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Eduard
von Keyserling Recensioni
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Corriere
della sera settembre 2005 |
Il
Giornale luglio 2005 |
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Bossi Fedrigotti Corriere della sera settembre 2005 IL CUORE CALDO DEL GELIDO NORD Boschi scuri, neve, ghiaccio, slitte,
castelli e nobili signori: è la Curlandia di Eduard von Keyserling,
scrittore tedesco dell’estremo Nord Est europeo, la regione che oggi si
chiama Lettonia, vissuto – principalmente a Vienna e Monaco – tra la
fine dell’Ottocento e i primi del Novecento. Ma la firma dell’autore
– del quale Marcos y Marcos pubblica Il castello
di Dumala (pagine 208, 10 euro), tradotto e commentato da Giuseppe
Farese – esclude subito la possibilità che le atmosfere del romanzo
siano davvero romantiche come si è indotti a pensare dall’ambientazione.
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sono tutt’altro
che dai mezzi toni, bensì violenti, tali da devastare il paesaggio umano
così composto, così edificante e ordinato quale appare all’inizio del
racconto. Il buon pastore Werner, l’esemplare custode della comunità,
visitatore soccorrevole del vecchio barone malato – e di sua moglie –
sta al centro della tempesta, e il fatto che sia uomo di chiesa,
predicatore di sobrietà e moderatezza, rende i contrasti ancora più
brucianti. Quando, di ritorno dalla visita serale al castello di Dumala, egli incrocia, con sempre più frequenza, la slitta tirata da cavalli del nuovo arrivato dagli occhi rapaci, preannunciato da un’inedita disattenzione nei propri confronti da parte della bella baronessa, in altri tempi sua complice di sguardi e attenzioni, nemmeno il gelo che immobilizza il bosco riesce a spegnere la febbre che gli brucia dentro. Né più riesce a dormine e a trovare conforto accanto alla mite Lene o nei suoi sermoni severi e forti, costretto a vagare nella notte, a stare di sentinella, nascosto nel giardino del castello, in attesa di vedere di nuovo uscire dal cancello – a indecente ora quasi mattutina – il traino del nemico. E il delitto di cui vagheggia, e che arriva anche a preparare, serve solo a far precipitare i tempi, a concedere più rapidamente il trionfo all’aborrito visitatore della notte. Poi, quando – poichè non si tratta di una storia romantica – tutto ritorna in ordine, nel triste, ferito ordine che segue alle sconfitte, sparito il rivale, sparita la febbre, sparito anche il sorriso maliardo della baronessa, restano soltanto il vuoto, la solitudine, l’isolamento. In altre parole l’incomunicabilità, sentimento nuovo e strano che il pastore, sbigottito, scopre dentro ed intorno a sé; malattia in realtà antica, ma fino allora sconosciuta, che Eduard von Keyserling diagnostica con puntualità, forse anche con un certo anticipo, come spesso capita ai grandi, sottolineandola con forza nel contrasto tra l’atmosfera di fiaba delle prime pagine e la fredda desolazione delle ultime. |
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Alessandra
Iadicicco La favola del principe leone
Si può prenderla molto, molto alla
lontana. Raccontarla dai tempi in cui, nelle case della sua famiglia -
case? tenute, magioni, manieri: per fughe di saloni di castelli e sequele
di porticati in una corte - si aggiravano Georg Hamann, il mago del Nord,
e Immanuel Kant, il principe della ragione: ospiti fissi dei suoi parenti
di Königsberg. Si può dire del bisavolo, amico confidente e consigliere
di Federico il Grande di Prussia, o del bisnonno legato dello Zar di tutte
le Russie, per il quale Johann Sebastian Bach compose le Variazioni
Goldberg al solo scopo di variare la monotonia delle sue notti insonni.
Salendo tra i rami del grande albero dinastico cresciuti oltre le gemme
del Nostro - che è della generazione e della cerchia di Franz Wedekind e
Max Halbe, Rudolf Kassner e Rainer
Maria Rilke, frequentati nella Monaco del quartiere Schwabing - s’incrocia
il nipote Hermann, il figlio del fratello, pensatore vagabondo e giramondo
partito per le Indie, giunto in Cina e Giappone, tornato attraverso l’America
nel cuore della Mitteleuropa per fondare a Dresda la celebre Scuola della
Saggezza: il tour va ripercorso come itinerario di saggezza nel suo Diario
di viaggio di un filosofo (Neri Pozza). E, poco più su, spunta un altro
rampollo della nobile pianta, sul terreno della Parigi della Seconda
Guerra dove un estremo nipote si aggirava tra i salotti intellettuali
della città occupata dalla Wehrmacht: ben riconoscibile, aureolato com’era
dalla luce dorata irradiante dalle
fronti dei nobili europei.Un riverbero ne brilla ancora nelle Irradiazioni
di Ernst Jünger, che così lo ritraeva: "Da Nostitz, in Place du
Palais, tra gli ospiti notai il giovane conte Keyserling, benché non
aprisse bocca per tutta la sera. Se ne stava sdraiato in poltrona, come un
gatto, con un’aria tra sofferente e trasognata. Le antiche stirpi
conservano ancora, perfino nelle sfere più intellettuali, sicurezza e
senso di stile".
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c’è il generoso profluvio delle sue narrazioni: trasparente distillato di scrittura invecchiata bene e pur sempre in fermento. Riversata ultimamente in prosa italiana - nelle eleganti versioni di Eva Banchelli e Giuseppe Farese - sotto l’etichetta Marcos y Marcos che di Eduard von Keyserling ha appena pubblicato i romanzi Onde e Il castello di Dumala, rivela preziosa lucentezza di perla e un frizzantino di maliziosissima modernità. Basta un assaggio: poche righe, le prime delle Onde in cui l’artista dei piccoli tocchi (a torto definito impressionista) tratteggia atmosfera colori e dettagli di un intero universo. Basta un accenno: ai nastri della cuffia disciolti all’accaldata generalessa von Palikow - frusciante in estivo abito lilla, scomposte le crocchie dei capelli -, e al pince-nez pinzato sul naso della sua dama di compagnia - che lancia da sopra gli occhiali occhiate indulgenti, lancia commenti affilati da labbra impazienti - per sapere che le dame discorrono di affari scottanti. Legami audaci, liaisons dangereuses, ménage proibiti: quale è quello tra la bella Doralice, contessa Köhne-Jasky dal doppio cognome, e il gagliardo pittore che, senza "von" e senza ma, porta il disadorno nome borghese di Hans Grill. È l’incontro (amoroso) tra due sfere della società, lo scontro (scandaloso) di due civiltà: narrato da von Keyserling - nel 1911, al culmine della sua stagione più matura - come una delle innumerevoli passioni segrete (e chiacchierate) che ardono nei suoi romanzi. Passioni accese immancabilmente nella sua patria baltica, a trasfigurare, scriveva Thomas Mann, "in malinconica ironia l’ambiente di famiglia", a sublimare, proseguiva, "in spirito e leggerezza un’atmosfera di discrezione, contegno, purezza, grazia e rigore nobili". Passioni immancabilmente consumate nell’ambiente di un castello, chiuso da mura merlate, cinto di torri gugliate, spiato da una feritoia, raggiunto su un ponte levatoio: pare più facile arrivarci attraverso il vetro di uno specchio, o lo specchio di una fonte, tanto evanescente e rarefatta è la sua realtà, tanto fitta e densa è l’atmosfera d’incanto - d’incantesimo - fiabesco che vi regna. Come attorno al pastore Werner, l’eroe in abito talare di Il castello di Dumala stregato dallo charme della baronessa Karola. O come il conte Günther von Tarniff, fatalmente diviso tra Beate und Mareile (è il titolo del 1903, tradotto da Sugarco nel ’90 come Un nobile adulterio): nobile moglie la prima, rustica e adultera la seconda. E, ancora, il giovane sottotenente di Versante sud (Guanda, 1989), Karl Edermann von West-Wallbaum che, trincerato dietro i titoli e i patronimici della casata, cede inerme, senza difese alla bruna sensualità di Daniela. Eppure "la raffinata arte della difesa", predicava la generalessa von Palikov tra le Onde era un punto d’onore per la nobiltà della décadence: "Il nostro antico nome - credeva - vuol dire che siamo roccaforti alle quali gente diversa da noi non può avere accesso". Invece le mura del castello arroccato si sgretolano e von Keyserling che, autore del capolavoro Principesse (Adelphi, 1988) non concede un lieto fine alla favola dei principi, ci porta dentro personaggi nuovi: votati a farne crollare le corti fin alle fondamenta. Vivo il principe di Curlandia, le dimore dei von Keyserling disseminate tra il Baltico e le Alpi ancora (per poco) reggevano: immobili oasi di quiete "velate dalla polvere bionda del tramonto" e dall’Afa (Adelphi, 2000) di un’eterna estate dorata. Ma, nel dipingerle, Eduard von Keyserling, il "vecchio leone", anche morente, accecato e sofferente, non trascura di dare la sua zampata. E di lasciare, tra humour, disincanto e malizia, il segno dei suoi graffi. |