WOODY GUTHRIE

Questa terra è la mia terra

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Filippo Infante, 24letture - Il sole 24 Ore, gennaio 2012
Paolo Ferrante, Stato quotidiano, ottobre 2011

Marco Denti, BooksHighway, settembre 2011

Luca Negri, Il Sole 24 Ore, marzo 2011

Luca Crovi, Tutti i colori del giallo, marzo 2011

Valentina, LibriBlog.com, marzo 2011 


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Macondo Tv: statoquotidiano.it e Libreria Stilelibero, marzo 2012

Luca Negri
Il Sole 24 Ore
marzo 2011

Sembra sia successo secoli fa, eppure sono passati poco più di due anni. Migliaia di americani al Lincoln Memorial di Washington, molti giunti fin dalle prime ore del mattino, nonostante la temperatura glaciale. Tutti accorsi per celebrare l'insediamento di Barack Obama nello studio ovale della Casa Bianca, la conquista della carica di presidente degli Stati Uniti, l'uomo più potente della terra (anche se forse non è più così). Sembrava l'inizio di una nuova era, invece ora pare che sia già trascorsa un'era intera.
L'entusiasmo messianico, l'investimento emotivo, la Speranza ("Hope"), una virtù teologale usata come slogan elettorale. Come in tutte le celebrazioni vere, non mancò la musica. Sul palco gli idoli di Obama, idoli rock che ricambiavano eccome la devozione. C'era Stewie Wonder, ma soprattutto c'erano Bruce Springsteene gli U2. Il primo, cantore impegnato di un America popolare che sogna e lotta, ama e fugge nelle strade secondarie dell'impero, amato al punto che Obama dichiarò di voler fare il Presidente perché gli era impossibile essere Bruce Springsteen. Come dire, una soluzione di ripiego. Del gruppo irlandese, alfiere del miglior christian rock del globo, Obama aveva scelto«City of blinding lights» (certo non il capolavoro della loro trentennale carriera) come inno per la campagna elettorale. In fondo gli U2 avevano dedicato uno dei loro pezzi più belli e ispirati, «Pride« (in the name of love) a Martin Luther King. E Obama sembrava incarnare la promessa del reverendo King, rinverdire le gesta di Roosvelt durante il New Deal, spalancare finalmente la nuova frontiera evocata da John Fitzgerald Kennedy. I dublinesi U2 e "The Boss" Springsteen avevano già più volte intrecciato le loro traiettorie. Ad esempio, nel 1988 nello stesso disco tributo a Woody Guthrie e al suo compagno di scorrerie musicali (e a tratti politiche), il suo gemello di colore Lead Belly.
In Folkways: A Vision Shared c'erano anche Bob Dylan, John Mellencamp, Pete Seeger. Tutti loro devono qualcosa al cantante e scrittore Woody Guthrie, come tutta l'America di sinistra, impegnata, progressista. Obama compreso. Ottima occasione per conoscere grandezze e ingenuità di Guthrie e ricordare quanto forte sia stata la sua influenza sulla canzone popolare di protesta, prima folk e poi rock e su tutta una fetta di cultura americana, è rileggere il suo miglior romanzo, l'autobiografico «Questa terra è la mia terra» (Marcos y marcos, p. 575, euro 12.50).
Il vagabondo Guthrie 
Guthrie nacque nel luglio del 1912 in una smalltown dell'Oklahoma, piombata pochi anni dopo in pieno boom petrolifero. L'illusione dei soldi facili grazie all'oro nero prima fece la fortuna di suo padre, poi lo gettò sul lastrico. Seguono altre disgrazie a diversi membri della famiglia, disgrazie forse incentivate da biechi speculatori concorrenti. Guthrie ne uscì con una buona dose di rabbia contro il capitalismo e di attenzione per i diseredati. Prese a vagabondare per gli States, passando da un lavoro all'altro, vivendo e sudando fianco a fianco con senzatetto e proletari che non vivevano solo nelle pagine di Steinbeck. Imparò a suonare l'armonica e poi la chitarra che divenne, almeno così vi scrisse sulla cassa, una «macchina ammazza fascisti»





La nascita del rock 
La musica era country, ma anche blues; ovvero i due generi rispettivamente di origine bianca e afro-americana che fusi fra di loro partorirono il rock. E suonare non era solo un modo per guadagnarsi il pane. Raccontava per mezzo dei "talking blues" (che poi fecero la fortuna del primo Dylan) la dura vita dei lavoratori, dei disoccupati, degli scioperanti. I fascisti veri Guthrie li combatté però arruolato nel corpo della Marina durante seconda guerra mondiale. Tornato in patria dopo la vittoria, finì nelle liste nere del periodo maccartista. Certo non per ottuso pregiudizio del Fbi; il cantante non nascondeva certo le sue idee comuniste. Se ne andò nel 1967 a causa del morbo degenerativo detto malattia di Huntington. Intanto nei campus degli Usa infuriava la rivolta giovanile, poi rimbalzata e ingigantita in Europa.
L'individuo vince sull'ideologia 
Di certo ha ragione Alessandro Portelli, vero luminare della controcultura letteraria e musicale statunitense che firma la prefazione del volume: Guthrie è «un'insostituibile avanguardia culturale», con predilezione per «la materialità sonora delle parole». Parente dunque di Rabelais, Robert Burns, Whitman e Kerouac. Evidente anche l'influenza di Marc Twain, soprattutto nella descrizione delle marachelle e degli entusiasmi infantili. Ciò che vi è di debole in Guthrie non lo si trova nello stile, semmai nell'ideologia. Anche se da buon americano non permette mai che l'ideologia l'abbia vinta sull'individuo.
Quando muore l'illusione resta il canto
L'inizio del romanzo, forse il pezzo più riuscito, spiega il titolo originale del romanzo: «Bound for glory». Diretto alla gloria è il treno di una canzone che qualcuno intona in un vagone affollato di vagabondi e lavoratori stagionali. Sudati e pressati, respirano polvere di cemento e finiscono per cedere alla tentazione della rissa. Ottima metafora (anche se vissuta realmente sulla propria pelle) del proletariato che combatte lotte fratricide invece di unirsi in quella risolutiva contro il capitalismo, facendosi classe. O forse, semplicemente, qualcosa di più profondo: il simbolo della condizione umana su questa terra, una prigionia dalla quale si scappa solo cantando. Perché il canto resta, anche quando muore l'illusione. E la speranza torna questione evangelica, la canzone preghiera, spiritual. Più che alla diatriba sulla sanità pubblica e sul ruolo dei sindacati nell'economia Usa, tocca alle questioni ultime trovare le risposte che Dylan cantava disperse nel vento.
Punk, rap o misticismo  
Ora che anche la fiaccola della grande speranza di cambiamento radicale accesa Obama è ridotta alla brace, c'è da credere sempre meno nei miracoli della politica, nella volontà di cambiare il mondo, raddrizzare legni storti. E dunque la canzone impegnata cosa potrà cantare? Sarà un ritorno allo sporco realismo nichilista del punk, assisteremo a un'impennata del rap più arrabbiato. Oppure, dicevamo, tramontati gli idoli, si può veramente salire verso qualcosa di più divino. Intanto si vocifera che il prossimo album degli U2 sarà il loro lavoro più mistico, intitolato «Songs of ascent».

Piero Ferrante
Stato Quotidiano – Macondo la città dei libri
ottobre 2011

Il canto di Guthrie per il popolo
Ci sono voluti tre decenni prima che l’Italia potesse rileggere, finalmente e definitivamente, la versione completa di “Questa terra è la mia terra”, formidabile romanzone del cantautore militante statunitense Woody Guthrie. Nel 1977, c’aveva provato la Savelli che, però, dovette fare i conti con la Dc ed il perbenismo. Il ritorno sugli scaffali datato 2011 è merito della casa editrice Marcos Y Marcos, che ne ha fatto un volume contenuto nel prezzo e nel formato senza censure e senza tagli. Un lavoro di una valenza storico-culturale con pochi precendenti in Italia. “Questa terra è la mia terra”, d’altronde, non è un libro come tanti. Non è un libro come gli altri. Non dice ciò che gli altri dicono con le parole con cui gli altri lo dicono. Certo, in un qualche modo trova riscontro nel country e nel folk a stelle e strisce, nei testi di Dylan e di Springsteen, finanche nelle pagine di Kerouac e di Rogers e di Whitman. Ma “Bound for Glory”, questo il titolo originale, ha un sentire in più. Ha una portata emotiva che nasce dalla sostanziale incapacità di Guthrie ad immedesimarsi nelle vesti dello scrittore. “Questa terra è la mia terra”, in realtà, è solo una biografia romanzata. Un testo di narrativa spuria, un portolano esistenziale, in cui gli approdi sono i vari stadi della vita di un bambino che si fa ragazzo e di un ragazzo che si fa uomo. Un lungo viaggio, che inizia su un treno e si conclude su un altro treno. E quando, in un romanzo così lungo, ambientazione iniziale ed ambientazione finale si toccano fino a coincidere, ci sono due soli casi in cui si finisca per goderne la bellezza: o in quanto classico, adagiato sul suo letto di costrizioni letterarie sottili, talmente raffinate da doverne per necessità osannare l’essenza; oppure in quanto suo opposto, dunque conato di sensazioni forti e di poesia sporca. Questo secondo, è il caso del testo dell’eccelso Guthrie. Un lavoro militante, un manifesto degli sfruttati, buono per manifestazioni sindacali di quelle potenti ed affollate, la pietra miliare di un’epopea popolare degno del miglior “Germinal”. Come di fronte all’ultimo respiro, Guthrie descrive senza controllo tutta la sua vita di sofferenze. Dall’infanzia agiata alle vicissitudini familiari, il fallimento del padre, la follia autolesionistica della madre, la morte della sorella. 




Soprattutto, la povertà, la pioggia, il carbone, il petrolio, la crisi e tanto tanto freddo nelle ossa. Freddo scolpito nell’anima dai vagoni frigo di treni merci che, nei Venti, nei Trenta e nei Quaranta scarrozzavano uomini e robaccia da una parte all’altra dell’America. Eppure, è nella miseria che Guthrie il vagabondo conosce l’arte della dignità e la cifra della condivisione. È nelle puttane, negli avventori dei saloon, negli imbroglioni, nei rissosi ubriaconi di quartiere, nei ruffiani e nei giocatori d’azzardo, negli affaristi e negli imbonitori che le sue dita si prolungano nelle corde di una chitarra. Per loro e di loro canta. Rende musica le loro parole, armonia le loro infime azioni. Con lo scorrere delle pagine, Guthrie cambia spesso registro. Una volta umile ed un’altra rabbioso, una volta delicato (specie nella parti in cui parla della madre, quasi intorpidito da un dolore che non si rassegna alla sue fine), ed ancora rancoroso e poi ironico. Guthrie è come un fiume in piena. Non conosce le regole, non ha argini. E se le conosce le frantuma, per tracimare, dalla letteratura, nella sua personale interpretazione della letteratura. Il risultato è un lunghissimo canto di libertà, pagine fitte di fame, sature di filosofeggiamenti da pochi spiccioli, di riflessioni a buon mercato regalate con discreto incedere fra uno sputo di tabacco ed una bestemmia a voce roca. Sono memorabili le descrizioni delle risse, schiaffi e pugni e calci da orbi prima di una tregua che chissà quanto durerà. Restano impresse, come fotografie indelebili, anche le polaroid che scatta dei paesaggi: Texas, California, Illinois, Oklahoma.“Questa terra è la mia terra” è un libro che trasuda popolo, tracima del bagliore degli ultimi. Un libro volutamente schierato a difesa dello slum e contro il capitale. Un tentativo di dar forma alla liberazione attraverso una sperimentazione letteraria che anticipa e supera la Beat generation. Un canto di libertà contro l’oppressione. Comunista, certo. Come Comunista era Guthrie. Un libro politico che politicamente va letto. D’altronde, che siate di destra o di sinistra, guthriani o non guthriani, pallidi o negri, silenziosi o rumorosi, cavalli o bulloni, “Bound for Glory” non potrà non rivoltarvi i sensi come calzini sporchi. Già, perché, come la mano di una massaia impertinente, è invasivo, oltre che contagioso. E’ sufficiente sfiorarne le pagine, goderne l’odore, abbagliarsi della copertina per ammalarsene irrimediabilmente. Non è un libro che piace, è un libro che prende. E, alla fine, o lo si ama, o lo si odia.
Woody Guthrie, “Questa terra è la mia terra”, Marcos y Marcos 2011 Giudizio: 4.5 / 5 – Monumento popolare

Luca Crovi
Tutti i colori del giallo
marzo 2011

Torna in libreria da Marcos Y Marcos, in occasione del trentennale della casa editrice un volume che farà la gioia di tutti i folk-rockers e di tutti gli appassionati del mito americano, si tratta di “Questa terra è la mia terra”, l’autobiografia del celeberrimo folk singer americano Woody Guthrie capace di emozionare nel tempo musicisti come Bob Dylan, Pete Seeger, Bruce Springsteen, Tom Waits. Un libro riproposto per la prima volta nella sua versione integrale, con l’aggiunta di alcuni capitoli mancanti alla prima edizione italiana del 1977. Woody Guthrie diede voce nelle sue canzoni a quegli americani che sembrano non aver mai realizzato il celeberrimo “American Dream”: agli sconfitti, i diseredati, ai vagabondi, alle vittime del destino e della società. E così i lettori seguendo, passo a passo, la sua vita in “Questa è la mia terra” (dal quale è stato tratto nel 1976 anche l’omonimo film di Hal Hasby con David Carradine) viaggiano in treno (su vagoni merci sporchi e strapieni) e a piedi assieme a “muratori, falegnami, carrettieri, orde di commercianti di cavalli e affollatissimi e sgangheratissimi carri di girovaghi. Giocatori d’azzardo, ruffiani, prostitute, spacciatori di droga e venditori di cianfrusaglie, suonatori ambulanti e cantanti di strada, predicatori che sbraitavano invocando l’amore fra gli uomini e chiedevano l’elemosina agli angoli delle strade, indiani in abiti variopinti e luridi che salmodiavano sui marciapiedi mentre i loro bambini accanto giocavano nella sporcizia e nella polvere di carbone”. 
Non c’è niente di epico nelle vicende raccontata da Guthrie lui che abbandonò presto la sua città natale di Okemah, nello stato





dell’Oklahoma  a causa di una serie di tragedie familiari che lo segneranno in maniera definitiva per tutta la vita: il fallimento finanziario del padre, la morte in un incidente domestico della sorella, il ricovero ospedaliero per malattia della madre. Il giovane Guthrie intraprende da solo un lungo viaggio attraverso gli Stati Uniti, arrangiandosi come può, facendo qualsiasi genere di lavoro spesso adattandosi a suonare pezzi folk con band di strada per sbarcare il lunario ma anche per potersi esprimere in compagnia. La sua chitarra diventa nel tempo la sua macchina da scrivere attraverso la quale cercare di esprimere e raccontare lo spirito americano: “Non so per quanto dovrò cercarlo, ma so che troverò un posto dove poter cantare quello che voglio. Ho il cervello pieno di idee per chissà quante canzoni, e mi sento come un albero carico di fiori e di colori. Canterò in tutti i posti dove mi staranno a sentire e ci penserà la gente a non farmi morire di fame“. Erede di scrittori come Mark Twain e di  Walt Whitman il nostro Woody anticipa nella sua autobiografia tematiche che la beat generation farà proprie e mette in luce una disperata voglia di vivere raccontando l’America della grande depressione, la stessa descritta da John Steinbeck nel suo “Furore”: “Devo confessare – racconta Guthrie nel suo libro – che la cosa che mi diverte di più è trovare un modo nelle mie ballate e nelle mie canzoni di sputare il rospo, di dire francamente quello che mi frulla per la testa. Adoro protestare sulle cose sulle quali vedo che c’è bisogno di protestare, come le situazioni tristi e spiacevoli che mi trovo davanti, i tumulti, i linciaggi, i bombardamenti, gli incendi, le uccisioni, tutte cose che succedono quando ci si lascia spaventare da ogni ombra, ogni forma, ogni accenno, ogni genere di odio razziale”.
Filippo Infante
24letture – Il Sole 24 Ore
gennaio 2012

È
l’America dei vagabondi in viaggio, delle grandi metropoli, dei salti da un vagone all’altro per raggiungere una meta che forse neanche esiste. E’ l’America che non c’è. O che forse esiste ancora, ma solo nel cuore della gente più umile. E’ tutto quello di cui ci parla Woody Guthrie, uno dei più grandi poeti e cantautori americani, punto di riferimento di molti artisti; tanto per citarne uno, Bob Dylan, il quale ebbe la fortuna di conoscerlo qualche anno prima che morisse su un letto d’ospedale, ormai sfinito dal morbo di Huntigton, nell’ottobre del 1967.
Dimenticato tra i tanti altri nomi, per il suo spirito anticonformista e rivoluzionario, Woody Guthrie prese la decisione di vivere “in viaggio”, armato solo di una chitarra, sperduto in una società – quella americana di fine anni ’40 – borghese, conformista, capace di giudicare spietatamente coloro ritenuti diversi o reietti, così da emarginarli definitivamente. Ebbene, Woody Guthrie decise con fermezza di dar voce a tutti loro: gli sconfitti, i perdenti, i diseredati, i vagabondi, vittime del loro stesso destino, voci impercettibili nella società. Forse perché in fondo si sentiva come loro, semplicemente diverso. Lo ha fatto con canzoni e poesie da dedicare loro; e lo ha fatto anche con la propria autobiografia che prende il nome di una sua famosa canzone, “This land is my land” ovvero “Questa terra è la mia terra” (traduzione di “Bound for Glory”).
Il giovane Woody ben presto abbandona la città natale di Okemah, nello stato dell’Oklahoma, a seguito di una serie di tragedie familiari che lo segneranno per tutta la vita: il crac finanziario del padre, la sorella morta in un incidente domestico, la madre ricoverata per una strana malattia, ecc… Così il ragazzo intraprende un lungo viaggio attraverso gli Stati Uniti, arrangiandosi come può facendo qualsiasi genere di lavoro oppure suonando pezzi folk con band di strada. Il resto è Storia.
Oltre a essere la sua vita su carta, l’opera è una sorta di reportage dell’America a lui contemporanea, figlia della grande crisi economica, che mette in luce, con estrema lucidità, gli aspetti più degradanti della povertà ai bordi delle strade di periferia o lungo i binari sui cui scorrono vagoni merci e di miseria umana. 




Nel romanzo di Guthrie, l’America dalla faccia sporca non perde mai la propria dignità, nonostante le difficoltà e la voglia di ribellarsi contro un sistema senza scrupoli. Per mezzo della chitarra, usata come una macchina da scrivere, l’autore racconta la realtà che naturalmente gli si presenta davanti, per poi proseguire sempre più a fondo nella sua personale odissea:
Non so per quanto dovrò cercarlo, ma so che troverò un posto dove poter cantare quello che voglio. Canterò in tutti i posti dove mi staranno a sentire e ci penserà la gente a non farmi morire di fame.
Guthrie si mette alla ricerca dello “spirito americano” con l’umiltà di chi è incapace di scendere a patti se in gioco ci sono libertà individuali e rispetto sociale; anche a costo di protestare e impegnarsi in prima persona contro i nemici dei diritti fondamentali: Devo confessare che la cosa che mi diverte di più è trovare un modo nelle mie ballate e nelle mie canzoni di sputare il rospo, di dire francamente quello che mi frulla per la testa.
È il suo modo di scrivere onestamente che rende questo libro una delle più interessanti e credibili testimonianze americane. Attraverso il coraggio delle proprie opinioni portate avanti fino alle ultime pagine del romanzo.
I numerosi slanci poetici, nascosti tra una descrizione e l’altra del viaggio, impreziosiscono il racconto come piccoli gioielli di vita, riportando alla mente lo stesso sguardo poetico di Walt Withman posato sul mondo, assieme a quello di tanti altri testimoni-scrittori della grande letteratura americana di metà Ottocento. Stavolta tocca alle sue parole e al suo sguardo musicale, il compito di svelare l’America profonda degli anni ‘40, intollerante, razzista, povera, ma anche solidale e fraterna con tutte le sue contraddizioni, pronta ancora a credere nei valori da cui è nata e in un sogno che, col passare degli anni, diverrà sempre più lontano.
Lo stile è secco, immediato, a metà tra il resoconto di un viaggio e un romanzo vero e proprio; il tono gergale e fantasioso – tipico del folk singer che Woody Guthrie era – anticipa i ritmi irrefrenabili della Beat Generation. Il lettore ha come l’impressione di viaggiare con lui in quella terra che è sua ma anche nostra, fatta di muratori, falegnami, carrettieri, orde di commercianti di cavalli e affollatissimi e sgangheratissimi carri di girovaghi. Ma soprattutto intrisa di uno spirito che Guthrie ha cercato di interpretare con un sincero orgoglio critico restando perennemente in movimento, mutevole.

Valentina
LibriBlog.com

marzo 2011

Tra le novità di marzo della casa editrice Marcos y Marcos, oltre a Una catena di rose, c’è anche la famosa autobiografia del cantautore americano Woody Guthrie, Questa terra è la mia terra. Inserito nella collana miniMarcos, il titolo del romanzo è tratto da This land is your land, la sua canzone più famosa. Il libro, inoltre, ha ispirato anche il noto film Nato per vincere, diretto da Hal Ashby.
Questa terra è la mia terra di Woody Guthrie è un romanzo che racconta la vita del famoso poeta e cantautore americano, dall’infanzia fino al successo: una vita segnata da un’infanzia dura, dal suo viaggio lungo l’America e dall’incontro con personaggi per lui molto importanti.
L’ambientazione è l’America degli anni ’30 – ’40, un paese colpito pesantemente dalla crisi finanziaria, che ha bloccato lo sviluppo industriale e ha determinato forti regressioni. D’altro canto è anche l’America della ricca borghesia che giudica ed emargina i meno fortunati; l’America dei vagabondi, degli invisibili e di tutti coloro che nella vita non ce l’hanno fatta. È soprattutto a questi ultimi che Woody Guthrie ha rivolto l’attenzione durante la sua carriera musicale e nella sua autobiografia: persone che per la società non hanno voce, ma che si caratterizzano per la loro umanità.
L’America che ci descrive l’autore nella sua autobiografia, inoltre, è anche quella che ci ha raccontato Jack Kerouac nel suo famoso
Sulla strada, e quella descritta dagli altri esponenti della beat generation.
Oltre a essere un prezioso ritratto della società americana, il libro di Woody Guthrie ci consente di scoprire la vita di questo importante cantautore americano, dimenticato per decenni e riscoperto recentemente grazie ad alcuni grandi del mondo della musica: 





Bob Dylan, John Mellencamp, Pete Seeger, Bruce Springsteen, Billy Bragg e tantissimi altri. Proprio Bob Dylan, riferendosi al libro Questa terra è la mia terra di Woody Guthrie afferma: “Questa terra è la mia terra è stato per anni la mia Bibbia” (citazione riportata sul sito Marcos y Marcos alla pagina dedicata al libro).
Nel romanzo, in particolare, l’autore ripercorre le difficoltà infantili che lo hanno portato alla decisione di lasciare la sua città nativa, Okemah, in Oklahoma, e a intraprendere il lungo viaggio che lo porta in California. Con lucidità e sentimento, infatti, Woody Guthrie parla del crac finanziario che colpì suo padre, della malattia, sconosciuta all’epoca, di cui era affetta sua madre, e della morte prematura di sua sorella a causa di un incidente domestico, eventi che in un modo o nell’altro hanno segnato la sua vita.
A piedi e diretto verso un futuro incerto e difficile, Woody Guthrie decide comunque di partire. Durante il suo lungo viaggio, vive grazie a occupazioni occasionali di ogni tipo e suonando musica folk con artisti di strada. Quello stesso viaggio, però, lo porta a incontrare persone con storie diverse che finiranno per condividere con lui esperienze ed emozioni.
Proprio a queste Woody Guthrie decide di dedicare le sue poesie, le sue canzoni e questa emozionante autobiografia: Questa terra è la mia terra è un libro intenso che offre al lettore un punto di vista privilegiato su un’epoca ormai lontana che ha saputo ispirare scrittori, cantanti e artisti d’ogni tipo.

Marco Denti
BooksHighway
settembre 2011

All’inizio Woody Guthrie è stato prima “un ragazzo in cerca di qualcosa” poi è diventato una voce che si sente in modo nitido, forte e distinto ancora oggi. Non tanto perché, in effetti, Woody Guthrie è stato uno storyteller e un cantante eccezionale, ma perché il suo “non posso parlare senza dire” si percepisce in modo vibrante anche sulla pagina scritta. Anche gli scampoli autobiografici riportano in modo diretto alla forza dei suoi valori come spiega lo stesso Woody Guthrie all’inizio di che compongono Questa terra è la mia terra: “Così la nostra famiglia era come divisa in due partiti. Mamma ci insegnava le vecchie canzoni, le leggende e le ballate, cercando a modo suo di abituarci a guardare la realtà dal punto di vista del prossimo. Papà ci comprava ogni genere di attrezzi e molle per fare ginnastica, lasciando che il giardino davanti a casa fosse sempre pieno di ragazzini che facevano la lotta; ci insegnava a non lasciarci impaurire, minacciare e sopraffare da nessun altro essere umano”. L’educazione è tutto ed è da quella formazione che Woody Guthrie ha cominciato a distinguere con precisione cosa vale la pena raccontare e quello che si può perdere per strada: “Avevo la testa piena di figure, come in un film, ma era un film diverso da tutti quelli che avevo visto al cinema. Non si trattava delle solite storie fasulle di fuorilegge, ragazze ricche, playboy, cow-boy e indiani, di sparatorie e uccisioni e di bei ragazzi che baciano belle ragazze stagliandosi contro scenari meravigliosi sotto cieli meravigliosi.

 



Rimanevo molto più affascinato dal coraggio di quella gente che sputava l’anima a lavorare nei campi di petrolio, spaccandosi la schiena, smoccolando, ridendo, chiacchierando. Digrignavano tutti i denti che avevano in bocca e tendevano tutti i muscoli che avevano in corpo, senza illudersi certo di diventare ricchi e potersi mettere in panciolle”.
Più che un (grande) songwriter o uno scrittore, come si evince da
Questa terra è la mia terra, Woody Guthrie è stato un testimone del nostro tempo, un bardo con l’umiltà dell’ultimo hobo capace di raccontare gli estremi della vita e di una nazione usando la scrittura e la voce in modo “pubblico”, “politico” nella più alta accezione del termine. Succede perché “all’inizio erano canzoni buffe su storie che prima andavano male e poi finivano per andare meglio o magari peggio. Poi incominciai a prendere coraggio e a scrivere canzoni su quello che veramente pensavo ci fosse di storto, e a come aggiustarle; insomma canzoni che dicevano quello che tutti pensavano in questo nostro paese”. Magnetico e avvincente, Questa terra è la mia terra è il diario di un viaggio nell’oscurità e nella polvere, una discesa tra gli ultimi e gli emarginati, un poema in forma di prosa che risponde alla necessità di dare una voce a chi una voce non l’avrà mai. Il fatto che la terra in questione risponde al nome di America alla fine è persino relativo. E’ l’unicità della sua missione ciò che resterà indelebile per sempre.

Scheda del libro

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