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FANTE Buttarsi |
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liberidiscrivere.it,
gennaio 2011, intervista
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Florinda
Fiamma Vuole fare il cattivo, ma non sono sicura che lo sia. Ha un fantasma pesante da digerire ed è il suo geniale e irritabile padre. Dan, il secondogenito di John Fante, è stato descritto come un autentico fuorilegge letterario. Così appare anche Bruno Dante, il protagonista del suo ultimo romanzo: bukowskiano, bizzarro, amaro e triste, uno scrittore alcolizzato che dopo aver perso il lavoro per l’ennesima volta, inizia a fare lo chauffeur a un unico patto: restare sobrio. Intanto attende trepido e nervoso la pubblicazione del suo libro di racconti. Della tua scrittura dicono sia “intrisa di
vodka” ma anche sentimentale.
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Hai fatto il venditore porta a porta, il tassista e
il lavavetri… Sta cambiando lavoro ancora? Due righe per descrivere la “tua” Los Angeles.
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Luca
Rappazzo affaritaliani.it agosto 2010 "Buttarsi", un romanzo appassionante e disperato “Buttarsi” è la storia di Bruno, l’alter ego di Dan Fante (figlio del grande John), una persona tormentata dal ricordo paterno che oltre all’amore per la letteratura e la scrittura gli ha trasmesso il fardello dell’eterna insoddisfazione. Una mail e cinque anni di duro lavoro da buttare: l’editore decide di sospendere la pubblicazione dell’ultimo suo libro e il protagonista non può far altro che arrendersi alla voce nella sua testa, rinonimata Jimmy, che gli ricorda in ogni momento della sua vita di essere un fallito. E’ per placare Jimmy che Bruno è diventato alcolizzato e dipendente da psicofarmaci. L'unica cosa che Bruno ama al mondo e che lo fa stare in vita è la scrittura quotidiana di brevi racconti. In preda alla disperazione Bruno incrocia David Koffman, suo ex ricco capo che gli offre di lanciare a Los Angeles la Dav-K, una società di noleggio limousine che scarrozza rockstar, attori e ricconi di Hollywood. Un ambiente che Bruno alla lunga non riesce a sopportare, ma deve sforzarsi di frequentare. |
Alla fine l’alcool e gli psicofarmaci prendono il sopravvento e Bruno precipita negli abissi dell’ossessione: inizierà addirittura a possedere sessualmente
Portia, la tanto odiata segretaria. Una vita alla deriva, senza scopo, folle, in cui si susseguono in rapida successione momenti esaltanti e ricadute profonde. |
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Silvia
Santirosi Una travolgente umanità Occhiali con la montatura
scura, piccoli e rotondi. Jeans e scarpe marroni, camicia azzurra con le
maniche arrotolate che lasciano scoperto il tatuaggio sul braccio
destro: il nome di suo fratello, una serie di numeri con data e la
scritta "dead from alcohol". Così si presenta Dan Fante ai
suoi lettori romani. In Italia per promuovere l'uscita di Buttarsi
(Marcos y Marcos, pp. 272, euro 16,50), lo scrittore americano non
risparmia storie e aneddoti su di sé e su ciò che racconta nel libro,
cioè la sua vita. "Ne ho scritti cinque che hanno come
protagonista Bruno Dante, mio alter ego, e mio padre ovvio. Ma non ho
mai scritto qualcosa su mia madre" dice quasi intenerito, mitigando
quel suo modo di essere ironico e canzonatorio, perfettamente padrone
della situazione. "Ecco che invece il personaggio di J. C. Smart è
costruito su di lei: mia madre era una poetessa, un critico, un editor
eccezionale. Ha letto quattro, cinque libri a settimana fino a qualche
giorno prima di morire. Era la persona più colta e geniale che abbia
mai conosciuto, anche se non era proprio dolce e amorevole. Le ho dato
corpo e voce realizzando così anche un suo desiderio: essere un poeta
pubblicato. I due componimenti che sono nel libro sono suoi". Una
specie di risarcimento a posteriori, come chiarisce subito dopo.
"Quando ancora vivevo con lei ed ero senza lavoro, le ho fatto
leggere alcune pagine. Oh Dio no, ha esclamato, non voglio un altro
scrittore. Odio gli scrittori! E quando le ho chiesto di revisionare il
manoscritto di Angeli a pezzi, mi ha detto che se davvero volevo vivere
di questo mestiere, dovevo quantomeno fingere di saper fare lo
spelling".
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Come già suo padre prima di lui, Dan Fante scrive di cose che conosce molto bene: la sua vita reale, la sua famiglia, i suoi errori. L'autobiografismo è la chiave di tutta la sua scrittura: una letteratura di vita e di strada. Noi lasciamo una macchia, lasciamo una traccia, lasciamo la nostra impronta, dice Philip Roth. Impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme: mi è capitato di incontrare molti personaggi dello spettacolo: Bruce Springsteen, Mike Jagger e altri. E ce n'era uno che chiedeva sempre di me: era Paul Simon. Per un anno intero l'ho accompagnato ovunque, ma lui non mi ha mai rivolto la parola. Fino al giorno in cui mi sono rifiutato di continuare. Non riuscivo a capire perché volesse proprio me. Un mio collega me l'ha spiegato tempo dopo: ero uno degli autisti più bassi della ditta. Un po' come lui". Non c'è domanda alla quale si tira indietro, cinico e disilluso quanto basta. Chiarisce ogni punto, senza ripulire contenuti e modi. Parla lentamente, scandendo frasi e parole, quasi pregustando l'effetto che produrrà nell'uditorio. "Mio padre amava molto i cani. Arrivò a possederne fino a dieci. Ogni sera gli preparava la cena, uno strano, orribile miscuglio di cibo, e questo rituale è andato avanti per anni. Una volta scappò il suo amato, e detestato da tutti i vicini, cane Rocco. Poco dopo sentimmo uno stridere di freni e di gomme e vedemmo l'animale che volava per aria. Io, mio padre e mio fratello uscimmo in strada. Mio padre prendendolo fra le braccia ripeteva: oh mio Dio, il mio cane è morto, oh mio Dio! Rocco tossì, due volte, si alzo e saltò giù, andandosene per i fatti suoi. A quel punto mio padre gridò: questo cane vivrà per sempre! È come Giulio Cesare". Un'ultima curiosità. Il titolo originale è 86'd. "Non ne conosco l'origine, ma è un'espressione dello slang americano" risponde alla richiesta di chiarimenti. "Se vai in un bar a bere ogni notte, diventi molesto, inizi a creare problemi e ti viene detto di non farti più vedere lì, ecco allora che diventi un 86". |
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Matteo
Sacchi Si
chiama Fante, ma non si chiama John. È l’altro Fante quello junior.
Quello cresciuto con un padre geniale nella scrittura ma a lungo
relegato nel sottoscala della cultura americana. Quello che dalla
famiglia Fante ha ereditato una smodata passione per l’alcol, la
depressione e la capacità di raccontare com’è l’America quando ti
prende a cazzotti. Un signore un po’ luciferino e capace di cambiare
continuamente pelle: da guru da salotto losangelino a scaricatore di
porto che mastica lo slang da bassifondi, passando per la noncuranza del
pacioso borghese del sobborgo bene, quello che se ne frega di tutto
cucinando hot dog con indosso una camicia a quadri. Perché se John
Fante era quasi inscindibile dal suo Arturo Bandini, e Chiedi alla
polvere è stato il ritratto più duro della depressione e della
condizione degli immigrati, l’altro Fante, Dan, è inscindibile dal
suo Bruno Dante che in libri come Angeli a pezzi e nell’appena
tradotto Buttarsi (entrambi sono editi da Marcos y Marcos e Dan sarà in
Italia per presentare il secondo dal 4 al 13 giugno) accompagna il
lettore per nuove crisi, molto più post moderne (anche se
l’espressione che utilizzerebbe Fante junior è accompagnare il
lettore per «una fottuta pioggia cosmica di merda». Infatti se la vena
dei Fante è simile (lo intuì Fernanda Pivano: «I suoi romanzi sono
ballate di amore e morte come lo erano quelli del padre») non lo sono
più i tempi. E così, se la vita degli immigrati e dei loro figli era
un inferno di povertà e quella degli aspiranti scrittori un
ininterrotto ticchettio di infelicità, adesso è tutto farsesco. Il
nuovo Fante/Dante lo sa e ci gioca. Perché non si chiede più alla
polvere si chiede alle mail «che rovinano istantaneamente la vita alla
gente... - con un rifiuto editoriale, ndr - senza nemmeno la cortesia di
un cazzo di francobollo». |
C’è
una linea che nonostante tutto separa Bruno Dante, il suo alter ego
letterario, da Dan Fante? |
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Paolo
Di Vincenzo Dan Fante in Italia per presentare il nuovo «Buttarsi» Dan Fante torna in Italia per
un lungo tour che da oggi lo porta a Cagliari, Cuneo, Cremona, Arezzo,
Siena, Terni, Riccione, Roma, ma non nel suo amatissimo Abruzzo. Il
figlio di John Fante, scrittore di talento a sua volta, promuove il
nuovo volume «Buttarsi» edito da Marcos y Marcos, di cui Il Centro
anticipa in esclusiva un brano.
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Francesca
Frediani D - La Repubblica delle Donne giugno 2010 Quattro conti con papà La quarta tappa del confronto romanzesco di Dan Fante con John Scrivere da dio, eppure buttarsi via come uno straccio. Bruno Dante, chaffeur di star in una Los Angeles sfavillante e degradata, è figlio dello scrittore famoso Jonathan Dante. Aspirante scrittore a sua volta, frustrato dal confronto col padre, Bruno annega nell'alcol e in massicce dosi di Vicodin e Xanax i demoni di un'esistenza borderline, e quella maledetta "voce" che si sgola nella sua testa. Una voce che «a volte, quando lasciavo un lavoro o mi svegliavo ubriaco e non sapevo dov'ero, si faceva insopportabile. Decisi di darle un nome. L'avrei chiamata Jimmy». Scrittura dritta all'essenziale, materia di vita incandescente: Bruno Dante è l'alter ego di Dan Fante, 67 anni, figlio del grande John Fante scomparso nell'83. «Attraverso Bruno cerco di esorcizzare il mio rapporto con lui. Scrivere Angeli a pezzi e i libri successivi fino a questo mi ha salvato la vita». |
In questo quarto libro della saga di Bruno Dante (dopo Angeli a pezzi, Agganci e Spitting Off Tall Buildings), sembra esserci un barlume di speranza per il protagonista. Qui Bruno tocca il fondo. È a un bivio: cambiare, o uccidersi. Ho vissuto tutta la mia vita così. Non è una bella storia, ma è la verità. A che cosa sta lavorando in questo momento? A un thriller. Protagonista un detective privato fuori di testa, catapultato in un mondo spaventoso dall'omicidio di un amico. |
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Filippo Ferrari panorama.it giugno 2010 Dan Fante: figlio di John
Fante, John Fante non ha bisogno di presentazioni: con i
suoi romanzi, Chiedi alla polvere su tutti, ha segnato in modo indelebile
la letteratura americana. Suo figlio Dan Fante, al
contrario, è assai meno noto, soprattutto qui in Italia. Nato nel 1944 a
Los Angeles, secondogenito di John, a 20 anni si trasferisce a New York
dove vive per 12 anni facendo i lavori più assurdi: venditore porta a
porta, lavavetri, investigatore privato, autista, lavapiatti. E intanto si
alcolizza.
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Protagonista indimenticabile di Angeli a pezzi è Bruno Dante, alter ego del romanziere, caratterizzato con forti tratti autobiografici: alcolista, residente nel lato perdente del sogno americano, Bruno è dotato di un folgorante talento di scrittore, che fatica a difendere dalla sua inclinazione allo sfacelo e ai guai. Il debutto spazzò via ogni dubbio sul diritto di Dan Fante di battere la stessa strada del padre; da lì in poi ha continuato a scrivere e pubblicare. Bruno è tornato in altri due romanzi: Mooch (2000) e Spitting off tall buildings (2001), dei quali solo il primo è sbarcato in Italia, con il titolo di Agganci, sempre per Marcos Y Marcos. L’anno scorso Dan Fante ha finalmente recuperato Bruno dedicandogli una nuova avventura, 86’d, da poco uscita anche nelle nostre librerie come Buttarsi (Marcos Y Marcos, 269 pagine). Leggerlo sarà come incontrare un vecchio amico, fuori di testa e ingestibile, ma dannatamente umano. E viene quasi voglia di rileggersi tutta l’opera dei Fante, padre e figlio, per approfondire questo curioso fenomeno dell’ereditarietà del talento. |
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Liberidiscrivere.slinder.com Sono uno scrittore di romanzi. Sono un ex ubriacone e degenerato. Mi piacciono la pornografia e gli spot in TV. Raccontaci qualcosa della tua infanzia. Sono nato a Los Angeles. Ero un ragazzino grasso a scuola e un prepotente. Sono cresciuto vicino al mare a Malibu, con un padre scrittore folle e ho trascorso gran parte della mia infanzia in un mondo di fantasia evitando la scuola il più possibile. John Fante, tuo padre. Dimmi qualcosa di divertente su di lui. Era solito raccontarci le trame dei suoi libri all'ora di cena, a volte sarebbe andato avanti per un'ora a inventare storie e bere vino. Era un uomo molto poetico e molto divertente. Quando hai capito che avresti voluto fare lo scrittore? Quando ho fallito in tutto il resto nella mia vita. Quando la mia terza moglie mi ha buttato fuori di casa e quando non avevo lavoro. Stavo cercando il più basso posto di lavoro retribuito in America e ho finalmente scoperto la scrittura. C’è stato qualcuno che ti ha incoraggiato? No, non ho avuto molto incoraggiamento. Ma ho amato i libri e la poesia e gli spettacoli teatrali. Una mia insegnante, quando avevo tredici anni ha visto una storia che avevo scritto e mi ha detto che un giorno sarei stato un grande scrittore. Ho pensato che fosse pazza e la ho evitata per il resto dell'anno scolastico. Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso pubblicazione. Il mio primo romanzo, Angeli a pezzi, è stato respinto da oltre quaranta editori americani come pornografico e perverso e folle. Questo mi ha confermato che ero un grande scrittore così ho continuato a inviare manoscritti. Infine, in Francia due anni dopo, è stato pubblicato. I francesi hanno un gusto meraviglioso nella letteratura. Pensi che alcuni scrittori in particolare, abbiano influenzato il tuo stile, o il tuo approccio verso la scrittura? Eugene O'Neill avuto una grande influenza sul mio lavoro e così come Hubert Selby, e John Fante. Pensi che i critici abbiano influenzato il tuo lavoro? La maggior parte dei critici sono scrittori frustrati. Quelli che amano il mio lavoro ritengo che siano brillanti. Quello che non amano il mio lavoro ritengo che siano analfabeti degenerati. Che tipo di libri leggevi quando eri un ragazzo? Ho amato il lavoro di Jack London da ragazzo. Amavo anche romanzi di cowboy. Mi sono sempre identificato con i cattivi. Cosa ne pensi di Faulkner? Cerco di non pensare a Faulkner. Se mi sveglio e sto avendo un giorno terribile, lo so è perché ho letto una volta William Faulkner. Chi sono i tuoi autori viventi preferiti? Mi piacciono i libri di detective in questo momento. Sono in una fase da libro di detective ora. Michael Connelly. Mi piace il 50% del lavoro di Michael. Questo è un grande elogio per me. |
Dashiell Hammett e Raymond Chandler? Hammett era un maestro, Chandler era un ubriacone, ma ha scritto un paio di cose buone. Perché hai deciso di scrivere Buttarsi? Buttarsi è l'ultimo episodio della serie di libri su Bruno Dante. Si basa su episodi veri. Volevo porre fine alla saga Bruno Dante con un botto così ho scritto Buttarsi. Il finale di questo romanzo è molto triste. Perché è stato scritto così? No, non è cupo affatto. E' pieno di speranza. Rileggilo di nuovo, vedrai. Bruno Dante spesso è molto simile a te? Ci sono pezzi autobiografici? Certo. Io sono Bruno solo meno matto dopo tanti anni. Qual è il tuo consiglio per gli aspiranti scrittori? Fate golf o usate un saldatore o diventate un cassiere di banca o un barista o lavorate come postino. Non battete vostra moglie e i vostri figli più di una volta al giorno. Se potessi iniziare la sua carriera di scrittore di nuovo, che modifiche apporteresti? Vorrei scrivere terribile narrativa popolare e diventare ricco. Puoi dirci qualcosa dei tuoi libri? Quale è il tuo preferito? Mi piace il mio primo libro, sicuramente il migliore perché è stato scritto quando ero molto pazzo e sul bordo della morte. Mi piacciono anche i miei libri di poesia. Sei un autore acclamato dalla critica. Hai ricevuto recensioni negative? Non mi considero uno scrittore acclamato dato che ho già avuto due recensioni negative. Mia madre ne ha scritta una e qualche bastardo su Amazon.com ha scritto l'altra. Sto ancora inseguendo il ragazzo su Amazon.com. Se possiede un gatto giuro glielo avveleno. Pensi che la tua scrittura migliori sempre? Mi piacerebbe che la mia scrittura migliorasse mentre scrivo. Certi giorni mi considero un genio e qualche giorno penso di tornare a cocaina e whisky. Vuoi descriverci una tua tipica giornata di lavoro ? Non faccio un duro lavoro. Questo è il segreto. Scrivo sei giorni alla settimana per due ore ogni giorno. In realtà per la maggior parte del tempo mentre scrivo mi diverto. Hai una base di fan molto intensa. Qual è il tuo rapporto come con i tuoi lettori? Sono ancora stupito di averne di fan. Il genere di libri che scrivo non è adatto alla maggior parte dei lettori. Dico la verità su chi sono io nei miei libri. Alla maggior parte delle persone non piace questo tipo di narrativa. La maggior parte delle persone ama gli scrittori che scrivono di amore e morte e passione e dipendenza. Troppo difficile. La maggior parte delle persone preferisce essere sedata dalla fantasia. Non scrivo per divertire. Parlami del tuo prossimo romanzo. Il mio prossimo libro è un libro di memorie su John Fante & Dan Fante. Sarà pubblicato in America il prossimo agosto. |
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Liberi
di scrivere giugno 2010 Recensione a Buttarsi Non deve essere facile essere il figlio di un’icona della letteratura americana, un figlio del sogno americano, non lo è certo stato facile per Dan Fante, figlio del celeberrimo John Fante autore di Aspetta primavera Bandini e Chiedi alla polvere. Esce in questi giorni per Marcos y Marcos il suo Buttarsi quarto episodio della vita tormentata di Bruno Dante dopo Angeli a pezzi, Agganci e dell’edizione non ancora disponibile in traduzione italiana di Spitting Off Tall Buildings. Siamo a Los Angels, la sfavillante capitale del sogno americano e Bruno, sempre tormentato dai suoi demoni interiori, dall’ingombrante figura paterna e dalla voce nella sua testa, che ha deciso di chiamare Jimmy, che gli ricorda ogni momento di essere un fallito, cerca di fare l’unica cosa che ancora lo tiene vivo: scrivere. Almeno una pagina al giorno, questo è il patto con se stesso, l’unica ancora di salvezza in un mare di alcool e psicofarmaci. Una vita alla deriva la sua, senza scopo, folle, una vita molto simile a quella dell’autore e proprio per questa aderenza tra vissuto e creazione artistica, il sapore della verità acre, sgradevole, sulfureo emerge dalle pagine in tutta la sua caustica nitidezza. Per sbarcare il lunario Bruno si improvvisa chaffeur di auto di lusso cosa c’è di meglio che scarrozzare per Los Angeles celebrità, rockstar e pezzi grossi del cinema di New York e Los Angeles in cambio di un tetto sulla testa, l’assicurazione medica, ferie pagate e una partecipazione del venticinque percento dopo sei mesi se fosse riuscito a tenersi fuori dai guai.
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Bhe certo c’è sempre il problema dell’alcool ma la promessa al suo capo di recarsi ogni tanto alle riunioni degli Alcolisti Anonimi sembra bastare. Bruno accetta con entusiasmo questa offerta del destino che per una volta sembra guardarlo con benevolenza e finanche sorridergli e ci mette tutto se stesso per prendere al volo questa occasione di riscatto, ma tutta questa pacchia non sembra destinata a durare c’è ad attenderlo un conto da pagare ma l’incontro con un’anziana editrice e poetessa proprio ad un passo dal precipizio sarà la sua salvezza. Buttarsi è un romanzo bellissimo e disperato, il canto del cigno di un’ America che dietro la sua patina scintillante di paladina del progresso e dell’ottimismo nasconde un’ anima nera e malata. Con lucidità e senza compassione Dan Fante scava nel nero magma che si agita sotto la superficie del sogno americano, dell’Eldorado di benessere e finta opulenza e con una sincerità senza compromessi cerca le ragioni per cui vale ancora la pena vivere e morire. Scrittura nitida e scintillante, diretta a colpire al cuore, sparata a mille in un susseguirsi di vertiginose discese e risalite. La disperazione è feroce ma mai assoluta e pure nei momenti più bui c’è un piccolo spiraglio da cui si può intravedere un futuro migliore illuminato da un barlume di speranza. Figlio letterario di Bukowski forse più che del suo vero padre, Dan Fante si appresta sicuramente ad essere una delle voci più interessanti dell’America contemporanea e non solo. |
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Marta
Topis Urban giugno 2010 In originale il quarto romanzo di Dan Fante, figlio dell’autore di culto John, si intitolava 86’d, che in slang anglo-americano significa liberarsi di qualcosa, ovvero quello che lungo tutta la storia il protagonista Bruno Dante (alter ego autobiografico dell’autore) cerca di fare dei propri vizi: alcolismo, sesso di quart’ordine e droghe. Siamo nella Los Angeles più sporca e nera, ai confini con Hollywood e le sue luci finte: Bruno, aspirante scrittore senza speranze, dopo l’ennesimo insuccesso, dosi di Vicodin e bottiglie di whisky scadute, decide di tornare a fare il suo vecchio lavoro di autista di limousine. |
È il momento di ripulirsi, nonostante le tentazini, quando incontra una tenera ma danarosa nonnina che potrebbe costituire la sua ancora di salvezza: Bruno non la afferra e precipita nuovamente all’inferno, per riemergere solo nelle ultime due pagine davanti a un caffè freddo. Duro, spigoloso ma con qualche accento tenero: un libro che si legge tutto d’un fiato. |
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Lankelot.it Franchi giugno 2010 Buttarsi (86'd) Il titolo originale del romanzo
di Dan Fante “Buttarsi”, “86'd”, è difficilmente traducibile in
lingua italiana. È un termine slang che può significare diverse cose;
tendenzialmente, ha a che fare con l'esaurimento, l'annullamento,
l'indisponibilità, l'eliminazione. Wikipedia inglese prova a dare una
spiegazione dell'etimo: vi rinvio a questo link per approfondire. Come
potrete apprezzare, il romanzo di Fante è indicato tra gli esempi di
applicazione del termine nella cultura pop, perché in questo libro il
narratore, licenziato ("86'd"), si ritrova a combattere
l'alcolismo. Insomma, “ottantaseiato” sta a significare, brutalmente,
“fatto fuori”, “cancellato”. L'interpretazione dell'editore
italiano del romanzo, Marcos Y Marcos, aggiunge una sfumatura semantica
(“Buttarsi”) interessante. Perchè l'alter ego di Dan Fante, Bruno
Fante, si fa del male? Diciamo subito una cosa. Come “Angeli a pezzi”
(“Chump Change”, 1998) era una
trasfigurazione delle sofferenze e dell'elaborazione del lutto per la
morte del padre, John, “Buttarsi” è l'equivalente per la morte del
fratello. È una morte che giunge inattesa, a dispetto delle infelici
condizioni di salute del famigliare, perché Bruno è probabilmente tutto
concentrato su altri problemi individuali ed esistenziali, non solo
artistici. Non c'è niente di rassicurante né di rigenerante nelle
avventure che lo sfortunato Bruno Dante vive per buona parte del romanzo.
È semplicemente un cittadino angosciato dai rovesci della sorte, incapace
di sopportare il dolore, autodistruttivo per necessità. Man mano, la sua
tempra di figlio d'emigrante emerge e con un pizzico di fortuna il nostro
amico riesce a sollevare la testa. Ma la batosta è arrivata in pieno, e
il male è stato arginato e accettato con vera difficoltà. In tutto
questo complesso, profondo e drammatico scenario, la scrittura di Fante
Junior rimane fresca, immediata e diretta proprio come nel suo lontano
esordio. Dan Fante è un'anima gentile, e consapevole dei propri difetti e
dei propri vizi, e la sua capacità di scarnificarsi e di mettersi a nudo
è prova d'un'onestà mostruosa. Non c'è compiacimento, non c'è
esibizionismo. C'è un enorme desiderio di essere in grado di capirsi, di
sopportarsi – non dico di amarsi – nonostante sé stessi. E questo
tiene uncinati alla lettura, questo t'appassiona, questo ti
colpisce.
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La frustrazione cresce, così come la nostalgia per il vecchio mondo – più umano, meno freddo – dell'editoria, e per le diverse fortune paterne. La macchina da scrivere di suo padre, oltretutto, aveva ben altro fascino rispetto al portatile che adesso è costretto a usare: ricevendo in tempo reale, come se non bastasse, pessime notizie. Bruno si tiene calmo mescolando alcol e farmaci, a tutto spiano. Unica consolazione, in questo scenario sciagurato, è essere stato apprezzato da sua maestà Hubert Selby Jr. In effetti è un buon segno. Bruno se la passa male. Deve pagare l'affitto e i lavoretti non bastano mai. Un film e un paio di bottiglie di vino sono un lusso. Si ritrova, fortunosamente, a lavorare per un ex padrone che solidarizza con le sue difficoltà esistenziali e il suo alcolismo. Torna a fare l'autista. E poi l'addestratore di nuovi autisti, con tanto di doppio stipendio. E poi subentra qualche controversa difficoltà con una collega di origine inglese, Portia. Ma intanto: com'è lavorare da autista, a Los Angeles? “Guidare una limo a Los Angeles è un modo bizzarro di far soldi. Un po' come raccogliere merda di cane fresca con la lingua. La clientela della Davko a L.A. era composta perlopiù da scoppiati e zombie. Ricchi produttori cinematografici su di giri, rockstar viziate, rapper con le Glock nere infilate nella cintura dei pantaloni, ex attori alcolizzati pizzicati troppe volte a guidare sotto effetto e una girandola infinita di arrivisti di alto bordo. Esseri umani che sfoggiano le peggiori caratteristiche della fauna autoctona di L.A.: troppo ego e decisamente troppo denaro” (p. 64). E poi succedono tutta una serie di cose dolorose e inattese. Muore il fratello di Bruno, Riccardo. Alcol. Sulle prime il nostro narratore sembra essere in grado di assimilare la tragedia con disinvoltura, man mano ci accorgiamo di quanto ne è lacerato. Esemplare, in assoluto, la sua scelta (inconsapevole, per quanto era sbronzo) di tatuarsi il nome del fratello e la ragione della sua morte sul braccio. E come se non bastasse, s'alternano intanto vicende tragicomiche, come un'orgia finita con sessanta punti di sutura, per gelosia (Portia), e poi micidiali sbronze che sembrano precipitare nel fango e nella perdita di tutto il nostro antieroe. Altro non dico per non mancare di rispetto ai neofiti, che immagino vogliano scoprire tutto il resto da soli. Aggiungo semplicemente che Fante riesce, con umiltà e compostezza, a parlare di dinamiche psichiche, sociali e professionali complesse, e di una dipendenza disastrosa, e di una morte sciagurata; il suo romanzo rimane impresso per una forma di umanità abnorme, generosa e sbagliata, tanto vera, davvero selbiana. Leggetelo e smettetela di pensare a suo padre, o di parlare di suo padre nei vostri articoli. Leggetelo come un buon narratore italoamericano con la sua identità e la sua personalità e la sua dignità. È un intellettuale che ha toccato il fondo e poi è tornato a respirare. Altro che 86'd, Fante è uno che il male l'ha saputo rovesciare. |
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menstyle.it Anna Claudia Furgeri Caramaschi giugno 2010 Dan Fante, il bordervile Scrivere da Dio, ma buttarsi via come uno
straccio. Dan Fante, figlio d'arte, attinge senza chiedere polvere
di genio dal padre John. Vivendo sulla propria pelle le storie poi
narrate, ha fatto i lavori più insoliti prima di approdare alla
scrittura. Considerato uno dei classici della letteratura americana
contemporanea, è inscindibile dal suo alter ego, Bruno Dante, come
lo fu John Fante da Arturo Bandini. |
Che cosa ricordi di Hollywood? Hollywood è Roma nel I secolo d.c. Hollywood è una malattia di cui ha sofferto tutto il mondo e ne soffre ancora, sebbene sia un posto "da pazzi". Tante sono state le storie folli vissute, i personaggi incontrati durante quel periodo, nella mia società di limousine, che il romanzo avrebbe potuto essere lungo cinquecento pagine... Una città che paragoneresti alla tua Los Angeles... Forse Phoenix, in Arizona. Sono entrambi città enormi, costruite rapidamente e quasi nessuno è nato in queste città. Sono tutti rifugiati provenienti da altri luoghi, alla ricerca di un sogno strano e irraggiungibile come il sudore sotto il sole. Nei ringraziamenti scrivi che Bettye LaVette ti ha cambiato la vita con una sola canzone blues, come ha fatto? Bettye è una delle più grandi cantanti blues del mondo. Il suo cuore è nella sua voce. La sua voce emoziona. Piango quando la ascolto cantare. Perché consiglieresti di leggerti? Per trovare una più profonda consapevolezza della condizione umana. Cosa senti di aver in comune con John Fante? John Fante ed io abbiamo stili di scrittura simili, ma mio padre non poteva dire in un libro ciò che posso raccontare io: settanta anni fa vi erano forti restrizioni. Nessuno sa cosa avrebbe scritto oggi mio padre. Sicuramente la sua semplicità e la sua genialità con le parole mi hanno molto influenzato.
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scrittinediti.it Gianfranco Franchi luglio 2010 “Disgustato, voltai le spalle alla scena e accesi il computer per ritrovare le mie storie. Sono Bruno Dante, pensai, scrittore di racconti, un tizio con un libro mai pubblicato, una Pontiac di dodici anni e nient’altro al mondo. Un aspirante di quarantadue anni, che nuota controcorrente. Che ricomincia daccapo per l’ennesima volta” (Fante, “Buttarsi”, p. 39). Il titolo originale del romanzo di Dan Fante “Buttarsi”, “86′d”, è difficilmente traducibile in lingua italiana. È un termine slang che può significare diverse cose; tendenzialmente, ha a che fare con l’esaurimento, l’annullamento, l’indisponibilità, l’eliminazione. Wikipedia inglese prova a dare una spiegazione dell’etimo: vi rinvio a questo link per approfondire. Come potrete apprezzare, il romanzo di Fante è indicato tra gli esempi di applicazione del termine nella cultura pop, perchè in questo libro il narratore, licenziato (“86′d”), si ritrova a combattere l’alcolismo. Insomma, “ottantaseiato” sta a significare, brutalmente, “fatto fuori”, “cancellato”. L’interpretazione dell’editore italiano del romanzo, Marcos Y Marcos, aggiunge una sfumatura semantica (“Buttarsi”) interessante. Perchè l’alter ego di Dan Fante, Bruno Dante, si fa del male? Diciamo subito una cosa. Come “Angeli a pezzi” (“Chump Change”, 1998) era una trasfigurazione delle sofferenze e dell’elaborazione del lutto per la morte del padre, John, “Buttarsi” è l’equivalente per la morte del fratello. È una morte che giunge inattesa, a dispetto delle infelici condizioni di salute del famigliare, perché Bruno è probabilmente tutto concentrato su altri problemi individuali ed esistenziali, non solo artistici. Non c’è niente di rassicurante né di rigenerante nelle avventure che lo sfortunato Bruno Dante vive per buona parte del romanzo. È semplicemente un cittadino angosciato dai rovesci della sorte, incapace di sopportare il dolore, autodistruttivo per necessità. Man mano, la sua tempra di figlio d’emigrante emerge e con un pizzico di fortuna il nostro amico riesce a sollevare la testa. Ma la batosta è arrivata in pieno, e il male è stato arginato e accettato con vera difficoltà. In tutto questo complesso, profondo e drammatico scenario, la scrittura di Fante Junior rimane fresca, immediata e diretta proprio come nel suo lontano esordio. Dan Fante è un’anima gentile, e consapevole dei propri difetti e dei propri vizi, e la sua capacità di scarnificarsi e di mettersi a nudo è prova d’un’onestà mostruosa. Non c’è compiacimento, non c’è esibizionismo. C’è un enorme desiderio di essere in grado di capirsi, di sopportarsi – non dico di amarsi – nonostante sé stessi. E questo tiene uncinati alla lettura, questo t’appassiona, questo ti colpisce.Bruno Dante è uno scrittore esordiente sempre in crisi. Il suo nuovo libro e tutti i suoi racconti sono slittati, per scelta editoriale, all’anno successivo. 5 anni di lavoro, trecento pagine di scrittura sono stati salariati con un anticipo davvero simbolico di 500 dollari; nessuna soddisfazione diversa all’orizzonte. La frustrazione cresce, così come la nostalgia per il vecchio mondo – più umano, meno freddo – dell’editoria, e per le diverse fortune paterne. |
La macchina da scrivere di suo padre, oltretutto, aveva ben altro fascino rispetto al portatile che adesso è costretto a usare: ricevendo in tempo reale, come se non bastasse, pessime notizie. Bruno si tiene calmo mescolando alcol e farmaci, a tutto spiano. Unica consolazione, in questo scenario sciagurato, è essere stato apprezzato da sua maestà Hubert Selby Jr. In effetti è un buon segno. Bruno se la passa male. Deve pagare l’affitto e i lavoretti non bastano mai. Un film e un paio di bottiglie di vino sono un lusso. Si ritrova, fortunosamente, a lavorare per un ex padrone che solidarizza con le sue difficoltà esistenziali e il suo alcolismo. Torna a fare l’autista. E poi l’addestratore di nuovi autisti, con tanto di doppio stipendio. E poi subentra qualche controversa difficoltà con una collega di origine inglese, Portia. Ma intanto: com’è lavorare da autista, a Los Angeles? “Guidare una limo a Los Angeles è un modo bizzarro di far soldi. Un po’ come raccogliere merda di cane fresca con la lingua. La clientela della Davko a L.A. era composta perlopiù da scoppiati e zombie. Ricchi produttori cinematografici su di giri, rockstar viziate, rapper con le Glock nere infilate nella cintura dei pantaloni, ex attori alcolizzati pizzicati troppe volte a guidare sotto effetto e una girandola infinita di arrivisti di alto bordo. Esseri umani che sfoggiano le peggiori caratteristiche della fauna autoctona di L.A.: troppo ego e decisamente troppo denaro” (p. 64). E poi succedono tutta una serie di cose dolorose e inattese. Muore il fratello di Bruno, Riccardo. Alcol. Sulle prime il nostro narratore sembra essere in grado di assimilare la tragedia con disinvoltura, man mano ci accorgiamo di quanto ne è lacerato. Esemplare, in assoluto, la sua scelta (inconsapevole, per quanto era sbronzo) di tatuarsi il nome del fratello e la ragione della sua morte sul braccio. E come se non bastasse, s’alternano intanto vicende tragicomiche, come un’orgia finita con sessanta punti di sutura, per gelosia (Portia), e poi micidiali sbronze che sembrano precipitare nel fango e nella perdita di tutto il nostro antieroe. Altro non dico per non mancare di rispetto ai neofiti, che immagino vogliano scoprire tutto il resto da soli. Aggiungo semplicemente che Fante riesce, con umiltà e compostezza, a parlare di dinamiche psichiche, sociali e professionali complesse, e di una dipendenza disastrosa, e di una morte sciagurata; il suo romanzo rimane impresso per una forma di umanità abnorme, generosa e sbagliata, tanto vera, davvero selbiana. Leggetelo e smettetela di pensare a suo padre, o di parlare di suo padre nei vostri articoli. Leggetelo come un buon narratore italoamericano con la sua identità e la sua personalità e la sua dignità. È un intellettuale che ha toccato il fondo e poi è tornato a respirare. Altro che 86′d, Fante è uno che il male l’ha saputo rovesciare. |
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Vanity
Fair Quel bastardo di mio padre Nei suoi romanzi, l’alter ego Bruno Dante è un alcolista in lotta con la bottiglia. Ma sul braccio, Dan Fante (66 anni) ha tatuato la data in cui ha chiuso con il bere e con i vizi che racconta nelle sue storie. Lui è il figlio di John Fante, il grande scrittore americano. Per anni ha rifiutato l’eredità, facendo l’imbonitore, il detective o il lavavetri. Nel ‘98, ha pubblicato Angeli a pezzi. Buttarsi (Marcos y MArcos, pagg. 272, € 16,50) è il terzo libro. Perché ha iniziato a
scrivere così tardi?
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Com’era il rapporto con suo
padre? In che modo i suoi anni
inquieti sono diventati romanzi? L’America da lei raccontata
non sembra buona. |