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FANTE Angeli a pezzi |
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Seia
Montanelli Angeli a pezzi è un libro
doloroso, problematico: la sua scrittura spesso cruda e schietta, sembra
svelarla completamente, c’è qualcosa che non riscriverebbe e,
soprattutto, si è mai sentito nudo di fronte al lettore? Sembra che la scrittura sia
in qualche modo terapeutica per lei. Condivide quanto scriveva William
Somerset Maugham: «se hai un demone da esorcizzare, scrivine»? Lei ha vissuto per molto
tempo a Los Angeles, città che spesso è protagonista delle sue storie,
che rapporto ha con questa città? A parte suo padre, quali
sono gli scrittori che l’hanno influenzata? Ne ha conosciuto qualcuno?
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Lei ha scritto di tutto:
prosa, poesia, opera teatrali, testi di canzoni – a proposito,
complimenti per “First Avenue” scritta per il gruppo italiano
Hollowblue, è molto bella – c’è un tipo di scrittura che preferisce
alle altre? O in cui si sente più bravo? Ha proposito di questo, aveva
dichiarato «l’unica cosa che non faro mai è scrivere sceneggiature»,
come mai? C’entra l’esperienza vissuta da suo padre? Quindi è vero che si
trasferirà presto in Abruzzo? Ho letto addirittura che pensava a Pescara
come luogo di residenza. Quando saranno pubblicati in
Italia i suoi altri due romanzi, ne sa qualcosa?
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Anna
Claudia Furgeri Caramaschi Dan Fante - figlio d’arte, scrittore acuto, ruvido, vitale anche nella più perversa disperazione. una polvere di genio attinta dal padre, che ti sfiora leggendo i suoi romanzi, incontrandolo, ascoltandolo. Dan Fante, figlio maggiore del
grande John Fante, scrittore cult di Chiedi alla polvere, dopo molti
mestieri e viaggi a eccessiva gradazione alcolica, approda alla
scrittura di testi teatrali, poesie e romanzi. Una scrittura scarna,
veloce e autobiografica, come quella usata nel romanzo politicamente
scorretto Chump Change, ripubblicato quest’anno, nella versione
italiana Angeli a pezzi, dall’editore Marcos y Marcos. Quest’ultimo
ha il merito di aver tolto dalla “polvere” proprio John Fante. In
una Los Angeles che abbaglia e arricchisce bruciando talento e sogni,
prende forma l’ultimo incontro tra padre e figlio, tra passato e
presente, come un rapido passaggio di consegne che infrange in “mille
pezzi” il sogno americano. Da tassista a sceneggiatore
teatrale, nella tua vita hai fatto molti lavori, come hanno influenzato
la tua scrittura? Raccontare storie per via
orale da padre a figlio appare una tradizione in disuso soprattutto in
America. Come spieghi questo fenomeno? Bruno Dante, il
protagonista di Angeli a pezzi e tuo alter ego, ha con le donne e in
particolare con la madre un rapporto che sembra incompleto e distante...
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Quale città, reale o solo
apparsa su una pagina, potresti paragonare alla tua Los Angeles e perché? Tu hai origini italiane, nel
mese di giugno sarai nuovamente in Italia per un tour, qual è il ricordo
più significativo del nostro paese che conservi nella memoria? Essere il figlio di John
Fante è stata un’importante eredità da gestire, cosa non hai mai
sopportato della tua condizione di figlio di uno scrittore famoso?
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Flora
Botta Refrain
delirante-sperduto-alcolico swing... Pagina dopo pagina. Lui si pianta
un coltello in pancia per accusare la vita del suo maledetto blues. Ha
un cervello sperso e liquido. Disgrega regole, vuota obbligazioni e
disapprova la propria esistenza. Sfrangia le tendenze comuni. E New York
è una stanza sfitta, che lo fissa mentre se ne sta in ospedale a
scontare il suo ennesimo tentato suicidio. La sua donna si è dissolta,
pure lei, forse nello stesso oceano alcolico che lo avvicina alla morte.
Bruno Dante è un personaggio debordante. Come se a niente valessero gli
sforzi dell’autore per tenerlo ai margini dei fogli.
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Figlio di Jonathan Dante, scrittore americano assassinato da "produttori cinematografici ventiduenni che avevano spappolato il suo cervello e guru della distribuzione che avevano deciso il corso della sua vita...", Bruno Dante, vola da New York a Los Angeles per presenziare alla morte di suo padre. Un padre difficile e tormentato che “aveva definitivamente rinunciato a essere uno scrittore”, spinto da obbligazioni di ordine finanziario. Quello stesso padre che sacrificò il suo talento letterario per la colossale industria cinematografica hollywoodiana. "Dopo anni di romanzi e di fame, non fu una decisione difficile" tuona Bruno Dante, avvelenato. Ad ogni modo, così andarono le cose. Ereditata la contraddizione, solo la scrittura sarà in grado di trascenderla. "...Nella casa di Dante si parlava solo di grandi scrittori, grandi artisti, grande letteratura. Uomini di talento, come lui. Uomini da rispettare, con cui fare davvero i conti. Il resto, contava ben poco..." Bruno Dante muore per sé, infinite volte. Muore con suo padre. Morirà con Rocco il bull terrier che fu compagno di vita di Jonathan Dante, quando anche lui si spegnerà in silenzio. Morirà nella sua solitudine e inadattabilità al mondo che lo serra tra le sue mascelle salde e strette. Conteso tra il secondo cerchio, quello dei lussuriosi, e il secondo girone, quello dei suicidi, riemergerà dalle tenebre con una penna in mano. Non più fantoccio dei deliri alcolici, né preda del proprio irrefrenabile livore. Ma poeta dell’adesso, senza più intralci, fluido nella sua nuova prosa. Posseduto dal verbo, finalmente cantore (sogno di una vita) del suo danzante viaggio infernale.
Anna
Claudia Furgeri Caramaschi
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Roberto
Alfatti Appetiti
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Sotto le non troppo mentite spoglie di Bruno Dante, l'autore ci porta con sé in un viaggio velocissimo, che via via lo traghetterà da un folle autolesionismo verso una discesa negli inferi, al fianco di un cane-Caronte e di una Beatrice prostituta, con le strade di Los Angeles come gironi infernali, finchè il nostro Dante non riuscirà a vedere le stelle, scoprendo che anche l'oceano è «di un blu che non avevo mai notato prima». E alla fine resterà ancora solo, nella sua macchina, con il cane morto al suo fianco e tutta la rabbia e la disperazione di un uomo. E' la notte del "sogno americano".
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Isabella
Marchiolo Il
suo volo salvifico Un figlio pieno di talento che si perde nell’alcol, nel sesso, nella depravazione. Dan Fante non è suo padre John. Evidenza che, tuttavia, non gli impedisce di essere uno straordinario scrittore e poeta, vessato da persecutori paragoni con l’opera paterna. Ma inevitabilmente per Dan l’empireo di “Chiedi alla polvere” fu un’atavica frustrazione che insieme alla dipendenza dall’alcol ha rischiato di uccidere, oltre alla sua vita, un talento letterario oppresso pur da quella sregolatezza ereditata come maledizione spirituale di famiglia. La carriera di Dan Fante, oggi rivalutata dalla critica americana (ma anche straniera: un’estasiata Fernanda Pivano definiva i suoi libri “ballate di amore e di morte”), è una – non metaforica – riemersione dagli inferi, dove lo scrittore nel suo volo salvifico, è sorretto da una schiera di divini derelitti. A guidarli c’era – e c’è – il padre perduto all’estremo lembo di una ricongiunzione, dentro a una parabola affettiva mozza. Non è inopportuno il titolo italiano “Angeli a pezzi”, traduzione di “Chump Change”, primo romanzo della trilogia di Bruno Dante, alter ego dell’autore, pubblicato da Marcos y Marcos. Si nasce angeli ma la città spezza le ali, fa macello di sogni e poesia. Qualcuno a osservato che, se Bukowski fu folgorato a John, Dan chiude il cerchio con una letteratura di palese impronta bukowskiana. In realtà la voce di Dan Fante è tutto tranne che un lascito d’emulazione. Non discende dal padre, né dal suo mentore. Non è esercizio di stile perché scaturisce da un’autentica angoscia del vivere e della sua inopinata espiazione, che resta sempre sul ciglio di un’incombente rovina. Il terrore che la poesia scavi nuovi lutti, e che la prossima volta non esistano resurrezioni.
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Il romanzo è un crescendo di lirismo e ironia, in un incastro fluido, senza forzature. L’impasto naturale della realtà: bellezza, creature disfatte e lerciume. Il diario osceno del protagonista corre verso un’autodistruzione annunciata, racconta l’abisso con sadismo psicanalitico. L’alcol è un veleno infiammabile, esige mortale devozione, Perfora le membra, fiacca le forze. Dall’inferno a una catarsi vicinissima, tangibile. Per uscirne basterebbe un passo, ma il corpo si è già arreso. Dall’86 Dan Fante non è più alcolizzato. Bruno Dante resiste ventiquattr’ore con il sangue astemio. A riempire quel crepuscolo di grazia ci sono un romanzo che somiglia a “Chiedi alla polvere” e una poesia scritta durante l’agonia di una cane ringhioso e maleodorante. Ma la poesia, si sa, non si scandalizza degli angeli imbrattati nel fango. Li redime come orfani ritrovati, e proprio per loro ha una predilezione neanche troppo segreta.
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Boris
Borgato mangialibri.com marzo 2010 Nel bugigattolo di un centro di recupero newyorchese per tossicodipendenti e alcolisti, Bruno Dante cerca di risanare le ferite che la vita gli ha inferto, una vita non particolarmente felice considerando che il Nostro si è appena squarciato la pancia con un coltello da cucina ed è al terzo tentativo fallito di suicidio. La situazione non sembra migliorare con l’arrivo della moglie Agnes - che da circa tre anni se la fa con un nero ex giocatore di basket ed ora insegnante di educazione fisica - passata a riprendere Bruno per accompagnarlo in aeroporto e da lì prendere un volo per Los Angeles, dove il vecchio Jonathan Dante - ridotto ormai ad un tronco umano - sta tirando le cuoia per via del diabete e delle numerose amputazioni subite. Sbarcato nella città degli angeli, Bruno torna nella sua casa natale dove lo attendono il fratello Fabrizio e il cane Rocco - un bull terrier dalla testa di squalo che a furia di passare le giornate accanto a Jonathan Dante è finito per assimilarne il pessimo carattere. Tra bottiglie di Jack Daniel’s e fiaschi di vino, Bruno riesce a sopravvivere a se stesso e al proprio vizio, onorando il capezzale del padre morente per un ultimo saluto, prima di precipitarsi nel parcheggio dell’ospedale, rubare l’auto di Fabrizio e fuggire in compagnia di Rocco sulle vie degli States in un affollato abitacolo popolato da pacchi di biscotti, puttane e fiumi di alcool… Angeli a pezzi è certamente un buon libro, che deve però parte della sua attrattiva verso i lettori al materiale autobiografico custodito al suo interno: infatti chiunque scorra queste pagine - soprattutto nella prima metà - più che affidarsi alla narrazione 'alcolica' di Dan Fante cerca tracce e materiali sugli ultimi giorni di vita del celebre padre John, in un confronto familiare che vede le doti narrative mostrate in carriera da Fante senior ancora molto superiori a quelle del figlio.
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Ma la vita del piccolo Dan - soprattutto per i disastri che critica e quarte di copertina gli combinano - non è per nulla facile, appena messo sottoterra il fantasma del padre ecco che subito spunta un altro termine di paragone - peraltro da sempre vicinissimo al vecchio John: si tratta di quel Charles Bukowski che perfino l’espertissima e compianta Fernanda Pivano finisce per accostargli. A nostro modestissimo avviso questo paragone non regge, poiché al di là delle tematiche alcoliche che accomunano i due autori - ma se iniziassimo a elencare le amicizie tra alcol e letteratura non la finiremmo più - Dan Fante e il vecchio Buk hanno davvero poco in comune. Lì dove il primo mostra debolezze, vede nell’alcol una malattia e tenta il suicidio per liberarsi da una vita intrisa dai sapori del dramma e della malinconia, nel secondo troviamo strafottenza, arroganza, ironia e l’alcol stesso è solo una stupida medicina - come tante altre - utile a prendere per il culo una vita priva di significato ma comunque da vivere e spremere sino alla sua ultima goccia. E riuscireste a immaginare il povero Buk chiuso per giorni in un’auto in compagnia di un cane e a stretto contatto con una donna? Charles è l’uomo degli ampi spazi degli ippodromi, amante dei gatti e che considera donne e cani vittime della stessa stupidità, non certo piacevoli compagni di baldoria, almeno non sul lungo periodo. La domanda che dovremmo porci allora è: quanto di Dan Fante c’è in questo libro? Una buona metà dei materiali che compongono il testo, quella metà che mostra atti di violenza a volte insensati, tremori da astinenza alcolica e rimandi erotici raccapriccianti. |
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Lara Crinò Il Venerdì di Repubblica febbraio 2010 Eredità: Come il padre, scrittore cult, Dan ha scritto un romanzo amaro sulla società Usa Il figlio di John Fante fa a pezzi il sogno americano Dopo una vita passata tra mestieri precari e disintossicazioni dall’alcol e dalla droga, Dan Fante, figlio maggiore di John Fante autore cult di Chiedi alla polvere e La strada per Los Angeles, ha rivelato la sua vocazione letteraria. Ha scritto poesie, racconti e romanzi scarni e politicamente scorretti e ha messo in gioco l’alter ego, Bruno Dante, così come suo padre si era nascosto nei panni di Arturo Bandini. L’11 febbraio torna in libreria, dopo una prima edizione nel 1999, Angeli a pezzi (Marcos y Marcos, pp.212, 10 euro), in cui Dan Fante mette appunto in scena l’alter ego Bruno, rientrato a Los Angeles per l’ultimo saluto al padre Jonathan. Inseguendo la traiettoria amara di John Fante, anche Dan dà la sua picconata all’illusione dell’American Dream. E alla sua meccanica californiana.
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Marina
D'Incerti Donna Moderna marzo 2010 È dura avere un padre famoso scrittore, specie se vuoi lo stesso mestiere. Dan, figlio sballato di John Fante, ne racconta la morte e il passaggio di consegne con rabbia e amore. Un ruvido romanzo on the road. Radio2 Rai-Twilight febbraio 2010 IL LIBRO DEL GIORNO A Twilight, cosa significa essere figli d'arte? Lo sa bene Dan Fante, figlio di John, uno dei più grandi scrittori del '900. Dan, dopo una giovinezza dedita all'alcol e al sesso, ha deciso di seguire la stessa strada del padre, diventando un grande scrittore anche lui. Confrontarsi con un gigante come John Fante, con un pubblico diffidente, era un’impresa ardua. E, invece, gli è riuscita la rimonta. Da qualche anno la sua fama cresce, tanto che la prestigiosa casa editrice Harper Collins ha deciso di ripubblicare tutte le sue opere.
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Barbara
Caffi «La ragazza messicana, i suoi sandali, il giovane scrittore in bolletta (…) L’onestà delle parole era dolorosa esattamente come me la ricordavo. Dappertutto c’era il cuore forte, capace di esporsi di mio padre...». Non si può prescindere dall’autobiografia per parlare di Angeli a pezzi, romanzo di Dan Fante ripubblicato da Marcos y Marcos. Dan è figlio di John Fante, tra i massimi autori americani del secondo Novecento («Era il mio Dio», disse di lui Bukowski), ma uomo tormentato, ‘ingombrante’ per la famiglia. Nel romanzo, Dan rievoca i giorni della morte del padre: i rapporti tra i due sono interrotti dal tempo, il genitore è in coma, il figlio vittima di un alcolismo devastante e distruttivo. Dan-Bruno è un uomo allo sbaraglio, eppure sarà lui a farsi carico – con una decisione fortemente simbolica – del malandato cane del papà. E a trovare nella lettura di Chiedi al vento (Chiedi alla polvere) lo spirito del padre. Per poter ricominciare.
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Alex
Pietrogiacomi UBIX febbraio 2010 Padre e figlio. Coppia, abbinata, alieni, compagni e ostili compagini. E quanto tuo padre si chiama John Fante che succede? Come ti senti ad avere un’eredità pesante sulle spalle!? Bruno, alter ego della scrittore, è chiamato al capezzale del padre e il viaggio, l’attimo, diventano ruvida essenza incapace di essere scrostata via dalla pelle del lettore. |
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Gian
Paolo Serino Vascorossi.net febbraio 2010 "Angeli a pezzi" è un romanzo davvero da non perdere. Non solo è il ritratto, a volte spietato e a volte commovente, del grandissimo scrittore americano John Fante visto dagli occhi del figlio Dan, ma è anche l’ottima prova narrativa di un autore che ha la capacità di sorprendere il lettore conducendolo in un geniale labirinto di rabbiosa disperazione e di autentica poesia. Quella che Dan Fante racconta è la sua storia, o meglio: è la storia del suo viaggio attraverso l’America per ritrovare se stesso ed il padre, un John Fante distrutto dal diabete e ormai agonizzante in un letto d’ospedale. Dietro questo “viaggio al termine della notte” di un’America neon…realista un’esistenza vissuta nell’illusione e nell’impotenza: l’illusione di chi è cresciuto in una Los Angeles cinematografica dove "il sole senza tramonto riempie il mondo di speranze" e l’impotenza dell’"artista passionale che smette di fare quello che ama e comincia ad odiarsi".
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"Angeli a pezzi" (Marcos y Marcos, euro 10) è il viaggio di chi, costretto a "far scivolare il mondo nel silenzio", oltrepassa quella barriera che governa le pulsioni: di chi giunge a quel limite estremo in cui "le tenebre sono troppo estese per potersi difendere". Ciò che rende unico "Angeli a pezzi" è poi la scrittura di Dan: la sua naturalezza nel passare dal gelo di un fuoco tanto vitale quanto autodistruttivo ad una tenerezza che commuove. E con la magia dei poeti, da una riga all’altra, ci mostra la vita: ci dimostra come l’inferno asettico di quella normalità che chiamano vita quando viene raccontata, quando diventa arte, può trasformarsi nel segreto di essere (umani). |
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Gianfranco
Franchi Stilisticamente, per via della sua immediatezza e della sua estrema semplicità, Fante è stato accostato a Bukowski: la Pivano, a suo tempo, dichiarò che i suoi romanzi sono ballate di amore e di morte, come quelli di Buk e di suo padre. Io sono reduce dall'esperienza di questo suo primo libro, non posso generalizzare; in questo libro c'è più morte e rinascita che amore. L'amore è quello filiale, sconsolato, intenso, tenero. Quello famigliare, volendo, anche: c'è qualche (riuscito) cameo della mamma di Dan Fante e di suo fratello. Senza bruciarvi niente, dico solo che lei è una lettrice forte. Qualcosa avrà significato. Entriamo nel vivo. “Angeli a pezzi” è la storia di Bruno Dante, appena uscito dal reparto alcolizzati e malati di mente d'un ospedale del Bronx. È un (non più) giovanotto estremo, autodistruttivo e non estraneo a tendenze suicide. È sposato con Agnes da undici anni. Lei ormai odia suo marito e si maledice per il matrimonio, ma sembra rispettare quel legame come niente fosse, formalmente. Non è mai in ritardo. Era un'insegnante sensibile e seducente, occhi neri, capelli neri, un culo meraviglioso. Si erano incontrati quando Bruno scriveva versi – iconoclasti, rabbiosi, brevi. Davvero un'altra epoca. Adesso, “Volevo scrivere, ma non ci riuscivo. Non mi interessava più. Avevo perso la capacità di concentrazione. Ero un ubriacone. Lo sapevo, e non ci potevo fare niente” (p. 20). Quando suo fratello legge una sua vecchia poesia, si ricorda che mezzasega di scrittore sempre emergente e solo emergente è stato: “pretenzioso, senza talento, senza pudore” (p. 70). Bruno parte per Los Angeles. Suo padre è malato. Lui intanto si guarda allo specchio e si sente un impostore. “Giacca e cravatta erano assurde ed eccessive. Ancora lì a cercar di mostrar loro che stavo bene. Che mi fregava? Tanto lo sapevano che la mia vita era a pezzi” (p. 33). D'altra parte, è contento di ritrovarsi a L.A., perché si sente degno di quella comunità – come gli assassini di suo padre: “produttori cinematografici ventiduenni che avevano spappolato il suo cervello e guru della distribuzione che avevano deciso il corso della sua vita”.
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Dan ci racconta dei libri di suo padre. “I libri sugli scaffali dietro la scrivania erano quelli importanti. Roba sacra. A differenza di tutti gli altri, non venivano mai spostati, se non per essere riletti. C'era tutto Knut Hamsun, tutto Sherwood Anderson, tutto Jack London. Nella casa di Dante si parlava solo di grandi scrittori, grandi artisti, grande letteratura. Uomini di talento, come lui (…). Gli altri libri, quelli che non meritavano, stavano per terra, in pile. La maggior parte era comunque di scrittori buoni, ma in realtà papà Dante non li aveva mai letti. Era uno che sfiorava i libri, sempre impaziente, mai entusiasta. Leggeva interi libri a quel modo, pochi paragrafi, a caso” (pp. 82-83). “Fame” dell'immenso Knut Hamsun è il libro che ha fatto diventare scrittore John Fante – questo ci rivela Dan. Nel segnalibro, aveva scritto centinaia di volte il suo nome. Knut Hamsun, Knut Hamsun, Knut Hamsun. Proprio come avrebbe fatto suo figlio, senza saperlo, con Cummings. A un tratto, nelle ultime battute, Dan-Bruno si ritrova in una libreria di modernariato. Scopre, vicino a una leggendaria traduzione del “Demian” di Hesse, e a una copia di “Festa mobile” di Hemingway, il tascabile di “Chiedi al vento”. Ha perso la sua copia tanti anni prima. Sente di volerla. Sfoglia e ritrova la dolorosa onestà delle parole di JF che ben ricordava. Riconosce suo padre al massimo delle sue potenzialità. È pronto a comprarlo, ma non ha abbastanza soldi. E il commesso sembra stronzo. Il resto lo scoprite da soli. Fatevi un regalo, scopritelo presto.
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Antonio
Prudenzano "La scrittura
semplice e geniale di mio padre John mi ha influenzato..."
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A giugno uscirà in Italia
il suo nuovo libro. Cosa può anticiparci sulla trama? Cosa pensa della nuova
letteratura americana? C’è qualche giovane scrittore che le piace?
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Sergio
Palumbo CulturaSpettacolo.it febbraio 2010 Bruno Dante, dopo un tentato suicidio (non il primo), viene rinchiuso in una clinica per disintossicarsi dall'alcool, da cui esce in anticipo perché il padre, Jonathan, è in fin di vita. Dopo l'ultimo saluto a un padre ingombrante, scontroso, temuto quanto amato, dotato di un talento tanto grande quanto sprecato in nome del facile guadagno derivante dalla scrittura di sceneggiature hollywoodiane, inizia il viaggio di Bruno, accompagnato dal cane del padre, Rocco. Nel suo viaggio, Bruno stringerà amicizia con una baby prostituta, finirà ubriaco sul letto di un motel a mangiare biscotti e a bere vino, troverà perfino lavoro come venditore per un'agenzia matrimoniale. Eppure Bruno, un tempo, aveva altre aspirazioni: la poesia, ad esempio. Ma anche lui, come il padre, ha sprecato il proprio talento per il guadagno facile del telemarketing. Ma dentro di sé ha ancora tanta generosità, tanta passione e tanto amore per il padre, di cui vorrebbe gridare al mondo l'immenso talento, e di cui vorrebbe far leggere a tutti il suo capolavoro, "Chiedi al vento" (vi ricorda qualcosa?).
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Del padre John, Dan Fante ha sicuramente ereditato la sincerità e l'immediatezza che ne hanno contraddistinto l 'opera. L'accostamento a Bukowski è inevitabile. Sotto le non troppo mentite spoglie di Bruno Dante l'autore ci porta con sé in un viaggio velocissimo, che lo traghetterà da un folle autolesionismo verso la speranza di un domani migliore, quasi come una discesa negli inferi, al fianco di un cane-Caronte e di una Beatrice prostituta, con le strade di Los Angeles come gironi infernali, finché il nostro Dante non uscirà a riveder le stelle, scoprendo che anche l'oceano è "di un blu che non avevo mai notato prima". |
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Massimo
Barison PADRI E FIGLI – Le colpe dei padri, si dice, non devono ricadere sulle spalle dei figli. Per essere del tutto onesti, noi aggiungiamo che nemmeno i meriti dovrebbero farlo. Eppure, per Dan Fante, non deve essere stato facile affermarsi come romanziere. Perché suo padre non era uno qualsiasi: tra le pagine di questo libro appena ripubblicato da Marcos y Marcos, dietro lo pseudonimo, nemmeno troppo fantasioso, di Jonathan Dante si cela John Fante. Proprio lo scrittore che, soprattutto con le storie di Arturo Bandini, ha raccontato e incarnato i sogni di un giovane figlio di immigrati italiani, che veniva dal nulla e che aveva saputo affermarsi, in vita, “solo” come sceneggiatore di cinema: la gloria letteraria sarebbe giunta, per John, soprattutto dopo la morte. In un continuo gioco di rimandi tra realtà e finzione, Dan Fante crea due alter ego che esemplificano la parabola esistenziale di padre e figlio. Jonathan/John ha "sfondato" nel mondo del cinema, come ri-scrittore di sceneggiature zoppicanti, e deve rassegnarsi a vedere il proprio romanzo prediletto (il titolo Chiedi al vento vi ricorda qualcosa?) giacere in poche copie sugli scaffali di una rivendita di libri usati, mentre il diabete lo uccide dopo averlo reso cieco e aver costretto i medici ad amputargli entrambe le gambe. Bruno/Dan fa i conti con i vizi che lo conducono all’autodistruzione e lo allontanano sempre più dalla vocazione di scrittore, che in gioventù si era concretizzata in una manciata di poesie poi rinnegate per concentrarsi su un'anonima (e solo parzialmente coronata dal successo) attività di televenditore.
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COMPRENSIONE – Naturalmente anche il rapporto con gli altri familiari non è idilliaco, e l’unico “membro” della famiglia che sembra non voler giudicare negativamente Bruno/Dan è il vecchio e malato cane del padre, Rocco. Proprio con lui Bruno percorrerà senza sosta e senza pace le strade di una Los Angeles che, dietro le luci di Hollywood, racconta storie di solitudine e disperazione, animata com’è da prostitute bambine, papponi tossicodipendenti, vecchie star del cinema cadute in disgrazia. Perché quelle di John e Dan Fante sono, sì, storie di padri e figli, ma devono molto anche alla “discendenza matrilineare” di ciascuno. John, cresciuto nell’America di inizio Novecento e passato attraverso gli anni della Grande Depressione, ha dovuto fare i conti con una vita che nulla gli ha regalato, costringendolo a privazioni e delusioni che però lo hanno temprato e condotto infine al successo. Dan è figlio di un uomo che ce l’ha fatta, ma anche di un’America diversa: una nazione che, dopo la gloria assoluta raggiunta con la Seconda Guerra Mondiale ha attraversato la tragedia del Vietnam, ha visto le proprie strade popolarsi di un’umanità variegata e disperata soprattutto di fronte alle differenze e alle ingiustizie che il benessere ha portato con sé. Così, se proprio dovessimo trovare un ascendente letterario di Dan Fante, questo sarebbe probabilmente Charles Bukowski( soprattutto nelle metodiche descrizioni dei tentativi di autoannientamento, probabilmente le parti meno interessanti del racconto). La vera eredità paterna riemerge quando Bruno, nello sfogliare con passione un libro amato, nel divorare le pagine impeccabili del capolavoro di Jonathan, nel goffo e doloroso tentativo di tornare a comporre versi in riva all’Oceano, riconosce e afferma se stesso come inevitabile discepolo (non successore: questo potrà dirlo solo il futuro) di colui che lo ha generato. |
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Osservatoriesterni.it agosto 2010 Dan Fante. È un uomo che va metabolizzato. È quasi un mese che mi occupa la testa. Un uomo che ne ha viste. Racconta della sua vita. Che si è messo a scrivere a quarantanni per via che era senza lavoro e aveva anche tentato il suicidio. Messa così sembra che la causa del suo talento sia il mancato suicidio. Non so se le due cose siano correlate, bisognerebbe chiederglielo. Penso a Bukowski. Penso al fatto che suicidarsi a una certa età non vale la pena. Ho capito che si nasce per aspettare di morire. Non deve essere facile scrivere con l'ombra di uno come John Fante come padre. Il rischio è quello di scimmiottarlo. Alle prime pagine di "Angeli a Pezzi", devo averlo pensato. Ma ho voluto andare comunque avanti. E ho scoperto che non solo Dan Fante è uno scrittore di tutto rispetto e autentico come pochi, ma che anche lui, e il padre prima di lui, lancia con ferocia un libro quando gli sembra “falso”. Avevo lanciato da pochi giorni "L'insostenibile leggerezza dell'essere", a pagina 30. Perché ho aspettato di leggere tante pagine? Speravo in un miracolo, ma se un libro nasce artefatto rimane artefatto. |
Di Dan Fante più di tutto mi ha commossa, veramente commossa, la sua raggelante onestà. Dico raggelante perché è umiliante ammettere di essere un ubriacone suicida. Forse, per me, lo sarebbe. Nemmeno un'unghia di compiacimento. Quel compiacimento figlio dell'autocommiserazione. Pura verità, vomitata così, come Dan vomita il vino scadente della sera prima. Dice di appartenere alla generazione di scrittori post-moderni, ma credo che la sua ricerca abbia fondamenta radicate in Bukowski, Jack London e, naturalmente, John Fante. È facile scrivere di cose che toccano solo da lontano, impossibile rendere il travaglio che ci stringe come un guanto. Nella sua scrittura minimalista, ruvida, decisa, ecco che Dan ci confida questo travaglio e se ne libera. Un'umanità che nelle prime pagine non si confessa, ma che alla fine si riscatta nel rapporto con il cane paterno, Rocco. Incapace di comunicare con gli uomini, il rapporto più vero Bruno Dante (Dan Fante) lo stabilisce con l'unico essere che come lui maledice forse la propria esistenza, trascinando le zampe posteriori, come Bruno trascina se stesso nelle situazioni della vita, morte del padre compresa. Un libro sporco. Ma il più pulito che abbia letto negli ultimi mesi. Sicuramente l'unico che non ho lanciato. PS: se state cercando un libro “estivo” avete sbagliato libro. |
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Nunzio
Festa Bruno Dante lascia la moglie, ovvero è lasciato da sua moglie, appena esce nuovamente da una clinica dove ormai ritualmente è internato, dopo che tenta il suicidio, per merito dell’alcolismo. Ma questa volta, a parte il fatto che in sostanza la mogliettina lo odia totalmente e lo lascia a se stesso, suo padre, il grande scrittore Jhonatan Dante sta morendo. Dan Fante, figlio di Jhon, ma questa riflessione-precisazione serve solamente a dirci quanto di memoria del padre è serrata nel romanzo, ha composto un’opera degna, ci viene da dire, proprio, appunto, di suo padre. Però, per rendere giustizia a Dan Fante, cerchiamo di dimenticarci della sua parentela. Anche se questa, ripetiamo, è parte forte di “Angeli a pezzi”. Il romanzo, infatti, fra le sue doti migliori ha questo avvistamento a distanza, fatto di memoria e di stima, d’affetto e di delusioni. Dante è fiero, si capisce, del Dante senior. La scrittura di Dan Fante è sottile come un raptus, potente quanto una mossa di ladro, è sicura e si beve d’una serie di sottigliezze che paiono assorbite direttamente dalla ‘scuola’ d’altri padri nordamericani. Che “Angeli a pezzi” è un romanzo che avrebbe potuto firmare qualsiasi altro grande autore di queste lande, con tutto il rispetto con questa bravissima nuova scoperta dell’editoria italiana. “Angeli a pezzi”, dove il rapporto con un padre-simbolo diventa stretto rapporto e contatto con il cane che a questo padre apparteneva, sperimenta le farneticazioni e i ribollimenti inventati dall’alcol. Viaggia sul binario lungo e scodinzolante della solitudine d’una persona che sa d’essere pronto a scrivere per vivere, dopo che è stato un abilissimo venditore di tutto quel che si può vendere. Il protagonista del romanzo, in pratica, è bravo a “fottere” l’umanità, ma allo stesso tempo è bravissimo a “farsi fottere”.
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