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William
Goldman La principessa sposa |
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Alessandro
Baricco la Repubblica marzo 2012 Goldman con un'acrobazia bizzarra converte la narrativa per ragazzi in piacere per adulti Era dai tempi del Mondo secondo Garp che non mi divertivo tanto (be', leggendo un libro, naturalmente). Goldman non sapevo chi fosse ma in realtà avrei dovuto saperlo: se uno scrive film come Butch Cassidy, Il Maratoneta e Misery non deve morire, tu DEVI sapere chi è. Ma insomma, non avevo memorizzato quel suo nome un po' ordinario, e così, nella fretta della spesa in libreria, quando è tardi e te la stanno chiudendo addosso, alla fine il libro l'avevo preso giusto per fiducia cieca nella prefazione scritta da Cavina (è uno scrittore italiano, per chi non fosse già pazzo di lui). Diceva Cavina che La principessa sposa restituiva l'incanto dei primi libri che leggi, da ragazzino, proprio i primi, quando ancora non te l'aspetti. Non ti aspetti che possano fare quell' effetto lì: tipo che diventi uno dei ragazzi della via Paal,o che quando un personaggio muore tu ti senti morire. Diceva anche, Cavina, che lui l'aveva letto tutto in un giorno, senza riuscire a smettere (lui è romagnolo, però). Insomma, valeva la pena di provare. Già la prima frase non è niente male: «Fra tutti i libri del mondo questo è il mio preferito, anche se non l'ho mai letto». Suona demenziale, ma giuro che invece, letto il libro, risulta perfettamente logica. È che bisogna entrare nel meccanismo del romanzo, che è deliziosamente bizzarro. Volendo provare a spiegare, Goldman fa finta di ripubblicare un libro che da bambino gli aveva letto suo padre, e di cui si era innamorato perdutamente. Il libro di un tale Morgenstern. Dato però che il libro, benché meraviglioso, conteneva inspiegabili divagazioni di insostenibile lunghezza e noia, Goldman ne fa un'edizione un po' ripulita, intervenendo a riassumere le pagine inutili. Vi sembra complicato? Riassumo: praticamente Goldman si è scritto da sé il libro che lo avrebbe fatto impazzire quando aveva dieci anni se suo padre gliel'avesse letto saltando le parti pallose. Non so se vi ricordate che tipi eravate a dieci anni (se la risposta è no, qualcosa non va, gente!). A quell'età, cosa avreste desiderato da un libro? Esattamente ciò che troverete nella Principessa sposa, e cioè, per usare le parole dell' autore, «Scherma, lotta, tortura, veleno, vero amore, odio, vendetta, giganti, cacciatori, uomini malvagi, uomini buoni, belle dame, serpenti, ragni, dolore, morte, uomini coraggiosi, uomini codardi, inseguimenti, fughe, menzogne, passione, miracoli». Posso confermare che in effetti c'è tutto. E anzi, la lista potrebbe essere più lunga. |
Aggiungo che, nella sostanza, si tratta di una avventurosa storia d' amore: lei è la ragazza più bella del mondo (quindi, comprensibilmente, un tantino scostante, per usare un eufemismo) e lui è uno che la ama sopra ogni cosa, con abnegazione assoluta e una forza fiabesca. Per dare un'idea del rapporto, può servire un piccolo dialogo che si consuma dopo che lui l'ha salvata da tremende avventure con un'abilità inenarrabile. In teoria lei dovrebbe per questo amarlo per una decina di vite, ma la realtà è che quando il Cattivo li cattura (un Principe di una malvagità indimenticabile), lei non ci mette più di venti secondi a mettersi con Cattivo pur di avere salva la vita. Ed ecco il dialogo: Lui: «Tu preferisci vivere con il Principe piuttosto che morire col tuo amore». Lei: «Preferisco vivere che morire, lo ammetto». Lui: «Parlavamo d'amore, signora». Ovviamente Flaubert è un' altra cosa, o anche solo Philip Roth, su questo non c'è dubbio. Infatti qui siamo in un campo da gioco che probabilmente non si merita il nome di letteratura, e che tuttavia non è meno prezioso, perché è la riesumazione postuma e apocrifa di ciò che chiamiamo narrativa per ragazzi, solo convertita, con un'acrobazia bizzarra, in piacere per adulti. Sulla carta non aveva una sola possibilità di funzionare. E invece devo dare ragione a Cavina e annotare che, se proprio non l'ho letto in un solo giorno, certo 'sto libro me lo sono divorato con infinito piacere: e sono sicuro che la cosa abbia a che vedere con la bravura di Goldman assai più che col mio livello di rimbambimento senile. La verità è che ho trovato così raro, per il lettore che ormai sono diventato, arrivare fino alla fine di un libro da cui non imparavo niente (la morale della storia è enunciata nell' ultima riga, e non è che mi suonasse nuova: «La vita non è giusta. È solo più decente della morte, tutto qui»). Non so perché ma ormai finisco solo i libri che mi insegnano qualcosa o che sfoggiano una lingua che mi meraviglia. È come se non avessi più tempo per tutto il resto. Solo maestri o voci irripetibili. Goldman non è né uno né l' altra, eppure il suo umorismo, la sua leggerezza e la sua vecchiaia infantile, mi hanno portato via senza fatica, facendomi sentire nelle gambe una facilità da lieve discesa che l'aver scalato così tante montagne, negli anni, mi aveva fatto quasi dimenticare. Da bambino, con gli occhi in un libro, non sapevo camminare in altro modo, e adesso mi rendo conto che, come per tutto il resto, anche per la lettura vale la regola implacabile per cui si è al posto giusto solo quando non si hanno le carte per capire che lo è. Lo dico senza rimpianto, non c'è nulla da lamentarsi, non è grave, ma le cose stanno così. Perché la vita non è giusta, è solo più decente della morte, tutto qui. |
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Federico Magi lankelot.com dicembre 2010 “Non voglio dire che questo libro abbia un finale tragico, ho già detto nella prima riga che questo è il mio libro preferito. Ma c’è del brutto in arrivo, alle torture siete già preparati, ma c’è di peggio. E’ in arrivo la morte, ed è meglio che afferriate questo punto: muoiono le persone sbagliate. Siate pronti. Questa non è una storiella”. Quando William Goldman si inserisce nel bel mezzo della narrazione per dirci queste parole, appare del tutto evidente quel che molti lettori, arrivati a questo punto, probabilmente presagivano. Ovvero che la fiaba mutuata da S.Morgenstern, fantomatico narratore da cui Goldman taglia su misura questa appassionante avventura, pur procedendo con invidiabile baldanza è agilità, è molto più sarcastica e malinconica di quel che supponeva un bimbo di dieci anni costretto a letto da una febbre persistente. Ma andiamo con ordine. Il bimbo in questione è lo stesso Goldman, nato poco fuori Chicago nell’estate del 1931 e divenuto con l’età adulta sceneggiatore di successo (ricordiamo i suoi titoli imperdibili: Il maratoneta, Butch Cassidy e the Sundance Kid, Tutti gli uomini del Presidente), al quale il padre, nel tentativo di intrattenerlo lungo il corso della malattia, leggeva una fiaba fantastica ed appassionante che gli rimase sempre nel cuore. Il libro più importante della sua vita, un libro che però non aveva mai letto: La principessa sposa di S. Morgenstern. Molti anni dopo, memore di quella esaltante esperienza, Goldman cerca di fare lo stesso con il proprio figlio di dieci anni, preoccupato del fatto che il bimbo non sembra avere particolari passioni se non quella di ingozzarsi di cibo. Goldman è in esilio forzato a Los Angeles, quando gli balena l’idea, intento a lavorare alla sceneggiatura di un nuovo film. Siamo all’inizio degli anni Settanta e l’aspirazione di narratore dello sceneggiatore è stata spesso frustrata dal disinteresse della critica e da insuccessi di vendita. Quando faticosamente riesce a procurarsi una copia dell’opera di Morgenstern, la regala con orgoglio al figlio, che però trova il libro difficile e noioso e si arresta dopo poche pagine. Come è possibile che La principessa sposa non abbia generato nel bambino lo stesso interesse provato da lui alla stessa età? Goldman prende in mano Morgenstern, e lo legge per la prima volta. Si accorge che le vicende narrate sono molto più complesse e malinconiche rispetto a come il padre gliele aveva raccontate tanti anni prima. Capisce che l’uomo aveva avuto la particolare sensibilità di omettere le lunghe descrizioni tediose e i momenti più difficili da accettare per un bambino. Decide allora di riscriverlo lui, tagliando e aggiustando, intervenendo dove possibile per legare un capitolo all’altro ma con l’accortezza di usare il corsivo per differenziare le sue parole da quelle dell’opera originale. Ne venne fuori il capolavoro che è oggi La principessa sposa, un’opera che mescola molteplici registri emotivi e che come poche altre cavalca le più diverse onde emozionali, intrecciando fiaba, avventura e riflessioni esistenziali, lasciando molti interrogativi sul campo, quei dubbi salvifici che sono linfa vitale per ogni letteratura degna di questo nome. Senza voler entrare troppo nel dettaglio, mi è d’obbligo tracciare le linee guida di una storia che, v’assicuro, va assolutamente letta e non raccontata. A meno che non la leggiate a voce a vostro figlio piccolo, proprio come fece il babbo di Goldman. Siamo a Florin, terra resa mitica dalla narrazione di Morgenstern, luogo dove si innesca la curiosa storia d’amore tra la lattaia Buttercup e lo stalliere Westley. Buttercup, che aveva sempre trattato Westley come un servo, si accorge improvvisamente del suo folle sentimento. Buttercup è una delle donne più belle del mondo, anche se nessuno ancora lo sa, e folle è il termine giusto per aggettivare sinteticamente la situazione, perché da questo amore improbabile si dipana una storia che costringerà l’ex stalliere a emigrare in America in cerca di fortuna, con la promessa di tornare dal suo amore quando le circostanze consentiranno loro una vita dignitosa. Qualche anno dopo, dato per morto Westley, Buttercup, preda di un incolmabile vuoto affettivo e di ogni possibile ragione di vita, accetta la corte interessata nientemeno che dello spietato principe di Florin, un cacciatore infallibile che s’è fatto costruire nel castello uno zoo personale con all’interno gli animali più pericolosi del mondo. |
Lo Zoo della morte: cinque piani di pericolo e di terrore, veri e propri gironi dell’inferno e del dolore in cui il principe si diverte a cacciare e torturare le sue feroci prede. Senza volervi svelare troppo altro, vi dico subito che Westley non solo è vivo e vegeto ma è diventato uno dei più temibili avversari che si possano incontrare sulla propria strada, e tornerà per riprendersi la futura regina di Florin. Nella vicenda si inseriscono altri bizzarri e affascinanti personaggi, tra cui l’infallibile spadaccino spagnolo Inigo, che ha votato la sua vita alla vendetta, e il possente turco Fezzik, gigantesco lottatore dal cervello di bambino, quasi totalmente privo di capacità d’astrazione e ragionamento. Tutti i personaggi in questione si incontreranno e scontreranno sulla via di Florin, nell’imminenza di un matrimonio sfavillante che risulterà essere il crocevia delle loro esistenze. Detta così, mi rendo conto, può apparire la classica fiaba d’avventura, cappa e spada e grandi passioni amorose, ma vi accorgerete ben presto che La principessa sposa, ritagliata dallo sceneggiatore di Butch Cassidy, è assolutamente oltre questa pur piacevole consuetudine, e probabilmente altro se la inquadriamo nell’ottica morgensterniana, della quale però abbiamo solo la testimonianza di Goldman. Da Morgenstern Goldman ci lascia intendere di far sua la morale di fondo, quella che la vita non ha una logica del lieto fine, e che l’amore non è tutto rose e fiori. Ci tiene a ribadirlo, proprio nelle sue riflessioni conclusive, rubando un pizzico di sarcasmo all’autore che l’ha ispirato: “Non sto cercando di demoralizzarvi, cercate di capire. Voglio dire che penso che veramente l’amore sia la cosa più bella del mondo, dopo le pasticche per la tosse. Ma devo anche dire, per l’ennesima volta, che la vita non è giusta. È solo più decente della morte, tutto qui”. Messe a conclusione della fiaba, queste parole possono lasciare presagire il senso di quel che potrebbe essere, perché Goldman gioca abilmente sul finale aperto e su una serie di suggestioni ambivalenti che a tratti scuotono il lettore ma che non gli sono per nulla d’inciampo nella lettura scorrevole dell’opera. Altro indubitabile pregio della Principessa sposa è quello di far emergere, fino a farceli amare più di Westley e Buttercup, che al di là delle apparenze e grazie un gioco pregevole di incastri narrativi rimangono emotivamente sullo sfondo, le figure di Inigo e Fezzik, anime perse e disperse in un vortice di scrittura che cattura, sorprende e ribalta a più riprese i piani emotivi. L’indagine delle loro psicologie, le loro storie personali, sono un potente sottotesto e a conti fatti una delle maggiori fonti di interesse della vicenda. Figure che restano impresse, alla cui causa il lettore non può che aderire spontaneamente, provando un’empatia e un senso di intima solidarietà che non può nutrire nei confronti degli altri personaggi. In effetti, a loro modo, Inigo e Fezzik, per motivi assai diversi, sono i più puri sulla scena, considerato che anche lo stesso Westley, teoricamente l’eroe positivo per eccellenza, restituisce una certa impenetrabilità che non favorisce l’immedesimazione. Se, come ci dice Goldman, La principessa sposa è stato da lui ridotto all’essenziale (ma gli crediamo?) rispetto al misterioso e introvabile testo originale, l’opera dello sceneggiatore è stata davvero rimarchevole. Se invece è totale frutto della sua immaginazione c’è da lodarlo ancor più, mi pare chiaro. In un caso come nell’altro quel che resta è un libro straordinario, che unisce il più puro e spontaneo gusto per la lettura alla riflessione, tanto da aver generato consensi unanimi ad ogni latitudine del globo. Tradotto in Italia solo nel 2007, grazie all’ottima casa editrice Marcos y Marcos (è uno dei testi di cui vanno più orgogliosi), che non finiremo mai di ringraziare per averci dato la possibilità di leggerlo, La principessa sposa è senza ombra di dubbio il più grande successo letterario di William Goldman, che grazie all’epopea di Westley e Buttercup, di Inigo e Fezzik, ha coronato il sogno di essere apprezzato non solo come sceneggiatore ma anche come letterato. Forse un modo per mantenere la memoria di un padre amorevole che letterato certo non era, per ritornare idealmente a un'infanzia in cui la televisione non esisteva e non ci poteva essere niente di meglio che una fiaba ben raccontata per allietare un giovane spirito desideroso d'avventura. “Ogni sera mio padre leggeva, capitolo dopo capitolo, sempre lottando per pronunciare correttamente le parole, per afferrarne il senso. Ed io giacevo ad occhi chiusi e il corpo che recuperava lentamente le forze. Ci volle, come detto, un mese, forse, e in quell’arco di tempo mio padre mi lesse La principessa sposa due volte. Anche quando fui in grado di leggere da solo, il libro rimase suo. Non mi sarei mai sognato di aprirlo. Era la sua voce, il suono delle sue parole che io volevo”. (p.16). |
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Il Foglio settembre 2007 Billy, sceneggiatore impegnato nella
stesura di un importante copione, occhieggia le forme della giovane sirena
Sandy sul bordo della piscina del Beverly Hills Hotel e non riesce a
togliersi dalla testa il ricordo di una storia che suo padre gli leggeva
da ragazzino. Mentre cerca di mitigare al telefono la gelosia della
moglie, la scena d’avvio di questo scapigliato romanzo si trasforma
nella rievocazione di quel fantomatico libro, La
principessa sposa, il cui autore, un certo S. Morgenstern, rappresenta
per Billy un inarrivabile modello di letteratura fantastica. La storia di
Billy lascia spazio a una specie di saga ambientata in tempi antichi tra
uomini dai magici poteri e animali spuntati da un copioso bestiario
fantastico.
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Giulia
Stok La storia è mia e la gestisco io “Non
voglio dire che questo libro
abbia
un finale tragico, ho già detto
nella prima riga che questo è il mio
libro preferito. Ma c’è del brutto in arrivo,
alle torture siete già preparati, ma
c’è di peggio. E’ in arrivo la morte, ed
è meglio che afferriate questo punto: muoiono
le persone sbagliate. Siate pronti.
Questa non è una storiella”.
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Francesco
Dimitri XL Giugno 2007 Ridere e piangere con la bella e il
pirata
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Antonella
Ottolina “A” aprile 2007 “Il Maratoneta”, “Tutti gli uomini del presidente” e “La storia fantastica” li ha scritti lui. Nel senso: romanzo e/o sceneggiatura. E la lista potrebbe continuare in modo scandalosamente lungo. Come sempre in questi casi, quindi, l’unico libro di Goldman che al cinema non si è filato nessuno è anche il suo capolavoro. Lui, però, finge di aver solo riscritto quella che da ragazzo era la sua storia preferita, raccontando le peripezie che hanno accompagnato la ricerca di una copia da regalare al figlio. Lo fa interrompendo qua e là la narrazione per intrufolarsi: “State a sentire. Non voglio dire che questo libro abbia un finale tragico. Ma c’è del brutto in arrivo. É in arrivo la morte ed è meglio che afferriate questo punto: muoiono le persone sbagliate”. |
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Chicca
Gagliardo Mettetevi comodi e “accendete” il libro. Quello che sta per partire è un vero film (l’autore non a caso è un noto sceneggiatore). Con molta, moltissima magia da fiaba e ancora più humour.
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Grazia
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Erica
Arosio Gioia aprile 2007 Uno degli sceneggiatori migliori di Hollywood (suoi Il maratoneta e Tutti gli uomini del presidente) si diverte a fare un gioco: prende una fiaba e la riscrive, togliendo le parti noiose, aggiungendone altre, inframezzandola con aneddoti e ammiccamenti al lettore. Un gioiello che sa unire fantasia, ironia e vita vissuta. |
Cristina
Tirinzoni
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Maurizio
Bono
Un editing da favola |
Nina
Pusterla Cooperazione aprile 2007 Un celebre sceneggiatore si ricorda all’improvviso del primo romanzo della sua infanzia, quello che gli ha schiuso le porte della lettura e della letteratura. Era un romanzo d’avventure in cui intrighi e misteri non mancavano e il fiato era sempre sospeso. Perché dunque non ritrovarlo per il figlio ancora insensibile alla magia della lettura? E perché non riscriverlo, togliendo le parti stilisticamente brillanti, ma noiose per un lettore avido di narrazione, come pure le divagazioni pungenti e sottili, ma che nulla aggiungono alla storia travagliata dei due innamorati, lasciando però intatto l’impianto narrativo creato dal suo «vero» autore? Il risultato è un meraviglioso incastro di fiaba, romanzo cavalleresco, prosa ironica, di presente e passato, che trasporta il lettore in un mondo non così lontano dalla nostra realtà.
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Michele Foschini William Goldman è Dio. L’uomo che ci ha dato le
sceneggiature de Il Maratoneta, Tutti gli uomini del Presidente
e, tra le altre cose, dell’osannato Butch Cassidy and the Sundance
Kid, ha sempre voluto fare il romanziere, e per molti anni si è
scontrato con le resistenze di un lettorato poco sensibile ai suoi romanzi
(per sua stessa ammissione, piuttosto pesanti). Nel 1974 ha scritto La
principessa sposa, nel cui incipit spiega ai lettori che si tratta
della favola che suo padre, uomo semplice e dai modi spicci, gli leggeva
la sera, prima di addormentarsi. Goldman attribuisce all’epicità di
questa favola il suo amore per l’avventura e per lo scrivere e la regala
(non senza difficoltà, si tratta pur sempre di un’oscura opera scritta
nei primi anni del XX secolo) al figlio per il suo decimo compleanno.
Quando il ragazzo si è lamenta che l’opera è noiosa, Goldman prende
per la prima volta in mano un libro che gli è sempre stato letto da
altri, e scopre che in effetti si tratta di un lavoro di bizantina
complessità, del quale il padre gli ha sempre letto solo “le parti
belle”. E così ci offre, con l’interpunzione salace delle sue note
che sembrano quasi telefonate nel mezzo degli eventi (“Salve, sono
di nuovo io. A questo punto ho tagliato circa cinquanta pagine, ma sono
sicuro che a voi non dispiacerà…”), un classico perduto,
l’opera suprema di S. Morgenstern, che potrebbe essere esistito come no,
ma dopo un po’ di questo non vi importerà più.
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Compare un misterioso uomo in nero, con tanto di maschera e mantello, che uno dopo l’altro sconfigge i tre mercenari e salva la principessa. Si tratta, manco a dirlo, di Westley, il garzone che-non-è-morto-in-mare, ma anzi, è diventato il nuovo pirata Roberts, essendosi ingraziato il predecessore tanto da farsi dire che il titolo viene passato da generazioni di pirata in pirata. Una specie di franchise del terrore marino. Buttercup è così felice di aver ritrovato il suo amore perduto che, quando Humperdick li trova entrambi, lo consegna al principe, purché gli venga salvata la vita. Buttercup era la donna più bella del mondo, ma non precisamente la più sveglia. Il libro lo rimarca a più riprese. Massimiliana Brioschi fa uno smagliante lavoro di traduzione, rispettando ed esaltando le commistioni di linguaggio moderno e di archetipi narrativi classici che Goldman mescola in modo salace, forzatamente imbarazzante, irresistibile. È virtualmente impossibile posare questo libro prima di averlo finito, e credo che questo effetto non sia riservato solo a chi, come lo scrivente, nei tardi anni Ottanta ne ha visto la trasposizione cinematografica con Robin Wright e diretta da Rob Reiner (anche se, ammettetelo se l’avete vista, chi di voi non ha mai sognato di dire “Hola. Il mio nome è Inigo Montoya. Tu hai ucciso mio padre, preparati a morire.” Io sì. Molte volte.) C’è, nella lettura della Principessa sposa il desiderio sotterraneo di scoprire che S. Morgenstern esiste, che Florin è ancora uno stato sovrano nel cui parlamento magari c’è un ritratto del principe Humperdink. È il desiderio che prende chi legge La chiave a stella di Primo Levi, quando desidera fortemente che il Libertino Faussone che parla per tutto il romanzo con lo stesso Levi, chimico di professione, esista realmente. C’è, nel deus ex machina che risolve l’apertura della scena finale, un ricatto letterario favoloso: a salvare capra e cavoli sarà il vero amore, e non so quanti lettori sarebbero in grado di confutarne l’efficacia ad alta voce. La sospensione dell’incredulità, progressiva e niente affatto scoscesa, che prende il lettore per mano durante il dipanarsi delle vicende di questo libro, è sublime: non solo si crede a ciò che si sta leggendo, si desidera fortemente che le cose siano andate così, e quando si guarda verso il basso si capisce che la propria incredulità è stata sospesa a un’altezza vertiginosa. E poi si cade. Perché la vita non è giusta, e chiunque dica il contrario vi sta prendendo in giro, ammonisce Goldman a più riprese, uccidendo e resuscitando personaggi, ammazzandoli una seconda volta e sottoponendoli alle prove più estenuanti e irreali che vi possano venire in mente. E se il finale non finisce un bel niente, non si apre a un sequel, non risponde alle vostre domande e vi fa sembrare assolutamente criminale che il libro sia già finito, be’, la vita non è giusta. Ve l’avevamo detto. |
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Marta
Cervino MarieClaire aprile 2007
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Roberto
Bertinetti Il Messaggero aprile 2007
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Gaspare
Battistuzzo |
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