qui questo compito assume proprio la forma di una chiamata, un incarico che viene da fuori: subito, sul bordo del libro, alla sua apertura: «Sbrigatevi. Andate. Lasciate ch'io qui / resti ancora a chiamare per nome ogni cosa, / () / Che qui resti ancora a guardare, e altri / attraverso il deseerto dei rami / tralucano, alberi». E subito dopo, all'inizio di Vicoli, la prima sezione del libro: «Ciascuna delle cose che non viene nominata / è per sempre perduta, mi hai detto». E ancora, più addentro, in quella successiva, L'angelo smemorato: «C'erano anche i nomi, credo / quelli che uguali diamo ad ogni cosa / e gli alberi, di cui pure dovremo / in uno dei giorni parlare». Gli alberi, come si vede già da queste poche citazioni, sono tra i protagonisti della poesia di Alziati.
Da questo compito di «chiamare per nome ogni cosa» non deriva però una ricerca del vocabolo-gemma preciso e prezioso (benché si arrivi a nominare anche il fiore del cisto o il frutto del gelso) né deriva una poetica in qualche senso magica, che riassegni alla poesia il gesto primigenio di Adamo del nominare la pluralità della creazione.





Si mantiene invece una necessità severa, che nel precedente libro dell'autrice (A compimento, Manni, 2005) conduceva alla ricerca di un preciso nome zoologico nel dizionario, «dentro l'assedio / di una notte insonne», proprio nel momento in cui si richiamavano – e si accusavano – puntuali, reali scenari di guerra.
Sentire il compimento di questa esigenza nelle parole di Come non piangenti è una prima istigazione alla gioia. La seconda sta in un altro paradosso: il mondo che i tagli di luce che queste poesie descrivono è segnato profondamente dall'instabilità, dalla labilità: ci sono ovunque – a ogni livello del testo – crolli, terremoti, guerra, cancro. Malattie sociali, malattie morali, malattie terribilmente carnali. Eppure questa fortissima presenza della morte, della malattia, dell'orrore è prima di tutto l'origine di uno slittamento rispetto alla percezione quotidiana. «Il tempo è ormai abbreviato», per tornare a Paolo: «La figura di questo mondo passa». La figura decisiva della gioia, della bellezza, pronunciata da questo libro è pertanto in stretta connessione con un'esigenza di cambiamento radicale, con la trasformazione, con la rivoluzione: «Tornerò a sciogliermi, più tardi / dentro il tempo archimedico, del mondo / presso la rosa, che non è la rosa / che è diventare una rosa».
Le forme dello scarto, dello slittamento, del cambiamento vivono anche nelle inserzioni di parole e frasi latine, dal Cantico dei cantici in primo luogo: voci che nell'intenzione di Alziati devono circolare tra i versi come un registro sovrapersonale, che può essere la voce di ciascuno e di tutti. Oppure si esprimono nell'immissione, in una dizione apparentemente piana, di lessico aulico, di forme arcaiche. Ma di poco, come nota Fabio Pusterla, che parla di un tono «leggermente solenne, ma di una solennità appena accennata». Come quella prodotta dagli iperbati e dalle ripetizioni di una delle poesie più intense, Ricapitolazione: «quando dico terra, / è disfarle, dico, la terra – è farla». D'altra parte, sempre lì, poco prima, avevamo letto: «In una notte come questa, e lontana / qualcosa mi aveva inciso nella mente / come elenchi i  nomi». Nello stesso modo doloroso, irrevocabile e decisivo «l'ago del mondo» entrava una volta per sempre nel passato originario della Partenza di Franco Fortini. Il poeta, guarda caso, che per primo riconobbe la voce di Cristina Alziati.

Gian Paolo Grattarola
mangialibri.com
2011

Uno scenario che prende corpo dal buio del dolore e della malattia: “C’era stata una stanza della diagnosi/ e un vecchio oncologo che, secca,/ la ghigliottina mi crollava sulla mente./ Non ero sola, il babbo di Sofia/ venne ferito al cuore, colpito a morte/ il poeta. Intorno, vegetazione.” Un ritratto di sé per paesaggi d’anima segnati dai grumi di una sofferenza rappresa: “Come vuoi che racconti dei mesi/ di quello straordinario inverno/ di gemme anche quassù, e sole/ fra i rami nel dicembre, quando il manto/ di neve ero io, la corteccia glabra/ lo scricchiolio del gelo nelle ossa – per quale/ voce straordinaria dirti l’inverno,/ quando l’inverno ero io?” In una continua osmosi tra momenti astratti e figurati: “E dunque sono viva e sono morta,/ ché adesso è il mio sogno la carne,/ sognarla risorta.” Tra epifanie e metamorfosi di un tempo estremo:” Io ti ho preso per mano/dal tempo senza tempo, in una infanzia. Ora/ dentro i millenni della storia stiamo/ chiari, confusi come il giglio ai campi.” Senza mai distogliere lo sguardo dalle piaghe altrettanto esacerbate della contemporaneità…
Dopo il successo ottenuto con la pubblicazione nel 2005 del suo primo libro A compimento, vincitore del Premio Internazionale di Poesia Pier Paolo Pasolini e finalista del Premio Viareggio, Cristina Alziati torna in libreria con un nuovo volume in cui, conferma le caratteristiche che hanno felicemente caratterizzato la sua cifra stilistica. 





In particolare la presa di posizione e la testimonianza di una  poesia civile che si affida a una versificazione scarna e rabbiosa, che del dato naturale ed epocale fa sentire il sangue delle trafitture e la spigolosità degli angoli.
Una poesia che, pur nascendo -  per dirla con Mario Luzi - “con le stimmate della sofferenza”, nondimeno risulta sostenuta da un’irriducibile tensione etica capace di opporre le ragioni forti della perseveranza alle note scoraggianti della sofferenza. Sono infatti commiste, nei testi che compongono anche questa nuova raccolta, le inquietudini di uno sguardo che scava nei detriti delle umane vicende, e insieme una logica lucida e visionaria che impedisce che si spenga la fiamma lancinante del nostro stupore dinanzi al mistero doloroso del mondo. Una problematica consapevolezza che trova adeguata sintesi nelle parole di Paolo di Tarso poste a titolo della silloge, e che nella trasposizione poetica diventa sublime elevazione di un martirio quotidiano. 

Sergio Rotino
Stilos.it
luglio 2012

A volte la poesia abbaglia. Accade quando il poeta ha trovato una precisione, un equilibrio quintessenziale fra quanto vuole dire e il come lo ha reso sulla pagina. E capita di rimanere abbagliati leggendo Come non piangenti, seconda prova della poetessa milanese Cristina Alziati, da anni residente a Berlino. Capita, non tanto su singoli versi, ma sulla struttura complessiva della raccolta, di cui si avverte una precisa finitezza. Sette anni distanziano questo volume da A compimento, l’esordio in solitaria, datato 2005 e pubblicato da Manni, dettando un passo in avanti per quanto riguarda la sicurezza espositiva dei testi, ma creando anche un filo rosso attraverso la ripresa di un testo lì precedentemente apparso (la prima delle “Poesie per G.”) e di «uno stesso luogo», come dichiarato per Terza lettera ad Antigone. A parte queste precisazioni, il corpus di testi che dà forma a Come non piangenti si presenta come un insieme talmente coeso, da apparire quasi inutile la sua scansione in quattro sezioni più una poesia-soglia. Il dire asciutto che li salda uno all’altro, che li porta a trasformarsi in una narrazione sì per frammenti – oltre che di accadimenti fra loro relativamente eterogenei – è forse l’elemento di tanta, avvertibile potenza, e crediamo sia anche uno degli elementi che gli hanno permesso di risultare vincitore dell’ultima edizione del premio “Achille Marazza” di Borgomanero. Dentro questa asciuttezza la parola cerca la sua veridicità, la sua giusta essenzialità, pure con qualche necessaria titubanza. Parliamo di essenzialità, ma il termine più consono a questa raccolta sembrerebbe essere “sobrietà”, ovvero l’uso di un dire temperato che mai sfiora l’alterigia, la supponenza, lasciando al contrario trasparire una giusta partecipazione emotiva: la misura necessaria, anzi, la distanza necessaria per essere vicina all’oggetto del narrare o del ragionare senza svuotarlo di significato. Il fatto che i testi siano vestiti dello stretto necessario per andare nel mondo serve a questo; ed è anche sia il modo sapienziale con cui Alziati mette in campo la descrizione dell’umanità, sia il modo necessario a guardare la sua, la nostra Storia più recente mettendola in parallelo con vicende personali. Tutto Come non piangenti è perciò leggibile, almeno in prima battuta, come una continua affermazione di quanto gli eventi individuali e collettivi – queste due entità apparentemente così distanti fra loro – non possano mai eludersi né cancellarsi vicendevolmente: lo impedisce l’intima coesione che regge entrambi. Da qui il confrontarsi con la realtà della Storia da parte dell’autrice senza volersi fare portatrice di un benché minimo intento salvifico. Una strada percorsa fino in fondo «senza pietismi o autocompiacimenti», per rubare le parole alla nota firmata da Fabio Pusterla, sia che vengano messe in campo esperienze terribili e/o private quali sono quella di un tumore (cui è dedicata la sezione emblematicamente titolata “I riccioli della chemio”) o la morte autoprocurata di un parente (A mio padre), sia che lo sguardo si focalizzi su vicende terribili e di relativo dominio della memoria pubblica internazionale.
È tragicamente bello notare su questo frangente la comprensione da parte dell’autrice di quanto la memoria storica sia, nell’umanità, particella di una labilità assoluta. Qui, nel frangente “pubblico”, appaiono le figure dei bambini; una specie di collante, che si propone non tanto di reiterare la retorica dell’innocenza del puer, quanto di dare corpo al senso di inermità verso chi attua il verbo assolutista della violenza. È una metafora chiara che, per dirne alcune, sta dietro alle figure dei piccoli suicidi di Korogocho in Notte, o alla bambina «masticata dall’interno» a causa di armi cui ancora non si riesce a dare nome in Dove giocano i bambini, o al cadavere del clandestino, che giace come cosa fra altre cose su una spiaggia italiana («“zingaro – dirà qualcuno – ma bambino…”») in Terza lettera ad Antigone. La stessa intenzione, lo stesso riferimento all’inermità dei fanciulli, al loro essere parte del mondo che li schiaccia e li plasma a sua immagine, si ritrova nel lungo arco che unisce la descrizione del piccione morto «sotto la segatura coperto per metà», nella “prosa in poesia” di Tre cartoline 2 («all’uscita da scuola nemmeno lo guardano i bambini, mentre  a una piccolissima che singhiozza più in là, se non smette di piangere la riempiranno di botte, gridano – saranno i genitori, chissà») a quell’altra degli algerini trucidati a Parigi nel 1961, che in un perfetto quanto vivido scivolamento dell’immagine si affiancano ai trucidati delle Fosse Ardeatine nel 1944 in Adesso («Sulla melma del fiume/guardo scorrere lentissimi cadaveri, /qui sotto Ponte Milvio./Ne riconosco i volti, furono assassinati/buttati morti o vivi nella Senna,/li chiamavano ratti, è ottobre, sono d’argento»).





Ma che si rammentino «l’Iraq e le bombe a base di ossido di etilene», in “Tu che hai scritto”, o il terremoto de L’Aquila ne “Il frastuono ci ha sbalzato dal sonno”, testo con un inaspettato prestito da Pavese, non vi è mai «pena beghina» nella voce che racconta e, per l’appunto, mai totale scollamento, distacco, distanza, da quanto è raccontato. Dietro la secchezza con cui vengono composte le immagini e la giustezza formale che esprimono i testi vi è anzi partecipazione, di più: coscienza del tempo che si vive tutti. Coscienza della nostra caducità di esseri umani, della nostra fallibilità, della nostra incoscienza e inumanità anche. Vi è inoltre la certezza che si deve saper riconoscere, quindi si deve dare nome a ogni cosa. Si deve cioè dare, attraverso la parola, concretezza alla rappresentazione del quanto avviene, dell’orrore che si ripete al fianco della quotidianità («Lasciate ch’io qui/resti ancora a chiamare per nome ogni cosa,/il grido la piazza l’arrotino, a ripetere/il fosforo, il fosforo, il cargo, è mattina.»), poiché «ciascuna delle cose che non viene nominata/è per sempre perduta» e perciò «resta ormai come una cecità» interna allo sguardo-filtro del testimone. Il senso di “cristianità” che si potrebbe intuire dietro molte delle composizioni presenti nella raccolta fa parte di questa coscienza, di questo riconoscere il Male perché lo si vede, perché la cecità non ha ancora debellato del tutto la capacità di vederlo e di intuire le reiterazioni delle sue forme. Anche per questo dentro Come non piangenti l’affermazione che sia necessario nominare le cose, dare loro nome affinché siano sempre presenti a noi, ai loro creatori, funziona come bordone, come informazione eterodiretta. In tutto il libro è una certezza, un faro, che non prende mai gli abiti del monito: la scrittrice sa bene che altrimenti questa funzione risulterebbe nulla.
Dunque a fare da motore è l’ambito testimoniale, quello che si palesa fin dalle prime pagine, sfrondato da eroismi o patetismi; un atto che cancella scientemente qualsivoglia canone in odore di romanticismo dal suo orizzonte, per porsi come pura necessità. Il sacrificio del documentare da parte del testimone è necessario e sentito come tale (sempre «Lasciate ch’io qui/resti ancora»), ma è anche parola d’onore data («ti è promesso, consegnerò/ciascuna delle cose») e si pone inoltre intero nell’uso dello sguardo e della voce: l’uno vede, l’altra riferisce («non ti mando una foto, ti descrivo»). L’ossessione compresa nell’avverbio “ancora” ha perciò le stimmate di una cristianità assolutamente laica, rivolta alla politica tutta, intesa come polis, come documentazione del dolore che va verso ognuno di noi, che è di ognuno di noi. Ci si trova così davanti a una fiducia, a una fede nella parola poetica, che d’altro canto è ricca di scetticismi («dentro il sedimentarsi delle piccole/cose, e delle grandi, sono/l’anima ingombra del loro farsi mute») e di pessimismi («Il mendicante, anche se giura/non verrà creduto»), una fede che comunque porta sempre con sé la ferma certezza, in tempi bui di egoismo e disperazione, di come ogni accadimento debba essere sempre condiviso. La fiducia sta in questo saper riconoscere ogni cosa, quindi nel rivitalizzare la memoria – perché legata a noi, sempre – rendendola patrimonio condiviso e non retorico. Il dimenticare sembra essere il più vero degli orrori contro cui si muove Come non piangenti e che lo illumina a ogni pagina. Etico, moralmente giusto, è il non dimenticare il dolore dato e procurato, il non cercare felicità e tranquillità attraverso l’indifferenza verso il mondo, attraverso l’abbassamento dell’evento tragico a normale, accettabile rumore di fondo. Alziati lo dice con linguaggio tendenzialmente alto eppure leggibilissimo, immerso in una compostezza pacata, capace di scavare magistralmente ancora più a fondo nel lettore e di dare nuova linfa a una poesia concretamente civile.

Scheda del libro

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