JosÉ PABLO Feinmann

Cinebrivido

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Angelo Orlando Meloni, Stilos, ottobre 2010
Cristina Marra, milanonera.hotmag.me, settembre 2010

Irene Bignardi, Il Venerdì, settembre 2010

Cristina Marra,
La Riviera, luglio 2010

Ugo Perugini, Il Mirino, luglio 2010

Francesco Troiano, La Stampa - TuttoLibri, maggio 2010

Camilla Cannarsa, librisulibri.it, maggio 2010  
Cristina Marra, strill.it, maggio 2010


pareri dei librai

Beppe Marchetti, Libreria Massena 28, Torino

 

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Irene Bignardi
Il Venerdì di Repubblica
settembre 2010

Dalla patria di Borges un romanzo per cinefili

Nell’invasione di gialli e mistery di ogni nazionalità – dagli scandinavi di mondiale successo ai giapponesi annunciati per la prossima stagione – mancava l’America Latina: a meno che non si voglia considerare un mistery (ma in qualche misura lo è) il bel romanzo di Alberto Manguel Tutti gli uomini sono bugiardi. Dalla terra di Manguel e del suo nume Jorge Luis Borges arriva ora un mistery bizzarro, nato come miniserie televisiva e nutrito di cinema, Cinebrivido, di José Pablo Feinmann (Marcos y Marcos, pp. 391, euro 11,50). Inutile dire che al centro della vicenda c’è l’inevitabile serial killer (dove sono finiti gli assassini una tantum di un tempo?). Ma il divertimento di questo libro di non grandi pretese sta nell’ossessione cinematografica che lo percorre e che ci offre alcuni succosi intervalli cinematografici.
Naturalmente, nella patria di Borges, non si può non pensare in grande: 

 





e Feinmann, da professore di filosofia qual è, racconta di Fernando Castelli, cinefilo accanito e commesso in una piccola videoteca, che sogna di vedere al cinema la più grande storia vera mai raccontata, conducendo lui stesso i fili del destino. Come sulle canzoni in Parole, parole, parole di Resnais, qui l’esperienza di ogni giorno si modella sul cinema. E lungo il percorso della serie degli assassinii che il libro racconta con humor, incontriamo Alfred Hitchcock e Psycho (i cui meccanismi vengono smontati e rimontati con sapienza), Un anno vissuto pericolosamente e Susanna, «la migliore commedia di tutti i tempi» (in gara, secondo noi, con Vogliamo vivere! di Lubitsch, e con A qualcuno piace caldo), Fritz Lang con le complesse verità di L’alibi era perfetto («Che bella storia, è di Borges?» chiede un’ingenua nazionalistica amica) e Lawrence d’Arabia che ci ricorda come «nulla è scritto».
Ma preparatevi soprattutto a dei veri interrogatori cinefili. Chi muore d’infarto mentre gioca con il nipotino? Chi guardava Farley Granger , invece di guardare la partita di tennis? Chi uccideva Barbara Stanwyck dopo averle detto «Addio bambina»? Vedete alle pagine 157 e 191.
Cristina Marra 
La Riviera

luglio 2010

La suspense e il pathos di hitchcockiana memoria ritornano nel cine-romanzo dello scrittore argentino José Pablo Feinmann. Insegnante di filosofia e cultore delle produzioni cinematografiche hollywoodiane della Golden Age,  in “Cinebrivido” (Marcos y Marcos, pag.391, euro 11,50), Feinmann, riprende scene, dialoghi memorabili, ambientazioni di film famosi e li inserisce in un  plot degno di un thriller “d’annata”. Ambientato nella Buenos Aires degli anni Novanta, “città maledetta, umida dove poteva accadere tutto ma in realtà non accadeva mai niente”, il romanzo ne fa emergere il contesto socio-culturale confrontandolo con il mito del cinema americano.

Il protagonista è il cineamatore Fernando Castelli. Commesso nella videoteca “Il bacio della morte”, dove consiglia i suoi film preferiti e sopporta “male gli ignoranti, i passatisti, quelli che chiedevano film classici solo se in versione colonizzata”, è anche  impiegato alla casa di produzione e distribuzione cinematografica Todofilm con la doppia mansione di archivista e addetto a servire il caffè alle riunioni di direzione. Il suo passatempo è preparare domande per cinefili e consigliare i grandi film d’autore ai suoi due clienti preferiti: il giovane e malintenzionato Ricky Mintone e l’ispettore Colombres, detective privato, che “due o tre volte al mese, noleggiava Casablanca. Un’abitudine che ne aveva indotta un’altra:quella di portare, con la pioggia o con il sole, un impermeabile alla Bogart”.Fernando Castelli ha un rapporto conflittuale con la madre, Clara, una sorta di signora Bates di “Psycho”, film cult che Fernando guarda continuamente per cogliere le tecniche del regista. 





Il suo sogno è scrivere la sceneggiatura tanto desiderata dalla produttrice americana Greta Toland: “una true story. Una storia vera, realmente accaduta, oppure, meglio ancora, che sta accadendo”. Quel desiderio suggellato da una promessa diventa per Fernando “il suo passaporto per l’inferno o la sua scala per il paradiso”. Assume l’identità di Van Gogh, uno spietato serial killer che uccide per poi sceneggiare le sue imprese omicide, consigliato e spronato dalla malefica presenza di Jack lo Squartatore che compare nella sua vita come un alter ego.

Gli omicidi seriali riempiono le pagine dei giornali e diventano la notizia di punta dei tg e il commissario Pietri, tronfio dei suoi successi professionali, è incaricato del caso e non si sottrae al caos mediatico, “apparire in tv, sui giornali, voleva dire esistere. E Pietri amava  quell’esistenza”. Tutti i personaggi di Feinmann rimangono coinvolti nel caso degli omicidi e man mano che le vittime cadono sotto i colpi di rasoio di Fernando prende corpo la sceneggiatura. Colombres “bohémien e smidollato” ama “troppo il cinema e beve whisky impossibile” ed ha una relazione con una ragazza che potrebbe essere sua figlia, eppure è “il miglior investigatore di questo paese” prende parte attiva alle indagini e punta a scoprire il colpevole. Feinmann con uno stile tagliente e rapido mescola la  realtà con la  finzione cinematografica e quest’ultima interferisce con le esistenze dei personaggi, si insinua nelle loro scelte o offre lo spunto per attualizzare o rendere reali scene o interpretazioni memorabili. Ironico e a volte comico, l’autore in “Cinebrivido” celebra il grande cinema d’autore e i mitici film hollywoodiani e li usa per svelare i tratti peculiari di una società sopraffatta e spesso vittima dei modelli di riferimento sbagliati o distorti.

 

 

Ugo Perugini
Il Mirino
luglio 2010

Cinebrivido: un serial killer poco serio

Si legge in fretta e con gusto il romanzo di José Pablo Feinmann “Cinebrivido”. Le vicende dell’assassino seriale, appassionato cinefilo e costretto a uccidere per avere successo come sceneggiatore di film, sono grottesche e immerse in un’atmosfera quasi surreale. Ma l’Argentina, sul cui sfondo è ambientata la vicenda, non è molto lontana dall’Italia di oggi: le deformazioni dei media, il ruolo aberrante della televisione, con i suoi dibattiti assurdi, i protagonisti - nel bene e nel male - che tutto fanno pur di apparire, stupire, scandalizzare, con il potere sempre pronto a sfruttare per i suoi fini gli istinti meno nobili della gente, il tutto immerso in un generalizzato clima di immoralità. Anche per questi aspetti, il romanzo è godibile, anche se lascia l’amaro in bocca.

 

 

Angelo Orlando Meloni
Stilos
ottobre 2010 


Jack lo Squartatore per compagno e reo

Marcos y Marcos ripropone dell’argentino José Pablo Feinmann, docente di filosofia e scrittore, Cinebrivido.  Il romanzo narra con brio di Fernando, sceneggiatore fallito che alla soglia dei trent’anni e dei primi fallimentari bilanci esistenziali, evoca da un altrove che puzza di zolfo nientemeno che l’ombra di Jack lo Squartatore. L’accoppiata Jack the ripper-sceneggiatore fallito ha tutte le carte in regola per dare il via a una terribile scia di sangue. Ma per fortuna questo non è un cupo thriller parapsicologico dove tutti si prendono sul serio, ma è un libro brillante, a tratti smaccatamente comico. A ciò si aggiunge una sgangherata galleria di personaggi che fanno da contraltare a Fernando e al suo folle piano: intortata fortunosamente Greta, una produttrice americana, Fernando avrà la sua chance di scrivere u film, e sarà, dannazione, una “true story”, come vuole, anzi, esige la ricchissima Greta. L’impressione è che Feinmann, tra una gag e un omicidio, ci abbia scagliati con il sorriso sulle labbra in un abisso, l’abisso di quella contemporaneità abbagliata dal miraggio del successo; e che al fondo di questo abisso siamo sprofondati in un salotto tv ad assistere obbligatoriamente a un reality show.

 

Francesco Troiano
La Stampa - TuttoLibri

maggio 2010

Ecco un trittico narrativo incentrato sulla settima arte, dove l’amore per le immagini si fa piacere della scrittura.

Toni appassionati e al tempo stesso sottilmente cinefili caratterizzano Baci da cinema di Eric Fottorino, direttore di Le Monde, con alle spalle una ventina di volumi, tra romanzi e saggi, ospite del Salone di Torino. A muovere le fila della narrazione - di cui già in corso un adattamento per il grande schermo - è un avvocato quarantenne, Gilles Hector, alla ricerca della mamma a lui ignota e negata: un’attrice con cui suo padre - direttore della fotografia di alcuni capi d’opera della Nouvelle Vogue - ebbe una liaison, conclusasi in maniera misteriosa. Durante la proiezione de Gli amanti di Louis Malle, Gilles s’imbatte in una giovane donna lieve, enigmatica e molto sposata, Mayliss De Carlo, capace d’ispirargli la voglia d’amare e la morte che a volte accompagna questa voglia.
Analisi delle intermittenze del cuore e delle derive della passione, trattatello sulla rêverie e sulla memoria, Baci da cinema è pure, dietro ai sorrisi e agli sguardi fissati in celluloide di Anna Karina, Jean Seberg e Jeanne Moreau, un omaggio alla stagione della Nouvelle Vogue affettuoso e sentito: aggettivi adoperabili parimenti per la scrittura, a proprio agio nel descrivere - con brio ed eleganza - le indagini di questo «Maigret metafisico che pedina le sue origini».

Un antieroe solitario,che ricava conforto solamente quando John Wayne uccide tre uomini in Ombre rosse o il gattino trova Orson Wells ne Il terzo uomo, è al centro di L’uomo che andava al cinema, romanzo di Walker Percy del 1961, appena ristampato. Binx Bolling vive «nel gran cesso dell’umanesimo scientifico, dove i bisogni sono soddisfatti, dove ognuno diventa uno qualsiasi, una persona calorosa e creativa, e prospera come una scarafaggio stercorario»: egli s’aggira per le via di New Orleans come uno spettro o un perenne straniero, rifuggendo gli altri, mosso da minute pulsioni (il didietro delle ragazze) e da una metodica passione, il cinema. 

 

 

 


Apprezzato da Peter Andke che, traducendolo in tedesco, affermava le proprie affinità con Binx, il libro è ormai un piccolo classico e il protagonista è un personaggio del tutto contemporaneo nel proprio smarrimento, cui trova rifugio nel cinema che «lo rende felice anche quando proiettano un brutto film», in quelle sale «dove la felicità costa così poco». Vincitore, all’epoca della sua uscita, del National Book Award, L’uomo che andava al cinema lascia scorrere in trasparenza il ritratto del proprio autore, temperamento introverso e sensibile, un’esistenza segnata dalla malattia e vissuta sotto il gravame del suicidio paterno.

È alquanto peculiare pure la figura che campeggia in Cinebrivido dell’argentino José Pablo Feinmann, autore prolifico - da Últimos días de la víctima (1979) a La sombra de Heidegger (2004) - quanto assai difficilmente incasellabile. È una sorta di bizzarro divertissement del brivido scritto nel 1994 (e nel nostro paese apparso, per la prima volta, nel 1998). Fernando Castelli, cinefilo bramoso di diventare soggettista, ha tanto desiderio di scrivere una storia vera che s’affanna con ogni mezzo a farla realmente accadere: vessato dalla madre («incuteva più paura di Hackman»), egli ricava ispirazione da un particolarissimo consigliere, Jack lo Squartatore, che gli dà suggerimenti singolari ed alquanto sinistri («è giusto ammazzare un cattivo traduttore»), mentre l’ispettore Colombres - troppo scaltro per non comprendere chi si celi sotto le vesti del serial killer che si fa chiamare Van Gogh - cerca di manipolare le cose per recuperare l’amore della propria vita, una ragazza esuberante dalle ambigue tendenze sessuali. Costruito a guisa di un film, appositamente rendendo labile il confine tra quel che al protagonista accade e  quanto invece egli fantastica, Cinebrivido pare voler parafrasare uno dei massimi esiti di Luis Buñuel, Ensayo de un crimen (1955), in cui il giovane messicano altoborghese Archibaldo de la Cruz, ossessionato dall’idea di dover assassinare delle donne, ipotizza omicidi «per caso» senza commetterli.

Cristina Marra
strill.it

maggio 2010

I brividi e la suspense del cinema si fanno romanzo in Cinebrivido dello scrittore argentino José Pablo Feinmann. Appassionato cultore delle produzioni cinematografiche hollywoodiane della Golden Age, Feinmann nel suo romanzo riprende scene, momenti, dialoghi memorabili, ambientazioni di film famosi e li inserisce nel plot dalle forti tinte gialle. Una trama al limite tra la fiction cinematografica e la realtà, in cui emergono anche la realtà socio culturale degli anni Novanta di Buenos Aires e il mito del cinema americano. Il protagonista è Fernando Castelli, un cineamatore e ammiratore dei grandi registi americani. Fa due lavori: commesso nella videoteca “Il bacio della morte”, dove consiglia i suoi film preferiti e sopporta “male gli ignoranti, i passatisti, quelli che chiedevano film classici solo se in versione colonizzata”, e impiegato alla casa di produzione e distribuzione cinematografica Todofilm con la doppia mansione di archivista e addetto a servire il caffè alle riunioni di direzione. Tra i suoi clienti più apprezzati c’è il giovane Ricky, a cui Fernando inculca l’amore per il grande cinema e l’ispettore Colombres, detective privato, che “due o tre volte al mese, noleggiava Casablanca. Un’abitudine che ne aveva indotta un’altra:quella di portare, con la pioggia o con il sole, un impermeabile alla Bogart”. Se la vita privata di Colombres è movimentata dalla relazione con la giovane e insaziabile Nelly, “dalla bellezza selvatica, primitiva, immediata, un po’ procace e incontenibilmente sensuale della ragazze di periferia”, Fernando Castelli ha un rapporto conflittuale con la madre, Clara, una sorta di signora Bates di hitchcockiana memoria, in soprappeso bloccata su una sedia a rotella che lo punzecchia e lo disprezza. Fernando che guarda continuamente “Psycho” per carpire i segreti e le tecniche del regista, sogna di scrivere una sceneggiatura da proporre a Greta Toland, produttrice americana. L’occasione si presenta e Fernando le propone di scrivere ciò che lei desidera: “una true story. Una storia vera, realmente accaduta, oppure, meglio ancora, che sta accadendo”. 

 





Quella promessa diventa per Fernando “il suo passaporto per l’inferno o la sua scala per il paradiso”. Assume l’identità di Van Gogh, uno spietato serial killer che uccide per poi sceneggiare le sue imprese omicide, consigliato e spronato dalla malefica presenza di Jack lo Squartatore che compare nella sua vita come un alter ego. In una Buenos Aires che “riservava poche sorprese genuine e troppe curiosità prive di contenuto”, Fernando fa spesso ricorso al suo passatempo preferito: domande per cinefili a cui risponde brillantemente in cui sorta di sfida con se stesso. Gli omicidi seriali riempiono le pagine dei giornali e diventano la notizia di punta dei tg, anzi fanno la fortuna delle piccole emittenti private. Politica, opinione pubblica, mass media sono scossi dagli eventi e il commissario Pietri, tronfio e sfacciatamente orgoglioso dei suoi successi professionali, è incaricato del caso e non si sottrae al caos mediatico, “apparire in tv, sui giornali, voleva dire esistere. E Pietri amava  quell’esistenza”. Realtà e finzione in Cinebrivido si rincorrono e si susseguono coinvolgendo le vite dei personaggi principali. Ogni scena realmente accaduta diventa parte della sceneggiatura che prende corpo man mano che le vittime cadono sotto i colpi di rasoio di Fernando. Anche la finzione cinematografica interferisce con le loro vite, si insinua nelle loro scelte o offre lo spunto per attualizzare o rendere reali scene o interpretazioni memorabili. Pietri, sempre più attratto dalla fama, non riesce a progredire con le indagini, mentre Colombres, seppur sconvolto da problemi sentimentali, procede verso la pista giusta. Feinmann, con profondo rispetto verso il cinema e con una sottile ironia che spesso sfocia nella comicità, mescola abilmente finzione cinematografica con la realtà e viceversa creando un romanzo-sceneggiature  che, pur celebrando il grande cinema d’autore e i mitici film hollywoodiani, li usa per svelare i tratti peculiari di una società sopraffatta e spesso vittima dei modelli di riferimento sbagliati o distorti. Con Feinmann la realtà riesce a superare la fantasia cinematografica o al contrario a non eguagliarla, ma dove finisce la fiction e dove inizia la realtà?

Camilla Cannarsa
librisulibri.it
maggio 2010

Mi piace mi piace mi piace. La casa editrice Marcos y Marcos mi piace. Da morire. Perché pubblica sempre libri originali, autori straordinari e storie incredibili. E mi piace.
In questi giorni sto leggendo Cinebrivido di Josè Pablo Feinmann. Voi conoscete Feinmann? Io no, non lo conoscevo, ma la notte mi tiene sveglia dalle due alle tre ore e tanto basta per farmelo adorare.
Cinebrivido è la storia di Fernando Castello, aspirante sceneggiatore che lavora come tuttofare in una casa di produzione e come commesso in una videoteca. Ha una madre orribile, un amico di nome Ricky, un altro che fa l’ispettore e una passione smodata per il cinema con la c maiuscola.
Il suo sogno di scrivere una sceneggiatura coi controfiocchi sembra realizzarsi quando una delle produttrici più affascinanti e famose del mondo, Miss Toland, pronuncia il suo verdetto: il cinema ha bisogno di una storia vera, di una sceneggiatura che si basi su omicidi reali.
Fernando ne approfitta e passando per un mezzo scemo o mezzo genio (Miss Toland deve ancora decidere) si butta a capofitto in questa tragicomica avventura.
Divertentissimo, arguto e piacevolissimo. Cinebrivido piacerebbe anche a chi non ha una grande passione per la lettura. E non solo perché Feinmann è bravissimo nel descrivere fatti e personaggi, ma anche perché MarcosyMarcos ha questa bella collana, MiniMarcos, che “tascabilizza” i libri e li rende più leggeri.

In tutti i sensi.

 

Cristina Marra
milanonera.hotmag.me 
settembre 2010 

Con Cinebrivido dello scrittore argentino Josè Pablo Feinmann la suspense ed i brividi del cinema hollywoodiano dell’età d’oro diventano romanzo.
Il plot, al limite tra fiction cinematografica e realtà, ruota intorno al protagonista: il cineamatore Fernando Castelli. Commesso nella videoteca Il bacio della morte e impiegato alla casa di produzione cinematografica Todofilm, Castelli diventa sceneggiatore di una true story per accontentare la richiesta della famosa produttrice americana Greta Toland e raggiungere la notorietà.
La storia thriller che Fernando racconta accade in tempo reale e dietro l’identità del serial killer Van Gogh, Fernando uccide a colpi di rasoio per poi sceneggiare le sue imprese omicide seguendo i consigli del suo alter ego Jack lo Squartatore. Degli omicidi seriali che sconvolgono Buenos Aires si occupa il fanatico commissario Pietri e, suo malgrado, l’esperto ispettore Colombres.
La finzione cinematografica interferisce con le vite dei personaggi e s’ insinua nelle loro scelte e offre lo spunto all’autore per rendere reali scene e interpretazioni memorabili. Feinmann con ironia scrive un romanzo-sceneggiatura che celebra il grande film d’autore e lo sfrutta per svelare i tratti di una società sopraffatta e spesso vittima di modelli di riferimento sbagliati o distorti.

 

Beppe Marchetti
Libreria Massena 28, Torino

giugno 2010

José Pablo Feinmann – si legge nelle sempre piacevoli piccole biografie di Marcos y Marcos – se di giorno insegna filosofia, di notte vive di cinema. Lo possiamo immaginare mentre entra in casa, getta in un angolo la vecchia borsa di cuoio piena di libri di Kant, Hegel, Spinoza e finalmente sgravato da tanto peso si mette a “setacciare gli anni d’oro di Hollywood“.

Poi un’altra cosa che Feinmann fa di notte è scrivere. Ma non saggi filosofici: scrive romanzi brillanti, spesso trasversali a più generi. Come Amaro, ma non troppo o come Il cadavere impossibile. E soprattutto come questo Cinebrivido, che Marcos ha appena ripubblicato nella sua collana di tascabili, i miniMarcos.

Sotto i panni di un thriller, con tanto di assassino seriale, Feinmann racconta una storia dove tutto è estremo, distorto, eppure molto vicino a noi. Il giovane Fernando Castelli, che ha scritto cento sceneggiature per il cinema ma non ne ha mai venduta una, decide di diventare un serial killer e sceneggia – in leggera differita – i suoi stessi omicidi. La sua decisione è caldeggiata dal suo caro amico Jack lo Squartatore, che ogni tanto passa a fargli visita per qualche consiglio.





Nasce così il terribile Van Gogh, serial killer che taglia l’orecchio sinistro alle sue vittime. Che presto diventa un problema politico, ma anche la felicità per Greta Toland, produttrice senza scrupoli in cerca di una storia vera. E mentre il commissario Pietri – telegenico e incapace, perciò amatissimo dai politici – incaricato di indagare, mentre l’arruffatissimo investigatore Colombres conosce fin da subito il colpevole, ma per un bel pezzo non fa nulla.

In un susseguirsi di citazioni cinematografiche il libro prende quota, grazie alla scrittura rapida e a scene molto ben costruite. I personaggi di Feinmann sono spesso macchiette, funzionali a un libro che somiglia molto più a una farsa che a un thriller. Romanzo consigliato, che diventa quasi imperdibile se amate il cinema (specie i grandi classici hollywoodiani).

 

 

Scheda del libro

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