William Goldman

La principessa sposa

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Gaspare Battistuzzo, IbTimes.com, aprile 2012
Alessandro Baricco, la Repubblica, marzo 2012

Federico Magi,
lankelot.com, dicembre 2010

Giulia Stok,
Il giudizio universale, settembre 2007  
Il Foglio
, settembre 2007  
Cristina Tirinzopni, Psychologies, settembre 2007
Zoemagazine, agosto 2007
Francesco Dimitri, Xl La Repubblica, giugno 2007
Antonella Ottolina, A, aprile 2007 
Michele Foschini, raramente.net, maggio 2007
Maurizio Bono, D La Repubblica, aprile 2007 
Chicca Gagliardo, Glamour, aprile 2007
Roberto Berinetti, Il Messaggero, aprile 2007
Marta Cervino, MarieClaire, aprile 2007
Nina Pusterla, Cooperazione, aprile 2007 
Grazia
, aprile 2007
Enrica Arosio, Gioia, aprile 2007
Antonella Fiori, Metro, aprile 2007
Marco Petrella, L'unità, recensione a fumetti


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William Goldman a Tutti i colori del giallo radio2
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Cristiano Cavina presenta La principessa sposa a Fahrenheit

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Alessandro Baricco
la Repubblica
marzo 2012

Goldman con un'acrobazia bizzarra converte la narrativa per ragazzi in piacere per adulti
Era dai tempi del Mondo secondo Garp che non mi divertivo tanto (be', leggendo un libro, naturalmente). Goldman non sapevo chi fosse ma in realtà avrei dovuto saperlo: se uno scrive film come Butch Cassidy, Il Maratoneta e Misery non deve morire, tu DEVI sapere chi è. Ma insomma, non avevo memorizzato quel suo nome un po' ordinario, e così, nella fretta della spesa in libreria, quando è tardi e te la stanno chiudendo addosso, alla fine il libro l'avevo preso giusto per fiducia cieca nella prefazione scritta da Cavina (è uno scrittore italiano, per chi non fosse già pazzo di lui). Diceva Cavina che La principessa sposa restituiva l'incanto dei primi libri che leggi, da ragazzino, proprio i primi, quando ancora non te l'aspetti. Non ti aspetti che possano fare quell' effetto lì: tipo che diventi uno dei ragazzi della via Paal,o che quando un personaggio muore tu ti senti morire. Diceva anche, Cavina, che lui l'aveva letto tutto in un giorno, senza riuscire a smettere (lui è romagnolo, però). Insomma, valeva la pena di provare. 
Già la prima frase non è niente male: «Fra tutti i libri del mondo questo è il mio preferito, anche se non l'ho mai letto». Suona demenziale, ma giuro che invece, letto il libro, risulta perfettamente logica. È che bisogna entrare nel meccanismo del romanzo, che è deliziosamente bizzarro. Volendo provare a spiegare, Goldman fa finta di ripubblicare un libro che da bambino gli aveva letto suo padre, e di cui si era innamorato perdutamente. Il libro di un tale Morgenstern. Dato però che il libro, benché meraviglioso, conteneva inspiegabili divagazioni di insostenibile lunghezza e noia, Goldman ne fa un'edizione un po' ripulita, intervenendo a riassumere le pagine inutili. Vi sembra complicato? Riassumo: praticamente Goldman si è scritto da sé il libro che lo avrebbe fatto impazzire quando aveva dieci anni se suo padre gliel'avesse letto saltando le parti pallose. 
Non so se vi ricordate che tipi eravate a dieci anni (se la risposta è no, qualcosa non va, gente!). A quell'età, cosa avreste desiderato da un libro? Esattamente ciò che troverete nella Principessa sposa, e cioè, per usare le parole dell' autore, «Scherma, lotta, tortura, veleno, vero amore, odio, vendetta, giganti, cacciatori, uomini malvagi, uomini buoni, belle dame, serpenti, ragni, dolore, morte, uomini coraggiosi, uomini codardi, inseguimenti, fughe, menzogne, passione, miracoli». Posso confermare che in effetti c'è tutto. E anzi, la lista potrebbe essere più lunga.




Aggiungo che, nella sostanza, si tratta di una avventurosa storia d' amore: lei è la ragazza più bella del mondo (quindi, comprensibilmente, un tantino scostante, per usare un eufemismo) e lui è uno che la ama sopra ogni cosa, con abnegazione assoluta e una forza fiabesca. Per dare un'idea del rapporto, può servire un piccolo dialogo che si consuma dopo che lui l'ha salvata da tremende avventure con un'abilità inenarrabile. In teoria lei dovrebbe per questo amarlo per una decina di vite, ma la realtà è che quando il Cattivo li cattura (un Principe di una malvagità indimenticabile), lei non ci mette più di venti secondi a mettersi con Cattivo pur di avere salva la vita. Ed ecco il dialogo: 
Lui: «Tu preferisci vivere con il Principe piuttosto che morire col tuo amore». 
Lei: «Preferisco vivere che morire, lo ammetto».
Lui: «Parlavamo d'amore, signora». 
Ovviamente Flaubert è un' altra cosa, o anche solo Philip Roth, su questo non c'è dubbio. Infatti qui siamo in un campo da gioco che probabilmente non si merita il nome di letteratura, e che tuttavia non è meno prezioso, perché è la riesumazione postuma e apocrifa di ciò che chiamiamo narrativa per ragazzi, solo convertita, con un'acrobazia bizzarra, in piacere per adulti. Sulla carta non aveva una sola possibilità di funzionare. E invece devo dare ragione a Cavina e annotare che, se proprio non l'ho letto in un solo giorno, certo 'sto libro me lo sono divorato con infinito piacere: e sono sicuro che la cosa abbia a che vedere con la bravura di Goldman assai più che col mio livello di rimbambimento senile. La verità è che ho trovato così raro, per il lettore che ormai sono diventato, arrivare fino alla fine di un libro da cui non imparavo niente (la morale della storia è enunciata nell' ultima riga, e non è che mi suonasse nuova: «La vita non è giusta. È solo più decente della morte, tutto qui»). Non so perché ma ormai finisco solo i libri che mi insegnano qualcosa o che sfoggiano una lingua che mi meraviglia. È come se non avessi più tempo per tutto il resto. Solo maestri o voci irripetibili. Goldman non è né uno né l' altra, eppure il suo umorismo, la sua leggerezza e la sua vecchiaia infantile, mi hanno portato via senza fatica, facendomi sentire nelle gambe una facilità da lieve discesa che l'aver scalato così tante montagne, negli anni, mi aveva fatto quasi dimenticare. Da bambino, con gli occhi in un libro, non sapevo camminare in altro modo, e adesso mi rendo conto che, come per tutto il resto, anche per la lettura vale la regola implacabile per cui si è al posto giusto solo quando non si hanno le carte per capire che lo è. Lo dico senza rimpianto, non c'è nulla da lamentarsi, non è grave, ma le cose stanno così. Perché la vita non è giusta, è solo più decente della morte, tutto qui.
Federico Magi
lankelot.com
dicembre 2010

“Non voglio dire che questo libro abbia un finale tragico, ho già detto nella prima riga che questo è il mio libro preferito. Ma c’è del brutto in arrivo, alle torture siete già preparati, ma c’è di peggio. E’ in arrivo la morte, ed è meglio che afferriate questo punto: muoiono le persone sbagliate. Siate pronti. Questa non è una storiella”.
Quando William Goldman si inserisce nel bel mezzo della narrazione per dirci queste parole, appare del tutto evidente quel che molti lettori, arrivati a questo punto, probabilmente presagivano. Ovvero che la fiaba mutuata da S.Morgenstern, fantomatico narratore da cui Goldman taglia su misura questa appassionante avventura, pur procedendo con invidiabile baldanza è agilità, è molto più sarcastica e malinconica di quel che supponeva un bimbo di dieci anni costretto a letto da una febbre persistente. Ma andiamo con ordine. Il bimbo in questione è lo stesso Goldman, nato poco fuori Chicago nell’estate del 1931 e divenuto con l’età adulta sceneggiatore di successo (ricordiamo i suoi titoli imperdibili: Il maratoneta, Butch Cassidy e the Sundance Kid, Tutti gli uomini del Presidente), al quale il padre, nel tentativo di intrattenerlo lungo il corso della malattia, leggeva una fiaba fantastica ed appassionante che gli rimase sempre nel cuore. Il libro più importante della sua vita, un libro che però non aveva mai letto: La principessa sposa di S. Morgenstern. Molti anni dopo, memore di quella esaltante esperienza, Goldman cerca di fare lo stesso con il proprio figlio di dieci anni, preoccupato del fatto che il bimbo non sembra avere particolari passioni se non quella di ingozzarsi di cibo. Goldman è in esilio forzato a Los Angeles, quando gli balena l’idea, intento a lavorare alla sceneggiatura di un nuovo film. Siamo all’inizio degli anni Settanta e l’aspirazione di narratore dello sceneggiatore è stata spesso frustrata dal disinteresse della critica e da insuccessi di vendita. Quando faticosamente riesce a procurarsi una copia dell’opera di Morgenstern, la regala con orgoglio al figlio, che però trova il libro difficile e noioso e si arresta dopo poche pagine. Come è possibile che La principessa sposa non abbia generato nel bambino lo stesso interesse provato da lui alla stessa età? Goldman prende in mano Morgenstern, e lo legge per la prima volta. Si accorge che le vicende narrate sono molto più complesse e malinconiche rispetto a come il padre gliele aveva raccontate tanti anni prima. Capisce che l’uomo aveva avuto la particolare sensibilità di omettere le lunghe descrizioni tediose e i momenti più difficili da accettare per un bambino. Decide allora di riscriverlo lui, tagliando e aggiustando, intervenendo dove possibile per legare un capitolo all’altro ma con l’accortezza di usare il corsivo per differenziare le sue parole da quelle dell’opera originale. Ne venne fuori il capolavoro che è oggi La principessa sposa, un’opera che mescola molteplici registri emotivi e che come poche altre cavalca le più diverse onde emozionali, intrecciando fiaba, avventura e riflessioni esistenziali, lasciando molti interrogativi sul campo, quei dubbi salvifici che sono linfa vitale per ogni letteratura degna di questo nome.
Senza voler entrare troppo nel dettaglio, mi è d’obbligo tracciare le linee guida di una storia che, v’assicuro, va assolutamente letta e non raccontata. A meno che non la leggiate a voce a vostro figlio piccolo, proprio come fece il babbo di Goldman. Siamo a Florin, terra resa mitica dalla narrazione di Morgenstern, luogo dove si innesca la curiosa storia d’amore tra la lattaia Buttercup e lo stalliere Westley. Buttercup, che aveva sempre trattato Westley come un servo, si accorge improvvisamente del suo folle sentimento. Buttercup è una delle donne più belle del mondo, anche se nessuno ancora lo sa, e folle è il termine giusto per aggettivare sinteticamente la situazione, perché da questo amore improbabile si dipana una storia che costringerà l’ex stalliere a emigrare in America in cerca di fortuna, con la promessa di tornare dal suo amore quando le circostanze consentiranno loro una vita dignitosa. Qualche anno dopo, dato per morto Westley, Buttercup, preda di un incolmabile vuoto affettivo e di ogni possibile ragione di vita, accetta la corte interessata nientemeno che dello spietato principe di Florin, un cacciatore infallibile che s’è fatto costruire nel castello uno zoo personale con all’interno gli animali più pericolosi del mondo. 




Lo Zoo della morte: cinque piani di pericolo e di terrore, veri e propri gironi dell’inferno e del dolore in cui il principe si diverte a cacciare e torturare le sue feroci prede. Senza volervi svelare troppo altro, vi dico subito che Westley non solo è vivo e vegeto ma è diventato uno dei più temibili avversari che si possano incontrare sulla propria strada, e tornerà per riprendersi la futura regina di Florin. 
Nella vicenda si inseriscono altri bizzarri e affascinanti personaggi, tra cui l’infallibile spadaccino spagnolo Inigo, che ha votato la sua vita alla vendetta, e il possente turco Fezzik, gigantesco lottatore dal cervello di bambino, quasi totalmente privo di capacità d’astrazione e ragionamento. Tutti i personaggi in questione si incontreranno e scontreranno sulla via di Florin, nell’imminenza di un matrimonio sfavillante che risulterà essere il crocevia delle loro esistenze.
Detta così, mi rendo conto, può apparire la classica fiaba d’avventura, cappa e spada e grandi passioni amorose, ma vi accorgerete ben presto che La principessa sposa, ritagliata dallo sceneggiatore di Butch Cassidy, è assolutamente oltre questa pur piacevole consuetudine, e probabilmente altro se la inquadriamo nell’ottica morgensterniana, della quale però abbiamo solo la testimonianza di Goldman. Da Morgenstern Goldman ci lascia intendere di far sua la morale di fondo, quella che la vita non ha una logica del lieto fine, e che l’amore non è tutto rose e fiori. Ci tiene a ribadirlo, proprio nelle sue riflessioni conclusive, rubando un pizzico di sarcasmo all’autore che l’ha ispirato: “Non sto cercando di demoralizzarvi, cercate di capire. Voglio dire che penso che veramente l’amore sia la cosa più bella del mondo, dopo le pasticche per la tosse. Ma devo anche dire, per l’ennesima volta, che la vita non è giusta. È solo più decente della morte, tutto qui”. Messe a conclusione della fiaba, queste parole possono lasciare presagire il senso di quel che potrebbe essere, perché Goldman gioca abilmente sul finale aperto e su una serie di suggestioni ambivalenti che a tratti scuotono il lettore ma che non gli sono per nulla d’inciampo nella lettura scorrevole dell’opera.
Altro indubitabile pregio della Principessa sposa è quello di far emergere, fino a farceli amare più di Westley e Buttercup, che al di là delle apparenze e grazie un gioco pregevole di incastri narrativi rimangono emotivamente sullo sfondo, le figure di Inigo e Fezzik, anime perse e disperse in un vortice di scrittura che cattura, sorprende e ribalta a più riprese i piani emotivi. L’indagine delle loro psicologie, le loro storie personali, sono un potente sottotesto e a conti fatti una delle maggiori fonti di interesse della vicenda. Figure che restano impresse, alla cui causa il lettore non può che aderire spontaneamente, provando un’empatia e un senso di intima solidarietà che non può nutrire nei confronti degli altri personaggi. In effetti, a loro modo, Inigo e Fezzik, per motivi assai diversi, sono i più puri sulla scena, considerato che anche lo stesso Westley, teoricamente l’eroe positivo per eccellenza, restituisce una certa impenetrabilità che non favorisce l’immedesimazione.
Se, come ci dice Goldman, La principessa sposa è stato da lui ridotto all’essenziale (ma gli crediamo?) rispetto al misterioso e introvabile testo originale, l’opera dello sceneggiatore è stata davvero rimarchevole. Se invece è totale frutto della sua immaginazione c’è da lodarlo ancor più, mi pare chiaro. In un caso come nell’altro quel che resta è un libro straordinario, che unisce il più puro e spontaneo gusto per la lettura alla riflessione, tanto da aver generato consensi unanimi ad ogni latitudine del globo. Tradotto in Italia solo nel 2007, grazie all’ottima casa editrice Marcos y Marcos (è uno dei testi di cui vanno più orgogliosi), che non finiremo mai di ringraziare per averci dato la possibilità di leggerlo, La principessa sposa è senza ombra di dubbio il più grande successo letterario di William Goldman, che grazie all’epopea di Westley e Buttercup, di Inigo e Fezzik, ha coronato il sogno di essere apprezzato non solo come sceneggiatore ma anche come letterato. Forse un modo per mantenere la memoria di un padre amorevole che letterato certo non era, per ritornare idealmente a  un'infanzia in cui la televisione non esisteva e non ci poteva essere niente di meglio che una fiaba ben raccontata per allietare un giovane spirito desideroso d'avventura.
“Ogni sera mio padre leggeva, capitolo dopo capitolo, sempre lottando per pronunciare correttamente le parole, per afferrarne il senso. Ed io giacevo ad occhi chiusi e il corpo che recuperava lentamente le forze. Ci volle, come detto, un mese, forse, e in quell’arco di tempo mio padre mi lesse La principessa sposa due volte. Anche quando fui in grado di leggere da solo, il libro rimase suo. Non mi sarei mai sognato di aprirlo. Era la sua voce, il suono delle sue parole che io volevo”. (p.16).
Il Foglio
settembre 2007

Billy, sceneggiatore impegnato nella stesura di un importante copione, occhieggia le forme della giovane sirena Sandy sul bordo della piscina del Beverly Hills Hotel e non riesce a togliersi dalla testa il ricordo di una storia che suo padre gli leggeva da ragazzino. Mentre cerca di mitigare al telefono la gelosia della moglie, la scena d’avvio di questo scapigliato romanzo si trasforma nella rievocazione di quel fantomatico libro, La principessa sposa, il cui autore, un certo S. Morgenstern, rappresenta per Billy un inarrivabile modello di letteratura fantastica. La storia di Billy lascia spazio a una specie di saga ambientata in tempi antichi tra uomini dai magici poteri e animali spuntati da un copioso bestiario fantastico.
La più nota opera narrativa di William Goldman, scrittore nato nel 1931 nei sobborghi di Chicago e autore di celebri sceneggiature tra cui “Tutti gli uomini del presidente”, diventa così la storia della lattaia Buttercup che nel mitico stato di Florin si innamora dello stalliere Westley. Deciso a emigrare in America per cercare fortuna, Westley è vittima di un attacco di pirati e scompare. Buttercup decide allora di non amare mai più e prima di cedere opporrà lunghe resistenze al 

 




corteggiamento del Principe Humperdinck che si innamora a sua volta di lei. Le nozze sono quasi decise quando un bizzarro terzetto formato da Inigo Montoya, abile spadaccino, Vizzini, astuto malvivente siciliano, e Fezzik, gigantesco lottatore, rapisce la futura principessa. Anticipando le armate del Principe, un misterioso uomo in nero raggiunge i tre sequestratori e riesce uno dopo l’altro a sconfiggerli.
In un libero copione da letteratura fantastica si moltiplicano i colpi di scena e sotto la maschera del potentissimo uomo in nero appare il redivivo Westley e rinasce l’amore tra il vecchio garzone e la contesa Buttercup. Quando la coppia sembra ormai mettersi in salvo sopraggiunge il furioso Principe Humperdinck che imprigiona Westley nello Zoo della Morte. Il piano del Principe è quello di annientare il rivale tra i dolori più atroci e strangolare la fedifraga Buttercup dopo averla sposata. Ma il fantasmagorico romanzo di Goldman-Morgenstern non è ancora giunto alla fine. Lo spadaccino Inigo Montoya, scortato dal gigante Fezzik, si presenta al castello di Florin e riesce a penetrare nello Zoo della Morte. Westley resuscita per la seconda volta grazie alle pratiche di Max Miracolo e il nuovo terzetto sbaraglia senza pietà Principe e Conte. Prima del lieto fine corretto in agrodolce dall’ironia dell’autore.

Giulia Stok
Il giudizio universale
settembre 2007

La storia è mia e la gestisco io

“Non voglio dire che questo libro abbia un finale tragico, ho già detto nella prima riga che questo è il mio libro preferito. Ma c’è del brutto in arrivo, alle torture siete già preparati, ma c’è di peggio. E’ in arrivo la morte, ed è meglio che afferriate questo punto: muoiono le persone sbagliate. Siate pronti. Questa non è una storiella”.
Così cerca di scoraggiarti l’autore quando hai superato la metà, e hai già ampiamente compreso che di storiella non si tratta, ma di un’avventura così appassionante da farti chiedere perché ci siano voluti 34 anni per tradurla.
La principessa sposa
è un romanzo che riesce a incarnare più ossimori. Si fa leggere come narrazione allo stato puro, di quelle a cui si resta incollati per sapere come va a finire, ma è un intreccio complicato, racchiuso in più cornici, che riesce a parlare anche di metanarrativa. Il lettore è trascinato dentro la storia tanto da piangere, ma bastano poche parole ed è riportato fuori, a partecipare con occhio disincantato
dell’ironia dell’autore. Commuove, e subito dopo fa scoppiare a ridere. Dissacra la letteratura, come quando afferma impunemente che in Moby Dick i capitoli sulla caccia alla balena possono essere saltati, e te la fa amare come non mai. Trent’anni prima di Pennac, Goldman dice apertamente che dei libri si può fare quel che si vuole purché si leggano con piacere: finge che la storia non sia sua, gioco non nuovo per la verità, ma finge anche di tagliarne le parti noiose.

 







Ti riporta bambino e gioca con le tue emozioni: ti fa credere che tutto finirà male e poi con una trovata geniale salva la situazione, ti dà esattamente quell’eccesso di passione che volevi avere, scene epiche in cui buono sconfigge il cattivo con tanto di eroismo, e subito dopo prende in giro passione ed eroismo.
Insomma un po’ prende in giro anche chi legge, ma riesce a renderlo complice del gioco, tanto che non ci si può offendere, ma solo divertirsi della sua bravura. Soprattutto, gli si perdona tutto per i personaggi, perfettamente disegnati, a cui ci si affeziona subito. E non tanto a quelli che dovrebbero essere i protagonisti principali, ma quelli cosiddetti minori. La principessa è troppo bella (e un po’ stupida) il fidanzato troppo incrollabile nella sua volontà di salvarla: paradossalmente, pur incarnando la storia d’amore che fa da motore alla vicenda, sembrano provare e dare meno emozioni degli altri. Sono lo spagnolo Inigo, spadaccino che vuole vendicare suo padre, e il turco Fezzik, dalla forza spaventosa e amante delle rime, che si fanno amare di più per le loro debolezze.
E che aprono microstorie, scenari diversi e appassionanti: la Spagna col padre di Inigo che si rifuta di fabbricare spade se non per una sfida vera, la Turchia con i genitori di Fezzik che sfruttano la sua forza nei tornei fin da bambino. E poi i mari col pirata Roberts che in realtà Roberts non è più ma tramanda solo il suo nome e tanto basta a farlo temere, l’uomo dei miracoli decaduto che tira sul prezzo come un moderno guaritore: le trovate narrative sono tantissime, tanto che alla fine la scelta del finale quasi delude.
Ma in parte delude semplicemente perché un finale c’è, e non se ne avrebbe voglia.

Francesco Dimitri
XL
Giugno 2007

Ridere e piangere con la bella e il pirata
Una ragazza bellissima.
Un uomo in nero. Spadaccini invincibili, macchine ortali. forzuti appassionati di rime, duelli e commenti da critico letterario. William Goldman, sceneggiatore americano del film Il Maratoneta racconta la storia di Buttercup, contesa da un principe cattivo e un pirata coraggioso. Intanto prende in giro intellettuali e scrittori ridendo dello snobismo di tanti libri, e facendo ridere il lettore dopo averlo fatto piangere.

 

Antonella Ottolina
“A”

aprile 2007

“Il Maratoneta”, “Tutti gli uomini del presidente” e “La storia fantastica” li ha scritti lui. Nel senso: romanzo e/o sceneggiatura. E la lista potrebbe continuare in modo scandalosamente lungo. Come sempre in questi casi, quindi, l’unico libro di Goldman che al cinema non si è filato nessuno è anche il suo capolavoro. Lui, però, finge di aver solo riscritto quella che da ragazzo era la sua storia preferita, raccontando le peripezie che hanno accompagnato la ricerca di una copia da regalare al figlio. Lo fa interrompendo qua e là la narrazione per intrufolarsi: “State a sentire. Non voglio dire che questo libro abbia un finale tragico. Ma c’è del brutto in arrivo. É in arrivo la morte ed è meglio che afferriate questo punto: muoiono le persone sbagliate”.

Chicca Gagliardo
Glamour

aprile 2007

Mettetevi comodi e “accendete” il libro. Quello che sta per partire è un vero film (l’autore non a caso è un noto sceneggiatore). Con molta, moltissima magia da fiaba e ancora più humour.

 

Grazia
aprile 2007


Un padre vuole appassionare il figlio alla lettura. Cerca il libro che compì questo miracolo su di lui, quand’era piccolo. Ma s’accorge che è pieno di capitoli noiosi, che suo padre tagliava via leggendolo. Decide di riscriverlo, incrociando la storia originale – l’amore tra uno stalliere e la sua bellissima padrona, fidanzata a un principe freddo e calcolatore – con altre nuove, arricchendole di colpi di scena e di dialoghi perfetti. Ne esce un racconto che unisce ultramoderno e classico, romantico e ironico. Dallo sceneggiatore pluripremiato di Il maratoneta, Butch Cassidy, Tutti gli uomini del presidente, un romanzo che è già un caso.

 

Erica Arosio
Gioia

aprile 2007

Uno degli sceneggiatori migliori di Hollywood (suoi Il maratoneta e Tutti gli uomini del presidente) si diverte a fare un gioco: prende una fiaba e la riscrive, togliendo le parti noiose, aggiungendone altre, inframezzandola con aneddoti e ammiccamenti al lettore. Un gioiello che sa unire fantasia, ironia e vita vissuta.

Cristina Tirinzoni
Psychologies

settembre 2007

Perché  leggerlo?
Perché ritroviamo la magia delle fiabe tanto amate nell’infanzia. E Goldman si diverte a fare un gioco: prende una fiaba e la riscrive, togliendo le parti noiose, aggiungendone altre, arricchendola di dialoghi irresistibili col lettore. Perché ridere fa bene. Il cervello si distrae, la mente si distende, il corpo si rilassa. E Goldman riesce a farci ridere, ridere, ridere e ridere ancora, dalla prima all’ultima pagina. Tra intrecci mirabolanti e colpi di scena, rapimenti e inseguimenti rocamboleschi, principi spietati e pirati coraggiosi. Al centro l’amore impossibile, perduto e ritrovato tra la bella Buttercup e il suo stalliere.

 

Maurizio Bono
La Repubblica delle Donne
aprile 2007

Un editing da favola 
Siamo tutti legati al fascino delle fiabe dell’infanzia. William Golding, che di mestiere fa lo sceneggiatore (di film spesso immortali come Butch Cassidy & Billy The Kid e Tutti gli uomini del presidente), ha dedicato a queste reminiscenze un romanzo d’avventure, diventato nell’87 anche un film con la bellissima moglie di Sean Penn, Robin Wright. Ingegno e la penna non mancano a Goldman: inventa un un romanzo di un oscuro autore di nome S. Morgenstern, che suo padre gli lesse da ragazzo. Lui lo scova in una libreria di New York e ne fa dono al figlio obeso, ma lo scarso successo che ha presso di lui lo  convince a operare una pesante opera di editing. È in questa forma “migliorata” che noi leggiamo le avventure della bella Buttercup che da rozza amazzone si trasforma in regina, sempre conservando l’amore per lo stalliere Westley, che affronta ogni sorta di peripezie (diventa pirata, maestro di spada, asceta resistente al dolore) prima di ritrovarla. Con l’aiuto di Inigo, uno spagnolo che in un’impresa degna di Kill Bill deve uccidere l’assassino del padre eccelso costruttore di spade, e di Fezzik, un turco fortissimo ma sensibile, affetto da sindrome da abbandono. 

Nina Pusterla
Cooperazione

aprile 2007

Un celebre sceneggiatore si ricorda all’improvviso del primo romanzo della sua infanzia, quello che gli ha schiuso le porte della lettura e della letteratura. Era un romanzo d’avventure in cui intrighi e misteri non mancavano e il fiato era sempre sospeso. Perché dunque non ritrovarlo per il figlio ancora insensibile alla magia della lettura? E perché non riscriverlo, togliendo le parti stilisticamente brillanti, ma noiose per un lettore avido di narrazione, come pure le divagazioni pungenti e sottili, ma che nulla aggiungono alla storia travagliata dei due innamorati, lasciando però intatto l’impianto narrativo creato dal suo «vero» autore? Il risultato è un meraviglioso incastro di fiaba, romanzo cavalleresco, prosa ironica, di presente e passato, che trasporta il lettore in un mondo non così lontano dalla nostra realtà.

 

Michele Foschini
raramente.net
maggio 2007

William Goldman è Dio.

L’uomo che ci ha dato le sceneggiature de Il Maratoneta, Tutti gli uomini del Presidente e, tra le altre cose, dell’osannato Butch Cassidy and the Sundance Kid, ha sempre voluto fare il romanziere, e per molti anni si è scontrato con le resistenze di un lettorato poco sensibile ai suoi romanzi (per sua stessa ammissione, piuttosto pesanti). Nel 1974 ha scritto La principessa sposa, nel cui incipit spiega ai lettori che si tratta della favola che suo padre, uomo semplice e dai modi spicci, gli leggeva la sera, prima di addormentarsi. Goldman attribuisce all’epicità di questa favola il suo amore per l’avventura e per lo scrivere e la regala (non senza difficoltà, si tratta pur sempre di un’oscura opera scritta nei primi anni del XX secolo) al figlio per il suo decimo compleanno. Quando il ragazzo si è lamenta che l’opera è noiosa, Goldman prende per la prima volta in mano un libro che gli è sempre stato letto da altri, e scopre che in effetti si tratta di un lavoro di bizantina complessità, del quale il padre gli ha sempre letto solo “le parti belle”. E così ci offre, con l’interpunzione salace delle sue note che sembrano quasi telefonate nel mezzo degli eventi (“Salve, sono di nuovo io. A questo punto ho tagliato circa cinquanta pagine, ma sono sicuro che a voi non dispiacerà…”), un classico perduto, l’opera suprema di S. Morgenstern, che potrebbe essere esistito come no, ma dopo un po’ di questo non vi importerà più.
Buttercup è la ragazza più bella del mondo. Ha un garzone, bellissimo e segretamente innamorato di lei, del quale però lei non si cura. Un giorno, quasi per sbaglio, si confessano reciproco amore e lui, per tutta risposta, decide di partire subito per le americhe, lasciando la nativa Florin, per far fortuna ed essere degno di sposare la sua amata. Verrà dato per morto in mare, a causa di un arrembaggio del Terribile Pirata Roberts. Nello stesso periodo, il principe di Florin, Humperdink, decide che è opportuno trovar moglie dato che suo padre, il re, sta per schiattare. Sceglie Buttercup (ne dubitavate?) che, avendo deciso che amare fa troppo male, accetta supina il suo destino.
Passano tre anni di preparativi, e ritroviamo Buttercup quando viene rapita da un improbabile trio di avventurieri: il siciliano Vizzini, lo spagnolo Inigo Montoya, il fortissimo turco Fezzik. I tre mercenari sono stati pagati da Humperdink per rapire e uccidere la sua promessa sposa in modo che la colpa venga attribuita al confinante stato di Guilder, contro il quale il principe intende muovere guerra. 

 








Compare un misterioso uomo in nero, con tanto di maschera e mantello, che uno dopo l’altro sconfigge i tre mercenari e salva la principessa. Si tratta, manco a dirlo, di Westley, il garzone che-non-è-morto-in-mare, ma anzi, è diventato il nuovo pirata Roberts, essendosi ingraziato il predecessore tanto da farsi dire che il titolo viene passato da generazioni di pirata in pirata. Una specie di franchise del terrore marino.
Buttercup è così felice di aver ritrovato il suo amore perduto che, quando Humperdick li trova entrambi, lo consegna al principe, purché gli venga salvata la vita. Buttercup era la donna più bella del mondo, ma non precisamente la più sveglia. Il libro lo rimarca a più riprese.
Massimiliana Brioschi fa uno smagliante lavoro di traduzione, rispettando ed esaltando le commistioni di linguaggio moderno e di archetipi narrativi classici che Goldman mescola in modo salace, forzatamente imbarazzante, irresistibile. È virtualmente impossibile posare questo libro prima di averlo finito, e credo che questo effetto non sia riservato solo a chi, come lo scrivente, nei tardi anni Ottanta ne ha visto la trasposizione cinematografica con Robin Wright e diretta da Rob Reiner (anche se, ammettetelo se l’avete vista, chi di voi non ha mai sognato di dire “Hola. Il mio nome è Inigo Montoya. Tu hai ucciso mio padre, preparati a morire.” Io sì. Molte volte.)
C’è, nella lettura della Principessa sposa il desiderio sotterraneo di scoprire che S. Morgenstern esiste, che Florin è ancora uno stato sovrano nel cui parlamento magari c’è un ritratto del principe Humperdink. È il desiderio che prende chi legge La chiave a stella di Primo Levi, quando desidera fortemente che il Libertino Faussone che parla per tutto il romanzo con lo stesso Levi, chimico di professione, esista realmente.
C’è, nel deus ex machina che risolve l’apertura della scena finale, un ricatto letterario favoloso: a salvare capra e cavoli sarà il vero amore, e non so quanti lettori sarebbero in grado di confutarne l’efficacia ad alta voce. La sospensione dell’incredulità, progressiva e niente affatto scoscesa, che prende il lettore per mano durante il dipanarsi delle vicende di questo libro, è sublime: non solo si crede a ciò che si sta leggendo, si desidera fortemente che le cose siano andate così, e quando si guarda verso il basso si capisce che la propria incredulità è stata sospesa a un’altezza vertiginosa.
E poi si cade.
Perché la vita non è giusta, e chiunque dica il contrario vi sta prendendo in giro, ammonisce Goldman a più riprese, uccidendo e resuscitando personaggi, ammazzandoli una seconda volta e sottoponendoli alle prove più estenuanti e irreali che vi possano venire in mente.
E se il finale non finisce un bel niente, non si apre a un sequel, non risponde alle vostre domande e vi fa sembrare assolutamente criminale che il libro sia già finito, be’, la vita non è giusta.
Ve l’avevamo detto.
Marta Cervino
MarieClaire

aprile 2007


La sensazione? Vertigine e fascinazione - tipo Alice nella buca del bianconiglio - già dal primo capitolo, quello in cui William Goldman spiega perché ha deciso di fare per il figlio una riduzione/riedizione del romanzo che da piccolo gli ha cambiato la vita: La principessa sposa di S. Morgenstern (che suo padre gli leggeva quando era malato di polmonite). Dopodiché comincia la storia e si conoscono i protagonisti: Buttercup, l’eroina ribelle, la donna più bella del mondo, Westley (il suo grande amore), il Principe Humperdink che «ha la forma di una botte», il Conte crudele, Inigo Montoya lo spadaccino... Basterebbe questo a stuzzicare la nostra curiosità per un romanzo scritto nel ‘73 (da cui è stato tratto il film La storia fantastica) e che ora appare in Italia in una nuova (e integrale) edizione. Ma se si aggiunge che Goldman oltre che romanziere è “lo sceneggiatore” per eccellenza (Il maratoneta, Tutti gli uomini del presidente...), allora si capisce che oltre alla storia, il punto di forza è il ritmo narrativo.
Di cosa parla? «Scherma. Lotta. Torture. Veleno. Vero Amore. Vendetta. Giganti. Cacciatori. Uomini malvagi. Uomini buoni. Belle dame. Serpenti. Ragni. Bestie di ogni natura e tipo. Dolore. Morte. Uomini coraggiosi. Uomini codardi. Uomini più forti. Inseguimenti. Fughe. Menzogne. Vendetta. Passione. Miracoli». In più si dicono cose strepitose, tipo che l’amore è «la cosa più bella del mondo, dopo le pasticche per la tosse». La storia di Inigo è bellissima, le digressioni sono un’immersione nell’assurdo (vedi pag. 62, perché ci si dice verdi di gelosia); l’umorismo è dirompente ed è quasi impossibile smettere di leggerlo. Ultima cosa: lo scrittore Morgenstern non esiste è solo (?!) un pretesto narrativo.

Roberto Bertinetti
Il Messaggero

aprile 2007


E' un inno d'amore alla splendida e gloriosa futilità dei libri di avventure tanto amati un tempo dagli adolescenti La principessa sposa di William Goldman, uscito per la prima volta negli Stati Uniti nel 1973 e da allora continuamente ristampato. Adesso questo classico della fantasy contemporanea di lingua inglese arriva in Italia grazie alla Marcos y Marcos (329 pagine, 17 euro) per la gioia di chi si entusiasma di fronte a intrecci mirabolanti e sensazionali che ricordano le magie narrative di Dumas, di Stevenson o di Salgari. L'autore è uno degli sceneggiatori più premiati di Hollywood (di oltre quarant'anni di gloriosa carriera vanno ricordati, tra gli altri, Il maratoneta, Tutti gli uomini del Presidente, Butch
Cassidy & the Sundance Kid), che mette il suo sconfinato talento al servizio della letteratura. Il punto di partenza è un ricordo dell'infanzia, quando il padre gli lesse un romanzo ricco di colpi di scena, capace di spalancargli un mondo pieno di sorprese. Una volta adulto si sforza di produrre la stessa magia per il figlio e così riscrive quel volume introvabile in cui si racconta l'eterno amore tra un garzone di stalla e la sua bellissima padrona, ovviamente ostacolato da potenti malvagi, sovrapponendo la sua voce a quella dell'inventore della vicenda. Con il risultato di dar vita a un testo fiabesco e farsesco, ironico e romantico, capace di mettere alla berlina le teorie critiche del postmoderno ma anche di ricostruire con cura l'atmosfera incantata che solo i grandi dell'Ottocento sapevano proporre. Goldman è davvero un genio delle sorprese incantate e La principessa sposa un capolavoro della fantasia adatto a lettori di ogni età. 

Gaspare Battistuzzo
IbTimes.com
aprile 2012

Il cardinale Ippolito d'Este, severo e pragmatico politico rinascimentale, non lo seppe mai da dove il suo Messer Lodovico le avesse tirate fuori, tutte quelle corbellerie. Del resto, fu Borges a capire che quello stesso Lodovico forse non era poi proprio del tutto normale: camminava per le strade di Ferrara ma credeva di saltellare sulla Luna.
Non che l'ormai classico La Principessa sposa di William Goldman (MARCOS Y MARCOS, 2011, p. 235, € 15) sia l'Orlando Furioso, ma la costruzione strutturale ad "accumulo di corbellerie" c'è tutta ed è ben visibile.
Prima della storia, però, il libro. Sì perché questo è un libro quasi leggendario, divenuto negli anni una sorta di "primula rossa" della letteratura per l'infanzia (perlomeno in Italia - in America e Inghilterra è molto più diffuso). Questa stessa ristampa è, l'editore lo precisa bene (e non è esotico, forse, anche il nome dell'editore? che siano florinesi pure loro?), a tiratura rigorosamente limitata. 
Ma dove sta il fascino di un romanzo che non ha nulla per essere migliore di altri buoni romanzi per ragazzi eppure, tuttavia, lo è?
Innanzitutto, è un meta-libro. Già perché Goldman non racconta una "sua" storia - così dice - ma si limita a "ridurre" quello che lui chiama il Morgenstern, fantomatica versione originale di questa strampalata storia che suo padre gli lesse durante una convalescenza da una malattia infantile.
Ma qui siamo già nella fantasia pura, depistati da un autore cui piace prenderci per il naso: non esiste nessun Morgenstern, naturalmente, come non esiste Florin, il paese dove si svolge la vicenda e da cui Goldman fa addirittura provenire suo padre (un genio fatto e finito, inutile dirlo). Fandonie. Pinzillacchere. Corbellerie. E, proprio per questo, assolutamente irresistibili.
L'autore prende al lazo il giovane lettore e lo porta di peso nella sua storia, legandola alla realtà del nostro mondo, come C.S.Lewis in Narnia: se basta un armadio, perché non può succedere anche a me?
La trama è tutto sommato semplice: Buttercup è bellissima ed è promessa sposa (è lei la principessa del titolo) al borioso e insulso principe Humperdinck di Florin; Westley è il garzone innamorato di lei, creduto morto in mare e tornato a riprendersela, mezzo Zorro e mezzo d'Artagnan. 





E poi un nutrito gruppo di indimenticabili e improponibili personaggi ormai classici: Vizzini, il siciliano gobbo dalla mente sottilissima e criminale; Fezzik, il gigantesco turco un po' tonto ma con un buonsenso disarmante; Inigo Montoya, lo spadaccino più veloce del mondo.
La ricetta del successo di Goldman - che nella vita vera fa lo sceneggiatore per Hollywood (suoi Il Maratoneta e Tutti gli uomini del Presidente) - è l'aver condensato, con perfetta ironia, in un unico volume, tutto quello che il genere della fiaba à la Perrault e del cappa e spada à la Dumas poteva offrire. In questo modo il libro di Goldman (o di Morgenstern? sicuri che non sia mai esistito, questo Morgenstern? perché dopo le prime pagine si comincia davvero a dubitare) diviene il libro dei libri, il vademecum del fare avventura per ragazzi.
Elemento essenziale rimane comunque l'ironia.
Datemi un incipit come "Tutti i bambini crescono, eccetto uno" e vi scriverò un capolavoro. Goldman forse non è Barrie - concesso - ma cominciare un romanzo dicendo "L'anno in cui nacque Buttercup, la donna più bella del mondo era una sguattera francese di nome Annette" vuol dire saper scrivere e saper scrivere per ragazzi perché si pensa, da ragazzi. Saper mischiare serio e faceto senza che l'uno uccida l'altro, in perfetto equilibrio sul filo della narrazione romanzesca.
Le trovate di Goldman non sono particolarmente originali sul piano letterario, ma è originale tutto il suo modo di ironizzare e farne parodia. Aiutato in ciò dall'artificio dell'esser curatore di un libro non suo, imperversa per tutta la lunghezza del testo con corsivi e intromissioni magari oscure per i ragazzini ma spassosissime per gli adulti.
Una per tutte: un emissario governativo arriva in prossimità della casa dei genitori di Buttercup e la madre le chiede: "hai dimenticato di pagare le tasse?". Si intromette subito Goldman/Morgenstern "curatore" e per situare temporalmente la vicenda, tra parentesi, scrive: "Ciò accadeva dopo le tasse. Ma tutto viene dopo le tasse. Le tasse c'erano anche prima dello stufato".
Lo ripetiamo, forse non è un capolavoro e non piacerebbe ai genitori per bene di figli per bene. Ma è un classico assoluto e c'è solo da sperare che l'editore non lo faccia più finire "fuori catalogo". Sempre che la stamperia non stia davvero a Florin, perché allora non garantiamo per inconvenienti di spedizione.

Scheda del libro

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