DAN FANTE 

Buttarsi 

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liberidiscrivere.it, gennaio 2011, intervista
Isabella Borghese,
Il Corriere Nazionale, ottobre 2010

Luca Rappazzo, affaritaliani.it, agosto 2010
Fabio Donalisio, Pulp, luglio 2010
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il primo capitolo di "A Memoir"  di Dan Fante pubblicato su Domenica-Il Sole 24 Ore
Florinda Fiamma, Rolling Stones, luglio 2010
Silvia Santirosi, santirosi.blogspot.com, luglio 2010
Gianfranco Franchi, scrittinediti.it, luglio 2010
Ferdinando Cotugno,
Vanity Fair, giugno 2010
Marco Petrella, L'Unità, giugno 2010, recensione a fumetti
Paolo Di Vincenzo,
Il Centro, giugno 2010

Matteo Sacchi, Il Giornale, giugno 2010

Marta Topis, Urban, giugno 2010
Paolo Di Vincenzo, Il Centro, giugno 2010
 
Antonio Rapisarda,
Il Secolo d'Italia, giugno 2010 p.1 , p.2

Francesca Frediani, D-La Repubblica delle Donne, giugno 2010  
Filippo Ferrari,
Panorama.it, giugno 2010
Paolo Di Vincenzo, Il Centro, giugno 2010
 
Anna Claudia Furgeri Caramassi,
menstyle.it, giugno 2010
Liberi di scrivere, giugno 2010

 

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Florinda Fiamma
Rolling Stone

luglio 2010 

Vuole fare il cattivo, ma non sono sicura che lo sia. Ha un fantasma pesante da digerire ed è il suo geniale e irritabile padre. Dan, il secondogenito di John Fante, è stato descritto come un autentico fuorilegge letterario. Così appare anche Bruno Dante, il protagonista del suo ultimo romanzo: bukowskiano, bizzarro, amaro e triste, uno scrittore alcolizzato che dopo aver perso il lavoro per l’ennesima volta, inizia a fare lo chauffeur a un unico patto: restare sobrio. Intanto attende trepido e nervoso la pubblicazione del suo libro di racconti.

Della tua scrittura dicono sia “intrisa di vodka” ma anche sentimentale.
Scrivo la verità della mia esperienza personale, e lo faccio attraverso gli occhi di Bruno Dante. Non ho alcun interesse a essere dolce o politicamente corretto. Credo che i lettori ogni giorno anneghino abbastanza nella cattiva tv, per cui apprezzano l’onestà e il coraggio di un buon romanzo.




Domanda d’obbligo: come hai gestito l’eredità paterna?
Mio padre era un grande scrittore e uno sceneggiatore infelice. Sono cresciuto conoscendolo solo come sceneggiatore. La maggior parte della sua vita l’ha passata facendo un lavoro che detestava. Solo in seguito è tornato a fare quello che amava. La mia eredità è stata un regalo: la gran classe di mio padre come scrittore.

Hai fatto il venditore porta a porta, il tassista e il lavavetri… Sta cambiando lavoro ancora?
No, no, non cambio più lavoro. Tutto ciò che faccio ultimamente è scrivere e chiedere perdono a mia moglie.

Due righe per descrivere la “tua” Los Angeles.
Quando morirò, ho detto a mia moglie di cremarmi. E poi di noleggiare un aereo per volare su Los Angeles. Voglio che la mia cenere mista a merda di maiale ricopra gli Studios Universal e Disneyland.

 

Luca Rappazzo
affaritaliani.it
agosto 2010


"Buttarsi", un romanzo appassionante e disperato

“Buttarsi” è la storia di Bruno, l’alter ego di Dan Fante (figlio del grande John), una persona tormentata dal ricordo paterno che oltre all’amore per la letteratura e la scrittura gli ha trasmesso il fardello dell’eterna insoddisfazione. Una mail e cinque anni di duro lavoro da buttare: l’editore decide di sospendere la pubblicazione dell’ultimo suo libro e il protagonista non può far altro che arrendersi alla voce nella sua testa, rinonimata Jimmy, che gli ricorda in ogni momento della sua vita di essere un fallito. E’ per placare Jimmy che Bruno è diventato alcolizzato e dipendente da psicofarmaci. L'unica cosa che Bruno ama al mondo e che lo fa stare in vita è la scrittura quotidiana di brevi racconti.
In preda alla disperazione Bruno incrocia David Koffman, suo ex ricco capo che gli offre di lanciare a Los Angeles la Dav-K, una società di noleggio limousine che scarrozza rockstar, attori e ricconi di Hollywood. Un ambiente che Bruno alla lunga non riesce a sopportare, ma deve sforzarsi di frequentare. 

Alla fine l’alcool e gli psicofarmaci prendono il sopravvento e Bruno precipita negli abissi dell’ossessione: inizierà addirittura a possedere sessualmente Portia, la tanto odiata segretaria. Una vita alla deriva, senza scopo, folle, in cui si susseguono in rapida successione momenti esaltanti e ricadute profonde.
"Buttarsi" è un romanzo appassionante e disperato, con un protagonista maledetto senza speranza di redenzione in una Los Angeles falsa, oscura e malata. La creazione artistica è permeata dal sapore della verità nuda e cruda, sgradevole e a volte ripugnante. Ma solo la verità è realtà nitida. Con lucidità e senza compassione Dan Fante scava nel nero magma che si agita sotto la superficie del sogno americano e, con una sincerità senza compromessi, cerca le ragioni per cui vale ancora la pena vivere e morire.
La scrittura risente notevolmente di questa realtà che appare ambigua e nasconde verità profonde, nette. I giri di parole non servono, le cose vengono chiamate con il proprio nome, al di là delle emozioni e paure che possono trasmettere. Il risultato finale è quel senso di disperazione profonda, in una spirale di chiaro e di scuro, di alternanza di paradiso e inferno, che disorienta il lettore.

Silvia Santirosi
santirosi.blogspot.com 
luglio 2010

Una travolgente umanità

Occhiali con la montatura scura, piccoli e rotondi. Jeans e scarpe marroni, camicia azzurra con le maniche arrotolate che lasciano scoperto il tatuaggio sul braccio destro: il nome di suo fratello, una serie di numeri con data e la scritta "dead from alcohol". Così si presenta Dan Fante ai suoi lettori romani. In Italia per promuovere l'uscita di Buttarsi (Marcos y Marcos, pp. 272, euro 16,50), lo scrittore americano non risparmia storie e aneddoti su di sé e su ciò che racconta nel libro, cioè la sua vita. "Ne ho scritti cinque che hanno come protagonista Bruno Dante, mio alter ego, e mio padre ovvio. Ma non ho mai scritto qualcosa su mia madre" dice quasi intenerito, mitigando quel suo modo di essere ironico e canzonatorio, perfettamente padrone della situazione. "Ecco che invece il personaggio di J. C. Smart è costruito su di lei: mia madre era una poetessa, un critico, un editor eccezionale. Ha letto quattro, cinque libri a settimana fino a qualche giorno prima di morire. Era la persona più colta e geniale che abbia mai conosciuto, anche se non era proprio dolce e amorevole. Le ho dato corpo e voce realizzando così anche un suo desiderio: essere un poeta pubblicato. I due componimenti che sono nel libro sono suoi". Una specie di risarcimento a posteriori, come chiarisce subito dopo. "Quando ancora vivevo con lei ed ero senza lavoro, le ho fatto leggere alcune pagine. Oh Dio no, ha esclamato, non voglio un altro scrittore. Odio gli scrittori! E quando le ho chiesto di revisionare il manoscritto di Angeli a pezzi, mi ha detto che se davvero volevo vivere di questo mestiere, dovevo quantomeno fingere di saper fare lo spelling".

 







Come già suo padre prima di lui, Dan Fante scrive di cose che conosce molto bene: la sua vita reale, la sua famiglia, i suoi errori. L'autobiografismo è la chiave di tutta la sua scrittura: una letteratura di vita e di strada. Noi lasciamo una macchia, lasciamo una traccia, lasciamo la nostra impronta, dice Philip Roth. Impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme:
mi è capitato di incontrare molti personaggi dello spettacolo: Bruce Springsteen, Mike Jagger e altri. E ce n'era uno che chiedeva sempre di me: era Paul Simon. Per un anno intero l'ho accompagnato ovunque, ma lui non mi ha mai rivolto la parola. Fino al giorno in cui mi sono rifiutato di continuare. Non riuscivo a capire perché volesse proprio me. Un mio collega me l'ha spiegato tempo dopo: ero uno degli autisti più bassi della ditta. Un po' come lui".
Non c'è domanda alla quale si tira indietro, cinico e disilluso quanto basta. Chiarisce ogni punto, senza ripulire contenuti e modi. Parla lentamente, scandendo frasi e parole, quasi pregustando l'effetto che produrrà nell'uditorio. "Mio padre amava molto i cani. Arrivò a possederne fino a dieci. Ogni sera gli preparava la cena, uno strano, orribile miscuglio di cibo, e questo rituale è andato avanti per anni. Una volta scappò il suo amato, e detestato da tutti i vicini, cane Rocco. Poco dopo sentimmo uno stridere di freni e di gomme e vedemmo l'animale che volava per aria. Io, mio padre e mio fratello uscimmo in strada. Mio padre prendendolo fra le braccia ripeteva: oh mio Dio, il mio cane è morto, oh mio Dio! Rocco tossì, due volte, si alzo e saltò giù, andandosene per i fatti suoi. A quel punto mio padre gridò: questo cane vivrà per sempre! È come Giulio Cesare". Un'ultima curiosità. Il titolo originale è 86'd. "Non ne conosco l'origine, ma è un'espressione dello slang americano" risponde alla richiesta di chiarimenti. "Se vai in un bar a bere ogni notte, diventi molesto, inizi a creare problemi e ti viene detto di non farti più vedere lì, ecco allora che diventi un 86".

Matteo Sacchi
Il Giornale 
giugno 2010

«Scrivo per non ammazzarmi»

Si chiama Fante, ma non si chiama John. È l’altro Fante quello junior. Quello cresciuto con un padre geniale nella scrittura ma a lungo relegato nel sottoscala della cultura americana. Quello che dalla famiglia Fante ha ereditato una smodata passione per l’alcol, la depressione e la capacità di raccontare com’è l’America quando ti prende a cazzotti. Un signore un po’ luciferino e capace di cambiare continuamente pelle: da guru da salotto losangelino a scaricatore di porto che mastica lo slang da bassifondi, passando per la noncuranza del pacioso borghese del sobborgo bene, quello che se ne frega di tutto cucinando hot dog con indosso una camicia a quadri. Perché se John Fante era quasi inscindibile dal suo Arturo Bandini, e Chiedi alla polvere è stato il ritratto più duro della depressione e della condizione degli immigrati, l’altro Fante, Dan, è inscindibile dal suo Bruno Dante che in libri come Angeli a pezzi e nell’appena tradotto Buttarsi (entrambi sono editi da Marcos y Marcos e Dan sarà in Italia per presentare il secondo dal 4 al 13 giugno) accompagna il lettore per nuove crisi, molto più post moderne (anche se l’espressione che utilizzerebbe Fante junior è accompagnare il lettore per «una fottuta pioggia cosmica di merda». Infatti se la vena dei Fante è simile (lo intuì Fernanda Pivano: «I suoi romanzi sono ballate di amore e morte come lo erano quelli del padre») non lo sono più i tempi. E così, se la vita degli immigrati e dei loro figli era un inferno di povertà e quella degli aspiranti scrittori un ininterrotto ticchettio di infelicità, adesso è tutto farsesco. Il nuovo Fante/Dante lo sa e ci gioca. Perché non si chiede più alla polvere si chiede alle mail «che rovinano istantaneamente la vita alla gente... - con un rifiuto editoriale, ndr - senza nemmeno la cortesia di un cazzo di francobollo».

Signor Fante mi racconti di lei. Qual è il suo background?
Sono un ubriacone. Mi cago nei calzoni in pubblico e insulto la gente. Al di là di questi dettagli sono una persona fantastica.

Lei ha avuto per lungo tempo problemi con l’alcol e questo ha influenzato la sua scrittura e la sua poesia. Cos’è davvero l’alcolismo?
È la dipendenza dall’alcol ovviamente. Non lo sa? Ma io sono fortunato. Sono dipendente anche dalle macchine sportive e dalle donne con le tette grossissime.



 

 


Mr. Fante mi racconti un po’ della sua storia editoriale. Lei ha scritto i libri sul suo alter ego Bruno Dante prima di trovare chi glieli pubblicasse o si è cercato come prima cosa un editore?
No Angeli a pezzi è stato scritto senza che ci fosse alcun editore. Ho mandato il manoscritto in giro per almeno una cinquantina di volte. Nessuno in America voleva nemmeno toccarlo. Allora a Parigi un mio amico lo ha mandato ad un editore. Questo è stato l’inizio. Ma ho guadagnato poco o nulla sino a che l’intera trilogia non è stata pubblicata da un editore scozzese, Canongate. Da allora sono diventato un grasso americano - non un americano grasso e ricco, solo un americano grasso, uno che può permettersi di essere grasso.

C’è una linea che nonostante tutto separa Bruno Dante, il suo alter ego letterario, da Dan Fante?
Sì, i libri sono invenzioni basate sulla mia esperienza. Molte delle cose descritte mi sono davvero accadute, ma l’ordine in cui accadono nel romanzo è molto diverso da quello in cui sono accadute nella realtà.

Essere il figlio di uno scrittore diventato universalmente famoso l’ha aiutata come scrittore o le ha creato danno?
Tutte e due le cose. Il figlio di un grande scrittore ha più facilità a pubblicare un libro. Se ne pubblica dieci allora vuol dire che ha un talento suo. Capito l’antifona?

In «Angeli a pezzi» il protagonista ha una relazione molto tempestosa con il padre e uno si chiede quanto la faccenda sia fittizia oppure no... Anche in questo caso quanto c’entra John Fante?
Io veneravo mio padre ma non ingranavamo affatto l’uno con l’altro, non come persone. Quello che ho avuto da mio padre, che mi ha davvero aiutato, è stata la semplicità. Mi ha aiutato a scrivere... Lui metteva nei suoi romanzi esattamente quello che diceva ed era veramente di facile lettura. Ecco perché era un genio....

Questo su di lei ha avuto un’influenza forte, i vostri stili per certi versi sono simili. Se suo padre fosse nato dopo sareste intercambiabili?
Mio padre ha avuto una grossissima influenza. Però mio padre era quello che si definisce uno scrittore moderno. Io invece sono decisamente post-moderno. Non raccontiamo nei nostri libri le stesse cose. Nessuno sa cosa avrebbe scritto oggi mio padre....

Quando ha iniziato davvero ad interessarsi alla letteratura?
Un giorno stavo cercando il modo di ammazzarmi. Poi decisi invece di provare a mettermi a scrivere perché era l’unico modo di mettere un argine ai miei pensieri.

Ora come ora sta scrivendo qualcosa di nuovo?
Sto scrivendo un nuovo romanzo: è una detective story. Sono assolutamente sicuro che si tratti del più brillante artefatto della letteratura in lingua inglese. Beh, il secondo più brillante artefatto. Mi resta il dubbio che la Bibbia possa essere un libro migliore. 

Paolo Di Vincenzo
Il Centro

giugno 2010

Dan Fante in Italia per presentare il nuovo «Buttarsi»

Dan Fante torna in Italia per un lungo tour che da oggi lo porta a Cagliari, Cuneo, Cremona, Arezzo, Siena, Terni, Riccione, Roma, ma non nel suo amatissimo Abruzzo. Il figlio di John Fante, scrittore di talento a sua volta, promuove il nuovo volume «Buttarsi» edito da Marcos y Marcos, di cui Il Centro anticipa in esclusiva un brano.
Protagonista della 270 pagine è ancora una volta Bruno Dante. Un ex alcolista che tenta la strada della scrittura. È lo stesso protagonista di «Angeli a pezzi» (Chump change) e di «Agganci» (Mooch), entrambi già editi da Marcos (e anche di altri volumi ancora da tradurre).
«Angeli a pezzi» è stato recentemente ripubblicato da Marcos che dopo anni di stasi ha ripreso il suo interesse per Dan Fante. Lo scrittore americano ha preso dal padre non lo solo la bravura nel narrare ma anche il fatto di raccontare storie quasi autobiografiche, personaggi, avvenimenti, imprevisti, disavventure, sfortune, amori della propria famiglia. E per rimarcare ancora di più questo aspetto quasi autobiografico Fante junior utilizza anche l’alter ego con un nome molto simile al suo, appunto Bruno Dante.
Se bastasse in «Angeli a pezzi» Bruno Dante accorre al capezzale del proprio padre morente, Jonathan Dante, uno scrittore prestato al cinema. Dan, a differenza del papà, al suo primo viaggio in Italia (nel settembre 1999) per presentare la prima uscita di «Angeli a pezzi» volle subito venire a vedere l’Abruzzo, la terra dei suoi avi.
Fece visita a Torricella Peligna, il paesino in provincia di Chieti da cui nonno Nicola, nel 1901, partì alla volta dell’America. E se ne innamorò immediatamente.

 








John Fante racconta spesso di questioni, miti, tradizioni contadine, testardaggini abruzzesi nei suoi romanzi. Ma pur avendo vissuto per un paio di mesi in due occasioni diverse in Italia (per scrivere delle sceneggiature) non vide mai il paese di origine di suo padre Nicola (Nick). Il suo biografo, Stephen Cooper riporta una confessione della moglie Joyce Smart. John Fante, in realtà, nei primi anni sessanta sarebbe andato a vedere Torricella ma impressionato dalla povertà di allora, dalle donne vestite di nero, dai ragazzini che giocavano a piedi snudi per strada, dalla polvere (la stessa di cui parla nel suo più conosciuto capolavoro) girò la macchina e andò via senza nemmeno scendere.
Dan Fante, invece, ha ormai una passione per il suo Abruzzo. Ha molti amici a Pescara e a Torricella dove, peraltro, è attiva la Fanteria, una accolita di di di John Fante (e ora anche di Dan Fante) che conosce tutte le opere letterarie della famiglia.
Il nuovo libro, «Buttarsi», non farà che cementare questa unione.
Ma i Fante hanno un altro destino comune, quello di essere amati e apprezzati dai big della musica. Non è un caso che Vinicio Capossela, estimatore di John Fante, sarà protagonista di uno degli incontri con Dan Fante, che aveva già conosciuto lo scorso anno a Gubbio.

 

 

Francesca Frediani
D - La Repubblica delle Donne

giugno 2010

Quattro conti con papà
La quarta tappa del confronto romanzesco di Dan Fante con John

Scrivere da dio, eppure buttarsi via come uno straccio. Bruno Dante, chaffeur di star in una Los Angeles sfavillante e degradata, è figlio dello scrittore famoso Jonathan Dante. Aspirante scrittore a sua volta, frustrato dal confronto col padre, Bruno annega nell'alcol e in massicce dosi di Vicodin e Xanax i demoni di un'esistenza borderline, e quella maledetta "voce" che si sgola nella sua testa. Una voce che «a volte, quando lasciavo un lavoro o mi svegliavo ubriaco e non sapevo dov'ero, si faceva insopportabile. Decisi di darle un nome. L'avrei chiamata Jimmy». Scrittura dritta all'essenziale, materia di vita incandescente: Bruno Dante è l'alter ego di Dan Fante, 67 anni, figlio del grande John Fante scomparso nell'83. «Attraverso Bruno cerco di esorcizzare il mio rapporto con lui. Scrivere Angeli a pezzi e i libri successivi fino a questo mi ha salvato la vita».








In questo quarto libro della saga di Bruno Dante (dopo Angeli a pezzi, Agganci e Spitting Off Tall Buildings), sembra esserci un barlume di speranza per il protagonista. 

Qui Bruno tocca il fondo. È a un bivio: cambiare, o uccidersi. Ho vissuto tutta la mia vita così. Non è una bella storia, ma è la verità.

A che cosa sta lavorando in questo momento?

A un thriller. Protagonista un detective privato fuori di testa, catapultato in un mondo spaventoso dall'omicidio di un amico. 
Filippo Ferrari
panorama.it
giugno 2010

Dan Fante: figlio di John Fante,
ma scrittore vero.

John Fante non ha bisogno di presentazioni: con i suoi romanzi, Chiedi alla polvere su tutti, ha segnato in modo indelebile la letteratura americana. Suo figlio Dan Fante, al contrario, è assai meno noto, soprattutto qui in Italia. Nato nel 1944 a Los Angeles, secondogenito di John, a 20 anni si trasferisce a New York dove vive per 12 anni facendo i lavori più assurdi: venditore porta a porta, lavavetri, investigatore privato, autista, lavapiatti. E intanto si alcolizza.
A un certo punto della sua vita, però, torna a Los Angeles, smette di bere e comincia a scrivere sceneggiature teatrali e romanzi. Come suo padre.
Il primo istinto, di fronte ai figli d’arte che si mettono a fare il mestiere dei genitori, di solito è la fuga, e di solito è un istinto corretto. Dan Fante invece è una di quelle rare e preziose eccezioni. Angeli a pezzi (in originale Chump Change, 1998), il primo romanzo portato in Italia da Marcos Y Marcos nel 1999, fu un colpo di fulmine. Il DNA narrativo era eredità inconfondibile del padre, mischiato al sarcasmo nero e all’anarchia di Bukowski (che, tra l’altro, era un ammiratore di John, tanto che arrivò a scrivere: “Fante era il mio Dio”).

 

 








Protagonista indimenticabile di Angeli a pezzi è Bruno Dante, alter ego del romanziere, caratterizzato con forti tratti autobiografici: alcolista, residente nel lato perdente del sogno americano, Bruno è dotato di un folgorante talento di scrittore, che fatica a difendere dalla sua inclinazione allo sfacelo e ai guai. Il debutto spazzò via ogni dubbio sul diritto di Dan Fante di battere la stessa strada del padre; da lì in poi ha continuato a scrivere e pubblicare. Bruno è tornato in altri due romanzi: Mooch (2000) e Spitting off tall buildings (2001), dei quali solo il primo è sbarcato in Italia, con il titolo di Agganci, sempre per Marcos Y Marcos.
L’anno scorso Dan Fante ha finalmente recuperato Bruno dedicandogli una nuova avventura, 86’d, da poco uscita anche nelle nostre librerie come Buttarsi (Marcos Y Marcos, 269 pagine). Leggerlo sarà come incontrare un vecchio amico, fuori di testa e ingestibile, ma dannatamente umano. E viene quasi voglia di rileggersi tutta l’opera dei Fante, padre e figlio, per approfondire questo curioso fenomeno dell’ereditarietà del talento.

Liberidiscrivere.slinder.com
intervista

gennaio 2011

Ciao Dan. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Dan Fante?
Sono uno scrittore di romanzi. Sono un ex ubriacone e degenerato. Mi piacciono la pornografia e gli spot in TV.

Raccontaci qualcosa della tua infanzia.
Sono nato a Los Angeles.  Ero un ragazzino grasso a scuola e un prepotente. Sono cresciuto vicino al mare a Malibu, con un padre scrittore folle e ho trascorso gran parte della mia infanzia in un mondo di fantasia evitando la scuola il più possibile.

John Fante, tuo padre. Dimmi qualcosa di divertente su di lui.
Era solito raccontarci le trame dei suoi libri all'ora di cena, a volte sarebbe andato avanti per un'ora a inventare storie e bere vino. Era un uomo molto poetico e molto divertente.

Quando hai capito che avresti voluto fare lo scrittore?
Quando ho fallito in tutto il resto nella mia vita. Quando la mia terza moglie mi ha buttato fuori di casa e quando non avevo lavoro. Stavo cercando il più basso posto di lavoro retribuito in America e ho finalmente scoperto la scrittura.
 
C’è stato qualcuno che ti ha incoraggiato?
No, non ho avuto molto incoraggiamento. Ma ho amato i libri e la poesia e gli spettacoli teatrali. Una mia insegnante, quando avevo tredici anni ha visto una storia che avevo scritto e mi ha detto che un giorno sarei stato un grande scrittore. Ho pensato che fosse pazza e la ho evitata per il resto dell'anno scolastico.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso pubblicazione.
Il mio primo romanzo, Angeli a pezzi, è stato respinto da oltre quaranta editori americani come pornografico e perverso e folle. Questo mi ha confermato che ero un grande scrittore così ho continuato a inviare manoscritti. Infine, in Francia due anni dopo, è stato pubblicato. I francesi hanno un gusto meraviglioso nella letteratura.

Pensi che alcuni scrittori in particolare, abbiano influenzato il tuo stile, o il  tuo approccio verso la scrittura?
Eugene O'Neill avuto una grande influenza sul mio lavoro e così come Hubert Selby, e John Fante.

Pensi che i critici abbiano influenzato il tuo lavoro?
La maggior parte dei critici sono scrittori frustrati. Quelli che amano il mio lavoro ritengo che siano brillanti. Quello che non amano il mio lavoro ritengo che siano analfabeti degenerati.

Che tipo di libri leggevi quando eri un ragazzo?
Ho amato il lavoro di Jack London da ragazzo. Amavo anche romanzi di cowboy. Mi sono sempre identificato con i cattivi.

Cosa ne pensi di Faulkner?
Cerco di non pensare a Faulkner. Se mi sveglio e sto avendo un giorno terribile, lo so è perché ho letto una volta William Faulkner.

Chi sono i tuoi autori viventi preferiti?
Mi piacciono i libri di detective in questo momento. Sono in una fase da libro di detective ora. Michael Connelly. Mi piace il 50% del lavoro di Michael. Questo è un grande elogio per me.
 



Dashiell Hammett e Raymond Chandler?

Hammett era un maestro, Chandler era un ubriacone, ma ha scritto un paio di cose buone.

Perché hai deciso di scrivere Buttarsi?
Buttarsi è l'ultimo episodio della serie di libri su Bruno Dante. Si basa su episodi veri. Volevo porre fine alla saga Bruno Dante con un botto così ho scritto Buttarsi.
 
Il finale di questo romanzo è molto triste. Perché è stato scritto così?
No, non è cupo affatto. E' pieno di speranza. Rileggilo di nuovo, vedrai.

Bruno Dante spesso è molto simile a te? Ci sono pezzi autobiografici?
Certo. Io sono Bruno solo meno matto dopo tanti anni.

Qual è il tuo consiglio per gli aspiranti scrittori?
Fate golf o usate un saldatore o diventate un cassiere di banca o un barista o lavorate come postino. Non battete vostra moglie e i vostri figli più di una volta al giorno.
 
Se potessi iniziare la sua carriera di scrittore di nuovo, che modifiche apporteresti?
Vorrei scrivere terribile narrativa popolare e diventare ricco.

Puoi dirci qualcosa dei tuoi libri? Quale è il tuo preferito?
Mi piace il mio primo libro, sicuramente il migliore perché è stato scritto quando ero molto pazzo e sul bordo della morte. Mi piacciono anche i miei libri di poesia.

Sei un autore acclamato dalla critica. Hai ricevuto recensioni negative?
Non mi considero uno scrittore acclamato dato che ho già avuto due recensioni negative. Mia madre ne ha scritta una e qualche  bastardo su Amazon.com ha scritto l'altra. Sto ancora inseguendo il ragazzo su Amazon.com. Se possiede un gatto giuro glielo avveleno.

Pensi che la tua scrittura migliori sempre?
Mi piacerebbe che la mia scrittura migliorasse mentre scrivo. Certi giorni mi considero un genio e qualche giorno penso di tornare a cocaina e whisky.

Vuoi descriverci una tua tipica giornata di lavoro ?
Non faccio un duro lavoro. Questo è il segreto. Scrivo sei giorni alla settimana per due ore ogni giorno. In realtà per la maggior parte del tempo mentre scrivo mi diverto.

Hai una base di fan molto intensa. Qual è il tuo rapporto come con i tuoi lettori?
Sono ancora stupito di averne di fan. Il genere di libri che scrivo non è adatto alla maggior parte dei lettori. Dico la verità su chi sono io nei miei libri. Alla maggior parte delle persone non piace questo tipo di narrativa. La maggior parte delle persone ama gli scrittori che scrivono di amore e morte e passione e dipendenza. Troppo difficile. La maggior parte delle persone preferisce essere sedata dalla fantasia. Non scrivo per divertire.

Parlami del tuo prossimo romanzo.
Il mio prossimo libro è un libro di memorie su John Fante & Dan Fante. Sarà pubblicato in America il prossimo agosto.
Liberi di scrivere
giugno 2010

Recensione a Buttarsi

Non deve essere facile essere il figlio di un’icona della letteratura americana, un figlio del sogno americano, non lo è certo stato facile per Dan Fante, figlio del celeberrimo John Fante autore di Aspetta primavera Bandini e Chiedi alla polvere. Esce in questi giorni per Marcos y Marcos il suo Buttarsi quarto episodio della vita tormentata di Bruno Dante dopo Angeli a pezzi, Agganci e dell’edizione non ancora disponibile in traduzione italiana di Spitting Off Tall Buildings. Siamo a Los Angels, la sfavillante capitale del sogno americano e Bruno, sempre tormentato dai suoi demoni interiori, dall’ingombrante figura paterna e dalla voce nella sua testa, che ha deciso di chiamare Jimmy, che gli ricorda ogni momento di essere un fallito, cerca di fare l’unica cosa che ancora lo tiene vivo: scrivere. Almeno una pagina al giorno, questo è il patto con se stesso, l’unica ancora di salvezza in un mare di alcool  e psicofarmaci. Una vita alla deriva la sua, senza scopo, folle, una vita molto simile a quella dell’autore e proprio per questa aderenza tra vissuto e  creazione artistica, il sapore della verità acre, sgradevole, sulfureo emerge dalle pagine in tutta la sua  caustica nitidezza. Per sbarcare il lunario Bruno si improvvisa chaffeur di auto di lusso cosa c’è di meglio che scarrozzare per Los Angeles celebrità, rockstar e pezzi grossi del cinema di New York e Los Angeles in cambio di un tetto sulla testa, l’assicurazione medica, ferie pagate e una partecipazione del venticinque percento dopo sei mesi se fosse riuscito a tenersi fuori dai guai. 

 







Bhe certo c’è sempre il problema dell’alcool ma la promessa al suo capo di recarsi ogni tanto alle riunioni degli Alcolisti Anonimi sembra bastare. Bruno accetta con entusiasmo questa offerta del destino che per una volta sembra guardarlo con benevolenza e finanche sorridergli e ci mette tutto se stesso per prendere al volo questa occasione di riscatto, ma tutta questa pacchia non sembra destinata a durare c’è ad attenderlo un conto da pagare ma l’incontro con un’anziana editrice e poetessa proprio ad un passo dal precipizio sarà la sua salvezza. Buttarsi è un romanzo bellissimo e disperato, il canto del cigno di un’ America che dietro la sua patina scintillante di paladina del progresso e dell’ottimismo nasconde un’ anima nera e malata. Con lucidità e senza compassione Dan Fante scava nel nero magma che si agita sotto la superficie del sogno americano, dell’Eldorado di benessere e finta opulenza e con una sincerità senza compromessi cerca le ragioni per cui vale ancora la pena vivere e morire. Scrittura nitida e scintillante, diretta a colpire al cuore, sparata a mille in un susseguirsi di vertiginose discese e risalite. La disperazione è feroce ma mai assoluta e pure nei momenti più bui c’è un piccolo spiraglio da cui si può intravedere un futuro migliore illuminato da un barlume di speranza. Figlio letterario di Bukowski forse più che del suo vero padre, Dan Fante si appresta sicuramente ad essere una delle voci più interessanti dell’America contemporanea e non solo.
Marta Topis
Urban
giugno 2010

In originale il quarto romanzo di Dan Fante, figlio dell’autore di culto John, si intitolava 86’d, che in slang anglo-americano significa liberarsi di qualcosa, ovvero quello che lungo tutta la storia il protagonista Bruno Dante (alter ego autobiografico dell’autore) cerca di fare dei propri vizi: alcolismo, sesso di quart’ordine e droghe. Siamo nella Los Angeles più sporca e nera, ai confini con Hollywood e le sue luci finte: Bruno, aspirante scrittore senza speranze, dopo l’ennesimo insuccesso, dosi di Vicodin e bottiglie di whisky scadute, decide di tornare a fare il suo vecchio lavoro di autista di limousine. 




È il momento di ripulirsi, nonostante le tentazini, quando incontra una tenera ma danarosa nonnina che potrebbe costituire la sua ancora di salvezza: Bruno non la afferra e precipita nuovamente all’inferno, per riemergere solo nelle ultime due pagine davanti a un caffè freddo. Duro, spigoloso ma con qualche accento tenero: un libro che si legge tutto d’un fiato.
Lankelot.it
Franchi
giugno 2010

Buttarsi (86'd) 

Il titolo originale del romanzo di Dan Fante “Buttarsi”, “86'd”, è difficilmente traducibile in lingua italiana. È un termine slang che può significare diverse cose; tendenzialmente, ha a che fare con l'esaurimento, l'annullamento, l'indisponibilità, l'eliminazione. Wikipedia inglese prova a dare una spiegazione dell'etimo: vi rinvio a questo link per approfondire. Come potrete apprezzare, il romanzo di Fante è indicato tra gli esempi di applicazione del termine nella cultura pop, perché in questo libro il narratore, licenziato ("86'd"), si ritrova a combattere l'alcolismo. Insomma, “ottantaseiato” sta a significare, brutalmente, “fatto fuori”, “cancellato”. L'interpretazione dell'editore italiano del romanzo, Marcos Y Marcos, aggiunge una sfumatura semantica (“Buttarsi”) interessante. Perchè l'alter ego di Dan Fante, Bruno Fante, si fa del male? Diciamo subito una cosa. Come “Angeli a pezzi” (“Chump Change”, 1998) era una trasfigurazione delle sofferenze e dell'elaborazione del lutto per la morte del padre, John, “Buttarsi” è l'equivalente per la morte del fratello. È una morte che giunge inattesa, a dispetto delle infelici condizioni di salute del famigliare, perché Bruno è probabilmente tutto concentrato su altri problemi individuali ed esistenziali, non solo artistici. Non c'è niente di rassicurante né di rigenerante nelle avventure che lo sfortunato Bruno Dante vive per buona parte del romanzo. È semplicemente un cittadino angosciato dai rovesci della sorte, incapace di sopportare il dolore, autodistruttivo per necessità. Man mano, la sua tempra di figlio d'emigrante emerge e con un pizzico di fortuna il nostro amico riesce a sollevare la testa. Ma la batosta è arrivata in pieno, e il male è stato arginato e accettato con vera difficoltà. In tutto questo complesso, profondo e drammatico scenario, la scrittura di Fante Junior rimane fresca, immediata e diretta proprio come nel suo lontano esordio. Dan Fante è un'anima gentile, e consapevole dei propri difetti e dei propri vizi, e la sua capacità di scarnificarsi e di mettersi a nudo è prova d'un'onestà mostruosa. Non c'è compiacimento, non c'è esibizionismo. C'è un enorme desiderio di essere in grado di capirsi, di sopportarsi – non dico di amarsi – nonostante sé stessi. E questo tiene uncinati alla lettura, questo t'appassiona, questo ti colpisce. 
Bruno Dante è uno scrittore esordiente sempre in crisi. Il suo nuovo libro e tutti i suoi racconti sono slittati, per scelta editoriale, all'anno successivo. 5 anni di lavoro, trecento pagine di scrittura sono stati salariati con un anticipo davvero simbolico di 500 dollari; nessuna soddisfazione diversa all'orizzonte. 

 






La frustrazione cresce, così come la nostalgia per il vecchio mondo – più umano, meno freddo – dell'editoria, e per le diverse fortune paterne. La macchina da scrivere di suo padre, oltretutto, aveva ben altro fascino rispetto al portatile che adesso è costretto a usare: ricevendo in tempo reale, come se non bastasse, pessime notizie. Bruno si tiene calmo mescolando alcol e farmaci, a tutto spiano. Unica consolazione, in questo scenario sciagurato, è essere stato apprezzato da sua maestà Hubert Selby Jr. In effetti è un buon segno. 
Bruno se la passa male. Deve pagare l'affitto e i lavoretti non bastano mai. Un film e un paio di bottiglie di vino sono un lusso. Si ritrova, fortunosamente, a lavorare per un ex padrone che solidarizza con le sue difficoltà esistenziali e il suo alcolismo. Torna a fare l'autista. E poi l'addestratore di nuovi autisti, con tanto di doppio stipendio. E poi subentra qualche controversa difficoltà con una collega di origine inglese, Portia. Ma intanto: com'è lavorare da autista, a Los Angeles?
“Guidare una limo a Los Angeles è un modo bizzarro di far soldi. Un po' come raccogliere merda di cane fresca con la lingua. La clientela della Davko a L.A. era composta perlopiù da scoppiati e zombie. Ricchi produttori cinematografici su di giri, rockstar viziate, rapper con le Glock nere infilate nella cintura dei pantaloni, ex attori alcolizzati pizzicati troppe volte a guidare sotto effetto e una girandola infinita di arrivisti di alto bordo. Esseri umani che sfoggiano le peggiori caratteristiche della fauna autoctona di L.A.: troppo ego e decisamente troppo denaro” (p. 64). 
E poi succedono tutta una serie di cose dolorose e inattese. Muore il fratello di Bruno, Riccardo. Alcol. Sulle prime il nostro narratore sembra essere in grado di assimilare la tragedia con disinvoltura, man mano ci accorgiamo di quanto ne è lacerato. Esemplare, in assoluto, la sua scelta (inconsapevole, per quanto era sbronzo) di tatuarsi il nome del fratello e la ragione della sua morte sul braccio. E come se non bastasse, s'alternano intanto vicende tragicomiche, come un'orgia finita con sessanta punti di sutura, per gelosia (Portia), e poi micidiali sbronze che sembrano precipitare nel fango e nella perdita di tutto il nostro antieroe. 
Altro non dico per non mancare di rispetto ai neofiti, che immagino vogliano scoprire tutto il resto da soli. Aggiungo semplicemente che Fante riesce, con umiltà e compostezza, a parlare di dinamiche psichiche, sociali e professionali complesse, e di una dipendenza disastrosa, e di una morte sciagurata; il suo romanzo rimane impresso per una forma di umanità abnorme, generosa e sbagliata, tanto vera, davvero selbiana. Leggetelo e smettetela di pensare a suo padre, o di parlare di suo padre nei vostri articoli. Leggetelo come un buon narratore italoamericano con la sua identità e la sua personalità e la sua dignità. È un intellettuale che ha toccato il fondo e poi è tornato a respirare. Altro che 86'd, Fante è uno che il male l'ha saputo rovesciare.
menstyle.it
Anna Claudia Furgeri Caramaschi
giugno 2010

Dan Fante, il bordervile

Scrivere da Dio, ma buttarsi via come uno straccio. Dan Fante, figlio d'arte, attinge senza chiedere polvere di genio dal padre John. Vivendo sulla propria pelle le storie poi narrate, ha fatto i lavori più insoliti prima di approdare alla scrittura. Considerato uno dei classici della letteratura americana contemporanea, è inscindibile dal suo alter ego, Bruno Dante, come lo fu John Fante da Arturo Bandini.

Ora Dan torna in libreria con Buttarsi, edito in Italia da Marcos y Marcos dopo Agganci e Angeli a pezzi. Con una rapida "guida" che infrange in "mille pezzi" il sogno americano, la vita borderlive di Bruno corre sulle ruote di sfavillanti limousine per le strade di Hollywood. In anteprima l'intervista allo scrittore italo-americano.  

Da tassista a scrittore, ti piace sperimentare...
Ho fatto molti lavori e ho incontrato molte persone, soprattutto nel mio taxi: dai barboni a Jackie Kennedy. Le mie esperienze sono state fondamentali per sviluppare idee e per la scrittura, oltre che per la mia vita personale.

La tua scrittura è senza restrizioni, quasi come un "verité style".
Scrivo quello che viene chiamato "Post-Modern fiction". Dico la verità su me stesso in modo che il lettore possa ritrovarsi nelle mie pagine. Dire la verità è semplicemente dire la verità. Uno scrittore scrive di ciò che sa.

Sei mai stato corteggiato dalla politica?
No, non sono un politico. Sebbene le mie idee siano forti non entrano nella scrittura.







Che cosa ricordi di Hollywood?
Hollywood è Roma nel I secolo d.c. Hollywood è una malattia di cui ha sofferto tutto il mondo e ne soffre ancora, sebbene sia un posto "da pazzi". Tante sono state le storie folli vissute, i personaggi incontrati durante quel periodo, nella mia società di limousine, che il romanzo avrebbe potuto essere lungo cinquecento pagine...

Una città che paragoneresti alla tua Los Angeles...
Forse Phoenix, in Arizona. Sono entrambi città enormi, costruite rapidamente e quasi nessuno è nato in queste città. Sono tutti rifugiati provenienti da altri luoghi, alla ricerca di un sogno strano e irraggiungibile come il sudore sotto il sole.

Nei ringraziamenti scrivi che Bettye LaVette ti ha cambiato la vita con una sola canzone blues, come ha fatto?
Bettye è una delle più grandi cantanti blues del mondo. Il suo cuore è nella sua voce. La sua voce emoziona. Piango quando la ascolto cantare.

Perché consiglieresti di leggerti?
Per trovare una più profonda consapevolezza della condizione umana.

Cosa senti di aver in comune con John Fante?
John Fante ed io abbiamo stili di scrittura simili, ma mio padre non poteva dire in un libro ciò che posso raccontare io: settanta anni fa vi erano forti restrizioni. Nessuno sa cosa avrebbe scritto oggi mio padre. Sicuramente la sua semplicità e la sua genialità con le parole mi hanno molto influenzato. 

 

scrittinediti.it 
Gianfranco Franchi
luglio 2010

“Disgustato, voltai le spalle alla scena e accesi il computer per ritrovare le mie storie. Sono Bruno Dante, pensai, scrittore di racconti, un tizio con un libro mai pubblicato, una Pontiac di dodici anni e nient’altro al mondo. Un aspirante di quarantadue anni, che nuota controcorrente. Che ricomincia daccapo per l’ennesima volta” (Fante, “Buttarsi”, p. 39).
Il titolo originale del romanzo di Dan Fante “Buttarsi”, “86′d”, è difficilmente traducibile in lingua italiana. È un termine slang che può significare diverse cose; tendenzialmente, ha a che fare con l’esaurimento, l’annullamento, l’indisponibilità, l’eliminazione. Wikipedia inglese prova a dare una spiegazione dell’etimo: vi rinvio a questo link per approfondire. Come potrete apprezzare, il romanzo di Fante è indicato tra gli esempi di applicazione del termine nella cultura pop, perchè in questo libro il narratore, licenziato (“86′d”), si ritrova a combattere l’alcolismo. Insomma, “ottantaseiato” sta a significare, brutalmente, “fatto fuori”, “cancellato”. L’interpretazione dell’editore italiano del romanzo, Marcos Y Marcos, aggiunge una sfumatura semantica (“Buttarsi”) interessante. Perchè l’alter ego di Dan Fante, Bruno Dante, si fa del male? Diciamo subito una cosa. Come “Angeli a pezzi” (“Chump Change”, 1998) era una trasfigurazione delle sofferenze e dell’elaborazione del lutto per la morte del padre, John, “Buttarsi” è l’equivalente per la morte del fratello. È una morte che giunge inattesa, a dispetto delle infelici condizioni di salute del famigliare, perché Bruno è probabilmente tutto concentrato su altri problemi individuali ed esistenziali, non solo artistici. Non c’è niente di rassicurante né di rigenerante nelle avventure che lo sfortunato Bruno Dante vive per buona parte del romanzo. È semplicemente un cittadino angosciato dai rovesci della sorte, incapace di sopportare il dolore, autodistruttivo per necessità. Man mano, la sua tempra di figlio d’emigrante emerge e con un pizzico di fortuna il nostro amico riesce a sollevare la testa. Ma la batosta è arrivata in pieno, e il male è stato arginato e accettato con vera difficoltà. In tutto questo complesso, profondo e drammatico scenario, la scrittura di Fante Junior rimane fresca, immediata e diretta proprio come nel suo lontano esordio. Dan Fante è un’anima gentile, e consapevole dei propri difetti e dei propri vizi, e la sua capacità di scarnificarsi e di mettersi a nudo è prova d’un’onestà mostruosa. Non c’è compiacimento, non c’è esibizionismo. C’è un enorme desiderio di essere in grado di capirsi, di sopportarsi – non dico di amarsi – nonostante sé stessi. E questo tiene uncinati alla lettura, questo t’appassiona, questo ti colpisce.
Bruno Dante è uno scrittore esordiente sempre in crisi. Il suo nuovo libro e tutti i suoi racconti sono slittati, per scelta editoriale, all’anno successivo. 5 anni di lavoro, trecento pagine di scrittura sono stati salariati con un anticipo davvero simbolico di 500 dollari; nessuna soddisfazione diversa all’orizzonte. La frustrazione cresce, così come la nostalgia per il vecchio mondo – più umano, meno freddo – dell’editoria, e per le diverse fortune paterne.




La macchina da scrivere di suo padre, oltretutto, aveva ben altro fascino rispetto al portatile che adesso è costretto a usare: ricevendo in tempo reale, come se non bastasse, pessime notizie. Bruno si tiene calmo mescolando alcol e farmaci, a tutto spiano. Unica consolazione, in questo scenario sciagurato, è essere stato apprezzato da sua maestà Hubert Selby Jr. In effetti è un buon segno.
Bruno se la passa male. Deve pagare l’affitto e i lavoretti non bastano mai. Un film e un paio di bottiglie di vino sono un lusso. Si ritrova, fortunosamente, a lavorare per un ex padrone che solidarizza con le sue difficoltà esistenziali e il suo alcolismo. Torna a fare l’autista. E poi l’addestratore di nuovi autisti, con tanto di doppio stipendio. E poi subentra qualche controversa difficoltà con una collega di origine inglese, Portia. Ma intanto: com’è lavorare da autista, a Los Angeles?
“Guidare una limo a Los Angeles è un modo bizzarro di far soldi. Un po’ come raccogliere merda di cane fresca con la lingua. La clientela della Davko a L.A. era composta perlopiù da scoppiati e zombie. Ricchi produttori cinematografici su di giri, rockstar viziate, rapper con le Glock nere infilate nella cintura dei pantaloni, ex attori alcolizzati pizzicati troppe volte a guidare sotto effetto e una girandola infinita di arrivisti di alto bordo. Esseri umani che sfoggiano le peggiori caratteristiche della fauna autoctona di L.A.: troppo ego e decisamente troppo denaro” (p. 64).
E poi succedono tutta una serie di cose dolorose e inattese. Muore il fratello di Bruno, Riccardo. Alcol. Sulle prime il nostro narratore sembra essere in grado di assimilare la tragedia con disinvoltura, man mano ci accorgiamo di quanto ne è lacerato. Esemplare, in assoluto, la sua scelta (inconsapevole, per quanto era sbronzo) di tatuarsi il nome del fratello e la ragione della sua morte sul braccio. E come se non bastasse, s’alternano intanto vicende tragicomiche, come un’orgia finita con sessanta punti di sutura, per gelosia (Portia), e poi micidiali sbronze che sembrano precipitare nel fango e nella perdita di tutto il nostro antieroe.
Altro non dico per non mancare di rispetto ai neofiti, che immagino vogliano scoprire tutto il resto da soli. Aggiungo semplicemente che Fante riesce, con umiltà e compostezza, a parlare di dinamiche psichiche, sociali e professionali complesse, e di una dipendenza disastrosa, e di una morte sciagurata; il suo romanzo rimane impresso per una forma di umanità abnorme, generosa e sbagliata, tanto vera, davvero selbiana. Leggetelo e smettetela di pensare a suo padre, o di parlare di suo padre nei vostri articoli. Leggetelo come un buon narratore italoamericano con la sua identità e la sua personalità e la sua dignità. È un intellettuale che ha toccato il fondo e poi è tornato a respirare. Altro che 86′d, Fante è uno che il male l’ha saputo rovesciare.

Vanity Fair
Ferdinando Cotugno
giugno 2010

Quel bastardo di mio padre

Nei suoi romanzi, l’alter ego Bruno Dante è un alcolista in lotta con la bottiglia. Ma sul braccio, Dan Fante (66 anni) ha tatuato la data in cui ha chiuso con il bere e con i vizi che racconta nelle sue storie. Lui è il figlio di John Fante, il grande scrittore americano. Per anni ha rifiutato l’eredità, facendo l’imbonitore, il detective o il lavavetri. Nel ‘98, ha pubblicato Angeli a pezzi. Buttarsi (Marcos y MArcos, pagg. 272, € 16,50) è il terzo libro.

Perché ha iniziato a scrivere così tardi?
«Avevo smesso di bere, ero depresso, senza lavoro, vivevo nella casa di mio padre, morto da anni. Volevo uccidermi, invece ho trovato la sua macchina per scrivere. Mi sono salvato perché ho capito che l’unico modo per proteggermi dalla mia mente era darle qualcosa in pasto».

 




Com’era il rapporto con suo padre?
«Era un bastardo impossibile, ma oggi penso a lui con affetto».

In che modo i suoi anni inquieti sono diventati romanzi?
«Quando ero venditore telefonico ho mentito a 48 mila persone in quattro anni, poi mi sono promesso che non l’avrei più fatto. La mia scrittura viene da lì».

L’America da lei raccontata non sembra buona.
«Come nella Metamorfosi di Kafka, una mattina ci siamo trasformati in orribili insetti. I miei personaggi bevono, sono violenti, vanno in galera. E sarà sempre peggio: voglio che mio figlio Giovanni possa crescere nell’Abruzzo della mia famiglia».

Scheda del libro

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