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Daniele Barbieri
guardareleggere.wordpress.com
febbraio 2012
Di Cristina Alziati e della
sovrapposizione dei tempi e delle cose
Il libro è Come non piangenti, di Cristina Alziati (Marcos y Marcos,
2011).
Sin dai primi versi del libro ci si accorge che queste poesie sono scritte
da una mano capace, e dai primi sino agli ultimi non posso fare a meno di
sentire risuonare in me l’eco del Montale di Satura, col suo accostare
ritmi e temi prosastici e quotidiani a temi e inarcature ritmiche più
tradizionalmente e drammaticamente sonore. Apprezzo molto, dopo poco,
anche un altro aspetto, cioè il fatto che, in maniera del tutto
insensibile, quasi di soppiatto, i temi della poesia civile si
accompagnano a quelli personali, pressoché senza differenza, senza cambio
di tono, senza nessuna retorica.
Non sarebbe questo, da solo, un motivo sufficiente per apprezzare questi
versi, ma è comunque un motivo di ammirazione. Diffido di solito della
poesia civile, specie quando ne condivido le ragioni, perché basta poco,
quando ci si confronta con la rabbia, l’indignazione, l’orrore, basta
poco, davvero poco per essere retorici, per farsi prendere la mano, per
trasformare la poesia in oratoria, in discorso persuasivo – mettendo
allo scoperto il gioco, rivelando l’intenzione, annullando la sorpresa,
la magia…
Qui, è invece ammirevole come l’orrore delle bombe al fosforo, dei
suicidi dei bambini, delle bombe travestite da bambole emerga sempre
all’improvviso, nel contesto di tutt’altre cose, magari più
tradizionalmente liriche, più montaliane. Non solo in questo sta la
sorpresa, il fascino di questi versi, ma certo anche in questo.
C’è un motivo che ricorre più volte nelle poesie della Alziati, quello
della contemporaneità delle epoche. Lo si ritrova, tra l’altro,
nell’ultima delle poesie riportate qui sotto, dove il male di oggi e
quello di ieri sembrano confondersi, essere lo stesso.
Ma non sono soltanto i tempi a confondersi. Benché questi componimenti
siano scritti più o meno tutti in prima persona, ci si accorge dopo un
poco a leggerli che l’io, cioè l’interiorità, non è né più né
meno protagonista del resto del mondo, dell’esteriorità. Non c’è
dunque grande differenza tra il sociale e il personale, tra la pena per il
sé e quella per il mondo. L’io, alla fin fine, è poco più che un
testimone, mentre il sé è già una parte del mondo, proprio come
l’immigrante annegato, come il bambino malato di leucemia.
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La
seconda delle poesie che riporto qui sopra appartiene a una sezione
intitolata “I riccioli della chemio”. In questa sezione si parla, con
relativo distacco, di cure ospedaliere, e di un tumore; ma sin dal primo
componimento (proprio questo) avviene il ribaltamento, e “il manto / di
neve ero io”, e “l’inverno ero io”. Di fronte a un dicembre
soleggiato è l’io lirico ad assumerne la reale identità.
D’altra parte, ancora in altri versi, l’autrice si rivela quasi non
come chi scrive, ma come chi voglia trasmettere un silenzio che le viene
dalle cose del mondo, piccole o grandi che siano – attraversata, quindi,
nemmeno da una voce, ma da quello che resta quando la voce si rifiuta.
Detto – e apprezzato – tutto questo, non siamo arrivati ancora alla
radice del perché questi versi mi colpiscono, lasciano il segno su di me.
Potrei aggiungere che c’è, certamente, il loro non cadere mai nella
banalità, nemmeno nelle banalità montaliane – non perché Montale
fosse mai banale, ma perché qualsiasi maniera, montaliana o non, finisce
prima o poi per ripetere per stanchezza qualcosa che inizialmente era
stato presente per necessità. Questo, nelle poesie della Alziati, non
succede; segno che l’eco montaliana non è epigonismo o, appunto,
maniera, bensì semmai una convergente adesione a un certo modo di
procedere.
Credo che il nocciolo del mio apprezzarle stia, alla fin fine, proprio in
un certo loro modo di accostare il quotidiano e l’aulico, nei temi come
nei ritmi. Questi ultimi, proprio come in Montale, si aggirano intorno
alle misure classiche dell’endecasillabo e del settenario, ma per
assumerle in maniera canonica solo in certi momenti risolutivi, mentre il
frequente allontanarsene introduce di continuo momenti più
quotidianamente colloquiali.
È forse in questo costante uscire e rientrare in quella che canonicamente
riconosciamo come poesia, che sta il cuore del fascino di questi versi. Un
uscire e rientrare che non permette al lettore di assestarsi in una
dimensione chiaramente riconosciuta, e lo tiene lì, sospeso tra io e
mondo, presente e eternità, endecasillabo e verso libero, dichiarazione
personale e attraversamento da parte delle cose. E queste diverse
dimensioni, su questi diversi piani, interagiscono, si intersecano, si
rispondono, ora si negano reciprocamente e ora si rafforzano.
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Enzo Golino
Il Venerdì – La Repubblica
dicembre
2011
Scorci di dolore in nome della pace
La guerra, le devastazioni provocate da micidiali strumenti di morte,
la violenza esercitata dalle istituzioni nel nome della pace sociale sono
tra i motori più attivi della poesia di Cristina Alziati (Milano
1963,studi filosofici, traduce dal tedesco e dallo spagnolo, vive a
Berlino). I primi versi ottengono consensi a largo raggio, il più alto di
Franco Fortini, attratto dalla dimensione politica della sua voce,
giudizio incluso nel libro di esordio, A compimento, Manni 2005.
Anche l'opera seconda, Come
non piangenti, - Marcos y Marcos, pp. 107, euro 14,50, nota di Fabio
Pusterla – al cospetto della belligeranza mondiale evita il pacifismo più
ovvio.
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Alziati
rappresenta eventi terribili, pubblici e privati (ad esempio un suicidio
per impiccagione), con l'ansia tranquilla che non è l'algido distacco
della resa ai fatti ma una potente fede nella parola: l'atto del nominare,
origine di ogni creazione immune da una sindrome diffusa, l'esaurimento
del linguaggio.
La natura, i bambini, gli esclusi, scorci di dolorosa autobiografia,
l'eterna conflittualità disegnano – scrittura emozionante – immagini
di forte intensività, a volte con un silenzio davvero esplosivo: «dentro
il sedimentarsi delle piccole/cose, e delle grandi, sono/l'anima ingombra
del loro farsi mute».
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Carlotta
Vissani
Rolling Stone
dicembre 2011
Esperti di poesia ve ne son pochi, lettori ancor meno, i poeti veri di
oggi si contano, come gli amici, sulle dita di una mano.
Se siete neofiti e profani del bel verso non temete, con Cristina Alziati
sarà colpo di fulmine: “I volti, potrei narrarne uno a uno. In pochi
fogli c'eravamo mia gazzella, tutti”. Ci siamo davvero tutti nella
raccolta Come non piangenti anche se si piange eccome perché la
vita è meraviglia, ma più spesso salita senza sperone roccioso cui
aggrapparsi con un'unghia. Racconta il mondo che sta dentro e fuori nello
stesso istante, lei che ai tempi ciclostilava con passione i suoi
pensieri, dona le parole che non si dicono ma che vanno pronunciate. Le
liriche si levano come preghiera, confessione, memoria, eco di cronaca
sicché ognuna «assomiglia a una scheggia del tempo, di quelle redente,
minute». Sfilano immagini d'autunno (“ho domandato alle chiome ossidate
nel giardino, è novembre. Sbrigatevi, andate”), reminiscenze di un
cancro da combattere (“ero quella faccenda di un congedo di me e da me,
che me, alla malattia sopravvissuta,
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salutasse”), il terremoto che ha colpito l'Aquila (“è l'Aquila,
rispondo, che pietra su pietra, che prima dell'alba si è piegata”), la
baraccopoli di Korogocho, periferia di Nairobi, dove i bambini si gettano
da un dirupo sopra un acquitrino (“vanno al suicidio i piccoli tenendosi
per mano, cieco grumo, ultimo amore che contro la notte ama”), il
genocidio degli ebrei incarnato dai diari citati a memora di Etty Hillesum
(“non riesco a inginocchiarmi, scrivevi e hai portato, dentro i giorni
dannati dei campi, per proteggere dio una gioia”). Attualità e sfalci
di vita personale si intrecciano tra cuore e lucido realismo, metafora
aggraziata per scelta lessicale, ma dura nel significato profondo. Belle,
necessarie, non c'è altro modo di definire l'urgenza estrinsecata in
sillabe di una donna amatissima, tra i molti, da Franco Fortini che fece
bene, 20 anni fa, a credere in lei.
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Alba
Donati
Saturno – Il Fatto Quotidiano
novembre 2011
Cristina Alziati ebbe al suo esordio una buona carta di presentazione:
Franco Fortini firmò l'introduzione alla sua prima raccolta di poesie.
Parlò di una scrittura a «denti stretti», e ne sottolineò la parte «politica»
e cioè di intervento sul visibile e sull'invisibile. Ma niente di questo
invisibile è metaforico. L'invisibile è ciò che ci sta accanto tutti i
giorni come i bambini che, nelle zone di guerra, camminano tra le mine dai
colori sgargianti e le scambiano per giocattoli. Come anche, in un'altra
poesia, i bambini che vivono a ridosso di una discarica di Naiorobi e che
cercano la morte gettandosi da un dirupo. Sfilano così, in questa poesia
compostamente classica, eroi negletti, minacciati: algerini impiccati agli
alberi del Bois de Boulogne e poi buttati nella Senna (la rattonade del
1961), corpi di cadaveri devastati da armi speciali nelle varie guerre, da
Falluja a Gaza.
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Insomma la Storia. In questa storia si
racconta anche di una chemioterapia, con i versi più belli che mi sia
capitato di sentire: «per quale/voce straordinaria dirti
l'inverno,/quando l'inverno ero io?» Perché c'è un compito che Cristina
Alziati sente come imperativo: nominare tutti, ciascuna cosa non nominata
«è per sempre perduta». È così che questo libro pazzesco, Come non
piangenti (Marcos y
Marcos), si deposita nel presente con la sua lingua strana, con una
sintassi chiara, tutta in togliere, ma al tempo stesso ricca, ornamentale.
Una lingua fatta di nomi e pronomi che girano intorno alle cose altrui per
farle proprie, eliminando il confine tra ieri e oggi, tra lontano e
vicino. La luce è fredda, a tratti livida, eppure è capace di scatenare
la sorprese del detto per la prima volta, che è poi il massimo di ogni
poesia.
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Amedeo Anelli
Il cittadino
novembre 2011
Dolore, vita e utopia nella poesia di Alziati
Come scrive Fabio Pusterla nel “retro“ copertina di Come non
piangenti, titolo dell'ultima raccolta di versi di Cristina Alziati:
«Riassume molte cose, le parole che lo compongono sono di Paolo di Tarso,
e suggeriscono contemporaneamente l'esistenza del dolore e la
relativizzazione del dolore; il male che ci accompagna e che dobbiamo
credere di poter superare; il realismo, la lucidità, ma insieme una
specie di utopia da difendere, e tutto questo con un tono leggermente
alto, leggermente solenne, ma di una solennità appena accennata».
Infatti questa della Alziati è una poesia di misura, limpidezza, potremmo
dire di “dizione” o meglio di intonazione. La materia anche di
derivazione biografica è scivolosa, a forte pericolo di debordamento, di
letterarietà: ecco che la Alziati agisce sulla narrazione, tempera i
registri, diviene sovrapersonale nella modulazione di “io” e “tu”,
diviene un'istantanea di una condizione.
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I versi sono ricchi di riferimenti
sociali e culturali in parte esplicitati nelle note, essi fanno da fondo
all'enunciazione che comunque in qualche modo si chiude su se stessa non
rimanendo mai aperta in un macrotessuto. Per tutte le poesie Ricapitolazione:
«In una notte come questa, e lontana / qualcosa mi aveva inciso nella
mente / come elenchi di nomi. Io da allora / quando chiamo la terra e la
casa / la dolcezza il pane, e dentro / c'è una notte come questa, io /
quando dico terra, / è disfarla, dico, la terra – è farla.// quando
dico mattina ed è questa / in cui guardo Sofia andare a scuola / con
altri bambini, e domando / dove saranno i bambini dei fuochi / i soldati
bambini, quando dico /mattina, e quegli altri, con i loro /
giocattoli-mina quando dico bambini».
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Antonio
Prudenzano
affaritaliani.it
novembre 2011
Marcos y Marcos, il coraggio di insistere con la poesia in un mercato dei
libri in crisi...
Quest'anno
la Marcos y Marcos di Claudia Tarolo e Marco Zapparoli ha festeggiato 30
anni di editoria indipendente. Il 3 novembre la casa editrice milanese
pubblica in contemporanea due raccolte di poesia (la riedizione di
"Pietra sangue" di Fabio Pusterla e "Come non
piangenti" di Cristina Alziati) e "La corsa dei mantelli",
l'unica prosa di Milo De Angelis.
Gli editori ad Affaritaliani.it spiegano dove trovano il coraggio di
insistere con la poesia ("...pubblicarli insieme, in edizione con
carte pregiate e grafica accurata, ci sembra il modo migliore per chiudere
in bellezza un cerchio lungo tre decenni, offrire ai lettori un segnale di
fiducia non solo nella poesia, ma nel libro tout court come strumento
ideale per godersi testi 'alti'..."), parlano dell'innamoramento per
i versi della Alziati ("...siamo stati immediatamente investiti dalla
sua purezza...) e della crisi del mercato editoriale: "Il momento è
difficile, non si può negare, anche Marcos y Marcos quest'anno ha sentito
l'incertezza del mercato, pur riuscendo a resistere nella tempesta".
Marcos y Marcos ha cominciato la sua avventura 30 anni fa pubblicando
poesia, genere letterario sempre meno considerato dal mercato dei libri
italiano.
Claudia Tarolo e Marco Zapparoli (nella foto sotto i due editori di Marcos
y Marcos, ndr), con che "coraggio" insistete proponendo
ancora poesia, e addirittura pubblicate in contemporanea (il 3 novembre)
la raccolta di Cristina Alziati, "Come non piangenti", la
riedizione di "Pietra sangue" di Fabio Pusterla e "La
corsa dei mantelli", l'unica prosa di uno dei poeti italiani
contemporanei più apprezzati dalla critica, Milo De Angelis?
"Per noi, il 2011 rappresenta l’anno della fierezza, l’anno in
cui festeggiamo la nostra indipendenza, il lavoro di anni e anni accanto
ai nostri autori. La poesia è un giacimento inesauribile di immagini,
pensieri, forze. Chi la ama la segue con una passione immutata, oggi come
trent’anni fa. La corsa dei mantelli di Milo De Angelis è uno
dei libri che più abbiamo ammirato e riletto da giovanissimi. Appena
prima che nascesse la casa editrice, ce lo siamo regalato con grande
amore. Si può immaginare cosa significhi per noi rilanciarlo oggi in
libreria in grande stile... Fabio Pusterla scrive poesie meravigliose, è
una splendida persona ed è vicino alla casa editrice da un quarto di
secolo. La riproposta di Pietra sangue si affianca perfettamente a
una pietra miliare come La corsa dei mantelli. A chiudere il
cerchio, Cristina Alziati, che per noi rappresenta la grande scoperta del
momento. Questi tre libri fanno famiglia, così come per noi la casa
editrice è davvero, soprattutto, una casa. Sottolineano il nostro amore
immutato nella forza delle parole; pubblicarli insieme, in edizione con
carte pregiate e grafica accurata, ci sembra il modo migliore per chiudere
in bellezza un cerchio lungo tre decenni, offrire ai lettori un segnale di
fiducia non solo nella poesia, ma nel libro tout court come strumento
ideale per godersi testi 'alti'. Il pubblico della poesia è fedelissimo,
e siamo certi che apprezzerà".
Cristina Alziati rappresenta una delle "nuove voci" più
interessanti della nostra poesia. Di lei hanno scritto in passato Fortini,
Siciliano, Cucchi e Raffelli, e il "vostro" Pusterla dice che
oggi "in Italia non ci sono molti poeti in grado di tenere il passo
di Cristina Alziati”. Da editori e appassionati di poesia, cosa vi
colpisce dei testi della Alziati?
"Noi non
ci sentiamo critici letterari, il nostro non è un lavoro teorico; siamo
prima di tutto lettori voraci, appassionati, onnivori. Ci piace la poesia,
da sempre, leggiamo i filosofi, ma amiamo molto anche gialli e noir; fare
l'editore significa stabilire un contatto molto fisico, quasi istintivo
con i testi. Crediamo che molti decenni di lettura 'spregiudicata' ci
abbiano trasmesso una forza primaria fondamentale: saper distinguere la
scrittura autentica, sorgiva, dalla scrittura artefatta, dalla pretenziosa
ricerca stilistica. In questo senso amiamo le parole nude, dirette, forti
di se stesse e della propria imperfezione. Forti di un messaggio
pressante, profondamente sentito. Leggendo le poesie di Cristina Alziati,
siamo stati immediatamente investiti da questa purezza. Dalla sua urgenza
di dare un nome alle cose, perché non vadano perdute; 'ultimo amore che
contro la notte ama'. Dal suo bisogno vero di prestare la propria voce
alle piccole cose che sedimentano e si fanno mute.
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Abbiamo amato il suo
sguardo limpido anche sulle cose terribili, persino quando la tragedia
riguarda proprio lei, il suo stesso corpo; forse la prova più difficile,
riuscire a rendere testimonianza sommessa e potentissima del momento in
cui si cessa di sentirsi eterni; con la precisione e la necessità del
'bisturi che da me me morente in me stagliava".
Una domanda più
generale: non è un momento facile per il mercato dei libri in Italia.
Come chiuderà il bilancio 2011 Marcos y Marcos? Siete ottimisti per il
futuro dell'editoria indipendente?
"Il momento è difficile, non si può negare; anche Marcos y Marcos
quest'anno ha sentito l'incertezza del mercato, pur riuscendo a resistere
nella tempesta. È un momento di passaggio, ma ce ne sono stati tanti:
l'importante è riconoscere, ogni volta, le tensioni positive che ci
proiettano in avanti. Nel bilancio positivo del 2011 contano molto le
centinaia di persone che hanno partecipato ai nostri incontri, che hanno
risposto con entusiasmo ai nostri modi vari di aprire le porte della casa
editrice, di far risuonare la voce e l'energia dei nostri testi anche al
di là delle pagine scritte. Ci sorregge, insomma, la convinzione di
soddisfare un bisogno essenziale: calarsi nel flusso della narrazione, che
apre la strada a incroci e collegamenti che che fanno vera rete, che
"connettono“ davvero. Il futuro della libreria dipende forse dalla
sua capacità di rappresentare sempre di più un luogo di incontro, un
terreno di scoperta; il nostro futuro di editori indipendenti dipende
dalla capacità di rispondere in modo vivo e coerente a questo desiderio
di scambio e confronto, reale e non virtuale, con un giusto tempo
rallentato, nel campo di forze del testo".
COSI' PUSTERLA SUL LIBRO DI CRISTINA ALZIATI: “La
mia impressione è questa: siamo di fronte a un’autrice vera, diversa
dai poeti ‘di moda’, potente nell’espressione, capace di condensare
in immagini lancinanti un pensiero di vasta portata, insieme lirico e, si
potrebbe quasi dire, epico, poiché sa attraversare la soggettività
individuale affilata da un’esperienza terribile (la malattia, un tumore,
di cui le poesie dicono parcamente ma chiaramente quel che si può dire,
senza pietismi o autocompiacimenti) e aprirsi a uno sguardo sugli altri,
sui sofferenti, sui minacciati, sui negati. Ne esce una poesia civile e
persino politica nel senso più ampio e più alto del termine; e basta
scorrere rapidamente le note conclusive per farsi un’idea chiara di
questo aspetto, e dell’ampiezza dello sguardo, che passa da Nairobi alle
isole Eolie, dalle Dolomiti ai romeni di Tor di Quinto, letti in
controluce con il comunicato nazista circa le Fosse Ardeatine, dai rom ai
bambini malati di cancro. Il titolo riassume molte cose; le parole che lo
compongono sono di Paolo di Tarso, e suggeriscono contemporaneamente
l’esistenza del dolore e la relativizzazione del dolore; il male che ci
accompagna e che dobbiamo credere di poter superare; il realismo, la
lucidità, ma insieme una specie di utopia da difendere; e tutto questo
con un tono leggermente alto, leggermente solenne, ma di una solennità
appena accennata. Poi, leggendo, ci si sorprende di scoprire in questi
versi una singolare commistione di realtà concreta, concretissima e
nominata senza paura, e di visionarietà. Non vedo al momento in Italia
molti poeti in grado di tenere il passo di Cristina Alziati”.
L'AUTRICE - Cristina Alziati è nata nel 1963 e ha studiato
filosofia. Il suo esordio poetico risale al 1992, quando una sua silloge,
presentata con grande convinzione da Franco Fortini, esce in
un’antologia.
Suoi versi vengono poi pubblicati in varie riviste di poesia, e lei stessa
distribuisce copie ciclostilate della sua prima raccolta poetica,
suscitando reazioni entusiastiche.
Nel 2005
pubblica il suo primo libro, A compimento (Manni), che si aggiudica
il Premio internazionale di poesia Pier Paolo Pasolini e giunge finalista
al Premio Viareggio.
Cristina Alziati vive a Berlino, traduce poesia e narrativa dal tedesco e
dallo spagnolo.
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Davide Dalmas
L'Indice
dei libri del mese
giugno 2012
Nel tempo abbreviato
È possibile che un libro di poesia dove una sezione
centrale si intitola I riccioli della chemio (e parla proprio di
quello), dove dolorosamente emergono baracche di campi nomadi demolite da
ruspe, cadaveri di assassinati, fosforo che distrugge, uranio impoverito,
giocattoli-mina, rifiuti tossici e suicidi lasci al lettore una sensazione
di gioia? In effetti la postura che il libro richiede al lettore è
indicata fin dal titolo, Come non piangenti, un riferimento al «tempo
ormai abbreviato» della prima lettera di Paolo ai Corinti, al capitolo 7:
«Da ora in poi, anche quelli che hanno moglie siano come se non
l'avessero; quelli che piangono, come se non piangessero; quelli che si
rallegrano, come se non si rallegrassero; quelli che comprano, come se non
possedessero; quelli che usano di questo mondo, come se non ne usassero,
perché la figura di questo mondo passa». Anche quando si piange, quindi,
in questa urgenza del tempo, un questo presente di appello e di
responsabilità, bisogna fare tamquam non flentes, come chi non
piange.
Di questa indicazione possiamo
ritrovare, nel libro, una necessità di contemplare con ciglio asciutto il
male per meglio individuarlo, colpirlo, per non perderne le connessioni;
ma quella paradossale sensazione di gioia che il lettore percepisce è
sprigionata probabilmente soprattutto dall'esperienza di seguire una
missione compiuta, un dovere realizzato. Compito e senso della poesia –
e in modo particolarmente intenso di questa poesia – è nominare le
cose, chiamarle con il loro vero, giusto nome. E qui questo compito assume
proprio la forma di una chiamata, un incarico che viene da fuori: subito,
sul bordo del libro, alla sua apertura: «Sbrigatevi. Andate. Lasciate
ch'io qui / resti ancora a chiamare per nome ogni cosa, / (…)
/ Che qui resti ancora a guardare, e altri / attraverso il deseerto dei
rami / tralucano, alberi». E subito dopo, all'inizio di Vicoli, la
prima sezione del libro: «Ciascuna delle cose che non viene nominata / è
per sempre perduta, mi hai detto». E ancora, più addentro, in quella
successiva, L'angelo smemorato: «C'erano anche i nomi, credo /
quelli che uguali diamo ad ogni cosa / e gli alberi, di cui pure dovremo /
in uno dei giorni parlare». Gli alberi, come si vede già da queste poche
citazioni, sono tra i protagonisti della poesia di Alziati.
Da
questo compito di «chiamare per nome ogni cosa» non deriva però una
ricerca del vocabolo-gemma preciso e prezioso (benché si arrivi a
nominare anche il fiore del cisto o il frutto del gelso) né deriva una
poetica in qualche senso magica, che riassegni alla poesia il gesto
primigenio di Adamo del nominare la pluralità della creazione.
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Si mantiene invece una necessità severa, che nel precedente libro
dell'autrice (A compimento, Manni, 2005) conduceva alla ricerca di
un preciso nome zoologico nel dizionario, «dentro l'assedio / di una
notte insonne», proprio nel momento in cui si richiamavano – e si
accusavano – puntuali, reali scenari di guerra.
Sentire il compimento di questa esigenza nelle parole di Come non
piangenti è una prima istigazione alla gioia. La seconda sta in un altro
paradosso: il mondo che i tagli di luce che queste poesie descrivono è
segnato profondamente dall'instabilità, dalla labilità: ci sono ovunque
– a ogni livello del testo – crolli, terremoti, guerra, cancro.
Malattie sociali, malattie morali, malattie terribilmente carnali. Eppure
questa fortissima presenza della morte, della malattia, dell'orrore è
prima di tutto l'origine di uno slittamento rispetto alla percezione
quotidiana. «Il tempo è ormai abbreviato», per tornare a Paolo: «La
figura di questo mondo passa». La figura decisiva della gioia, della
bellezza, pronunciata da questo libro è pertanto in stretta connessione
con un'esigenza di cambiamento radicale, con la trasformazione, con la
rivoluzione: «Tornerò a sciogliermi, più tardi / dentro il tempo
archimedico, del mondo / presso la rosa, che non è la rosa / che è
diventare una rosa».
Le forme dello scarto, dello slittamento, del cambiamento vivono anche
nelle inserzioni di parole e frasi latine, dal Cantico dei cantici
in primo luogo: voci che nell'intenzione di Alziati devono circolare tra i
versi come un registro sovrapersonale, che può essere la voce di ciascuno
e di tutti. Oppure si esprimono nell'immissione, in una dizione
apparentemente piana, di lessico aulico, di forme arcaiche. Ma di poco,
come nota Fabio Pusterla, che parla di un tono «leggermente solenne, ma
di una solennità appena accennata». Come quella prodotta dagli iperbati
e dalle ripetizioni di una delle poesie più intense, Ricapitolazione: «quando
dico terra, / è disfarle, dico, la terra – è farla». D'altra parte,
sempre lì, poco prima, avevamo letto: «In una notte come questa, e
lontana / qualcosa mi aveva inciso nella mente / come elenchi i
nomi». Nello stesso modo doloroso, irrevocabile e decisivo «l'ago
del mondo» entrava una volta per sempre nel passato originario della Partenza
di Franco Fortini. Il poeta, guarda caso, che per primo riconobbe la voce
di Cristina Alziati.
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Gian
Paolo Grattarola
mangialibri.com
2011
Uno scenario che prende corpo dal buio del dolore e della malattia:
“C’era stata una stanza della diagnosi/ e un vecchio oncologo che,
secca,/ la ghigliottina mi crollava sulla mente./ Non ero sola, il babbo
di Sofia/ venne ferito al cuore, colpito a morte/ il poeta. Intorno,
vegetazione.” Un ritratto di sé per paesaggi d’anima segnati dai
grumi di una sofferenza rappresa: “Come vuoi che racconti dei mesi/ di
quello straordinario inverno/ di gemme anche quassù, e sole/ fra i rami
nel dicembre, quando il manto/ di neve ero io, la corteccia glabra/ lo
scricchiolio del gelo nelle ossa – per quale/ voce straordinaria dirti
l’inverno,/ quando l’inverno ero io?” In una continua osmosi tra
momenti astratti e figurati: “E dunque sono viva e sono morta,/ ché
adesso è il mio sogno la carne,/ sognarla risorta.” Tra epifanie e
metamorfosi di un tempo estremo:” Io ti ho preso per mano/dal tempo
senza tempo, in una infanzia. Ora/ dentro i millenni della storia stiamo/
chiari, confusi come il giglio ai campi.” Senza mai distogliere lo
sguardo dalle piaghe altrettanto esacerbate della contemporaneità…
Dopo il successo ottenuto con la pubblicazione nel 2005 del suo primo
libro A compimento,
vincitore del Premio Internazionale di Poesia Pier Paolo Pasolini e
finalista del Premio Viareggio, Cristina Alziati torna in libreria con un
nuovo volume in cui, conferma le caratteristiche che hanno felicemente
caratterizzato la sua cifra stilistica.
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In particolare la presa di
posizione e la testimonianza di una poesia civile che si affida a
una versificazione scarna e rabbiosa, che del dato naturale ed epocale fa
sentire il sangue delle trafitture e la spigolosità degli angoli.
Una poesia che,
pur nascendo - per dirla con Mario Luzi - “con le stimmate della
sofferenza”, nondimeno risulta sostenuta da un’irriducibile tensione
etica capace di opporre le ragioni forti della perseveranza alle note
scoraggianti della sofferenza. Sono infatti commiste, nei testi che
compongono anche questa nuova raccolta, le inquietudini di uno sguardo che
scava nei detriti delle umane vicende, e insieme una logica lucida e
visionaria che impedisce che si spenga la fiamma lancinante del nostro
stupore dinanzi al mistero doloroso del mondo. Una problematica
consapevolezza che trova adeguata sintesi nelle parole di Paolo di Tarso
poste a titolo della silloge, e che nella trasposizione poetica diventa
sublime elevazione di un martirio quotidiano.
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Sergio
Rotino
Stilos.it
luglio 2012
A
volte la poesia abbaglia. Accade quando il poeta ha trovato una
precisione, un equilibrio quintessenziale fra quanto vuole dire e il come
lo ha reso sulla pagina. E capita di rimanere abbagliati leggendo Come
non piangenti, seconda prova della poetessa milanese Cristina Alziati,
da anni residente a Berlino. Capita, non tanto su singoli versi, ma sulla
struttura complessiva della raccolta, di cui si avverte una precisa
finitezza. Sette anni distanziano questo volume da A compimento,
l’esordio in solitaria, datato 2005 e pubblicato da Manni, dettando un
passo in avanti per quanto riguarda la sicurezza espositiva dei testi, ma
creando anche un filo rosso attraverso la ripresa di un testo lì
precedentemente apparso (la prima delle “Poesie per G.”) e di «uno
stesso luogo», come dichiarato per Terza lettera ad Antigone. A
parte queste precisazioni, il corpus di testi che dà forma a Come non
piangenti si presenta come un insieme talmente coeso, da apparire
quasi inutile la sua scansione in quattro sezioni più una poesia-soglia.
Il dire asciutto che li salda uno all’altro, che li porta a trasformarsi
in una narrazione sì per frammenti – oltre che di accadimenti fra loro
relativamente eterogenei – è forse l’elemento di tanta, avvertibile
potenza, e crediamo sia anche uno degli elementi che gli hanno permesso di
risultare vincitore dell’ultima edizione del premio “Achille Marazza”
di Borgomanero. Dentro questa asciuttezza la parola cerca la sua veridicità,
la sua giusta essenzialità, pure con qualche necessaria titubanza.
Parliamo di essenzialità, ma il termine più consono a questa raccolta
sembrerebbe essere “sobrietà”, ovvero l’uso di un dire temperato
che mai sfiora l’alterigia, la supponenza, lasciando al contrario
trasparire una giusta partecipazione emotiva: la misura necessaria, anzi,
la distanza necessaria per essere vicina all’oggetto del narrare o del
ragionare senza svuotarlo di significato. Il fatto che i testi siano
vestiti dello stretto necessario per andare nel mondo serve a questo; ed
è anche sia il modo sapienziale con cui Alziati mette in campo la
descrizione dell’umanità, sia il modo necessario a guardare la sua, la
nostra Storia più recente mettendola in parallelo con vicende personali.
Tutto Come non piangenti è perciò leggibile, almeno in prima
battuta, come una continua affermazione di quanto gli eventi individuali e
collettivi – queste due entità apparentemente così distanti fra loro
– non possano mai eludersi né cancellarsi vicendevolmente: lo impedisce
l’intima coesione che regge entrambi. Da qui il confrontarsi con la
realtà della Storia da parte dell’autrice senza volersi fare portatrice
di un benché minimo intento salvifico. Una strada percorsa fino in fondo
«senza pietismi o autocompiacimenti», per rubare le parole alla nota
firmata da Fabio Pusterla, sia che vengano messe in campo esperienze
terribili e/o private quali sono quella di un tumore (cui è dedicata la
sezione emblematicamente titolata “I riccioli della chemio”) o la
morte autoprocurata di un parente (A mio padre), sia che lo
sguardo si focalizzi su vicende terribili e di relativo dominio della
memoria pubblica internazionale.
È tragicamente bello notare su questo frangente la comprensione da parte
dell’autrice di quanto la memoria storica sia, nell’umanità,
particella di una labilità assoluta. Qui, nel frangente “pubblico”,
appaiono le figure dei bambini; una specie di collante, che si propone non
tanto di reiterare la retorica dell’innocenza del puer, quanto
di dare corpo al senso di inermità verso chi attua il verbo assolutista
della violenza. È una metafora chiara che, per dirne alcune, sta dietro
alle figure dei piccoli suicidi di Korogocho in Notte, o alla
bambina «masticata dall’interno» a causa di armi cui ancora non si
riesce a dare nome in Dove giocano i bambini, o al cadavere del
clandestino, che giace come cosa fra altre cose su una spiaggia italiana («“zingaro
– dirà qualcuno – ma bambino…”») in Terza lettera ad
Antigone. La stessa intenzione, lo stesso riferimento all’inermità
dei fanciulli, al loro essere parte del mondo che li schiaccia e li plasma
a sua immagine, si ritrova nel lungo arco che unisce la descrizione del
piccione morto «sotto la segatura coperto per metà», nella “prosa in
poesia” di Tre cartoline 2 («all’uscita da scuola nemmeno lo
guardano i bambini, mentre a una piccolissima che singhiozza più in
là, se non smette di piangere la riempiranno di botte, gridano –
saranno i genitori, chissà») a quell’altra degli algerini trucidati a
Parigi nel 1961, che in un perfetto quanto vivido scivolamento
dell’immagine si affiancano ai trucidati delle Fosse Ardeatine nel 1944
in Adesso («Sulla melma del fiume/guardo scorrere lentissimi
cadaveri, /qui sotto Ponte Milvio./Ne riconosco i volti, furono
assassinati/buttati morti o vivi nella Senna,/li chiamavano ratti, è
ottobre, sono d’argento»).
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Ma che si rammentino «l’Iraq e le
bombe a base di ossido di etilene», in “Tu che hai scritto”, o il
terremoto de L’Aquila ne “Il frastuono ci ha sbalzato dal sonno”,
testo con un inaspettato prestito da Pavese, non vi è mai «pena beghina»
nella voce che racconta e, per l’appunto, mai totale scollamento,
distacco, distanza, da quanto è raccontato. Dietro la secchezza con cui
vengono composte le immagini e la giustezza formale che esprimono i testi
vi è anzi partecipazione, di più: coscienza del tempo che si vive tutti.
Coscienza della nostra caducità di esseri umani, della nostra fallibilità,
della nostra incoscienza e inumanità anche. Vi è inoltre la certezza che
si deve saper riconoscere, quindi si deve dare nome a ogni cosa. Si deve
cioè dare, attraverso la parola, concretezza alla rappresentazione del
quanto avviene, dell’orrore che si ripete al fianco della quotidianità
(«Lasciate ch’io qui/resti ancora a chiamare per nome ogni cosa,/il
grido la piazza l’arrotino, a ripetere/il fosforo, il fosforo, il cargo,
è mattina.»), poiché «ciascuna delle cose che non viene nominata/è
per sempre perduta» e perciò «resta ormai come una cecità» interna
allo sguardo-filtro del testimone. Il senso di “cristianità” che si
potrebbe intuire dietro molte delle composizioni presenti nella raccolta
fa parte di questa coscienza, di questo riconoscere il Male perché lo si
vede, perché la cecità non ha ancora debellato del tutto la capacità di
vederlo e di intuire le reiterazioni delle sue forme. Anche per questo
dentro Come non piangenti l’affermazione che sia necessario
nominare le cose, dare loro nome affinché siano sempre presenti a noi, ai
loro creatori, funziona come bordone, come informazione eterodiretta. In
tutto il libro è una certezza, un faro, che non prende mai gli abiti del
monito: la scrittrice sa bene che altrimenti questa funzione risulterebbe
nulla.
Dunque a fare da motore è l’ambito testimoniale, quello che si palesa
fin dalle prime pagine, sfrondato da eroismi o patetismi; un atto che
cancella scientemente qualsivoglia canone in odore di romanticismo dal suo
orizzonte, per porsi come pura necessità. Il sacrificio del documentare
da parte del testimone è necessario e sentito come tale (sempre «Lasciate
ch’io qui/resti ancora»), ma è anche parola d’onore data («ti è
promesso, consegnerò/ciascuna delle cose») e si pone inoltre intero
nell’uso dello sguardo e della voce: l’uno vede, l’altra riferisce («non
ti mando una foto, ti descrivo»). L’ossessione compresa nell’avverbio
“ancora” ha perciò le stimmate di una cristianità assolutamente
laica, rivolta alla politica tutta, intesa come polis, come
documentazione del dolore che va verso ognuno di noi, che è di ognuno di
noi. Ci si trova così davanti a una fiducia, a una fede nella
parola poetica, che d’altro canto è ricca di scetticismi («dentro il
sedimentarsi delle piccole/cose, e delle grandi, sono/l’anima ingombra
del loro farsi mute») e di pessimismi («Il mendicante, anche se
giura/non verrà creduto»), una fede che comunque porta sempre con sé la
ferma certezza, in tempi bui di egoismo e disperazione, di come ogni
accadimento debba essere sempre condiviso. La fiducia sta in questo saper
riconoscere ogni cosa, quindi nel rivitalizzare la memoria – perché
legata a noi, sempre – rendendola patrimonio condiviso e non retorico.
Il dimenticare sembra essere il più vero degli orrori contro cui si muove
Come non piangenti e che lo illumina a ogni pagina. Etico,
moralmente giusto, è il non dimenticare il dolore dato e procurato, il
non cercare felicità e tranquillità attraverso l’indifferenza verso il
mondo, attraverso l’abbassamento dell’evento tragico a normale,
accettabile rumore di fondo. Alziati lo dice con linguaggio
tendenzialmente alto eppure leggibilissimo, immerso in una compostezza
pacata, capace di scavare magistralmente ancora più a fondo nel lettore e
di dare nuova linfa a una poesia concretamente civile.
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