DAN FANTE

Angeli a pezzi

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osservatoriesterni.it, agosto 2010

Seia Montanelli, Stilos, maggio 2010 - intervista
Anna Claudia Furgeri Caramaschi,
WU Magazine, maggio 2010 - intervista

Flora Botta, altritaliani.net, maggio 2010
Anna Claudia Furgeri Caramaschi, Wuz.it, aprile 2010
Roberto Alfatti Appetiti, Secolo d'Italia, marzo 2010
Isabella Marchiolo, il Quotidiano di Calabria, marzo 2010

Marina D'Incerti, Donna Moderna, marzo 2010

Boris Borgato, mangialibri.com, marzo 2010
Barbara Caffi, La Provincia - Più libri, febbraio 2010
Alex Pietrogiacomi, UBIX, febbraio 2010
Gianfranco Franchi, Lankelot.eu, febbraio 2010
Lara Crinò, Il Venerdì di Repubblica, febbraio 2010

Antonio Prudenzano, Affaritaliani.it, febbraio 2010 -
intervista

Paolo Di Vincenzo, il Centro, febbraio 2010 -
intervista

Gian Paolo Serino, Vascorossi.net, febbraio 2010
Sergio Palumbo, CulturaSpettacolo.it, febbraio 2010

Il Corriere della Sera, febbraio 2010 - incipit
Radio2 Rai-Twilight, febbraio 2010
Massimo Barison, fusiorari.org, febbraio 2010
Nunzio Festa,
stefanodonno.blogspot.com, febbraio 2010


Leggi il racconto inedito di Dan Fante pubblicato su
Satisfiction: John Fante e i dieci di Hollywood

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Seia Montanelli
Stilos

maggio 2010

Dan Fante. Io e mio padre.  

Dopo oltre dieci anni è appena stato ripubblicato in Italia Angeli a pezzi il secondo romanzo di Dan Fante - figlio del grandissimo John Fante - libro fortemente autobiografico come gli altri tre, (due ancora inediti in Italia) in cui tramite il suo alter ego Bruno Dante, racconta alcune drammatiche settimane della sua vita travagliata per l’abuso di alcool e droghe, ma soprattutto, tramite la finzione narrativa, rielabora il suo rapporto col padre, difficile ma profondo, colto proprio nel momento in cui deve dirgli addio: una vera ballata d’amore e di morte, come ha definito Fernanda Pivano le storie di Dan Fante.

Angeli a pezzi è un libro doloroso, problematico: la sua scrittura spesso cruda e schietta, sembra svelarla completamente, c’è qualcosa che non riscriverebbe e, soprattutto, si è mai sentito nudo di fronte al lettore?
No, Angeli a pezzi è un romanzo che affronta il tema dell’amore di un figlio per il padre, e non ne cambierei una virgola. Le passioni dei miei personaggi contano davvero molto per me. Scrivendo, cerco di stabilire un ponte sul fronte emozionale tra me e il lettore: ciò che ho bisogno di fare è proprio realizzare questo legame per mezzo dei miei romanzi.

Sembra che la scrittura sia in qualche modo terapeutica per lei. Condivide quanto scriveva William Somerset Maugham: «se hai un demone da esorcizzare, scrivine»?
Non potrei essere più d’accordo. Scrivendo di me stesso e delle mie sofferenze ho rimosso così tante sovrastrutture interiori, che ora mi sento purificato e ho superato le mie paure.

Lei ha vissuto per molto tempo a Los Angeles, città che spesso è protagonista delle sue storie, che rapporto ha con questa città?
Vivo in Arizona adesso, anche se visito Los Angeles con una certa frequenza: oggi è così immensa che è impossibile attraversarla. E’ grande e feroce, spaventosa e impersonale. Un luogo più adatto al poeta Dante che a Bruno Dante.

A parte suo padre, quali sono gli scrittori che l’hanno influenzata? Ne ha conosciuto qualcuno?
La mia più importante fonte di ispirazione è stato Hubert Selby jr., ma come romanzieri anche Dostoevskij, J.P. Donleavy e Edward Lewis Wallant. Al principio della mia attività di scrittore mi interessava soprattutto la scrittura teatrale di Eugene O’Neill e Tennessee Williams, è stata una passione iniziale. E come poeta, l’influenza di Bukowski mi ha toccato potentemente.
Sono stato davvero fortunato in tal senso. Ho incontrato di persona le tre figure che mi hanno più influenzato come scrittore: Hubert Selby Jr, John Fante e Charles Bukowski.

Nei suoi libri le figure femminili sono quasi sempre personaggi distruttivi, negativi, ostili? Come mai?
E chi altri potrebbe aver voglia di avere una storia con un personaggio come Bruno? Un matto completo può attrarre solo donne che sono fuori di testa a loro volta. Sbaglio? 

 





Cosa pensa dell’american dream? Tra i libri di suo padre il suo preferito è Chiedi alla polvere, un meraviglioso romanzo sulla passione, l’amore, il fuoco sacro della scrittura, ma  soprattutto un libro in cui la disillusione e la delusione non abbattono mai la speranza. E il mito del sogno americano torna spesso nei romanzi di suo padre. Nei suoi invece non sembra esserci alcuna via d’uscita e l’american dream continua a infrangersi contro il muro della vita. E' così?
Non esiste un sogno americano, se non visto dall’esterno: ad esempio dall’Europa. Il sogno americano è: avidità, potere, danaro. L’America è la terra promessa per banchieri e trafficanti di droga. Consiglio anche a chi venisse quaggiù di acquistare tre televisioni per la propria educazione, visto che gli Americani hanno disimparato a leggere.

Lei ha scritto di tutto: prosa, poesia, opera teatrali, testi di canzoni – a proposito, complimenti per “First Avenue” scritta per il gruppo italiano Hollowblue, è molto bella – c’è un tipo di scrittura che preferisce alle altre? O in cui si sente più bravo?
Oggi mi sento anzitutto un romanziere, anche se una volta volevo scrivere soltanto commedie. Ma le cose cambiano. Ora, anche scrivere poesia mi interessa, mi piace. Scrivo anche sceneggiature, che però non riesco a sentire come una attività di scrittura davvero personale poiché ciò che scrivo viene spesso alterato dai registi, dai produttori e perfino dagli attori stessi, così è una specie di “caos cooperativo”. Ma in ultima analisi, la parte migliore del lavoro di sceneggiatore è che fa guadagnare un bel gruzzolo.

Ha proposito di questo, aveva dichiarato «l’unica cosa che non faro mai è scrivere sceneggiature», come mai? C’entra l’esperienza vissuta da suo padre?
Come si è poi dimostrato, stavo mentendo. Adesso la gente del cinema vuol trarre film dai miei lavori. Per me va bene, ho voglia di diventare ricco e grasso e possedere un palazzo intero in Abruzzo, proprio sul mare.

Quindi è vero che si trasferirà presto in Abruzzo? Ho letto addirittura che pensava a Pescara come luogo di residenza.
E’ un mio sogno vivere in Abruzzo. Mi piace parecchio anche Anacapri, ma penso che io e la mia famiglia italiana andremo a stare in Abruzzo. Sto lavorando sodo per migliorare il mio italiano.

Un giornalista italiano che la stima molto, (Gian Paolo Serino) mi ha detto che lei avrebbe dichiarato che le sarebbe piaciuto fare l’attore: è vero?
Beh, ho cominciato a lavorare come attore, al principio. Me la cavavo abbastanza bene. Magari un giorno, in una delle mie meravigliose sceneggiature, apparirò come attore recitante, o nei panni di uno scimpanzé.

Quando saranno pubblicati in Italia i suoi altri due romanzi, ne sa qualcosa?
No, so solamente che il mio nuovo romanzo, dal titolo “86'd”, verrà presto pubblicato in Italia. Pure, ho appena terminato di scrivere un libro intitolato “Fante – A memoir”, sul tema del rapporto tra John e Dan Fante. Spero che sarà pubblicato in Italia nel prossimo futuro.

 

 

Anna Claudia Furgeri Caramaschi
Wu Magazine
maggio 2010

Dan Fante - figlio d’arte, scrittore acuto, ruvido, vitale anche nella più perversa disperazione. una polvere di genio attinta dal padre, che ti sfiora leggendo i suoi romanzi, incontrandolo, ascoltandolo.

Dan Fante, figlio maggiore del grande John Fante, scrittore cult di Chiedi alla polvere, dopo molti mestieri e viaggi a eccessiva gradazione alcolica, approda alla scrittura di testi teatrali, poesie e romanzi. Una scrittura scarna, veloce e autobiografica, come quella usata nel romanzo politicamente scorretto Chump Change, ripubblicato quest’anno, nella versione italiana Angeli a pezzi, dall’editore Marcos y Marcos. Quest’ultimo ha il merito di aver tolto dalla “polvere” proprio John Fante. In una Los Angeles che abbaglia e arricchisce bruciando talento e sogni, prende forma l’ultimo incontro tra padre e figlio, tra passato e presente, come un rapido passaggio di consegne che infrange in “mille pezzi” il sogno americano.
Amante dell’Italia e soprattutto dell’Abruzzo, regione d’origine della sua famiglia, Dan Fante sarà in tour nel Bel Paese dal 4 al 16 giugno in occasione dell’uscita del suo nuovo romanzo 86’d, in libreria dal 10 giugno con il titolo Buttarsi, pubblicato sempre dalla casa editrice milanese.

Da tassista a sceneggiatore teatrale, nella tua vita hai fatto molti lavori, come hanno influenzato la tua scrittura?
Sicuramente ho fatto diversi lavori e ho incontrato moltissime persone nel mio taxi: dai barboni a Jackie Kennedy. La mia esperienza personale mi ha aiutato sia nella vita che nello sviluppo di idee. Le mie esperienze sono state fonti d’ispirazione molto importanti per la mia scrittura.

Raccontare storie per via orale da padre a figlio appare una tradizione in disuso soprattutto in America. Come spieghi questo fenomeno?
C’è stato un tempo, prima che la televisione diventasse così popolare, in cui la gente in America era solita ritrovarsi anche solo per parlare. Mio padre era un narratore di storie meravigliose, come lo era suo padre. Parlava di filosofia, politica e poesia con i suoi amici. Purtroppo, oggi, è un’arte perduta, ma in Italia è tutto il contrario. La mia esperienza mi dice che la gente italiana ama ancora parlare e raccontare storie.

Bruno Dante, il protagonista di Angeli a pezzi e tuo alter ego, ha con le donne e in particolare con la madre un rapporto che sembra incompleto e distante...
Ho voluto, forse, completare questo rapporto così sfuggente scrivendo di una donna di nome J.C. Smart. Questo personaggio, protagonista di 86’d, rappresenta mia madre. Penso che sia un soggetto meraviglioso.

 

 





Hollywood nel tuo nuovo romanzo...
86’d è stato uno dei libri che ho preferito scrivere perché narra del periodo che ho trascorso a Hollywood, mentre lavoravo con stelle del cinema e rockstar. Un periodo decisamente “da pazzi”. Hollywood è un posta “da pazzi”. Sono girate così tante storie insolite e folli intorno alla mia società di limousine che il romanzo avrebbe potuto benissimo essere lungo cinquecento pagine.

Un bull terrier, Rocco, come compagno di sventura e di risalita di Bruno, perché questa scelta?
Ho preso questa decisione narrativa durante la stesura del romanzo, proprio perché il cane rappresenta il padre di Bruno. Amando questo cane terribile, Bruno si rende conto di quanto amava il suo papà.

Quale città, reale o solo apparsa su una pagina, potresti paragonare alla tua Los Angeles e perché?
Forse Phoenix, in Arizona. Los Angeles e Phoenix sono città enormi e sono state costruite entrambe rapidamente e in un vasto deserto. Inoltre, come a Los Angeles, anche Phoenix quasi nessuno è nato lì. Sono tutti rifugiati provenienti da altri luoghi. L’inseguimento di un sogno strano e irraggiungibile come il sudore sotto il sole.

Tu hai origini italiane, nel mese di giugno sarai nuovamente in Italia per un tour, qual è il ricordo più significativo del nostro paese che conservi nella memoria?
La famiglia di mio padre è abruzzese. Questa regione italiana è molto vicina al mio cuore e sono solito visitarla una o due volte l’anno. La gente dell’Abruzzo è come la mia famiglia. Questa regione e i suoi abitanti sono i ricordi più belli e suggestivi che conservo nella memoria. Le origini sono importanti, come lo sono i posti da cui provieni.

Essere il figlio di John Fante è stata un’importante eredità da gestire, cosa non hai mai sopportato della tua condizione di figlio di uno scrittore famoso?
Essere figlio di mio padre non è stato difficile. John Fante è diventato celebre come autore solo dopo la sua morte. Era uno sceneggiatore con un pessimo carattere che scriveva brutte sceneggiature nel tentativo di fare soldi. Quando ho cominciato a scrivere, inizialmente come terapia per non autodistruggermi, mio padre era famoso e in un primo momento sono stato paragonato a lui. La sua semplicità e genialità con le parole mi hanno molto influenzato, ma non appena qualche mio libro è stato pubblicato, sono diventato famoso per il mio lavoro che è diverso da quello di mio padre e questo riconoscimento mi ha fatto piacere.

 

 

Flora Botta
altritaliani.net
maggio 2010

Post-mortem, il blu dell’oceano: la visione di un poeta ascendente

Refrain delirante-sperduto-alcolico swing... Pagina dopo pagina. Lui si pianta un coltello in pancia per accusare la vita del suo maledetto blues. Ha un cervello sperso e liquido. Disgrega regole, vuota obbligazioni e disapprova la propria esistenza. Sfrangia le tendenze comuni. E New York è una stanza sfitta, che lo fissa mentre se ne sta in ospedale a scontare il suo ennesimo tentato suicidio. La sua donna si è dissolta, pure lei, forse nello stesso oceano alcolico che lo avvicina alla morte. Bruno Dante è un personaggio debordante. Come se a niente valessero gli sforzi dell’autore per tenerlo ai margini dei fogli.
Ciò malgrado, Bruno Dante vuole contenersi. Contenere la propria vita. Con quelle stesse mani incontrollate che reclamano la sua morte. Qualche attimo di lucidità e di nuovo tutto scorre. Questo non è che l’inizio di Chump Change. Slang americano che sta ad indicare un’esigua quantità di denaro, tradotto in italiano con Angeli a pezzi. Eppure Chump Change suona così bene! Non vi pare?
Dante, dall’occhio acuto e scaltro, non sopporta nessun tipo di visone sobria. Avanza febbrile, con la bottiglia in mano: vorticosa discesa verso l’oblio. Blackout. Cos’ha fatto ieri Bruno Dante? Ha ingollato litri di vino oltremisura e non si ricorda più nulla. Oppure capita che se ne ricordi: lui che si lascia guardare da due tizi mentre se ne fa un terzo. "Roba del genere" per usare le parole di Dante. O meglio di Dan Fante, che non è proprio la stessa cosa. Il primo è un personaggio. Il secondo è uno scrittore. Ed è infatti lui (lui chi? Lo scrittore sia ben chiaro!) ad aver creato il personaggio di Bruno Dante. Eppure a tratti sembrano la stessa persona. O perlomeno lo sono. “Il mio comportamento è spesso estremo e distruttivo, e succede perché non mi riesce di sopportarmi quando sono sobrio”. Non pochi i passaggi nei quali Dante rivela il Dan Fante più intimo.
Dante e Fante. Due nomi che confondono. Provo a pronunciali l’uno appresso all’altro. Li leggo insieme. E facendolo più volte ho l’impressione che diventino davvero una sola cosa. Una tale assonanza è certamente voluta. E non solo a livello nominale. Infatti, l’interpenetrazione della vita di Dan Fante nel racconto di Bruno Dante, è anch’essa ricercata ed estesa lungo tutto il romanzo. Proprio Dan Fante in un’intervista rilasciata a Tony O’Neill, scrittore e musicista british trentaduenne, dichiara "Bruno è un personaggio di finzione. In quanto scrittore, Dan Fante, manipolo la mia storia personale."

 








Figlio di Jonathan Dante, scrittore americano assassinato da "produttori cinematografici ventiduenni che avevano spappolato il suo cervello e guru della distribuzione che avevano deciso il corso della sua vita...", Bruno Dante, vola da New York a Los Angeles per presenziare alla morte di suo padre. Un padre difficile e tormentato che “aveva definitivamente rinunciato a essere uno scrittore”, spinto da obbligazioni di ordine finanziario. Quello stesso padre che sacrificò il suo talento letterario per la colossale industria cinematografica hollywoodiana. "Dopo anni di romanzi e di fame, non fu una decisione difficile" tuona Bruno Dante, avvelenato.
Ad ogni modo, così andarono le cose. Ereditata la contraddizione, solo la scrittura sarà in grado di trascenderla. "...Nella casa di Dante si parlava solo di grandi scrittori, grandi artisti, grande letteratura. Uomini di talento, come lui. Uomini da rispettare, con cui fare davvero i conti. Il resto, contava ben poco..."
Bruno Dante muore per sé, infinite volte. Muore con suo padre. Morirà con Rocco il bull terrier che fu compagno di vita di Jonathan Dante, quando anche lui si spegnerà in silenzio. Morirà nella sua solitudine e inadattabilità al mondo che lo serra tra le sue mascelle salde e strette. Conteso tra il secondo cerchio, quello dei lussuriosi, e il secondo girone, quello dei suicidi, riemergerà dalle tenebre con una penna in mano. Non più fantoccio dei deliri alcolici, né preda del proprio irrefrenabile livore. Ma poeta dell’adesso, senza più intralci, fluido nella sua nuova prosa. Posseduto dal verbo, finalmente cantore (sogno di una vita) del suo danzante viaggio infernale.

 

 

 

Anna Claudia Furgeri Caramaschi
Wuz.it

aprile 2010


Ricordiamo la nuova edizione di Angeli a pezzi che ha consacrato Dan Fante tra le voci narrative più interessanti d’America. Quella che Dan Fante racconta è la sua storia, o meglio:
è la storia del suo viaggio attraverso gli States per ritrovare se stesso ed il padre, un John Fante distrutto dal diabete e ormai agonizzante in un letto d’ospedale. Dietro questo “viaggio al termine della notte” di un’America neon…realista un’esistenza vissuta nell’illusione e nell’impotenza: l’illusione di chi è cresciuto in una Los Angeles cinematografica dove “il sole senza tramonto riempie il mondo di speranze” e l’impotenza dell'"artista passionale che smette di fare quello che ama e comincia ad odiarsi". Angeli a pezzi è il viaggio di chi, costretto a “far scivolare il mondo nel silenzio”, oltrepassa quella barriera che governa le pulsioni: di chi giunge a quel limite estremo in cui “le tenebre sono troppo estese per potersi difendere”. Ciò che rende unico Angeli a pezzi è poi la scrittura di Dan Fante: la sua naturalezza nel passare dal gelo di un fuoco tanto vitale quanto autodistruttivo ad una tenerezza che commuove.

 

 

Roberto Alfatti Appetiti
Secolo d'Italia

marzo 2010

«Mi chiamo Bruno Dante e vi racconto come andarono veramente le cose». Inizia così Angeli a pezzi, l’esilarante quanto commuovente romanzo di Dan Fante – 66 anni il prossimo 19 febbraio – che la casa editrice milanese, a distanza di un decennio dalla prima e ormai introvabile edizione, ha appena riportato in libreria. Incipit appetitoso, perché Bruno Dante è l’alter ego dell’autore, figlio di quel Jonathan Dante – protagonista anche della più recente commedia di Dan Fante, Don Giovanni (Edizioni Spartaco 2009, pp. 83 € 10) – che altri non è che John Fante. E inseguendo la stessa traiettoria amara del padre anche Dan dà la sua picconata all'illusione dell'american dream con una sorta di "viaggio al termine dell'americanismo"...
Se John, indossati i panni del mitico Arturo Bandini, ha tratteggiato la figura dell’irascibile padre Nick, scalpellino abruzzese di Torricella Peligna emigrato a New York agli albori del secolo, soffermandosi in più occasioni sulla sua «predisposizione per le risse da bar», allo stesso modo Dan (nella foto a sinistra) ci rivela un’immagine dello scritto italoamericano non del tutto coincidente con quella incipriata dal successo. Corsi e ricorsi storici: nella tradizione di casa Fante il rapporto tra le diverse generazioni è difficile, per usare un eufemismo. «Era un vero bastardo, sempre incazzato per una cosa o l’altra – così Bruno / Dan descrive il padre – e amarlo non era stata una cosa semplice per nessuno. Disponeva della terribile capacità di scoprire il punto debole di una persona e poi, in un momento di vulnerabilità, colpirla con un’accetta».
Così come John, pur non di seguire le orme paterne, lasciò ventenne il Colorado per inseguire il sogno di farsi scrittore nella città degli angeli, accontentandosi di fare i lavori più stravaganti, dal fattorino d’albergo allo stivatore, Dan, alla stessa età, lascerà la California e Los Angeles per la grande mela, improvvisandosi commesso, muratore, noleggiatore di limousine e tassista prima di seguire anch’egli, a quarant’anni suonati, la vocazione letteraria.
Quando il padre muore, nel ’83, non è ancora lo scrittore cult che spopolerà negli anni Novanta in Europa (in Italia grazie soprattutto a Marcos y Marcos). Charles Bukowski l’aveva “riscoperto” alla fine dei Settanta leggendo per caso il suo romanzo più celebre, Chiedi alla polvere (’39), e ne aveva fatto ripubblicare parte delle opere ma la popolarità, quella vera, Fante non farà in tempo a godersela. Saranno i lauti guadagni per l’attività di sceneggiatore a ripagare l’amarezza per i mancati riconoscimenti alla sua qualità di narratore.
«Lo straordinario fiume di onestà e dolore che era la sua opera di scrittore era diventato secco – scrive Dan – e lui dimenticò che la sua passione era scrivere romanzi e imparò a giocare a golf. Bere con gli amici sceneggiatori diventò tutto quello che contava». Altro vizio, quest’ultimo, trasmesso ai figli. Dan troverà nella scrittura la forza per smettere di bere – «perché nessuno da ubriaco scrive bene, proprio nessuno» – ma al fratello maggiore Nicholas andrà peggio. «Morto per alcolismo nel ’97. Investito come un cane» recita la dedica che Dan gli rivolge nel successivo Agganci (edito sempre da Marcos y Marcos nel 2000, dieci anni fa) in cui il “tema” centrale è proprio la lotta per affrancarsi dalla dipendenza e fare il possibile «per non annegare la propria esistenza».
La prima inquadratura di Angeli a pezzi, non a caso, è proprio all’interno dell’ospedale San Giuseppe di Cupertino, nel Bronx: reparto alcolizzati e malati di mente. Bruno c’è entrato per disintossicarsi, dopo un tentativo di suicidio – «ero depresso e soffrivo di emicrania per via dei magri guadagni frutto di squallidi lavoretti di merda» – e ne esce non perché sia guarito, anzi, ma per accorrere al capezzale del padre, ricoverato in fin di vita al Cedars Hospital di Los Angeles. La sua vecchia città gli appare profondamente mutata: non è più quella illuminata del sogno americano «dove il sole senza tramonto riempie il mondo di speranze» e che la presenza della mecca del cinema rendeva oltremodo seducente, ma quella del brusco risveglio della disillusione, di una realtà ben più cruda di un ovattato set cinematografico: «Una discarica umana, grande sporca e deforme come una vecchia e grassa puttana con un rossetto rosso splendente». 

 

 





Era in quella città che Jonathan aveva iniziato a morire molto tempo prima: «Produttori cinematografici ventiduenni gli avevano spappolato il cervello e guru della distribuzione avevano deciso il corso della sua vita. Mio padre aveva passato tutta la vita a leccare il culo agli attori e agli agenti di Hollywood e ora moriva di questo. Non lo aveva mai reso felice». Fino a quando «il suo vecchio, cieco, diabetico corpo, dopo l’amputazione della seconda gamba, aveva deciso di arrendersi e lasciar perdere». Un’agonia atroce, come ebbe a testimoniare lo stesso Bukowski (a sinistra): «Una delle più lente e orribili morti a cui io abbia mai assistito». Una seconda morte, perchè – sempre per dirla con l’autore di Storie di ordinaria follia – «finire ad Hollywood a scrivere sceneggiature, ecco cosa l’aveva ucciso».
Bruno arriva giusto in tempo per salutare il genitore, divorato dal male e semi-incosciente, irrimediabilmente diverso dall’uomo che aveva amato e odiato, ammirato e temuto in egual misura, del quale ricordava in particolar modo una foto: «Non aveva più di ventidue o ventitre anni. In piedi su un prato, indossava una maglietta zuppa di sudore, il sole alle spalle, pantaloni arrotolati perché stava giocando a baseball, mani sui fianchi, testa piegata da una parte, guardando in macchina con un’espressione insolente. Un Dante giovane e orgoglioso, che teneva il mondo per le palle».
Adesso le parti s’erano invertite e il mondo, per quanto non proprio in salute, sembrava cavarsela decisamente meglio di lui. L’american dream era svanito come una bolla di sapone, lasciando dietro di sé una palude in cui è facile imbattersi nelle sabbie mobili della quotidianità, che assorbono tutto e tutti con indifferenza.
Per ritrovare l’intimità con quell’uomo «di idee forti, opinioni estreme e salde passioni» a Bruno non rimane che tornare nella loro vecchia casa di Point Dume a Malibu, sulla ventosa penisola promontorio che si affaccia sull’oceano, dove ad aspettarlo c’è soltanto Rocco, il malandato bull terrier del padre insieme al quale inizierà una picaresca fuga dal dolore.
È quello che, in maniera diversa, fece anche suo padre: «Si trasferì a Point Dume per fuggire da Hollywood, da tutta quell’intensità, quello stress, quel ritmo di vita, di relazioni, di lavoro, e anche da quella mentalità malata. Per questo quel posto resta così vivido per me. Perché andando a stare lì, lui, mio padre, stava scappando lontano ma non lontano abbastanza».
Tutto era esattamente come ricordava. Dalla foto incorniciata dello scrittore americano ma nietzscheiano H. L. Mencken, con «lo sguardo del grande iconoclasta che si presentava piuttosto minaccioso» ai libri sparsi ovunque. Pile di volumi accatastate qua e là. «Solo i libri sugli scaffali dietro la scrivania erano quelli importanti. Roba sacra. A differenza di tutti gli altri, non venivano mai spostati, se non per essere riletti. C’era tutto Knut Hamsun e Jack London. Uomini di talento, come lui. Uomini da rispettare, con cui fare davvero i conti. Il resto contava ben poco. Tirai giù una copia di Fame. Questo libro, ripeteva mio padre, l’aveva fatto diventare scrittore. Nel mezzo, scoprii un foglio di carta piegato in quattro. Aprii l’improvvisato segnalibro e riconobbi subito la calligrafia di mio padre. Ripetuta all’infinito, c’era una firma: Knut Hamsun».

Sotto le non troppo mentite spoglie di Bruno Dante, l'autore ci porta con sé in un viaggio velocissimo, che via via lo traghetterà da un folle autolesionismo verso una discesa negli inferi, al fianco di un cane-Caronte e di una Beatrice prostituta, con le strade di Los Angeles come gironi infernali, finchè il nostro Dante non riuscirà a vedere le stelle, scoprendo che anche l'oceano è «di un blu che non avevo mai notato prima». E alla fine resterà ancora solo, nella sua macchina, con il cane morto al suo fianco e tutta la rabbia e la disperazione di un uomo. E' la notte del "sogno americano". 

 

Isabella Marchiolo
il Quotidiano di Calabria
marzo 2010

Il suo volo salvifico
Angeli a pezzi di Dan Fante, erede del più noto John

Un figlio pieno di talento che si perde nell’alcol, nel sesso, nella depravazione.

Dan Fante non è suo padre John. Evidenza che, tuttavia, non gli impedisce di essere uno straordinario scrittore e poeta, vessato da persecutori paragoni con l’opera paterna. Ma inevitabilmente per Dan l’empireo di “Chiedi alla polvere” fu un’atavica frustrazione che insieme alla dipendenza dall’alcol ha rischiato di uccidere, oltre alla sua vita, un talento letterario oppresso pur da quella sregolatezza ereditata come maledizione spirituale di famiglia.

La carriera di Dan Fante, oggi rivalutata dalla critica americana (ma anche straniera: un’estasiata Fernanda Pivano definiva i suoi libri “ballate di amore e di morte”), è una – non metaforica – riemersione dagli inferi, dove lo scrittore nel suo volo salvifico, è sorretto da una schiera di divini derelitti. A guidarli c’era – e c’è – il padre perduto all’estremo lembo di una ricongiunzione, dentro a una parabola affettiva mozza.

Non è inopportuno il titolo italiano “Angeli a pezzi”, traduzione di “Chump Change”, primo romanzo della trilogia di Bruno Dante, alter ego dell’autore, pubblicato da Marcos y Marcos. Si nasce angeli ma la città spezza le ali, fa macello di sogni e poesia.

Qualcuno a osservato che, se Bukowski fu folgorato a John, Dan chiude il cerchio con una letteratura di palese impronta bukowskiana. In realtà la voce di Dan Fante è tutto tranne che un lascito d’emulazione. Non discende dal padre, né dal suo mentore. Non è esercizio di stile perché scaturisce da un’autentica angoscia del vivere e della sua inopinata espiazione, che resta sempre sul ciglio di un’incombente rovina. Il terrore che la poesia scavi nuovi lutti, e che la prossima volta non esistano resurrezioni.

 






In “Angeli a pezzi” Bruno-Dan è anche lui figlio di un grande scrittore che sta morendo in un letto d’ospedale. Ha un fratello borghese e perfetto che finisce per sclerare, una moglie che lo odia perché è un fallito, una passione smodata per il vino e le perversioni sessuali. È attratto dagli altri angeli caduti a rovistare nell’immondizia, relegati nel ghetto di una corte dei miracoli suburbana. Sulla sua strada capitano una prostituta bambina sgraziata quanto basta per suscitare tenerezza anziché sesso, e l’aggressivo cane del patriarca morente, talmente disgustoso da essere condannato all’abbandono o alla soppressione. Rubate l’auto e le carte di credito della ex, Bruno si dà alla fuga dall’agonia del padre, incapace di sopportare i rituali di famiglia e un dolore imploso che non riesce a sgomberare dall’anima.

Come è accaduto nella realtà al narratore, finiti i soldi Bruno-Dan sopravvive raccattando lavori astrusi, che lo spingono al largo dell’ambizione letteraria. Si illude di trovarvi una corrispondenza elettiva con il declino del padre, che per lucro aveva svenduto la propria arte alla tirannide dei registi di Hollywood. L’opaca preziosità della letteratura barattata con il bagliore pacchiano di una villa con piscina. La seduzione commerciale degli scrittori tirati su dalla miseria, peggio se hanno un cognome rotondo che odora di umori corporei di Ellis Island, americano solo d’importazione.

Il romanzo è un crescendo di lirismo e ironia, in un incastro fluido, senza forzature. L’impasto naturale della realtà: bellezza, creature disfatte e lerciume. Il diario osceno del protagonista corre verso un’autodistruzione annunciata, racconta l’abisso con sadismo psicanalitico. L’alcol è un veleno infiammabile, esige mortale devozione, Perfora le membra, fiacca le forze. Dall’inferno a una catarsi vicinissima, tangibile. Per uscirne basterebbe un passo, ma il corpo si è già arreso.

Dall’86 Dan Fante non è più alcolizzato. Bruno Dante resiste ventiquattr’ore con il sangue astemio. A riempire quel crepuscolo di grazia ci sono un romanzo che somiglia a “Chiedi alla polvere” e una poesia scritta durante l’agonia di una cane ringhioso e maleodorante. Ma la poesia, si sa,  non si scandalizza degli angeli imbrattati nel fango. Li redime come orfani ritrovati, e proprio per loro ha una predilezione neanche troppo segreta.

 

 

Boris Borgato
mangialibri.com

marzo 2010

Nel bugigattolo di un centro di recupero newyorchese per tossicodipendenti e alcolisti, Bruno Dante cerca di risanare le ferite che la vita gli ha inferto, una vita non particolarmente felice considerando che il Nostro si è appena squarciato la pancia con un coltello da cucina ed è al terzo tentativo fallito di suicidio. La situazione non sembra migliorare con l’arrivo della moglie Agnes - che da circa tre anni se la fa con un nero ex giocatore di basket ed ora insegnante di educazione fisica - passata a riprendere Bruno per accompagnarlo in aeroporto e da lì prendere un volo per Los Angeles, dove il vecchio Jonathan Dante - ridotto ormai ad un tronco umano - sta tirando le cuoia per via del diabete e delle numerose amputazioni subite. Sbarcato nella città degli angeli, Bruno torna nella sua casa natale dove lo attendono il fratello Fabrizio e il cane Rocco - un bull terrier dalla testa di squalo che a furia di passare le giornate accanto a Jonathan Dante è finito per assimilarne il pessimo carattere. Tra bottiglie di Jack Daniel’s e fiaschi di vino, Bruno riesce a sopravvivere a se stesso e al proprio vizio, onorando il capezzale del padre morente per un ultimo saluto, prima di precipitarsi nel parcheggio dell’ospedale, rubare l’auto di Fabrizio e fuggire in compagnia di Rocco sulle vie degli States in un affollato abitacolo popolato da pacchi di biscotti, puttane e fiumi di alcool…
Angeli a pezzi è certamente un buon libro, che deve però parte della sua attrattiva verso i lettori al materiale autobiografico custodito al suo interno: infatti chiunque scorra queste pagine - soprattutto nella prima metà - più che affidarsi alla narrazione 'alcolica' di Dan Fante cerca tracce e materiali sugli ultimi giorni di vita del celebre padre John, in un confronto familiare che vede le doti narrative mostrate in carriera da Fante senior ancora molto superiori a quelle del figlio. 






Ma la vita del piccolo Dan - soprattutto per i disastri che critica e quarte di copertina gli combinano - non è per nulla facile, appena messo sottoterra il fantasma del padre ecco che subito spunta un altro termine di paragone - peraltro da sempre vicinissimo al vecchio John: si tratta di quel Charles Bukowski che perfino l’espertissima e compianta Fernanda Pivano finisce per accostargli. A nostro modestissimo avviso questo paragone non regge, poiché al di là delle tematiche alcoliche che accomunano i due autori - ma se iniziassimo a elencare le amicizie tra alcol e letteratura non la finiremmo più - Dan Fante e il vecchio Buk hanno davvero poco in comune. Lì dove il primo mostra debolezze, vede nell’alcol una malattia e tenta il suicidio per liberarsi da una vita intrisa dai sapori del dramma e della malinconia, nel secondo troviamo strafottenza, arroganza, ironia e l’alcol stesso è solo una stupida medicina - come tante altre - utile a prendere per il culo una vita priva di significato ma comunque da vivere e spremere sino alla sua ultima goccia. E riuscireste a immaginare il povero Buk chiuso per giorni in un’auto in compagnia di un cane e a stretto contatto con una donna? Charles è l’uomo degli ampi spazi degli ippodromi, amante dei gatti e che considera donne e cani vittime della stessa stupidità, non certo piacevoli compagni di baldoria, almeno non sul lungo periodo. La domanda che dovremmo porci allora è: quanto di Dan Fante c’è in questo libro? Una buona metà dei materiali che compongono il testo, quella metà che mostra atti di violenza a volte insensati, tremori da astinenza alcolica e rimandi erotici raccapriccianti. 
Lara Crinò
Il Venerdì di Repubblica
febbraio 2010

Eredità: Come il padre, scrittore cult, Dan ha scritto un romanzo amaro sulla società Usa

Il figlio di John Fante fa a pezzi il sogno americano

Dopo una vita passata tra mestieri precari e disintossicazioni dall’alcol e dalla droga, Dan Fante, figlio maggiore di John Fante autore cult di Chiedi alla polvere e La strada per Los Angeles, ha rivelato la sua vocazione letteraria. Ha scritto poesie, racconti e romanzi scarni e politicamente scorretti e ha messo in gioco l’alter ego, Bruno Dante, così come suo padre si era nascosto nei panni di Arturo Bandini. L’11 febbraio torna in libreria, dopo una prima edizione nel 1999, Angeli a pezzi (Marcos y Marcos, pp.212, 10 euro), in cui Dan Fante mette appunto in scena l’alter ego Bruno, rientrato a Los Angeles per l’ultimo saluto al padre Jonathan.
Inseguendo la traiettoria amara di John Fante, anche Dan dà la sua picconata all’illusione dell’American Dream. E alla sua meccanica californiana.

 

Marina D'Incerti
Donna Moderna
marzo 2010

È dura avere un padre famoso scrittore, specie se vuoi lo stesso mestiere. Dan, figlio sballato di John Fante, ne racconta la morte e il passaggio di consegne con rabbia e amore. Un ruvido romanzo on the road.




Radio2 Rai-Twilight

febbraio 2010

IL LIBRO DEL GIORNO

A Twilight, cosa significa essere figli d'arte? Lo sa bene Dan Fante, figlio di John, uno dei più grandi scrittori del '900. Dan, dopo una giovinezza dedita all'alcol e al sesso, ha deciso di seguire la stessa strada del padre, diventando un grande scrittore anche lui. Confrontarsi con un gigante come John Fante, con un pubblico diffidente, era un’impresa ardua. E, invece, gli è riuscita la rimonta. Da qualche anno la sua fama cresce, tanto che la prestigiosa casa editrice Harper Collins ha deciso di ripubblicare tutte le sue opere.

 

Barbara Caffi
La Provincia

febbraio 2010

La fatica di scrivere se papà è John Fante

«La ragazza messicana, i suoi sandali, il giovane scrittore in bolletta (…) L’onestà delle parole era dolorosa esattamente come me la ricordavo. Dappertutto c’era il cuore forte, capace di esporsi di mio padre...». Non si può prescindere dall’autobiografia per parlare di Angeli a pezzi, romanzo di Dan Fante ripubblicato da Marcos y Marcos. Dan è figlio di John Fante, tra i massimi autori americani del secondo Novecento («Era il mio Dio», disse di lui Bukowski), ma uomo tormentato, ‘ingombrante’ per la famiglia. Nel romanzo, Dan rievoca i giorni della morte del padre: i rapporti tra i due sono interrotti dal tempo, il genitore è in coma, il figlio vittima di un alcolismo devastante e distruttivo. Dan-Bruno è un uomo allo sbaraglio, eppure sarà lui a farsi carico – con una decisione fortemente simbolica – del malandato cane del papà. E a trovare nella lettura di Chiedi al vento (Chiedi alla polvere) lo spirito del padre. Per poter ricominciare.

 

Alex Pietrogiacomi
UBIX
febbraio 2010

Padre e figlio. Coppia, abbinata, alieni, compagni e ostili compagini. E quanto tuo padre si chiama John Fante che succede? Come ti senti ad avere un’eredità pesante sulle spalle!? Bruno, alter ego della scrittore, è chiamato al capezzale del padre e il viaggio, l’attimo, diventano ruvida essenza incapace di essere scrostata via dalla pelle del lettore.

Gian Paolo Serino
Vascorossi.net
febbraio 2010

"Angeli a pezzi" è un romanzo davvero da non perdere. Non solo è il ritratto, a volte spietato e a volte commovente, del grandissimo scrittore americano John Fante visto dagli occhi del figlio Dan, ma è anche l’ottima prova narrativa di un autore che ha la capacità di sorprendere il lettore conducendolo in un geniale labirinto di rabbiosa disperazione e di autentica poesia.
Quella che Dan Fante racconta è la sua storia, o meglio: è la storia del suo viaggio attraverso l’America per ritrovare se stesso ed il padre, un John Fante distrutto dal diabete e ormai agonizzante in un letto d’ospedale. Dietro questo “viaggio al termine della notte” di un’America neon…realista un’esistenza vissuta nell’illusione e nell’impotenza: l’illusione di chi è cresciuto in una Los Angeles cinematografica dove "il sole senza tramonto riempie il mondo di speranze" e l’impotenza dell’"artista passionale che smette di fare quello che ama e comincia ad odiarsi".

 





"Angeli a pezzi" (Marcos y Marcos, euro 10) è il viaggio di chi, costretto a "far scivolare il mondo nel silenzio", oltrepassa quella barriera che governa le pulsioni: di chi giunge a quel limite estremo in cui "le tenebre sono troppo estese per potersi difendere".
Ciò che rende unico "Angeli a pezzi" è poi la scrittura di Dan: la sua naturalezza nel passare dal gelo di un fuoco tanto vitale quanto autodistruttivo ad una tenerezza che commuove.
E con la magia dei poeti, da una riga all’altra, ci mostra la vita: ci dimostra come l’inferno asettico di quella normalità che chiamano vita quando viene raccontata, quando diventa arte, può trasformarsi nel segreto di essere (umani).

Gianfranco Franchi
Lankelot.eu
febbraio 2010

Dan Fante, scrittore italo-americano classe 1942, è un figlio d'arte con piena dignità artistica, e discreta personalità autoriale. L'ombra del padre, John Fante, è quella scomoda e magnifica del genio. L'opera prima di Dan, “Angeli a pezzi” (“Chump Change”, 1998; IT, Marcos Y Marcos, 1999; 2010), è la difficile, tumultosa e sofferta trasfigurazione della sofferenza del figlio per la malattia e la morte del padre; coincide con un suo ritorno alla scrittura, e con l'agognata prima giornata di lucidità dopo anni di sbronze e di blackout figli dell'alcol, e della depressione. Sembra quasi che Dan Fante riesca a diventare uomo, dopo una lunga e sregolata adolescenza, soltanto nel momento in cui perde il suo faro, e il suo totem. Suo papà. Ogni lettore maschio di una certa età può capire almeno vagamente cosa significhi. La differenza è che nostro padre non era John Fante. Ma sempre grande e ispirato come Fante ci sembrava.

Stilisticamente, per via della sua immediatezza e della sua estrema semplicità, Fante è stato accostato a Bukowski: la Pivano, a suo tempo, dichiarò che i suoi romanzi sono ballate di amore e di morte, come quelli di Buk e di suo padre. Io sono reduce dall'esperienza di questo suo primo libro, non posso generalizzare; in questo libro c'è più morte e rinascita che amore. L'amore è quello filiale, sconsolato, intenso, tenero. Quello famigliare, volendo, anche: c'è qualche (riuscito) cameo della mamma di Dan Fante e di suo fratello. Senza bruciarvi niente, dico solo che lei è una lettrice forte. Qualcosa avrà significato.

Entriamo nel vivo. “Angeli a pezzi” è la storia di Bruno Dante, appena uscito dal reparto alcolizzati e malati di mente d'un ospedale del Bronx. È un (non più) giovanotto estremo, autodistruttivo e non estraneo a tendenze suicide. È sposato con Agnes da undici anni. Lei ormai odia suo marito e si maledice per il matrimonio, ma sembra rispettare quel legame come niente fosse, formalmente. Non è mai in ritardo. Era un'insegnante sensibile e seducente, occhi neri, capelli neri, un culo meraviglioso. Si erano incontrati quando Bruno scriveva versi – iconoclasti, rabbiosi, brevi. Davvero un'altra epoca. Adesso, “Volevo scrivere, ma non ci riuscivo. Non mi interessava più. Avevo perso la capacità di concentrazione. Ero un ubriacone. Lo sapevo, e non ci potevo fare niente” (p. 20). Quando suo fratello legge una sua vecchia poesia, si ricorda che mezzasega di scrittore sempre emergente e solo emergente è stato: “pretenzioso, senza talento, senza pudore” (p. 70).

Bruno parte per Los Angeles. Suo padre è malato. Lui intanto si guarda allo specchio e si sente un impostore. “Giacca e cravatta erano assurde ed eccessive. Ancora lì a cercar di mostrar loro che stavo bene. Che mi fregava? Tanto lo sapevano che la mia vita era a pezzi” (p. 33). D'altra parte, è contento di ritrovarsi a L.A., perché si sente degno di quella comunità – come gli assassini di suo padre: “produttori cinematografici ventiduenni che avevano spappolato il suo cervello e guru della distribuzione che avevano deciso il corso della sua vita”.

 

 





Le descrizioni del padre al capezzale sono vivide, e scabre. Ma umanissime. “Mi avvicinai al letto e gli presi una mano”. Perché questo soltanto puoi fare, in quei momenti. “Le dita erano corte e grosse. Buone per impugnare il martello, magari anche uno scalpello. Mi ricordai di quelle dita. Mi ricordai anche di aver pensato, una volta, che probabilmente Michelangelo le aveva uguali. Le dita di mio padre avevano forgiato parole senza prezzo, quelle parole erano balzate fuori dalla sua macchina per scrivere su chilometri di carta, creando quello straordinario fiume di onestà e di dolore che era la sua opera di scrittore. I suoi romanzi. Ora il fiume era secco. Abbassai la testa, mettendomi la sua mano sulla guancia, sperando di poter dire qualcosa a quel fantasma. Non mi venne una sola parola” (p. 60).

Prima di poggiare giù la mano, qualcosa riesce a dirgli. E mentre dice quelle cose semplici e bellissime si sente qualcosa che scava dentro di lui, e va a fondo, e va a fondo, e va a fondo. “Era il vuoto di un buco che non si sarebbe mai più riempito”.

Dan ci racconta dei libri di suo padre. “I libri sugli scaffali dietro la scrivania erano quelli importanti. Roba sacra. A differenza di tutti gli altri, non venivano mai spostati, se non per essere riletti. C'era tutto Knut Hamsun, tutto Sherwood Anderson, tutto Jack London. Nella casa di Dante si parlava solo di grandi scrittori, grandi artisti, grande letteratura. Uomini di talento, come lui (…). Gli altri libri, quelli che non meritavano, stavano per terra, in pile. La maggior parte era comunque di scrittori buoni, ma in realtà papà Dante non li aveva mai letti. Era uno che sfiorava i libri, sempre impaziente, mai entusiasta. Leggeva interi libri a quel modo, pochi paragrafi, a caso” (pp. 82-83).

“Fame” dell'immenso Knut Hamsun è il libro che ha fatto diventare scrittore John Fante – questo ci rivela Dan. Nel segnalibro, aveva scritto centinaia di volte il suo nome. Knut Hamsun, Knut Hamsun, Knut Hamsun. Proprio come avrebbe fatto suo figlio, senza saperlo, con Cummings.

A un tratto, nelle ultime battute, Dan-Bruno si ritrova in una libreria di modernariato. Scopre, vicino a una leggendaria traduzione del “Demian” di Hesse, e a una copia di “Festa mobile” di Hemingway, il tascabile di “Chiedi al vento”. Ha perso la sua copia tanti anni prima. Sente di volerla. Sfoglia e ritrova la dolorosa onestà delle parole di JF che ben ricordava. Riconosce suo padre al massimo delle sue potenzialità. È pronto a comprarlo, ma non ha abbastanza soldi. E il commesso sembra stronzo. Il resto lo scoprite da soli. Fatevi un regalo, scopritelo presto.

 

Antonio Prudenzano
Affaritaliani.it
febbraio 2010

"La scrittura semplice e geniale di mio padre John mi ha influenzato..."
Suo padre, l'italo-americano John Fante, è stato uno dei più grandi scrittori del '900. Dan, dopo una giovinezza dedita all'alcol e al sesso, ha deciso di seguire la stessa strada del padre, diventando un grande scrittore anche lui. Ora Marcos y Marcos (ri)pubblica "Angeli a pezzi", il romanzo più autobiografico e bukowskiano di Dan Fante, che si racconta a tutto campo in un'intervista ad Affaritaliani.it: "Ho iniziato a scrivere dopo i quaranta anni e l'ho fatto come terapia per non autodistruggermi. Avevo sempre desiderato scrivere ma ero troppo folle e ubriaco per permettere al mio talento di esprimersi". E aggiunge: "Il mio stile letterario e quello di mio padre sono molto simili. La sua genialità e semplicità con le parole mi hanno ispirato"
Torna in libreria, per la nuova collana miniMarcos di Marcos y Marcos, "Angeli a pezzi", uno dei più noti e vibranti romanzi di Dan Fante, figlio di John, a sua volta uno dei più grandi narratori americani del '900, che l'Italia (e non solo...) ha scoperto tardi ma che poi non ha più abbandonato.
E proprio del più che ingombrante rapporto con papà John, Dan parla nel semi-autobiografico e profondamente bukowskiano  "Angeli a pezzi". Ci sono infatti un padre in fin di vita e il suo 'complicato' figliolo che, nel bel mezzo di una esistenza al limite tutta dedita ad alcol e sesso, prova ricongiungersi in extremis...


“Angeli a pezzi”  è un libro autobiografico, in cui parla di suo padre. A distanza di tanti anni, cosa le piace ancora e cosa non più di quel romanzo?
"Ero abbastanza pazzo quando scrissi quel libro. Resta però il fatto che, se non è il miglior romanzo che scritto, di sicuro è uno dei migliori".


 





Lei ha detto che “Chiedi alla polvere” è il romanzo di John Fante che preferisce. Ha detto anche che suo padre non l’ha mai incoraggiata a scrivere. Ma se suo padre non fosse stato uno scrittore, lei avrebbe mai voluto diventarlo?

"Certamente. Ho iniziato a scrivere dopo i quaranta anni e l'ho fatto come terapia per non autodistruggermi. Non avevo idea di cosa volessi scrivere ma le parole iniziarono a venir fuori a getto. Pagine e pagine provenienti dal mio cuore. Avevo sempre desiderato scrivere ma ero troppo folle e ubriaco per permettere al mio talento di esprimersi".

Anche lei nei suoi romanzi utilizza spesso un alter ego letterario (Bruno Dante) come suo padre. Lo fa per omaggiarlo?

"No, non penso che esso sia un tributo a mio padre. Il mio stile letterario e quello di mio padre sono molto simili. La sua genialità e semplicità con le parole mi hanno ispirato, ma la mia scelta di usare un "alter ego" è derivata dalla necessità di esprimermi in modo brillante".
 
Più volte ha detto che scrivere le ha salvato la vita. Adesso che ha superato i momenti più difficili, perché continua a scrivere?
"Scrivere è un dono. Scrivere è una passione. La passione guida un artista. Scoprire ciò che ami fare nella vita e poi farlo è un dono raro".

A giugno uscirà in Italia il suo nuovo libro. Cosa può anticiparci sulla trama?
"Mi piace raccontare la storia di un uomo che può avere una grande carriera ma deve distruggere sia la carriera sia se stesso. E' una storia molto umana e molto reale".

Cosa pensa della nuova letteratura americana? C’è qualche giovane scrittore che le piace?
"Due dei miei nuovi scrittori preferiti sono Tony O'Neil (Down and out on murder mile), e Mark SaFranko. Entrambi scrivono in Inglese. Tony è inglese e Mark è americano. Mark ha scritto undici romanzi ma ne ha pubblicati solo due. Il suo libro Hating Olivia sarà pubblicato in Francia quest'anno. La sua breve fiction è anche brillante.

 

Sergio Palumbo
CulturaSpettacolo.it
febbraio 2010

Bruno Dante, dopo un tentato suicidio (non il primo), viene rinchiuso in una clinica per disintossicarsi dall'alcool, da cui esce in anticipo perché il padre, Jonathan, è in fin di vita. Dopo l'ultimo saluto a un padre ingombrante, scontroso, temuto quanto amato, dotato di un talento tanto grande quanto sprecato in nome del facile guadagno derivante dalla scrittura di sceneggiature hollywoodiane, inizia il viaggio di Bruno, accompagnato dal cane del padre, Rocco. Nel suo viaggio, Bruno stringerà amicizia con una baby prostituta, finirà ubriaco sul letto di un motel a mangiare biscotti e a bere vino, troverà perfino lavoro come venditore per un'agenzia matrimoniale.
Eppure Bruno, un tempo, aveva altre aspirazioni: la poesia, ad esempio. Ma anche lui, come il padre, ha sprecato il proprio talento per il guadagno facile del telemarketing. Ma dentro di sé ha ancora tanta generosità, tanta passione e tanto amore per il padre, di cui vorrebbe gridare al mondo l'immenso talento, e di cui vorrebbe far leggere a tutti il suo capolavoro, "Chiedi al vento" (vi ricorda qualcosa?).





Del padre John, Dan Fante ha sicuramente ereditato la sincerità e l'immediatezza che ne hanno contraddistinto l 'opera. L'accostamento a Bukowski è inevitabile. Sotto le non troppo mentite spoglie di Bruno Dante l'autore ci porta con sé in un viaggio velocissimo, che lo traghetterà da un folle autolesionismo verso la speranza di un domani migliore, quasi come una discesa negli inferi, al fianco di un cane-Caronte e di una Beatrice prostituta, con le strade di Los Angeles come gironi infernali, finché il nostro Dante non uscirà a riveder le stelle, scoprendo che anche l'oceano è "di un blu che non avevo mai notato prima".

Massimo Barison
fusiorari.org
febbraio 2010

Bruno Dante vive a New York. Forse sarebbe meglio dire “sopravvive”, visto il suo tormentato rapporto con l’alcol e le droghe che lo porta a periodici tentativi di suicidio e a conseguenti ricoveri al reparto di riabilitazione dell’Ospedale "San Giuseppe di Copertino". Dopo l’ennesimo episodio autodistruttivo, la moglie Agnes, che ormai lo odia e lo tradisce stabilmente con un collega, lo attende all’uscita dall’ospedale solo per dargli una triste notizia: in California, dove la famiglia di Bruno vive ancora, suo padre, Jonathan Dante, sta morendo. Bruno sa che non può esimersi dal rendere omaggio all’anziano genitore. Così, sorvola l’America per approdare nuovamente nella città della sua adolescenza: prima e dopo l’agonia del padre, i suoi conflitti interiori lo obbligheranno a un lungo, ossessivo girovagare per la Città degli Angeli, alla fine del quale forse Bruno riuscirà a rappacificarsi con il mondo, con se stesso, e con la più ingombrante eredità paterna: una grande e contrastata ambizione letteraria.

PADRI E FIGLI – Le colpe dei padri, si dice, non devono ricadere sulle spalle dei figli. Per essere del tutto onesti, noi aggiungiamo che nemmeno i meriti dovrebbero farlo. Eppure, per Dan Fante, non deve essere stato facile affermarsi come romanziere. Perché suo padre non era uno qualsiasi: tra le pagine di questo libro appena ripubblicato da Marcos y Marcos, dietro lo pseudonimo, nemmeno troppo fantasioso, di Jonathan Dante si cela John Fante. Proprio lo scrittore che, soprattutto con le storie di Arturo Bandini, ha raccontato e incarnato i sogni di un giovane figlio di immigrati italiani, che veniva dal nulla e che aveva saputo affermarsi, in vita, “solo” come sceneggiatore di cinema: la gloria letteraria sarebbe giunta, per John, soprattutto dopo la morte. In un continuo gioco di rimandi tra realtà e finzione, Dan Fante crea due alter ego che esemplificano la parabola esistenziale di padre e figlio. Jonathan/John ha "sfondato" nel mondo del cinema, come ri-scrittore di sceneggiature zoppicanti, e deve rassegnarsi a vedere il proprio romanzo prediletto (il titolo Chiedi al vento vi ricorda qualcosa?) giacere in poche copie sugli scaffali di una rivendita di libri usati, mentre il diabete lo uccide dopo averlo reso cieco e aver costretto i medici ad amputargli entrambe le gambe. Bruno/Dan fa i conti con i vizi che lo conducono all’autodistruzione e lo allontanano sempre più dalla vocazione di scrittore, che in gioventù si era concretizzata in una manciata di poesie poi rinnegate per concentrarsi su un'anonima (e solo parzialmente coronata dal successo) attività di televenditore.

 

 





COMPRENSIONE – Naturalmente anche il rapporto con gli altri familiari non è idilliaco, e l’unico “membro” della famiglia che sembra non voler giudicare negativamente Bruno/Dan è il vecchio e malato cane del padre, Rocco. Proprio con lui Bruno percorrerà senza sosta e senza pace le strade di una Los Angeles che, dietro le luci di Hollywood, racconta storie di solitudine e disperazione, animata com’è da prostitute bambine, papponi tossicodipendenti, vecchie star del cinema cadute in disgrazia. Perché quelle di John e Dan Fante sono, sì, storie di padri e figli, ma devono molto anche alla “discendenza matrilineare” di ciascuno. John, cresciuto nell’America di inizio Novecento e passato attraverso gli anni della Grande Depressione, ha dovuto fare i conti con una vita che nulla gli ha regalato, costringendolo a privazioni e delusioni che però lo hanno temprato e condotto infine al successo. Dan è figlio di un uomo che ce l’ha fatta, ma anche di un’America diversa: una nazione che, dopo la gloria assoluta raggiunta con la Seconda Guerra Mondiale ha attraversato la tragedia del Vietnam, ha visto le proprie strade popolarsi di un’umanità variegata e disperata soprattutto di fronte alle differenze e alle ingiustizie che il benessere ha portato con sé. Così, se proprio dovessimo trovare un ascendente letterario di Dan Fante, questo sarebbe probabilmente Charles Bukowski( soprattutto nelle metodiche descrizioni dei tentativi di autoannientamento, probabilmente le parti meno interessanti del racconto). La vera eredità paterna riemerge quando Bruno, nello sfogliare con passione un libro amato, nel divorare le pagine impeccabili del capolavoro di Jonathan, nel goffo e doloroso tentativo di tornare a comporre versi in riva all’Oceano, riconosce e afferma se stesso come inevitabile discepolo (non successore: questo potrà dirlo solo il futuro) di colui che lo ha generato.
Osservatoriesterni.it
agosto 2010


Dan Fante. È un uomo che va metabolizzato. È quasi un mese che mi occupa la testa. Un uomo che ne ha viste. Racconta della sua vita. Che si è messo a scrivere a quarantanni per via che era senza lavoro e aveva anche tentato il suicidio. Messa così sembra che la causa del suo talento sia il mancato suicidio. Non so se le due cose siano correlate, bisognerebbe chiederglielo. Penso a Bukowski. Penso al fatto che suicidarsi a una certa età non vale la pena. Ho capito che si nasce per aspettare di morire.

Non deve essere facile scrivere con l'ombra di uno come John Fante come padre. Il rischio è quello di scimmiottarlo. Alle prime pagine di "Angeli a Pezzi", devo averlo pensato. Ma ho voluto andare comunque avanti. E ho scoperto che non solo Dan Fante è uno scrittore di tutto rispetto e autentico come pochi, ma che anche lui, e il padre prima di lui, lancia con ferocia un libro quando gli sembra “falso”. Avevo lanciato da pochi giorni "L'insostenibile leggerezza dell'essere", a pagina 30. Perché ho aspettato di leggere tante pagine? Speravo in un miracolo, ma se un libro nasce artefatto rimane artefatto. 


Di Dan Fante più di tutto mi ha commossa, veramente commossa, la sua raggelante onestà. Dico raggelante perché è umiliante ammettere di essere un ubriacone suicida. Forse, per me, lo sarebbe. Nemmeno un'unghia di compiacimento. Quel compiacimento figlio dell'autocommiserazione. Pura verità, vomitata così, come Dan vomita il vino scadente della sera prima.
Dice di appartenere alla generazione di scrittori post-moderni, ma credo che la sua ricerca abbia fondamenta radicate in Bukowski, Jack London e, naturalmente, John Fante. È facile scrivere di cose che toccano solo da lontano, impossibile rendere il travaglio che ci stringe come un guanto. Nella sua scrittura minimalista, ruvida, decisa, ecco che Dan ci confida questo travaglio e se ne libera. Un'umanità che nelle prime pagine non si confessa, ma che alla fine si riscatta nel rapporto con il cane paterno, Rocco. Incapace di comunicare con gli uomini, il rapporto più vero Bruno Dante (Dan Fante) lo stabilisce con l'unico essere che come lui maledice forse la propria esistenza, trascinando le zampe posteriori, come Bruno trascina se stesso nelle situazioni della vita, morte del padre compresa.

Un libro sporco. Ma il più pulito che abbia letto negli ultimi mesi. Sicuramente l'unico che non ho lanciato.

PS: se state cercando un libro “estivo” avete sbagliato libro.

Nunzio Festa
stefanodonno.blogspot.com
febbraio 2010

Bruno Dante lascia la moglie, ovvero è lasciato da sua moglie, appena esce nuovamente da una clinica dove ormai ritualmente è internato, dopo che tenta il suicidio, per merito dell’alcolismo. Ma questa volta, a parte il fatto che in sostanza la mogliettina lo odia totalmente e lo lascia a se stesso, suo padre, il grande scrittore Jhonatan Dante sta morendo. Dan Fante, figlio di Jhon, ma questa riflessione-precisazione serve solamente a dirci quanto di memoria del padre è serrata nel romanzo, ha composto un’opera degna, ci viene da dire, proprio, appunto, di suo padre. Però, per rendere giustizia a Dan Fante, cerchiamo di dimenticarci della sua parentela. Anche se questa, ripetiamo, è parte forte di “Angeli a pezzi”. Il romanzo, infatti, fra le sue doti migliori ha questo avvistamento a distanza, fatto di memoria e di stima, d’affetto e di delusioni. Dante è fiero, si capisce, del Dante senior. La scrittura di Dan Fante è sottile come un raptus, potente quanto una mossa di ladro, è sicura e si beve d’una serie di sottigliezze che paiono assorbite direttamente dalla ‘scuola’ d’altri padri nordamericani. Che “Angeli a pezzi” è un romanzo che avrebbe potuto firmare qualsiasi altro grande autore di queste lande, con tutto il rispetto con questa bravissima nuova scoperta dell’editoria italiana. “Angeli a pezzi”, dove il rapporto con un padre-simbolo diventa stretto rapporto e contatto con il cane che a questo padre apparteneva, sperimenta le farneticazioni e i ribollimenti inventati dall’alcol. Viaggia sul binario lungo e scodinzolante della solitudine d’una persona che sa d’essere pronto a scrivere per vivere, dopo che è stato un abilissimo venditore di tutto quel che si può vendere. Il protagonista del romanzo, in pratica, è bravo a “fottere” l’umanità, ma allo stesso tempo è bravissimo a “farsi fottere”.

 





Possiede, come altri casi celebri, il destino di voglie sessuali, inoltre, abbastanza ambigue. Anzi, non proprio ambigue. Si dica che il protagonista sente fortemente un forte richiamo spedito da una libidine non conforme a una certa tipologia di ‘normalità’. Bruno, per esempio, è bisessuale. Però non in senso puro. In quanto il suo volere pure corpi maschili è semplicemente una sfida alle regole. Più che una vera voglia o tentazione corporale. Non proprio, insomma, istinto. Alla stregua dei gusti sessuali, o della abitudini, Bruno Dante ama il vino che l’ammazza. Cosa tutt’altro che scontata, poi, il protagonista – forse molto ‘autobiografico’ – custodisce un desiderio di riscatto e chili e chili di consapevolezza delle proprie capacità e della sua sorte. La storia creata da Fante Dan permette alle pagine di girarsi quasi da sole. Le avventure inventate da Fante Dan ci spingono in faccia ad alcuni paesaggi nordamericani, non quelli fatti di tanta natura, comunque, e c’inducono a rafforzare il nostro desiderio d’immaginare gli spostamenti di quelli che di solito i benpensanti definiscono “borderline”. Bruno Dante è una persona che sconfigge le imposizioni, bravo nello sperpero del denaro, è uomo che vuole avere dalla sua storia tutto quanto dovrebbe servirgli per farlo stare in vita - e al meglio che crede. Poi Dante è debole. Però Dante si scontra con i dolori dell’animo. Esattamente alla maniera della stragrande maggioranza degli esseri umani. Dan Fante, con “Angeli e demoni” ricorda a lettrici e lettori che i terreni della dannazione sono ancora pieni di gente che in quelle dimensioni striscia e/o vola. Con il romanzo di Dan Fante è possibile rinnovare un’intesa con le corse delle percezione. A contatto col precipizio. A stretto giro di pericolo insistente. L’uomo comune, il cittadino medio è nuovamente visto bene e male, di male e di bene.

Scheda del libro

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