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WOODY
GUTHRIE Questa terra è la mia terra |
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Luca
Negri Sembra sia successo secoli fa, eppure sono
passati poco più di due anni. Migliaia di americani al Lincoln Memorial
di Washington, molti giunti fin dalle prime ore del mattino, nonostante
la temperatura glaciale. Tutti accorsi per celebrare l'insediamento di
Barack Obama nello studio ovale della Casa Bianca, la conquista della
carica di presidente degli Stati Uniti, l'uomo più potente della terra
(anche se forse non è più così). Sembrava l'inizio di una nuova era,
invece ora pare che sia già trascorsa un'era intera. |
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Piero
Ferrante Stato Quotidiano – Macondo la città dei libri ottobre 2011 Il canto di Guthrie per il popolo Ci sono voluti tre decenni prima che l’Italia potesse rileggere, finalmente e definitivamente, la versione completa di “Questa terra è la mia terra”, formidabile romanzone del cantautore militante statunitense Woody Guthrie. Nel 1977, c’aveva provato la Savelli che, però, dovette fare i conti con la Dc ed il perbenismo. Il ritorno sugli scaffali datato 2011 è merito della casa editrice Marcos Y Marcos, che ne ha fatto un volume contenuto nel prezzo e nel formato senza censure e senza tagli. Un lavoro di una valenza storico-culturale con pochi precendenti in Italia. “Questa terra è la mia terra”, d’altronde, non è un libro come tanti. Non è un libro come gli altri. Non dice ciò che gli altri dicono con le parole con cui gli altri lo dicono. Certo, in un qualche modo trova riscontro nel country e nel folk a stelle e strisce, nei testi di Dylan e di Springsteen, finanche nelle pagine di Kerouac e di Rogers e di Whitman. Ma “Bound for Glory”, questo il titolo originale, ha un sentire in più. Ha una portata emotiva che nasce dalla sostanziale incapacità di Guthrie ad immedesimarsi nelle vesti dello scrittore. “Questa terra è la mia terra”, in realtà, è solo una biografia romanzata. Un testo di narrativa spuria, un portolano esistenziale, in cui gli approdi sono i vari stadi della vita di un bambino che si fa ragazzo e di un ragazzo che si fa uomo. Un lungo viaggio, che inizia su un treno e si conclude su un altro treno. E quando, in un romanzo così lungo, ambientazione iniziale ed ambientazione finale si toccano fino a coincidere, ci sono due soli casi in cui si finisca per goderne la bellezza: o in quanto classico, adagiato sul suo letto di costrizioni letterarie sottili, talmente raffinate da doverne per necessità osannare l’essenza; oppure in quanto suo opposto, dunque conato di sensazioni forti e di poesia sporca. Questo secondo, è il caso del testo dell’eccelso Guthrie. Un lavoro militante, un manifesto degli sfruttati, buono per manifestazioni sindacali di quelle potenti ed affollate, la pietra miliare di un’epopea popolare degno del miglior “Germinal”. Come di fronte all’ultimo respiro, Guthrie descrive senza controllo tutta la sua vita di sofferenze. Dall’infanzia agiata alle vicissitudini familiari, il fallimento del padre, la follia autolesionistica della madre, la morte della sorella. |
Soprattutto, la povertà, la pioggia, il carbone, il petrolio, la crisi e tanto tanto freddo nelle ossa. Freddo scolpito nell’anima dai vagoni frigo di treni merci che, nei Venti, nei Trenta e nei Quaranta scarrozzavano uomini e robaccia da una parte all’altra dell’America. Eppure, è nella miseria che Guthrie il vagabondo conosce l’arte della dignità e la cifra della condivisione. È nelle puttane, negli avventori dei saloon, negli imbroglioni, nei rissosi ubriaconi di quartiere, nei ruffiani e nei giocatori d’azzardo, negli affaristi e negli imbonitori che le sue dita si prolungano nelle corde di una chitarra. Per loro e di loro canta. Rende musica le loro parole, armonia le loro infime azioni. Con lo scorrere delle pagine, Guthrie cambia spesso registro. Una volta umile ed un’altra rabbioso, una volta delicato (specie nella parti in cui parla della madre, quasi intorpidito da un dolore che non si rassegna alla sue fine), ed ancora rancoroso e poi ironico. Guthrie è come un fiume in piena. Non conosce le regole, non ha argini. E se le conosce le frantuma, per tracimare, dalla letteratura, nella sua personale interpretazione della letteratura. Il risultato è un lunghissimo canto di libertà, pagine fitte di fame, sature di filosofeggiamenti da pochi spiccioli, di riflessioni a buon mercato regalate con discreto incedere fra uno sputo di tabacco ed una bestemmia a voce roca. Sono memorabili le descrizioni delle risse, schiaffi e pugni e calci da orbi prima di una tregua che chissà quanto durerà. Restano impresse, come fotografie indelebili, anche le polaroid che scatta dei paesaggi: Texas, California, Illinois, Oklahoma.“Questa terra è la mia terra” è un libro che trasuda popolo, tracima del bagliore degli ultimi. Un libro volutamente schierato a difesa dello slum e contro il capitale. Un tentativo di dar forma alla liberazione attraverso una sperimentazione letteraria che anticipa e supera la Beat generation. Un canto di libertà contro l’oppressione. Comunista, certo. Come Comunista era Guthrie. Un libro politico che politicamente va letto. D’altronde, che siate di destra o di sinistra, guthriani o non guthriani, pallidi o negri, silenziosi o rumorosi, cavalli o bulloni, “Bound for Glory” non potrà non rivoltarvi i sensi come calzini sporchi. Già, perché, come la mano di una massaia impertinente, è invasivo, oltre che contagioso. E’ sufficiente sfiorarne le pagine, goderne l’odore, abbagliarsi della copertina per ammalarsene irrimediabilmente. Non è un libro che piace, è un libro che prende. E, alla fine, o lo si ama, o lo si odia. Woody Guthrie, “Questa terra è la mia terra”, Marcos y Marcos 2011 Giudizio: 4.5 / 5 – Monumento popolare |
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Luca
Crovi Torna
in libreria da Marcos Y Marcos, in occasione del trentennale della casa
editrice un volume che farà la gioia di tutti i folk-rockers e di tutti
gli appassionati del mito americano, si tratta di “Questa terra è la
mia terra”, l’autobiografia del celeberrimo folk singer americano
Woody Guthrie capace di emozionare nel tempo musicisti come Bob Dylan,
Pete Seeger, Bruce Springsteen, Tom Waits. Un libro riproposto per la
prima volta nella sua versione integrale, con l’aggiunta di alcuni
capitoli mancanti alla prima edizione italiana del 1977. Woody Guthrie
diede voce nelle sue canzoni a quegli americani che sembrano non aver
mai realizzato il celeberrimo “American Dream”: agli sconfitti, i
diseredati, ai vagabondi, alle vittime del destino e della società. E
così i lettori seguendo, passo a passo, la sua vita in “Questa è la
mia terra” (dal quale è stato tratto nel 1976 anche l’omonimo film
di Hal Hasby con David Carradine) viaggiano in treno (su vagoni merci
sporchi e strapieni) e a piedi assieme a “muratori, falegnami,
carrettieri, orde di commercianti di cavalli e affollatissimi e
sgangheratissimi carri di girovaghi. Giocatori d’azzardo, ruffiani,
prostitute, spacciatori di droga e venditori di cianfrusaglie, suonatori
ambulanti e cantanti di strada, predicatori che sbraitavano invocando
l’amore fra gli uomini e chiedevano l’elemosina agli angoli delle
strade, indiani in abiti variopinti e luridi che salmodiavano sui
marciapiedi mentre i loro bambini accanto giocavano nella sporcizia e
nella polvere di carbone”. |
dell’Oklahoma a causa di una serie di tragedie familiari che lo segneranno in maniera definitiva per tutta la vita: il fallimento finanziario del padre, la morte in un incidente domestico della sorella, il ricovero ospedaliero per malattia della madre. Il giovane Guthrie intraprende da solo un lungo viaggio attraverso gli Stati Uniti, arrangiandosi come può, facendo qualsiasi genere di lavoro spesso adattandosi a suonare pezzi folk con band di strada per sbarcare il lunario ma anche per potersi esprimere in compagnia. La sua chitarra diventa nel tempo la sua macchina da scrivere attraverso la quale cercare di esprimere e raccontare lo spirito americano: “Non so per quanto dovrò cercarlo, ma so che troverò un posto dove poter cantare quello che voglio. Ho il cervello pieno di idee per chissà quante canzoni, e mi sento come un albero carico di fiori e di colori. Canterò in tutti i posti dove mi staranno a sentire e ci penserà la gente a non farmi morire di fame“. Erede di scrittori come Mark Twain e di Walt Whitman il nostro Woody anticipa nella sua autobiografia tematiche che la beat generation farà proprie e mette in luce una disperata voglia di vivere raccontando l’America della grande depressione, la stessa descritta da John Steinbeck nel suo “Furore”: “Devo confessare – racconta Guthrie nel suo libro – che la cosa che mi diverte di più è trovare un modo nelle mie ballate e nelle mie canzoni di sputare il rospo, di dire francamente quello che mi frulla per la testa. Adoro protestare sulle cose sulle quali vedo che c’è bisogno di protestare, come le situazioni tristi e spiacevoli che mi trovo davanti, i tumulti, i linciaggi, i bombardamenti, gli incendi, le uccisioni, tutte cose che succedono quando ci si lascia spaventare da ogni ombra, ogni forma, ogni accenno, ogni genere di odio razziale”. |
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Filippo
Infante 24letture – Il Sole 24 Ore gennaio 2012 È l’America dei vagabondi in viaggio, delle grandi metropoli, dei salti da un vagone all’altro per raggiungere una meta che forse neanche esiste. E’ l’America che non c’è. O che forse esiste ancora, ma solo nel cuore della gente più umile. E’ tutto quello di cui ci parla Woody Guthrie, uno dei più grandi poeti e cantautori americani, punto di riferimento di molti artisti; tanto per citarne uno, Bob Dylan, il quale ebbe la fortuna di conoscerlo qualche anno prima che morisse su un letto d’ospedale, ormai sfinito dal morbo di Huntigton, nell’ottobre del 1967. Dimenticato tra i tanti altri nomi, per il suo spirito anticonformista e rivoluzionario, Woody Guthrie prese la decisione di vivere “in viaggio”, armato solo di una chitarra, sperduto in una società – quella americana di fine anni ’40 – borghese, conformista, capace di giudicare spietatamente coloro ritenuti diversi o reietti, così da emarginarli definitivamente. Ebbene, Woody Guthrie decise con fermezza di dar voce a tutti loro: gli sconfitti, i perdenti, i diseredati, i vagabondi, vittime del loro stesso destino, voci impercettibili nella società. Forse perché in fondo si sentiva come loro, semplicemente diverso. Lo ha fatto con canzoni e poesie da dedicare loro; e lo ha fatto anche con la propria autobiografia che prende il nome di una sua famosa canzone, “This land is my land” ovvero “Questa terra è la mia terra” (traduzione di “Bound for Glory”). Il giovane Woody ben presto abbandona la città natale di Okemah, nello stato dell’Oklahoma, a seguito di una serie di tragedie familiari che lo segneranno per tutta la vita: il crac finanziario del padre, la sorella morta in un incidente domestico, la madre ricoverata per una strana malattia, ecc… Così il ragazzo intraprende un lungo viaggio attraverso gli Stati Uniti, arrangiandosi come può facendo qualsiasi genere di lavoro oppure suonando pezzi folk con band di strada. Il resto è Storia. Oltre a essere la sua vita su carta, l’opera è una sorta di reportage dell’America a lui contemporanea, figlia della grande crisi economica, che mette in luce, con estrema lucidità, gli aspetti più degradanti della povertà ai bordi delle strade di periferia o lungo i binari sui cui scorrono vagoni merci e di miseria umana. |
Nel romanzo di Guthrie, l’America dalla faccia sporca non perde mai la propria dignità, nonostante le difficoltà e la voglia di ribellarsi contro un sistema senza scrupoli. Per mezzo della chitarra, usata come una macchina da scrivere, l’autore racconta la realtà che naturalmente gli si presenta davanti, per poi proseguire sempre più a fondo nella sua personale odissea: Non so per quanto dovrò cercarlo, ma so che troverò un posto dove poter cantare quello che voglio. Canterò in tutti i posti dove mi staranno a sentire e ci penserà la gente a non farmi morire di fame. Guthrie si mette alla ricerca dello “spirito americano” con l’umiltà di chi è incapace di scendere a patti se in gioco ci sono libertà individuali e rispetto sociale; anche a costo di protestare e impegnarsi in prima persona contro i nemici dei diritti fondamentali: Devo confessare che la cosa che mi diverte di più è trovare un modo nelle mie ballate e nelle mie canzoni di sputare il rospo, di dire francamente quello che mi frulla per la testa. È il suo modo di scrivere onestamente che rende questo libro una delle più interessanti e credibili testimonianze americane. Attraverso il coraggio delle proprie opinioni portate avanti fino alle ultime pagine del romanzo. I numerosi slanci poetici, nascosti tra una descrizione e l’altra del viaggio, impreziosiscono il racconto come piccoli gioielli di vita, riportando alla mente lo stesso sguardo poetico di Walt Withman posato sul mondo, assieme a quello di tanti altri testimoni-scrittori della grande letteratura americana di metà Ottocento. Stavolta tocca alle sue parole e al suo sguardo musicale, il compito di svelare l’America profonda degli anni ‘40, intollerante, razzista, povera, ma anche solidale e fraterna con tutte le sue contraddizioni, pronta ancora a credere nei valori da cui è nata e in un sogno che, col passare degli anni, diverrà sempre più lontano. Lo stile è secco, immediato, a metà tra il resoconto di un viaggio e un romanzo vero e proprio; il tono gergale e fantasioso – tipico del folk singer che Woody Guthrie era – anticipa i ritmi irrefrenabili della Beat Generation. Il lettore ha come l’impressione di viaggiare con lui in quella terra che è sua ma anche nostra, fatta di muratori, falegnami, carrettieri, orde di commercianti di cavalli e affollatissimi e sgangheratissimi carri di girovaghi. Ma soprattutto intrisa di uno spirito che Guthrie ha cercato di interpretare con un sincero orgoglio critico restando perennemente in movimento, mutevole. |
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Valentina Tra
le novità di marzo della casa editrice Marcos y Marcos, oltre a Una
catena di rose,
c’è anche la famosa autobiografia del cantautore americano Woody
Guthrie, Questa terra è la mia terra.
Inserito nella collana miniMarcos, il titolo del romanzo
è tratto da This land is your land, la sua canzone più famosa.
Il libro, inoltre, ha
ispirato anche il noto film Nato per vincere, diretto da Hal
Ashby. |
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Marco
Denti |
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